Liturgia

QUARESIMA: IL TRIPLICE ITINERARIO SPIRITUALE VERSO LA PASQUA

quaresima2014A cura di Mons. Oscar Battaglia - con la concessione dell'autore

Parlare oggi di quaresima non fa buona letteratura. Nella nostra società laicizzata e indifferente, ci sono tanti pregiudizi contro questa secolare istituzione ecclesiale. E’ considerata un residuo del Medioevo per il suo carattere triste, austero, lugubre soffuso di mestizia e di malinconia a cominciare dal colore liturgico viola che è quello delle esequie. La quaresima sembra voler bandire forzatamente la gioia e la spensieratezza del carnevale appena trascorso e chiuso bruscamente con il Mercoledì delle Ceneri. Sembra necessario riscoprirne il vero volto come cammino di fede pensoso e insieme gioioso verso la Pasqua.
Già, ma quale Pasqua?
Per noi oggi è pacifico che si tratti della Pasqua di risurrezione di Gesù, quella che commemoriamo ogni settimana con la festa della domenica (dies dominica).


   Ma tra il II e III secolo non c’era ancora accordo nello stabilire il giorno esatto della festa di Pasqua. Le chiese dell’Asia, con a capo Efeso, celebravano la Pasqua insieme agli ebrei il 14 del mese lunare di Nisan, cioè il venerdì, primo giorno degli azzimi e giorno della morte di Gesù in croce (Gv 19,42). La chiamavano la «Pascha staurosimon» (la pasqua di croce) e i suoi sostenitori erano detti «quattordecimani», dal giorno 14 di Nisan in cui celebravano scrupolosamente la festa pasquale. In occidente, a Roma, ad Alessandria, a Gerusalemme, ad Antiochia la pasqua si celebrava la domenica dopo il 14 di Nisan, cioè dopo la prima luna piena di primavera, e la chiamavano «Pascha anastasimon» (pasqua di risurrezione).

   La controversia raggiunse il suo culmine al tempo di papa Vittore (189-198), quando il pontefice, per riportare ordine, minacciò di scomunica le chiese dell’Asia, se non si fossero uniformate alla prassi delle altre chiese nel celebrare la Pasqua di Domenica. Per scongiurare il rischio di uno scisma S. Ireneo di Lione (140-202) scrisse allora un’accorata lettera a Vittore. Eusebio di Cesarea (+340), nella sua Storia della Chiesa, ce la trascrive. Ireneo ricordava al papa la tolleranza finora praticata e ad essa si appellava: «Quando il beato Policarpo (+167) venne a Roma al tempo di Aniceto (155-166) trovò l’accordo con lui su altre piccole divergenze, ma sul capitolo della Pasqua essi evitarono ogni contesa. Infatti Aniceto non poté convincere Policarpo a cambiare consuetudine, perché egli diceva di averla praticata fin dall’inizio con Giovanni discepolo del Signore. Nemmeno Policarpo riuscì a convincere Aniceto ad adottare la consuetudine orientale, perché affermava di dover mantenere la tradizione dei presbiteri suoi predecessori» (His. Eccl. V, 24). Per l’apostolo Giovanni fondatore delle chiese dell’Asia, la crocifissione di Gesù era la festa della sua «esaltazione» o della sua «glorificazione», un tuttuno con la risurrezione (Gv12,32.34;12,16,23,28). Un giorno triste e gioioso insieme.

   Vittore desistette dal suo proposito di scomunicare le chiese orientali e la controversia finì per spegnersi in maniera naturale davanti alle difficoltà che la consuetudine creava per l’unità tra le chiese. La data fissa del 14 di Nisan infatti non cadeva sempre di Venerdì e quando non c’era l’abbinamento si allargava il divario con le chiese d’occidente, che celebravano la Pasqua sempre la prima domenica dopo la luna piena di primavera. Al Concilio di Nicea, nel 325, il problema era già sanato in radice ed tutti celebravano ormai la Pasqua di risurrezione la domenica.

