Amici di Gesù

gp2-ed-Eucarestia«L’Eucaristia e il sacerdote» è il tema dell’intervento che il cardinale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha tenu-to nei giorni scorsi a Salerno in occasione della presentazione di alcuni volu-mi del sacerdote teologo Mauro Gagliardi. Ne pubblichiamo ampi stralci.

di ANTONIO CAÑIZARES LLOVERA

Gesù Cristo, nel donare se stesso nell’Eucaristia, attraverso lo Spirito Santo, in offerta piena al Padre per noi, ci dà la stessa vita divina che Lui riceve eternamente dal Padre. Si tratta di un dono assolutamente gra-tuito che la Chiesa in fedele obbe-dienza accoglie, celebra, adora, e con il quale entra in comunione e vive. La Chiesa vive di questo dono, che la costituisce sacramento di co-munione. A essa corrisponde il ri-spondere al dono — Mistero pasqua-le di Cristo — e attualizzarlo sacra-mentalmente, finché Egli ritorni, nella celebrazione liturgica, curata squisitamente conforme alle norme e ai criteri della Chiesa come corri-sponde al diritto di Dio, alla Tradi-zione della Chiesa, alla fede che professiamo –lex orandi, lex credendi. Gesù, presente nella Chiesa, le ha dato il compito di partecipare alla “Sua ora”, di entrare in comunione con Lui nel suo atto sacrificale, quello del Mistero pasquale (cfr. Sa-cramentum Caritatis, 11). Con l’affer-mazione dell’incorporazione dei fe-deli all’“ora” di Gesù, al suo Miste-ro pasquale, per il sacramento euca-ristico, si segnala il vero significato del “memoriale” — «In memoria di me» — applicato al Mistero eucari-stico. La partecipazione al pane e al calice suppone l’effettiva partecipa-zione al sacrificio di Cristo al Padre, nella Sua obbedienza, nella Sua unione e oblazione di amore totale, nella sua piena consacrazione in ob-bedienza, nell’affermazione incondi-zionata di Dio Padre e il suo amore; perciò si proclama in maniera og-gettiva e reale la morte del Signore, il Mistero pasquale di Cristo. Il me-moriale non è più inteso semplice-mente come il ricordo di azioni pas-sate di Dio, che ci permette di con-tinuare a riconoscere nell’attualità la sua presenza e la sua azione, ma la partecipazione contemporanea, co-munione, in quello che è successo una volta e per sempre (essere in-corporati nell’“ora di Gesù”, unifica-ti con Lui stesso). «In questo dono Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una mi-steriosa “contemp oraneità” tra quel Triduum e lo scorrere di tutti i seco-li» (Ecclesia de Eucaristia, 5), una comunione misteriosa tra Gesù stes-so e la Chiesa, il suo corpo ecclesia-le; una comunione con le sue mem-bra. Questa stessa contemporaneità è resa possibile dal mistero dell’In-carnazione, nel quale l’eterno è en-trato nella storia, e anche per la Pa-squa, tramite la quale colui che ha vissuto nel tempo è entrato nel-l’eternità, facendo del tempo una «dimensione di Dio» (cfr. Te r t i o millennio adveniente, 10). Gli apostoli, accogliendo l’invito di Gesù nel Cenacolo, sono entrati per la prima volta in comunione sa-cramentale con Lui, con il mistero della sua Pasqua. Da ora e fino alla fine dei tempi, la Chiesa si edifica mediante la comunione sacramenta-le col Figlio di Dio, consegnato per noi; si costruisce con le pietre di chi partecipa, si nutre ed entra in comu-nione con il Mistero pasquale di Cristo, che si dà a noi e si raggiun-ge nel Mistero eucaristico. Con l’unione a Cristo, il popolo della nuova alleanza diventa “sacramen-to” per l’umanità, vale a dire, si converte in segno e strumento effi-cace di salvezza e di vita proprio a causa di questa partecipazione e co-munione con Lui, col suo Mistero pasquale. Così, l’Eucaristia, edifi-cando la Chiesa, crea, proprio per questo motivo, comunione con Dio e comunità tra gli uomini — «sacra-mento dell’intima unione con Dio e di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1) — frutto del Mistero pa-squale: realtà che si compie anche mediante il culto di adorazione che si rende all’Eucaristia fuori della messa. L’Eucaristia è un tesoro inestima-bile, che è inseparabile dal vivere la vita cristiana in comunione con il Mistero pasquale di Cristo. Non so-lo la sua celebrazione, ma anche il sostare davanti a essa, in adorazio-ne, fuori della messa, ci dà la possi-bilità di attingere alla sorgente stes-sa della grazia, l’amore originale che dà la vita scaturendo dal costato aperto dell’Agnello immacolato: non ci sarà, pertanto, un altro modo di celebrare e partecipare all’Eucari-stia che non sia in adorazione, in comunione con Cristo che si offre e unisce al Padre in una reciprocità senza misura. Questo è l’adorazio-ne. Una comunità cristiana che vo-glia essere più in grado di contem-plare il volto