Liturgia

DALLA LITURGIA ALLA VITA - COMMENTO AL VANGELO DI MATTEO - ANNO A

Cristo di Antonello da Messinadi Don Oscar Battaglia
con il desiderio e il consenso di pubblicazione dell'autore

 

Il Vangelo di Matteo

Il Vangelo di Matteo ha sempre occupato il primo posto nell’elenco dei vangeli, sia perché fu considerato composto per primo tra i quattro, sia perché fu il più utilizzato nella liturgia e nella catechesi dei primi secoli cristiani. Fu il primo libro di catechismo cristiano della storia. Appare infatti il Vangelo più completo, perché riesce ad equilibrare discorsi e miracoli, istruzioni e racconti.



   Matteo era all’origine «un pubblicano», cioè un impiegato dell’esattoria, continuamente a «contatto col pubblico», perciò era ritenuto impuro. Si pensava che raccoglieva tutta la sporcizia morale del pubblico col quale trattava, gente di pochi scrupoli, devota del dio-denaro che serviva con dedizione. La vicinanza e gli affari con queste persone lo rendeva impuro (una specie di lebbroso spirituale). Abituato poi a maneggiare denaro come raccoglitore di pedaggi e di dazi sulle merci, era tentato di approfittarne per arricchirsi, scendendo magari a compromessi con la sua coscienza. Gesù lo tirò fuori dal suo ufficio e lo fece suo discepolo: un atto di grande stima e considerazione da lui molto apprezzato. Anche se la cosa suscitò scandalo da parte dei farisei.

     La sua abitudine ai resoconti amministrativi e la sua capacità di maneggiare la penna, lo indussero a stendere il primo resoconto degli insegnamenti di Gesù. In un primo momento raccolse solo le lezioni orali, come facevano gli alunni dei rabbini più famosi. I più antichi scrittori, come Papia di Gerapoli nel 120, indicano questo primo scritto di Matteo come «loghia», cioè discorsi. Poi egli stesso capì, anche dietro l’esempio di Vangelo di Marco pubblicato poco dopo, che non erano meno importanti e istruttivi i fatti, specie gli incontri, gli scontri,i miracoli, la passione, la morte, la risurrezione di Gesù con le sue apparizioni da risorto. Così abbiamo l’attuale vangelo più completo.

     Dobbiamo a Matteo tanti fatto originali che lo rendono diverso e complementare nei confronti degli altri tre colleghi. Basterebbero i racconti della nascita e dell’infanzia di Gesù centrati sulla figura di Giuseppe, l’artigiano di Nazaret, chiamato a fare da padre umano a Gesù. Una profonda amicizia sembra legare Matteo a Pietro, suo compaesano, perché racconta episodi significativi che lo riguardano. E’ anche l’unico evangelista che usa il termine «Chiesa» per indicare la comunità voluta da Gesù. Egli inoltre opera una scelta ampia e varia delle più belle e più significative parabole di Cristo. Tutte sono state raccolte con amore dalle nostre letture domenicali in questo libro.

     Auguro a tutti di saper gustare la bellezza ineguagliabile di questo vangelo che ci accingiamo a leggere. E’ un testo meraviglioso che ci riporta la freschezza e il sapore dell’ambiente giudaico in cui egli, da autentico ebreo, è vissuto insieme a Gesù; ma che trasuda anche l’ammirazione e l’amore robusto e delicato per il maestro che lo ha valorizzato redimendolo dalla sua condizione di inferiorità e di disprezzo.  



TEMPO DI AVVENTO


I DOMENICA DI AVVENTO

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata.

Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo (Mt 24,37-44)

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La seconda venuta di Gesù


Inizia oggi il nuovo anno liturgico della comunità cristiana. In esso ripercorriamo in forma sacramentale le varie tappe della vita di Gesù dall’incarnazione fino alla sua ascensione al cielo.

Ricordiamo i suoi eventi e i suoi insegnamenti guidati dalla parola di Dio che leggiamo, celebriamo nel rito e nel canto la salvezza che egli ci ha portato, riviviamo con lui il suo mistero e lo rendiamo attuale nella chiesa. Così edifichiamo ogni giorno il suo corpo mistico, la Chiesa, che cresce in sapienza e grazia come era cresciuto il Gesù storico. Nell’avvento vengono richiamati i testi più significativi dell’Antico Testamento, specie quelli del profeta Isaia, che hanno preparato la prima venuta di Gesù per disporci meglio ad accoglierlo nel Natale. L’avvento ha una doppia caratteristica: è il tempo di preparazione al Natale, che ricorda la prima venuta di Gesù nella carne; è il tempo dell’attesa della sua seconda venuta nella gloria per completare la sua opere di salvezza.

       S. Cirillo di Gerusalemme (382), nelle sue catechesi, diceva: «Noi annunciamo che Cristo verrà. La sua venuta non è unica, ve n’è una seconda, che sarà molto più gloriosa della prima». La prima Domenica di Avvento ci propone appunto questa seconda venuta di Gesù che riguarda sia l’intera comunità umana, sia le singole persone. Il brano evangelico che abbiamo letto oscilla tra queste due dimensioni, quella collettiva e quella individuale. E’ singolare che l’anno liturgico inizi con la visione della fine. E’ proprio il futuro che ci attende che dona significato al presente che viviamo. La fine da senso all’inizio perché indica la direzione di marcia e lo scopo che ci muove. Nessuno sale su un treno senza sapere dove lo porterà.

       Gesù ci trasmette il suo insegnamento in proposito con tre immagini significative che ne sottolineano tre aspetti. Intendiamoci, egli non descrive l’evento della sua venuta, così come si realizzerà nei dettagli. E’ per indicare il fatto certo che egli usa immagini prese dall’esperienza umana. Queste restano però inadeguate e incomplete, perché per noi è inimmaginabile ciò che Dio ci ha preparato. Resta anche sconosciuto il tempo in cui Gesù realizzerà totalmente il suo piano di salvezza definitiva. La prima delle tre immagini è presa dalla storia di Noè, la seconda dalla vita feriale di uomini e donne, la terza dal ladro che agisce di notte per sorprendere e rubare. Tutte dicono che l’evento non è prevedibile e sarà del tutto inaspettato.

       «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo» (v 37). Il racconto biblico del diluvio era già diventato il simbolo dell’allontanamento degli uomini da Dio e della loro autodistruzione. Escludere Dio dalla vita è come scalzare le fondamenta della casa nella quale si abita, come tagliare il ramo dell’albero sul quale si è seduti. Le correnti ecologiste gridano da tempo che noi stiamo distruggendo la terra nella quale viviamo, perché la saccheggiamo e l’ avveleniamo in maniera sconsiderata. La parola di Dio ci dice che c’è un'altra strada più rapida per avvelenare e distruggere il mondo, il peccato dell’uomo, come al tempo di Noè quando si viveva in maniera incosciente e malvagia, come se Dio non esistesse. Si pensava solo a soddisfare i propri bisogni materiali come il mangiare, il bere, il prendere moglie e marito; nessuno si preoccupava d’altro, finché venne il diluvio e travolse tutti.

       Gesù non vuole minacciare nessuno e tanto meno fare catastrofismo. Vuole solo insegnarci che il mondo e la società nelle quali viviamo non sono eterni. Prima o poi finiranno, ma noi ne possiamo accelerare la fine con i nostri comportamenti. Sarebbe da incoscienti non preoccuparsi di ciò che invece dura e non prepararsi al mondo nuovo che ci attende. La politica dello struzzo, tanto praticata dai nostri contemporanei, non giova a nessuno. Siccome, « nessuno conosce quel giorno e quell’ora in cui Cristo verrà con grande potenza e gloria» (v 27), tutti siamo invitati a tenerci pronti come servi laboriosi e vigilanti. I lettori di Matteo sparavano tanto che quel cambiamento del mondo venisse nel loro tempo e lo invocavano ardentemente, perché sentivano di vivere in un mondo ostile e violento che rendeva la loro vita cristiana sempre più difficile. Ma tenevano anche conto che Gesù non aveva rivelato nulla in proposito, dicendo di non saperne nulla né lui, né gli angeli, perché era un’iniziativa riservata esclusivamente al Padre (v 36).

     La seconda immagine usata da Gesù descrive la sua venuta nella vita individuale di ciascuno: «Due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata» (vv 40-41). Questa venuta può raggiungerci nel momento più impensato, ma sempre nella ferialità del nostro vivere quotidiano. I due uomini separati l’uno dall’altro stanno lavorando nello stesso campo, luogo ordinario della loro fatica. Forse sono due fratelli, ma hanno sorte diversa. Le due donne intente a macinare il grano nello stesso cortile di casa; quel grano deve servire a confezionare il pane quotidiano per la famiglia. Pur abitando nella stessa casa, hanno trattamento diverso: una resta in vita, l’altra le muore accanto. Con questa immagine Gesù ci vuol dire che la morte ci può sopraggiungere in qualsiasi momento della vita, anche se in maniera diversa per ciascuno. La conclusione è chiara: Siate sempre pronti per la venuta del «Signore vostro» e per l’incontro con lui, perché non sapete quando questo accadrà. Quella venuta può spezzare i legami più stretti che legano uomini e donne, e separare i membri della stessa famiglia. Nessun legame è così stabile da arrestare la morte.

 La terza immagine sottolinea l’incertezza del tempo della venuta del Signore con la figura del ladro che viene di notte quando meno te l’aspetti. La realtà della notte è legata al mestiere dei ladri di appartamenti che in genere agiscono nelle ore notturne, quando i proprietari dormono. Ma la stessa immagine può far riferimento alla tradizione giudaica, riferita dal Talmud, che poneva la venuta della salvezza in quattro celebri notti: La prima fu quella della creazione nella quale Dio creò la luce (Gn 1,3); la seconda fu la notte in cui Dio stipulò l’alleanza con Abramo e gli donò il figlio Isacco (Gn 15,17s); la terza fu la notte dell’esodo, la Pasqua, quando Dio liberò il suo popolo dalla schiavitù (Es 12,23-27); la quarta notte sarà la notte di Pasqua quando Dio manderà il suo Messia. Con questo riferimento implicito alla salvezza, l’immagine del ladro perde molta della drammaticità che fa paura. La venuta del Signore, anche se imprevedibile come quella del ladro, sarà per il credente l’incontro gioioso con il Dio-amore, con il Padre che gli ha preparato già un posto nella sua casa.

Gesù esorta a vigilare con amore nell’attesa, non ad aver paura della sua venuta. L’anno liturgico che oggi inizia dona alla nostra vita cristiana un’impronta di responsabilità, ma anche di attesa gioiosa come quella che ci prepara al Natale.

 

II DOMENICA DI AVVENTO

In quei giorni venne Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto:/Preparate la via del Signore,/raddrizzate i suoi sentieri! E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.

Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e dalla zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.

Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli di Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi: perciò ogni albero che non da buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,1-12)

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Tutti annunciatori del suo vangelo

         Domenica scorsa era lo stesso Gesù ad invitarci a guardare in avanti vero la sua ultima venuta nella storia del mondo e di ogni singolo uomo, oggi è Giovanni Battista ad assicurarci che Gesù viene già oggi nella chiesa, ad annunciare di nuovo il suo vangelo. E’ una sua venuta intermedia, tra il Natale di Betlemme e l’apparizione finale sulle nubi del cielo. Giovanni è l’annunciatore di questo avvento intermedio, sempre attuale, descritto dalle pagine del vangelo che leggiamo durante tutto l’anno liturgico. In questo avvento intermedio, il futuro diventa presente, perché «colui che viene» è già qui, come dice il Battista: «In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me; a lui non sono degno di sciogliere nemmeno i legacci dei sandali» (Gv 1,26-27). Guardare solo al futuro può creare evasione e fuga in avanti, guardare solo al passato può creare curiosità storica e nostalgia improduttiva. Dal futuro e dal passato prende significato il presente che diventa incontro impegnativo con il Gesù della storia. Con questo incontro dobbiamo confrontarci.

       Siamo dunque condotti dal vangelo sulle rive del Giordano quando, per la prima volta, risuonò, forte e austera, la voce di Giovanni Battista, che preparava la strada a Gesù. Dopo più di trent’anni di silenzio passati a Nazareth nel lavoro di artigiano, Gesù decide finalmente di entrare nella vita pubblica e di iniziare la predicazione del vangelo al mondo. La venuta (avvento) di Gesù è preceduta da quella di Giovanni «il battezzatore» (questo significa il nome di Battista) incaricato di preparare nella gente un cuore ben disposto ad accoglierlo. Giovanni è completamente orientato verso colui che annuncia: Non predica se stesso, predica Gesù che sta arrivando. Egli esiste in funzione di Cristo, unico scopo della sua vita, come dovrebbe essere per ogni cristiano. Matteo, l’evangelista, stabilisce una netta continuità tra i due, ponendo sulle loro labbra un messaggio identico, come un’eco che ripete esattamente il suono delle parole gridate: «Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino» (3,2; 4,17).

       La pagina evangelica di oggi è strutturata su tre registri: Viene fornito un riassunto delle predicazione di Giovanni, è poi descritta la sua persona e il battesimo da lui amministrato, infine è sintetizzato il suo richiamo al giudizio di Dio che sta per venire. Il tempo in cui Giovanni compare è vagamente indicato con una frase che a prima vista appare generica: «in quei giorni». In realtà questi sono i giorni che Dio ha fissato per la venuta del suo Figlio. Iniziano i giorni della salvezza aperti dall’invito del Battista che grida : «Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino». Il regno dei cieli, indica la presenza regale salvifica di Dio che ha deciso di intervenire nella storia dell’uomo. «Il regno dei cieli» vicino è lo stesso Gesù, perché in lui si manifesta la sovranità misericordiosa di Dio. In fin dei conti Giovanni annuncia la vicinanza di Dio, che sta per comparire nella persona di Cristo.

     Il luogo della sua apparizione al mondo è il deserto di giudea che si estende di qua e di la del Giordano. Lo aveva predetto già il profeta Isaia sette secoli prima (Is 40,3). Giovanni è erede del profetismo antico: il suo ascetismo e il suo abbigliamento richiamano la figura di Elia, anche lui uomo del deserto. Gesù stesso lo identificherà con l’Elia atteso ai tempi del messia (17,12-13). Il suo cibo è quello dei beduini del deserto in tempo di carestia, un cibo povero e austero come si addice agli asceti. Qui, nel deserto, verrà Gesù per farsi battezzare da Giovanni (3,13). Allora si apriranno i cieli e il Padre presenterà ufficialmente al mondo suo Figlio, il Signore: «Questi è il Figlio mio prediletto in cui ho posto il mio amore» (3,17). Inizia così dal deserto, dove Dio aveva guidato il suo popolo nell’esodo, un nuovo cammino, « la via del Signore». Le folle che accorrono per farsi battezzare da Giovanni nel Giordano confessano i loro peccati in segno di conversione, cioè di ritorno a Dio rimesso al centro della vita. Così egli prepara per Cristo un popolo ben disposto a ricevere il perdono. Saranno le stesse folle a venire da Gesù predicatore e taumaturgo.

     Solo la categoria dei farisei e dei sadducei, storici nemici di Gesù, sono trattati con severità per il loro formalismo religioso e per la loro durezza di cuore al messaggio di conversione. Loro non hanno bisogno di conversione, perché si ritengono giusti (Lc 18,9s). Per la loro opposizione alla parola di Dio, sia Giovanni che Gesù (23,23) li stimmatizzano come «vipere», serpenti velenosi, insidiosi, dal morso letale. L’immagine esprime sia la ripugnanza propria dell’ambiente dei pastori nomadi, sia il disprezzo del racconto biblico della creazione, dove il serpente è il simbolo della tentazione subdola e ipocrita portatrice di morte e di perdizione (Gn 3,1). A loro specialmente Giovanni annuncia il giudizio severo di Dio prevedendo il male che faranno «a colui che viene», cioè a Gesù. Pensavano che la salvezza fosse garantita loro dall’appartenenza al popolo eletto, alla discendenza di Abramo. Dicevano: «come la vite si appoggia al palo, così gli Israeliti si appoggiano ai meriti dei loro padri». Giovanni sfata questa convinzione, affermando che nessuno vive spiritualmente di rendite altrui, e che «Dio può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre». Qui c’è un gioco di parole che in aramaico crea assonanza tra «figli» (banim) e pietre (abanim). Egli ammonisce poi farisei e scribi a portare frutti di vera conversione, perché il giudizio di Dio è imminente: la scure è già alla radice dell’albero sterile per abbatterlo e farne fuoco.

     Sta arrivando il giudice ultimo, il messia, il forte col quale Giovanni si paragona: Egli non battezzerà, come sta facendo lui, con la sola acqua, ma con lo Spirito Santo e il fuoco. Il Battista annunci già il battesimo cristiano, in cui l’acqua è segno dello Spirito (Gv 3,5), che apparve anche col segno del fuoco a Pentecoste (At 2,3). Così la coppia acqua e fuoco, visti come simboli del giudizio di Dio nella tradizione ebraica, diventano segno della salvezza cristiana. Dopo aver sottolineato la differenza tra lui e il messia nell’amministrazione del battesimo, Giovanni paragone la sua persona a quella di Gesù: questi è più grande e più «forte» di lui, tanto che si sente indegno perfino di sfilargli i sandali dai piedi, un servizio riservato agli schiavi. L’umile servo è instancabile annunciatore del suo Signore. Così Giovanni, così ogni cristiano!  

    
                                                                               
III DOMENICA DI AVVENTO

In quel tempo, Giovanni , che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo».

Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero/ davanti a te egli preparerà la tua via. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui (Mt 11,2-11)

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Beato chi non trova in me motivo di scandalo

Giovanni era ormai in carcere, messo a tacere da Erode Antipa al quale rimproverava apertamente la sua condotta scandalosa. Aveva tuonato contro farisei e sadducei alleati di un potere ingiusto, che scendevano a compromessi con i potenti per quieto vivere. Da questi non poteva certo sperare aiuto. Intanto «colui che stava per venire», il messia da lui annunciato, aveva fatto il suo ingresso sulla scena pubblica, ma sembrava non avere nessuna intenzione di usare la scure e il ventilabro per ripulire la società dai malvagi (3,10-12). A questo punto il profeta irruente e focoso entra in crisi. Anche le anime più grandi sono attraversate dal dubbio, rischiano di cadere nella notte dello spirito. E’ accaduto recentemente anche a madre Teresa di Calcutta, come racconta nel suo diario. Allora la fede, fino allora sicura, si riempie di interrogativi angoscianti: Ci si domanda: se Dio esiste, perché non si fa sentire, non lancia un messaggio?; sopratutto perché non interviene come ci aspetteremmo? E’ questa, in fondo, la domanda del Battista che partecipa alle aspettative del suo popolo. Tutti attendevano un messia potente che avrebbe distrutto il male con la forza e stabilito un regno di soli giusti. Quella scure vibrata con forza, quel ventilabro che getta in aria il grano per separarlo dalla pula, roteava nelle mente di molti. Perciò l’agire di Gesù risultò deludente e inaccettabile a molti, che lo condannarono a morte. Dio non si comporta come vogliamo noi, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Questo a volte ci scandalizza. E’ giusto che sia così per noi portati a crearci idoli su misura.

           Il Battista ha sentito parlare di ciò che Gesù sta facendo. Nella sua mente non gli quadra. Apre allora un’inchiesta per saperne di più e manda i suoi discepoli ad interrogarlo per onestà intellettuale: «Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?». Le opere che Gesù compie gli sembrano troppo modeste a confronto delle aspettative che lui aveva suscitato sulle rive del Giordano. «Colui che viene» (in greco ho erchòmenos), cioè il messia atteso, è lui, Gesù, o si deve aspettare ancora? Giovanni lo aveva presentato come «il più potente, al quale non si reputava degno di infilargli i sandali» (3,11). Si era sbagliato? Gesù non risponde direttamente alla domanda posta in questi termini; invita i discepoli del Battista a udire e guardare ciò che lui dice e opera, e riferire poi al loro maestro. Matteo ci ha raccontato nei tre capitoli precedenti (cc.8-10) ben dieci miracoli compiuti da Gesù, tanti quanti erano i prodigi operati da Dio in Egitto al momento della liberazione del suo popolo (Esodo cc.7-11). Si riteneva che il messia, per farsi riconoscere, avrebbe ripetuto i prodigi dell’esodo. Eccovi serviti! Sembra dire l’evangelista ai suoi connazionali convertiti. Il Messia, nella persona di Gesù, è venuto a liberare il suo popolo. Se non basta il libro della Torah di Mosè, ecco la testimonianza dei profeti, specie Isaia, il profeta dell’avvento che leggiamo nelle prime letture di queste domeniche. Oggi egli sembra suggerire la risposta giusta a Gesù con il brano appena annunciato: «Coraggio, non temete,ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto» (Is 35,4-7). Proprio da questo e da altri testi simili Gesù ricava la sua risposta in sei frasi ritmiche facili da ricordare. Questo deve rassicurare Giovanni buon conoscitore dei testi sacri, perché queste sono le credenziali del messia da lui annunciato. Il punto centrale della prova sta nell’annuncio del vangelo ai poveri, cioè agli ultimi come dirà Gesù nella sinagoga di Nazareth inaugurando il suo ministero con un’altra citazione di Isaia (Lc 4,16-21).

     Non sappiamo se la risposta data alla luce dei fatti uditi e visti, abbia acquietato il Battista e risolto la sua crisi. Possiamo pensare che ciò sia avvenuto dalle parole di elogio che Gesù usa dopo la partenza dei discepoli di Giovanni. Egli traccia uno schizzo del Battista che è molto vicino alla linea messianica seguita da Gesù. L’elogio è introdotto pedagogicamente con tre domande retoriche che si appellano all’esperienza degli ascoltatori che hanno conosciuto il precursore. Giovanni non è un uomo pauroso e incerto come canna sbattuta dal vento, è un uomo tutto di un pezzo, retto e inflessibile. Non è un raffinato ed elegante damerino di corte, ma un asceta povero, austero, severo, che indossava una veste ruvida di peli di cammello. Non è un semplice profeta, come quelli che sono apparsi prima di lui, ma è più che un profeta, perché non ha indicato il messia da lontano, ma lo ha indicato con il dito.

     E’ il precursore annunciato dal profeta Malachia e che i contemporanei identificavano con Elia redivivo. Elia era stato rapito in cielo in un carro di fuoco (2 Re 2,11), tutti aspettavano che tornasse per annunciare la venuta del messia. Nella cena di pasqua gli ebrei del tempo lasciano una sedia vuota, in fiduciosa attesa del ritorno di Elia. Gesù aveva dichiarato che il grande profeta di fuoco si identificava col Battista: «Se lo volete accettare egli è quel Elia che vede venire». Questo ingigantisce la sua figura profetica. Con un’introduzione solenne («in verità vi dico») Gesù pronuncia poi una frase che suona misteriosa: «Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». La prima parte della definizione del Battista non suscita problemi: Egli era stato presentato come più grande dei profeti, il che era tutto dire. La sua grandezza profetica lo metteva a confronto con Mosè e con Elia per superarla di larga misura. Era indubbiamente il più grande e degli uomini fino allora vissuti sulla faccia della terra. Non si potrebbe dire di più.

       Ciò che fa difficoltà, perché ridimensiona la frase appena pronunciata, è il confronto con «il più piccolo nel regno dei cieli» che è più grande di lui.

Qualcuno a torto vi ha visto il paragone con Gesù da Giovanni definito «il più forte» e che in realtà si è fatto il più piccolo e il servo di tutti (Mt 20,28). In realtà sono messe a confronto due ordini di grandezza, quello dei «nati da donna» e quello dei «nati da Dio». Giovanni appartiene alla prima grandezza non paragonabile alla dignità dei battezzati. Giovanni appartiene all’Antico Testamento, il cristiano appartiene al Nuovo Testamento. Egli rimane di la del Giordano, come fa capire il vangelo di Luca (3,3), non è entrato nella terra messianica. Sono i paradossi di Dio che non devono scandalizzare un credente.  
                                            


IV DOMENICA DI AVVENTO

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, penso di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, (Mt 1,18-24)

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Giuseppe, l’uomo giusto

     Protagonisti del primo avvento sono Maria e Giuseppe, senza di loro non avremmo Gesù, né la festa del Natale verso la quale siamo diretti. Certo, la madre rimane sempre al centro di ogni nascita, un ruolo insostituibile. Ma in ogni famiglia normale accanto alla madre c’è anche il papà pronto ad accogliere con gioia il bambino che nasce e a prendersene cura. Abbiamo celebrato la Madre di Dio con anticipo nella festa dell’Immacolata Concezione. L’abbiamo vista scelta e preservata da Dio fin dalla sua concezione. Lui solo, tra i nati di donna, ha potuto scegliersi con largo anticipo sua madre e prepararsela con cura particolare, come gli piaceva.

     Oggi, a due giorni dal Natale, fissiamo lo sguardo su Giuseppe, quasi sempre trascurato, eppure anche lui parte essenziale della famiglia di Nazareth. Matteo, nella genealogia con cui apre il suo vangelo, ci aveva indicato Gesù come «figlio di Davide, figlio di Abramo», proprio il messia atteso del suo popolo. La sua genealogia discendente comprendeva tre serie di 14 nomi che vanno da Abramo a Gesù. Il numero 14 nella scrittura ebraica, dove non esistevano le cifre, risultava composto di tre lettere DWD, proprio le lettere del nome di Davide, che è posto così, simbolicamente, al centro dell’elenco. La genealogia aveva contato una serie di 40 padri, ma sorprendentemente gli ultimi due, Giuseppe e Gesù, non erano più tali, nessuno dei due aveva generato figli. Come poteva essere figlio di Davide quel Gesù che non era stato generato da Giuseppe? Si era interrotta, infatti, la catena dei generanti. Un fatto che bisognava spiegare.

     Da questa anomalia nasce il racconto che oggi ascoltiamo che comincia proprio con la spiegazione richiesta: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù». Giuseppe era promesso sposo di Maria, che, secondo l’uso del tempo, era stata assegnata a lui dai rispettivi genitori fin dalla nascita. Nel periodo di un anno, che trascorreva tra il contratto matrimoniale e l’introduzione della sposa nella casa dello sposo, Maria «si trovò in cinta per opera dello Spirito Santo». Dal racconto dell’annunciazione di Luca sappiamo come ciò avvenne. Dobbiamo precisare che lo Spirito Santo non è il Padre di Gesù, anche perché lo Spirito nella lingua aramaica di Matteo è di genere femminile e in geco è di genere neutro. Colui che Gesù chiama Padre è la prima persona della trinità. Lo Spirito è lo strumento di cui Dio si è servito pere un prodigio finora impensabile. Chi ha dato a Giuseppe questa notizia che gli ha causato tanto disorientamento? Si è accorto da sé dai segni fisici evidenti? Glie lo ha detto Maria? Sembra difficile pensarlo. Alcuni esegeti, come S. Efrem siro, hanno pensato che egli l’abbia conosciuta da una rivelazione divina, un annuncio come quello fatto a Maria e che Dio doveva anche al suo sposo per non lasciare Maria nei guai.

     Il segreto sembra nascosto nell’appellativo di «giusto» dato a Giuseppe dall’evangelista. Giusto per la Bibbia è colui che fa la volontà di Dio. I padri antichi, come Ambrogio, Agostino, Crisostomo, pensano che Giuseppe è giusto perché intende osservare la legge divina. Ora la legge mosaica (Dt 22,23-27) esigeva che una donna adultera fosse ripudiata e condannata alla lapidazione. Da qui nasce il terribile dramma psicologico che si scatena nel cuore di Giuseppe il giusto. Egli è combattuto tra l’amore a Maria e le esigenze della legge. Nella sua bontà pensa di non rilasciarle il libello di ripudio che l’avrebbe rovinata per tutta la vita, ma di lasciarla in segreto. Si sarebbe assunto così tutta la colpa dinanzi all’opinione pubblica, che lo avrebbe ritenuto un incosciente, incapace di assumersi il rischio e l’impegno della paternità. Ma in questo caso, Giuseppe non doveva essere definito giusto, ma piuttosto misericordioso.

     René Laurentin, con altri autori moderni, pensano che Giuseppe aveva saputo per rivelazione che il bambino portato in grembo da Maria, sua sposa, veniva da Dio e da nessun altro. Sposare Maria e accettare come figlio il suo bambino gli appariva un’appropriazione indebita, una specie di sacrilegio. Ebbe paura, si ritenne indegno di tanto onore e tentò di tirarsi indietro con discrezione. Finché non venne l’angelo in sogno a dirgli che la sua paura non aveva ragione di essere, perché Dio stesso gli affidava quel bambino come figlio adottivo. Il giusto accettò la volontà di Dio, come Maria. Luca ci racconta l’obbedienza che rese Maria madre vergine di Dio:«Avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38); Matteo ci racconta l’obbedienza che rese Giuseppe padre adottivo di Gesù:« Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con se la sua sposa». Gesù nasce in una famiglia formata dall’obbedienza a Dio dei due coniugi. In ambedue i casi la decisione fu basata sulla fede incondizionata alla parola di Dio, sulla giustizia, direbbe ogni buon ebreo.

   Quel sì all’angelo inserì Giuseppe nel piano segreto di Dio e gli fece assumere una paternità non sua destinatagli dallo stesso Dio Padre. «Il programma davidico spezzato dalla rottura genealogica di Mt 1,16 è così ristabilito dalla missione affidata a Giuseppe». Fu nell’esercizio del suo diritto di padre che Giuseppe dette il nome a quel figlio e lo inserì automaticamente nella famiglia di Davide. Adempì così una prima promessa divina fatta al re Davide dal profeta Natan: «La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà durerà in eterno» (2 Sam 7,16). Lo ricordava l’angelo a Maria: «Il Signore gli darà il trono di David suo padre e regnerà per sempre» (Lc 1,32s). Matteo, agganciandosi alla promessa fatta alla verginee Maria, cita un’altra profezia, che annunciava la nascita del figlio di Davide proprio da una vergine: «Tutto ciò avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco la vergine concepirà ed partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele».

   Quel uomo giusto consentiva la realizzazione di un evento inaudito e misterioso, che nessuno rabbi aveva letto prima nella profezia di Isaia citata. La profezia che Isaia pronunciò più di settecento anni prima era diretta ad Acaz, re di giuda, che aveva appena perso il suo unico figlio e minacciava di far fallire la promessa dinastica di Dio alla famiglia di Davide. Gli annunciava la nascita imminente di un figlio, Ezechia, datogli da una delle sue giovani mogli al primo parto. Nella traduzione dei Settanta quella ragazza è chiamata vergine. Quei traduttori ebrei del 2° sec. AC., che egli antichi padri stimavano ispirati da Dio, avevano letto inconsapevolmente quella promessa in chiave messianica. Matteo ci dice che proprio questa era l’intenzione di Dio nascosta perfino al profeta Isai. L’Emmanuele annunciato era veramente il «Dio con noi», quel Gesù che portava già nel suo nome «la salvezza del suo popolo». L’obbedienza dell’uomo giusto fa miracoli oggi come ieri.                                                        


TEMPO DI NATALE



NATALE DEL SIGNORE


Messa della notte

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.

Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria.

Tutti andavano tutti a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret , salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme; egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria sua sposa, che era incinta. mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell'alloggio.

C'erano in quella regione alcuni pastori che pernottavano all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide. è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace in terra agli uomini che egli ama». (Lc 2,1-14)



Una grande luce nel buio del mondo

   Notte santa quella di oggi, notte attesa per lunghi secoli da tante generazioni di credenti. E’

l’ultima delle quattro notti che scandiscono la storia della salvezza, secondo la tradizione ebraica.

La prima notte fu quella della creazione, quando Dio creò la luce (Gn 1,3-5); la seconda notte fu

quella del patto tra Dio e Abramo in una notte stellata (Gn 15,5); La terza notte fu quella della

liberazione dalla schiavitù d’Egitto quando tutto il popolo attese il passaggio salvifico di Dio (Es

12,42). Fu la notte più importante commemorata ogni anno nella cena pasquale ebraica. Proprio in quella notte però si vegliava in attesa della venuta del Messia preceduta dall’annuncio di Elia redivivo (Mal 3,1.23). E’la notte che noi stiamo vivendo. La vita di Gesù si apre e si chiude nella notte: la notte di Natale e quella di Pasqua, le notti più solenni dell’anno liturgico. Dio agisce quando cessa la frenesia della nostra attività umana, nel silenzio della immobilità, lontano dal chiasso del mondo. La liturgia applica a questa notte santa l’evento accaduto in Egitto al momento della liberazione notturna dell’antico popolo di Dio: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e le notte era a metà del suo rapido corso, la tua Parola onnipotente discese dal cielo, dal suo trono regale» (Sap 18,14s). La notte diventa luminosa quando Dio la abita: «Nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno, per te le tenebre sono come luce» (Sl 139,12). La luce del Tabor squarciò la notte, come oggi.

     Luca ci racconta con estrema sobrietà gli eventi accaduti in questa notte di Natale. La sua narrazione inizia con un preciso riferimento storico. Il Natale non è una leggenda fuori del tempo è un evento storico di grande rilievo per la nostra fede. Con la sua sensibilità storica, l’evangelista colloca la nascita di Gesù in un panorama di dimensione cosmica per il mondo allora conosciuto.

Tutto comincia oltre i confini della Palestina, nella lontana capitale dell'impero romano. La nascita di

Gesù è inserita nella storia di Roma che era la storia del mondo di allora. Luca la vede incastonata in

un censimento che coinvolge «il mondo intero» (pàsan ten oikoumènen). Cesare Augusto vuole

ristrutturare il suo vasto impero, che si estende ormai dall’India all’Atlantico e ha bisogno di contare i

suoi sudditi. L’inquadratura serve per misurare l’ampiezza geografica dell’evento narrato. Quel

bambino entra come tutti noi nel mondo umano in un preciso momento storico fissato ad Dio, e, come

tutti, viene registrato all’anagrafe di un paese della Giudea.

     La nascita di Gesù è collocata storicamente nel piccolo villaggio di Betlemme, ma interessa tutti

gli uomini del mondo, si colloca al centro dell’universo. Gesù è nato per tutti, quelle recensiti

dall’impero romano e quelli ancora sconosciuti dei continenti nuovi. Cesare Augusto, padre-padrone

del mondo, è presentato qui al servizio di Dio, come esecutore puntuale, anche se inconsapevole, del

piano divino con il suo censimento. In oriente, il censimento veniva fatto nei luoghi di origine delle

persone anziché nei luoghi di loro residenza. Era un espediente abbastanza efficace di precisione

anagrafica, in luoghi di forte mobilità sociale. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di

Davide, dovette spostarsi dalla regione della Galilea, dove abitava, nella regione della Giudea, dove

aveva avuto origine la sua famiglia, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta.

