Raimondo Lullo, un’indicazione per l’oggi

lullismoa cura di P.Pietro Messa, ofm

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Raimondo Lullo, un’indicazione per l’oggi

La vicenda, il pensiero e gli scritti di Raimondo Lullo sono al centro dell’attenzione di centri culturali, istituzioni accademiche, progetti di ricerca e diverse altre iniziative. Questo è accresciuto esponenzialmente in occasione del settimo centenario della morte a motivo del quale presso la Pontificia Università Antonianum giovedì 10 marzo 2016 monsignor Luis F. Ladaria, Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, e il prof. Maurizio Cambi dell’Università degli Studi di Salerno presenteranno il libro Il Lullismo in Italia: itinerario storico-critico.

Filosofi e cardinali, teologi e personalità di spicco della cultura internazionale guardano al Maiorchino percependo che possa offrire un aiuto a cogliere occasioni e rispondere a sfide del momento presente, soprattutto inerenti al movimento di popoli in atto. A titolo puramente esemplificativo sono riportati alcuni brani tratti da testi di Paul Josef Cordes, Umberto Eco, Gianfranco Ravasi, Giovanni Reale e Dario Antiseri.

Paul Josef Cordes

Raimondo Lullo, incessante araldo

Raimondo, il Trovatore, nella scuola dell’amore resta un cavaliere: non si accontenta dei sentimenti, ma resta ancorato alle verificabili condizioni e alla concreta pretesa che l’amore impone a colui che ama. Volendo piacere all’amato, l’amore aumenta in proporzione alla disponibilità di colui che ama di lasciarsi forgiare; è guidato dalla determinazione e si compie nel donarsi. […] Il cantore non abbellisce nulla, vedendo se stesso indegno della sua chiamata. Il cavaliere non fa il ruffiano con nessuno. Sebbene costantemente dipendente da altri, neppure da forestiero o pellegrino si dà al servilismo.

Nel personaggio di Blanquerna egli parla alla coscienza dell’imperatore; lascia una “Canzone del malcontento”, per dar voce al suo dolore davanti ai pastori consacrati e invita i peccatori a convertirsi, non risparmiando neppure se stesso, in quanto riconosce la sua stessa colpa. […] Solo Dio è il suo compagno di viaggio, il Tu della propria identità. Raimondo incomincia la sua prima opera a noi pervenuta subito dopo la sua conversione. Essa consta di circa 3000 pagine e la intitola “Il libro della contemplazione di Dio”. Stile e metodo sono determinati dal suo continuo dialogo con il Signore Dio, ed è percorso da una grande quantità di notizie autobiografiche. Egli scrive: «Ah, Gesù Cristo, nato dalla nostra Santa Vergine Maria! Siete stato saggio, Signore, all’inizio, a metà e alla fine dei giorni che avete vissuto in questo mondo; io invece sono stato uno stolto fin dall’inizio dei miei giorni, fino a che, dopo che erano trascorsi trent’anni, incominciai a ricordarmi della Vostra Sapienza, a desiderare la Vostra lode, e a commemorare la Vostra Passione».

