Dio soffre?

cristoallacolonnaINTRODUZIONE

 

Soffre Dio? Cercheremo di rispondere a questa domanda  seguendo le indicazioni positive della Rivelazione (Sacra Scrittura) e della Tradizione (Padri della Chiesa). Per correttezza metodologica poniamo una distinzione tra la sofferenza e il male, cercando di far rilevare la connotazione positiva insita nella sofferenza così come ci viene indicata da una riflessione teologica sulla Tradizione cristiana.

 

 

LA PASSIONE DI UN DIO

 

Innanzi  tutto, s’impone a noi un fatto: nel centro della Rivelazione si trova, non la dimostrazione della presenza impassibile di Dio, come vuole fare apparire certa teologia gnostica ed un cattiva interpretazione del tomismo, ma la passione di un Dio incarnato.

 

 

 

DUE AFFERMAZIONI ESSENZIALI DELLA TRADIZIONE PATRISTICA

 

Le due affermazioni che ci riguardano sono:

 

1) “Dio ha sofferto”

2) “Uno della Trinità ha sofferto”

 

La prima affermazione  è molto antica, è affermata implicitamente da Ignazio di Antiochia, Ireneo, Tertulliano. Più tardi Nestorio rispondendo in reazione alla dottrina apollinarista (che intendeva la comunicazione degli idiomi come confusione tra le due nature), non si capacitava di tale affermazione. Quando, nel 431, il Concilio di Efeso condannò la sua opinione, si  capì che il suo errore fu quello di rifiutare la comunicazione degli idiomi (ossia la messa in comune delle proprietà delle due nature nella Persona di Gesù Cristo), come se questa non potesse essere intesa correttamente: l’Incarnazione non sarebbe reale se il Verbo non fosse nato da Maria e non avesse sofferto.

 

Per quanto riguarda la seconda affermazione, essa ha origine da una professione di Fede di Proclo (437). Tale affermazione attira l’attenzione sull’attribuzione della sofferenza ad una Persona della Trinità: la sofferenza è esclusivamente propria del Verbo fatto carne.

 

 

IL PROBLEMA POSTO DALLA SOFFERENZA DEL VERBO

 

Tutta l’attribuzione della sofferenza, nella sua cruda realtà, si troverebbe esclusivamente nella natura umana; l’attribuzione, dunque, sarebbe più logica che reale. Tuttavia, accettare questa affermazione significherebbe fare violenza al dogma dell’Incarnazione: il Verbo fa personalmente esperienza dell’infermità umana, della sofferenza. S. Cirillo d’Alessandria non oppone la passione umana nel prolungamento della compassione divina ma ne intravvede un intimo legame.

Il problema ha interessato più che altro i Padri greci, mentre i Padri latini concentrarono la loro attenzione più  sulla natura unica  che sulle singole Persone. In tal modo i Padri latini accentuarono l’impassibilità di Dio, accentuazione che troveremo più tardi nella Scolastica medioevale, la quale appunto non ha approfondito il problema posto della sofferenza del Verbo. Fintanto che, arrivati ai nostri giorni, tale divisione nell’accentuazione teologica del problema è rimasta, nelle due correnti: una sottolinea l’impassibilità di Dio; la seconda cerca di cogliere il valore della sofferenza nel Verbo di Dio.

Partendo dai dati della Sacra Scrittura (Gv. 1,14; Eb 5,8; Fil 2,6-8), cercheremo di rispondere con più fondatezza.

La Kenosis è lo svuotamento di sè, gesto di spogliazione operato dallo stesso Figlio di Dio, il quale comporta una certa sofferenza morale volontaria. Nella conciliazione dei due aspetti: la conservazione della natura divina integralmente e il fatto della spogliazione di sè, si trova il Mistero. Questo svuotamento è mosso dall’Amore e ha il suo compimento proprio nella morte in croce.

La sofferenza di Cristo sulla croce è vissuta vivamente e profondamente proprio per il particolare rapporto che Egli aveva con il Padre. Egli vive un abbandono (Elì Elì lamà sabactanì, Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato. - cf. Mt 27,46-50; Mc 15,34-37); Lc 23,46). Vd anche Udienza generale del 30 novembre 1988). Tale abbandono nella sua qualifica misterica non è sindacabile fino in fondo teologicamente, esso rimane, nella sua modalità un mistero ma altrettanto reale: Gesù ha fatto l'esperienza del più totale abbandono di Dio.