Un lungo viaggio di 160 chilometri, che non si poteva compiere in meno di quattro o cinque giorni di

cammino, prevedendo bivaccamenti notturni lungo la strada in ripari di fortuna. Per una donna al suo

nono mese di gravidanza era una fatica e un rischio non indifferenti. Ma il Figlio di Dio volle nascere

fuori casa solidale con tanti sfollati del mondo, mettendo alla prova la nostra capacità di accogliernza.

   Dopo le precisazioni di tempo e di luogo, che costituiscono la cornice del Natale, viene raccontata con estrema concisione la nascita del bambino: «Mentre erano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell’alloggio». Luca precisa che la nascita del bambino avvenne quando Maria e Giuseppe erano già a Betlemme. Maria e Giuseppe non erano degli sprovveduti, coscienti della fatica e dei rischi del lungo viaggio, avevano preso le dovute misure per non andare incontro a spiacevoli sorprese. Tre brevi frasi descrivono il momento della nascita e il comportamento di Maria: «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce, lo pose in una mangiatoia». Sono frasi scarne, ma fanno intuire i problemi di una maternità realizzatasi in circostanze di emergenza. Si ha subito l'impressione che Maria sia una madre attiva, intraprendente e coraggiosa, che come molte donne orientali del tempo, sa fare tutto da sola, senza incertezze e paure ingiustificate.

   Il bambino dato alla luce è indicato come «primogenito». Il termine aveva per gli ebrei un chiaro valore religioso:il bambino indicato come «primogenito» aveva una speciale personalità giuridica: era consacrato a Dio fin dal seno materno. Gesù è un primogenito, cioè un salvato prima che un salvatore, come tutti primogeniti di Israele salvati al tempo dell’Esodo. Ma qui il termine di «primogenito» ha anche un particolare significato cristiano: Gesù è il primogenito di molti fratelli, inaugura una generazione nuova di uomini (Rm 8,29), alla quale apparteniamo tutti come cristiani.

     La fasciatura del bambino è un’operazione amorosa indispensabile per un bambino che nasce nudo. Luca vi riassume tutte le altre operazioni materne. Maria e Giuseppe non erano straccioni . Le condizioni dignitose di un artigiano come Giuseppe avevano consentito a Maria di preparare il corredino per il suo bambino in arrivo. Ciò che sua madre non poté dargli fu una culla. Gesù nasceva fuori casa, in ambiente povero di pastori e di contadini. Il luogo dove Gesù fu adagiato è indicato con il termine greco «Phàtne», che significa «mangiatoia o greppia» e che tradotto in latino suonava «praesepium». Proprio questa parola ha datato il nome alla simpatica composizione natalizia che noi allestiamo nelle case e nelle chiese.

   Mentre a Betlemme tutto avveniva nella normalità della vita, nella campagna si scatenava la gioia del paradiso in festa. Un angelo annuncia l’evento ai pastori in un nimbo di luce intensissima. Le sue parole richiamavano le promesse tanto attese e la gioia della loro realizzazione per tutto il popolo. Quel bambino porta sulle spalle i titoli più grandi mai uditi: è il Salvatore, il Cristo e il Signore. A conferma dell’annuncio arriva una moltitudine di angeli a cantare «gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini amati da Dio». Quel bambino è quanto di più grande possa donare Dio e ricevere l’umanità. I primi a saperlo sono i più poveri del luogo, discendenti ideali di David il giovane pastore di Betlemme.



Messa dell’aurora

Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono senz'indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano, si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro (Lc 2,15-20)

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I poveri, primi cercatori del Dio Bambino

   Abbiamo l’impressione di trovarci davanti alla prima liturgia natalizia che Luca ci descrive: Dopo l'annuncio e il canto, il terzo momento di questa liturgia è il pellegrinaggio al luogo della nascita del Bambino annunciato. Quel luogo parla ancora quando i pellegrini cristiani vi si recano ancora oggi a visitarlo con fede e devozione. Luca ricorda che, dopo un breve istante di sorpresa e di smarrimento, i pastori avevano preso la decisione di salire fino a Betlemme per vedere di persona il bambino che era stato loro annunciato e descritto. Il racconto indica chiaramente che Gesù è nato in una casa all'interno del villaggio, non in una baracca di periferia come un emarginato. Giuseppe e Maria hanno trovato ospitalità tra i parenti, non poteva essere altrimenti. Il Verbo di Dio si fece carne e venne veramente ad abitare in mezzo a noi tra le nostre case (Gv 1,14). Almeno nel nascere, volle porsi al centro del villaggio dove era atteso, non alla periferia. Aveva fatto tanta strada per venire a trovare la sua gente e sarebbe stato strano che la evitasse, scegliendo di nascere in un luogo sconosciuto e remoto nella campagna.

Quando Giovanni afferma che il Verbo «venne nella sua casa i suoi non l’hanno accolto», si riferisce al rifiuto che caratterizzò la sua vita pubblica e lo portò alla morte di croce. Quando Luca dice che Maria «pose il suo bambino in una mangiatoia perché non c’era posto più adatto nell’alloggio» che occupava, descrive la povertà della casa ospitale che non possedeva una culla e aveva accolto gli ospiti nella grotta interna che serviva da rifugio anche agli animali. La premura e l’entusiasmo dei pastori rispecchiano l’accoglienza che i poveri di Betlemme riservarono al neonato bambino. L’ospitalità presso gli ebrei era troppo sacra per rifiutarla ad un parente venuto da lontano e ad una madre che era sul punto di partorire. Il Natale mette Gesù al centro del paese come i nostri antenati mettevano la loro chiesa al centro delle loro case. Era il segno della fede in quel Dio Bambino che venne ad abitare in mezzo a noi. Siamo noi moderni che lo abbiamo emarginato e relegato alla periferia della nostra vita.

   Quello che i pastori vengono a vedere è descritto letteralmente come «la parola realizzata (in greco: to rèma) che il Signore ci ha fatto conoscere». E' un'espressione tipicamente aramaica, dove la nascita di Gesù è vista come «la Parola realizzata», cioè come l’annuncio di Dio divento realtà, anzi divenuto persona. Un evento che si ascolta e si vede, come nella nostra liturgia cristiana. I pastori invitano tutti noi a costatare dopo aver udito, a partecipare all'evento sempre attuale e sempre presente, dove se ne fa memoria. Nessuno può sentirsi estraneo e lontano. Gesù nasce per tutti anche oggi nel mistero della liturgia che celebriamo. A Natale siamo perciò tutti pellegrini gioiosi, diretti a Betlemme in compagnia dei pastori, l’avvenimento si realizza proprio per noi che lo proclamiamo e lo celebriamo.

     Luca ci fa sapere che i pastori «Andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il

bambino,adagiato in una mangiatoia». Allora si fecero annunciatori del messaggio divino ricevuto.

Ciò che sorprende è il silenzio del cielo nel luogo dove Gesù è nato. Nessun angelo è venuto a

Confermare a Maria e Giuseppe l’identità di quel bambino appena venuto alla luce, e nemmeno ad

annunciare ai parenti e ai vicini di casa lo straordinari avvenimento che si era appena realizzato. Tra

quelle case-grotte non comparve nemmeno un lampo di quella la luce che abbagliò i pastori. Da qui la

meraviglia dei vicini e dei genitori di Gesù nel sentire il racconto di quei pellegrini venuti dalla

campagna. Tutti hanno da imparare dai poveri «perché loro è il regno dei cieli». Così Dio confonde i

sapienti e i ricchi di questo mondo. Dietro la loro sufficienza c’è solo il buio della notte.

     Maria e a Giuseppe avevano ricevuto a suo tempo l'annuncio angelico riguardante il bambino. Ora

essi devono solo credere a quelle parole ricevute nove mesi prima. Per loro il cielo tace. Dio invia loro

i pastori con il loro racconto emozionato, ancora abbagliati dalla gloria di Dio e ammaliati dal canto

degli angeli. Insieme ai pastori, essi vedono solo il bambino appena nato, avvolto in fasce e

addormentato nella mangiatoia, all'incerta luce della lampada ad olio appoggiata alla parete. I parenti e

i vicini di casa, specie le donne, si stringono intorno a Maria seduta in terra accanto al bambino, per

rifocillarla e per godere in sua compagnia dell'evento antico e sempre nuovo del parto. E’ una

solidarietà tutta femminile che scatta in quei momenti in tutte le case di ieri e di oggi. Lo stupore

invade i presenti che ascoltano incantati il racconto colorito e vivace dei pastori divenuti ora

annunciatori loquaci ed entusiasti. Qui viene inaugurato il tempo della Chiesa quello nel quale Dio

parla attraverso gli uomini. D'ora in poi saranno proprio gli uomini nella Chiesa a portare il lieto

annuncio di Cristo; a loro, poveri strumenti umani, si deve dar credito. Gesù invierà gli apostoli e i

loro successori in una interrotta catena umana di testimoni: «Andate in tutto il mondo, proclamate il

vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).

     In mezzo al vocio e all'agitazione di quel momento, si distingue Maria con la sua la sua serenità e il

suo silenzio. Mentre ascolta, è intenta a contemplare la sua creaturina. Luca la descrive in chiaro

atteggiamento contemplativo: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo

cuore». L’evangelista svela qui delicatamente la fonte delle notizie che ci ha appena trascritto,

perché solo Maria poteva raccontare alle prime generazioni cristiane quei fatto lontani, quando tutti i

testimoni erano ormai scomparsi. Gesù l’aveva lasciata in terra, dopo l’ascensione, anche per questo.

Il silenzio di Dio nella grotta di Betlemme non era molto diverso dal silenzio di Dio nella casa di

Nazaret e dal silenzio di Dio sul Calvario. Il Dio delle Bibbia è un Dio misterioso e silenzioso.

Ha detto solo poche parole delle tante che avrebbe potuto (e, secondo noi, avrebbe dovuto) dirci, e

molte di queste le ha dette sottovoce, e comunque senza gridare. Solo chi sa tacere le ascolta.

     Dopo aver recato l'annuncio angelico agli abitanti di Betlemme, e dopo aver reso omaggio al Bambino, i pastori tornano alla loro campagna e ai loro greggi con tanta gioia nel cuore. Dietro di loro c'è il popolo dei credenti di ogni tempo che, come oggi nella liturgia, continua a cantare nel mondo quel «gloria» che avevano intonato gli angeli sulla terra. I pastori scompaiono inghiottiti dal buio della notte da cui sono venuti, ma a Betlemme restò Maria, la madre, a conservare i ricordi di quella notte stupenda. Sarà l'unico legame storico umano che unirà il Natale alla Pasqua. Non si sta vicino ad una fornace di fuoco e di luce senza esserne seriamente ustionati. Maria è stata la persona più vicina a Dio (era sua madre!) e non sarebbe sopravvissuta, se suo figlio non avesse velato la sua gloria con la carne che lei gli aveva donato.


Messa del giorno

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo, e il mondo è stato fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi e i suoi non l'hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l'ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. Gv 1,1-18)

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Alla presenza di un Dio divenuto bambino

   L’evangelista Giovanni non ci racconta i fatti della nascita e dell’infanzia di Gesù come fanno Matteo e Luca. Egli risale però più indietro nel tempo con le sue ali di aquila, fino a scalare le vette più alte del mistero divino che ha inizio nell’eternità. Da qui è venuto il Figlio di Dio per farsi uomo. L’incarnazione fu decisa, nel gran consiglio della Trinità, quando ancora il mondo e la storia non esistevano. Era un progetto dettagliato che ebbe varie tappe di realizzazione. Giovanni ci fa da guida in questo cammino di salvezza che inizia nell’eternità di Dio e si dipana nella storia . E’ un evento che non si può narrare, si può solo cantare. Perciò l’evangelista apre il suo scritto proprio con un canto, il canto di Natale. E’ come un ampio e solenne portale d’ingressoal vangelo, un Innocomposto nello stile dei canti biblici alla Sapienza divina ben conosciuti dai primi cristiani. Ascoltandolo, abbiamo l’impressione di navigare con la nostra piccola canoa su un largo fiume che esce dall’eternità, ci trasporta dolcemente su sponde sempre nuove e ci travasa di nuovo nel grande mare dell’eternità di Dio. E’ un orizzonte storico vasto nel quale l’autore ha incastonato il Natale con la frase centrale: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».

   L’ evento è inserito nel grande cammino della storia della salvezza. Giovanni, col suo piccolo poema, vuole dirci che il Vangelo, cioè la Parola di Dio che è Gesù, non può essere solo annunciato, va cantato con entusiasmo, o, come dicevano i primi testi apostolici, va «gridato» (in greco: kérýssein) da gente entusiasta che ci crede. Il vangelo di Marco, nella missione che Gesù affida agli apostoli, formula così il suo comando:Andate in tutto il mondo e gridate (kerýssate) il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). E’ dunque un canto che deve risuonare da un capo all’altro della terra ed esser ascoltato da tutte le creature di Dio, perché a tutte è diretto. Questo canto di Natale è come quello che risuonò nella campagna di Betlemme. Gesù viene a togliere il peccato del mondo, a liberare l’universo dalla contaminazione del male, tutto il mondo lo devono sapere per cantare di gioia.

     Siamo davanti ad uno degli antichi inni che i cristiani dell’Asia cantavano nelle loro liturgie, come ci fa sapere Plinio il giovane, nella sua Lettera all’imperatore Traiano nel 111. Egli riferiva che i cristiani «sono soliti riunirsi in un giorno prestabilito, prima dell’alba e cantare insieme un inno a Cristo come ad un dio». Proprio per i credenti di quelle terre, che fanno parte dell’odierna Turchia, Giovanni aveva scritto il suo vangelo. L’uso e la scelta del termine «Logos» (in latino: Verbum e in italiano: Parola), per designare Gesù, sono dettati a Giovanni da una duplice esigenza: quella di collegarsi alla rivelazione ebraica dell'Antico Testamento e quella di dialogare con l’ambiente culturale greco del suo tempo. Nella tradizione biblica il termine richiama il concetto di «Sapienza divina» nella sua funzione di «Parola» creatrice e ordinatrice del mondo come è descritta in Sir 24,1-22 e in Prov 8,22-36.

 L’altra esigenza giovannea era il dialogo con la cultura greca del I secolo presso la quale il «Logos» aveva una funzione mediatrice tra Dio e il mondo. Per la filosofia del tempo «il Logos» era la ragione ultima delle cose, la ragion d’essere del mondo, il suo perché. Il mondo non esiste per caso e non è senza senso, esso ha la sua causa e la sua razionalità nel Logos (Parola) che lo ha creato e lo ricapitola, unificandolo nei suoi vari elementi. Questo crea la dipendenza totale del mondo da Dio. Giovanni voleva dire così ai giudei e ai greci che Gesù era la vera Parola di Dio, quella definitiva e riassuntiva di tutta la rivelazione divina, la ragione ultima di tutte le cose, quella che da loro senso e orientamento. Su questa idea di fondo, sono costruite le quattro strofe del canto, che celebra il cammino della Parola di Dio dall’eternità al tempo. Due brevi parentesi, forse inserite più tardi, servono a confrontare il Verbo con la figura di Giovanni Battista sopravvalutato dei discepoli.

     La prima strofa presenta il Verbo di Dio esistente nell’eternità insieme al Padre con tre espressioni formulate col verbo essere, quello dell’esistenza: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio». E’ usato l’imperfetto per indicare l’eternità della Parola che era Dio, in Dio e con Dio da sempre. La seconda strofa descrive l’attività del Verbo fonte unica della creazione, con due frasi contrapposte in positivo e i negativo: «Tutto fu fatto per mezzo di lui e nulla senza di lui fu fatto di ciò che esiste». L’inno vuole dire che il Figlio di Dio ha creato il mondo visibile e quello invisibile e che egli è l’unica fonte della vita, specie di quella umana che ne è il culmine. Infatti nell’uomo la vita diventa luce di conoscenza, consapevole di sé, del mondo e di Dio. Non c’è luce più grande di questa vita cosciente e pensante fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Da quando nel mondo c’è l’uomo, Dio ha avuto un interlocutore e la luce della sua rivelazione ha iniziato a risplendere: Dio si è rivelato all’uomo nella creazione e nella sua Parola. E’ stata come l’esplosione della luce nel buio del caos primitivo. Essa ha dovuto lottare contro le tenebre per farsi strada. Le tenebre dell’ignoranza e della cattiveria non l’hanno sempre accolta, ma nemmeno l’hanno vinta.

La terza strofa canta la presenza della Parola di Dio nella storia del popolo d’Israele. La Parola,

come Luce, apparve nel modo più chiaro, autentico e «vero», quando fu rivolta personalmente ai patriarchi, ai profeti, ai saggi, quando fu trascritta nelle Scritture d’Israele. Ma anche qui incontrò il rifiuto e l’incredulità di molti. Coloro però che l’accolsero divennero potenzialmente figli di Dio, uomini nuovi, nati non in modo naturale da carne e sangue, ma da Dio stesso. Poi, nella pienezza dei tempi, quella Parola diventò carne e piantò la sua tenda in noi, prima in sua Madre Maria a Nazareth, poi nella terra d’Israele. Dopo Betlemme, la tenda mobile del suo corpo si spostò sul territorio palestinese passando tra la gente e beneficando tutti, fino al tempo di Pasqua, quando il risorto trasferì la sua dimora all’interno di chi crede in lui (Gv 14,23) per farne carne della sua carne, tralci della sua vite.

     Solo la fede apre oggi gli occhi dei credenti a vedere la gloria divina nella carne del Figlio unigenito di Dio nato tra noi. Nato nell’eternità senza una madre, egli nasce nel tempo senza un padre naturale. In quel Figlio unigenito di Dio che si è fatto carne c’è il paradiso sceso in terra, c’è tutta la pienezza della divinità che è «grazia e verità», cioè amore fedele. Da questa esperienza di fede nasce l’ammirazione e il canto dell’evangelista che diventa anche il nostro canto. Solo attraverso quel bambino noi conosciamo il vero volto invisibile di Dio. Egli ce l’ha mostrato nelle sue fattezze umane, ma soprattutto nel suo agire umano fra noi. Della sua ricchezza di amore e di grazia, come da una fonte che ancora zampilla dentro di noi, noi tutti abbiamo ricevuto vita e forza.



DOMENICA DOPO NATALE

SANTA FAMIGLIA DI NAZARETH
     

I magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio. Morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e và nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli, so alzò, prese il bambino e sua madre, ed entrò nella terra d'Israele. Ma quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno» (Mt 2,13-15.19-23).

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Una famiglia dalla vita difficile

       Quando Giuseppe accettò di prendere con sé Maria sua sposa e di assumersi la paternità legale di Gesù, il Dio-con-noi, non poteva immaginare ciò che lo attendeva. Dio non ci rivela mai prima del tempo i suoi programmi su dei noi. La vita che egli dona è un salto nel buio. Essa si svela a noi via via che la viviamo, e solo uno sguardo di fede le dona significato salvifico. Gesù, divenuto uomo fra gli uomini, non volle sconti né per sé, né per la sua famiglia. Per lui e per i suoi genitori non ci fu una vita facile al riparo da rischi e sofferenze. Oggi il vangelo ci descrive la prima dura difficoltà che la santa famiglia dovette affrontare: la condizione di profuga. L’emigrazione forzata in un paese straniero per ragioni politiche, rende questa famiglia solidale con la grande folla di emigranti che sta attraversando il mondo in tutte le direzioni. Ormai individui e famiglie profughi si contano a milioni. Tra loro c’è anche questa famiglia cacciata da Betlemme dalla crudeltà di un tiranno. La grande fede, l’aiuto del cielo e la loro forte unità d’amore hanno aiutato Maria e Giuseppe a superare le enormi difficoltà che incontrarono agli inizi della loro convivenza familiare.

   Matteo ci racconta oggi quelle sofferte peripezie sulle quali avevano meditato con amore le prime generazioni cristiane, arricchendole di significati spirituali. La giovane famiglia aveva vissuto un momento di gioia con la visita dei Magi, venuti da molto lontano guidati da una stella. I lontani erano divenuti vicini, accogliendo e adorando il re dei giudei appena nato. Le autorità giudaiche di Gerusalemme, così vicine a Betlemme, insieme al loro re, Erode, lo avevano ignorato e addirittura cercato per ucciderlo. Dio che aveva assecondato la ricerca dei magi, ora sventa la ricerca omicida di Erode. Nei suoi piani, questo re crudele e disumano, non aveva calcolato l’intervento di Dio che scruta i segreti malvagi del cuore. Il tiranno si irrita per essere stato giocato dai magi, in realtà non si accorge di essere anticipato da Dio. Questi, dopo aver inviato in sogno un angelo ai magi per avvertirli del disegno criminoso del re, ora manda di nuovo in sogno un angelo a Giuseppe per invitarlo ad emigrare in Egitto per mettere in salvo il bambino minacciato.

     Ci sono ben cinque sogni nei racconti dell’infanzia di Matteo (Mt 1-2): quattro riguardano Giuseppe (1,20; 2,13.19.22) e uno riguarda i magi (2,12). Lo strumento profetico del sogno, come comunicazione della volontà di Dio, metteva Giuseppe di Nazareth i stretto rapporto con Giuseppe figlio di Giacobbe, detto dai fratelli «il sognatore». Anche lui fu strumento di salvezze per il suo popolo in Egitto (Gen 37,5-11). Dio si ripete nei suoi schemi, in maniera da farsi riconoscere con indizi certi da chi legge le sue gesta. Il sogno del resto mette al riparo la trascendenza divina da ogni tipo di contaminazione umana.

     Lo schema dei sogni che oggi ci vengono raccontati è composto di tre elementi: Un ordine di Dio, una pronta esecuzione di Giuseppe, una giustificazione del fatto con una citazione biblica. L’ordine diretto al responsabile primo della famiglia è questo «alzati, prendi con te il bambino e sua madre e vai…».Il ritornello è: «Giuseppe si alzò prese il bambino e sua madre e andò». Egli non discute, compie semplicemente la volontà di Dio. Si fida completamente di Dio, che sa bene quello che vuole e perché lo vuole. Così mette in salvo la sua famiglia. La stringatezza del racconto non consente di descrivere le enormi difficoltà di una migrazione improvvisa e forzata. Possiamo solo immaginare il disagio di un viaggio a piedi, con un bambino di pochi mesi in braccio e una fragile donna al seguito, attraverso luoghi deserti e impervi, per circa 500 chilometri, con bivacchi notturni di fortuna, evitando le carovaniere per non essere scoperti e rimandati indietro. Poi l’arrivo e le difficoltà di trovare alloggio e lavoro, pur nella comunità giudaica numerosa in quella terra.

     Quanto tempo rimase la santa famiglia in Egitto? E’ una domanda alla quale Matteo risponde dicendo che l’esilio durò fino alla morte di Erode, avvenuta forse un paio di anni dopo. Egli ci dice che il tiranno che voleva la morte di Gesù, la incontrò ben presto lui stesso. All’evangelista interessa giustificare quella migrazione come il compimento di un disegno misterioso di Dio: «affinché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta». Egli voleva accreditare come Messia suo Figlio facendogli rivivere una delle tappe più significative della storia del suo popolo, quella dell’esilio in terra egiziana con il relativo ritorno in patria. Per sottolineare il valore messianico dell’evento cita una profezia di Osea inserita nella descrizione della cura paterna amorosa che Dio aveva avuto verso il suo popolo, chiamato affetuosamente suo «figlio» (Os 11,1-9). Il testo di riferimento descrive i tre momenti finali della liberazione d’Israele: L’esodo, la guida amorosa attraverso il deserto, l’arrivo nella terra promessa. L’accento cade dunque piuttosto sul ritorno della famiglia dall’Egitto: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». E’ l’episodio raccontato subito dopo.

       Ancora una volta l’angelo di Dio appare in sogno a Giuseppe per annunciargli il via libera al ritorno dopo la morte del tiranno. Anche qui l’evangelista usa una formula che i lettori ebrei della Bibbia conoscevano bene: «Sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». E’ la formula usata nel libro dell’Esodo per indicare al profugo Mosè che può tornare in Egitto «perché sono morti quanti insidiavano la tua vita» (Es 4,19). Per Matteo il Messia rivive gli eventi più significativi anche della vita di Mosè: il tentativo del faraone di sopprimerlo fin da bambino e poi da adulto, la sua fuga nel deserto, il suo ritorno a casa come liberatore del suo popolo. perciò ricorda che il nome «Gesù» significa che «egli libererà il suo popolo dai suoi peccati» (1,21). In questi racconti c’è una trama di riferimenti biblici che indicano una lunga riflessione sviluppatasi nella chiesa apostolica per illustrare il piano di Dio nei confronti di suo Figlio fatto uomo. Fa parte di questa trama ance l’ultima citazione profetica che giustifica la scelta di Nazareth come luogo di residenza della santa famiglia: «sarà chiamato nazzareno». Il termine può richiamare due vocaboli ebraici: «Neser» che sta alla radice di Nazareth e significa «germoglio o fiore, un richiamo a Is 11,1; oppure «Nazir» che significa «consacrato, santo», un sinonimo di «figlio di Dio» già usato dall’angelo nell’annunciazione (Lc 1,35).        



SS. MADRE DI DIO (1 Gennaio)

In quel tempo, i pastori, andarono senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo. (Lc 2,16-21)


Dio volle una madre

   Non c’è un bambino senza una madre. Il Natale ha consentito al Figlio di Dio di avere una madre scelta tra le creature di questo nostro mondo. Egli, che nell’eternità aveva pronunciato solo il nome di «Abbà» (papà) nei confronti del Padre che è nei cieli, a Natale imparò a pronunciare anche il nome di «Immà» (mamma), nei confronti di Maria, nostra sorella in umanità. Possiamo appena immaginare la gioia di quella piccola donna di Nazareth il giorno in cui udì la prima volta il balbettio di quel dolce nome di «immà» uscire dalle labbra del suo Gesù. Quella gioia tutta materna Maria l’ha conservata nel suo cuore, perché era impossibile raccontarla ad altri e anche perché era parte della intimità segreta tra lei e suo figlio, un tesoro inviolabile per quella madre straordinaria. Solo lo Spirito Santo sapeva rendere estremamente bello quel momento. Quel nome arrivava da lontano, pensato e desiderato da quel bambino nella sua eternità. Ogni volta che chiamava Dio Abbà, era come se si sentisse orfano di madre. In quel nome di mamma c’è tutta la grandezza di Maria. Gesù è l’unico figlio che ha potuto scegliersi e costruirsi una madre su misura, come meglio la preferiva. C’è da pensare che abbia creato un capolavoro impareggiabile di donna che non ha uguali.

   Luca, nei suoi racconti, è scarno ed essenziale, non indulge a particolari curiosi e, tanto meno, a dettagliate descrizione di sentimenti. Dobbiamo supplire noi con la nostra esperienza umana: All’età di 12-14 anni Maria fu visitata dell’Angelo Gabriele e ricevette l’annuncio della sua scelta come madre del Figlio di Dio che voleva farsi uomo. A leggere con attenzione il racconto di quell’evento, ci si accorge che, nella sua semplicità, è sbalorditivo. Finalmente il cielo si apre e Dio decide di presentare al mondo sua Madre, che l’Angelo chiama per nome: Maria. Il Figlio di Dio inizia così il suo cammino di uomo in quella piccola donna, dove per nove mesi si nasconde, prendendo sangue a carne da lei. Poi nasce a Betlemme bambino come tanti, attaccato avidamente al seno della mamma. Qui apre per la prima volta i sui occhi nuovi di uomo e vede finalmente il suo volto, quello che lui gli aveva fatto.

     Il vangelo di oggi ci dice che, a otto giorni dalla nascita, il bambino fu circonciso secondo le usanze del luogo e gli fu dato il nome di Gesù, un nome abbastanza diffuso a quel tempo, ma per i credenti è «il nome che è al disopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei ciel, sulla terra e sottoterra», come ricorda Paolo ai cristiani di Filippi (2,9s). Già quel nome nasceva insanguinato dalla cerimonia cruenta della circoncisine, in previsione del destino di croce che lo attendeva. A raccogliere quel sangue c’era sua madre, come un giorno lontano lei sarà sotto la croce a compiere la stessa funzione materna. L’anno nuovo nasce bagnato dal sangue del Figlio di Dio nato pochi giorni prima, ma nasce anche sotto la cura amorosa di quella madre che stringe al petto quel bambino, che piange per la ferita ricevuta. In quell’abbraccio, viene offerto un rifugio e un conforto per l’anno che inizia a tutti noi feriti dal male.

     Al caldo di quel grembo Gesù cresce da bambino a fanciullo in continua simbiosi con la madre. Accanto a lei, mano nella mano, egli impara ad essere uomo, anzi uomo- Dio. Luca laconicamente ci dice: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40). E’ tutto ciò che riesce a dirci di qui primi anni di Dio fatto uomo. In quella casa di Nazaret, accanto a Giuseppe l’artigiano, impara un mestiere e lavora, uomo fra gli uomini. Sua madre continua a seguirlo a guardarselo con amore nel ricordo di ciò che aveva udito dall’angelo, dai pastori, dal vecchio Simeone. Luca conclude i suoi racconti con questa semplice annotazione: «Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore, e Gesù cresceva in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini» (2,51-52. )

   Dobbiamo tener conto che i racconti di Luca descrivono non solo gli eventi storici delle origini , ma anche la prima forma di devozione alla Madonna, nata spontaneamente al tempo degli apostoli. Quella dell’evangelista è meditazione e celebrazione insieme, vissuta e tramandata dalla Chiesa delle origini in Palestina. Qui Maria era ascoltata, ammirata, venerata e cantata come la Madre del Signore.

Elisabetta la chiama: «la Madre del mio Signore» (Lc 1,43) e da allora è invocata come « Madre di Dio» (Theotokos), un titolo proclamato solennemente dal terzo concilio ecumenico, quello di Efeso del 431. La storia di quei giorni ci dice che quando il popolo seppe che i padri conciliari avevano proclamato Maria Madre di Dio li portarono in trionfo nella notte alla luce delle torce.

     A scanso di false devozioni. dobbiamo notare che anche nei vangeli del Natale, dove si parla di lei, Maria non è la figura centrale. Al centro dell’interesse narrativo e celebrativo resta sempre Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. Maria non è un essere divino, è creatura di Dio come noi, anche se la più santa e la più sublime comparsa su questa terra. Accanto a Gesù, annunciato e celebrato come unico Salvatore, Cristo e Signore, è posta in subordine Maria sua madre. E’ l’indispensabile figura materna, perché non c’è un bambino senza una madre che lo concepisce, lo partorisce, lo presenta al mondo, lo nutre, lo cura, lo educa, lo avvia alla vita.

       Traspira dal Vangelo di Luca l’ammirazione, l’amore, la venerazione per la Madre del Signore, riflessi nell’adorazione e nell’amore dei primi credenti per Gesù. Maria è sempre vista insieme a Gesù Cristo, a lui indissolubilmente legata, un riflesso della sua luce, come la luna è il riflesso della luce del sole. Essa non è posta mai alla pari di Gesù Cristo; il suo non è culto di adorazione, dovuto solo a Dio, è un culto di venerazione, legato alla sua indispensabile funzione di madre, all’ammirazione per la sua vita di fede e di dedizione a Gesù, all’esempio di virtù cristiane da lei incarnate. Maria è totalmente relativa a Cristo. Ciò è messo chiaramente in evidenza dalla teologia e dall’iconografia orientale dove Maria non è mai presentata senza Gesù. Quasi sempre lo tiene in braccio e lo indica come la via, la verità e la vita, a volte è vista al suo fianco come la devota orante (Deesis) che intercede per i suoi figli.

   Maria non è solo la Madre di Dio ma è anche la madre di tutti i credenti in Cristo. Oggi facciamo festa in famiglia alla madre comune. Con il Natale inizia anche la nostra storia di figli di Dio. Luca, l’evangelista di Maria, dice che a Betlemme lei «diede alla luce il suo figlio primogenito» (Lc 2,7). Quel primogenito suppone la venuta in seguito di altri figli e i cristiani dell’età apostolica già vedevano nascere a Betlemme la grande famiglia di Dio dei credenti in Cristo. Paolo fa questo collegamento ideale: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nel nostro cuore lo Spirito del Figlio suo, il quale grida: Abbà, Padre» (Gal 4,4-6). A Natale il Figlio di Dio comincio a pronunciare il nome di mamma (immà) nei confronti di Maria e noi cominciammo a pronunciare il nome di Padre (abbà) nei confronti di Dio. Si fusero le due famiglie: quella del cielo e quella della terra; Gesù diventò figlio dell’uomo e noi diventammo figli di Dio. La Pasqua completò quest’opera di unione filiale, già idealmente presente a Natale, perché allora il Figlio di Dio morto e risorto ci trasmise la sua vita divina.  



2a DOMENICA DOPO NATALE (Gv 1,1-18)

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo, e il mondo è stato fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi e i suoi non l'hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l'ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. Gv 1,1-18)

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Gesù ha dato un volo umano a Dio

     Colpisce la frase conclusiva di questo brano: «Dio nessuno l’ha mai visto, l’Unigenito Dio ce l’ha rivelato». Nasce da questa affermazione tutta l’iconografia cristiana che affresca e abbellisce la nostre chiese dalle maestose cattedrali alle modeste chiesine di campagna. Proprio perché Gesù ha dato un volto umano al Dio invisibile, noi possiamo riprodurlo in pitture e scultura di ogni tipo, possiamo venerarlo e adorarlo anche nei quadretti di casa nostra. Quel volto ormai entra dappertutto. Quanto sarebbe mancato all’arte e alla pietà cristiana, se avesse trionfato l’iconoclastia, cioè il tentativo di cancellare ogni immagine di Dio e dei santi, dietro la spinta del divieto delle immagini sancito dall’Antico Testamento e confermato dall’Islam. Avremmo chiuso i nostri musei e spogliato le nostre chiese delle statue, dei mosaici e degli affreschi e dei quadri che ornano le loro facciate e i loro interni. Giovanni ci dice che il Dio invisibile ha avuto un volto e una figura umana in Gesù di Nazareth, l’Unigenito Dio che, pur rimanendo nell’intimità di vita col Padre, ha posto la sua dimora tra noi e ci ha mostrato il suo vero volto.

   L’apostolo Filippo che chiese un giorno a Gesù:«Signore, mostraci il Padre e ci basta», ebbe questa risposta: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre: Come puoi dire: mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?» (Gv 14,8-10). Voleva dire che egli era la traduzione in forma umana delle figura sublime del Padre che è nei cieli. Dio, che aveva creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ora si faceva uomo riassumendone le sembianze e velando la sua gloria accecante nelle fattezze del volto di Gesù vero Dio e vero uomo. Solo sul Tabor quel volto umano-divino lasciò trasparire attraverso la sua carne umana tutta la gloria luminosissima di Dio; i discepoli dovettero coprirsi gli occhi per non rimanerne accecati. A quella luce intingono i loro pennelli i pittori di tutti tempi, a cominciare da quelli orientali che, prima di iniziare a «scrivere» (come loro dicono) un’icona sacra si pongono in preghiera e in contemplazione davanti alla scema della trasfigurazione di Gesù sul Tabor, per attingerne tutta la luce. Solo dopo questo esercizio, sono abilitati a dipingere ogni soggetto religioso.    