Anche se l’opera filosofica del beato documenta a volte una vertiginosa capacità di astrazione, le sue affermazioni in materia di fede si fissano in un rapporto d’amicizia intimo e personale con Gesù Cristo. Per tale motivo è considerato un catecheta; egli conduce il lettore nel suo stesso incontro con Dio, lo conquista e così gli insegna ad amare. […] Di grande attualità è oggi in modo particolare la sua personalizzazione del contenuto di fede. Amare Dio e Gesù Cristo significa anche cercarli con il cuore. Puntare la luce dell’annuncio su di loro e avvicinare la fede all’anima può risvegliare e rinvigorire quelle forze che generalmente caratterizzano una riuscita relazione tra un io e un tu: la fiducia e la perseveranza; mentre la paura e l’incostanza la indebolisce. […] Quando Raimondo, nove anni dopo l’incontro con Cristo, riconobbe più chiaramente il suo compito, si divise da sua moglie Blanca e dai suoi figli Dominikus e Magdalena e si ritirò in un eremo. Alla famiglia venne mandato un procuratore, che doveva amministrare, proteggere e difendere i beni da lui lasciati. Il prescelto prese dunque una decisione che nella sua radicalità risulta umanamente sgradevole. La sua partenza è documentata: non avendo un cuore di pietra, egli non ruppe per nulla facilmente o definitivamente con i suoi cari, ma si sentì sempre legato a loro. Quando nel 1299 su preghiera di re Giacomo II scrisse il “Libro della preghiera”, lo dedicò espressamente anche a sua moglie Blanca. E nel testamento del 1313 tenne conto di lei per i beni rimasti. L’amore umano verso i suoi cari non si era spento, ma a causa della sua chiamata e dell’amore più grande per Dio accettò il dolore della lontananza. […] Vi è qualcosa di coinvolgente nell’amore di Raimondo per Cristo. In quanto mistico, egli non ha soffocato la sua sensibilità naturale, né ha spento la sua fame creaturale o il suo desiderio terreno. E l’amore di Cristo non l’ha conquistato con facilità; gli ha chiesto invece un grande impegno. Ma il premio è in grado di compensare tutto, perché in gioco c’è quanto di definitivo eccelle sopra ogni cosa.

Da: Paul Josef Cordes, Sulle orme di Dio. I grandi mistici di ieri e di oggi, LEV, Città del Vaticano 2012.

Umberto Eco

L’Ars Magna di Raimondo Lullo

Ramón Llull (latinizzato in Lullus, e italianizzato come Raimondo Lullo), vissuto tra il 1232 circa e il 1316, è un catalano nato a Maiorca e dunque cresciuto al crocevia di tre culture, la cristiana, l’ebraica e l’islamica. Non solo si è fatto interprete di queste tre tradizioni ma è stato il primo filosofo europeo a scrivere opere dottrinali in volgare, e alcune in rima, con cadenze popolari, “affinché si possa mostrare logica e filosofia a chi non sa né latino né arabico” (Compendium 6-9).

Anzitutto però vanno espunte dal corpus lulliano le opere di alchimia, che sono tutte spurie: la fama di Lullo era divenuta tale che vari cultori di scienze occulte gli hanno attribuito le loro opere. Lullo scrisse anche opere mistiche, poetiche, pedagogiche, come il romanzo Blanquerna, o il Libro dell’amico e dell’amato, ma le opere che hanno avuto maggior influenza sul pensiero successivo sono quelle dedicate alla Ars Magna.

Divenuto terziario francescano dopo una vita dissipata, Lullo vuole unificare cristianesimo, ebraismo e islamismo intorno al nucleo comune di verità condivise, ma in effetti è interessato alla cristianizzazione degli infedeli. L’idea di una conversione degli infedeli è viva nel mondo francescano: si pensi alla missione nel corso della V crociata, di san Francesco presso il Soldano di Babilonia (ossia il sultano al-Malek el-Kāmil del Cairo) nel tentativo di convertirlo al cristianesimo, o agli appelli di Bacone per uno studio delle lingue, in modo da poter parlare agli infedeli e di essere in grado di apprendere da loro tesori di saggezza che essi non avevano diritto di possedere.

Lullo però vuole inventare una sorta di lingua universale che possa convincere chiunque delle verità della religione cristiana sulla base di un calcolo rigorosamente matematico. A questa impresa dedica la maggior parte della sua vita, viaggia in Europa e in oriente, e la tradizione vuole che sia stato martirizzato dagli infedeli. In effetti subisce un’aggressione a Tunisi, ma muore poi a Maiorca; sarà però beatificato come martire da Pio IX, nel 1850.

Da: Storia della Filosofia 1. Dall’Antichità al Medioevo, a cura di U. Eco - R. Fedriga, Ed. Laterza, Bari 2014, pp. 525-526.

