Segreteria di Stato

Omelia del Segretario di Stato alla Santa Messa celebrata nella Basilica Vaticana per la festa di San Michele Arcangelo

san Michele

Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha tenuto questa mattina nella Basilica Vaticana nel corso della celebrazione della Santa Messa per la Polizia di Stato italiana e per il Corpo della Gendarmeria Vaticana, in occasione della Festa di San Michele Arcangelo:

Omelia del Segretario di Stato

Cari fratelli e sorelle,

saluto cordialmente le Autorità presenti e tutti voi, riuniti nella Festa del vostro Patrono, l’Arcangelo San Michele.

Celebrare è ringraziare: non a caso l’Eucarestia significa proprio rendimento di grazie. E al rendimento di grazie al Signore si accompagna la gratitudine che, a nome della Santa Sede, sono lieto di esprimervi per il prezioso servizio che svolgete come Corpo della Gendarmeria Vaticana e della Polizia di Stato italiana.

Ma celebrare vuol dire anche rinverdire lo spirito di famiglia: riscoprire, in occasione di circostanze particolari, le radici nelle quali siamo innestati. Oggi abbiamo l’occasione lieta di ritagliare dalla quotidianità lavorativa, caratterizzata da dinamiche spesso concitate, un tempo per fare memoria di quello che fate e del perché lo fate. E riscoprire la bellezza, e insieme la responsabilità, di custodire ogni giorno la vita di molte persone.

Impreziosisce tale ricordo un anniversario importante, testimoniatoci dalla presenza dell’originale Bolla pontificia con la quale, settant’anni fa, il 29 settembre 1949, Papa Pio XII proclamava San Michele Arcangelo patrono e protettore della Polizia di Stato. Abbiamo davanti agli occhi anche la sua statua lignea, venerata dalla Gendarmeria. Siete, insomma, qui radunati davanti al comune Patrono e protettore per celebrare con gratitudine la vostra preziosa identità e riscoprirne, in clima di festa, le sorgenti profonde.

San Michele, come ha illustrato la prima lettura, è il combattente esemplare del Maligno. Egli ricorda anche a noi la necessità della lotta spirituale. Come infatti la Scrittura insegna, la lotta quotidiana del cristiano non è contro qualcuno, contro persone in carne e ossa, ma contro lo spirito del male (cfr Ef 6,12), che sempre va distinto da coloro che al male cedono.

Chi di noi, d’altra parte, può dirsene esente? Opportunamente, dunque, la Preghiera del Gendarme invoca San Michele come «difensore degli amici di Dio, […] per salvarci dalle insidie del male».

Quali sono le insidie a cui prestare maggiore attenzione? Vorrei parlarvi di una di queste, la prima che appare nella Bibbia e che forse non è secondaria neppure nella vita di ciascuno. Si tratta della falsità.

Il nemico di Dio e dell’uomo, il diavolo contro cui San Michele combatte, entra in scena nella Sacra Scrittura proprio come un falsario, un menzognero. Ai tempi delle origini comincia col rivolgere all’umanità una domanda ingannatrice: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Non era vero, in quanto Dio aveva detto proprio il contrario: «Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino» (2,16); solo, come un padre fa col figlio per prevenire il pericolo, aveva chiesto di non impossessarsi del frutto di un albero che avrebbe fatto star male l’uomo. Ebbene, lo spirito del male riuscì – racconta il libro della Genesi – nel suo intento, utilizzando contro di noi uno stratagemma che conosciamo: gettare ombre, confondere, rendere falso quel che è vero.

Non accade così anche per noi? Non solo a livello esterno, con il continuo moltiplicarsi di fake news, ma soprattutto a livello interiore. Quante volte siamo tentati dal pensare che Dio sia un padrone piuttosto che un Padre? Che seguendolo, anziché avere più pace e libertà, avremo più prove e fatiche? Che qualche nostro simile costituisca il male in sé, mentre malvagio è ciò che commette? Sono falsificazioni che ci sono entrate dentro, potremmo dire, dalle origini.