     Giovanni con questo inno iniziale del suo vangelo vuole aiutarci a scoprire la storia e i lineamenti di quel volto. Nella Lettera di accompagnamento al Vangelo egli scriveva:« Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, Quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita ( la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna che era presso il Padre e che si manifestò a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,1-3). Il risultato di questa sua esperienza di fede a contatto diretto con Gesù è la descrizione che abbiamo appena letto, una descrizione che va oltre la vita di carne di Gesù per spaziare nell’eternità. Da qui è venuto il Figlio di Dio per diventare uomo a Natale, l’itinerario è segnato da quattro verbi:

Prima di tutto il verbo «essere» (eimì) coniugato all’imperfetto ripetuto per quattro volte di seguito. Esso ci dice che il Figlio di Dio esisteva prima ancora che cominciasse la storia del mondo, nell’eternità divina senza tempo e senza spazio. Egli era in relazione (pròs) personale col Padre in uno scambio di conoscenza e di amore indicibili, si rispecchiava nei suoi occhi in contemplazione colma di tenerezza. Non due statue immobili , l’una accanto all’altra, ma due persone in continua comunione reciproca.

   Il secondo verbo è il «fare» (ghìnomai) che interessa il mondo: «Tutto fu fatto per mezzo di lui». La creazione è opera sua , nata dal suo progetto di amore, per un bisogno misterioso di comunicazione della sua ricchezza e della sua bellezza. Guardandoci intorno, dovremmo dire : Questo l’ha fatto lui, il Figlio di Dio, Parola creatrice, perché ogni cosa è un regalo della sua bontà infinita. Siamo troppo egoisticamente interessati a possedere le cose che abbiamo per ricordarci di dire grazie a quel Dio che ce l’ha donate. Ci accorgiamo solo quando ci mancano quanto esse siano preziose per noi. A lui dobbiamo specialmente il dono della vita, la cosa più preziosa. Essa è la luce che illumina il nostro volto e ci rende consapevoli di ciò che siamo e di ciò che facciamo: «La vita era la luce degli uomini».

   Il terzo verbo è «venire» (érchomai), e indica il lungo cammino percorso dal Figlio di Dio dall’eternità per portare ad ogni uomo la compagnia di Dio. Dio non ha abbandonato il mondo a se stesso, l’ha abitato con la sua continua presenza creatrice e con la sua guida amorosa. Ha avuto solo il torto di essere presente tra noi in maniera discreta per salvaguardare la nostra libertà. Così il mondo non l’ha saputo riconoscere nemmeno nei suoi interventi provvidenziali più evidenti. Le tenebre hanno accecato l’umanità, ma la luce di Dio non è stata spenta. Dio continua ad inseguire l’uomo, anche se l’uomo ha preferito fabbricarsi divinità a sua immagine e somiglianza, divenendone schiavo, ignorando il vero Dio liberatore. E’ sempre così. Anche oggi il mondo ha i suoi idoli che lo governano in maniera spietata rubandogli la sua libertà e la sua dignità.

   Il quarto verbo è «divenire» (ghinomai) ad indicare l’ingresso del Figlio di Dio nella nostra natura umana, quando diventò carne e piantò la tenda (skenòô) tra noi, nomade con noi nomadi in questo mondo. Dio, che aveva fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, ora mostrava i suoi lineamenti nel volto del suo Figlio. Ogni uomo mostra il volto del suo creatore da rispettare e amare.    


EPIFANIA DEL SIGNORE

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magivennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella, e siamo venuti ad adorarlo».

All'udire questo parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda,/ non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:/da te infatti uscirà un capo/che sarà pastore del mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».

Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima.. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese. (Mt 2,1-12)


Siamo venuti per adorarlo

      Ci sono due modi di celebrare il Natale: quello della nostra comunità cattolica il 25 dicembre, quando abbiamo ricordato la visita e l’adorazione dei pastori di Betlemme (Lc 2,1-20), e quello delle comunità ortodosse orientali che festeggiano il Natale il 6 gennaio, ricordando la visita e l’adorazione dei magi come leggiamo nel vangelo di oggi. La differenza di datazione del Natale degli ortodossi è dovuta al fatto che loro non adottano nella liturgia il calendario gregoriano, ma seguono quello giuliano, che rimane 13 giorni indietro. A parte lo sfasamento di data, le differenze non sono poi sostanziali, perché i due eventi narrati sono situati a Betlemme e riguardano lo stesso Gesù bambino appena nato. Alla notte dell’apparizione angelica ai pastori fa da riscontro la notte dell’apparizione della stella ai magi. C’è in ambedue le notti una rivelazione celeste ad annunciare lo stesso evento misterioso e straordinario. Luca, un ex pagano convertito, descriveva la straordinaria manifestazione (Epifania) di Gesù ai giudei; Matteo, un ebreo convertito, raccontava la straordinaria manifestazione di Gesù ai pagani. La chiesa delle origini era composta da giudei e pagani convertiti. Nessuno poteva sottovalutare l’apporto degli uni o degli altri, né tanto meno creare opposizione. L’Epifania era la festa dei lontani (i pagani) chiamati da Dio a far parte della chiesa alla pari dei vicini (giudei).Il giudeo Matteo poteva semmai rammaricarsi del rifiuto delle autorità giudaiche, sorpassate dai sapienti pagani che compiono un lungo cammino per adorare il nato re dei giudei.

       La venuta dei magi è descritta in due tappe: il lungo viaggio dall’oriente fino a Gerusalemme, e il breve viaggio da Gerusalemme a Betlemme. Il racconto inizia con una precisazione necessaria: «Gesù nacque a Betlemme di giudea al tempo del re Erode». Gesù era conosciuto dalla sua gente come «Gesù di Nazareth», e questa designazione di origine lo svalutava agli occhi degli ebrei, che aspettavano il messia da Betlemme, il luogo d’origine di Davide (Gv 7,41s). Era necessario precisare che Gesù era chiamato Nazareno, perché era vissuto a Nazareth, ma in realtà egli era nato a Betlemme durante il regno di Erode, che lo aveva fatto cercare qui per ucciderlo. Fin da bambino, il vero «re dei giudei» era stato ricercato dalle autorità per essere eliminato. Allora poté sfuggire, ma circa trenta anni dopo ci fu un uovo tentativo, questa volta riuscito, e allora quel titolo dato dai magi a Cristo davanti ad Erode comparve sulla croce: «Questi è Gesù re dei giudei» (Mt 27,37). L’ombra della croce si proietta già sulla culla del bambino appena nato. Questo plagio di cattivo gusto i magi allora non potevano immaginarlo.

       Matteo introduce questi personaggi senza darci alcuna spiegazione, perché i magi erano personaggi ben conosciuti negli ambienti orientali. Essi comparivano alle corti dei re come rispettati e ascoltati consiglieri, spesso con cariche direttive. Praticavano per lo più la divinazione, studiando le stelle, componevano cioè oroscopi e facevano previsioni. Su questo loro specifico interesse professionale ha puntato Dio per rivelarsi mediante una stella. Egli parla sempre il linguaggio più comprensibile all’uomo. L’evangelista ci dice che venivano dell’oriente, forse dalla Persia. Sulle pareti della basilica di Betlemme, l’imperatore bizantino Giustiniano, nel VI secolo, li fece rappresentare con vestiti persiani. Proprio quella foggia di vesti salvò la basilica dalla distruzione persiana del 613. La fantasia popolare si è sbizzarrita a farli re e a cercare per loro nomi e volti diversi. Anche sulla natura della stella si è appuntato l’interesse cristiano. Gli astronomi hanno parlato di supernova, di cometa, di congiunzione dei pianeti Giove e Saturno. Nel vangelo la stella non è descritta come un fenomeno naturale, ma miracoloso: si muove in cielo, scompare, riappare e si ferma sul luogo dove abita il bambino.      

     La prima tappa del viaggio termina a Gerusalemme, dove era la sfarzosa reggia di Erode, luogo naturale per la nascita del re atteso. Furono ricevuti a corte con tutti gli onori dovuti al loro rango. La loro richiesta però sconvolse tutti. Erode viveva nell’incubo di essere detronizzato e aveva fatto uccidere la moglie e, da poco, due suoi figli che pensava congiurassero contro di lui. La gente della città temeva ora fiamme fuoco dal parte del re maniaco. Davanti a personaggi così rispettabili, Erode preferì però agire con diplomazia, fece buon viso a cattivo gioco. Convocò il Sinedrio, dove sedevano scribi e sommi sacerdoti, e fece loro spiegare ai colleghi magi dove sarebbe dovuto nascere il Messia, re dei giudei. Quei dotti ebrei non ebbero difficoltà a rispondere, perché nella Bibbia c’era una chiara profezia di Michea (5,1), che indicava Betlemme come luogo di provenienza del futuro figlio di Davide. In maniera distaccata e neutrale recitarono quella profezia davanti al re e ai magi abituati ai vaticini. Matteo ce la fa risuonare oggi, con qualche piccola variante esplicativa. Quel testo era lì da più di sette secoli, e non era colpa loro se diceva quelle cose spiacevoli alle orecchie del re. Loro si guardarono bene dall’accertare la verità della profezia. Con quel re crudele c’era poco da scherzare. Risalta bene il fatto che i dotti magi abbiano fatto tanta strada per cercare il messia dei giudei, e invece i dotti giudei, vicini di casa, non abbiano mosso un passo per trovarlo. Può accadere anche oggi ai cristiani di essere sorpassati nella fede dai così detti lontani divenuti miracolosamente vicini e zelanti.

     Così i magi si rimettono in cammino con una guida in più, questa volta la guida della Parola di Dio più sicura e autorevole della stella. Sperimentano che la scienza non basta per arrivare alla fede, ci vuole sempre il supplemento dell’ascolto della Parola per trovare il Signore. «La fede nasce dall’ascolto» diceva Paolo ai Romani (10,17). Da quel momento scienza (la stella) e fede (a Parola) sono andate a braccetto fino a Betlemme. Ha torto chi pensa di contrapporle come incompatibili. E saranno ambedue queste gambe a piegare le ginocchia di quegli uomini dotti nella casa di Betlemme. Da quella adorazione sgorgarono i doni preziosi che i magi offrirono al bambino: oro, incenso e mirra. Tre doni quanti erano forse i personaggi che li offrirono. Doni significativi: l’oro era per il re-messia, l’incenso per il Figlio di Dio (unico degno di adorazione), la mirra dono profetico che anticipa la sepoltura del crocifisso Signore venuto a dare la vita anche per loro(Gv 19,39). Accanto all’ombra della croce, si proietta sul Bambino, in braccio a sua Madre, anche la luce della risurrezione. Così la Pasqua è anticipata simbolicamente dall’epifania che la nostra gente umbra chiama ancora Pasqua-Epifania.

                                                                                

DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

BATTESIMO DEL SIGNORE

Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: « Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento». (Mt 3,13-17)

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Immagine e tipo del nostro battesimo

     L’episodio che ci narra oggi il vangelo è la porta d’ingresso nella vita pubblica di Gesù. Egli non è più il Bambino che i magi trovarono a Betlemme tra le braccia di Maria. Da quel giorno sono passati circa trenta anni e il Figlio di Dio è ormai pronto e deciso ad affrontare la sua gente con la predicazione e con l’azione. E’ l’inizio del Vangelo come lo presentava il primo annuncio apostolico rispecchiato allo stato puro nel Vangelo di Marco che comincia proprio da qui il suo racconto.

     La tradizione cristiana fin dai tempi apostolici ha visto nell’episodio del battesimo di Gesù al Giordano non solo come inizio della vita pubblica di Gesù, ma anche come prototipo del battesimo cristiano. Ne fa fede la rilettura in tal senso che Matteo ci fornisce nel brano evangelico che abbiamo letto. Per Gesù e per noi il battesimo è inizio di una nuova vita nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo; è il dono dello Spirito Santo che guida ormai l’esistenza di Cristo e del cristiano; è la presentazione ufficiale di Gesù e del credente come figli di Dio, amati dal Padre. Tutto questo è inquadrato nella tipologia dell’Esodo, che costituiva il cammino del popolo di Dio verso la terra promessa. Per questo, l’evangelista mette in fila una successione di episodi che legano l’inizio della vita pubblica di Gesù alla vicenda storica dell’esodo ebraico: Il passaggio del Giordano è assimilato già dai Salmi con il passaggio del Mar Rosso (Sl 66,6; 114,3), e Gesù scende nel fiume e ne risale iniziando una tappa nuove della vita sua e nostra. Poi lo Spirito, che ha appena ricevuto, lo conduce nel deserto, luogo di tentazione per un popolo che vi sostò quaranta anni di vita dura e provata. Era la scuola che insegnava come la vita non sia facile per nessuno e i cristiani non hanno sconti particolari. Finalmente Gesù sale sulla montagna dove promulga la legge nuova dell’amore che deve guidare la vita di ogni credente. Dunque c’è un popolo nuovo che emerge con Gesù dal Giordano, il popolo dei battezzati.

       Il racconto di Matteo è scandito da quattro momenti distinti: la venuta di Gesù che si accoda ai battezzandi sulle rive del Giordano; il dialogo tra lui e il battezzatore; la scena di rivelazione con la venuta dello Spirito e la voce del Padre. Sono momenti significativi che hanno bisogno di attenta riflessione.

        Quella del Giordano è la prima comparsa di Gesù in pubblico. Egli esce dal silenzio di Nazareth in Galilea e scende in Perea sulla riva orientale del Giordano all’altezza di Gerico. Inizia così la sua vita pubblica di maestro e di predicatore ambulante. L’evangelista è l’unico che attira l’attenzione sull’aspetto problematico del battesimo di Gesù: Perché egli scende al Giordano pur non avendo bisogno del battesimo di penitenza amministrato da Giovanni? E’ lo stesso precursore a porre il problema: «Giovanni cercava di impedirglielo dicendo: Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu viene da me?». Egli aveva annunciato poco prima: «Colui che viene dopo di me è più potente di me…egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (3,11). Ora vede arrivare proprio quel Gesù che aveva annunciato e cerca di rifiutargli il suo battesimo non fatto per lui, ma per i peccatori. Davanti a Cristo che viene, sente che il suo battesimo diventa superfluo e inutile. Quelle che Gesù pronuncia, in risposta alle obiezioni del precursore, sono le sue prime parole, assumono perciò un valore programmatico: «Conviene che così empiamo ogni giustizia».

       Il termine «giustizia» ricorre ben sette volte in Matteo e sempre indica la «volontà di Dio» da compiere come esigenza ineludibile. Gesù proclamerà più volte che è venuto non per fare la sua volontà, ma la volontà di colui che lo ha mandato (Gv 6,38). Addirittura dirà che questo è il suo cibo come il pane quotidiano (Gv 4,34). Non meraviglia allora che la prima parola d’inizio corrisponda a quella conclusiva del Getzemani rivolta al Padre: «Non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39). Così era necessario compiere ogni giustizia dall’inizio alla fine, in piena solidarietà con i peccatori. Più che comprendere, Giovanni intuisce, e finirà per indicarlo come «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Così il battesimo diventa per Gesù l’inizio di un cammino di croce come è spiegato in una frase un po’ misteriosa da lui sospirata: «C’è un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato, finché non sia compiuto» (Lc 12,50).

Per Matteo questo è il momento in cui Gesù è apparso solidale con noi peccatori come «il servo del Signore» che «ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie» (8,17 cita Is 51,4).                     

     Eccoci alla scena conclusiva che presenta il battesimo appena ricevuto da Gesù come la sua investitura messianica e la sua presentazione ufficiale al mondo. E’ una scena trinitaria con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, come quella invisibile del battesimo cristiano scaturito dalla pasqua e comandato dal risorto con queste parole: «Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). Si aprono i cieli ad indicare che è cambiato il rapporto tra Dio e gli uomini. Ora Dio è fra noi, cielo e terra si congiungono in Gesù che fa da ponte tra noi e il Padre.

     Il cielo aperto consente allo Spirito di discendere su Gesù per investirlo della sua missione salvifica di Messia atteso, lo dichiarerà egli stesso nella sinagoga di Nazareth, citando il profeta Isaia(Is 61,1-3 in Lc 4,18s). L’immagine della colomba come simbolo dello Spirito è presa dall’Antico Testamento, dove ha diversi modelli di riferimento: quello dello Spirito creatore che plana sulle acque primordiali per dare inizio alla creazione del mondo (Gn 1,1). Vuol dire che qui sta iniziando una nuova creazione, quella dei figli di Dio strettamente uniti al «primogenito di ogni creatura» (Col 1,15). Un altro riferimento ci indirizza al Cantico dei Cantici dove la sposa amata viene chiamata «colomba mia» (Ct 2,14; 5,2; 6,9). Starebbe allora ad indicare la manifestazione dell’amore tenero di Dio verso Figlio e verso tutti battezzati. L’idea è rafforzata dalla parola del padre che definiscono Gesù come «il mio Figlio prediletto».

       Le parole del Padre combinano insieme due riferimenti biblici: la proclamazione messianica presente nel Salmo 2,7:«Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato», e la presentazione del «Servo del Signore», l’eletto in cui Dio si compiace di Is 42,1, come abbiamo proclamato nella prima lettura di oggi. La voce ha anch’essa origine dal cielo, come lo Spirito, e indica il Figlio inviato dal Padre a battezzare con lo Spirito e a compiere l’opera di salvezza. Gesù inizia la sua attività pubblica introdotto e fortificato dal Padre che è nei cieli per compiere ogni giustizia fino alla sofferenza e alla morte. Quella voce infatti si farà udire di nuovo sul Tabor (17,5), dove Gesù inizia l’ultima tappa del suo cammino verso Gerusalemme per la sua morte e risurrezione. Ma l’appellativo di «Figlio diletto» richiama l’intima relazione filiale che caratterizzò il rapporto di Abramo col suo figlio Isacco (Gn 22,2). Allude dunque al futuro sacrificio del Figlio che Dio non risparmia come accadde invece ad Isacco. Questo Figlio che inizia il suo cammino avrà gli stessi sentimenti di fiduciosa sottomissione che ebbe Isacco nei confronti di suo padre, nonostante sapesse quello che lo aspettava. Tutti i battezzati dovrebbero adeguarsi, pur non sapendo ciò che li attende nella vita.

 

TEMPO DI QUARESIMA


1a DOMENICA DI QUARESIMA

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non mettere alla prova il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore Dio tuo adorerai: a lui solo renderai culto». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.(Mt 4,1-11)

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La fede messa alla prova
                                                                                                                                                                 

     Inizia oggi la quaresima come cammino di fede verso la Pasqua di Gesù e nostra, un periodo di tempo che dura quaranta giorni come quello che Gesù trascorse nel deserto per prepararsi al suo ministero. Il numero quaranta è uno delle cifre simbolo usate con frequenza nella Bibbia per indicare un periodo di riflessione e di esperienza significative e decisive. Mosè trascorse quaranta giorni sul Sinai, senza mangiare né bere, faccia a faccia con Dio, prima di annunciare al popolo i comandamenti di Dio (Es 34,28). Elia camminò nel deserto quaranta giorni senza prendere cibo per raggiungere l’Oreb alla ricerca della volontà di Dio (1 Re 19,8). La quaresima è entrata nella chiesa come tempo di riflessione, di riscoperta e di verifica della fede. All’inizio era il periodo che i catecumeni dedicavano a prepararsi più immediatamente al battesimo amministrato loro nella notte di Pasqua; era anche il periodo che i penitenti pubblici dedicavano al pentimento dei peccati in vista della riconciliazione concessa loro il giovedì santo.

       La quaresima inizia ogni anno proponendoci l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto, a ricordarci che la nostra fede è messa sempre alla prova nel lungo o breve cammino della vita. La tentazione non risparmia nessuno. Il racconto che oggi il vangelo ci riporta ci indica in che direzione vanno le nostre tentazioni, perché Gesù, prima di noi le ha volute sperimentare, «essendo lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). Per Matteo le tentazioni di Gesù sono paradigmatiche, in esse si rispecchiano cioè le tentazioni del cristiano. Per indicare questo egli mette in diretta successione la scena del battesimo e quella delle tentazioni, che è la successione presente nella vita cristiana. Sono descritte, è vero, con testi e richiami biblici alla storia dell’esodo e con riferimento alle aspettative messianiche dell’ambiente del tempo di Gesù, ma nel fondo esse sono tentativi diabolici di separare il credente da Dio, sono sollecitazioni a compiere un cammino di vita autonomo, fuori da ogni progetto divino. In questo, il diavolo è estremamente ripetitivo, forse perché il primo tentativo fatto con i primi uomini gli riuscì bene.

       Gesù fu dunque «condotto» dallo Spirito (che era appena sceso su lui al Giordano) nel deserto per essere messo alla prova. Egli fu come preso per mano dallo Spirito in questo itinerario, alla maniera del popolo di Dio quando uscì dall’Egitto. Fu condotto nel deserto, ma non fu lasciato solo. Dio ricordava a Israele: « Vi ho sollevato su ali di aquila e vi ho fatto venire a me» (Es 19,4). Il deserto è, nella Bibbia, un luogo di tentazione, di minaccia, ma anche è luogo di intimità con Dio, fuori del chiasso della società. Ricordando l’esperienza del deserto, Dio diceva: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quaranta anni. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato. Come un padre corregge un figlio, così il Signore tuo Dio corregge te» (Dt 8,2.4-5). Dio non abbandona un figlio suo in potere del diavolo. Per quanto sia grande la forza suggestiva della tentazione, non potrà mai togliere del tutto all’uomo la responsabilità delle sue scelte. Del resto il cristiano può contare su questa rassicurazione: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).

         Il racconto è strutturato come una discussione, un dibattito tra il diavolo e Gesù condotti sul filo di citazioni bibliche: tre citazioni le troviamo sulla bocca di Gesù e una su quella del diavolo. Questo sta a dire che in discussione è la volontà di Dio diversamente interpretata. Solo Gesù poté raccontare un episodio del genere. Nessun cristiano si sarebbe sognato di immaginare il Signore in balia del diavolo. Gesù ha raccontato qui la sua esperienza rivestendola di immagini, facendone un piccolo dramma in azione, alla maniere delle parabole che sapeva narrare tanto bene. Così l’ha resa più interessante e istruttiva. Tutto dovette svolgersi però nell’intimo della sua coscienza in tempi anche diversi. Narrando la sua avventura, ci ha detto che non fu facile nemmeno per lui, come uomo autentico, capire e scegliere volta per volta la volontà del Padre. Egli fu tentato fin sulla croce. Le immagini che usa le ha ricalcate sulle tentazioni vissute dal suo popolo durante la traversata del deserto. Il deserto è infatti il luogo dove sono ambientate e ad esso rimandano le citazioni bibliche utilizzate, tutte ricavate dal libro di Deuteronomio. Le citazioni tracciano come una lettura a ritroso di quel libro e riguardano la tentazione della fame, che Dio saziò con la manna piovuta dal cielo (Dt 8,3), la tentazione della sete che Dio estinse con la sorgente miracolosa di Massa e Meriba (Dt 6,16), la tentazione dell’idolatria che si concluse con la distruzione del vitello d’oro (Dt 6,13).

   Qui però esse assumono un significato nuovo, perché diventano piuttosto tentazioni messianiche. Gesù ha dovuto farsi strada nelle selva delle aspettative messianiche del suo ambiente. Gli ebri attendevano un messia che ripetesse i prodigi dell’esodo, per assicurare benessere alla sua gente; attendevano un messia che compisse segni spettacolari dal cielo per accreditarsi agli nocchi del popolo che ama i prodigi; attendeva un messia che avrebbe fondato un impero divino più grande ed più duraturo di quello romano esistente.

       Gesù ha rifiutato di impostare la sua vita e, di conseguenza quella dei cristiani, su queste false prospettive umane. Nel deserto, pur affamato, egli ha rifiutato per sé e per noi la ricerca schiavizzante del benessere materiale ad ogni costo, la rincorsa sfrenata alla soddisfazione degli istinti umani, la sete di guadagno e l’idolatria del denaro. Sul pinnacolo (la pinnetta, cioè l’ala del tempio che si protendeva sulla valle del Cedron ad una altezza di 80 metri) ha rifiutato di servirsi di Dio e ha scelto di servire Dio, con umiltà, con fiducia, con amore, senza pretese, senza forzature magiche e spettacolari. Sul monte (forse quello della Quarantena sopra a Gerico) ha rifiutato il potere e la ricchezza che gravano sulle spalle dei poveri, ha scelto il servizio umile e amoroso degli ultimi fino a dare la sua vita. Poteva dire a se stesso e a noi: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36) e tracciare così il programma della sua chiesa: «Colui che vorrà diventare grande tra voi, si faccia vostro servo (diakonos), e chi vuol essere il primo si faccia vostro schiavo (doulos), come il Figlio dell’uomo che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,26-28).              

 

2a DOMENICA DI QUARESIMA

   In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui!; Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti». (Mt 17,1-9)

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Quella luce che trasfigura il credente

         «La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21). Il racconto di Matteo che oggi ascoltiamo sembra tener presente la luce della vita divina invisibile accesa in ogni cristiano col battesimo e che aspetta di essere rivelata nella risurrezione finale. Gesù come vero uomo era Figlio di Dio, ma la sua realtà divina rimase velata nel suo corpo di carne e solo sul Tabor riuscì a filtrare e ad esplodere davanti agli occhi attoniti dei tre discepoli privilegiati. Ognuno di noi si porta dentro questa luce divina nascosta nella carne di peccato, una luce che un giorno filtrerà dal nostro corpo trasfigurato dalla visione di Dio. «Guardate quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente. Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non si è ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,1-2). Bisognava insegnare ai catecumeni questa meravigliosa verità che li incoraggiava nel cammino verso il battesimo. Presto sarebbero stati abitati da quel mistero di luce che brillò sul volto di Cristo. Il loro lato oscuro della loro esistenza carnale sarebbe diventato il più luminoso della loro sitenza. Perciò l’episodio della trasfigurazione era letto in questa seconda domenica di quaresima.

     Gesù ha voluto anticipare a metà del suo ministero la luce divina che a Pasqua trasfigurò il sua carne in corpo glorioso. Lo ha fatto per convincere i suoi seguaci che era veramente quel Figlio del Dio vivente che Pietro aveva confessato, quasi inconsapevolmente, poco prima a Cesarea di Filippo (Mt 16,16). Ma lo ha fatto soprattutto per rassicurare Pietro e gli apostoli spaventati e scandalizzati del suo primo annuncio di passione, di morte e di resurrezione (Mt 16,21-23). Nessuno poteva spegnere mai la luce divina che abitava Gesù in cammino verso la Pasqua. L’episodio è inquadrato da due coordinate quella cronologica e quella topografica. E’ situato sei giorni dopo la confessione di Pietro a Cesarea, dunque nel settimo giorno (lo Shabath), un tempo divenuto sacro per gli ebrei perché dedicato alla contemplazione e all’ascolto di Dio. L’indicazione contiene anche un riferimento discreto alla teofania del Sinai, quando Mosè prese con se Aronne, Nadab e Abiu e salì sul monte, dove Dio gli si rivelò solo nel settimo giorno in tutta la sua gloria (Es 24-9-16). Il riferimento al Sinai, monte della rivelazione, è anche rafforzato dalla presenza sul Tabor, accanto a Gesù dei due grandi abitatori della sacra montagna, Mosè ed Elia. Il monte è sempre legato in Matteo con una particolare rivelazione di Gesù: c’è il monte delle tentazioni che segna la vittoria di Gesù su Satana (4,8), c’è il monte delle beatitudini dove viene rivelata la nuova legge evangelica (5,1), c’è l’alto monte dove Gesù si trasfigura rivelando il suo vero volto di Figlio di Dio (17,1), c’è il monte della Galilea dove il Cristo risorto si rivela ai discepoli e li invia nel mondo ad ammaestrare le genti (28,16). Per vedere e ascoltare Dio bisogna salire in alto e sottrarsi al fastidioso inquinamento luminoso e chiassoso della valle.

       La narrazione procede descrivendoci due eventi straordinari: uno legato alla vista, l’altro legato all’udito. L’evento visibile riguarda la trasfigurazione luminosa di Gesù: «Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (v 2). Qui tutto è luce, perché «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1 Gv 1,5). Tutto il corpo di Cristo è un incendio di luce che filtra anche attraverso le sue vesti. Il linguaggio umano non ha altre categorie per descrivere Dio. Quel globo di luce che apparve sul Tabor era l’anticipazione della glorificazione del Figlio di Dio realizzata nella sua resurrezione, quando egli è entrato con il suo corpo nella gloria del Padre. E’ anche garanzia della nostra condizione finale, quando «i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). Gli antichi padri descrivevano la condizione dei credenti e della Chiesa come «Misterium lunae» (mistero della luna), piuttosto che come «misterium solis» (mistero del sole), in quanto dicevano che il credente e la Chiesa non brillano di luce propria, ma di luce riflessa come quella della lune che riflette la luce del sole, che nel nostro caso è Gesù. Noi siamo figli nel Figlio e sul nostro volto risplende la luce riflessa del Figlio primogenito, fatti a sua immagine e somiglianza. Accanto al Cristo luminoso appaiono Mosè e Elia a conversare con lui. Il contenuto di quella conversazione ci viene rivelato da Luca: «parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme» (Lc 9,31). I due personaggi rappresentano la Legge e i Profeti, cioè le Scritture che hanno rivelato a Cristo uomo la vera strada da seguire per salvare gli uomini: il servizio umile fino alla morte e alla risurrezione. Fu la scelta fatta a conclusione delle tentazioni.

     Confuso e frastornato, Pietro prone a Gesù di costruire tre tende sul monte per prolungare nel tempo quella visione straordinaria e poterla contemplare a lungo. Proposta inaccettabile perché le apparizioni di Dio sono rapide e improrogabili. Nessuno può comandare a Dio di fermarsi. Lo sapevano bene Mosè e Elia, che sul Sinai videro solo Dio «passare» accanto a loro come di sfuggita (Es 33,22; 1Re 19,11). Nell’esperienza interiore di Dio, bisogna saper cogliere il momento e tornare subito al quotidiano. Dopo la visione rapida scese sul Tabor una nube luminosa che avvolse tutti. Nella Bibbia, la nube è sempre simbolo della presenza di Dio invisibile e inarrestabile. Qui Dio accoglie come in un grande abbraccio tutti protagonisti della scena. Allora il Dio invisibile «parla» come un padre che conversa con i figli. Il Dio invisibile della nube è il Dio che parla, il Dio della Parola; non mostra il suo volto, ma fa udire la sua voce. Quella voce si è incarnata in Gesù divenuto «Parola di Dio» da ascoltare. Perciò Dio nella nube dice: «Questi è i mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!» L’invito è per Pietro e i suoi compagni che rifiutavano di ascoltare il Figlio che parlava della sua passione, morte e resurrezione, una prospettiva ostica per loro. Ma quel invito arriva a tutti noi oggi e sempre: « Beati coloro che ascoltano la Parola di Dio» (Lc 11,28). La reazione dei discepoli fu di paura che piegò loro le gambe, ma subito la mano fraterna di Cristo li rassicurò: «Alzatevi, non abbiate paura». Gesù non abbandona mai chi sale con lui sul monte per ascoltare Dio. A noi che lo seguiamo portando la sua immagina e la sua parola scolpite nel cuore dice: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).



3a DOMENICA DI QUARESIMA

In quel tempo, Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna di Samaria ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a far provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, tu non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli disse la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice:« Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito: in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

(Gv 4,5-15.19-26).

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Abbiamo bevuto una sorgente

Nel cammino dei catecumeni verso il battesimo, la chiesa antica inseriva in questa domenica l’argomento dell’acqua, citando l’episodio dell’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Giacobbe a Sichem. Il racconto consente ai fedeli di ieri e di oggi di ripensare il proprio battesimo, di riscoprirne l’origine e il significato. Ci fa da guida l’anonima donna di Samaria, che ebbe la fortuna di incontrare Gesù sull’orlo del pozzo, dove era venuta ad attingere acqua. Un incontro per lei inaspettato, ma programmato da Cristo, che, in cammino verso Gerusalemme, «doveva attraversare la Samaria» (4,4) proprio in cerca di lei e dei suoi compaesani. L’episodio è chiaramente diviso in due parti da due argomenti legati fra loro: Il battesimo nasce dal dono dello Spirito Santo che ha in Cristo glorificato la sua sorgente; esso abilita il credente ad un nuovo culto, cioè ad un nuovo rapporto di adorazione e amore con Dio Padre, un culto in Spirito e Verità. Sediamoci anche noi insieme alla samaritana sul muretto del pozzo e ascoltiamo. Si parla di noi.     E’ circa mezzogiorno di una calda giornata, Gesù arriva sudato e stanco e siede spossato sull’orlo della «sorgente». Non è senza significato che sia Giovanni che Gesù parlino di «sorgente» (peghé) mentre la donna parla di «pozzo» (phrèar). I primi si riferiscono al nuovo, la donna rimane ancorata all’antico. Non ci si può sottrarre inoltre al confronto con l’ora. E’ «mezzogiorno», la stessa ora della crocifissione, indicata dagli evangelisti, l’ora in cui Gesù, sudato e spossato viene inchiodato sulla croce (Mc 15,33 par.); anche allora egli ebbe tanta sete e chiese da bere, ma finì per donare l’acqua viva (acqua e sangue) sgorgata dalla sorgente del suo cuore (Gv 19, 28.34). Ecco che arriva una donna di Samaria a quell’ora insolita (le donne attingevano acqua al mattino e alla sera), forse per non vuole incontrare le altre donne che la conoscono bene e la criticano peri suoi liberi costumi. Gesù non ha pregiudizi e le chiede gentilmente un sorso d’acqua. Scatta la meraviglia un po’ sarcastica della donna: come osa un ebreo chiedere da bere ad una samaritana visto che i loro rispettivi popoli si odiano e si disprezzano? Gesù non accetta polemiche di tipo campanilistico e lancia una proposta strana e misteriosa alla donna sprezzante: «Se tu conoscessi il dono che Dio ti fa in questo momento nel chiederti un po’ d’acqua, le parti si invertirebbero, e saresti tu a chiedere ed egli ti darebbe acqua viva» (v 10).