   Da allora iniziò a strutturarsi in maniera sempre più ricca la quaresima come tempo di preparazione alla Pasqua. Oggi possiamo distinguere tre itinerari che si sono accavallati nel tempo: L’itinerario di fede dei credenti, l’itinerario dei penitenti pubblici che si preparavano al perdono pasquale, l’itinerario dei catecumeni che vi percorrevano l’ultima tappa della preparazione al Battesimo. La riforma sollecitata dal Concilio Vaticano II ha operato una sintesi feconda di questi tre elementi tradizionali, semplificando i riti e sviluppando i temi più attuali. Sembra aver seguito la regola dettata da Gesù nel Vangelo: «Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,32). Per rendercene conto ripercorriamo il cammino storico della quaresima lungo i secoli nelle tre tappe appena segnalate.  


1. L’itinerario dei fedeli alla sequela di Gesù

     Gesù aveva detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me , rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Da questa esigenza cristiana di sequela è nato il cammino pasquale dei credenti desiderosi di solidarizzare con Gesù avviato sulla via della croce. Nel III secolo era stato già fissato liturgicamente il tempo post-pasquale dei cinquanta giorni di attesa della Pentecoste. Fu facile stabilirlo perché il periodo era chiaramente indicato negli Atti degli Apostoli. Mancava però una specifica indicazione biblica parallela per il tempo che precede la Pasqua. Solo più tardi venne fissato un adeguato tempo simmetrico a quello del dopo pasqua. All’inizio ci fu solo l’indicazione di due giorni di digiuno settimanale che si praticava però tutto l’anno: il mercoledì e il venerdì. Era stato fissato in simmetria e in concorrenza con i due giorni settimanali di digiuno osservati dai farisei: il lunedì e il giovedì, come indica la parabola evangelica del fariseo e del pubblicano (Lc 18,12). Solo che per i cristiani quel digiuno assunse un preciso significato pasquale, legato ai giorni della passione di Gesù.

   Ne parla la prima volta La Didachè («La Dottrina dei dodici apostoli»), un testo catechetico-liturgico composto intorno agli anni 90-100: «Non osservate il digiuno quando lo praticano gli ipocriti (i farisei); costoro digiunano il secondo e quinto giorno della settimana: Voi digiunate il quarto giorno e il giorno della preparazione al sabato» (8,1). Questo testo autorevole prescrive ai cristiani di digiunare il mercoledì e il venerdì di ogni settimana e non il lunedì e il giovedì come facevano i farisei. La motivazione cristiana di questa scelta appare nella «Didascalia degli Apostoli» (un testo del III sec.), e più tardi in S. Epifanio, vescovo di Salamina (+413): «Il mercoledì e il venerdì si passino nel digiuno fino all’ora nona, perché quando iniziava il mercoledì, il Signore è stato tradito da Giuda e arrestato e il venerdì ha subito la morte di croce» (De fide 22).

   Forse sulla scia di questa consuetudine settimanale, La Tradizione apostolica di Ippolito romano (215) comanda un digiuno rigoroso il Venerdì e il Sabato santo: «Nessuno prenda nulla a Pasqua prima che si faccia l’offerta, altrimenti il digiuno non è valido. Ma la donna incinta o colui che è malato e non può digiunare per due giorni di seguito, digiuni solo parzialmente il sabato, accontentandosi di prendere pane e acqua» (n.33). Il Vescovo S. Dionigi (+265) ci informa che ad Alessandria, già nel III secolo, il digiuno di preparazione alla Pasqua si era esteso a tutta le settimana santa. La consuetudine raccomandata autorevolmente da S. Atanasio (295-373) nelle sue «Lettere Festive», passò a Roma ed ebbe il nome di «Hebdomada maior», cioè la settimana più grande dell’anno. Poco dopo però, sempre a Roma, compaiono tre settimane di preparazione alla Pasqua, ma non conosciamo la ragione di tale istituzioneua quaqq. Sappiamo solo che questo periodo erano considerati di digiuno tutti i giorni, eccetto il Sabato e la Domenica, nei quali era assolutamente proibito digiunare.

