Una piemontese a Napoli: Maria Cristina di Savoia

aaa Maria Cristina di SavoiaA cura di P. Pietro Messa, ofm

Nel Natale 2013 ci si preparava alla beatificazione di Maria Cristina di Savoia avvenuta il sabato 25 gennaio 2014, nella Basilica di Santa Chiara a Napoli; il successivo 31 gennaio si è celebrata per la prima volta la sua festa liturgica. Il 23 novembre scorso vi è stata poi la canonizzazione del beato Ludovico da Casoria, un francescano coetaneo della "Reginella santa". Tutto ciò è un invito a prepararsi a celebrare il primo anniversario della beatificazione della beata Maria Cristina di Savoia (25 gennaio 2015) e la prossima festa liturgica del 31 gennaio nel miglior modo dovuto, ossia approfondendo meglio la sua vicenda e divulgandone la sua conoscenza.

Renata De Lorenzo

Il 26 novembre 1832, due giovani regali, Ferdinando II di Borbone, re del Regno delle Due Sicilie, e Maria Cristina di Savoia, s’imbarcano da Genova sulla fregata “Regina Isabella” per sbarcare a Napoli, dove giungono il giorno 30, sotto una pioggia torrenziale. Sono accolti da una folla festante e in preda all’entusiasmo che ha sempre contraddistinto l’espansività dei napoletani. Inizia il suo regno una giovane Regina ventenne, accanto al ventiduenne Sovrano, Re già da tre anni.