     «Il dono di Dio» è Gesù che ora chiede, ma poi finirà per dare: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (3,16). Egli è la sorgente di «acqua viva» che è lo Spirito Santo effuso nel battesimo. Lo spiegherà lui stesso poco dopo, nell’ultimo giorno della festa delle capanne, a Gerusalemme, quando griderà forte nel Tempio: «Chi ha sete venga e me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo grembo. Questo egli disse dello Spirito Santo che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Gv 7,37). La donna non capisce, ma risponde ancora con fare sprezzante: «Tu non hai un secchio per attingere e il pozzo è profondo 32 metri». Quel uomo assetato pretende di essere più grande e capace del patriarca Giacobbe che scavò il pozzo e lo diede ai suoi figli? Gesù non raccoglie la provocazione. Corregge il fraintendimento della donna che continua a pensare all’acqua sorgiva del pozzo, mentre egli le propone l’acqua del battesimo, un’acqua che purifica, disseta, dona la vita, ristora: «chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete. Anzi l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla verso la vita eterna» (v 14). Egli dice alla donna: non ci siamo capiti; io non ti dono l’acqua di questo pozzo, io ti propongo di ingoiare addirittura una sorgente. Se tu credi in me, non avrai solo l’acqua che è lo Spirito, ma avrai me, che sono la sorgente stessa dello Spirito. Noi verremo in te e prenderemo dimora dentro di te. E’ questo il significato del battesimo cristiano. La donna sta cedendo, anche se non capisce bene tutto questo, ma ora è lei che chiede da bere: «Signore, dammi quest’acqua perché io non abbia più sete». Pur nel fraintendimento che continua, affiora in questa domanda l’esigenza di pulizia interiore e il bisogno di comunione con Dio. Gesù lo capisce e la costringe a venire allo scoperto. Consapevolmente, la invita ad andare chiamare suo marito. La donna mostra tutto il suo imbarazzo perchè ha avuto cinque uomini e quello con cui convive non è suo marito. Gesù lo sa e glie lo dice.

       La donna, per sfuggire all’imbarazzo, sposta il discorso su una controversia che opponeva giudei e samaritani. I primi ritenevano che solo nel tempio di Gerusalemme era lecito adorare Dio, i secondi pensavano che il vero luogo di culto fosse il loro, sul monte Garizim. Bastava alzare gli occhi dal pozzo per scorgerlo, era proprio lì, sopra di loro. Chi ha ragione? La domanda è solo all’apparenza evasiva, infatti Gesù vi si aggancia subito per illustrare le conseguenze del battesimo che crea nuovi rapporti con Dio. Risponde affettuosamente: «credimi, donna, è giunto il momento i cui né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre. Viene l’ora, che è appena iniziata, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Se spirito e verità sono scritti con la lettera minuscola, Gesù vuole dire che il vero culto nasce ora dall’intimo del credente ed esige sincerità ed coerenza di vita, fuori di ogni formalismo e ipocrisia. E’ nel cuore che Dio abita e qui bisogna imparare ad incontrarlo e servirlo con una vita santa. Questo non significa che viene abolita ogni forma di culto esteriore, ma che questa diventa vuota, se non nasce dalla sincerità e dalla purezza interiore. Se Spirito e Verità sono scritti con la lettera maiuscola, Gesù vuole dire che il culto e la preghiera cristiani si svolgono sotto la guida dello Spirito che abita nei credenti (Rom 8,15.26). E’ lui che crea il clima di confidenza filiale nei confronti di Dio Padre (Abbà) . Il culto però è anche nutrito dalla Parola e dall’esempio di Gesù, che è «via, Verità e vita»; egli è il nostro mediatore, e solo attraverso lui si arriva al Padre (Gv 14,6). Il pozzo di Sichem diventa così una cattedra per i battezzati di tutti i tempi



4a DOMENICA DI QUARESIMA

In quel tempo, passando vide un uomo cieco dalla nascita. e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe» - che significa Inviato -. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Và a Sìloe e lavati!” Io sono andato,mi sono lavato, e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».

Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?».I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco, ma come poi ora ci veda, non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età, chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e gli dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò gli disse: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «L'hai visto: è colui che parla con te».. Ed egli disse: «Credo, Signore!». E gli si prostrò dinanzi a lui. (Gv 9,1-38)

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La luce che guarisce la nostra cecità

     Ancora un altro brano di catechesi battesimale: il battesimo come dono di luce di fede. La scena compare ben sette volte nei dipinti delle catacombe romane con significato chiaramente battesimale. Per i catecumeni questa era la domenica dei grandi scrutini (esami): Veniva aperto solennemente il vangelo e si proclamava il brano odierno con la confessione del cieco guarito: «Io credo, Signore» (v 38). A questo punto i catecumeni recitavano per la prima volta il credo, segno della luce di fede ricevuta. Da questo episodio furono più tardi ricavati i riti dell’unzione con la saliva e con l’olio dei catecumeni che precedevano l’immersione nell’acqua. L’acqua è qui indicata dalla piscina di Siloe, dove il cieco è inviato a lavarsi; essa richiama la vasca battesimale. Qui c’è un uomo nato cieco (il fatto è ripetuto ben 7 volte), come tutti noi sul piano della fede. Solo la rivelazione portata da Gesù col suo vangelo ci ha guariti miracolosamente: «Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che un abbia aperto gli occhi ad un cieco nato» (v 32). Da questo racconto nasce anche la designazione dei battezzati come «illuminati» (phôtisthèntes) (Eb 6,4;10,32). Di questa «illuminazione» (Phôtismòs) già parla Giustino nella sua I Apologia (I,61,13). Siamo dunque alla riscoperta delle nostre origini cristiana e ci mettiamo oggi alla scuola del cieco di Gerusalemme.

     Quello narrato è un episodio inedito, riferito solo da Giovanni. E’ ambientato durante la Festa delle Capanne (eb. Sukkot) che durava otto giorni ed era considerata la festa della luce e dell’acqua. Già nel primo giorno venivano accesi quattro grandi candelabri d’oro per illuminare il tempio nelle notti successive, quando si vegliava e pregava in tende o capanne improvvisate erette nelle vie della città. Proprio all’inizio della festa Gesù si era presentato dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12). Era un riferimento simbolico chiaro alle luminarie accese nel tempio e nelle capanne sparse per la città. Alla fine della festa partiva dal tempio la processione solenne dei sacerdoti che andavano ad attingere acqua, con anfore d’oro, alla sottostante piscina di Siloe. Fu allora che Gesù si mise a gridare: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me» (7,37). Ora i due riferimenti si fondono per Giovanni nel miracolo compiuto proprio nel tempio, dove avevano luogo i riti citati. Entrando, egli vede un cieco dalla nascita, messo lì a chiedere l’elemosina. I discepoli gli domandano quale sia la causa di quella cecità: la punizione per un peccato dei genitori o suo? Gesù continua a rifiutarsi di collegare il male fisico con il peccato e nega ambedue le illazioni. Una cosa è certa, che quel male è l’occasione per manifestare le opere di Dio da lui compiute, perciò dice: «Finché sono nel mondo io sono la luce del mondo» (v 5)

     Egli passa subito all’azione: raccoglie un po’ di polvere, l’impasta con la saliva e la spalma sulle palpebre del cieco, poi gli dice: «Vatti a lavare alla piscina di Siloe (che significa Inviato)» (v 7). Tutto qui ha un significato simbolico: il fango è la materia prima usata da Dio per creare l’uomo; la saliva era considerata segno del respiro, quello che Dio alitò proprio sul volto del primo uomo che divenne così essere vivente (Gn 2,7). Gesù compie le opere stesse di Dio e con la sua azione salvifica sta ricreando un’umanità nuova. Quest’uomo nuovo nasce dall’acqua e dallo spirito, simboleggiato dall’acqua della piscina di Siloe, l’acqua dell’«Inviato». Egli è la sorgente che aveva descritto alla Samaritana domenica scorsa. L’effetto è immediato: « Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva».

Il miracolo diventa l’occasione per una lunga serie di discussioni e di polemiche. Iniziano i vicini e i conoscenti che si chiedono se si tratti proprio del mendicante tante volte visto all’ingresso del tempio:« è lui, non è lui, è uno che gli rassomiglia?» A queste domande pone fine l’interessato che proclama a tutti con vivacità ed entusiasmo: «sono proprio io!», e non si stanca di raccontare a tutti ciò che gli è capitato. Intanto Gesù, come solito, si è dileguato tra la folla per non divenire oggetto di curiosità morbosa. Il fatto è troppo eclatante per non attirare l’attenzione dei capi giudei, specie dei farisei, che intentano una vera inchiesta processuale, perché il miracolo è avvenuto di sabato, quando non si poteva impastare nemmeno un po’ di fango con la saliva, senza essere accusati di trasgressione grave del precetto divino. Sarà proprio questo l’appiglio che li convincerà a negare l’evidenza del miracolo.

     L’inchiesta ha tre fasi: nella prima viene sentito colui che era stato cieco. Egli racconta ancora una volta come sono accadute oggettivamente le cose. I farisei gli obiettano che quello non può essere un miracolo, tanto è evidente la violazione del sabato. Lui che ne pensa del suo guaritore? egli risponde sicuro: «E’ un profeta». I fatti parlano chiaro, bisognerebbe avere i paraocchi per non vederlo. L’inchiesta ora coinvolge anche i genitori del miracolato, i quali non sanno dire altro che quello è il loro figlio, ma non vogliono dare giudizi sul suo guaritore per paura di essere ricattati. Dicono evasivamente: «Chiedetelo a lui, ha l’età e può testimoniare» (v. 21). Il cieco guarito, è convocato di nuovo e mostra tutto il suo coraggio nel difendere con vivacità e intelligenza il suo benefattore, che egli nemmeno conosce, perché non l’ha ancora visto con i suoi nuovi occhi. Alla domanda dei farisei di raccontare di nuovo come sono andate le cose, con l’intenzione chiara di ricavarne qualche contraddizione e dimostrare che Gesù è un peccatore, che ha agito per magia, il cieco guarito risponde con intelligenza: «Se sia peccatore, io non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». Alla pressione insistente dei suoi inquirenti egli ribatte furbescamente: «Volete diventare anche voi suoi discepoli?» (v 27). A corto di argomenti, quelli passano all’insulto e lo cacciano via. Il pregiudizio chiude gli occhi sull’evidenza. Ricompare allora in scena Gesù ad accogliere quell’uomo coraggioso. Gli domanda: « Tu credi nel Figlio dell’uomo?». Il titolo richiama il Cristo pasquale che è venuto per salvare con la sua morte e risurrezione. E’ la prima volta che i due si guardano negli occhi e scatta la scintilla della fede: «Credo, Signore!» - egli risponde - e gli si prostra ai piedi in segno di adorazione. La sua fede è la nostra fede, è la luce che illumina la vita nel cammino verso la visione di Dio faccia a faccia. La riconoscenza e l’adorazione del cieco nato dovrebbe essere anche la nostra.


5a DOMENICA DI QUARESIMA

In quel tempo un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta, e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: « Lazzaro, il nostro amico s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!»

Quando Gesù arrivò trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio colui che viene nel mondo». Dette queste parole se ne andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando che andasse a piangere al sepolcro».

Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, e molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto.. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro; era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore; è lì di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. (Gv 11,1-45).


Noi, i risorti del quarto giorno

       Questa era la Domenica nella quale ai catecumeni veniva consegnata la preghiera del «Padre nostro» perché l’imparassero a memoria così da poterla recitare frequentemente dopo il battesimo. Dovevano sapere che il sacramento che stavano per ricevere li faceva figli di Dio, perché donava loro la vita divina e assicurava la risurrezione finale dei loro corpi. Il battesimo li faceva passare dalla morte alla vita perché li univa strettamente a Gesù che a Betania dichiara: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (11,26). La domanda era rivolta ai catecumeni, ma oggi essa è rivolta a ciascuno di noi. L’ultima parola di Dio è la vita, non la morte. Il nostro Dio è Dio dei vivi, non Dio dei morti. Pochi cristiani oggi credono alla risurrezione finale; la loro fede si chiude nel solo orizzonte della vita terrena. Paolo griderebbe loro ancora, come fece a Corinto: «Se non vi è risurrezione dai morti, neanche Cristo è risorto. Se Cristo non è risorto è vuota la nostra predicazione, è vuota anche la vostra fede. Voi siete ancora nei vostri peccati. Se abbiamo avuto speranza in Cristo solo per questa vita, siamo i più sventurati di tutti gli uomini» (1 Cor 15,12-19). Il vangelo di oggi ci costringe a confrontarci seriamente con l’articolo del credo, dove diciamo: «Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna».

       Il fatto narrato accadde a Betania, un gruppo di case distante cinque chilometri circa da Gerusalemme. Qui risiedeva una piccola famiglia composta da due sorelle, Marta e Maria (Lc 10,36-42), e di un fratello, Lazzaro; tutti tre scapoli. Erano amici intimi di Gesù che forse, con il suo esempio, aveva ispirato loro il celibato. Quando Gesù veniva a Gerusalemme per le feste trovava ospitalità in casa loro, fuori dalla confusione cittadina. Siamo in prossimità della festa di Pasqua, l’ultima, quella che vedrà Gesù morire e risorgere. L’episodio di oggi ne è preparazione e segno anticipatore. Nell’introduzione ci viene detto che Gesù si era ritirato oltre il Giordano per sfuggire ai tentativi di cattura messi in atto dai giudei. Questi lo volevano morto ad ogni costo, perché troppo scomodo. In transgiordania Gesù ricevette il messaggio allarmato e urgente delle due sorelle: «Signore, Il tuo amico è malato» (v 3). La reazione di Gesù è calma e attendista: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio». L’evangelista precisa che la sua non è indifferenza, perchè Gesù «amava molto Marta, sua sorella Maria e Lazzaro» (v 5). Dopo due giorni di attesa, decide di tornare in Giudea e precisamente a Betania. Gli apostoli cercano di opporsi alla decisione, perché era come andare nella tana del lupo. Ma Gesù non sente ragioni, e rivela: «Lazzaro è morto, ma io vado a svegliarlo» (v 11). Quando giunge, trova che Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro. E’ ormai troppo tardi per svegliarlo, è già iniziato il processo di decomposizione del cadavere, glie lo farà notare proprio Marta davanti alla tomba. All’ingresso nel villaggio gli vengono incontro in successione le due sorelle che gli rivolgono lo stesso affettuoso rimprovero: «Signore, se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» (vv 21.32). Con Marta, una forte e concreta massaia ebrea, Gesù ha una lunga e serrata conversazione teologica riassunta da Giovanni. Lei, donna dalla fede forte, confessa chiaramente: «So che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le risponde: «Tuo fratello risorgerà». E Marta a lui: «So che risorgerà nella risurrezione del ultimo giorno». E’ ormai rassegnata ad aspettare con fede l’ultimo giorno, come ogni buon credente che ha perduto una persona cara. Gesù sorprende tutti con un’ardita affermazione: «Io sono la risurrezione e la vita; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?» (v 26). Marta si rende conto che questo è credere ad un impossibile che può diventare possibile. Non capisce bene, ma si affida con confidenza piena a Gesù: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Figlio di Dio». E’ come dire: non capisco come ciò avverrà, ma mi fido totalmente di te e della tua parola. Così dovrebbe essere la fede di ogni credente davanti al mistero della propria risurrezione.

       Davanti a Maria, donna fragile, delicata, contemplativa, vulnerabile Gesù non trattiene il nodo di pianto che gli sale in gola e si turba profondamente. Poco dopo, non trattiene più le lacrime e «scoppia in un pianto dirotto» senza imbarazzo e falso pudore. Tanto che i presenti esclamano: «guarda come lo amava!». Maria lo conduce alla tomba del fratello che, come tutte le tombe di Gerusalemme, era una caverna scavata nella roccia e chiusa da una ruota di pietra. Gesù fa togliere la pietra, nonostante le proteste di Marta che teme la puzza insopportabile di un cadavere decomposto, si raccoglie in preghiera per ringraziare il Padre, e poi grida forte: «Lazzaro, vieni fuoriii!» (v 43). Il cadavere compare vivo sulla soglia del sepolcro, fasciato dalle bende mortuarie. A questo punto non resta che scioglierlo e restituirlo alla sorelle. Quel grido sulla soglia della tomba è come lo squillo di tromba degli angeli della risurrezione dell’ultimo giorno (1 Cor 15,51; 1Tes 4,16). Quella voce l’ascolteremo anche noi un giorno, essa ci sveglierà tutti bdal sonno della morte.

         La risurrezione di Lazzaro è l’ultimo dei sette segni registrati da Giovanni nel suo vangelo. Questi costituiscono un crescendo verso il dono di vita piena, da Cana a Gerusalemme, dall’inizio al culmine della salvezza. La risurrezione di Lazzaro annuncia e anticipa la risurrezione il terzo giorno di Gesù, «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18), ma annuncia e garantisce la risurrezione nostra, quella del quarto giorno, quella che ci unirà e ci conformerà a lui. Solo Gesù è risorto il terzo giorno, tutti noi risorgeremo dopo di lui, nel quarto giorno come Lazzaro. L’episodio è anche l’occasione per conoscere la profondità dei sentimenti umani di Gesù, che partecipa con sincerità al nostro dolore, e piange con noi. Così il terribile mistero della morte viene addolcito dalla sua presenza amica e dalla sua calda compagnia: «sia che viviamo, sia che moriamo, siamo sempre del Signore» (Rom 14,8).

 

DOMENICA DELLE PALME

(Settimana Santa)


«Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate nel villaggio che sta di fronte a voi e subito troverete un'asina legata e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, risponderete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:

« Dite alla figlia di Sion:/Ecco, a te viene il tuo re,/mite, seduto su un'asina,/e su un puledro, figlio di una bestia da soma».

I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l'asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i suoi mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide!/ Benedetto colui che viene nel nome del Signore!/Osanna nel più alto dei cieli!» Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea». (Mt 21,1-11)


Gesù va incontro alla sua morte-risurrezione

     Inizia con questa domenica la Settimana Santa di passione, morte e risurrezione di Gesù. Nel racconto che ascolteremo nella messa, Matteo mostra chiaramente che Gesù ha liberamente scelto questa strada di dolore e di redenzione in accordo con la misteriosa volontà del Padre rivelata nelle Scritture. Nella cena, egli anticipa, nel segno sacramentale del pane e del vino, il dono libero di se stesso per tutti noi; nel Getzemani conferma la sua sofferta decisione, pur potendo cambiarla (26,53-54). Matteo, da buon giudeo, legge la passione attraverso le S. Scritture e confessa che prima di Pasqua lui e i suoi compagni non aveva capito nulla, anzi avevano contestato le parole di annuncio che Gesù aveva pronunciato (16,21-23) o l’avevano rimosse con tristezza e incoscienza (17,22-23). Quelle parole erano per loro un ostacolo insormontabile, un programma umanamente assurdo.

           Eppure da quella apparente sconfitta deve nascere un mondo nuovo; la debolezza apparente dell’amore divino genera la potenza di vita e di resurrezione per gli uomini. L’evangelista descrive simbolicamente tutto questo raccontando i segni che accompagnano la morte di Cristo in croce: la lacerazione del velo del Tempio indica che ormai è spalancata la porta della casa di Dio el’ingresso degli uomini a Dio è senza ostacoli e senza veli; gli sconvolgimenti cosmici indicano che il mondo partecipa al grande dolore del Figlio di Dio ed è attraversato da una scossa salvifica che cambia profondamente le cose; i morti che escono dalle tombe annunciano l’alba di una esplosione di vita e di resurrezione senza pari. Dalla croce e dal sepolcro si sprigiona una potenza incontenibile che i soldati messi a guardia del cadavere di Cristo non possono arginare.

     Tutto questo è anticipato e annunciato dall’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme la domenica delle Palme, che abbiamo ascoltato all’inizio del rito. Una fiumana incontenibile di pellegrini osannanti scortano Gesù verso la città santa, giù per lo scosceso sentiero che riga il Monte degli Ulivi. Il racconto di Matteo si aggancia alla guarigione dei due ciechi di Gerico, ultima tappa del suo cammino pasquale. I pellegrini della Galilea, in cammino verso Gerusalemme per celebrarvi le feste pasquali, hanno assistito entusiasti a quel miracolo strepitoso e gli organizzano, insieme ai discepoli, il corteo chiassoso che l’evangelista descrive. Siamo in vista della città, sulla cima del monte che sovrasta Gerusalemme dalla parte orientale, a circa un chilometro di distanza dalle sue mura. Sulla sinistra, ma dietro la cima, c’è il piccolo borgo di Betfage (La casa del fico), dove Gesù invia due suoi discepoli a prelevare un asina con il suo puledro. Le indicazioni che dà sono così precise che i due non fanno difficoltà a trovare l’asina madre legata accanto ad una casa con il suo puledro che le ronza libero intorno. Nello slegare la bestia qualcuno chiede la ragione di quell’apparente furto. La risposta l’ha già suggerita il Signore: quell’animale serve in prestito a lui che provvederà quanto prima a rimandarlo. Nessuno fa obiezione, gli animali venivano dati generosamente in prestito a chi ne aveva bisogno.

       Ciò che colpisce è il fatto che tutto è previsto con largo anticipo, anche in riferimento alla profezia di Zaccaria che annunciava l’evento circa cinquecento anni prima, specificando asina e puledro. Matteo combina qui due testi di profeti diversi: Isaia che gli fornisce l’indirizzo iniziale: «Dite alla figlia di Sion», e Zaccaria che fornisce il corpo dell’annuncio: « Ecco, a te viene il tuo re,/mite, seduto su un'asina,/e su un puledro, figlio di una bestia da soma». In ambedue i testi è contenuto un invito di gioia rivolto alla città santa, perché si rallegri per la visita del Signore Dio, il suo vero Re, che viene a portare la pace: «annunzierà la pace alla genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra» (Zc 9,10). Quel Dio, che già aveva visitato la città con il ritorno gioioso dei deportati da Babilonia, ora torna ad annunciare l’inizio del suo regno di pace per tutti i popoli della terra. La folla che fa festa intorno a Gesù non sa tutto questo, ma intuisce che qualcosa di grande sta accadendo. I lettori di Matteo sono in grado di capire tutta l’importanza dell’evento che introduce gli eventi salvifici della pasqua cristiana.

     L’umile re che arriva in città a dorso di un asina, è il Messia figlio di David e il Figlio di Dio. Risuonano attorno a lui le acclamazioni che si gridavano a Dio nel Tempio durante le feste solenni. Sono prese dal Salmo 118 cantato sopratutto durante la festa delle Capanne per ringraziare Dio della salvezza concessa alla città e al suo re Ezechia al tempo dell’invasione assira nel 690 a.C.: «Osanna, Benedetto, Osanna» (Sl 118,25-26). «Osanna» era inizialmente un’invocazione e significava letteralmente «soccorrici, salvaci», ma ormai da tempo era diventato un saluto di accoglienza festosa, come il nostro «evviva!». Il secondo saluto esprime invece una benedizione, un augurio, un moto di riconoscenza: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Dio ha visitato il suo popolo inviando suo Figlio.

     Come descritto dal profeta Zaccaria, il messia viene ora a dorso d’asina. Era il segno nel quale la città avrebbe dovuto riconoscere il suo re, figlio di Davide. Sono accentuate l’umiltà, la mitezza, la mansuetudine di questo re davidico, che non viene da conquistatore con la sua cavalleria, ma su «una bestia da soma», un animale abituato ad affrontare la fatica e la sofferenza, come colui che lo cavalca. Cinque giorni dopo vedranno quell’insolito cavaliere attraversare le vie della città con il suo pesante carico di croce. Quel uomo porterà i peccati di tutti sulle sue spalle piagate. Proprio in previsione di ciò, la città appare indifferente, non partecipa alla gioia dei pellegrini e entra in agitazione per quello strano e festoso corteo. Molti domandano chi è quell’uomo acclamato da quella folla così vivace. I pellegrini rispondono: «E’ il profeta Gesù, da Nazareth di Galilea». Essi non vanno più in là delle apparenze e danno una risposta che sminuisce la profezia di Zaccaria, che parlava del Re-Dio che viene. Sembra ripetersi ciò che accadde alla venuta dei Magi, quando all’udire le parole degli sconosciuti stranieri, «Il re Erode rimase turbato e con lui tutta Gerusalemme» (2,3). Quella strana agitazione degli abitanti della città santa, non promette nulla di buono, come al tempo di Erode. E’ palpabile la diffidenza e l’ostilità che condurrà quei cittadini a gridare: «Crocifiggilo!», sotto le finestre del palazzo di Pilato cinque giorni dopo. Cambia rapidamente la scena del nostro mondo!



TEMPO DI PASQUA


DOMENICA DI PASQUA

      Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide i teli posati là, e il sudario - che gli era stato posto sul capo - non posato là con le bende, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risorgere dai morti. (Gv 20,1-9)


Il grido silenzioso della tomba vuota      

       In quel lontano mattino di Pasqua, quando ancora è buoi e l’alba si sta appena affacciando da dietro il Monte degli ulivi, si ode solo il grido disperato di Maria di Magdala e lo scalpitio di gente che corre. E’ «il primo giorno della settimana», l’alba di un giorno nuovo, ma anche l’alba di un’era nuova. Sta cominciando la settimana di una nuova creazione, anche se ancora è buio nei cuori dei seguaci di Cristo. Presto spunterà la luce, come nel primo giorno di Dio creatore (Gesù si era definito «la luce del mondo» in Gv 8,12). Maria è andata al sepolcro insieme alle altre donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea e avevano vissuto i tragici eventi del venerdì santo. Sempre loro, le donne, le più fedeli, presenti sotto la croce a conforto del Cristo morente, ma anche le prime testimoni di un nuova vita che nasce, le donne della morte e della nascita con il loro inesauribile amore materno.

   Il vangelo di Marco ci racconta che la sera del sabato, finito il riposo festivo, quando i negozi riaprivano i loro battenti, esse avevano comprato gli aromi per ungere il cadavere di Gesù (Mc 16,1). Matteo, Marco e Luca ci fanno sapere che già di buon mattino, impazienti di aspettare oltre, vennero alla tomba per quella loro amorosa operazione. Matteo, nel vangelo di questa notte, ci ha raccontato che trovarono la pietra a forma di macina rotolata via dalla bocca del sepolcro. Seppero poi, dal racconto dei soldati messi a guardia della tomba, che c’era stato come un terremoto che aveva scosso la terra sotto di loro ed era apparso un angelo, dall’aspetto folgorante, a spalancare il sepolcro. A quella vista le guardie erano rimaste tramortite ed erano fuggite (Mt 28, 1-4). Tutto questo però le donne lo sapranno più tardi.

       Giovanni ci dice che al loro arrivo trovarono solo il sepolcro aperto e la tomba vuota. Maria di Magdala tornò subito indietro di corsa e venne a gridare a Pietro e agli altri apostoli il suo spavento e la sua angoscia: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto». Parla evidentemente anche a nome delle sue amiche, che sono rimaste immobilizzate dal dolore davanti alla tomba vuota, con quel suo plurale collettivo:«non sappiamo». Dietro quella donna impazzita di dolore corrono al sepolcro Pietro e Giovanni, l’apostolo che Gesù amava. Il racconto tradisce una concitazione straordinaria con i suoi verbi. Maria si recò già eccitata al sepolcro e poi corse da Simon Pietro e dall’altro discepolo, questi uscirono e correvano tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce e arrivò per primo alla tomba, ma attesa Simon Pietro che arrivò dopo. L’evangelista vuole dirci che ci fu una ricerca affannosa suscitata dall’affetto per il loro maestro tanto amato. Non è tanto la ricerca di un cadavere, ma della persona del Figlio di Dio tragicamente scomparso due volte, una con la morte e l’altra dal sepolcro. E’ una ricerca spirituale più che un indagine materiale, un rincorsa sulla via della fede, non sul sentiero che porta al sepolcro.

     Finora «era buio» nel loro cuore, più che nel cielo sopra di loro, dal momento del loro arrivo e del loro ingresso nella tomba vuota si comincia a far giorno anche dentro di loro. Il sepolcro era una grotta scavata nella roccia con un ingresso molto basso. Per entrare bisognava inchinarsi. Il primo ingresso immetteva in un atrio che serviva da anticamera per la preparazione del cadavere, un secondo ingesso immetteva nella camera mortuaria dove, su una mensa di pietra, veniva collocato il morto avvolto in una sindone, con un sudario che avvolgeva il capo e con delle bende che gli tenevano ferme le gambe e le mani incrociate sul ventre. Simon Pietro entrò, insieme al suo compagno di corsa, nella prima e nella seconda stanza per costatare l’assenza del cadavere ed esaminare la situazione. Rimase perplesso nella sua ricognizione, perché vide il lenzuolo afflosciato ancora al suo posto con le bende legate intorno e il sudario ripiegato su una angolo a parte. Era come se il corpo di Cristo si fosse volatilizzato. Come avevano fatto gli eventuali ladri a sfilare via dai panni funebri il cadavere senza scioglierne i legami? E perché avevano perso tempo a ripiegare a parte il sudario? Tutto faceva escludere l’idea di un furto. L’unica risposta a questi interrogativi era che Gesù aveva lasciato intatto l’involucro del suo corpo perché era risorto e viveva ormai una nuova vita, quella celeste, fuori delle normali dimensioni terrestri. Quelle vita passata all’incorruttibilità non aveva più bisogno nemmeno di vesti. Nessun ladro del resto avrebbe portato via il corpo senza prendere con se i panni che lo avvolgevano, anche perché quelle tele avevano un loro valore economico.

       Era spontaneo confrontare questa scena con quella delle risurrezione di Lazzaro e vederne le differenze notevoli. Anche Lazzaro esce dal sepolcro avvolto da quelle stesse tele funebri , ma deve esserne liberato da mani amiche che lo sciolgono. Lazzaro fu richiamato alla vita terrena di prima, Gesù entra in una vita nuova dove i parametri della vita materiale non valgono più. Egli esce dalla sue vesti funebri da solo e lascia quei panni come segno della sua resurrezione. La tomba vuota di Cristo non è una prova diretta della sua resurrezione, tanto è vero che i suoi primi seguaci hanno pensato subito ad un furto di cadavere, ma diventa una testimonianza valida del risorto per la presenza di quei panni lasciati intatti al loro posto. Il sepolcro parla con i suoi segni. Qui iniziò la fede di Simon Pietro e di Giovanni, qui ebbe inizio l’annuncio pasquale che oggi risuona nella chiesa. L’evangelista dice di sé che «vide e credette», porta così la sua esperienza personale di fede, non poteva parlare a nome di Pietro, perché ogni persona fa ed esprime la sua esperienza di fede individuale. E solo un inizio d fede, che verrà confermata e rafforzata dalle apparizioni del risorto. L’evangelista dirà più avanti che Gesù, per convincere i discepoli sulla realtà del suo corpo risorto si farà toccare mani, piedi e costato aperto (Gv 20,20.27). Allora aprirà la loro mente a comprendere le Scritture, perché nella tomba essi non le avevano «ancora comprese». Così nascerà la professione di fede cristiana di tradizione apostolica, che Paolo trasmetterà ai suoi cristiani di Corinto : «Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì peri nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture» (1 Cor 15,3-4). Questa è la nostra fede che ci assicura per il futuro la vita da risorti.          


2a DOMENICA DI PASQUA

(O DELLA DIVINA MISERICORDIA)

   La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!» Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto: beati quelli non hanno visto e hanno creduto!». Gesù in presenza dei suoi discepoli fece molti altri segni, che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Gv 20,19-31)


Alla radice della nostra fede cristiana

     Il tempo di Pasqua si estende per sette settimane nello spazio di cinquanta giorni, fino a pentecoste (che significa appunto «cinquantesimo giorno»). In questo lungo spazio di tempo, gli apostoli hanno potuto fare una viva esperienza del risorto, da trasmettere nei secoli futuri della Chiesa con la loro testimonianza, raccolta nelle pagine dei loro Vangeli. Quella che Giovanni ci racconta oggi è l’esperienza di base: quella che sta a fondamento del nostro credo cristiano. S. Paolo la enunciava così, venticinque anni dopo, ai primi credenti di Corinto: «Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto. Che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve» (1 Cor 15,3-5). Pietro, il giorno di Pentecoste griderà ad alta voce: «Questo Gesù Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2,32). Il cenacolo fu la chiesa dove avvenne il primo incontro dell’assemblea domenicale con il Cristo risorto. Il tempo è già scandito dallo spazio di otto giorni. Da allora, in ogni chiesa del mondo si ripete, con cadenza settimanale, quell’incontro col Gesù vivo presente tra i suoi. La celebrazione eucaristica domenicale consente a tutti quell’inesauribile esperienza pasquale e impegna tutti a testimoniarla al mondo con la vita. Ogni settimana Gesù risorto torna a incontrare la sua comunità di discepoli.

     La prima assemblea visitata dal risorto era costituita dagli apostoli che lo avevano seguito dalla Galilea. Essi avevano ascoltato la sua predicazione, avevano visto i suoi miracoli, ma avevano assistito anche agli eventi tragici della passione, della morte e della sepoltura. Erano scioccati, delusi, addolorati e impauriti, perciò si erano chiusi in casa sbarrando accuratamente le porte. Erano uomini fragili e limitati come noi, pieni di dubbi, di incertezze, di paure. La sera di quel giorno, il giorno dopo il sabato, il primo della settimana nuova, quello stesso dell’apparizione mattutina alla Maddalena e alle altre donne, Gesù compare improvvisamente, nonostante le porte chiuse, in mezzo a loro. L’evento del mattino continua e raggiunge ora il suo culmine. Quel Gesù che ha superato la barriera dei panni funebri lasciandoli intatti, che è uscito dal sepolcro prima che l’angelo ne rovesciasse la pietra, ora oltrepassa le porte sbarrate del cenacolo senza scardinarle. Fu una sorpresa graditissima che liberò i discepoli da ogni paura:«I discepoli gioirono al vedere il Signore». E’ la stessa gioia entusiasta della Maddalena, che aveva gridato tra loro: «Ho visto il Signore» (v 18). Evidentemente lo stavano aspettando con ansiosa impazienza, dopo il ritorno di Pietro e delle donne dal sepolcro. In quel momento sperimentarono con meraviglia la presenza rassicurante e gioiosa del Maestro che li aveva conquistati con il suo amore.

       Gesù li abbraccia tutti con il saluto pasquale della pace: «Pace a voi!». Da buoni ebrei si erano scambiato tante altre volte quel saluto, ma ora, ripetuto due volte, assumeva un significato nuovo. Non è più solo un saluto o un augurio, è il dono vero della pace interiore, quella promessa da Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Ciò che segue spiega più chiaramente il contenuto di questo dono che inonda i cuori. Intanto Gesù cerca di cancellare ogni possibile dubbio sulla sua vera identità e invita a guardare le mani forate dai chiodi e il fianco trapassato dalla lancia del soldato romano. E’ proprio lui, il Gesù di prima con la sua carne e con la sue ferite ancora evidenti. Eppure nella continuità c’è una profonda novità che pone Gesù ad un altro livello da loro, egli è ormai nella dimensione divina, dove però la sua vera umanità è trasfigurata, ma non cancellata. Alcuni di loro dovettero ricordare la trasfigurazione luminosa del Tabor , quando Gesù aveva anticipato la visione della sua gloria racchiusa nella carne.