Gianfranco Ravasi

Il Gentile aperto alle fedi

La curatrice, Sara Muzzi, mi invia il volume con una dedica essenziale: «Un Cortile dei Gentili medievale!». A molti lettori è, infatti, nota la mia iniziativa, sulla scia di un invito inserito in un discorso di Benedetto XVI, a costituire uno spazio di dialogo tra credenti e non credenti, ponendolo all'insegna di quell'atrio che nel tempio ebraico di Gerusalemme poteva ammettere anche i pagani, così che voci e sguardi s'incontrassero, pur nella diversità delle identità. Chi è mai il precursore medievale di questa intuizione?

È un sorprendente e affascinante personaggio del XIII secolo di Palma di Maiorca, Raimondo Lullo: quand'ero prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, tra i non pochi che chiedevano di attingere a un cospicuo fondo di codici manoscritti lulliani là custodito c'era Umberto Eco che mi confessava la sua sconfinata ammirazione per questa figura proteiforme. Sposato con due figli, funzionario del re Giacomo II, cultore di poesia trobadorica, si converte in seguito a un'apparizione del Crocifisso; si fa pellegrino, si consacra alla studio dell'arabo e della filosofia e teologia musulmana accanto a quella cristiana; si ritira su un monte, viaggia a Montpellier e a Parigi dal re e a Roma dal Papa, cade in depressione a Genova, ma rianimato dallo spirito del dialogo, si reca in missione a Tunisi, da dove è espulso e ripara a Napoli.

Si sposta tra Barcellona, Maiorca, Parigi e Anagni (da Bonifacio VIII), s'imbarca per Cipro, rientra a Parigi, s'imbarca per una nuova missione in Algeria ove è imprigionato. Espulso, fa naufragio presso Pisa, corre dal Papa che è ad Avignone, si reca a Parigi e a Vienna per partecipare all'omonimo concilio del 1311-12. Si trasferisce a Messina e di lì a Tunisi e, infine, probabilmente nella sua terra di nascita, muore tra il 1315 e il 1316 ultraottantenne. In questa girandola frenetica di viaggi, eventi, incontri e scontri riesce a scrivere una valanga di testi (ad esempio, quando è a Messina in un anno, nel 1313, compone almeno una trentina di scritti). Ma la sua curiosità e l'ansia di confronto interculturale e interreligioso erano sbocciate in quell'osservatorio privilegiato ove aveva visto la luce, l'isola catalana di Maiorca protesa sul Mediterraneo con le presenze vivaci e non conflittuali delle tre religioni monoteistiche: cristianesimo, ebraismo e islam.

Ora, l'opera Il libro del Gentile e dei tre Savi, che Sara Muzzi mi ha inviato (con la traduzione dal catalano di Anna Baggiani, scomparsa durante la stampa del testo) incarna in modo geniale proprio la passione di Lullo per il confronto tra culture e fedi diverse. Tra l'altro egli, definito «geniale plasmatore della lingua catalana», una lingua viva anche da noi ad Alghero, scriveva pure in arabo, la lingua della "missione", e in latino e aveva costituito una fondazione per l'insegnamento plurilinguistico perché «tutte le genti si comprendessero, si amassero e convenissero per servire Dio». Instancabile, compose almeno 280 opere inseguendo tutto l'arco dello scibile in un eclettismo che spaziava dalla teologia alla medicina, dalla filosofia all'astronomia, dalla logica al diritto, dalla retorica alla matematica, dalla mnemotecnica alla mistica, dalla politica alla pedagogia e altro ancora.

Forse ammiccando al Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano di Abelardo (1141-42), Lullo mette in scena tre sapienti, un ebreo, un cristiano e un musulmano che cercano di dimostrare a un Gentile (un filosofo agnostico) la verità delle loro fedi, aprendo però un percorso teso a convergere verso un unico Credo. Infatti, passeggiando e discutendo, i tre Savi scoprono un prato con una fontana e cinque alberi. Là una misteriosa nobildonna, il cui nome è Intelligenza, li guida in un arabesco metaforico le cui ramificazioni tematiche e logiche si sviluppano proprio lungo quei cinque alberi, dotati di altrettante nuvole di fiori (49 per tre piante, 21 e 7 per le altre). Il simbolismo numerico è dominante e nel lettore crea un senso di spaesamento e di vertigine. Ma l'autore tiene le fila perché si approdi a quella meta unificatrice che non è, però, un sincretismo incolore, bensì la volontà di ricerca e di dialogo permanente nella reciprocità e nel rispetto.