   Nel IV secolo a Roma e in altre chiese compare la vera e propria Quaresima, raccomandata dal Concilio di Nicea (325) . S. Girolamo parla di questo tempo di preparazione alla Pasqua come diun tempo già conosciuto. Nella Lettera a Marcella, scritta nel 384, narra con linguaggio fiorito la vita penitente della vergine Asella sua contemporanea: «Per tutto il corso dell’anno si nutre con un digiuno continuo che protrae anche per due o tre giorni. Ma durante la Quaresima spiega le vele del suo naviglio e cuce quasi tutte le settimane l’una all’altra col digiuno, sempre con volto sorridente» (Lett. 24,4). Interessante è anche la descrizione dettagliata della celebrazione della Quaresima a Gerusalemme fatta dalla pellegrina Egeria intorno al 380. La narrazione inizia con queste notizie: «Quando giunge il tempo pasquale, lo si celebra così. Da noi si osservano quaranta giorni prima di Pasqua, qui invece si osservano otto settimane prima di Pasqua. Si fa così perché nei giorni di sabato e di domenica non si digiuna, tranne un solo sabato, quello della vigilia di Pasqua in cui si deve digiunare; eccetto questo giorno di sabato non si digiuna mai. Così dunque tolti dalle otto settimane le otto domeniche e i sette sabati, rimangono quarantuno giorni di digiuno effettivo, che si chiamano «eortae» cioè Quaresima»(Itin.27,1).

Come si vede il tempo quaresimale a Gerusalemme si contava dall’ottava domenica prima di Pasqua, fino alla domenica di risurrezione. Nelle chiese d’occidente invece il tempo quaresimale contava cinque settimane e si concludeva il giovedì santo. Gli ultimi tre giorni, cioè il venerdì, il sabato e la domenica di Pasqua, erano fuori conto ed erano considerati «triduo pasquale». Nel V secolo, l’intera settimana santa, con inizio alla domenica delle Palme, fu considerata parte a sé stante fuori del conteggio quaresimale, e venne chiamata Settimana di Passione. Per mantenere però il numero di quaranta giorni, si anticipò la quaresima al mercoledì che precedeva la prima domenica. Nel «Sacramentario Gelasiano», attribuito a papa Gelasio I (492-496), quel Mercoledì è chiamato «Feria quarta di inizio della quaresima»; altrove è detto «inizio del digiuno» (in capite ieiuni). Solo nel sec. X, quando si cominciò a imporre le ceneri sul capo dei penitenti pubblici, quel giorno si chiamò «Mercoledì delle ceneri».    

     Il numero quaranta fu scelto per il suo alto valore simbolico biblico. Esso richiamava i 40 giorni di digiuno di Gesù nel deserto, i 40 giorni del diluvio, i 40 giorni trascorsi da Mosè sul monte Sinai in attesa della Legge, i 40 giorni di viaggio di Elia fino al monte Oreb, i 40 giorni di predicazione penitenziale di Giona a Ninive, i quaranta giorni di esperienza del Cristo risorto nella chiesa apostolica. Ce n’era abbastanza per stabilire collegamenti e riflessioni spirituali di arricchimento della quaresima. Dal punto di vista pratico, il digiuno dei primi cinque giorni di ogni settimana consisteva nel prendere un solo pasto al giorno, nell’astenersi dal mangiare carne, nel dedicare maggior tempo alla preghiera e al raccoglimento, nel compiere opere di carità corporali e spirituali, nell’evitare il più possibile il peccato. Insomma si cercava di rimanere in comunione più intima e personale con Dio, per farlo entrare sempre più nella vita quotidiana. Era una specie di corso di esercizi spirituali aperti a tutti, guidato dalla ricca Parola di Dio fornita dalla liturgia quotidiana. S. Giovanni Crisostomo chiamava tutto questo un «digiunare senza digiunare».     