1. Le origini
Maria Cristina, figlia di Vittorio Emanuele I di Savoia e di Maria Teresa d’Austria, nasce il 14 novembre 1812 a Cagliari. I Sovrani sabaudi, dopo l’annessione del Piemonte alla Francia napoleonica, sono in esilio in Sardegna. Solo nel 1814, col mutare del quadro politico, in seguito all’abdicazione di Napoleone e al congresso di Vienna, il Re sarebbe tornato a Torino, raggiunto l’anno seguente dal resto della famiglia. La mancata nascita di un maschio che, dopo tre femmine (Maria Beatrice e le gemelle Maria Anna e Maria Teresa), assicurasse un erede al trono di Vittorio Emanuele I, genera delusione nella Corte sabauda. La Regina ha per l’ultima nata un attaccamento morboso che, congiunto con l’atmosfera familiare impregnata di misticismo, fa sì che la piccola sia subito da lei consacrata alla Madonna: consacrazione che sarebbe stata poi rinnovata da Maria Cristina stessa, appena in grado d’intendere e volere. Sono, fin dall’infanzia, momenti, segni premonitori di un destino eccezionale, proiettato sulla “santità” 1 , sui quali hanno insistito i biografi, anche per il costante uso e la prevalenza delle fonti, legate alla sua beatificazione 2 . La dinastia ha, del resto, illustri precedenti di sovrane votate alla religione. La beata Ludovica (1462-1503) aveva coniugato la cura degli affari dello Stato con la castità del matrimonio, le opere caritatevoli, l’obbedienza allo sposo, l’ingresso nel convento francescano dopo la morte del marito Ugo di Chalon 3 ; Margherita di Savoia (1382-1464), beatificata nel 1566, cugina di Ludovica, aveva sposato Teodoro II Paleologo, uomo duro, per conciliare i destini di due casate. Il caso più recente era quello della venerabile Maria Clotilde Adelaide di Borbone di Francia, moglie di Carlo Emanuele IV, zia di Maria Cristina, che proprio a Napoli era morta 4 . Maria Cristina vive, quindi, l’infanzia in un periodo di ristrettezze economiche, in quanto il re piemontese in esilio, Carlo Emanuele IV, cui suo padre succede, aveva lasciato denaro e altri beni a Torino. Recepisce con convinzione l’abitudine alla carità, all’ordine e alla disciplina, che diventano una vera passione per la pratica religiosa. Si segnala per candore e innocenza, che ne danno un’immagine angelica e, nello stesso tempo, capace di esprimere gioia e allegria. La madre, donna autoritaria e risoluta, incide sulle scelte relative alla sua educazione e sulle sue decisioni. Precettore e guida spirituale, come per le sorelle, è l’olivetano napoletano Giovan Battista Terzi, che la Regina aveva condotto con sé in Sardegna, dopo averlo conosciuto da parroco nel 1804 a Mola di Gaeta. Un ruolo importante svolgono anche la marchesa di San Giorgio, nata Birago, che le insegna le buone maniere, la contessa Luigia Piossasco della Volvera e la marchesa di Villamarina di San Lorenzo. Apprende così i lavori donneschi, le lingue (inglese e tedesco) e le scienze. In un ambiente come quello piemontese in cui si parla francese, impara ad esprimersi e scrivere in italiano 5 . Professore di matematica e astronomia, Terzi le insegna i fondamenti della religione, cioè il catechismo di monsignor Casati, che ella impara a memoria e cita spesso nella conversazione. La istruisce, inoltre, in geografia, aritmetica, algebra, geometria, fisica. Giovanni Janz le insegna a leggere e scrivere, e il fratello Vittorio la addestra al ballo, per il quale mostra una vera passione. Studia ancora piano, clavicembalo, canto, disegno, pittura, calligrafia, francese; impara a ricamare. Grazie ad uno studio assiduo, su argomenti anche ostici, si forma una cultura di qualità. Educazione regale, quindi, sullo sfondo di una profonda spiritualità. A nove anni, in seguito ai moti carbonari del 1820-21, il padre, cui è molto legata, deve rinunziare al trono, dimettendosi e nominando reggente Carlo Alberto. Dopo un periodo d’esilio a Nizza, a Genova e in Toscana, Vittorio Emanuele si stabilisce con la famiglia a Moncalieri, dove muore nel gennaio 1824. Maria Cristina, con la madre e la sorella Maria Anna (Nanna), si reca spesso da Genova a Lucca, ove la sorella Maria Teresa era divenuta duchessa, o a Modena, presso Francesco IV, che aveva sposato l’altra figlia, Maria Beatrice. Maria Cristina ama trattenersi con la figlia di quest’ultima, la nipotina Gigetta. A dieci anni, quindi, trascorre le giornate tra preghiera e studio, ma ama anche le gite, le visite, le novità. Non è interessata, invece, al teatro. Scrive al padre continue lettere ricche di affetto. Assiste e protegge la madre, rifiutando eventuali matrimoni per non lasciarla sola. Dopo il 1824, quest’ultima si trasferisce di nuovo a Genova, intervallando il soggiorno coi soliti viaggi a Lucca. Nel 1824, dodicenne, fa la prima comunione e partecipa a Roma, insieme alla madre e alla sorella Maria Anna, ai riti del Giubileo del 1825. Visita chiese e luoghi sacri, vede più volte papa Leone XII, che le fa dono della Rosa d’oro 6 e delle spoglie, tratte da una catacomba, della martire cristiana Giasonia. Dono graditissimo che porterà, poi, con sé a Napoli, facendolo porre nella sua nuova cappella. Vari episodi di devozione religiosa e di umiltà si verificano durante la visita; intorno a lei si crea un «alone quasi leggendario» 7 , fondato sulla conoscenza del catechismo, sulla pratica caritatevole, su annesse e compatibili forme di evasione ludica. Sei mesi dopo, segue la madre a Genova, ma ritorna a Roma alla fine dell’anno, per la chiusura della Porta Santa e del Giubileo, e vi si trattiene fino a metà dell’anno successivo; giornate romane vissute sia all’insegna del misticismo e di frequenti incontri col Pontefice che di svaghi e divertimenti, in quanto le illustri famiglie romane danno balli in onore delle ospiti di riguardo. Santi, chiese, rovine antiche e pitture sono i suoi interessi. A Genova, a Palazzo Tursi, bella dimora di cui ella predilige i giardini e gli animali, vive sei anni ma visita spesso le sorelle. Si limita ai lavori domestici, perfezionando la sua educazione e istruzione, soprattutto nelle materie scientifiche, con lo studio delle pietre e dei minerali, sempre sotto la guida di padre Terzi.