Scrive, infatti, un esegeta lulliano, Orlando Todisco: «Lullo riflette a partire dai momenti più alti delle tre religioni. La sua è una presa d'atto di ciò che le tre religioni hanno saputo produrre, che egli evoca per risvegliare la coscienza critica e attivare un processo di crescita verso un'intesa sostanziale tra uomini di razze e di culture diverse». È, comunque, interessante scoprire l'indicazione della curatrice secondo la quale nella letteralità del testo, che descrive il dialogo interreligioso fra i tre monoteismi, si intuisce in filigrana un metatesto allegorico che introduce l'itinerario dell'anima verso la conoscenza di Dio sotto la guida dell'arte coi suoi simboli e le sue metafore da decodificare.

Tanto rimane da dire su quest'opera, così fluida e rigorosa al tempo stesso, e sul suo autore, artefice di una "scuola di missione" fondata non sull'imposizione attraverso la crociata, ma sul confronto intellettuale. Vorrei solo evocare il suo testamento-confessione, tratto da un'opera del 1311 ironicamente sottotitolata (il titolo è Phantasticus) «Disputa del chierico Pietro con l'insensato Raimondo»: «Sono stato sposato, ho avuto figli, ero adeguatamente ricco, dedito al piacere e alle cose del mondo. Ho volentieri abbandonato tutto ciò per poter procurare onore a Dio e beneficio agli altri e per esaltare la santa fede. Ho appreso l'arabo, più volte sono andato a predicare ai saraceni e per la fede fui imprigionato, incarcerato e bastonato. Ho faticato per 45 anni a spingere la Chiesa e i principi cristiani al bene del popolo. Ora sono vecchio e povero, ma resto della stessa idea e ci resterò fino alla morte, se il Signore me lo concederà. Tutto ciò ti sembra un'insensata utopia o non ti sembra tale? Sia la tua coscienza a giudicare...».

Pubblicato su Il Sole 24Ore (domenica 19 agosto 2012), quale recensione a Raimondo Lullo, Libro del Gentile e dei tre Savi, a cura di S. Muzzi e A. Baggiani, Paoline, Milano 2012.

Giovanni Reale – Dario Antiseri

L’Ars magna di Raimondo Lullo

Parlando di logica medioevale, un cenno merita senz’altro il maiorchino Raimondo Lullo (1235-1315). Il fatto è che, mentre tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV, la logica – come già sappiamo – tenta di liberarsi dai vincoli che la tenevano legata alla metafisica e alla teologia e di configurarsi come scienza a sé, l’Ars magna di Lullo intende porsi decisamente a servizio di un fine religioso. Lullo, che si considerava il procuratore degli infedeli, concepiva la sua arte come un arsenale di infallibili strumenti argomentativi capaci di costringere all’assenso ebrei e musulmani e in grado di convertirli alla religione cristiana.

Non ci vuole molto a comprendere che l’arte di Lullo è una cosa ben diversa dalla logica formale, qualora si dia un pur rapido sguardo al contenuto della sua Ars magna (1308). Questa si divide in tredici parti: alfabeto, figure, definizioni, regole, tavole, ecc. L’alfabeto è costituito da nove lettere: B, C, D, E, F, ecc.; e a ciascuna di queste lettere sono assegnati sei significati differenti: un principio assoluto, un principio relativo, una domanda, un soggetto, una virtù e un vizio. Così, ad esempio, i significati di B e C sono i seguenti:

«B= Bontà, differenza, utrum, Dio, giustizia, avarizia

C= Grandezza, concordanza, quid, angelo, prudenza, gola».