     Ora che lo hanno toccato e riconosciuto egli può spiegare loro il contenuto della pace racchiuso nel suo saluto: Si tratta del dono dello Spirito Santo. Per spiegarlo e comunicarlo Gesù «soffiò su di loro» utilizzando un gesto simbolico che richiamava quello di Dio nella creazione del primo uomo(Gn 2,7). Questa volta però il soffio divino non comunica l’anima che rende l’uomo essere vivente e pensante, ma lo Spirito che rende figli di Dio e abilita i discepoli alla missione, in continuità con la missione che Gesù ha ricevuto dal Padre: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». E’ descritto in poche parole il battesimo nello spirito che tutti abbiamo ricevuto. Esso ha due effetti principali: renderci veri figli di Dio nel Figlio primogenito e di metterci in continuità con la sua missione per l’annuncio del Vangelo. Tutti figli, tutti missionari. Siamo nati tutti a Pasqua in quel cenacolo dove Gesù risorto cambiò così radicalmente i discepoli. L’effetto più appariscente e profondo di questo battesimo in Spirito dato alla Chiesa è il potere di perdonare i peccati, prerogativa esclusiva di Dio (Mc 2,7-12). Esso riassume tutti i beni della redenzione portata da Cristo, che «è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25).

     Ma nel cenacolo ci siamo tutti noi anche otto giorni dopo. Siamo rappresentati da Tommaso, uno dei dodici soprannominato «didimo» cioè gemello, forse per rendercelo più fratello. Era assente la sera di Pasqua e non volle credere ai suoi amici che gli raccontavano la visita di Gesù risorto. E’ un uomo come noi attraversato da dubbi e perplessità; la debolezza lo rende incapace di credere.            

Vuole toccare con mano, vuole «infilare» il suo dito e i suoi occhi nelle ferite del risorto per credere. Gesù, la domenica dopo, viene proprio per lui, a porte chiuse come otto giorni prima, e lo chiama affettuosamente per nome, come fece con la Maddalena. Lo invita a mettere il dito sulle sue mani piagate e ad infilare la mano nel fianco aperto, come aveva richiesto. Ma ora Tommaso non ha più bisogno di toccare, è abbacinato dall’evidenza dei suoi occhi. Frastornato, grida con gioia la sua fede: «Mio Signore, e mio Dio!». Gesù ammonisce allora lui e tutti noi: «Beati quelli che non vedono eppure credono». La fede non si basa sul vedere fisico: nessuno crede al sole che brilla. La fede è fondata sulla testimonianza degli apostoli, sulla loro parola. E’ grazia che nasce dall’umiltà dell’ascolto e matura lentamente e faticosamente dentro di noi fino alla luce piena di una confessione convinta. Giovanni ci confida che ha scritto il suo vangelo per indicarcene la strada. Provare per credere!
                                                          

3a DOMENICA DI PASQUA

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo fra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto».

Ed egli disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse in noi il cuore mentre conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,13-35)


Il Signore cammina con noi sulle strade del mondo

         Due discepoli di Gesù tornano a casa angosciati e delusi dopo lo scandalo della passione e morte del loro maestro. E’ troppo grande lo sconcerto per sperare ancora in quel profeta potente in parole e in opere. Non aspettano nemmeno la fine della giornata di Pasqua così piena di indizi e di segni. Non sopportano più quel vuoto discorrere sulla tomba trovata vuota. Se Gesù fosse veramente risorto sarebbe venuto di persona a dirlo a chi lo aveva seguito con entusiasmo fino a Gerusalemme. E’ stata solo una brutta avventura la loro, hanno sperato e sono rimasti delusi. Ora si sentono soli e amareggiati, ma non possono fare a meno di commentare ciò che è accaduto. La lingua batte dove il dente duole. Discutono tra loro e forse litigano perché su certe cose non sono d’accordo. Quanti di noi si sono trovati o si trovano su quella via di Emmaus tra dubbi e incertezze, combattuti nella fede, feriti nella speranza, in cerca di quel Signore che sembra essere scomparso dalla vita di ogni giorno. Siamo tutti viandanti in cerca di Dio, quel Dio che non si fa facilmente trovare e che, a volte, sembra ci abbia lasciati soli a lottare per la sopravvivenza. Avviciniamoci a quei due compagni di viaggio per condividerne l’esperienza di dubbio, di dolore e di gioia. Hanno molto da insegnarci.

       Per arrivare ad Emmaus (l’odierna El-Qubeibe, distante 11 km da Gerusalemme) ci vogliono quasi due ore di cammino. La strada passa vicino alla tomba del profeta Samuele a Rama e scende nella zona collinosa ed ovest di Gerusalemme verso il mare. Abbiamo solo il nome di uno dei discepoli fuggitivi: Cleopa, l’altro è anonimo. Forse è lui che lo ha raccontato a Luca che ce lo narra nel suo vangelo. L’evangelista divide il suo racconto nettamente in due parti scandite da due viaggi: il viaggio da Gerusalemme ad Emmaus e il ritorno nella città santa in piena notte. In quel pomeriggio di Pasqua, Cleopa e il suo compagno stanno dunque commentando e discutendo per strada i fatti più recenti che li hanno colpiti e feriti così vivamente. Nel calore della discussione, si accorgono appena di un misterioso terzo personaggio che li affianca nel cammino. Questi ascolta per un po’ e poi domanda di che cosa stanno parlando. Lo coinvolgono senza difficoltà nelle loro discussioni, come chi sente il bisogno di sfogarsi per alleggerire il peso che ha nel cuore. Non sospettano nemmeno lontanamente che Gesù sta camminando con loro, «i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo». Il corpo del risorto ha potere di mimetizzarsi come vuole. La Maddalena, al mattino, lo aveva scambiato per il giardiniere del sepolcro (Gv 20,14s). Gesù, che conosce a fondo il cuore dell’uomo, li fa sfogare consentendo loro di raccontare fino in fondo la loro versione dei fatti e ascoltando le loro pene interiori. Non ostante la delusione della croce essi conservano ancora una grande stima per Gesù, visti successi della sua missione: «Fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» (v 19), dicono; ma concludono amaramente così il loro racconto: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; sono però passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» e ora non possiamo sperare più. Tutto è finito! Non possiamo certo credere ai sogni delle donne che hanno raccontato visioni di angeli.  

     Solo quando hanno detto tutto, interviene Gesù con parole forti di rimprovero: «Stolti e lenti di cuore nel credere alle parole di profeti! Non bisognava che Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». La fede presuppone un’intelligenza pronta e aperta all’imprevedibile di Dio, non condizionata da pregiudizi e da mentalità troppo umani. Dio ha i suoi piani che spesso l’uomo non comprende. Gesù pazientemente spiega loro le Scritture che lo riguardano. Ne sono incantati, tanto che il tempo è corso via veloce e si ritrovano già sulla soglia di casa. Ormai il sole sta tramontando e lo sconosciuto viandante vuole proseguire il suo cammino. Sono stati così bene insieme; dal cuore è scomparsa la cappa di piombino che l’opprimeva. Ora possono confessare: «Non ardeva forse il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Chi sa quante cose ha ancora da dirci! Gli rivolgono un caldo e sincero invito: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (v 29). L’ospitalità è sacra per gli ebrei e lo sconosciuto accetta; entra in casa e rimane con loro. Dio non forza mai la porta di casa nostra, aspetta che noi lo invitiamo. Nell’Apocalisse dichiara: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Mai chiudere la porta i faccia a Cristo!

     Ora l’esperienza pasquale raggiunge il suo culmine. «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (vv 30-31). Quei gesti e quelle parole sono così familiari che è impossibile ignorarli, essi aprono con forza gli occhi per un vero incontro di fede. Le Scritture spiegate lungo la via hanno aperto il loro cuore, l’eucaristia apre i loro gli occhi. E’ un modello di vita ecclesiale per tutti noi: Solo l’ascolto della Parola e la partecipazione all’eucaristia aprono gli occhi della fede, pacificano il cuore agitato da dubbi e incertezze, riaccendono la nostra speranza. Non c’è altra via per rendere sempre più sicura la nostra chiamata e la nostra elezione (2 Pt,1,10), per conquistare la speranza che non delude (Rom 8,24). Allora, come quei due discepoli, si può correre nella notte per annunciare ai fratelli l’esperienza che abbiamo fatto del risorto Signore. La delusione e lo scoraggiamento aveva fatto allontanare i due discepoli dalla comunità apostolica di appartenenza, ora che hanno recuperato la fede e la speranza tornano in dietro, a Gerusalemme, e riscoprono con entusiasmo la comunione fraterna nella Chiesa. Capiscono il significato profondo della professione di fede apostolica che chiude il racconto: «Il Signore è veramente risorto». E’ l’esperienza fatta da loro sulla strada e a tavola, cioè nella vita di ogni giorno. Il risorto è sempre con noi, non ci lascia mai soli. Dobbiamo solo aprire gli occhi e il cuore per sentircelo vicino, compagno del nostro pellegrinaggio terreno. Sentiremo ardere anche noi il nostro cuore.                        
        

4a DOMENICA DI PASQUA

In quel tempo Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore ciascuna per nome e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. (Gv 10,1-10)

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Al seguito del Pastore grande delle pecore

       Oggi la liturgia ci fa cantare a voce spiegata una delle liriche più belle del Salterio, il canto del Dio Pastore (Sl 23). Ci sentiamo fasciati dalla compagnia e dalla cura amorosa del Cristo risorto che cammina con noi e ci guida per il giusto cammino. Sentiamo la gioia di poter ripetere con grande pace e serenità : «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, mi rinfranca, mi guida. Se dovessi camminare in un a valle oscura, no temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza». Dietro l’antica immagine, ormai in disuso, ma pur sempre suggestiva, si nasconde l’amore grande di Dio per noi, l’amore di un Padre che non abbandona mai i figli a se stessi. L’immagine del Pastore sulle labbra di Gesù è carico di risonanze affettuose. Il pastore era compagno di vita del suo piccolo gregge, con esso viveva da mattina a sera, con esso condivideva la fatica, le marce, la fame, la sete, il sole cocente e la pioggia, le paure e le angosce del deserto, la gioia e la pace delle valli ombrose ricche di acqua e di pascolo. E’ l’immagine amica del Dio-con-noi. Prototipo di ogni guida e compagnia autorevole nella Chiesa. Esprime l’amore, la cura, la responsabilità educativa, la vicinanza, la familiarità, la condivisione più piena.

       Cerchiamo di ricostruire l’ambiente al quale la doppia immagine del «pastore delle pecore» e della «porta dell’ovile», fa riferimento. Siamo al mattino presto quando, nelle campagne della Palestina, il custode apre la porta dell’ovile e il pastore conduce al pascolo il suo gregge. L’ovile è un recinto all’aperto, uno stazzo, circondato da mura per tenere al sicuro le pecore nelle ore notturne, quando ladri e lupi possono insidiarle più facilmente. Gesù allude a questi rischi tutt’altro che ipotetici quando afferma che il vero pastore entra nell’ovile attraverso la porta, il ladro e il bandito scavalcano il recinto per rubare, e uccidere, evitando così il controllo del guardiano notturno che dormiva accanto alla porta. In polemica con le autorità del suo tempo, egli dichiara: «Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e banditi». Nell’ovile recintato vari proprietari raccoglievano le loro pecore, in spazi interni divisi e con gli animali marchiati per consentirne il riconoscimento. Ogni mattina presto ogni pastore si presentava alla porta dello stazzo per ritirare il suo gregge e condurlo al pascolo. Il guardiano, che lo conosceva bene, gli apriva la porta e gli consentiva l’evacuazione delle sue pecore. Spesso per radunarle più speditamente il pastore le chiamava con nomignoli affettuosi, tanta era la confidenza e l’amore e la conoscenza reciproca che li univa. Il pastore si metteva allora alla testa del suo gregge, che lo seguiva docile, e iniziava così la lunga giornata di pastura per campi e valli fino a sera, quando le pecore venivano munte prima di essere rinchiuse di nuovo nell’ovile. A questo clima bucolico di lavoro, di serenità e di pace Gesù fa riferimento nella nostra duplice allegoria.

       La prima immagine usata da Gesù è proprio quella del pastore che si presenta alla porta del ovile per raccogliere le sue pecore e condurle al pascolo. Non ha bisogno di scavalcare il muro di nascosto come un predone, perché il guardiano lo conosce bene e gli apre la porta. Ma soprattutto lo conoscono bene le sue pecore che gli si stringono subito intorno desiderose di udire la sua voce e di seguirlo al pascolo. Gesù traccia qui un quadretto sintetico di grande efficacia, dove descrive una specie di dialogo affettuoso tra lui e le sue pecore, un dialogo fatto di cenni, di sguardi, di parole appena sfiorate: «le pecore ascoltano la sua voce, egli chiama le sue pecore per nome e le conduce fuori». Non è difficile ricostruire la scena delicatissima: Le ore notturne hanno creato una specie di distacco affettivo, che alla luce dell’alba viene colmato. Quando il pastore riappare sulla porta le teste delle pecore si tendono verso di lui, un belato di gioia lo accoglie, le pecore scalpitano con impazienza, bramose di uscire con lui e ristabilire la sua familiare compagnia. Poi il pastore le fa uscire ad una ad una, contandole, e si pone alla testa del gregge. Inizia così il cammino di un nuovo giorno da condividere insieme. E’ l’immagine plastica della sequela cristiana, quella che hanno vissuto i primi discepoli, che ogni mattina si rimettevano in viaggio con il loro maestro-pastore per i villaggi della Galilea, e che anche noi dovremmo rivivere ogni giorno nella fede. Bastò che all’inizio Gesù avesse invitato ciascuno di loro con un secco comando colmo di affetto: «Vieni e seguimi», e loro non si staccarono più da lui. E’ una verifica che siamo chiamati a compiere ogni giorno, perché la sequela di Cristo è esigente e seria. Quella parola, che chiama per nome, risuona ancora e invita tutti e ciascuno.  

     A quella del «pastore» Gesù affianca un’altra immagine, quella della «porta» dell’ovile anch’essa riferita personalmente a lui con un’auto definizione particolarmente sottolineata: «in verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore». La particolare insistenza vuole indicare l’indispensabile ed esclusivo ruolo salvifico di Gesù, in confronto ad ogni altro maestro e pastore. La porta è l’accesso obbligato per raggiungere le pecore e l’unico loro passaggio verso l’esterno. Esse non possono scavalcare il recinto dell’ovile, devono passare necessariamente dalla porta per entrare ed uscire. Gesù vuole dire, con questa sua definizione, che egli è l’unica e assoluta via di salvezza per tutti, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. E’ escluso ogni altro concorrente, tutti devono passare attraverso lui. L’affermazione ne richiama altre simili, come «io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6), oppure: «senza di me non potete far nulla» nel campo della salvezza personale e collettiva. Scegliere Cristo come porta della vita vuol dire essere liberi e capaci di raggiungere i pascoli della vita, avere la fede che rende liberi e sicuri. Il cristiano sa che ha un unico maestro e guida della vita col quale deve sempre confrontarsi per non smarrirsi e per avere nutrimento sicuro, ma sa anche che Gesù è la sua unica via di salvezza, non può correre altre strade, non può imboccare altre porte. Sbaglierebbe strada e rimarrebbe deluso.



5a DOMENICA DI PASQUA

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: vado a prepararvi un posto? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». 5 Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: “Mostraci il Padre?” Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso, ma il Padre che rimane in me compie le sue opere. Credete a me:io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. (Gv 14,1-12)

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In cammino con Gesù verso casa

     La pagina del vangelo che leggiamo ci porta nel cenacolo dove Gesù sta celebrando l’ultima cena, quella pasquale, con i suoi discepoli. E’una cena di addio, perciò Gesù non può fare a meno di parlare della sua partenza da questo mondo al Padre conosciuta e annunciata (Gv 13,1). Giovanni, l’apostolo che quella sera ha posato il capo sul petto di Gesù, ci racconta quei colloqui intrisi di affetto e di tristezza che Gesù ha intessuto stando a tavola con i suoi discepoli. Ma ce li racconta alla luce della pasqua ormai realizzata, quando Gesù è tornato ormai da tempo nella casa del Padre. Quelle parole acquistano per lui un significato nuovo e ormai sono tinte di serenità e di pace. E’ ormai un discorso pacato, niente affatto drammatico, dal tono rassicurante. Quelle sue parola sono la garanzia sicura per i credenti invitati a seguirlo sulla strada di casa, dove lui va a preparare un posto per tutti. La strada è lunga e faticosa, ma la meta è sicura. Li è arrivato lui per primo a predisporre l’accoglienza. C’è posto per tutti, assicura. Sarebbe stoltezza rifiutare l’invito caloroso che risuonò per noi in quella sera memorabile. Tanto più che Gesù ha anche indicato la strada sicura per arrivare a quella casa che è del Padre e dei figli. La via è lui stesso perché in lui abita personalmente Dio e in lui è la pace della vita definitiva. Non bisogna fare molta strada, basta unirsi a lui nella fede e nell’amore, e la speranza di vita è sicura.

     Ora che abbiamo capito il senso globale del discorso seguiamone l’andatura. Non è facile perché il modo di discorrere è semitico, fatto più di intuizioni che di ragionamenti logici, più circolare che lineare. Gesù inizia annunciando chiaramente la sua prossima partenza e il suo ritorno. Certo ha in mente la sua morte di croce e la sua risurrezione che si stanno per verificare nel giro di pochi giorni. Lo aveva accennato poco prima, dopo la lavanda dei piedi, tradendo una grande tenerezza: «Figliolini, ancora per poco sono con voi, voi mi cercherete, ma dove vado io voi non potete venire» (13,33). Pietro gli aveva domandato: «Signore, dove vai?» Gesù gli aveva risposto: «Dove vado io per ora tu non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi» (13,36). Pietro vorrebbe seguirlo fino alla morte, ma Gesù lo dissuade, pur non negando che al tempo opportuno avrà una morte come la sua.

   Non è un annuncio indolore, perciò Gesù sente il bisogno di rassicurare e confortare i suoi: «Non sia turbato li vostro cuore, abbiate fede in Dio e in me». Solo l’unica fede in Dio e in Gesù può salvarli dallo sconforto che si impossesserà di loro al momento della passione. E’ sempre questa la medicina spirituale del dolore in tutti i tempi. Gesù non sparisce nel nulla della morte, va in cielo a preparare un posto ai suoi; poi tornerà con la risurrezione ad assicurare che tutto è pronto lassù, perché nella spaziosa casa del padre ci sono dimore celesti per tutti. E’ una gioiosa promessa che dona sicurezza, sulla parola di Gesù, a tutti noi suoi discepoli: «Tornerò e vi prenderò con me, perché anche voi siate dove sono io». Basta credere senza dubitare. Dio vuole tutti salvi, egli «non ha mandato il suo Figlio per condannare il mondo , ma perché il mondo si salvi per mezzo suo» (Gv 3,17). Gesù che sale in cielo, non ci abbandona a noi stessi, ci vive a accanto, in attesa di accompagnarci, quando sarà il tempo, alla comune casa del Padre.

     A questo punto il discorso opera una svolta: Gesù non parla più del posto riservato per noi in cielo, ma della via per arrivarci. Sembra dare la cosa per scontata, ma Tommaso lo richiama alla realtà: «Signore, non sappiamo nemmeno dove vai, come possiamo conoscere la via?». Gesù era convinto che avessero capito, ma, presi dalla tristezza del distacco, hanno ccompreso ben poco e hanno le idee confuse. Tommaso è il discepolo schietto che, con i suoi dubbi, richiamerà tutti alla chiarezza e alla concretezza, come il giorno di Pasqua (Gv 20,25). Così costringe Gesù a spiegarsi con una risposta densa di dottrina teologica: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non attraverso me». E’ un’auto definizione, come ce ne sono altre nel quarto vangelo: Basti pensare alle più note: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo», «Io sono la luce del mondo», «Io sono il Bel Pastore», «Io sono la porta», «Io sono la risurrezione e la vita», «Io sono la vite vera». Tutte descrivono in maniera figurata la funzione salvifica di Gesù per i suoi cristiani. Egli è il nutrimento indispensabile per la via spirituale dell’uomo, egli illumina con la sua parola la strada della vita, egli è la guida «perfetta» (o kalòs) e sicura di ogni uomo, egli è l’unica porta per entrare nella vita eterna, egli comunica la risurrezione finale e la vita eterna, egli è la sorgente viva da cui tutti prendiamo vita e fecondità come rami da un tronco di vite.

     Ora egli dichiara solennemente che egli è l’unica strada verso la verità e la vita. Anzi è l’unica strada dell’uomo fra le tante false strade che il mondo propone. Smarrirla, significa perdersi. E’ una strada piena di luce dove si cammina sicuri, perché vi risuona la Parola di Dio e brilla in essa il volto luminoso e misericordioso del Padre. Qui si incontra il Padre, perché egli si rivela nel volto umano di Gesù e in lui si dona in pienezza. La via sfocia poi nella vita vera, quella divina che Dio comunica ai credenti fin da ora. A Filippo che egli chiede di mostrargli il Padre, Gesù può allora rispondere: «Chi ha visto me, ha visto il Padre. Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me. Credetemi io sono nel Padre e il Padre è in me». Gesù è la via, la verità e la vita perché in lui abita e si rivela personalmente il Padre. Chi vede lui, vede il Padre, perché i due sono una cosa sola. Dio finora non l’ha mai visto nessuno, egli assume in Gesù i nostri lineamenti umani per rivelarsi a noi. Gesù è la perfetta «immagine (eikon) del Dio invisibile» (Col 1,15). Chi vede con gli occhi della fede Gesù, vede il Padre in lui.

       Si stenta a trovare nei vangeli una pagina più ricca e luminosa di questa. Qui c’è tutta la nostra esistenza cristiana, c’è il nocciolo della nostra fede. Qui entriamo nel cuore della trinità, dove Padre e Figlio si scambiano la vita per farla arrivare poi fino a noi. La condizione per averla è la conoscenza d’amore, perché Dio è amore. Conoscere, per Gesù, è molto più che sapere, è comunione intima di amore. Perciò può dire: «Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin ora lo conoscete e lo avete veduto». Equivale a dire che conoscere e amare Gesù significa essere in comunione di vita con Dio. Colui che accetta Gesù come la sua strada, arriva a Dio ed entra in comunione vitale con lui. Poco più avanti Gesù annuncerà la più bella delle realtà cristiane: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (14.23). Nel brano evangelico proclamato oggi aveva detto che sarebbe andato a preparare un dimora in cielo per tutti noi, ora ci dice che quella dimora è dentro ciascuno di noi, perché il paradiso è là dove abita Dio, nel cuore di ogni credente. Non poteva dire di più!

 
6a DOMENICA DI PASQUA

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».(Gv 14,15-21)

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Lo Spirito Santo, compagno e guida nel nostro cammino di fede

     Tra due settimane è Pentecoste, ma già fin d’ora la liturgia inizia a parlarci dello Spirito Santo, il dono straordinario lasciato da Gesù risorto alla Chiesa e a ciascuno di noi. L’anticipo serve per organizzare meglio una novena di preparazione al grande evento. E’difficile parlare dello Spirito e tentare di immaginarlo, perché ci mancano i simboli e le figure di riferimento. Nella Bibbia esso è presentato come alito di vita che rende l’uomo un essere vivente dotato di intelligenza, è come respiro e soffio di Dio che plasma l’uomo a sua immagine somiglianza. E’ una potenza divina che entrando nell’uomo lo sconvolge e lo cambia radicalmente facendone un profeta, un estatico, e dotandolo di forza e di capacità particolari. Nel Nuovo Testamento è indicato dal simbolo della colomba che si posò sul capo di Gesù il giorno del suo battesimo al Giordano, dal segno del fuoco di Pentecoste, dal soffio del vento che senti ma non vedi, dal gorgogliare dell’acqua viva che purifica e ristora.

   Tutte queste figure sono difficili da rappresentare e da aggregare per rappresentare una persona divina. Più facile immaginare il Dio creatore del mondo in forma umana come ce l’ha dipinto Michelangelo nella Cappella Sistina, o pensare alla figura di un Padre che ama i suoi figli. Ancora più agevole rappresentare la figura umana di Gesù, vero uomo fra gli uomini, come lo troviamo riprodotto in tanti dipinti e statue sparse nel mondo. Ma lo Spirito come te lo rappresenti? Forse è questa difficoltà di riproduzione figurata la ragione per cui lo Spirito gode di poca popolarità e devozione tra i semplici cristiani, fino ad essere il «dio ignoto». Negli ultimi tempi, fortunatamente, i carismatici cattolici del «Rinnovamento dello Spirito», hanno riscoperto e vivacizzato nella chiesa questa presenza divina come energia e medicina spirituale, come persona da adorare e venerare nell’intimo del cuore, senza bisogno di rappresentazioni plastiche. Si sta diffondendo una nuova devozione allo Spirito come il Dio vicino, che abita e agisce potentemente in noi per cambiare radicalmente la nostra vita e renderci veri testimoni del vangelo.

   Proviamo ad ascoltare Gesù che ce ne parla oggi nel Vangelo. Il brano che abbiamo ascoltato fa parte di quel grande «testamento spirituale» di Gesù contenuto nei discorsi dell’ultima cena. Quella sera Gesù ha parlato ben cinque volte dello Spirito Santo, quasi volesse martellare nella mente degli ascoltatori un insegnamento che incidesse in profondità. Il brano inizia dettando la condizione indispensabile per ricevere il dono che sta per annunciare. Si tratta di un amore fattivo: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre che vi donerà un altro Paraclito». L’amore è la porta aperta su Dio, che gli consente di entrare dentro di noi per prendervi dimora. Lo dirà più chiaramente alla fine del brano: «Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (v. 21). Riprenderà poi questa affermazione chiarendola così: «Se uno mi ama osserverà al mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (v. 23). Così diventiamo paradiso di Dio. Una realtà intima meravigliosa capace di dare gioia incontenibile ai santi di tutti i tempi.

     Gesù ci fa capire che tutto comincia con la venuta dello Spirito che egli chiama «Paraclito» e che noi traduciamo in modo riduttivo con la parola «Consolatore». Paraclito è un termine greco di origine forense, adottato anche dalla lingua ebraica e aramaica parlate da Gesù come «peraqlît». Nei discorsi di addio Gesù lo usa quattro volte (14,16.26; 15,26; 16,7). Letteralmente il termine greco «Paràkletos» significa «colui che è chiamato vicino», l’avvocato difensore; ma il significato si allarga fino ad indicare l’aiuto, il protettore, il compagno di vita, il consolatore, il maestro interiore. Insomma egli è il sostituto di Gesù (l’altro Paraclito) e come lui non ti lascia solo, ma ti sta al fianco e ti assiste in ogni momento della vita. Gesù usa anche altri termini per designarlo, come «Lo Spirito della verità» (3 volte), o, in modo più tradizionale come «Spirito Santo». Ciò che più conta però non è la terminologia che lo designa, ma la funzione salvifica che lo caratterizza. Gesù si preoccupa di descriverla sinteticamente nei cinque brani in cui ne parla quella sera di Pasqua.

       Nel discorso di oggi lo presenta come dono del Padre ai discepoli, i quali sono in grado di conoscerlo e di accoglierlo, perché hanno il cuore aperto alla fede e all’amore. Il mondo incredulo non è in grado di conoscerlo e di riceverlo perché non ne ha la capacità. Ha la porta sbarrata! Lo Spirito verrà, dopo la risurrezione di Gesù (Gv 20,22) e rimarrà accanto ai discepoli, anzi sarà dentro di loro, ospite gradito del cuore. Il secondo brano che lo riguarda (14,26) ci dice lo Spirito ha il compito di insegnare e ricordare ai discepoli le parole e le opere dette e compiute da Gesù. E’ la memoria della Chiesa, raccolta negli scritti apostolici e nella tradizione viva. Parla nei maestri e nel cuore contemplativo dei credenti, per spiegare il senso delle Scritture in maniera sempre nuova e aggiornata. In un detto conclusivo (16,12-13) Gesù riprende questa funzione magistrale dello Spirito, precisando:« Molte cose ho ancora da dirvi, ma al momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della Verità, vi guiderà alla verità tutta intera». Egli occupa dunque il posto di Gesù e ne continua l’opera introducendo i discepoli a capire integralmente le verità rivelate da lui. Non si tratta di verità nuove, ma di verità portate già da Cristo, unico e definitivo rivelatore di Dio, verità che però hanno bisogno di essere meglio illustrate, comprese e adattate a situazioni nuove. Infatti Gesù precisa che lo Spirito «penderà del mio e ve lo annunzierà».

     C’è ancora un’altra funzione che lo Spirito svolge nella Chiesa e nel cuore dei credenti di tutti tempi, quella più corrispondente al significato forense del termine «paraclito». E’ spiegata in due detti che si richiamano. Nel primo si dice: «Egli mi darà testimonianza e anche voi mi darete testimonianza, perché siete con me fin al principio» (15,26-27). Per Giovanni la storia di Gesù e della sua Chiesa è la storia di un interminabile processo, che ha visto prima Cristo rifiutato e condannato, poi vedrà la Chiesa e i cristiani perennemente sul banco degli imputati. E’ necessario che i credenti abbiano una grande dose di coraggio e di eroismo per affrontare la persecuzione e il martirio, e insieme anche le continue difficoltà create dal mondo alla pratica della loro fede. Questo coraggio e questa forza interiore è assicurata loro dallo Spirito, che anzi diventerà accusatore e contestatore del mondo incredulo (16,8-11), assicurando la loro definitiva vittoria sul male.

     Tutti siamo coinvolti in questa sublime avventura che lo Spirito ci fa vivere come credenti. Si tratta di recuperare e risvegliare una devozione spesso sopita, ma che può diventare lievito potente di entusiasmo della nostra vita di fede.


ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO

In quel tempo, gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù, si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».(Mt 28,16-20)

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Il paradosso di Dio assente e presente tra noi

     Quest’anno la festa dell’ascensione ci richiama due verità fondamentali del credo cristiano. In apparenza esse sembrano contraddittorie, ma in realtà sono complementari: Si tratta dell’assenza e della contemporanea presenza di Dio tra noi. L’assenza fa parte della natura stessa di Dio, che non appartiene alle nostre categorie umane, perché le trascende. «Io sono Dio, non un uomo»: diceva il Signore per mezzo del profeta Osea (Os 11,9) a chi voleva coinvolgerlo nella ridda dei sentimenti e delle passioni umane. Lo stesso ripeteva al profeta Isaia in un testo divenuto classico della trascendenza divina: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9). Questo comporta spesso lo scandalo del silenzio di Dio davanti alle tragedie e alle sofferenze umane. Dio vive in una dimensione diversa dalla nostra, per noi inconcepibile. Dio abita nel mistero. Nello stesso tempo però egli è un Dio vicino, più vicino a noi di noi stessi. Non solo non ignora i nostri problemi, anzi vi partecipa perché ci ama di un amore inesprimibile più intenso di quello di un padre. Egli è il Dio con noi. Questa duplice verità è iscritta nella festa di oggi.

       La prima lettura proviene dal Libro degli Atti degli Apostoli e narra la partenza di Gesù risorto per il cielo, dopo quaranta giorni di apparizioni. E’ una partenza definitiva che conclude il tempo delle apparizioni pasquali. Avviene in maniera così naturale e spontanea che i discepoli stentano a rendersene conto. Nessun apparato scenico e nessuna scena di cordiale commiato con abbracci e baci. Gesù sale lentamente, quasi insensibilmente in alto, mentre sta conversando, e viene nascosto da una nube agli sguardi di tutti. Quella nube, segno della presenza divina, sta ad indicare che Gesù è entrato definitivamente, con il suo corpo risorto, nel mondo di Dio, è tornato alla casa del Padre, che era la sua casa dall’eternità. Non apparirà più agli apostoli e ai discepoli, fino al giorno del suo ritorno alla fine dei tempi. E’ tutto qui il significato storico dell’Ascensione.

       Nel compiere questo suo ultimo atto di vita tra gli uomini, egli si è adattato alla nostra cultura e alla nostra mentalità che concepisce il cielo di Dio sopra le nubi, per esprimere la sua trascendenza e la sua superiorità sul mondo umano. In realtà il mondo di Dio non è sopra di noi, ma accanto a noi. Ci separa da esso solo una sottile parete invisibile. Se potessimo aprirla, ci troveremmo tutti immersi in esso, perché il paradiso vive accanto e dentro di noi. Siamo come pulcini nell’uovo in attesa che il guscio si schiuda per vivere nella luce e nella libertà vera della vita divina. Siamo come bambini nel grembo materno in attesa di nascere al mondo di Dio che ci circonda e di cui percepiamo qualche debole segno. Al momento della morte non dovremo fare un lungo viaggio per raggiungere il cielo, perché ci ritroveremo già dentro, al cospetto di Dio Padre buono, attesi con amore e trepidazione dal fratello maggiore chi ci ha preceduto.

       Stando così le cose, possiamo capire come la risurrezione di Gesù corrisponda anche alla sua ascensione corporea, al suo ritorno al Padre. Questo fatto chiarisce le prime parole che il risorto rivolge alla Maddalena: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). Era l’eco di quanto Gesù aveva annunciato nell’ultima cena: « Non sia turbato il vostro cuore. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Io vado a prepararvi un posto, vado e tornerò a voi. Sono uscito da Padre e sono venuto nel mondo, ora lascio il mondo e vado al Padre» (Gv 14,2-3.28; 16,28). Dopo la risurrezione Gesù non restò sempre visibilmente tra i suoi, come nel tempo che precedette la sua passione e morte. Le sue apparizioni erano improvvise e sporadiche. Era come se uscisse dal mondo divino, dove era ormai rientrato dopo l’incarnazione, e vi rientrasse con piena libertà di movimento in andata e al ritorno. Il suo corpo era ormai un corpo trasfigurato che conservava tutte le caratteristiche umane che aveva assunto con l’incarnazione, ma che aveva acquisito ormai una dimensione di vita totalmente nuova, quella appunto di Dio. Era tornato in possesso della gloria divina che aveva prima che il mondo fosse (Gv 17,5). Il suo comportamento era adeguato a questa nuova condizione. Questo è il senso teologico dell’Ascensione, che inaugura la presenza-assenza del Figlio di Dio tra noi.