2. Santità savoiarda e regalità napoletana
Il destino regale di Maria Cristina rientra nelle strategie familiari, come quello delle sorelle 8 . Per scopi politico-dinastici viene chiesta in sposa da varie case regnanti per i propri rampolli, in base a rapporti su cui prende una decisione la madre 9 . Rifiuta comunque, ogni volta, di sposarsi, ma le nozze con Ferdinando II sono caldeggiate da padre Terzi, ricordando le precedenti relazioni fra le due dinastie, e da vari esponenti della Corte napoletana, incaricati dallo stesso Re, che ella definisce “scirocco” o “vento”, insieme ai suoi «asfissianti emissari» 10 . Forti resistenze fa, a questa possibilità, la madre Maria Teresa, nonostante l’azione del ministro degli Esteri, principe del Cassaro, e del negoziatore borbonico, marchese Gagliati. Sono rifiuti e tentennamenti che screditano Ferdinando II e lo rendono ancor più insistente, sino a farlo ammalare e indurlo a servirsi del «più losco avventuriero del Regno, il marchese Salvo» per convincere la Regina 11 . È Re a vent’anni, dopo essere stato già, dal 1827, nominato capo dell’armata dal padre Francesco I. Nella fase iniziale del suo Regno, caratterizzata da attivismo ed entusiasmo, da apertura verso i “murattiani”, emarginati negli anni precedenti, sotto il Regno del padre, cerca di controllare e stimolare, allo stesso tempo, la vita politica, l’economia, la società: un’azione per la quale occorreva offrire un’immagine positiva, danneggiata, invece, dal rifiuto del matrimonio da parte di Maria Cristina. Alla fine la giovane accetta di sposarsi, condizionata da vari fattori: la morte della madre nel 1832, poco prima delle nozze; la nuova dislocazione alla Corte piemontese a Torino, per disposizione del re Carlo Alberto, successo a Carlo Felice nel 1831. Qui la difficoltà ad ambientarsi, per l’atteggiamento duro della regina Maria Teresa e per i mutati ritmi quotidiani, la inducono a desiderare di diventare suora di clausura, scelta che aveva sempre rigorosamente escluso; la dissuade il direttore spirituale, padre Terzi, rimasto il suo unico conforto. Questi è al corrente dei piani politici di Carlo Alberto, in cui rientra il matrimonio con il re di Napoli Ferdinando II. I Borbone a loro volta puntano, come i Savoia, su questo matrimonio per controbilanciare l’influenza austriaca nella penisola. Secondo Nino Cortese, la Corte piemontese con tale strategia dinastica intendeva evitare il rischio che i Borbone si legassero, con un altro accordo matrimoniale, dopo quello della napoletana Maria Amalia con Luigi Filippo, alla Corte francese, assumendone il modello costituzionale. D’altra parte, si voleva anche evitare di legare il Regno all’Austria tramite una sposa di quella nazionalità. Carlo Alberto riteneva Ferdinando molto innamorato e, quindi, facilmente influenzabile dalla futura moglie, potenziale collaboratrice della politica piemontese 12 . Il nuovo percorso è per Maria Cristina espressione della volontà di Dio, sacrificio (per l’evidente diversità dei due coniugi) da vivere con letizia. Il matrimonio è celebrato per procura a Milano e poi nel santuario di Maria SS. dell’Acqua Santa, ai Voltri, presso Genova, il 21 novembre 1832. Ferdinando vi giunge in incognito, dopo soste a Roma, per rendere omaggio al Pontefice, e a Firenze. Incontra per la prima volta la sposa la mattina delle nozze. Il giorno precedente era stato firmato il contratto nuziale che prevedeva una dote per Maria Cristina di 120.000 ducati, oltre i 700.000 di beni extradotali, mentre il governo borbonico le assicurava uno spillatico di 50.000 ducati annui 13 . Al giovane Re l’unione procura il favore di coloro che apprezzano il carattere liberale dei primi anni del suo Regno: è, infatti, il primo Sovrano della dinastia borbonica ad aver sposato una principessa italiana e, di conseguenza, un potenziale protagonista della causa nazionale. Ipotesi che, in realtà, non rispondono alla fisionomia del Sovrano, timoroso in quel momento di scontentare sia la Francia orleanista che l’Austria.