Tale abbandono ha un duplice effetto:

- effetto oggettivo (non viene confermata la Sua missione);

- effetto soggettivo (realmente sperimenta un abbandono affettivo ed esistenziale del Padre).

Sulla croce il Padre appare freddo, lontano; tuttavia Gesù passa dall’abbandono del Padre all’abbandono nel Padre. Dobbiamo concludere che la sofferenza tocca il Verbo in quanto Figlio ed Egli sperimenta una profonda sofferenza che lo colpisce tanta quanto questa natura umana è Sua. Quindi una comunicazione profonda da non confondere con un misero "teopaschismo" ma sulla cui profondità è anche imprudente  come dicevamo e teologicamente parlando, sindacare.

Tale mistero della sofferenza di Cristo e del suo sperimentare l'abbandono del Padre la Chiesa lo ha fatto suo nella liturgia della Domenica delle Palme

Assieme al Mistero della SS. ma Trinità, quello dell'Incarnazione, sfugge alle possibilità della nostra ragione e sarà oggetto di contemplazione eterna nel Cielo. Quello che possiamo dire è che è esso è dato e donato ed necessario alla ragione per spiegare il reale. Ogni eresia ed ideologia erronea nella storia dell'umanità è nata e nasce dal difettare l'accogliere il dono dell'Incarnazione. Per cui si eccede o da una parte con la Gnosi o dall'altra con l'Immanentismo.

Esistono poi risvolti psico-sociologici in differenti correnti teologiche. Ad alcuni "fa comodo" sostenere un Dio "impassibile" perché rispecchia una certa "rigidità" personale  (e vocazionale) e teologica e mette l'accento su un Dio "giustizia". Costoro spesso si "incartano" in sistemi pseudo-gnostici, magari giustificati con riflessioni di un Tomismo che Tomismo non è.

Ad altri "fa comodo" sostenere un Dio "passibile" perché asseconda un certo buonismo lassista e permessivista che mette l'accento su una "untuosa" misericordia, che, ovviamente, Misericordia non è.  Anche qui, spesso, il problema è vocazionale. Costoro si "incartano" in forme ideologiche immanenti che spesso sposano ideologie mondane.

Entrambe queste posizioni, a volte sostenute da correnti teologiche attive, tradizionaliste o da altra parte progressiste,  che alimentano una certa dialettica anche tra i cattolici (dialettica non sempre fruttuosa e feconda) difettano entrambe, perché depauperano il dono dell'Incarnazione e il mistero che in Dio giustizia e misericordia coincidono senza mescolanza e confusione. Non sta a noi sapere fino in fondo e nel dettaglio in che misura e come. Non sta a noi sapere fino in fondo il perché del dolore e della sofferenza se non in quello che per Tradizione e Sacra Scrittura ci è rivelato. La riflessione teologica si illumina dal duplice dato rivelato Tradizione/Scrittura. Se così non avviene diviene, sia per gli "impassibili" che per i "passibili", struttura ideologica. La ragione procede su questi sentieri cosciente dei propri limiti e del principio di gradualità. Una umiltà fondante è indispensabile per una corretta ricerca teologica e un corretto approccio pastorale.

 

 

LA PARTECIPAZIONE DEL PADRE ALL’INCARNAZIONE E ALLA PASSIONE

 

La Trinità agisce ad extra secondo ciò che è proprio di ciascuna Persona: il Padre manda il Figlio, lo Spirito Santo coopera alla nascita del Bambino, solo il Figlio assume personalmente la natura umana per farsi uomo. Tutto il Vangelo di Giovanni  sottolinea continuamente la presenza del Padre. La passione è dunque in modo speciale oggetto di un dono del Padre. Anche lo Spirito Santo è incessantemente presente nella Sua missione (Mc 1,12).  