     In questo nuovo clima va letta la pagina del vangelo di Matteo oggi proclamata. Essa ci riporta in Galilea dove Gesù aveva promesso ai discepoli di incontrarli: «Dopo la mia resurrezione, vi precederò in Galilea» (Mt 26,32; 28,7). Era un appuntamento importante, perché consentiva di rivisitare i luoghi dell’esperienza terrena di Gesù maestro e di reinterpretare alla luce nuova della Pasqua le parole e azioni di quei giorni eroici e decisivi per l’esperienza cristiana futura della chiesa. Era una specie di ripasso per capire e approfondire la lezione del grande Annuncio. Un rilievo importante assume la «montagna» della Galilea dove l’appuntamento è fissato. Per Matteo era il corrispondente di quella montagna dell’Oreb dove Dio aveva donato per primo al popolo da lui salvato la sua rivelazione. La montagnosa Galilea, scelta da Gesù come scenario della sua predicazione, richiamava la catena del Sinai tanto viva nella memoria giudaica del suo tempo. Del resto egli aveva detto, proprio sul monte delle beatitudini, di «non esser venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma per dare loro compimento» (Mt 5,17). Così le due montagne si univano in un’unica rivelazione divina.

     Ora, prima di salire in cielo, Gesù ripercorreva quei monti carico di tutta la sua gloria divina prima nascosta dalla sua adorabile umanità. Gli apostoli ne rimangono impressionati e si prostrano in adorazione, come avevano fatto i Magi a Betlemme (2,21), anche se fa capolino il dubbio sulla sua nuova presenza così autorevole, che dovette apparir loro eccezionale e inusuale. In quelle terre avevano conosciuto il maestro in ben altre vesti. Gesù comprende la loro perplessità e spiega loro solennemente: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra». Ormai non ci sono più limiti di alcun tipo alla sua potenza salvifica. Egli è l’unico Salvatore del mondo, intronizzato da Dio alla sua destra. Da questo potere universale e illimitato deriva la missione che egli affida ora agli apostoli. Dovranno continuare l’opera che Gesù aveva compiuta in quella loro terra, dove erano diventati suoi discepoli, ma ampliandone i confini fino all’estremità del mondo. Ormai tutto l’umanità è campo di Dio da coltivare: «Andate dunque e fate discepoli tutti popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato». La risurrezione di Gesù ha allargato gli spazi della missione. Ormai chiunque diventa discepoli di Gesù, se accoglie il suo insegnamento e viene battezzato nel nome della Trinità santissima. Tutto è garantito dalla presenza permanente e potente di Gesù nella sua Chiesa. L’Ascensione non ha allontanato Gesù dalla sua comunità ed dal mondo. Ha creato solo un nuovo modo di presenza, invisibile ma reale, del Figlio di Dio con noi (Mt 1,23). Ormai può dire: «Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (28,20).
                                                                                             

DOMENICA DI PENTECOSTE

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,19-23).

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.

Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi. Abitavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupiti e fuori di sé per la meraviglia dicevano: « Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,1-11)


Lo Spirito che da la vita

       La liturgia di oggi ci presenta un duplice dono dello Spirito Santo: quello del giorno di Pasqua e quello del giorno di Pentecoste cinquanta giorni dopo («Pentecoste» in greco significa «cinquantesimo giorno»). Anche nella vita di Gesù uomo c’è una duplice venuta dello Spirito: una che ha consentito la incarnazione nel grembo di Maria (Lc 1,35), l’altra che ha segnato l’inizio della vita pubblica sulle rive del Giordano (Lc 3,22). Quella duplice venuta ha segnato tutta la vita e la missione di Cristo. I racconti che oggi ascoltiamo sono ricchi di simbolismo perciò è necessario saperli interpretare bene, anche perché dentro quelle pagine c’è anche la nostra storia personale, il cammino di fede di ciascuno di noi. Molti cristiani ignorano che anche loro hanno ricevuto una doppia effusione dello Spirito: quella del battesimo e quella della cresima. Lo spirito che si riceve in ambedue i sacramenti è lo stesso, ma la misura e la funzione sono diverse. Potremmo dire che i due sacramenti ricalcano la duplice effusione che interessò gli apostoli. Il giorno di Pasqua essi ricevettero in forma simbolica il dono dello Spirito che comunicò loro la vita divina del risorto, sia come remissione dei peccati sia come presenza vivificante dello Spirito; a Pentecoste ricevettero in forma più chiara la missione e la forza di annunciare e testimoniare il vangelo al mondo intero. Proprio come accade a noi nei due sacramenti dell’iniziazione cristiana: nel battesimo diventiamo figli di Dio mediante la purificazione dal peccato e il dono della vita divina; nella Confermazione riceviamo la forza dello Spirito per essere annunciatori coraggiosi e testimoni del vangelo nella vita e nel mondo. In questi due ambiti è compresa tutta la nostra vita cristiana. Ascoltiamo ciò che ci dice allora la Parola.

       Il vangelo di Giovanni ci riporta alla sera di Pasqua, quando Gesù risorto entrò a porte chiuse nel cenacolo e comparve improvvisamente vivo tra i suoi, che lo aspettavano trepidanti fin dal mattino, quando avevano ricevuto dalla donne l’annuncio della sua risurrezione. Il suo primo saluto fu anche un dono che solo il risorto poteva assicurare: «Pace a voi». Egli aveva ristabilito la pace tra cielo e terra con la sua morte risurrezione. Proprio come aveva promesso durante la cena quando aveva detto: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). E’ la pace di Dio che perdona, fornisce sicurezza interiore e stabilisce l’armonia di amore tra i suoi discepoli divenuti figli e il Padre di Gesù e loro. Quella pace è la condizione nuova che nasce dal dono della vita di Dio che Gesù comunica ora con parole e gesti ricchi di significato: «Alitò si di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo».

       Nella lingua ebraica di Gesù e degli apostoli la parola «ruhah» significa sia vento (soffio) che spirito. La Bibbia, che conoscevano ben, presentava lo Spirito di Dio come un alito di vento che aveva soffiato sulle acque del caos primordiale e aveva creato il mondo (Gn 1,2). Nella creazione del primo uomo, ritroviamo lo stesso gesto compiuto da Gesù nel cenacolo: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gn 2,7). Dentro le mura del cenacolo sta dunque avvenendo una seconda creazione dell’uomo. Il Figlio di Dio ha infuso nei discepoli una nuova vita, quella di figli come lui, ha comunicato la pienezza dello Spirito che era in lui. Il Battista aveva annunciato: «Egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco»: lo Spirito che da la vita, il fuoco che purifica. Gesù aveva spiegato a Nicodemo in un colloquio notturno: «Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3,5). Questo è il momento della nuova nascita, che Nicodemo non riusciva ad immaginare. Forse per questa novità assoluta, nel vangelo di Giovanni, Gesù chiama i discepoli suoi «fratelli» solo dopo la sua risurrezione (Gv 20,17). Prima di allora li ha chiamati solo amici (Gv 15,14-15). Li pone così in continuità con lui, come suo prolungamento nella storia: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi». Ora, che ha comunicato loro la sua vita di figlio, dona anche il suo potere di rimettere i peccati (Mc 2,5-12). Quel perdono sarà come una specie di contagio di vita divina da comunicare ad altri all’interno della comunità cristiana..

     Il secondo racconto di Pentecoste ci è fornito dal Libro degli Atti. L’abbiamo udito nella prima lettura come ha dare tono alla festa di oggi. Salendo al cielo Gesù aveva assicurato ai discepoli: «Avrete forza dallo Spirito Santo e sarete miei testimoni a Gerusalemme,in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). Ora, dieci giorni dopo, quella promessa si attua: i discepoli ricevono forza e coraggio per annunciare il vangelo nel mondo intero. Questo è il significato globale dei simboli usati nel racconto. A ben vedere appartengono al repertorio dei racconti biblici che descrivono la presenza e l’azione del Dio invisibile nella storia della salvezza. Il vento impetuoso, che come un terremoto scuote la casa, è il segno sensibile della presenza dello Spirito che sta invadendo rumorosamente il mondo, cominciando da Gerusalemme. E’ come il vento di una nuova creazione più straordinaria della prima. Il fuoco è il segno della potenza irresistibile di Dio, che brucia nel cuore dei discepoli e ne fa un roveto ardente, come quello dell’Oreb visto da Mosè, fuoco che arde e non consuma (Es 3,2-6). Lo Spirito che riempie gli astanti si manifesta e trabocca nell’ardore della predicazione estatica dei discepoli, scambiati per ubriachi di primo mattino (At 2,13).

       Quel fuoco che si divide in tante lingue quanti sono i presenti, e si posa su ognuno di loro, è il segno della predicazione cristiana diretta ad ogni popolo e lingua. Lo conferma il fatto che, all’esplodere di quel frastuono così strano, accorsero i pellegrini giudei che erano venuti da ogni parte del mondo per celebrare la festa di pentecoste nella città santa. Tutti furono in grado di capire nella loro lingua l’annuncio delle grandi opere di Dio fatto dagli apostoli usciti in strada. Luca ci fornisce un elenco dettagliato di popoli e lingue rappresentate quel giorno a Gerusalemme. E’ un giro d’orizzonte che abbraccia tutto il mondo allora conosciuto. Da quel momento la chiesa fu abilitata e attrezzata spiritualmente ad annunciare il vangelo ad ogni creatura. Il Vangelo è per tutti, non si può nascondere o tacere. Ogni cristiano, battezzato e cresimato, è abilitato a portalo agli altri senza paura e senza rispetto umano. Tutti dovremmo essere missionari. Lo Spirito è la nostra forza, la spinta interiore che ci muove. Proprio da questo compito, portato avanti dai ministri ordinati e da umili fedeli, è nata la Chiesa che annuncia Gesù salvatore nelle lingue di tutti i popoli della terra. La Pentecoste è stata la cura che Dio ha dato al mondo per porre fine alla Babele di odio, di divisione e di incomprensione che attanaglia il mondo (Gn 11,1-9). Siamo chiamati a contribuire a questo compito ecumenico, perché tutti abbiamo ricevuto lo Spirito Santo di Pasqua e di Pentecoste.


TEMPO ORDINARIO

2a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il giorno dopo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto:” Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua perché egli fosse manifestato a Israele».

Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».(Gv 1,29-34)

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Ecco l’agnello di Dio

     Il vangelo di oggi è in stretta continuità con quello di domenica scorsa. Solo che alla presentazione del Figlio da parte del Padre si sostituisce qui la presentazione da parte di Giovanni Battista. Ancora una volta sentiamo risuonare la voce del precursore sulle rive del Giordano, questa volta a commento delle parole dette da Dio stesso dopo il battesimo di Gesù. Scopriamo così l’origine della formula liturgica che sentiamo proclamare dal sacerdote poco prima della comunione in ogni Messa. Per l’evangelista Giovanni il Battista è il primo testimone del Verbo di Dio fatto carne. Troviamo questo suo compito intrecciato con quello del Verbo addirittura nel prologo del quarto vangelo. E’ un testimone umile, disinteressato, coraggioso, entusiasta, come dovrebbe essere quella di ogni cristiano. La sua professione pubblica di fede è posta all’inizio del cammino liturgico per dire a tutti noi che non basta credere nel cuore e pregare in forma privata, è necessario testimoniare coraggiosamente la propria fede con la parola e la vita in un mondo che ha rifiutato Gesù o lo ha ridotto a uno dei tanti capi di religione apparsi nella storia, in un mondo che ha ridotto la religione ad un semplice fatto privato senza incidenza sociale. E’ tempo di gridare forte la propria fede, senza fanatismi, con umiltà, ma anche con coraggio. Guai a chi si vergogna di Gesù (Mt 10,33

       L’indicazione temporale «il giorno dopo» si riferisce al battesimo di Cristo, che però Giovanni non descrive e che ci è stato invece raccontato da Matteo domenica scorsa. L’evangelista sembra contare sette giorni prima di raccontarci le nozze di Cana che diventa il miracolo del sesto giorno della settimana, quello in cui Dio creò l’uomo e la donna (Gn 1,26-31). Esso è il giorno del primo segno della nuova creazione compiuto a Cana con il dono del vino nuovo donato ad un coppia di sposi. Il Verbo di Dio, che aveva creato il mondo (Gv 1,2-3), ricomincia dalla coppia umana, uomo e donna, come nella prima creazione. Matteo, nel racconto del battesimo, ci faceva capire che il Battista conosceva Gesù già prima che venisse da lui al Giordano, infatti voleva negargli il battesimo perché non lo riteneva adatto ad uno stimato più grande di lui, esistente prima di lui, capace di battezzare con lo Spirito (Mt 3,14). Oggi Giovanni l’evangelista ci informa che il profeta precursore sapeva per rivelazione molto di più sulla persona e il destino di Gesù che veniva verso di lui. Naturalmente le sue affermazioni rispecchiano la fede esplicita dei primi cristiani che avevano interpretato e arricchito la testimonianza del Battista. Questa visione cristiana dei tempi apostolici, appare già nel prologo del quarto vangelo dove ci viene detto: «Venne un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce. Giovanni gli da questa testimonianza e proclama: Ecco l’uomo del quale ho detto: Quello che verrà dopo di me è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1,6-7.15). Egli può dunque tracciare un ritratto di Gesù Cristo già posto al centro della fede cristiana.

       Nel brano di oggi il Battista indica con il dito Gesù definendolo «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Che cosa intendeva dire con l’immagine dell’agnello? Nella tradizione giudaica del tempo si parlava di un agnello vittorioso che avrebbe distrutto, negli ultimi tempi, il male del mondo. La sua mansuetudine contrastava con la violenta cattiveria degli uomini, eppure alla fine egli ne usciva vincitrice. Quella tradizione ha ispirato certamente la figura dell’agnello come appare nell’Apocalisse: un agnello vivo, che porta i segni della sua immolazione, assiso in trono con Dio; egli tiene in mano il libro del progetto salvifico di Dio chiuso da sette sigilli perché misterioso (Ap 5,6ss). L’agnello di Dio è il rivelatore unico e autorizzato dei segreti di Dio.

       Per molti padri orientali la figura dell’agnello è ricavata dalla profezia di Isaia che presenta il Servo del Signore come un agnello mansueto davanti ai suoi carnefici: «Maltrattato si lasciò umiliare, era come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori» (Is 53,7). E’ il brano profetico spiegato in senso cristologico dal diacono Filippo al ministro etiope della regina Candace sulla via di Gaza (At 8,29-35). Quel Servo-Agnello «è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità; per le sue piaghe noi siamo stati salvati, il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di tutti noi» (Is 53,5-6). E’ detto che «egli porta» i nostri peccati, li prende su di sé per espiarli e cancellarli. E’ stato osservato che il verbo usato nel testo di Isaia è «phérein» (portare) e non «aìrein» (togliere) come in Giovanni. Ma ambedue i verbi traducono lo stesso originale ebraico «nasâ» che significa sia prendere che togliere. C’è chi ha pensato che il Battista parlando di Gesù abbia usato il termine aramaico «talya’» che significa sia «servo» che «agnello». Allora il riferimento a Isaia sarebbe ancora più chiaro ed esplicito.

       I padri latini, a questa figura del Servo del Signore, aggiungono quella dell’«agnello pasquale», immolato dagli ebrei al momento della partenza dall’Egitto. Al tempo dell’Esodo l’agnello non ebbe significato sacrificale, ma solo liberatorio: il suo sangue servì per contrassegnare le case degli ebrei salvati e le carni furono consumate nella cena la notte della partenza. Ma al tempo di Gesù l’agnello pasquale, da consumare nella cena, veniva immolato nel tempio e il suo sangue veniva versato ai piedi dell’altare, due segni inconfondibili del suo carattere sacrificale commemorativo. L’evangelista ci ricorda che, mentre nel Tempio venivano sacrificati gli agnelli (era il 14 del mese di Nisan), Gesù era issato in croce, trattato come agnello pasquale al quale era proibito rompere le ossa (Gv 19,33.36). I soldati infatti non gli ruppero alcun osso, ma lo trafissero con una lancia.        

       Questo collage di figure messe insieme dalla tradizione ebraico - cristiana viene posto in bocca al Battista nella sua presentazione di Gesù che oggi leggiamo. E’ un quadro grandioso dentro il qual va posta anche la preesistenza di Cristo e la sua qualità di Figlio di Dio: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». Affiorano qui le parole dell’inno che aprono il vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo e il verbo era presso Dio» (1,1). Il Battista indica Gesù come l’uomo in cui abita lo Spirito: «Ho veduto lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui». L’evangelista lo presenterà come la sorgente dello Spirito, come «acqua viva, che zampilla verso la vita eterna» (4,14; 7,37-39). Infine, al culmine della sua confessione ormai totalmente cristiana il Battista dice: «Ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». La stessa confessione di Natanaele di Cana (1,49).

       Ne risulta una confessione cristiana limpida che risale alla tradizione apostolica e che ogni credente è tenuto anche oggi e professare e testimoniare: Gesù è colui che cancella il peccato del mondo come forza malefica che avvelena le coscienze e la società; è colui che esiste prima del tempo perché è eterno come Dio; è il regno di Dio, cioè la presenza regale della signoria di Dio nel mondo; in lui risiede lo Spirito Santo come in una sorgente che zampilla; in una parola è il Figlio di Dio. Questa è la nostra fede, quella che gridiamo al mondo, se abbiamo voce coraggio per farlo. In ogni Messa, prima della comunione, ritorna sulle labbra del sacerdote l’immagine e le parole usate dal Battista. Siamo ricondotti alla cena di Pasqua dove si mangiava l’agnello in ricordo della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Gesù l’aveva celebrata e la celebra ancora con noi per ricordarci il suo sacrificio offerto per noi in remissione dei nostri peccati e per i peccati di tutto il mondo. Questa consapevolezza è condizione per la nostra autentica partecipazione.    


3a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, /sulla via del mare, oltre il Giordano,/Galilea delle genti!/Il popolo che abitava nelle tenebre / vide una grande luce;/per quelli che abitavano in regione e ombra di morte

una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito, lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo, loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito, lasciarono la barca e il padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta d malattie e di infermità nel popolo (Mt 4,12-23).

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I primi seguaci di Gesù

         Al centro del vangelo di oggi c’è la chiamata dei primi quattro discepoli. Sembra strano che il racconto sia così stringato, schematico e avaro di particolari a noi che ne vorremmo sapere di più su un evento così importante per la storia di Gesù e della Chiesa. Sulle rive dal Mare di Galilea nasce la comunità cristiana, come sulle rive del Mare dei Giunchi nacque l’ antico popolo di Dio. Gli schemi di Dio si ripetono e Matteo, da buon ebreo, è pronto decifrarli. Il racconto è volutamente schematico perché divenuto ormai prototipo di ogni chiamata alla sequela di Cristo. Anche per questo motivo non ci viene raccontata la chiamata di tutti dodici gli apostoli. Non c’è spazio per la curiosità. Il numero quattro per gli ebrei del tempo indicava l’universalità, perché faceva riferimento ai quattro punti cardinali della terra. In questa chiamata alla fede e alla sequela c’è dunque la storia di tutti i seguaci di Cristo. Perciò è importante scandagliarne il significato nei piccoli particolari che ci propone, sperando di scoprire il modo di agire di Dio.

       Il racconto inizia con un’inquadratura storico-geografica che richiama l’antica profezia di Isaia: Il Battista è stato imprigionato da Erode Antipa nella fortezza di Macheronte, vicino al luogo dove egli battezzava. Così terminava la sua missione. Da questo momento inizia l’opera di Gesù che Giovanni aveva preparato. E stranamente inizia in Galilea e non sulle rive del Giordano. Dopo un breve soggiorno a Nazareth, Gesù si stabilisce Cafarnao, una stazione importante sulla «via del Mare». Si tratta di una strada commerciale, una carovaniera di primi piano, che congiungeva la Mesopotamia all’Egitto, passando per Damasco, Cafarnao, la piana di Esrelon e proseguiva poi lungo la riva del Mediterraneo verso sud. Nessuno in Israele si sarebbe mai aspettava che il Messia iniziasse dalla Galilea, regione ritenuta per metà pagana, perché abitata da una popolazione mista fin dal tempo dell’imperatore assiro, Tiglatpileser III, che nel 734 vi aveva deportato qui genti pagane. Il fatto che Gesù vi svolgesse gran parte del suo ministero costituiva un ostacolo al riconoscimento della sua qualità di Messia (Gv 7,41.52). Ma Dio non la pensa così, i suoi piani misteriosi erano già stati rivelati al profeta Isaia, che ne parlò annunciando un bambino-re che sarebbe apparso proprio nella terra di Zabulon e di Neftali (Is 8, 23-9,6). Nazareth era proprio nel territorio della tribù di Neftali e Cafarnao in quello delle tribù di Zabulon. Era come l’accendersi di una luce per quei popoli che vivevano nelle tenebre del semipaganesimo.

       A Cafarnao Gesù stabilì il suo quartiere generale in casa di Simon Pietro, e qui cominciò a predicare il suo vangelo, riprendendo alla lettera il discorso del Battista (3,1), così violentemente interrotto: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (v 17). La formula «regno dei cieli», tipica di Matteo, è una metafora per dire «regno di Dio». La loro sensibilità religiosa induceva gli ebrei a nominare il meno possibile il nome di Dio per paura di contaminarlo. La proclamazione del regno dei cieli sarà, d’ora in poi, al centro della predicazione di Gesù, sarà il suo annuncio gioioso, il suo «vangelo». Dio sta esercitando in Gesù la sua sovranità salvifica contro il male del mondo, l’ignoranza, il peccato, le malattie, il demonio, come è descritta alla fine del nostro brano, dove si racconta l’attività taumaturgica di Cristo in Galilea (v 23). L’unica inderogabile esigenza per accettare la sovranità salvifica di Dio è la conversione come è descritta nel racconto di chiamata dei primi discepoli.

     Il teatro dell’azione è il lago di Genezaret, dove si svolgerà gran parte della missione di Gesù. Si ha l’impressione che l’incontro con i pescatori che vi lavorano sia casuale, in occasione di una passeggiata lungo la riva. In realtà tutto è programmato nelle sue linee essenziali. Per Dio nulla è casuale e improvvisato. L’incontro-chiamata è scandito da tre verbi significativi: Camminare, vedere, dire. Quello di Gesù fu un ministero itinerante che giustifica l’invito alla sequela, un invito a camminare con lui sulle vie del mondo ininterrottamente. Il participio del verbo, fa di lui un ambulante perenne che camminava e cammina ancora. Chi lo segue si ferma dove si ferma lui, sulla croce e in cielo, dove finalmente siede alla destra del Padre. Egli appartiene ad un popolo nomade, che dalla Mesopotamia venne nella terra d’Israele, discese in Egitto e da qui ripartì, sotto la guida di Mosè, per quaranta anni nel deserto. Gesù ha già camminato molto: in grembo a sua madre è disceso in Giudea alla casa di Elisabetta, è nato durante un viaggio a Betlemme, è fuggito in Egitto inseguito da una sentenza di morte emessa da Erode, è tornata a Nazaret in Galilea.

     Il suo ministero sarà itinerante, ma non distratto. Nel nostro testo, il suo «vedere» (eîden) è un aoristo storico che si fissò in modo puntuale su quegli uomini al lavoro, come in ogni tempo penetra in profondità nel destino di ciascuno e lo rivela. Ognuno chiamato alla fede e alla sequela si sente conosciuto, amato, programmato. Nessuno nasce a caso, in maniera sbagliata. Tutti nasciamo al momento e al posto giusto, basta scoprirlo. Gesù, guardando le due coppie di fratelli al lavoro, indica la strada giusta per loro: «venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini» (v 19). Il verbo «dire» (lèghei) è al presente, perché è usato in ogni incontro lungo il tempo della Chiesa. La chiamata di ciascuno nasce dalla parola di Dio, lampada ai passi dell’uomo (Sl 119,105). E’ una parola sempre creatrice, opera ciò che dice: «Vi farò pescatori di uomini». Credere a questa parola e accettarla in maniera incondizionata è vera conversione.

       E la risposta dei fratelli pescatori è pronta e totalizzante, un miracolo che Dio solo sa fare. Nella chiamata di due coppie di fratelli che si mettono insieme alla sequela di Gesù, c’è già l’indicazione che sta nascendo una comunità basata su una nuova fratellanza. La Chiesa è una comunità di fratelli, una famiglia spirituale legata dal dono della stessa vita divina comunicata da Cristo. In questa comunità ognuno assume per amore i compiti particolari che Dio gli assegna. La sequela, prima di esser una scelta, è una chiamata, cioè un puro dono di Dio, non guadagnato né meritato. E’ lui che ci fa, non ci facciamo da soli. Condizione è l’obbedienza della fede, un’obbedienza pronta e      

incondizionata, come è descritta nel ritornello che usato per raccontare l’atteggiamento delle due coppie di fratelli: «essi subito lasciate le reti (e il padre) lo seguirono» (vv 20.22).                  


4a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna;si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi (Mt 5,1-12).

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Una legge nuova per un popolo nuovo

         L’ebreo Matteo, mentre ci racconta il Discorso di Gesù sulla Montagna, pensa all’esodo: L’itinerario che riproduceva il cammino dal Mare alla Montagna. Sulla riva del mare Gesù ha convocato la sua prima comunità di seguaci, sul Monte dona lo statuto a questo popolo nuovo. Nello sfondo c’è il confronto con il monte Sinai. Ce lo dice il racconto parallelo di Luca che parla di Gesù che scende dal monte «in un luogo piaggiante» (Lc 6,17). L’evangelista, che scrive per i pagani convertiti, non è interessato a questa reminiscenza biblica. A Matteo, che scrive per gli ebrei convertiti, interessano i richiami biblici e scrive che Gesù «salì sul monte». L’indicazione è più teologica che topografica, perché vuole stabilire un confronto più diretto con il Sinai, dove Dio donò la sua legge a Mosè e al popolo in cammino verso la terra promessa. A quel tempo «ci furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba. Il monte era tutto fumante, perché su di esso era sceso Dio nel fuoco»; fu uno spettacolo terrificante per il popolo in attesa (Es 19,16-18). Sul Monte delle Beatitudini non ci sono né lampi, né tuoni, c’è un clima nuovo di serenità e di gioia quando Gesù inizia a parlare. Anche il panorama del lago e della campagna ben coltivata, che si vede dall’alto, contrasta con il paesaggio aspro e arido del deserto sinaitico. In Galilea, la nuova legge di Dio è formulata, in modo ritmico, come un canto di gioia e di felicità, mediante le beatitudini, che hanno al centro l’amore, non la paura. Insomma è cambiato clima.

       La folla che attornia Gesù è disposta in due cerchi concentrici: nel primo ci sono i discepoli, quelli appena chiamati e quelli da loro rappresentati, nel secondo cerchio c’è la gente comune. Il discorso riguarda tutti i credenti, è destinato a tutti, non c’è nessuna discriminazione elitaria. Esso inizia con otto beatitudini come una cantilena gioiosa facile da ricordare. Il termine «beati» traduce il vocabolo ebraico «ashrey», indeclinabile, una specie di esclamazione, un grido di meraviglia e di incitamento. Difficile tradurlo in italiano: Riprodotto con «beati» indica un annuncio di felicità. E come se dicesse: se volete essere felici siate quello che vi descrivo. La felicità sta nella piena realizzazione di se stessi, nella soddisfazione di chi si sente al suo posto e ha potuto sviluppare in pienezza le sue capacità e le sue aspirazioni. Gesù indica dunque la strada della felicità in questo mondo e nell’altro in quello otto situazioni. E’ interessante anche la suggestione indicata da A. Chouraqui, un dotto ebreo, accademico di Francia, che suggerisce di tradurre il vocabolo con una parola di incoraggiamento: «in marcia, voi poveri», cioè coraggio, alzate la testa e mettetevi in cammino, consapevoli della vostra dignità di figli di Dio, non vi fate bloccare dalla mentalità di un mondo che vi vuole succubi, vi squalifica e vi disprezza. Dunque le beatitudini sono una scelta e un impegno consapevoli sulla strada della volontà di Dio, che valuta le persone con un metro diverso da quello umano corrente.

     A guardar bene le beatitudini sono una specie di ritratto biografico di Gesù, lo specchio del suo essere e del suo agire. Ancora una volta egli si pone come modello del suo stesso insegnamento: Egli fece e poi disse. Esse descrivono la sua povertà iniziata a Betlemme, le sue difficoltà, la sua mitezza, la sua fame di giustizia, la sua misericordia, la sua purezza di cuore, il suo sforzo per costruire la pace, la sua persecuzione fino alla morte violenta abbracciata per amore. Propone così, con gioia e serenità, senza vittimismi, un capovolgimento della mentalità e dei giudizi del mondo. Certo, è una strada in salita, ma niente affatto impossibile, percorsa con serenità e pace, a volte cantando. E’ la strada sulla quale cammina ogni giorno la maggioranza degli uomini, non la strada spensierata e orgogliosa di una minoranza ricca, che si ritiene fortunata e insegue invano la felicità ad ogni costo, inseguendo il benessere e il divertimento.

     Le otto beatitudini passano in rassegna le situazioni più significative della vita e dicono che questa è la strada ad otto corsie che aiuta il cristiano a realizzarsi pienamente. La prima dichiara beati «i poveri in spirito»: E’ quella che le riassume tutte, perché al fondo delle altre c’è l’umiltà e il distacco da ogni interesse egoistico, la disponibilità a servire, piuttosto che ad essere serviti, la pazienza di chi nulla pretende e tutto dona. Perciò Matteo specifica la beatitudine della povertà con l’aggiunta «in spirito»; non intende con ciò svalutare la povertà materiale che costituisce la base della spiritualizzazione della povertà. Egli vuole dire che non basta essere materialmente poveri per esser felici. Ci sono tanti poveri nel mondo avviliti e chiusi in se stessi, arrabbiati e intenti a contendersi quel poco che riescono ad avere, egoisti fino allo spasimo. La vera povertà è distacco da ogni tipo di ricchezza considerata come ideale unico di vita, è generosità e semplicità, è umiltà fiduciosa simile a quella di un bambino, che Gesù indica come ideale per entrare nel regno di Dio (Mt 18,2-4), è ambizione a servire a non a comandare. L’afflizione, non è solo il pianto originato da un dolore personale, è accettazione paziente delle difficoltà e delle malattie, è solidarietà attiva con chi soffre, è pentimento e dolore per i propri peccati. La mitezza non è la virtù dei paciocconi, ma dei non violenti sempre disarmati, quelli che non rispondono al male con il male, ma con il bene, che hanno il coraggio dell’amore che sa capire e perdonare. La fame e la sete della giustizia è la ricerca appassionata della volontà di Dio nella via della santità, è la lotta pacifica ma efficace per la promozione di tutti i diritti umani violati, è avere a cuore il bene comune di tutti. La misericordia è l’amore di coloro che aiutano chi vive in difficoltà con vera partecipazione umana, è la virtù di chi sa perdonare come sa fare Dio, che non coltiva odio, rancore e vendetta nel cuore. Insegna a imitare Dio misericordioso senza discriminazione tra buoni e cattivi, tra connazionali e stranieri, tra credenti e non credenti. La purezza di cuore è la prerogativa di coloro che praticano l’onestà e la rettitudine con se stessi, con Dio e con il prossimo, quella delle persone semplici e sincere che aborriscono l’ipocrisia. La promozione della pace è l’attività dei tessitori di armonia, di concordia e di amore tra gli uomini a livello familiare, sociale e internazionale. Questi cercano innanzi tutto la comunione con Dio, vera fonte della pace, perché solo chi vive in pace con Dio e con se stesso, può costruire pace fra gli uomini. E’ l’attività degli annunciatori del vangelo che insegna la pace, come riconciliazione e unità di tutto il genere umano. Finalmente, la persecuzione per la giustizia è la condizione di tutti martiri che danno la vita per la fede e per il bene degli uomini. E’ la situazione di tutti i sofferenti, cioè di coloro che compiono «ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la chiesa» (Col 1,24). L’amplificazione che segue allarga questa beatitudine a tutti coloro che sono insultati, perseguitati e calunniati ingiustamente, essa abbraccia anche i martiri della lotta contro la corruzione, l’oppressione sociale e politica, l’ingiustizia umana. Dio non dimentica nessuno, valorizza lo sforzo e il sacrificio di chiunque soffre per il bene.  

                                                  
5a   DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Mt 5,13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.(Mt 5,13-16)

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La dimensione sociale della fede

     Anche tra i cattolici c’è ancora chi pensa che la religione sia un fatto privato che non deve entrare nella vita di relazione sociale e politica. Ognuno vive per sé quello che crede. Il brano del vangelo che abbiamo letto smentisce decisamente quest’idea privatistica della fede cristiana. Gesù traccia qui le linee di un compito di azione e di testimonianza del credente nei confronti del mondo: «Voi siete». E’ una specie di definizione che descrive con due immagini comuni ciò che ogni cristiano deve essere, quel’è la sua responsabilità sulla terra. Gesù usa sempre un linguaggio popolare comprensibile a tutti, facile da ricordare. Il suo capolavoro sono le parabole, piccole storie raccolte dalla vita di ogni giorno e presenti nell’esperienza dei suoi ascoltatori. Nel brano di oggi egli crea due similitudini simmetriche ampliate in misura diversa in modo da risultare complementari: l’immagine del sale che dà sapore e quella della lampada che fa luce; cose di prima necessità nella vita di ogni giorno. Vuole dire che i suoi discepoli sono ormai elementi indispensabili nella storia del mondo, come lo è il sale per i cibi e la luce per le case. Un cibo senza sale è insipido e a volte immangiabile, un casa senza luce è una stamberga troglodita e un ambiente invivibile. Per capire a pieno la valenza delle due immagini bisogna risalire ai tempi di Gesù ed entrale nella cultura dei suoi ascoltatori. Facciamo questo viaggio a ritroso.

   Cosa capivano gli ascoltatori di Gesù quando egli diceva loro: «Voi siete il salde della terra»? La terra di cui parla non è la campagna che essi coltivavano, perché il sale è dannoso e rende sterile il terreno come succedeva sulle rive del Mar Morto. Gesù nomina la terra nel senso di ambiente di vita come è la società dove uno vive. La prima funzione del sale è quella di dare sapore e gusto ai cibi. L’immagine esorta perciò i discepoli a dare sapore e gusto all’ambiente dove vivono, cioè renderlo umanamente vivibile e significativo, farvi abitare Dio attraverso al loro fede testimoniata. E’ compito ineludibile del cristiano rendere migliore la società con il suo contributo fattivo ed efficace. Il sale si scioglie nei cibi, si dona senza perdere però le sue prerogative; quando c’è si sente la differenza. Importante è il dosaggio: la fede non sopporta fanatismi, ma nemmeno perdita di identità, altrimenti risulta dannosa o inutile. La sua azione non è chiassosa o prepotente, è discreta e nascosta.