3. Napoli: la corte e il paese
Come affronta il destino regale questa donna bella ma senza ostentazione, secondo quanto narrano vari testimoni, capace di coniugare pudicizia e ritrosia con carattere vivace, senso dell’umorismo, ironia? Che immagine prevale, sulla base di biografie caratterizzate da ricchezza di aneddoti e testimonianze di parenti, amici, dame di compagnia ma anche di persone della servitù e di persone umili che incontrava? Il privato di un esponente di case reali è, di per sé, pubblico; le annotazioni più frequenti vanno valutate in tal senso, ma anche in rapporto alla citata santità reale femminile di ambito savoiardo. Il messaggio politico sottolinea morigeratezza e castità, che sono tra le basi della grande popolarità di cui la Sovrana gode e contribuiscono ad attutire un giudizio basato solo sulle doti mistiche. Queste vanno al di là del privato e cementano la sua immagine complessiva: non ama il teatro, non è attratta dalla vita mondana, non segue la moda parigina, eppure la sua semplicità è regale; proiettata su iniziative caritatevoli, nelle quali applicare le molte idee in campo religioso e umanitario e nel settore degli studi, ha un piglio quasi manageriale nell’aiutare i bisognosi, con un filantropismo proiettato sul futuro del paese 14 . La città e il Regno accolgono perciò con entusiasmo e imparano ad apprezzare la “Reginella Santa”, ammirata dai contemporanei anche per l’aspetto estetico 15 ; il popolo napoletano gradisce la destinazione della sua prima uscita alla cappella di San Gennaro nel Duomo, il giorno dopo lo sbarco, il 1° dicembre 1832, e la giudica bella, ma fredda, avara. Quale differenza rispetto ad altre regine “straniere”, che avevano costruito la propria immagine sull’ostentazione del lusso, da Maria Carolina, moglie di Ferdinando, a Carolina Murat! In realtà, ella spende tutto ciò che ha in opere di carità. Il corpulento Ferdinando, non raffinato, non colto, ha caratteristiche che non sembrano garantire una vita matrimoniale basata su affinità di gusti e interessi, eccettuate la fede e la pratica religiosa 16 ; di comune accordo, i Sovrani destinano una parte del denaro, impegnato per i festeggiamenti del loro matrimonio, alla costituzione di una dote per 240 giovani spose, al riscatto di un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà e per opere caritatevoli. Il Borbone, nei primi anni di Regno, è impegnato a combattere la corruzione, eliminando anche spese inutili e intervenendo sul bilancio dello Stato, diminuendo le imposte, facendo interventi nel settore della carità e dell’assistenza, potenziando industria e commercio, con atteggiamenti riformistici che sembrano recuperare il clima del periodo napoleonico e il dialogo con quei gruppi dirigenti emarginati dalla politica del padre, grazie anche al rientro di alcuni esuli. I suoi obiettivi sono comunque quelli di cautelarsi da ingerenze straniere o esterne al Regno, senza ambizioni espansionistiche né unitarie italiane. Da parte sua, Maria Cristina insinua nel Re l’opportunità di avere contatti diretti col popolo, allontanandolo da ministri che tendono ad isolarlo; se alcuni attribuiscono anche alla sua influenza (benché il marito le avesse imposto di rimanere estranea agli affari di Stato) il carattere più “liberale” dei primi anni del Regno, i liberali stessi, invece, ne sottolineano la avversione alle loro idee e ne auspicano la morte come inizio di un nuovo percorso, confermato dall’amnistia. Essi attribuiscono alla sua influenza lo spazio che hanno, presso il Re e nell’amministrazione, i preti reazionari (monsignor Colangelo, vescovo di Castellammare e monsignor Cocle, vescovo di Patrasso). In realtà, la Regina influisce sulla vita del Palazzo nel rendere più selezionate le relazioni personali del Re e quest’ultimo più «riservato e rispettato» 17 ; consiglia provvedimenti per un maggiore controllo della morale pubblica (come quello delle mutandine nere alle ballerine del San Carlo). Non riesce, però, a svolgere un ruolo politico di rilievo, come avrebbe desiderato Carlo Alberto, allorché aveva organizzato il matrimonio, soprattutto nel favorire l’impresa spagnola di Don Carlos; si limita ad un’influenza graduale e discreta sul Re. I consigli al marito di mitezza, di mitigazione della politica repressiva contro i condannati politici, in particolare la commutazione di molte pene di morte (come quella di Rossaroll e complici che avevano attentato alla vita del Sovrano), vanno ascritte alla sensibilità religiosa e moralizzatrice più che ad un intento di svolta politica 18 . Ciò è confermato dalla sua quotidianità regale. Oltre ad avere ai suoi ordini la “camerista” De Felice, ha una Corte formata da Ferdinando d’Avalos, marchese di Vasto e Pescara, i duchi d’Ascoli, i principi di Bisignano, tre dame della famiglia dei duchi di Sangro. Nutre particolare affetto per la cognata Maria Antonia, che poi andrà sposa al duca di Toscana. In questo entourage legge ogni giorno la Bibbia e testi sacri tra cui L’Imitazione di Cristo, un testo basilare per un percorso di vita ascetico alla ricerca di Dio. La religione militante diventa il suo tratto caratterizzante: quando in carrozza incontra un sacerdote con il viatico per qualche ammalato, si ferma, scende e s’inginocchia a terra anche nel fango; fa in modo che tutti, a Corte, possano partecipare alla Santa Messa nei giorni festivi. A questa vita alterna qualche spostamento, come nel 1834 in occasione del viaggio in Sicilia e poi a Roma per la Settimana Santa. Ma la principale, quasi esclusiva, attività è la carità verso i bisognosi, al punto da generare la diceria che il Terzi avesse presso di sé un baule pieno di ricevute di chi aveva avuto un beneficio. Il rapporto coniugale è condizionato dalla bizzarria del Sovrano 19 , che la canzona, ridendo dei suoi scrupoli religiosi. Da qui gli aneddoti sulla sua infelicità 20 , dovuta alla lontananza dai luoghi e dagli ambienti noti, ad un marito conosciuto solo attraverso un ritratto, molto diverso da lei. A Corte, inoltre, sono logoranti i litigi fra il Re e la madre Maria Isabella, dalla vita scandalosa, che aveva tentato d’impedire il suo matrimonio e che non aveva partecipato alla cerimonia per darle il benvenuto; Maria Cristina, però, la ossequia e instaura con lei cordiali rapporti. Tesi sono i rapporti tra il Re e i fratelli, Carlo, principe di Capua, e Antonio, conte di Lecce. Maltrattamenti e dispiaceri che avrebbero contribuito ad accelerare la sua morte. Il rimpianto è breve: il nuovo matrimonio del Sovrano è celebrato un anno dopo. Tale versione è smentita da Croce, sulla base delle lettere di Maria Cristina a parenti e amici e delle testimonianze di persone inviate da Carlo Alberto per conoscere le condizioni di vita della Regina, descritta come una donna felice nella Corte napoletana, tranne che per qualche riserva sui modi e la scarsa eleganza del marito. Disaccordi e tensioni dipendono, piuttosto, dalla differenza di educazione fra i due: Ferdinando svela spesso abitudini plebee e la citata bizzarria di comportamento, cui ella si abitua. A suo modo l’ama, ne condivide la profonda religiosità 21 e risente della sua morte. La Regina è del tutto soggetta e obbediente al Re, che cerca in ogni modo di compiacere, come aveva fatto con i genitori, ma è anche capace di dare una nuova impostazione al rapporto col marito e con il popolo napoletano: Ferdinando e Maria Cristina si condizionano e si modellano reciprocamente. Non un sacrificio, quindi, questo matrimonio, ma un rapporto alla fine felice, secondo il tono delle lettere al consorte, cariche di affetto 22 . Dopo tre anni di matrimonio, nel 1835, rimane incinta; essendo di salute delicata, trascorre gli ultimi mesi nella Reggia di Portici per riposarsi, ma già presagisce qualcosa. All’avvicinarsi del parto, scrive alla sorella, duchessa di Lucca: «Questa vecchia va a Napoli per partorire e morire». Infatti, l’erede al trono nasce il 16 gennaio e Maria Cristina, per complicazioni sopravvenute, muore il 31 gennaio 1836, poco più che ventitreenne. Si vocifera che causa scatenante sia stato il dissidio tra il Re e il fratello Carlo, principe di Capua; quest’ultimo condividendo la comune opinione che il Sovrano fosse impotente a generare, s’irrita per la nascita dell’erede al trono che spegne la sua speranza di succedere a Ferdinando. Avrebbe, perciò, litigato con lui, fino a porre mano alle spade: «La regina li udì, balzò dal letto, si gettò in mezzo, li divise; e che, per questa paura, essendo ancor tenera di parto, la poveretta in capo a pochi giorni si morì. Questo fatto mi fu riferito da persona che soleva spillare tutti i segreti di corte» 23 . Era stata Regina per appena tre anni. Un dolore sincero segue la sua morte in tutto il Regno: i solenni funerali sono celebrati l’8 febbraio e, il giorno seguente, il corpo è tumulato nella basilica di S. Chiara, a Napoli, dove si trova tuttora.