   Forse dal desiderio di nutrirsi con più abbondanza alla mensa della Parola nacque l’idea di allungare i tempi della quaresima. Il resto lo fece lo zelo di qualche prelato, e così nel VI secolo a Roma si inventò la Quinquagesima che fissava la preparazione alla Pasqua in cinquanta giorni. L’idea originale era quella di creare una perfetta simmetria e un contrappeso al tempo post pasquale dei cinquanta giorni di preparazione alla Pentecoste. Poi lo zelo non ebbe più limiti e qualche anno dopo inventò un ulteriore prolungamento con l’introduzione prima della Sessagesima e poi della Settuagesima. Così la preparazione alla Pasqua finì per durare otto settimane come quella che si praticava a Gerusalemme al tempo della pellegrina Egeria e probabilmente per gli stessi motivi citati sopra. C’è da notare che in queste 3 settimane aggiunte non si digiunava come nel resto della quaresima. Il cambiamento di tempo si notava solo dal colore viola usato nella liturgia, dalla esclusione del Gloria nella Messa e dell’Alleluia da tute le antifone e del Te Deum nella liturgia delle ore.

     Questa specie di annacquamento liturgico finì per svilire il significato di un tempo stiracchiato e allungato oltre misura. La riforma del Concilio Vaticano II riportò il tempo quaresimale alla sua originaria durata, abolendo la quinquagesima, la sessagesima e la settuagesima. Fu l’occasione per evidenziarne il significato ascetico che essa deve avere per la vita del cristiano, che la Costituzione «Sacrosantum Concilium» esprime con queste parole: «Il duplice carattere della quaresima che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al Battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e la preghiera più intensa, sia posto in maggiore evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica» (n. 109). Queste parole ci introducono nei due cammini quaresimali più specifici: quello penitenziale e quello battesimale.   



2. L’itinerario dei penitenti pubblici verso il perdono

   Caratteristico della quaresima era il percorso seguito dai penitenti pubblici per ottenere il perdono dei loro gravi peccati commessi. Il cammino iniziava il Mercoledì delle ceneri quando il vescovo accettava la loro richiesta di assoluzione da amministrare il Giovedì Santo o il Venerdì Santo. La disciplina penitenziale riguardava alcuni peccati gravi e di dominio pubblico che, per il loro carattere scandaloso comportavano la scomunica, cioè la rottura della comunione con la chiesa. Tali erano considerati: l’omicidio, l’apostasia, l’eresia, e anche l’adulterio e l’incesto quando divenivano noti. L’amministrazione del sacramento della penitenza in questi casi esigeva condizioni molto severe e il perdono era concesso una sola volta in vita. Era infatti chiamato «seconda penitenza», dopo quella del Battesimo e, come questo sacramento, era considerato irrepetibile.

   Per ottenere tale perdono spesso gli interessati ricercavano la raccomandazione dei martiri, che garantivano la sincerità del pentimento e chiedevano, in virtù delle loro catene e delle loro sofferenze, una misura più abbondante di misericordia. S. Cipriano, in una lettera a loro indirizzata nel 250, li rimproverava benevolmente per la loro eccessiva larghezza, dicendo: «Vi chiedo di ponderare con cura e con prudenza i desideri dei postulanti, di esaminare come amici del Signore, destinati un giorno ad esser giudici insieme con lui, la condotta, le opere e i meriti di ciascuno e di tener conto della natura e della qualità dei peccati, perché la nostra chiesa non abbia ad arrossire poi davanti ai pagani» (Epist. XV,3). C’era il rischio di essere troppo benevoli verso chi non era sinceramente pentito e non garantiva un serio e deciso cambiamento di rotta.

     La severità, che noi oggi giudichiamo eccessiva, aveva funzione pedagogica per la chiesa antica: Era un deterrente per tenere lontano i fedeli da quei peccati considerati di gravità inaudita, una specie di ritorno al paganesimo. L’amministrazione vistosa di quella penitenza faticosa e crudele era un ammonimento e un richiamo per chi aveva una condotta rilassata e incolore per spingerlo ad un impegno più coerente. Infatti per gli altri peccati, specie quelli che non suscitavano scandalo e non erano di dominio pubblico, il perdono era possibile in qualsiasi momento e tutte le volte uno ne sentisse il bisogno. Era sempre possibile la penitenza privata amministrata in varie forme. La quaresima era per tutti il tempo più adatto per chiedere perdono a Dio e fare penitenza per la colpe personali e collettive. Comunque ogni fedele, che aveva davanti agli occhi il duro e umiliante cammino dei penitenti, era costretto a pensare e ad esaminarsi davanti a Dio e alla chiesa.