   Il cristiano nel mondo è come il fermento nella pasta per il pane, lentamente e silenziosamente la trasforma (Mt 13,33), è come il sale che saporisce dall’interno ogni vivanda, rendendola gradevole. Le Lettera a Diogneto, uno scritto del 2° secolo definisce i cristiani «l’anima del mondo: l’anima è racchiusa nel corpo, ma sostiene il corpo. I cristiani non sono distinti dagli altri uomini: abitano in città greche o barbare, come a ciascuno è toccato in sorte, si adattano agli usi del paese nel vestito, nel cibo e in tutto0 il resto del vivere, ma danno esempio di una forma di vita sociale meravigliosa. Ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Vivono nella carne, ma non secondo la carne». Nostro primo compito è essere quel granellino di sale che rende gradito a Dio il mondo, nonostante il male enorme che vi abita.

     Altro compito del sale era allora, come oggi, quello di conservare i cibi; serviva a preservare i cibi dalla corruzione e mantenerli nel tempo quando ancora non esistevano frigoriferi e congelatori. Sotto questo aspetto, i cristiani devono essere la coscienza critica della società per preservarla dalla corruzione e dal degrado morale. Il sale, inoltre, era considerato elemento essenziale di consacrazione delle offerte sacrificali presentate a Dio: «Dovrai salare ogni tua offerta, non lasciar mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio; sopra ogni tua offerta porrai del sale». Così comandava il Libro del Levitico (2,13), ricordando che il sale era segno di alleanza tra gli uomini e con Dio. Questo assegna ai cristiani il compito di consacrare la società e di renderla offerta gradita a Dio; essi sono il segno di eterna alleanza con lui. La presenza cristiana rende l’attività umana un sacrificio spirituale gradito a Dio.

   L’immagine della lampada, che si accende per far luce, è ancora più intuitiva. In tempi in cui non si conosceva la luce elettrica, la vita di una famiglia si svolgeva alla luce delle lucerne a olio. Le case erano buie perché spesso scavate nel tufo e con piccole finestre. Spesso avevano bisogno anche di giorno di quella luce artificiale. Neri piccoli borghi della Palestina, la luce era segno di vita; là dove non c’era luce non c’era vita, perché la casa non era più abitata. Gesù aveva usato l’immagine per designare se stesso: «Io sono la luce del mondo chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). Ora la usa per designare i cristiani come portatori della Parola di Dio con le loro parole e il loro esempio, tutti partecipi della missione stessa di Cristo. La lucerna non fa concorrenza al sole, ma serve a far luce nel buio della notte, quando il sole si nasconde all’orizzonte. Gesù ha lasciato noi, piccole e deboli lampade, a continuare la sua opera missionaria nel mondo in attesa dell’aurora quando il sole riapparirà di nuovo sul mondo.

   La luce rende possibile la vita in casa e orienta il muoversi e l’agire. Non si accende per nasconderla sotto un riparo. Il moggio di cui parla Gesù era un recipiente di legno o di metallo di circa otto litri e serviva per misurare e trasportare i cereali. Ce n’era sempre uno in ogni casa per attingere al piccolo silos posto sotto il pavimento. La mamma di famiglia accendeva la lampada a olio la sera e la poneva sul candelabro o su un incavo della parete posti in alto in modo da illuminare tutta la casa. Fuori del linguaggio figurato, Gesù vuole dire che a nessun cristiano è consentito nascondere la sua identità di credente, sarebbe contro natura. Il rispetto umano e la vergogna non sono certo virtù cristiane. Gesù aveva detto:« Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a queste generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nelle gloria del Padre sue con gli angeli e i santi» (Mc 8,38).

   All’immagine della luce è abbinata l’immagine della città posta sul monte visibile anche da lontano nel raggio di chilometri. Gesù poteva alludere alla cittadina i Safed che dall’alto dei suoi 1100 metri sul livello del lago di Genezaret domina tutta la regione. Una città così non si poteva nascondere agli occhi degli abitanti della Galilea. Ogni cristiano è città posta su un monte, si può distruggere, ma non nascondere. In tempi di mescolanze di culture e di religioni, nessuno può rinunciare alla propria identità. E’ sbagliato nascondere la propria fede per rispetto a quella degli altri. Il vero dialogo non distrugge le identità, ma le confronta nella verità per trovare ciò che unisce anziché ciò che divide. Il rispetto è alla base di ogni convivenza sociale, ma il rispetto suppone che ognuno sia se stesso, senza confusioni e senza annullamenti.    



6a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello:” Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geenna. Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!

Avete inteso che fu detto:” Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una della tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.

Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”.

Ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare “sì, sì”; “no, no”; il di più viene dal maligno. (Mt 5,17-37)

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Un impegno più grande

   L’impegno morale del cristiano deve essere più grande di quello che insegnavano i dottori della legge mosaica (gli scribi). Questi erano rabbini studiosi della legislazione ebraica che avevano elaborato un sistema di 613 precetti, come gli articoli di un codice civile e penale. Ciò che più conta, davano una interpretazione riduttiva dei numerosi articoli, una applicazione legalista di stretta interpretazione letterale che richiedeva il minimo indispensabile. Insomma la rivelazione divina, che doveva essere guida divina della vita era ridotta ad un freddo codice di norme da osservare in modo fiscale. In quell’insegnamento mancava l’anima e il cuore, perché mancava l’amore. A scanso di equivoci Gesù premette che egli non è venuto ad annullare la rivelazione divina donata agli ebrei nell’Antico Testamento una volta per sempre: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti, non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento».

La Parola di Dio consegnata già al popolo dell’Antica Alleanza resta immutabile anche nei minimi dettagli (lo iod era la lettera più piccola dell’alfabeto ebraico) e nessuno si può permettere di cambiarla, di selezionarla e di insegnarla in modi diverso, pena l’emarginazione dal regno dei cieli.

     Quella contenuta nei libri dell’Antico Testamento è una rivelazione incompleta, ma non falsa. Gesù è venuto a perfezionarla con il suo Vangelo. Egli dice che la rivelazione da lui portata è in continuità con quella di Mosè, dei profeti e dei sapienti, ma comporta anche novità di completamento. Non sono aumentati i precetti, anzi, tutti si possono ridurre a due che ne sono la base: L’amore di Dio e del prossimo. Soprattutto è cambiato lo spirito e l’atteggiamento interiore: non più la paura e lo scrupolo dei sudditi, ma l’amore generoso dei figli nei confronti del padre che è nei cieli. Può dire allora: «Se la vostra giustizia (cioè, il vostro impegno morale) non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». Se non cambierete il vostro comportamento non potrete essere miei discepoli, non potrete dirvi cristiani. Per spiegare meglio questa affermazione egli porta sei esempi. Quattro li troviamo nel brano del vangelo di oggi, due nel vangelo di domenica prossima. I quattro di oggi riguardano: l’omicidio, l’adulterio, il divorzio, il giuramento. Per maggiore chiarezza esse sono presentati con la tecnica letteraria delle antitesi: «E’ stato detto, ma io vi dico». Tutti temi trattati sono di estrema attualità da maneggiare con cura.

Il primo esempio riguarda l’omicidio, che non solo l’uccisione violenta fisica di un uomo, ma è anche mortificazione della sua dignità. Non si uccide solo con le armi, ma anche con le parole. Anzi uccide più persone la parola di calunnia, di insulto e di maldicenza, che le armi da fuoco. Due sono le armi che combattono questa terribile piaga della società: La riconciliazione e il rispetto di ogni essere umano. Gesù dice addirittura che la riconciliazione e il perdono sono più importanti della preghiera e del culto. L’amore del prossimo rende autentico l’amore di Dio. Il secondo esempio riguarda l’adulterio. Anche qui il credente non deve fare attenzione solo dell’atto materiale esterno, ma deve saper governare anche i sui pensieri e suoi desideri. In epoca di pansessualismo non si dà importanza agli sguardi sensuali e ai desideri attivi, che pure sono atti di libidine. Gesù inculca sguardi limpidi e mani oneste con espressioni paradossali capaci di sottolineare la gravità dei sentimenti e delle azioni che si compiono.

A tal proposito egli porta anche l’esempio del divorzio come rischio di adulterio per ambedue i coniugi che sono tentati di risposarsi. Il matrimonio per Gesù è chiaramente un patto indissolubile. La legislazione mosaica era simile alle altre legislazioni del tempo e concedeva il divorzio con una certa facilità. Il libro di Deuteronomio dichiarava: «Quando un uomo ha preso una donna e avviene che lei non trovi più grazia ai suoi occhi, scriva per lei un libello di ripudio, glie lo consegni in mano e la mandi via dalla casa» (Dt 24,1). Ogni ragione era buona per divorziare. Gesù non la pensa così e riporta il matrimonio al primitivo progetto di Dio che prevedeva l’indissolubilità e concludeva:«L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mt 19,3-9). Per lui un secondo matrimonio dei divorziati è adulterio, proibito dal Decalogo (Es 20,14).

   Il quarto esempio riguarda il giuramento falso, già proibito dall’ottavo comandamento che recitava: «Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo». Un cristiano non dovrebbe mai giurare, perché la sua coscienza lo obbliga alla sincerità più assoluta, fondata sulla fedeltà alla parola data. Egli non deve aver bisogno di giurare per essere creduto, perché la sua parola dovrebbe bastare come garanzia di verità. Il suo parlare è segno della sua purezza di coscienza, che gli fa dire “sì” quando è sì, e “no” quando è no. Chiamare Dio e le cose sacre come testimoni, è mancanza di rispetto per ciò che è sacro e perciò non va coinvolto nelle nostre beghe umane. Giurare per la propria vita è poggiare il giuramento sulle sabbia mobili della precarietà. Nessuno è pienamente padrone di se stesso. La morale cristiana è impegnativa, ma proprio per questo è pienamente umana.    



7a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Mt 5,38-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti da uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

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L’amore a fondamento della vita

Siamo ancora sul Monte delle Beatitudini, dove Gesù sta dettando le regole nuove dell’agire dei suoi cristiani, che devono superare quelle insegnate dagli scribi nelle loro scuole. Domenica scorsa egli aveva formulato il suo insegnamento con quattro antitesi introdotte dalla formula: «E’ stato detto, ma io vi dico». Riguardavano l’omicidio, l’adulterio, l’indissolubilità del matrimonio, e il giramento. Oggi il discorso continua tirando in campo altre due antitesi che hanno per tema la legge del taglione e la legge dell’amore limitato praticata dai suoi connazionali. Ricordiamo che Gesù traccia alcune linee di condotta cristiana per insegnare dove la sua morale supera quella insegnata dai rabbini ebrei del suo tempo nelle loro scuole. Egli sta commentando la sua affermazione; «Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (5,20). Vuole dire ai discepoli che non basta più essere ebrei, bisogna diventare cristiani, entrare in una dimensione nuova di vita, quella dei figli di Dio fatti ad immagine e somiglianza del Padre che è nei cieli.

     La prima antitesi riguarda la così detta «legge del taglione» (lo ius talionis dei romani), che consisteva nell’infiggere al reo lo stesso danno (talio = ferita) da lui procurato alla sua vittima. Era l’applicazione di una stretta giustizia retributiva, equivalente alla giustizia vendicativa. Contrariamente a quanto si pensa, era una legge limitativa prima che punitiva, intendeva cioè limitare la vendetta, che, in tempo di barbarie, poteva essere senza limiti e causare danni sproporzionati. La legge a cui Gesù allude era formulata così nel codice mosaico del libro dell’Esodo: «Pagherai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido pere livido» (21.23). Era certamente una legge barbara già nella sua formulazione che urta la nostra sensibilità umana. C’è da dire però che la legislazione mosaica prevedeva delle attenuanti e la possibilità di indennizzo in denaro come risarcimento del danno provocato. La giustizia non è fare all’altro ciò che lui ha fatto a te.

   Gesù corregge questa visione troppo fiscale della giustizia, sostituendola con la pratica dell’amore e del perdono. Il cristiano deve vincere il male con il bene, superando l’istinto vendicativo con la razionalità disarmante del perdono, della non violenza e della generosità illimitata, deve superare la grettezza di chi lo perseguita con la magnanimità di cuore. La legge cristiana del disarmo e della non violenza è qui formulata con tre immagini prese dalla vita concreta: quella del manrovescio ritenuto particolarmente umiliante, quella dello spogliamento fino a rimanere nudi e disarmati, e quella dell’angheria militare che imponeva marce forzate a servizio delle truppe romane occupanti. Quello descritto da Gesù è l’ambiente della gente piccola, non quella della politica di stato. Le tre immagini dicono che la non violenza cristiana non è passiva e impotente sopportazione della prepotenza altrui, ma è testimonianza attiva di amore consapevole e generoso. Non è segno di debolezza, ma di forza d’animo spinta fino all’eroismo. Gesù l’ha praticata per primo nei giorni della sua passione, come ricordava Pietro nella su prima lettera: «Insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia» (1Pt 2,23).

   La sesta e ultima antitesi di questo meraviglioso discorso segna l’apice della morale di Gesù. Riguarda l’amore del prossimo e l’odio del nemico. L’amore del prossimo era comandato dalle legge di Mosè con le parole ripetute più volte (Mt 19,19;22,39) da Gesù: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18), ma nel testo antico il prossimo era il connazionale, e l’amore non oltrepassava i confini della razza giudaica; al di là del proprio clam sta la terra di nessuno, il paese del nemico che poteva esser solo oggetto di disprezzo e di odio. A Qumran erano considerati nemici da odiare, tutti coloro che non appartenevano alla setta (IQS 1,9). I pagani, specie i romani (goim cioè barbari), erano visti come cani immondi da odiare, perché idolatri e nemici di Dio. Gesù abbatte ogni barriera e ogni muro di separazione (Ef 2,14 ) e considera prossimo da amare ogni uomo, anche il nemico. Lo descrive così, in maniera inequivocabile, la parabola del Samaritano compassionevole (Lc 10,29-37). Ogni uomo è considerato amico e fratello di cui prendersi cura. Il primo segno d’amore è la preghiera per il nemico, perché questa modifica dall’interno i sentimenti e gli atteggiamenti.

   I motivi di questo amore del nemico non sono quelli razionali della convenienza, ma quelli teologici della figliolanza divina. L’indole dei figli è l’indole del padre, la natura e la condotta dei figli sono quelle del padre; ogni figlio rassomiglia al padre, la somiglianza manifestava la parentela in tempi e luoghi in cui non esiste l’esame del DNA. Gesù ha dimostrato con il suo agire di essere figlio di Dio. Amare in concreto significa dimostrare amore, fare del bene, aiutare, senza discriminazioni. Dio e Gesù hanno amato così: essi non hanno nemici, ma solo figli e fratelli da amare. Il credente diventato figlio di Dio con il Battesimo, deve dimostrare di essere tale nella condotta: «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio riamane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi» (1Gv 3,13; 4,7s). Queste parole dell’apostolo Giovanni sono al spiegazione di quelle di Gesù nel discorso del monte cha abbiamo ascoltato. L’invito conclusivo ad essere perfetti come è perfetto il padre che è nei cieli traduce sul piano cristiano quello rivolto da Dio all’antico Israele: «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2). E’ un invito all’imitazione che nasce dalla natura di figli donata ai credenti. La perfezione è l’integrità di Dio, che tutto intero ama i suoi figli, senza distinzione e divisione. E’ la perfezione dell’amore indiviso, che non esclude nessuno, quella che rende Dio modello imitabile. La somiglianza in questo campo dimostra che l’uomo è diventato figlio del Padre che è nei cieli. Cero l’uomo non raggiungerà mai la misura di Dio, ma deve porsi in cammino progressivo su questa strada. E’ una perfezione cristiana da conquistare fino all’ultimo giorno.       


8a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e la ricchezza. Perciò vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?

E per il vestito perché vin preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate, invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena. (Mt 6,24-34)

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Fidarsi di più della divina provvidenza

   Anche oggi l’orizzonte in cui Gesù parla è quello del Lago di Genezaret, un ambiente sereno di pace tra l’uomo e la natura, che invita alla contemplazione e alla riflessione. E come se egli dicesse: «impara da ciò che vedi». Purtroppo, chiusi nei nostri caseggiati urbani, stiamo perdendo sempre più il contatto con la natura. Chi si ferma a guardare un uccello che vola, o un fiore che sboccia, un albero che cresce? Non sarebbe un atteggiamento romantico farlo qualche volta nella vita; ci farebbe sentire più vivi e più buoni, oltre che più rispettosi del creato. Riscopriremmo il senso della meraviglia cantata dal Salmo 8: «O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?». Sentiremmo che Dio è padre e madre che ha cura amorosa di tutti noi suoi figli come proclama la prima lettura di oggi, che assicura:«Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ciò fosse, io non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Recuperiamo fiducia nella provvidenza del nostro Dio che è Padre amoroso. Sentiamo che cosa dice Gesù oggi con una serie di quattro verbi in negativo e in positivo: Nessuno può servire due padroni; non preoccupatevi eccessivamente; guardate; cercate.

   Gesù intende combattere l’ossessiva rincorsa ai beni materiali, che sterilizza la vita di tanti uomini in ogni tempo. Per molti esiste solo una preoccupazione costante: il cibo e il vestito, con tutto il corredo di annessi che le due cose comportano; il cibo assilla più gli uomini, la moda seduce più le donne. In ambedue i casi c’è la ricerca del benessere ad ogni costo, un materialismo strisciante che schiavizza e chiude ogni orizzonte. La ricchezza è un padrone severo e crudele, un idolo o un feticcio sempre più esigente. Gesù pone un chiara alternativa: «Non potete servire Dio e la ricchezza». La ricchezza egli la chiama «Mammona», un appellativo che è la trascrizione di una parola aramaica (la lingua di Gesù), che significa appunto possesso, ricchezza; è il dio denaro che ha tanti adoratori. L’immagine dello schiavo che ha due padroni non era eccezionale: poteva trattarsi di soci in affari o di persone costrette a spartirsi una eredità. Quella dello schiavo di due padroni era una situazione scomoda che col tempo diveniva inconciliabile e impossibile per lo schiavo e per i padroni. La frase di Gesù è provocatoria ed esige una presa di posizione netta: O Dio o il denaro. Chi ha fatto la scelta dei soldi diventa preda di una avarizia insaziabile che produce ingiustizie, corruzioni, violenze. Lo sanno bene i signori delle varie mafie nazionali e internazionali, i mercanti di droga e di prostituzione che riciclano il loro denaro sporco alle spalle dei poveri.

    In alternativa Gesù propone la fiducia totale in Dio Padre da cui tutto dipende. Solo la fede in lui genera equilibrio e serenità. Egli mette in guardia, prima di tutto, contro la preoccupazione ansiosa per il proprio futuro: «Non assillatevi (me merimnésete) per il domani, perché il domani avrà le sue preoccupazioni». Nessuno è padrone del proprio tempo: «Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?». Gesù inculca la religiosità tipica dei poveri che confidano totalmente in Dio nella loro lotta quotidiana per la vita. Porta in campo qui la sua esperienza di uomo vissuto a Nazaret tra gente semplice e laboriosa. Del resto non c’è altra prospettiva di sicurezza. Per quanto possa meravigliare, sono i poveri ad affrontare la vita senza assillo e senza affanno, con serenità; mentre sono i ricchi i più infelici, quelli che non hanno mai pace e sono spesso preda della disperazione, quando sentono sfuggir loro di mano la vita. Sono loro che sperimentano in modo drammatico l’esperienza di Qoelet che lamentava: «Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento» (1,14). Si accorgono alla fine che la rincorsa ai beni terreni, alla fin fine, non frutta nulla e si costatano di avere un mano solo un pugno di mosche, perché punto la ricchezza non serve più.

   Gesù esorta a prendere lezione dagli uccelli e dai fiori, le cose più deboli e vulnerabili. Intendiamoci, gli uccelli e i fiori non sono un modello da imitare, ma semmai un motivo di riflessione per misurare la provvidenza di Dio nei confronti delle sue creature. Se Dio ha cura amorosa di queste piccole cose, quanto più avrà cura dell’uomo che vale più di ogni altra cosa al mondo. Gli uccelli e i fiori non sono modelli che invitano a starsene oziosi con le mani in mano in attesa di un improbabile canestrino che scende miracolosamente dal cielo. Non insegnano all’uomo a vivere da fannullone, ma a confidare nella divina provvidenza che non cessa mai di prendersi cura di lui. L’uomo deve lavorare e impegnarsi seriamente per vivere con dignità e avere sicurezza economica.

   Nessuno è dispensato dal lavoro, come nessuno è dispensato dall’impegno di fede in Dio, che ha affidato all’uomo il creato perché lo coltivi e lo custodisca (Gn 2,15). E’ un compito che la fede stimola e sostiene. Fede e lavoro sono il binomio che S. Benedetto traduceva nella sua regola con il motto: «ora et labora» (prega e lavora). Il motto che ha forgiato la cultura europea nel suo progresso e nella su espansione. Fin dalle origini il cristianesimo ha adottato questo binomio, perché si è sentito figlio del divino operaio di Nazaret. Perciò, Paolo condannava così i fannulloni di Tessalonica che avevano incrociato in maniera fatalistica le braccia in attesa del ritorno di Cristo e della fine del mondo: «Quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2Tes 3,10). La fiducia nella divina provvidenza non distoglie l’uomo dal lavoro, non lo aliena dalla vita concreta, ma gli dona serenità e sicurezza nella sua fatica quotidiana spesa per guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Il credente sa di avere le spalle coperte dall’amore paterno di Dio che non lo lascerà mai solo. Egli è sotto le ali della sovranità (il regno) di Dio da lui cercata e messa al primo posto: «Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta».        

  
9a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7,21-27)


Veri e falsi cristiani

   Leggendo il vangelo, si rimane impressionati dal frequente uso che Gesù fa delle immagini contrapposte. Spesso stabilisce confronti tra realtà e atteggiamenti contrari, come se non conoscesse i colori ed toni intermedi tra il bianco e il nero. Per limitarci al Discorso della montagna, la cui conclusione leggiamo oggi nel vangelo, Gesù usa il classico confronto tra agnelli e lupi (7,15), tra albero buono e albero cattivo, tra frutti buoni e frutti guasti (7,16-18), tra veri e falsi profeti (7,15) tra saggi e stolti (7,24.26), tra casa costruita sulla roccia e casa costruita sulla sabbia. Si può subito notare che in questi paragoni l’aspetto positivo e sempre messo prima dell’aspetto negativo, Vuol dire che Gesù è un ottimista, è abituato a guarda la vita e la storia in positivo, anche se la sua concretezza lo porta a giudicare senza farsi illusioni. Perciò costata con amarezza anche gli aspetti negativi della realtà causati dalla cattiveria e dalla fragilità umane. Egli sa che «l’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive» (12,35). Se usa immagini contrapposte, lo fa per farsi capire meglio da gente concreta abituata ad un linguaggio forte e chiaro. Con esse egli non contrappone vera e falsa dottrina, ma buona e cattiva condotta. E’ ciò che gli interessa di più, perché ha sempre avversato l’ipocrisia, la doppiezza, quella dei farisei che «dicono ed non fanno» (Mt 23,3). Non sopporta le mezze misure dell’incoerenza.     Inizia perciò il suo discorso respingendo una preghiera fatta solo di parole, separata da una prassi di vita cristiana impegnata. La preghiera biascicata non serve nulla, se non è unita alla vita; la fede è vuota senza le opere: «Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che sta nei cieli». La ripetizione della parola «Signore» vuole significare l’intensità dell’invocazione, e dice che nemmeno tale intensità giova a qualcosa, se manca lo sforzo per compiere la volontà di Dio rivelata da Cristo nel discorso che sta concludendosi. Proprio questo primo discorso, come l’ultimo, si chiude con il riferimento al rendiconto finale della fine dei tempi (quel giorno). Gesù afferma che egli, come giudice ultimo, non ci giudicherà sulle preghiere pronunciate, le prediche fatte in suo nome; paradossalmente, non terrà conto nemmeno dei miracoli e degli esorcismi operati usando il suo nome.

     Il rimando ideale al giudizio finale, al momento cioè della separazione delle pecore dai capri, dei benedetti dai maledetti (Mt 25,31-46), ci fa capire che l’ultimo esame verterà sull’amore per il prossimo. Del resto questo è il nucleo delle esigenze presentate da Gesù nel discorso della montagna. Egli aveva cominciato col dire: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete figli del Padre vostro celeste…Siate perfetti, in questo, come è perfetto il Padre vostro del cielo» (5,44-48). Aveva proseguito col dire: «Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi» (6,14). E ancora: «Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati». Poi aveva riassunto tutto nella regola d‘oro di tutta la vita cristiana: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo loro: Questa infatti è la Legge e i Profeti» (7,12). La volontà di Dio è tutta qui, i prodigi straordinari non possono sostituire o compensare la mancanza dell’amore. Alla stessa conclusione ci rimanda la sentenza di allontanamento dei cattivi cristiani, composta da un’affermazione chiara e schietta (omologhìa) fatta di due elementi: anzitutto una dichiarazione di non riconoscimento espresso così nel discorso di missione: «Chi non mi riconoscerà davanti agli uomini, neanche io lo riconoscerò davanti al Padre mio» (10,33); Poi le parole di condanna del giudizio finale: « Via da me maledetti, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare…Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me» (25,41-45).

   Il discorso si conclude con una doppia immagine costruita sul parallelismo antitetico nello stile della ripetizione letterale tanto cara ai racconti giudei del tempo e tanto usata nel corso del discorso stesso. L’immagine è presentata come il riassunto di tutto il discorso. Sono messi a confronto due destini contrapposti: quelli dei veri e falsi cristiani, che Matteo chiama saggi o stolti come nella parabola delle ragazze invitate a nozze (Mt 25,2). L’antitesi nel nostro brano è triplice: tra il fare e il non fare, tra il saggio e lo stolto, tra la roccia e la sabbia. Anche Luca riporta lo stesso paragone che, anche in lui, non assurge al rango di vera parabola, cioè il puro racconto di una storia priva di allegoria. Egli più esplicitamente riferisce il paragone positivamente a «chi viene a me, ascolta le mie parole e le mette in pratica» (6,47). Dunque ci presenta chiaramente la responsabilità e l’impegno del credente che viene, ascolta e mette in pratica gli insegnamenti di Gesù. Egli poi pone chiaramente la costruzione della casa senza fondamenta dello stolto sulla rive di un fiume o di un torrente, dove viene travolta dalla piena straripante improvvisa. Matteo considera il comportamento dell’uomo saggio e dell’uomo stolto: l’uno costruisce la sua casa sullo scoglio, l’altro costruisce sul terreno di riporto per sua natura friabile. Al tempo di Gesù in Palestina ognuno si costruiva la sua casa da sé con poca o sufficiente perizia. Il risultato appariva quando la costruzione era in pericolo a causa di alluvioni e tempeste che in oriente si abbattono improvvise e trascinano via tutto, perchè non c’è la vegetazione che ne frena la violenza. Gesù descrive il fenomeno realisticamente con una serie di tre verbi: abbattersi, urtare, infrangersi. La casa costruita sulla roccia resiste bene, quella costruita sul terreno di riporto crolla, seppellendo tutti gli abitanti (Ez 13,14).

     Fuori metafora Gesù vuole dire che mette a fondamento della vita il suo insegnamento appena concluso, si mette al sicuro davanti al giudizio finale di Dio. Si assicura la salvezza eterna. Chi non rifiuta o ignora questo insegnamento mette in pericolo la sua salvezza definitiva. Ognuno di noi è salvato esclusivamente dalla parola di Gesù accettata e messa in pratica. Non ci salverà l’illusione delle belle parole e dei pii desideri.    


10a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate e imparate che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Mt 9,9-13)


Tutti in cura dal medico divino

«Chi è senza peccato scagli per primo la pietra» (Gv 8,7), aveva detto Gesù in maniera provocatoria ai puritani giudei che volevano lapidare la donna di Gerusalemme sorpresa i fragrante adulterio. Quegli stessi intransigenti moralisti li troviamo oggi davanti a casa di Matteo, il pubblicano, appena chiamato da Gesù alla sua sequela. Questa volta non hanno il coraggio di rivolgersi direttamene a Cristo e interpellano perciò i suoi discepoli: «Perché il vostro maestro manga e beve con i peccatori?». Lo scandalo maggiore che Gesù dava, mentre era tra noi, era la facilità con cui assolveva i peccatori. Poco prima dell’episodio oggi riportato, egli aveva compiuto un miracolo eclatante a pochi passi dalla casa di Matteo. Gli era stato presentato un paralitico sdraiato su un giaciglio perché lo guarisse (9,1-8). Appena l’aveva visto, ne aveva provato pietà e aveva ammirato la fede dei portantini. Gli era venuto spontaneo allora esclamare: «Coraggio, figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati». Ci fu un momento di sconcerto per quella frase inaspettata, e subito scattò la critica dei maestri farisei che, dentro di loro, pensarono: «Costui bestemmia!». Non troppo sottintesa, c’era l’idea giusta che solo Dio avesse il potere di rimettere i peccati. Gesù si arrogava dunque questo potere divino esclusivo. Era venuto proprio per questo: rivelare apertamente un Dio che non condanna, ma perdona, un Dio che non uccide i peccatori, ma li cura con efficacia come malati bisognosi. Leggendo queste cose, non dovremmo guardare lontano, perché malati di peccato siamo tutti noi e quindi tutti dovremmo farci curare da lui, che ci ha insegnato a chiedere, tutti i giorni e più volte al giorno: «Rimetti a noi i nostri peccati». Questo perdono è la stupenda verità che il vangelo di oggi ci annuncia.

     Gesù è sbarcato da poco sulla spiaggia di Cafarnao. Giunge dalla riva orientale del lago, nel paese dei Gadareni, dove ha appena liberato un furioso ossesso dalla «legione» di diavoli che aveva in corpo. Quella liberazione era costata alla gente del posto la strage di duemila porci che i demoni avevano invaso e gettato ad affogare nel lago. Era un prezzo troppo alto per loro, perciò avevano invitato Gesù ad andarsene. Non avevano capito che un uomo, agli occhi di Dio, vale più di una mandria di porci. Un miracolo sprecato per quella gente materialista, che inseguiva solo il guadagno. Il maestro, un po’ deluso, era risalito in barca senza protestare ed era tornato a Cafarnao la sua città adottiva. Qui gli portano un paralitico in barella perché lo guarisca. Pronuncia allora, su di lui, quella frase scandalosa, appena citata, sulla remissione dei peccati. Come si permette di dire bestemmie, arrogandosi un potere chiaramente divino! Gesù non polemizza, mostra solo in modo evidente che la sua non è una pretesa, ma un vero potere divino che egli ha in proprio come Figlio di Dio: «Affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere, sulla terra, di rimettere i peccati, alzati, dice al paralitico, prendi il tuo giaciglio e vai a casa». Egli si alzò e andò a casa sua (9,6s). Fu una piacevole sorpresa per tutta la gente che sentì e vide; perciò «glorificavano Dio, che aveva dato un tale potere agli uomini» (v 8).

     Al racconto riguardante il potere di Gesù di rimettere i peccati segue quello della chiamata del pubblicano Matteo, un impiegato dell’ufficio del dazio ritenuto per condizione peccatore. Dopo quella delle due coppie di fratelli pescatori: Simon-Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, questa è la chiamata del quinto apostolo e, in continuità con essa, è descritta con lo stesso schema letterario. Infatti è detto che Gesù passa, vede Matteo al lavoro, lo chiama alla sequela, e subito egli, lasciato tutto, lo segue. La differenza è che qui Gesù non chiama un pescatore, ma un gabelliere, un uomo a stretto contatto col pubblico (pubblicano) e disprezzato come impuro perchè contaminato dal denaro e da gente di ogni risma, peccatore alla maniera dei pagani. Ma quel titolo di «pubblicano», anziché essere un’offesa, è per Matteo un motivo di vanto. Nell’elenco dei dodici apostoli, che lui ci fornisce, si presenta orgogliosamente come «Matteo, il pubblicano» (10,2). Nella lingua ebraica Matteo (Mattathia) significa «dono di Dio» ed è il suo secondo nome, perché il primo doveva essere «Levi figlio di Alfeo», come lo chiamano gli altri evangelisti (Mc 2,14; Lc 5,27). E’ lui a preferire il suo secondo nome, meno conosciuto, ma indice di cambiamento di vita. Sta di fatto che il nostro evangelista, si alzò dal suo tavolo di lavoro, lasciò tutto e seguì Gesù che lo chiamava. Per inaugurare solennemente la nuova scelta i vita, egli organizzò un banchetto di addio tra amici. Insieme ai pubblicani suoi colleghi, egli invitò Gesù e i suoi primi discepoli. Sedere a tavola con i pubblicani era come mangiare in casa di pagani. Da qui la critica severa dei farisei puritani. Gesù rompeva le più consolidate regole religiose del suo popolo; non doveva permetterselo. Era scandaloso come andar in casa di prostitute.

   Matteo sottolinea questa novità perché già al suo tempo i cristiani giudei venivano criticati per la loro comunanza di mensa con i pagani convertiti. Ne abbiamo ancora un’eco nella chiesa di Antiochia, intorno agli anni cinquanta, dove Pietro e Barnaba sono costretti da questi pregiudizi giudeo-cristiani a rinunciare alle celebrazioni eucaristiche insieme ai greci cristiani. Il fatto suscitò allora le vibrate proteste di Paolo (Gl 2,11ss). Forse allora fu ricordato il principio generale di carattere proverbiale enunciato da Gesù in casa di Matteo: «Non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma i malati». E’ la prima volta, dopo i racconti di miracoli precedenti, che Gesù si definisce medico. Il titolo ha significato spirituale e si riferisce al perdono dei peccati. Appena prima della chiamata di Matteo, Gesù aveva guarito un paralitico incapace di camminare, annunciandogli la remissione dei peccati insieme alla guarigione fisica. Si era presentato così come medico delle anime e dei corpi, cioè medico di tutto l’uomo come Dio lo aveva creato. La ragione di tutto ciò sta nel fatto che l’uomo è inquinato fin nella sua radice più profonda, quella spirituale, dal peccato, e tale inquinamento si manifesta anche nel male fisico ed psichico che lo strazia. Gesù, come medico divino, è venuto a togliere la radice avvelenata del peccato del mondo e lo ha dimostrato anche con la cura delle malattie. Ad inviarlo come medico è stato il padre che aveva già annunciato per mezzo del profeta Osea: «Voglio amore non sacrificio». Perciò Gesù poteva dichiarare: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Ma chi di noi si sente giusto davanti a Dio?    


11a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.