Per mezzo di questo alfabeto si costruiscono quattro figure. La prima è di forma circolare, divisa in nove parti uguali e in ognuna di queste parti è posta una lettera dell’alfabeto. Sotto al sostantivo che precisa uno dei significati della lettera c’è l’aggettivo corrispondente. Così sotto la B, c’è Bonitas; e sotto Bonitas c’è Bonum. Sotto la K c’è Gloria; e sotto a Gloria c’è Gloriosum. Una linea retta unisce ciascuna delle nove parti con le restanti otto, in modo da indicare le combinazioni di ciascun termine con i diversi aggettivi specificati. E avremo allora combinazioni come queste: la bontà è grande; la grandezza è buona; Dio è grande; la grandezza è divina, e così via.

La seconda figura è costituita da tre triangoli di differenti colori ed essa svolge la funzione di consentire la scelta tra le molteplici combinazioni ottenibili a opera della prima figura; e tale scelta è effettuabile in base a principi quali: la differenza, la concordanza, la contraddizione, la superiorità, l’uguaglianza, l’inferiorità, ecc. La terza figura è composta da trentasei caselle e serve a combinare le due precedenti.

La quarta figura è una sorta di macchina fatta di tre cerchi concentrici di diametro disuguale. Di questi tre cerchi, il medio gira sul grande e il piccolo sul medio. Ognuno di essi porta le nove camere nelle quali stanno le nove lettere dell’alfabeto. Dalla rotazione dei cerchi si ottengono tutte le possibili combinazioni:  «Et sic per media camerarum homo venatur necessarias conclusiones».

«La scomposizione dei concetti composti in nozioni del tutto semplici, l’uso costante di lettere e di simboli per indicare queste nozioni, sono quindi tutti mezzi per l’acquisizione di un linguaggio artificiale e perfetto e di una specie di meccanismo concettuale simbolico. Poiché, se la scoperta  dei termini basta a cogliere i fondamenti, le radici di tutto, d’altra parte occorre però scoprire anche una regola che consenta di operare tutte le combinazioni possibili dei termini e di riprodurre così l’intera trama del pensiero divino che traspare, del resto, per symbola, nella grande macchina dell’universo» (C. Vasoli).

È così, allora, che la «Macchina del lullismo e la grande costruzione cosmologica della cabbala potranno incontrarsi nel comune terreno del simbolismo, dell’allegorismo e dell’esemplarismo mistico» (Paolo Rossi).

Le concezioni di Lullo avranno una grande fortuna addirittura sino verso la metà del Settecento. Ma sebbene l’Ars magna venisse tradotta in francese ancora nel 1634, essa non fu mai apprezzata dai logici. Laibiniz dirà che essa: «È solo l’ombra della vera arte combinatoria […] ed è così lontana da quell’arte come lo è il fanfarone dall’uomo eloquente e insieme solido».

Più vicino a noi, il logico e filosofo americano Charles S. Peirce dice che le idee di Lullo sono semplicemente assurde. E tuttavia, staccando Lullo dal suo contesto storico e guardando le cose con il senno di poi, dobbiamo se non altro dire che: «Troviamo in Lullo, almeno in germe e per quanto maldestramente ne abbia saputo trarre partito, due idee che predomineranno, prima in Leibiniz e poi nei nostri contemporanei, sulle opere di logica, ossia quelle di caratteristica e quelle di calcolo […] Egli ha fatto uso sistematico del simbolismo visuale: lettere, figure geometriche, colori, schemi come quello dell’albero, ecc.. […]. E con l’aiuto di questo simbolismo egli vuole permettere di sostituire alle operazioni intellettuali spesso incerte la sicurezza di operazioni quasi meccaniche proposte una volte per tutte» (R. Blanché).

Da: D. Antiseri - G. Reale, Il pensiero occidentale 1. Antichità e Medioevo. Nuova edizione riveduta e ampliata, Biblioteca La Scuola, Brescia 1994, pp. 647-648.

http://www.antonianum.eu/it/nel_mondo/altre_istituzioni/centro_italiano_di_lullismo

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