4. Il ruolo politico del messaggio: la santa e la madre
Le biografie rimandano ad una santità che si costruisce nella gestione di ruoli, nel rapporto col Sovrano e con l’ambiente, nel sottolineare le diversità e, di conseguenza, la rassegnazione; ciò non esclude un’intesa di Maria Cristina col coniuge, basata sulla stessa fede religiosa, ma diversamente vissuta, ch esalta la capacità d’incidere sul comportamento del marito con la pratica caritatevole e messaggi di semplicità. Il pudore e il naturale senso dell’onore sono soggetti, da un lato, ad un’esaltazione legata all’attività di Regina, dall’altro alla vergogna generata dalla vita di Corte, con un allargarsi e amplificarsi delle emozioni rispetto alla vita precedente, quali la finale paura della morte, in un contesto a lei poco congeniale. Nell’ottica di un’antropologia culturale e sociale delle emozioni, Napoli apre Maria Cristina a nuove pratiche sentimentali e sociali che incidono sul corpo con una specificità tutta femminile e, da parte sua, la Regina coinvolge il popolo napoletano. Se questi sono aspetti frequenti della “santità femminile dinastica” 24 , legata ad un proselitismo nel pubblico e nel privato, nel nostro caso si configurano i risvolti politici del messaggio e dell’immagine della santa che è anche madre; il pudore offeso e canzonato si riscatta nella morte precoce e condiziona, infatti, la personalità del figlio Francesco, impari nella gestione del potere anche per aspetti caratteriali rapportabili alla sua educazione religiosa, che rasenta la superstizione. I biografi di Francesco II sottolineeranno questa “pesante” eredità, che lo rese debole e incapace di azioni risolutive nella breve, difficile fase del suo Regno. La venerazione che quest’ultimo mostra, fin dal momento della morte, per la giovane donna, che era stata capace di coniugare attivismo e impegno, privato e pubblico, e vocazione religiosa, accentua e perfeziona la fama di santità, di cui la Regina aveva già goduto in vita. Si diffonde l’abitudine di pregare presso la sua tomba, si narra di fatti prodigiosi accaduti per sua intercessione, che legittimano il processo di santificazione ufficiale 25 . Vanto anche dei regnanti piemontesi per le sue doti morali e intellettuali, entra comunque, come moglie e regina, a far parte del messaggio regale borbonico, se nel 1861 alcune bande d’insorti, quelle del Luvarà e del Giorni, portano sulla loro bandiera da un lato l’Immacolata Concezione, dall’altro l’immagine di Maria Cristina in ginocchio davanti alla Madonna, mentre calpesta la croce dei Savoia 26 . È la prova della sua «piena coscienza dinastica», che legittima anche il rapido processo di beatificazione, il 9 luglio del 1859, e «ce la consegna paradossalmente troppo coinvolta – quasi ne restasse invischiata nella temperie politica, sociale e culturale degli anni che fecero da sfondo alla sua santità vissuta e raccontata». Santità che non può scindersi, a differenza di altre Regine sante precedenti, dall’essere stata «strumento di governo» 27 .