di Cristo deve svilup-pare anche quest’aspetto del culto eucaristico, cioè l’adorazione, nel quale si prolungano e si moltiplica-no i frutti della comunione al Cor-po e al Sangue del Signore, al suo Mistero pasquale (cfr.Ecclesia de Eucaristia, 25). All’Eucaristia è legato il sacra-mento dell’Ordine sacerdotale. L’unzione dello Spirito Santo, il giorno della nostra ordinazione, ci ha associato sacramentalmente allo stesso Gesù Cristo, unto unico sa-cerdote, sommo e definitivo, della nuova ed eterna alleanza nel sangue dell’Agnello, che è presente nell’Eu-caristia. Così, «il mistero del sacer-dozio della Chiesa sta nel fatto che noi, miseri esseri umani, in virtù del Sacramento, possiamo parlare con il suo “io” in persona Christi. Gesù Cristo vuole esercitare il suo sacer-dozio per nostro tramite. Questo mistero commovente dovrebbe infat-ti stupirci in ogni celebrazione del Sacramento» (Benedetto XVI, Ome-lia nella messa del Crisma, 2006). Af-finché la routine quotidiana non guasti ciò che è così grande e miste-rioso, abbiamo bisogno di tornare al momento in cui Lui ci impose le sue mani, e ci ha resi partecipi di questo mistero. Abbiamo bisogno di tornare a quel momento in cui isti-tuì il sacerdozio al tempo stesso che l’Eucaristia — «Fate questo in me-moria di me» — e a quell’altro mo-mento quando ci hanno imposto le mani e le nostre mani sono state un-te. Con questi gesti lo stesso Gesù Cristo ha preso possesso di noi, e lo Spirito Santo, anche con tutta la nostra carica di fragilità e di miseria, «ci ha fatto segni che, come docili strumenti nelle Sue mani, si riferiscono a Cristo» (Sacramentum caritatis): sacramento della presenza sacerdotale unica e definitiva di Cristo. Il Signore ha preso, in primo luogo, le nostre mani e ha messo su di esse il Suo proprio Corpo consegna-to per gli uomini, come la vita del mondo, l’amore degli amori, per portarlo in questo mondo e riempirlo con il suo amore travolgente per tutti. Nella santa Eucaristia dona se stesso attraverso le nostre mani, si dona a noi. Il servizio grande e su-premo che Gesù dà a tutti, come buon pastore che dà la vita per le sue pecore, è nella croce: consegna se stesso e non solo nel passato. Il mistero del dono che i sacerdoti hanno ricevuto attraverso l’imp osi-zione delle mani e l’unzione è inse-parabile dall’Eucaristia, al celebrarla non possiamo in ogni momento fare a meno di ricordare quelle parole consolatrici e di incoraggiamento di Gesù dopo aver istituito l’Eucaristia e il sacerdozio: «Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi chiamo amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto cono-scere a voi» (Giovanni, 15, 15). Il Signore mette nelle nostre ma-ni, trasmette a ciascuno di noi, sa-cerdoti, il suo mistero più profondo e personale: vuole condividere il suo potere di salvezza. Facciamo presen-te tra gli uomini e per gli uomini quello che commemoriamo, cioè il mistero redentore, la salvezza, l’amore e la riconciliazione della croce per tutti gli uomini. Ma que-sto, ovviamente, richiede che noi, da parte nostra, corrispondiamo alla sua amicizia. Sì, noi siamo veri ami-ci del Signore, siamo uniti a Lui, lo ascoltiamo, parliamo con Lui, per conoscerlo meglio ogni giorno nel rapporto di amicizia della preghiera. Lo cerchiamo e lo incontriamo dove si trova: nel tabernacolo, dove Lui è realmente presente, e nei poveri e nei sofferenti, con cui Egli si identi-fica; richiede che noi, da parte no-stra, come esorta Paolo, abbiamo gli stessi sentimenti di Gesù, il quale avendo la forma di Dio spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, si chinò e obbedì al Padre fi-no alla morte di croce (cfr. Filippesi, 2). Essere veri amici di Gesù richie-de, quindi, che i nostri sentimenti si conformino con i suoi sentimenti, che la nostra volontà si conformi al-la sua, tutta indirizzata alla volontà del Padre: è il modo del tutto unico nel suo genere, per essere davvero uomini. Questo è e deve essere il nostro cammino di ogni giorno: conformarci a Lui, avere i suoi stessi sentimenti, intensificare l’amicizia con Lui. Avere gli stessi sentimenti di Gesù ed essere amici suoi sono due realtà che si richiamano e si esi-gono vicendevolmente. Vivere in co-munione di pensiero, di sentimento, di volontà e di azione è vivere in amicizia con Gesù; perciò, non lo dimentichiamo, dobbiamo conoscere Gesù in una maniera più personale, ascoltandolo, vivendo con lui, stando con Lui.

© Osservatore Romano - 8 febbraio 2013

Lunedì della XXVI settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Venceslao, duca di Boemia e martire (907-935)

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