Ci si potrebbe chiedere come il Padre partecipi alla missione del Cristo. Il Padre è di fatto modello per Gesù, sia nel Suo essere pastore, sia nel Suo sacrificio. Gesù dà come modello di carità ai Suoi discepoli, se stesso, ma è un modello su un modello principale che è appunto il Padre. Il Padre è dunque il primo implicato nel sacrificio di carità. Tutto ciò che è umano in  Gesù appartiene al Padre in forza della intimità che unisce le due Persone; vi è infatti fra le due un’immanenza reciproca (Gv 1,38). In sostanza Gesù ha raccontato la Passione del Padre verso l’uomo  con tutta la Sua vita terrena. Giustamente il Cristo dice “Chi ha visto me ha visto il Padre”, in Lui tutto l’uomo rivela Dio; se è così , la sofferenza sul Calvario è stata la lezione più eloquente data da Gesù sui sentimenti divini. Possiamo chiederci in che maniera il Padre ha partecipato alla Passione del Figlio. Senza forzatura, possiamo applicare le immagini di Padre presenti nella Sacra Scrittura: il sacrificio di Abramo, la parabola dei vignaioli omicidi. Già da questi due brani, possiamo rilevare quale dignità assume la figura paterna. Certo, dobbiamo applicare questa immagini con il processo dell’analogia, ma la realtà affettiva che esse esprimono, a pieno si può applicare a Dio Padre. Nella passione del Calvario il Padre soffre nell’abbandonare il proprio Figlio, anche se l’abbandono non elimina l’immanenza. Inoltre il Padre soffrendo col Figlio, patisce con tutta l’umanità sofferente; in Gesù il Padre comprende tutte le sofferenze dell’umanità; le sperimenta precisamente con l’intensità con cui erano sentite dalla Persona divina del Figlio.

Lo sguardo del Padre a Gesù crocifisso non è certamente quello dell’ira (come lo intendeva Lutero), ma uno sguardo ricco di compiacenza e di profonda comunione nel dramma. Inoltre, dalle figure paterne della Sacra Scrittura, emerge l’esistenza di un valore morale del dolore; non possiamo dunque considerare il dolore morale come un’imperfezione: l’abbandono di Cristo sul Calvario dev’essere stato per il Padre "una profonda lacerazione interiore". Se guardiamo le rappresentazioni artistiche di questo mistero, possiamo dire che l’arte, illuminata dalla Fede, ha colto, prima della riflessione teologica, l’Amore compassionevole del Padre. Ripetiamo, ovviamente, che non è possibile antropomorfizzare il valore della sofferenza su Dio, il quale conserva il suo carattere di impassibilità e di non-limite, ma Dio stesso, attraverso la Sacra Scrittura ci mostra come la sofferenza abbia in certo qual modo un valore in base all'Amore che la sottintende.

 

 

 IL PROBLEMA DELLA SOFFERENZA DI DIO

NELL’OFFESA CAUSATA DAL PECCATO

 

 

Il peccato è un’offesa che lede Dio non nella Sua Sostanza, ma nel Suo Amore. L’immagine più usata dai profeti per caratterizzare le colpe di Israele, è quella dell’adulterio (vedi il profeta Osea).

Nel Nuovo Testamento, e precisamente nella parabola del Figliol Prodigo, appena traspare la sofferenza del Padre, come per discrezione evangelica sul dolore divino; piuttosto prorompe la gioia del Padre che ha di nuovo il figlio. Nei Riguardi di Dio-Figlio il Nuovo Testamento mantiene la stessa linea della discrezione usata nell’offesa fatta al Padre; per esempio, quando Gesù annuncia che uno dei discepoli lo tradirà, non si vuole svelare le impressioni del Cristo quanto preparare i discepoli alla prova. In Gesù, di fronte al peccato, notiamo sentimenti di ira e di tristezza; tuttavia questi sentimenti sono causati dalla resistenza che l’uomo, con il suo peccato, fa nei confronti dell’Amore di Dio. Dunque, tali sentimenti vanno spogliati da tutte quelle connotazioni egoistiche che fanno parte del nostro comportamento: Gesù dimostra che Dio non è insensibile al peccato e che tuttavia è vicino al peccatore. Anzi proprio l'unione ipostatica, con il Verbo, dell'umanità tradita, rende acutissima l'offesa subita dal traditore. Proprio la perfetta purezza ed impassibilità di Dio rende l'umanità del Figlio di Dio sensibile in maniera infinita alla sofferenza causata dal tradimento.