La lotta interiore agli inganni e alle falsità è dunque cruciale. Lo possiamo constatare anche nel Vangelo che abbiamo ascoltato. Protagonista principale è Natanaele, meglio conosciuto come Bartolomeo, uno degli Apostoli. Mentre celebriamo presso la Cattedra dell’Apostolo Pietro, mi piace pensare che, tra gli Apostoli, Bartolomeo sia uno dei pochi a ricevere da Gesù soltanto complimenti. E su che cosa verte l’apprezzamento del Signore nei suoi riguardi? Dice il Vangelo: «Gesù, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”» (Gv 1,47).

Il dialogo prosegue con il discepolo che domanda al Signore come faccia a conoscerlo. La risposta di Gesù lo riempie di stupore e lo spinge a seguire il Maestro. In realtà le parole che il Signore gli rivolge a noi possono sembrare piuttosto strane: «Ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi» (v. 48).

I commentatori spiegano che potrebbe trattarsi di un’allusione simbolica: essere sotto il fico era un’espressione in uso al tempo, che indicava lo starsene appartati a studiare la Scrittura, a meditare la Parola di Dio, dolce per l’anima. In altre parole, Natanaele/Bartolomeo era stato trovato sincero da Gesù mentre, meditando, faceva verità dentro di sé.

E così il discepolo è arrivato a seguire il Maestro: non attraverso segni, prodigi o parole altisonanti, ma mediante la ricerca della verità nel suo cuore, attraverso la preghiera.

È un insegnamento anche per noi a curare la limpidezza dell’animo, a non scordarci, tra le mille cose urgenti della vita, di compierne una veramente necessaria: entrare nel nostro sacrario più intimo per mettere il cuore davanti al Signore e chiedergli di dissipare opacità e doppiezze. Il Signore gradirà.

Nel Vangelo, infatti, dimostra di apprezzare le persone schiette, veraci, anche se peccatori, mentre non riesce a toccare la vita di coloro che – come tanti scribi e dottori della Legge – si presumono giusti e si mostrano impeccabili all’esterno, ma dentro sono falsi e incoerenti.

La sincerità è nemica delle apparenze e il Signore ci chiama a combattere il male che sta fuori senza trascurare di lottare anzitutto contro la falsità che abbiamo dentro e che è presente in ogni malattia dell’anima.

Vorrei citarvi in proposito un bel passaggio di uno scrittore russo molto caro a Papa Francesco, che nella sua ultima opera ha narrato l’incontro tra un uomo, corrotto dai vizi e capace di autogiustificarsi ad arte, e un rinomato monaco e padre spirituale. L’uomo comincia a parlare con artificiosa teatralità, reputandosi sì peccatore, ma non più degli altri. Il monaco, dopo averlo pazientemente ascoltato, gli mette davanti la causa remota dei suoi peccati, individuandola non nei tanti vizi, ma nella falsità che gli si è radicata nel cuore e di cui è sintomo la volontà di giustificarsi sempre. Così gli dice: «Chi mente a se stesso e ascolta le proprie menzogne, arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di se stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, smette anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona ai vizi e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia: ma tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a se stesso» (F.M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, II,2).

Cari fratelli e sorelle, chiediamo oggi per l’intercessione di San Michele la costanza nel lottare per sradicare le piccole o grandi falsità che tutti ci portiamo dentro, e la capacità di proteggere il cuore da doppiezze e infingimenti.

Mi ha colpito che, a questo proposito, la Preghiera del poliziotto si rivolga all’Arcangelo anzitutto come a colui che ha vinto «gli spiriti ribelli, nemici della verità», per poi implorare «rettitudine alle nostre menti».

Papa Francesco l’anno scorso ha detto che, guardandovi, gli viene spontaneo pensare che siete custodi, custodi degli altri, custodi di chi vi sta intorno (cfr. Udienza ai Dirigenti e al Personale dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano, 26 marzo 2018).

Direi che quello che ci giunge oggi dalla Parola di Dio è un invito alla custodia prioritaria, quella di se stessi, condizione essenziale per custodire al meglio chi e quanto ci circonda. Si tratta di vigilare costantemente sulla propria vita, perché all’integrità dell’operato esterno corrisponda la trasparenza interiore. È in fondo un invito a riscoprire, ogni giorno, nel dialogo con Gesù, la verità che ci fa liberi (cfr Gv 8,32).

Vi affido tutti, insieme alle vostre famiglie e alle persone che vi sono care alla materna protezione di Maria Ss.ma, Regina degli Angeli e degli Arcangeli.

E cosí sia!

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 30 settembre 2019