Note


1 Roberto RUSCONI , Una chiesa a confronto con la società: la politica della santità in età contemporanea, in A A .V V ., Storia della santità nel cristianesimo occidentale, Roma 2005, 331-386.

2 Presso l’Archivio di Montevergine sono custoditi i documenti riguardanti la beatificazione affidata dalla Santa Sede, in qualità di postulatore della causa, all’abate di Montevergine. Guglielmo DE CESARE , nella Vita della venerabile serva di Dio Maria Cristina di Savoia regina delle Due Sicilie (cavata da’ processi per la beatificazione e canonizzazione), Roma 1863, esalta le sue virtù nell’ambito di un ritratto luminoso, lontano dalla cupezza frequente in questo genere agiografico. Cfr. al riguardo Sara CABIBBO , La santità femminile dinastica, in Lucetta SCARAFFIA , Gabriella ZARRI (a cura di), Donne e fede, Roma-Bari 1994, 409 sgg.; Giuseppe MONTIERI , Vita della venerabile serva di Dio Maria Cristina di Savoia regina delle Due Sicilie compilata da’ processi ordinarii per la di lei beatificazione e canonizzazione, Venezia 1880. Vincenzo S ARDI , La venerabile Maria Cristina di Savoia, Roma 1895. Come per tutti i sovrani molti componimenti poetici furono scritti in varie occasioni, rispondenti ai canoni del genere letterario. Vedi anche Renata DE LORENZO , Maria Cristina di Savoia, in Dizionario Biografico degli Italiani, 70, Roma 2008, 232-235.