 

Analizzando l’offesa fatta allo Spirito Santo come ci viene presentata dal Nuovo Testamento, possiamo dire che essa ha una sua entità in quanto è offesa all’Amore fatto persona del Padre e del Figlio (Ef 4,30). I cristiani che trasgrediscono il grande precetto della Carità, non soltanto violano una legge, essi contristano lo Spirito Santo. Dunque il peccato non colpisce la natura divina, ma le Persone divine nel loro Amore. Definire questa offesa teologicamente risulta assai difficile; infatti, come diceva Domenico Di Santa Teresa, il peccatore non pone la sofferenza in Dio effettivamente ed efficacemente, ma toglie qualcosa a Dio affettivamente. In questa interpretazione dell’offesa si deve notare l’ardire dell’autore, il quale non esita ad affermare che Dio è intrinsecamente offeso. Per affrontare il problema della sofferenza in Dio, ci siamo serviti della Sacra Scrittura, con un approccio che utilizza la metafora e l’analogia; infatti, per noi uomini, non è possibile altro approccio alla realtà intima di Dio. Da questa analisi risulta che la "sofferenza divina" è l’espressione dell’Amore immutabile e fedele che Dio ha per l’uomo.

 

 

 

SOFFERENZA E AMORE REDENTORE

 

 

La sofferenza di Dio nella Passione non è, rigorosamente parlando, sofferenza dell’Essere divino, ma sofferenza dell’Amore divino, e più esattamente dell’Amore dato dalle Persone divine all’umanità. L’Amore che Dio ha per l’uomo è libero e gratuito, e dunque, avrebbe potuto non esistere; mentre sarebbe assurdo pensare che l’Amore intra-trinitario avrebbe potuto non essere. Allora la libertà sovrana di Dio ha scelto anche la via della sofferenza per manifestare all’uomo il Suo amore profondo. La tenerezza di Dio espressa con il termine ebraico RAHAMIM, indica un Amore che uno sente fin nelle viscere. Dio, mettendosi in dialogo con l’uomo, dimostra che sa assumersi i rischi dell’Amore, rischi tra i quali vi è quello della sofferenza. Il fatto che l’Impassibile soffra, dimostra fino a qual  punto Egli è Padrone di Sè, del Suo comportamento, e fino a qual punto trascende i nostri umili concetti di trascendenza. In sè, ed in tal modo, la sofferenza non ha nulla che contraddica l’Amore, anzi, Essa permette all’Amore di svilupparsi totalmente. Se in Dio la sofferenza fa parte di un disegno redentore che opera la trasformazione dell’umanità, la sofferenza di ogni uomo è chiamata ad unirsi ad essa, cogliendone tutta la più alta fecondità. Di fatto, il dolore avrebbe privato la vita umana di protezione e di valore. Inoltre, la sofferenza di Dio, è l’attestazione più eloquente che il senso profondo della sofferenza non può essere, necessariamente e solamente, quello di un castigo o di una conseguenza di una colpa.

 

Abbiamo allora un rovesciamento di certe prospettive comunemente pensate:

 

- Invece di vedere la sofferenza inflitta da Dio all’uomo in seguito al peccato, siamo condotti a constatare che la prima realtà della sofferenza si trova in Dio: è stata inflitta a Dio dal peccatore.

 

- La sofferenza, invece di essere, solamente, l’eredità del colpevole, è, anche, il destino che incombe sull’innocente. Colui che ha la santità dell’Amore è colui che viene colpito dalla sofferenza e che assume tale sofferenza per la liberazione del colpevole. In tal modo ripara ad un torto ed una ingiustizia lese dal peccato e dal male. La sofferenza assume perciò, in Cristo, ed in figura-Christi a livello vetero-testamentario, un valore redentivo e trasfigurativo.