     I penitenti pubblici seguivano un cammino in varie tappe con un diverso trattamento proporzionato alla gravità del peccato commesso e alle circostanze che lo avevano provocato. Nulla era automatico e impersonale. Il peccatore che desiderava ottenere il perdono chiedeva al vescovo di essere ammesso all’ordine dei penitenti, la mattina del Mercoledì delle ceneri. Gli venivano imposte le mani in segno di accettazione, gli veniva assegnato un vestito di sacco, gli si cospargeva di cenere il capo. Egli abbracciava allora un tenore di vita austero capace di esprimere con chiarezza il sincero pentimento del cuore. Doveva astenersi dai bagni, dormire sulla nuda terra, esprimere tristezza col pianto frequente, nutrirsi di cibi semplici a base di verdure e legumi, digiunare frequentemente, inginocchiarsi alle porte delle chiese per chiedere preghiere e perdono ai fedeli che entravano e uscivano.

     Esistevano quattro categorie o classi di penitenti pubblici: Quella dei piangenti ( flentes), che restavano fuori della chiesa e si raccomandavo piangendo alle preghiere dei fedeli che venivano a pregare; quella degli uditori (audeientes), che erano ammessi in chiesa, in un luogo appartato, ad ascoltare la lettura della Parola di Dio, ma che poi erano invitati dal diacono ad uscire appena finita la liturgia della parola; quella dei prostrati (substrati), che se ne stravano in atteggiamento di adorazione, prostrati all’interno della chiesa con pianti e sospiri, fino alla conclusione della liturgia della parola ed erano poi congedati insieme ai catecumeni con la benedizione del vescovo. Infine c’era la categoria degli astanti (consistentes), che stavano in piedi sempre all’interno della chiesa, separati dagli altri fedeli e assistevano passivamente all’intera liturgia, senza però partecipare all’offertorio e senza ricevere la comunione. I peccatori poteva esser assegnati ad una di queste categorie o anche a più di una successivamente per l’intera quaresima o per un periodo più lungo. Alcuni di loro, specie in tempo di persecuzione, procrastinavano l’assoluzione perché era data una volta sola in vita senza possibilità di reiterazione. Altri rimandavo, per lo stesso motivo, la richiesta di perdono fino in punto di morte, se facevano in tempo a farlo.

    S. Girolamo, nel 400, ci descrive, con il suo solito stile incisivo, il comportamento della matrona romana Fabiola sua penitente, che aveva divorziato ed era passata a seconde nozze. Si era poi pentita e aveva accettato la dura penitenza senza vergogna per la sua nobile condizione sociale. «Tutta la città di Roma ha potuto vederla, quando in prossimità della Pasqua si è accodata alla schiera dei penitenti davanti alla basilica che un tempo apparteneva a Laterano che fu decapitato dalla spada di Cesare (Nerone). Vescovi, sacerdoti e popolo, tutti piangevano con lei che aveva i capelli sciolti, il volto pallido, le mani sguarnite di ornamenti, la testa bassa, cosparsa di cenere. Quali peccati non riuscirebbe a cancellare un pianto come questo?...Alla maniera di Davide, che aveva insegnato con le sue virtù il modo di non cadere, ha dato l’esempio di come ci si rialza quando si cade» (Epist. 77,4).  