3 CABIBBO , La santità femminile dinastica, 406 sgg.

4 La Regina Maria Clotilde (Versailles 23 settembre 1759 Napoli 7 marzo 1802) aveva ricevuto un’educazione religiosa ed era vissuta all’insegna della preghiera, votandosi alla castità col marito, dopo che il matrimonio con il Sovrano piemontese non aveva generato un successore. Entrambi entrarono nel Terzo Ordine domenicano, nel 1798 furono costretti ad andare esuli in Sardegna per poi spostarsi a Firenze, a Roma e nel 1800 a Napoli, dove la Regina morì nel 1802, a 42 anni, per malattia. Avendo come direttore spirituale il gesuita Senes, si adoperò per far ritornare i gesuiti negli Stati Sardi; è sepolta nella chiesa di S. Caterina a Chiaia, nella cappella della “Buona Pastora”. Vedi: http:// www.santiebeati.it/dettaglio/90716. Il suo nome fu dato a Ludovica Teresa Maria Clotilde di Savoia (1843-1911), figlia di Vittorio Emanuele II, re di Sardegna (poi re d’Italia), egualmente votata alla religione, che per ragioni di Stato nel 1859 dovette accettare controvoglia il matrimonio con Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte. Cfr. SCARAFFIA , ZARRI , Donne e fede.

5 Secondo Raffaele DE CESARE , La fine di un Regno, I, Roma 1975, 207-210, parlava poco l’italiano.

6 «[…] raro riconoscimento che i Pontefici sogliono concedere alle Sovrane che si sono segnalate per i loro meriti nel campo della Fede e della Carità». Maria Teresa BALBIANO D’ARAMENGO , Maria Cristina di Savoia, Torino 2002, 23-24.

7 Tornerà nella città anche nel 1828-29 per vacanza. Luciano REGOLO , La reginella santa. Tutto il racconto della vita di Maria Cristina di Savoia, sovrana delle Due Sicilie, Milano 2000, 82.

8 Maria Beatrice era duchessa di Modena, Maria Teresa era divenuta granduchessa di Lucca. Maria Anna, cui Maria Cristina era molto legata, sposa Ferdinando di Toscana, futuro Ferdinando I d’Asburgo e nel 1835 sarà Imperatrice.

9 Fin dal 1817 è richiesta in sposa dai Borbone di Napoli per il futuro Ferdinando II, quando i due bambiniavevano rispettivamente sette e cinque anni; nel 1827-28, da Luigi Filippo per il figlio Ferdinando duca d’Orléans, dal granduca di Toscana per il proprio primogenito, dalla Corte di Lisbona per l’infante don Sebastiano, nuovamente dalla Corte napoletana per Ferdinando II appena salito al trono, e da altri pretendenti. In particolare la madre evidenzia, contro l’ipotesi di un matrimonio con Ferdinando, caldeggiato da Carlo Felice, l’epilessia del giovane Borbone, accoglie le voci sui suoi rapporti con una ballerina, fa presente le opinioni della madre Isabella di Spagna, che con lui litigava spesso e lo denigrava. Stefano D E S IMONE , Il matrimonio di Maria Cristina di Savoia con Ferdinando II di Napoli alla luce di nuovi documenti, «Il Risorgimento italiano», XVII, 1924, 1-2, 1-35; B ALBIANO D’A RAMENGO , Maria Cristina di Savoia, 35-38.

10 REGOLO , La reginella santa, 161.

11 Sulle trattative per il matrimonio cfr. Ferruccio F ERRARA , Per i Borboni e i Savoia. La missione segreta del marchese Salvo in Piemonte per il matrimonio di Ferdinando II Borbone con Maria Cristina di Savoia (1831-1832), Bolzano 1943, in particolare 81 sgg., opera basata su documenti dell’Archivio di Stato di Napoli, fondo Casa Reale; Antonio M ONTI , Un drammatico decennio di storia piemontese e il maresciallo di Savoia V.A. Sallier de La Tour (1821-1831), Milano 1943.

12 Per la sua acquiescenza al volere dei superiori, sia a livello familiare che politico, appare dotata di scarsa personalità e Carlo Alberto la definisce «addirittura sciocca». BALBIANO D’ARAMENGO , Maria Cristina di Savoia, 83.

13 Ivi, 30, 62-63.

14 Nel convento di San Domenico Soriano Maria Cristina fonda un laboratorio di letti da dare alle famiglie bisognose; incentiva l’arte del corallo a Torre del Greco e l’industria della seta a San Leucio, dove fa aumentare il numero dei telai, compra nuovi macchinari, promuovendo l’industria napoletana di stoffe, sete, merletti e fiori artificiali.