 

- Come già detto, la sofferenza non può essere ritenuta, solo, un male morale, anzi, invece di essere effetto di una causa: il male, è, anche, segno di un bene in quanto espressione d’Amore e di com-passione.

 

- Nei dolori del dramma della salvezza, agisce un Amore che comporta una vera gioia. Evidentemente, il dolore non perde la sua natura di dolore, ma anzichè diminuire la felicità profonda della persona umana, tende ad aumentarla. Gesù Cristo lo ha proclamato nelle Beatitudini che sono il principio e non solo il punto di arrivo del Regno di Dio. Le beatitudini sono l'esplicitazione del vedere di Cristo la storia dell'uomo.

 

Il Padre è stato, in certo qual modo, in ciò che non lede la natura divina, il primo nella "sofferenza", ma anche il primo nella gioia, terminata la Passione del Suo Figlio.

 

 

 

ATTUALITA’ DELLA SOFFERENZA DI DIO

 

 

  Il problema finora trattato, come ha osservato Maritain, tocca la stessa essenza del Cristianesimo. Ci chiediamo: qual è la posizione di Dio nei riguardi della sofferenza dell’umanità?

Esistono in proposito due correnti, come già dicevamo più sopra: una vuole escludere la responsabilità di Dio e attribuire la sofferenza al male commesso dell’uomo o per cause accidentali; in tal caso, Dio permetterebbe la prova che assume anche valore di purificazione da una condizione o da una colpa.

Un’altra corrente riconosce nella sofferenza l’espressione di una volontà divina, in cui Dio, nella Sua sovranità, è responsabile per ottenere direttamente un maggior bene dell'uomo.

Leggendo la storia della salvezza vediamo che il peccato è occasione per ottenere in Cristo una Grazia abbondante (Rm 5,20). Mentre, nel caso della sofferenza, Dio vi è in qualche maniera implicato. Infatti, la sofferenza di ogni uomo, associata al sacrificio del Salvatore, appartiene al Piano divino della Redenzione. Ancora una volta dobbiamo ricordare che il Padre, in questo disegno d’Amore, è il primo a pagarne le conseguenze, ed Egli stesso assume la prova dei Suoi figli.

Se lo stesso Padre, in qualche maniera insandacabile, soffre, la sofferenza assume un altro volto. Sul problema della sofferenza, questa è l’ultima parola che noi possiamo pronunciare: il Padre, in una forma che non possiamo comprendere e che non lede la sua natura divina, è il primo a soffrire le nostre sofferenze, Egli soffre con noi. L'Emmanuele biblico non è tale solo per presenza ma anche per compassione perfetta in Cristo.

Non possiamo andare oltre a questa Verità, nella quale appaiono sia uno dei significati della sofferenza, sia la più profonda comunione d’Amore in cui dev’essere vissuta. 

L’Amore del Dio Uno e Trino per l’uomo, rimane un modello ineguagliabile; per esempio, tutte le descrizioni bibliche dell’ira di Dio non valgono quella della Sua tristezza; l’Amore del Padre, che nasconde il Suo dolore mentre potrebbe proclamarlo, dev’essere uno stimolo per noi.

Inoltre, come in Dio la gioia domina sulla sofferenza e la significa, così nel cristiano la disposizione normale consiste in una gioia fondamentale che non può essere cancellata da nessuna sofferenza.

Per il cristiano è impossibile separare la sofferenza dall’Amore. Non solo perché l'umanità è segnata dal peccato orginale e dai peccati originati e attuali. Ma perché la sofferenza, è, talvolta, il mezzo per un più perfetto Amore.

Un Dio senza affettività, nei suoi rapporti con gli uomini, incapace di conoscere reazioni di gioia e di tristezza secondo i loro comportamenti, è ben lontano dal Dio della Bibbia e dal Padre rivelato da Gesù:

Cristo, Icona del Padre, mostra l’Amore del Padre. Nonostante il peso del male e della sofferenza, abbiamo qui conferma, come dice S. Giovanni, che Dio è Amore.

 

Per il resto e per quanto possiamo dire è bene tacere o procedere, come abbiamo ripetuto, con estrema prudenza

per non ledere il dono rivelato e non dare conclusioni affrettate su tematiche così delicate.

 

 

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