   La riconciliazione dei peccatori avveniva in genere il mattino del Giovedì Santo per consentire ai penitenti di partecipare all’eucaristia nella «Messa in coena Domini». In alcune chiese d’oriente, nelle Gallie e a Milano la riconciliazione aveva luogo il Venerdì Santo, ad indicare l’efficacia salvifica della morte di Gesù. Vi partecipavano anche altri fedeli, che sentivano il bisogno del perdono di Dio, prostrandosi a terra insieme ai penitenti e ripetendo con loro l’invocazione di perdono nella preghiera litanica recitata dal Vescovo.
     La penitenza pubblica scomparve gradualmente a cominciare dal VII secolo quando subentrò ad essa la celebrazione privata o auricolare della confessione introdotta e diffusa in Europa dai monaci irlandesi di S. Colombano (540-615) fondatore del monastero di Bobbio. La confessione privata dei peccati era sempre esistita e raccomandata nella chiesa antica almeno dal III secolo. In genere era esercitata dal vescovo o da un suo incaricato, chiamato penitenziere. Era reiterabile e non unica come la penitenza pubblica. Origene la descrive sommariamente così: «il peccatore non arrossisce nell’indicare al sacerdote del Signore il suo peccato e nel richiederne la medicina» (Comm. al Lev.II,4). I monaci irlandesi aiutarono a rinverdire una pratica che languiva anche per mancanza di confessori. Come costatiamo anche oggi, essa richiedeva disponibilità e comprensione da parte di confessori competenti ed esemplari che non sempre si trovavano. Per lo più era esercitata dai monaci, ed esigeva che il confessore garantisse il segreto nel modo più assoluto. Già al suo tempo, S. Leone Magno (+474) lodava i fedeli che si accostavano al sacramento e ammoniva i confessori alla più assoluta discrezione: «E’ da lodare la fede viva di quei cristiani che, per timore di Dio, non hanno paura di arrossire davanti agli uomini, tuttavia poiché alcuni peccati di quelli che chiedono perdono temono la pubblicità, sia abbandonato il deplorevole costume e l’illecita usurpazione contraria alla regola apostolica, di rivelarli ad altri, perché molti non siano allontanati dalla penitenza per vergogna o per timore di essere puniti dalla legge. Molti saranno spinti più facilmente alla penitenza, se la loro coscienza non sarà svelata agli estranei» (Epist.168,2).  

   Il tempo quaresimale è stato sempre ritenuto il più adatto ad una seria revisione di vita e alla pratica della penitenza sacramentale. Ne fa fede la tradizione inveterata della confessione pasquale presente nella nostre comunità. Se da una parte tale pratica annuale tradiva una fede stanca e abitudinaria, dall’altra essa costituiva un sussulto di coscienza per un riavvicinamento a Dio e alla Chiesa. Peccato che vada in disuso! Era il minimo che si poteva richiedere ai battezzati non più praticanti. E’ auspicabile che si riscopra il valore indispensabile del perdono sacramentale affidato alla Chiesa per conquistare la pace dello spirito. Se ne sente il bisogno.


3. L’itinerario dei catecumeni verso il Battesimo

     La quaresima fu considerata fin dal III secolo il tempo privilegiato di preparazione immediata dei catecumeni al battesimo che veniva amministrato solennemente la notte di Pasqua. Fin dall’inizio le varie comunità si preoccuparono di preparare i candidati al battesimo, soprattutto gli adulti convertiti. Il trinomio: predicazione, fede e battesimo affiora in tutto il Nuovo Testamento come cammino indispensabile per ogni credente in Cristo. Il prototipo era già nel racconto di Pentecoste, dove il discorso di Pietro si concludeva con questo dialogo: « (Gli ascoltatori) all’udire queste cose si sentirono trafiggere i cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: che cosa dobbiamo fare, fratelli? Pietro disse loro: convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,37s). C’è qui la predicazione di Pietro, la reazione degli ascoltatori presentata come compunzione del cuore, e il battesimo amministrato immediatamente a tremila richiedenti.

    All’inizio non c’era un tempo lungo di preparazione, ma l’istruzione e la fede, che nascono dall’ascolto della Parola, erano ritenute condizioni indispensabili per essere ammessi al battesimo. Sarà proprio questo stretto legame pastorale a far nascere gradualmente il catecumenato come istituzione organizzata dalla chiesa per accogliere nella comunità persone adulte convertite e istruirle nella fede. Un primo nucleo di preparazione si trova già nella Didachè, che dà disposizioni per l’amministrazione del battesimo intorno all’anno 100: «Prima del battesimo digiunino il battezzante, il battezzando e tutti gli altri che potranno farlo; comunque esigerai dal battezzando un digiuno di almeno uno o due giorni» (n.7,3). E’ indicato qui un tempo minimo di preparazione al battesimo che coinvolge anche la comunità cristiana. Sarà all’origine di quella cura a più vasto raggio che si ritrova nei testi successivi. Questi descrivono modalità diverse di organizzazione, ma tutte hanno un nucleo comune nella trilogia ricordata: istruzione, fede e battesimo.