15 Il viaggiatore inglese Nathaniel P. WILLIS (Pencillings by the way, London 1845) vede un elemento del suo fascino nella «verginale modestia». «Charmante et parfaite», affascinante e perfetta: così Camillo Cavour la definisce in una sua lettera. Sulla sua bellezza, frequenti sono le note dei diplomatici, come, poco prima del matrimonio, quella dell’ambasciatore francese a Torino, barone Barante; in genere, squisiti sono i giudizi degli inviati piemontesi di Carlo Alberto nel Regno. Tale il viaggiatore inglese Breme. B ALBIANO D’A RAMENGO , Maria Cristina di Savoia, 69, 75, 100.

16 Niccolò RODOLICO , Notizie su Ferdinando II e Maria Cristina in dispacci di ministri prussiani, «Rassegna storica napoletana», I, 1933, 2, 33-38.

17 Benedetto CROCE , Maria Cristina regina delle Due Sicilie in ID ., Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1927, 298. Croce ha fornito un’immagine più articolata della sua personalità, sottraendola al luogo comune della regina triste e dedita solo a interessi devozionali.

18 «Soccorritrice dei poveri – così Settembrini – cortese ed amorevole con tutti, sollevò un poco l’animo plebeo del re, lo corresse di alcuni bassi vizi, e fu cagione che la reggia, sempre stata un bordello e allora una caserma, divenisse costumata. Avvenente nella persona era amata dal popolo, rispettata da tutti: fu molto divota e donò alle chiese: i preti la mettevano in cielo, e poi che fu morta sparsero che fece miracoli, e compilarono un processo, che io posseggo, per dichiararla santa e canonizzarla». Luigi SETTEMBRINI , Ricordanze della mia vita, a cura di Renato BERTACCHINI , Firenze 1965, 31.

19 DE CESARE , La fine di un Regno, 207210.

20 Ad esempio: «Una volta che la regina Cristina stava per sedere innanzi al pianoforte, egli tirò indietro la seggiola; ed al suo riso, ella regalmente sdegnosa disse: “Credevo di aver sposato il re di Napoli, non un lazzarone”». S ETTEM BRINI , Ricordanze, 32-33. Vedi, inoltre, Pietro CALÀ ULLOA , Il regno di Ferdinando II, a cura di Giuseppe F. DE TIBERIIS , Napoli 1967; Harold ACTON , Gli ultimi Borboni di Napoli (18251861), Firenze 1997.

21 Narra De Cesare che, di fronte alle rimostranze della Regina per gli abiti succinti delle ballerine del San Carlo, il Re intervenne con misure che tenevano conto dei «rossori della consorte». C ABIBBO , La santità femminile, 414.

22 Le lettere sono indirizzate alle sorelle, al cognato-zio duca di Modena, alle dame, a Rosa Borsarelli, cameriera personale fin da quando Maria Cristina era bambina, e Barbara Mameli, sua balia. Sulla scrittura femminile esiste una recente, articolata bibliografia, ma il percorso di ricerca è ancora da approfondire. Ci limitiamo a citare Maria Luisa BETRI , Daniela MALDINI CHIARITO (a cura di), Dolce dono graditissimo. La lettera privata dal Settecento al Novecento, Milano 2000; Letizia PANIZZA , Sharon WOOD (a cura di), A history of womens writing in Italy, Cambridge 2000. Maria Luisa BETRI , Daniela MALDINI CHIARITO (a cura di), Scritture di desiderio e di ricordo: autobiografie, diari, memorie tra Settecento e Novecento, Milano 2002; Laura G UIDI (a cura di), Scritture femminili e storia, Napoli 2004; Alessandra CONTINI , Anna SCATTIGNO (a cura di), Carte di donne: per un censimento regionale della scrittura delle donne dal XVI al XX secolo, Roma 2005; Maria Antonietta QUESADA , Né regina, né santa: Maria Clementina Sobieska, in Marina CAFFIERO , Manola Ida VENZO (a cura di), Scritture di donne. La memoria restituita, Roma 2007, 233-255.

23 SETTEMBRINI, Ricordanze della mia vita, 43.

24 CABIBBO, La santità femminile.

25 Nel 1853 inizia, quindi, da parte della Chiesa cattolica il processo di beatificazione. Pio IX il 9 luglio 1859 le riconobbe il titolo di “venerabile”. La pratica andò avanti nei vari stadi con le relative approvazioni canoniche, anche per l’interessamento del figlio, Francesco II. Il 6 maggio 1937 Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù.

26 CROCE, Maria Cristina, 304.

27 CABIBBO, La santità femminile, 410.