   La più antica descrizione dettagliata del catecumenato, come era praticato a Roma, l’abbiamo nella Tradizione Apostolica di Ippolito romano (+253). Ecco i momenti salienti del rito: «Coloro che si presentano la prima volta ad ascoltare la parola, siano subito presentai ai dottori e sia loro chiesto il motivo per cui si accostano alla fede. Coloro che li hanno condotti testimonino se sono in grado di ascoltare. Siano interrogati sul loro stato di vita, se hanno moglie e se sono schiavi. Si esamino i mestieri e le occupazioni di ciascuno. I catecumeni siano istruiti per tre anni. Dopo aver scelto coloro che dovranno riceve il battesimo, si esamini la loro vita, se hanno vissuto devotamente il periodo del catecumenato, onorando le vedove, visitando gli ammalati, praticando opere buone. Ogni giorno si impongano loro le mani per esorcizzarli. All’avvicinarsi del giorno del battesimo, il vescovo li esorcizzi uno per uno; chi non è buono o puro venga scartato. Si ordini ai battezzandi di prendere un bagno il quinto giorno della settimana. I battezzandi digiunino il venerdì e si riuniscano il sabato in uno stesso luogo. Il vescovo imponga loro la mano e ordini ad ogni spirito estraneo di allontanarsi. Dopo l’esorcismo soffi loro sul viso e segni loro la fronte, le orecchie, le narici. Essi veglieranno tutta la notte ascoltando letture e istruzioni» (nn.15-20).

   Già nel III secolo, prima della comparsa della quaresima, il catecumenato risultava dunque organizzato accuratamente in molte chiese. Contemplava quattro tappe di cammino: Il kerigma o primo annuncio destinato a suscitare la fede degli ascoltatori; l’ammissione, dopo un accurato esame di chi faceva richiesta del battesimo, nel catecumenato che durava tre o più anni; l’ammissione al cammino quaresimale che durava cinque settimane con almeno tre scrutini; l’ingresso nella settimana santa che si concludeva con il battesimo. Sono le tappe descritte dalla Tradizione Apostolica di Ippolito. Il candidato prima di essere ammesso al cammino catecumenale veniva esaminato sui motivi della sua scelta, sulla sua condizione sociale, sul mestiere che svolgeva. Ippolito indica le persone che non potevano essere ammessa al catecumenato a causa del mestiere che esercitavano. Tali erano: gestori di postriboli, le prostitute, i dissoluti, gli scultori o pittori che riproducevano immagini di idoli, gli attori teatrali, gli organizzatori di spettacoli pubblici, i gladiatori, i sacerdoti di templi pagani, i soldati, i magistrati, i maghi, gli astrologi, le concubine e chiunque gode cattiva fama.  

   Il rito di ammissione era presieduto dal vescovo, che chiamava accanto a sé i maestri incaricati dell’istruzione dei catecumeni. Si fissava per ciascun candidato la durata del catecumenato, che di regola non era inferiore ai tre anni. Poteva però essere allungato o ridotto in seguito, a seconda dell’impegno dell’interessato. In questa circostanza il vescovo imponeva le mani e soffiava su ciascun candidato (insufflatio). Erano gesti simbolici di esorcismo per la liberazione l’interessato dalla presenza del demonio nella sua di pagano. Il vescovo offriva poi a tutti un pugnetto di sale da degustare (salatio), come segno della sapienza divina che avrebbe donato loro l’istruzione catechetica. Infine tracciava un segno di croce (signatio) sulla fronte di ciascuno a significare l’appartenenza a Cristo. I catecumeni venivano affidati ai padrini o alle madrine, che avevano l’incarico di accompagnarli amorevolmente nel loro cammino di formazione e di garantirne l’impegno. Solo a questo punto i catecumeni entravano nella categoria degli «uditori», cioè dei catecumeni effettivi.

     Quando essi iniziavano il cammino quaresimale di preparazione immediata al sacramento, venivano di nuovo esaminati dal vescovo, che voleva accertarsi se fossero vissuti devotamente nel periodo di catecumenato, se avevano aiutato le vedove, se avevano visitato gli ammalati e praticato altre opere di bene. Solo dopo questo esame, entravano nella categoria degli «eletti», cioè dei candidati al battesimo. Nelle tre ultime domeniche di quaresima erano sottoposti a tre scrutini, che non erano esami ma esorcismi, cioè benedizioni dirette ad allontanare sempre più il demonio dal loro cuore. In queste tre domeniche veniva fatta anche la consegna dei simboli (la traditio simboli), cioè l’affidamento dei tre strumenti indispensabili della fede cristiana: Il Vangelo, il Credo e la preghiera del Padre nostro. In Spagna la consegna di questo simboli avveniva tutto in una volta la Domenica delle Palme.

     Il Battesimo era amministrato nella notte più santa dell’anno, quella di Pasqua. Ippolito lo racconta così: «Al Canto del gallo, per prima cosa si preghi sull’acqua che scorre in una fonte o che fluisce dall’alto. Se questo non è possibile, si usi l’acqua disponibile. I battezzandi si spoglino; prima i bambini per i quali rispondono i genitori o qualcuno della famiglia. Si battezzino prima gli uomini e poi le donne che avranno i capelli sciolti e non indosseranno gioielli d’oro e d’argento. Nessuno discenda nell’acqua con indosso qualcosa di estraneo» (n. 21). L’immersione nella vasca d’acqua avveniva in un posto riservato (il battistero) e con l’accompagnamento del solo diacono per gli uomini e della diaconessa per le donne, per evidenti ragioni di pudore. Poi i battezzati erano rivestiti di una tunica bianca ed entravano in chiesa per essere unti dal vescovo con crisma e partecipare all’eucaristia. Battesimo, Cresima ed Eucaristia erano i sacramenti dell’iniziazione.  


-    In appendice  -

La riforma promossa del Concilio Vaticano II.

Con la Costituzione dogmatica «Sacrosantum Concilium»approvata il 4/12/ 1963, il Concilio ha promosso una profonda riforma della Liturgia «per adattare meglio alle esigenze del tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti». Perciò ha cercato di riportare la quaresima al suo genuino significato originario. A questo scopo:

   Ha accentuato la sua caratterizzazione battesimale specialmente nel primo ciclo di letture domenicali (anno A) in corrispondenza ai tre scrutini antichi: Il vangelo della samaritana (III dom.), il vangelo del cieco nato (IV dom.) e quello della risurrezione di Lazzaro (V dom.).

Ha eliminato le tre domeniche aggiunte di Quinquagesima, Sessagesima e Settuagesima, che rompevano il significato del numero di 40 giorni scelto alle origini per il suo simbolismo biblico.

   Ha creato i prefazi intonati alle letture delle domeniche del ciclo A.

   Ha riesumato il titolo di «Dominica laetare» (domenica della gioia), per la IV domenica, nella quale si anticipava la gioia pasquale. Si usano perciò i paramenti rosa e si orna di nuovo l’altare con fiori freschi.
   Ha soppresso la I domenica di «Passione» (V dom.) con i relativi usi di velare le immagini fino al
sabato santo. Ha riservato invece la denominazione di domenica di Passione, alla domenica delle Palme, con la processione già praticata nel IV sec. a Gerusalemme (Egeria: Itiner. n 31). Alla messa viene fatta la prima lettura della passione di Gesù che da nome alla domenica.
Ha riordinato il lezionario feriale e festivo, che ora rispetta l’unità tematica delle tre letture.
Ha conservato il rito delle ceneri con la possibilità di celebrarlo anche senza la Messa.
Ha dato la possibilità di anticipare ad un giorno della settimana santa il rito della consacrazione degli oli santi.



Assisi, Quaresima 2014

                                                                                                                     Don Oscar Battaglia

0
0
0
s2smodern