I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo figlio di Zebedèo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo figlio di Alfeo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i dodici Gesù li inviò ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. (Mt  9,36-10,8)                     
                                                                                                                                                                            



Umili operai del campo di Dio

    Il vangelo ci porta oggi nel pieno dell’attività missionaria di Gesù, egli «andava attorno per tutte le città e i villaggi insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità» (9,35). Gesù è un missionario itinerante senza recapito fisso, in moto perpetuo come le volpi che pure hanno le loro tane e come gli uccelli del cielo che pure hanno il loro nido (Mt 9,20). In questa sua esperienza capisce che non può arrivare a tutti da solo pur nello zelo che lo divora senza tregua. Troppi sono i bisogni della sua gente povera, disagiata, malata, depressa, assetata di Dio. Ha cominciato a formarsi una cerchia di discepoli, che si porta dietro, cercando di istruirli con la sua parola e con il suo esempio, nella speranza che si innamorino della sua missione e lo aiutino con entusiasmo nella sua opera di evangelizzazione. Egli li esorta a pregare Dio perché, insieme a loro, mandi altri operai nel suo campo di lavoro, dove il raccolto minaccia di andare sprecato. Intanto però ingaggiare i dodici apostoli, che ha già a disposizione in aiuto alla sua missione. Pregare non è evadere dall’impegno personale di collaborazione fattiva, come se l’evangelizzazione riguardi gli altri e non noi. Pregare è sintonizzarsi con Dio per sentire più forte l’urgenza della collaborazione con lui e disporre il proprio cuore ad un più forte impegno. Solo dopo, possiamo chiedere al Padre che mandi altri a collaborare con noi. Gesù sa che i suoi primi discepoli non sono del tutto preparati, ma si faranno pian piano le ossa anche loro sul campo. Non c’è scuola migliore dell’impegno fattivo. Così li lancia coraggiosamente nell’avventura insieme con lui. E’ un insegnamento valido per tutti i tempi della Chiesa: La Chiesa o è tutta missionaria o non è Chiesa. Il Concilio Vaticano II insegna che «Ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di spargere, quanto gli è possibile, la fede» (LG 17). Verifichiamo su questa pagina di vangelo il nostro impegno missionario.

       Il campo d’azione di Gesù è la sinagoga, la strada, la campagna, la casa, insomma ogni luogo dove l’uomo vive. Qui egli incontra la sua gente con parole brevi con dialoghi e con discorsi, con gesti e miracoli. Ogni occasione è buona per comunicare la bella notizia del vangelo. Lo guida un grande amore disinteressato per l’uomo bisognoso di verità e di guarigione. Esprime questo amore con due immagini ricavate dall’esperienza pastorale e agricola del suo popolo: L’affetto e la compassione del pastore per il suo gregge, e la preoccupazione del contadino per il suo grano ormai maturo, che minaccia di cadere e andare perduto. Ha potuto costatare che il suo popolo è come gregge senza pastore, sbandato e lasciato in balia di se stesso, senza istruzione e guida. Eppure quel gregge sono le pecore che Dio ha raccolto e ama. I capi che dovrebbero prendersene cura fanno i loro interessi e si mostrano irresponsabili. E’ una situazione pietosa che richiede di intervenire con urgenza. Egli ne sente tutta la pena e insegue quel suo gregge amato per villaggi e città per aiutarlo.

       Nello stesso tempo invita i discepoli a pregare perché Dio mandi nuovi operai nella sua messe matura, come avviene nella parabola degli operai della vigna chiamati in ore diverse del giorno (Mt 20,1-16). Egli mostra di provare un intimo struggimento per tutte quelle persone che non può raggiungere e che pure ascolterebbero volentieri il suo messaggio. Un giorno a Samaria, vedendo la gente che lo veniva a cercare, aveva detto ai discepoli: «Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35). Ora confida: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi». Invitando a pregare, non fa che comunicare la propria esperienza. Egli pregò tutta la notte prima di scegliere i dodici apostoli (Lc 6,12s), perché sapeva che ogni vocazione nasce dal cuore del Padre. E’ sempre lui che chiama e sceglie chi vuole, lo aveva detto chiaro: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44).

     I dodici che Gesù coinvolge insieme a lui nella missione sono stati donati a lui, come suoi collaboratori stretti, proprio dal Padre. Nella preghiera della cena pasquale egli li affida di nuovo a Dio, perché li custodisca in sua assenza: « Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te. Io prego per loro: Padre santo custodisci nel tuo nome coloro che mi hai donato» (Gv 17,6-11). Questi sono i sentimenti che Gesù prova nell’inviare davanti a sé i dodici in ogni città e villaggio. Quello che Matteo oggi ci fornisce è uno dei quattro elenchi che troviamo nei vangeli sinottici e negli Atti con leggere variazioni (Mc 3,16-19; Lc 6,13-16; At 1,13). Sono chiamati tutti per nome, perché Dio ci conosce e ci ama così, con il nostro specifico nome e volto. Sono dodici di numero, perché costituiscono la base del nuovo popolo di Dio, a somiglianza delle dodici tribù d’Israele. Sono diversi per origine, indole, e mestiere, perché rappresentano la varietà della gente da cui provengono. Primo è sempre Pietro per il suo ruolo di capo.

     Partono con Gesù, in collaborazione e in continuità con lui, nell’ambito della propria terra di origine, che dovrebbe restare sempre il primo raggio di apostolato di tutti. Per il momento egli limita così il loro campo di azione: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele». Solo dopo Pasqua la missione si allargherà al mondo e diventerà universale (28,19s). L’argomento dell’annuncio è quello enunciato da Gesù e sintetizzato nella proclamazione del regno dei cieli ormai giunto e certificato dai segni e miracoli che lo accompagnano. Devono dire, cioè, che Dio è sceso fra la sua gente e ne sta operando la salvezza integrale dello spirito del corpo, con parole e miracoli. Lo stile di apostolato è quello stesso di Gesù, contraddistinto dall’assoluta gratuità, dal distacco dal denaro e da ogni cosa superflua. Nessun rumore di soldi intorno deve disturbare l’annuncio evangelico. I discepoli, come Gesù, non «hanno dove posare il capo» (8,20), perciò saranno ospiti nelle case di coloro che li accolgono e che potranno ricompensare solo con il dono della pace.

     E’ appena un abbozzo di istruzione missionaria, ma sufficiente a far capire a noi e a tutta la chiesa l’essenziale da dire e lo stile da praticare. Vale sempre e per tutti la regola fondamentale scritta a caratteri cubitali sulle nostre chiese: «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!».            

 
12a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l'anima e il corpo.

Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. (Mt 10,26-33)


Il coraggio della propria fede

   Chi guarda il fenomeno religioso oggi ha l’impressione che esistano solo due posizioni estreme: il fanatismo e l’indifferenza; il fanatismo delle folle islamiche inferocite che compiono attentati per motivi religiosi e il laicismo della nostra società occidentale che ritiene la religione inutile e contraria alla scienza. Nella cultura europea dominante sembra non esserci posto per una coraggiosa ed equilibrata professione di fede senza fanatismi, ma anche senza cedimenti. La fede cristiana è spesso osteggiata, emarginata, sbeffeggiata. Ciò non accade alle altre fedi o perché non sono conosciute o perché si ha paura delle reazioni violente di chi non tollera critiche o irrisione. Nel discorso di missione che continuiamo a leggere anche questa domenica, Gesù traccia il modello del discepolo, proprio in situazioni di ostilità da parte del mondo.

   L’istruzione inizia con il grido che abbiamo udito tante volte sulla bocca degli ultimi pontefici: «Non abbiate paura!». Gesù ha in mente un cristiano coraggioso, sincero, impegnato nella sua fede. Il suo insegnamento si sviluppa in maniera didattica con immagini contrastanti che intendono facilitare il ricordo. Si parla di cose tenute nascoste, ma necessariamente svelate, di tenebre e di luce, di cose sussurrate all’orecchio da gridare sulle terrazze dei tetti, di corpo che può perire e di anima che deve salvarsi, di passeri che cadono a terra e di capelli del capo che si perdono. Sono tutte immagini che indicano varie situazioni concrete della vita di fede fatta di contrasti, con i suoi rischi e i suoi impegni, ma anche con le sue certezze esaltanti, specie la sicurezza della cura amorosa e costante di Dio per i credenti. E’ una vita di fede impegnativa che richiede coraggio, coerenza, sacrificio nella certezza della provvidenza amorosa e vigile di Dio che non dimentica nessuno e valorizza ogni sforzo.

     Vediamo cosa chiede Gesù ai suoi. Innanzi tutto vuole una professione di fede chiara e aperta, il coraggio di non nascondersi e di non amputare, per una falsa concezione del dialogo a tutti i costi, il patrimonio di verità e di impegno che il vangelo comporta. Questo è il senso della prima frase di origine proverbiale usata da Gesù: «Non c’è nulla di nascosto che non debba essere rivelato, e di segreto che non debba essere manifestato». Vuole dire che a Dio non si può nascondere nulla. Un atteggiamento incoerente e ipocrita può ingannare gli uomini, ma non lui che conosce ogni segreto del cuore. Gesù aveva detto: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».(7,21). Non si può nascondere la fede, come non si può nascondere la luce, sarebbe contraddire l’essere stesso cristiano. La fede non è un fatto privato da tener nascosto nel segreto della propria coscienza, come vorrebbe farci credere certa cultura secolarista molto diffusa oggi. L’idea è ripresa alla fine del nostro brano con la frase: «Chi mi confesserà (omologéin) davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò (omologéin) davanti al Padre mio che è nei cieli. Chi invece mi rinnegherà (arnéomai) davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò (arnéomai) davanti al Padre mio che è nei cieli» (vv 32-33). I verbi usati fanno riferimento alla professione di fede (omologhia) chiara ed esplicita della liturgia cristiana, e al rinnegamento di Pietro a casa di Caifa, dove l’apostolo negò di conoscere Gesù e di aver qualcosa a che fare con lui.      La fede ha una dimensione sociale che coinvolge le relazioni tra le persone e cambia il modo di vivere dei credenti. Sarà bene rileggere le chiare e ammonitrici parole di Gesù poste all’inizio del Discorso del Monte, perché spiegano bene che cosa intende dire Gesù con la frase un po’ enigmatica sulle cose nascoste che devono essere rivelate: «Voi siete il sale della terra. Se il sale perde il sapore con che cosa si potrà rendere salato? Non serve ad altro che a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Non può restare nascosta una città collocata sul monte; non si accende la lucerna per nasconderla sotto un recipiente, ma per collocarla sul lucerniere perché faccia luce a tutti coloro che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli»(Mt 5,12-16). I cristiani sono per il mondo ciò che il sale è per le vivande. Se c’è, si sente. Se il sale non dà sapore, è da buttar via come cosa inutile da calpestare come polvere di strada. Il credente non può abdicare alla sua dignità senza meritare disprezzo. La luce non si nasconde, si pone in un luogo dove può far luce a tutta la stanza. Gesù conclude, non con il lancio di una crociata, ma con l’invito a vivere una vita esemplare con umiltà e coerenza.

     Egli non ha mai illuso i suoi seguaci con la prospettiva di un futuro di successo. Avrebbe contraddetto la sua stessa vita, che è apparsa ai contemporanei come un fallimento. Egli non ha avuto vita facile: è stato rifiutato, combattuto, perseguitato, ucciso. I suoi seguaci non possono pretendere di più. Tra le circostanze cui vanno incontro c’è anche il rischio non infrequente del martirio. La fede non è un talismano che preserva dalla violenza e dalla morte, non è una polizza di assicurazione sulla vita. Il credente resta una persona vulnerabile come tutti sul piano fisico, ma ha da Dio la promessa della salvezza eterna sul piano spirituale. Gesù prospetta al cristiano l’eroismo della fede, ma lo rassicura con la certezza che nessuno può togliergli il paradiso: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (v. 28). Solo Dio ha potere di condannare all’inferno, che Gesù designa come «la Geenna». Il nome indicava la valle di Gerusalemme dove si bruciavano le immondizie e si compivano sacrifici umani cruenti al Dio Molok, provocava perciò negli abitanti di Gerusalemme disgusto e orrore solo il pronunciarlo. Il giudizio di Dio non toccherà i credenti impegnati nel testimoniare la propria fede, perché su di loro veglia amorosa la provvidenza divina. E’ vero, il cristiano resta vulnerabile come i passeri venduti per pochi spiccioli sul mercato, possono essere stimati gente di poco valore dal mondo, ma preziosi e amati agli occhi di Dio che li prende delicatamente e affettuosamente in mano. Possono essere visti come i capelli del capo che cadono ad uno ad uno con gli anni, ma Dio ha cura di loro perché non vuole che il mondo resti calvo, sarebbe brutto ai suoi occhi. Un mondo senza testimonianza cristiana, sarebbe un mondo senza luce e senza sapore, un mondo senza vita e senza giovinezza.


13a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: « Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». (Mt 10,37-42)


Dio al primo posto nella vita

   Al centro del vangelo di oggi c’è un paradosso che caratterizza il cristianesimo: Per vivere bisogna morire, per vincere bisogna perdere, per ricevere bisogna donare, per trovare bisogna lasciare. Gesù oggi lo formula così: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà». Lo stesso principio egli lo enuncerà per descrivere l’efficacia della sua passione: «Se ilo chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Ancora una volta egli ha vissuto ciò che ha insegnato. Il vangelo non garantisce a nessuno una vita facile. E’ impegnativo per tutti i credenti che hanno scelto di seguire Gesù, invitati a prendere la propria croce dietro di lui. Lui avanti e noi dietro, arrancando con fatica per la via della croce sempre in salita. Il brano del vangelo letto oggi fa parte di un contesto più ampio di insegnamenti forniti da Gesù ai suoi apostoli inviati in missione in Galilea, ma in prospettiva più ampia nel mondo intero (Mt 10,1-42). Siamo alla conclusione del discorso e gli ultimi avvertimenti toccano tre argomenti: i rapporti con la famiglia di origine, la disponibilità a dare la vita per Cristo, la ricompensa riservata a chi accoglie i suoi inviati.

   Prima di tutto egli mette in guardia i discepoli sui condizionamenti familiari. Precedentemente egli li aveva avvertiti dicendo: «Sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (10,34-36). Sono parola prese in prestito dal profeta Michea (7,6) che denunciava lo sfascio della società del suo tempo (730 a.C.), dove tutti erano contro tutti, in un disordine che coinvolgeva anche le famiglie. Voleva dire che le prime ostilità un credente le può trovare proprio all’interno nella sua famiglia, da parte dei suoi parenti (oikiakòi). Lo aveva sperimentato anche lui ostacolato sia dai parenti che lo ritenevano pazzo (Mc 3,21), sia dai compaesani che si ritenevano discriminati (Mt 13,57). Michea aveva fraccolto il proverbio citato sopra da Gesù: «i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa». Da qui l’invito di non farsi condizionare nella fede dall’ostilità familiare. L’adesione personale a Gesù deve essere al disopra di ogni contrasto: Egli viene prima di papà e di mamma. Per lui bisogna essere disposti a rinunciare anche alla pace della famiglia, a costo di introdurvi la spada della divisione.

In questo clima di contrasti familiari Gesù può dire con crudezza che chiunque ama padre e madre, figlio e figlia più di lui non è degno di lui. Matteo nel riferire queste parola ha presente la situazione della chiesa del suoi tempo, dove le conversioni al cristianesimo spaccavano spesso le famiglie e faceva nascere conflitti drammatici. Non poteva certo pensare che quei conflitti si sarebbero prolungati fino ai giorni nostri in occasione di scelte coraggiose e radicali da parte di figli e figlie che decidono di abbracciare la vita sacerdotale e religiosa. Anche oggi un figlio che si fa prete o religioso, e una figlia che si fa suora, specie se sono figli unici, producono tempeste familiari dolorose e crudeli. Gesù enuncia qui il principio che la sua sequela richiede il distacco familiare, come quello di S. Francesco, ma anche la decisione di affrontare un cammino di croce. I sacrifici che accompagnano una scelta impegnativa di fede possono essere motivati solo dall’amore per Gesù, più grande di ogni altro amore. Amare Dio sopra ogni cosa è il primo e più grande comandamento della legge di natura. Veniamo da Dio e a lui apparteniamo totalmente. Nessuno è più vicino a noi del nostro Dio. Egli è tutto per noi: Così dovrebbe essere, secondo una logica di fede. Se non è così, la nostra fede è povera, non siamo degni di Cristo.

   Da questa esigenza profondamente umana nasce l’invito di Gesù a prendere la propria croce e seguirlo nella via crucis dell’esistenza. Gli ascoltatori di Gesù sapevano che cosa era la croce: un tremendo strumento di supplizio e di morte temuta e aborrita. Avevano ancora fresco il ricordo della carneficina operata dal governatore romano della Siria Quintilio Varo, circa trenta anni prima (nel 3 a.C.): Costui aveva fatto crocifiggere, senza battere ciglio, duemila ribelli zeloti tutti in una volta. E questo terribile strumento di morte era stato applicato spesso dai romani come deterrente in una terra inquieta e ribelle quale era la Galilea. Quando Gesù diceva: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me», intendeva dettare una condizione terribilmente impegnativa. Balenava agli occhi dei discepoli quel terribile segno troppo spesso innalzato sulla colline della loro terra. Gesù voleva la disponibilità anche al martirio, quella che egli aveva scelto per sé. La croce di cui parla abbraccia il distacco familiare, la completa dedizione a lui e al Vangelo, il coraggio di affrontare l’ostilità del mondo, fino all’offerta della propria vita. Tutto questo al seguito di lui, per essere degni di lui. Non si poteva fare a meno di ricordare l’esempio di Abramo, il padre di tutti nella fede, che accettò di sacrificare perfino il proprio figlio amatissimo. Il testo biblico dice: «Abramo prese la legna dell’olocausto, e la caricò sul suo figlio, poi proseguirono tutti e due insieme» (Gn 22,6). E’ difficile sapere chi dei due portasse la croce (la legna) più pesante.

   Quel carico si spostava ora sulle spalle di ogni seguace di Cristo. Condizione indispensabile per la salvezza del mondo. Gesù annuncerà: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Su questa visione nuova della vita poteva dire perciò: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Il dolore non è mai sterile, esso produce frutto quando e dove Dio vuole, passando attraverso vie misteriose che solo lui conosce. La vita vissuta e offerta per Cristo è sempre ben ripagata. Il pastore filosofo danese S. Kierkegaar dicevas che Gesù non vuole ammiratori della sua croce, ma seguaci che la assumano e la portino con lui. E’ un concetto più volte ribadito: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché ch vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (16,24s). Viene spontaneo pensare che la persecuzione sia iscritta nella natura stessa della chiesa di Gesù, sia nel suo DNA.

   In contrapposizione alla persecuzione c’è l’accoglienza, alla quale Gesù da molto risalto. Il verbo «accogliere» (dèchomai) nel nostro brano è usato cinque volte di seguito come un ritornello insistente. L’accoglienza è legata alla ricompensa (misthòs) promessa a chi la pratica nei confronti dei profeti, dei giusti e dei piccoli della chiesa. Sono tre categoria di persone che abbracciano l’intero popolo di Dio: i profeti sono i predicatori itineranti del vangelo, i missionari; i giusti sono i cristiani autentici; i piccoli sono i credenti normali, più vulnerabili e senza pretese, chiunque ha bisogno di aiuto. Accogliere un credente è accogliere Gesù stesso che in lui si identifica misteriosamente secondo il principio : «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (25,40). Così il discorso termina con una visione rassicurante della vita cristiana. Gesù non ha mostrato mai di essere un pessimista.           


14a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo vorrà rivelare.

Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». (Mt 11,25-30)


L’invito appassionato ai piccoli e ai sofferenti

   Matteo ha registrato poco prima di questo racconto l’ostinato rifiuto di Gesù da parte della popolazione della Galilea, specie di quelle città dove erano stati compiuti i miracoli più numerosi, come Corozain, Btesaida, Cafarnao. Quel rifiuto aveva indignato Gesù, che se ne era lamentato a voce alta con parole taglienti. Superato però il primo momento di sconforto, egli concentra la sua attenzione sulla gente buona e semplice che continua a credere in lui e a seguirlo. Gli sgorgano allora dal cuore due appassionati richiami che esprimono la sua compassione e il suo affetto. Il primo grido è un canto di riconoscenza al Padre che ha deciso fin dall’eternità, nel suo disegno misterioso, di rivelare il mistero della salvezza ai piccoli e ai semplici, a preferenza dei dotti boriosi e dei saccenti di questo mondo. Il secondo grido è un invito accorato a tutti coloro che prendono sul serio la fatica della vita e affrontano con coraggio l’oppressione del male fisico e della cattiveria umana. Insomma Gesù scopre che il Padre si prende cura dei più piccoli degli uomini, quelli che non contano agli occhi dei potenti e dei ricchi, e li invita a stringersi a lui e a collaborare con lui alla salvezza del mondo. Dio li ha scelti come collaboratori e figli. Con Dio sono a casa loro. E saranno proprio essi, con il loro lavoro faticoso e con la loro fede paziente a salvare questa società atea, orgogliosa e superba. E’ un messaggio provocatorio di grande speranza; ci piace meditarlo dal vangelo che Matteo oggi ci propone. Facciamoci coinvolgere.

     Il brano è diviso in due parti: Inizia con una lode entusiasta di Gesù al Padre per la scoperta gioiosa della volontà divina manifestata nella scelta dei piccoli e dei semplici come candidati alla fede. Solo chi entra nel cuore di Dio, come il Figlio, scopre questo mistero così contrario alla cultura mondana. Sono sempre gli ultimi i primi nel regno dei cieli. La seconda parte è un invito gridato ai più bisognosi di aiuto e di conforto. E’ composto di tre imperativi: venite, prendete, imparate. Gesù si propone qui come modello di mitezza, di umiltà, di confidenza in Dio, e formula le sua promesse ai suoi seguaci con altri tre vocaboli significativi: il peso, il giogo, il riposo. Iniziamo da principio.

   Il grido di gioia di Gesù è come una scoperta e una confessione entusiasta di fede (exomologhésis). E’ introdotto con una formula di ringraziamento di tono solenne, che ci abbraccia e ci coinvolge tutti: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai rivelato queste cose ai piccoli». Dio è chiamato in campo con tutta la sua maestà di Signore del cielo e della terra, sovrano della creazione della storia. E’ lui che guida il corso degli eventi del mondo. «Le cose» (tauta) da lui rivelate ai piccoli sono le cose di Dio, il suo misterioso piano di salvezza che non si scopre con i sofisticati ragionamenti umani, ma con la docilità alla parola divina del vangelo. E’ il regno dei cieli portato da Gesù, dove la sovranità amorosa di Dio, è accettata e apprezzata dai poveri nello spirito (Mt 5,3), cioè dagli umili e dagli ultimi. Gesù poco dopo, prendendo in braccio un bambino, dirà: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perché chiunque diventa piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (18,2-4). Mentre parlava il Signore aveva davanti agli occhi i suoi discepoli e la povera gente che lo seguiva entusiasta, tutti assetati della sua parola. Li assicurava dicendo: « Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». I nomi di quegli umili credenti comparivano già nella anagrafe del cielo. Lo scrive Luca in un passo parallelo dove Gesù dice anche :«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono.  nella fede ciò che i profeti e i re (d’Israele) desiderarono vedere e udire e non videro né udirono (Lc 10, 20.23s).

Per rassicurare poi i sui ascoltatori che non sta sognando mentre parla, Gesù rivela che sta loro comunicando il pensiero stesso del Padre, perché i due si conoscono bene e si compenetrano fino ad essere una cosa sola. Tra loro c’è uno scambio di conoscenza e di amore tale che agiscono e parlano di comune accordo. Non si può mettere in dubbio la rivelazione del Padre arrivata attraverso i Figlio. E’ la più certa delle cose certe. Da quella comune conoscenza unitiva e chiara sgorga la lode che Gesù ha appena pronunciata per noi. Grazie a lui e al Padre, perché dobbiamo loro la fede che ci fa cristiani.

   La seconda parte del brano che abbiamo ascoltato è un invito gridato a tutti gli uomini sulla cima del mondo: «Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi!». E’ chiamato dagli esegeti «il grido del salvatore», perché è un invito pressante alla salvezza portata da Gesù. E come se le braccia di Gesù si allargassero dalla cerchia dei suoi uditori storici per stringere gli uomini di tutti tempi e di tutte le latitudini. Non a caso ha detto, come per inciso: «Tutto mi è stato donato dal Padre mio». Nulla e nessuno è escluso dalla salvezza portata da Gesù che dirà più tardi: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (28,18). L’invito a venire a lui formulato ora da Gesù risuonò la prima volta nella chiamata dei primi apostoli come Andrea, Pietro, Giacomo, Giovanni e Matteo il pubblicano: «venite dietro a me»(4,19-22; 9,9). Essi, lasciarono tutto per seguire Gesù e divennero i capofila di una lunga carovana di seguaci che attraversa i secoli, tutti in cerca della pace del cuore che solo Gesù può dare, tutti convinti di aver raggiunto la perfetta realizzazione della loro esistenza. Era il richiamo della sorgente dello Spirito che attira gli assetati di pace e di bene vero: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo grembo» (Gv 7,37).

     Nel nostro brano l’invito è rivolto a chi è schiacciato dal peso insopportabile di una vita difficile, da chi è oppresso da una schiavitù morale o sociale che lo priva del bene della libertà. In una parola, Gesù chiama tutti gli emarginati del mondo a riscattarsi dal vizio e dal male che li opprimono. L’immagine del giogo ci riporta nei campi dove i buoi appaiati trascinano faticosamente l’aratro. Gesù vuole invitare gli affaticati e gli oppressi a condividere il giogo con lui, cioè a portare i pesi e le fatiche insieme con lui. E’ più leggero il peso portato in due, specie se la controparte se ne assume il maggior carico. E’ come se dicesse: Ti aiuto io, affiancati e affidati a me. Sono allenato alla fatica, dopo che ho lavorato per trenta anni a Nazareth come artigiano e ho finito col portare una pesantissima croce fino al Calvario. Se vuoi, mi offro a farti da Cireneo. Porterò per te e con te la tua croce. Tutto questo è espresso nell’elenco dei termini usati da Gesù in successione: gli «stanchi e oppressi» indicano la condizione umana più comune; «il giogo» è lo strumento per dividere in due la fatica; «il ristoro» è il risultato dell’aiuto e del conforto di Cristo. Solo in questa condivisione di pesi e di fatiche si impara ad essere miti, pazienti e umili. Gesù si propone qui come modello e maestro di mitezza e di umiltà. Il credente trova pace e ristoro nelle tribolazioni, perché non si sente solo. Ha accanto a sé il Dio della pace, del conforto e dell’amore che cammina e soffre con lui. Provare per credere!
                                                                           

15a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole.

E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi ascolti».

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascotano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: “Udrete, ma non comprenderete,/guarderete, ma non vedrete./Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,/ sono diventati duri di orecchi,/e hanno chiuso gli occhi,/perché non vedano con gli occhi,/ascoltino con gli orecchi/e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca”.

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non lo ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore:Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subiti viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». (Mt 13,1-23)


Il frutto della semina di Dio

     Per alcune domeniche la liturgia ci propone le sette parabole del regno raccolte da Matteo nel capitolo 13 del suo vangelo. Le parabole sono la caratteristica più appariscente della predicazione di Gesù. Sono uscite dalla sua ricca fantasia e dalla sua osservazione quotidiana. Quadretti di grande efficacia pedagogica, perché il linguaggio delle immagini è il più efficace per comunicare i concetti a gente semplice e concreta. E’interessante notare che Gesù non ha mai usato la favola, che è racconto inverosimile, il suo vangelo era un insegnamento che invitava a guardare concretamente la storia quotidiana, non a far sognare un mondo fantastico. La parabola gli consentiva di far appello spesso all’esperienza degli ascoltatori. Voleva che gli uditori aprissero gli occhi sulla realtà che vivevano e scoprissero così il modo misterioso e paterno di agire di Dio cogli uomini. Il suo è un linguaggio accessibile a tutti. Il problema delle parabole non era dunque la comprensione, ma l’accettazione. Lo afferma chiaramente Gesù nel vangelo di oggi, citando un detto del profeta Isaia. Spesso non si accettava il modo di agire di Dio descritto da Gesù nelle parabole, perché contrastava con pregiudizi e interessi. Allora egli doveva costatare che alcuni «vedendo non vedono e udendo non odono», equivale a dire che non c’è più cieco di chi non vuol vedere e più sordo di chi non vuol sentire. Noi mettiamoci allora in ascolto della sua prima parabola. E’ divisa chiaramente in due parti: il racconto in forma narrativa e la spiegazione in forma allegorica. Nella prima parte percepiamo di più la voce di Gesù, nella seconda riconosciamo più la voce della chiesa apostolica.

   Quando Gesù parla seduto in barca, con le spalle rivolte al lago, ha davanti a sé, i campi delle colline circostanti. Rievoca per quella gente contadina il rito della semina e dello sviluppo del grano che loro ben conoscevano. La semina avveniva in autunno e il grano veniva gettato sulla terra non ancora arata direttamente sulle stoppie e sui cardi dell’anno precedente ormai polverizzate dal forte calore estivo, sui sentieri tracciati nel frattempo dai passanti e sulle rocce affioranti. Solo dopo aver gettato con largo gesto della mano i chicchi di grano su questa superficie irregolare e varia, il contadino iniziava ad arare il terreno arido e polveroso con il suo piccolo aratro di legno spesso tirato da un asinello. Nell’inverno il grano iniziava a coprire di verde la superficie arata e a primavera, il grano maturava presto al calore del sole cocente. Allora apparivano evidenti le diversità del terreno. Dove affiora la roccia il grano era seccato sul nascere perché non aveva umore sufficiente; dove c’erano cardi e rovi il grano era stato soffocato da questi con più rapido sviluppo; nel resto del terreno il grano si era sviluppato agevolmente, ma con rendimento proporzionato alla bontà e alla profondità della terra.

     Questo contadino che semina potrebbe apparirci inesperto e sprovveduto perché semina senza guardare dove getta il suo grano. In realtà egli sa quello che fa, prevedendo tutti i rischi descritti da Gesù. Egli conosce bene il suo campo e sa che alla fine avrà il suo raccolto. Proprio su questo raccolto finale Gesù attira l’attenzione calcando le tinte con cifre paradossali. Si sa che i terreni migliori del tempo, se tutto andava bene, davano ai proprietari dieci quintali di raccolto per ogni quintale di semina. E’ facile immaginare la sorpresa e l’incredulità degli ascoltatori quando Gesù spara loro le cifre esagerate di cento, di sessanta o anche di trenta quintali di raccolto per ogni quintale di semina. Ma lui sta ormai parlando della realtà spirituale del Regno dei cieli descritta in figura con la semina e il raccolto dei contadini ebrei. Gesù intende chiarire con la parabola l’apparente fallimento della sua predicazione che non riscuoteva il successo sperato. Invita perciò i suoi ascoltatori a prendere lezione dal contadino: il suo umile e sofferto atto del seminare, che da l’impressione di gettare via il seme, è la condizione per la gioia del grande raccolto finale. Questa è la logica del regno Dio, cioè del suo agire nella storia. Dio inizia in maniera umile e silenziosa e sa aspettare con la pazienza del contadino, perché sa che alla fine il raccolto sarà strepitoso.

     Per Matteo Gesù propone il suo vangelo a tutti, anche se pochi sembrano rispondere alla sua chiamata. Chiede a tutti di impegnarsi e di portare frutti concreti di bene nella vita. Realisticamente distingue il campo in quattro settori, tre sterili e uno solo produttivo. Ma ottimisticamente sottolinea che il settore produttivo compensa ampiamente il fallimento degli altri. Non intende suggerire percentuali, ma stimolare tutti a collaborare col divino seminatore in vista del raccolto finale. Mette però in guardia sugli ostacoli che le fede corre. Il primo è l’incomprensione e la superficialità degli analfabeti della fede che rifiutano il vangelo prima ancora di conoscerlo; il secondo è l’incostanza di coloro che, dopo un inizio promettente, perdono la fede perché troppo impegnativa, specie in un mondo ostile che l’oscura e la denigra con proposte più allettanti; il terzo ostacolo è costituito dall’assillo del lavoro e dalla corsa al guadagno. Molti sono assorbiti totalmente dai problemi del vivere e non hanno tempo per Dio e per la loro anima. Dio scompare a poco a poco dall’orizzonte della vita, relegato sempre più in periferia e dimenticato. Ma la parabola non si chiude su questo spettacolo desolante. Essa propone una visione ottimistica del Regno di Dio sulla terra. Alla fine esso avrà un successo strepitoso che va oltre ogni aspettativa umana. Gesù aveva assicurato che il Regno da lui predicato avrebbe avuto un esito straordinario non ostante la modestia degli inizi, l’incomprensione e la persecuzione. Aveva insomma predetto la Chiesa sparsa in tutto il mondo. Matteo, che ha visto crescere la Chiesa in modo imprevisto, chiede di perseverare nella fede e portare frutti abbondanti di opere buone. Solo così il credente apparirà il campo buono di Dio.

                                                                      
16a DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo : «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo fiorì e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio».

Espose loro un'altra parabola dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granellino di senapa, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina finché non fu tutta lievitata».

Tutte queste cose Gesù disse alla folle con parabole e non parlava ad esse se non in parabole. Perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con le parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose:«Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno, e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda! (Mt 13,24-43)


L’attesa paziente e tollerante del Signore

   Il brano del vangelo che abbiamo letto contiene tre parabole di Gesù; la prima, più ampia, è conosciuta come parabola della zizzania. E’ divisa in due parti: il racconto e la spiegazione, distanziate tra loro. La spiegazione è fortemente allegorizzata dalla tradizione apostolica fino ad apparire una specie vocabolario dei termini usati. In mezzo si succedono altre due mini parabole, quella del granellino di senape e quella del pugnetto di lievito. Sono come due immagini flash scattate sul ciglio della strada e nel cortile di una casa palestinese. Gesù aveva un acuto spirito di osservazione e sapeva dare anche agli eventi più comuni un significato religioso, usandoli come immagini per descrivere il comportamento di Dio nella storia. Alla gente semplice del suo popolo diceva: Dio si comporta così, come il proprietario dal campo inquinato, come l’uomo che pianta un albero di senape nel suo orto e come la donna che impasta il pane. Ogni parabola illustra un aspetto importante dell’agire di Dio nella storia. Se volessimo trovare un elemento comune a tutte tre le parabole dovremmo dire che esse trattano della grande pazienza di Dio che sa programmare come il contadino e la donna i tempi lunghi del suo lavoro. Dio è tollerante nei nostri confronti perché vuole la nostra piena salvezza. Egli non vuole perdere nessuno di noi. E’ una grande lezione per noi che viviamo in una società sempre più intollerante e violenta, e minacciamo di esserne contaminati.

   Iniziamo dalla prima parabola, quella della zizzania. Siamo portati di nuovo nelle campagne palestinesi dove il proprietario di un podere, che ha a suo servizio alcuni salariati, ha seminato i suoi terreni. Alla fine dell’inverno manda alcuni di loro ad ispezionare il seminato e questi scoprono che i campi sono inquinati dalle erbacce che minacciano la crescita del buon grano. Eppure il padrone ha fatto seminare grano ottimo; da dove viene allora quella zizzania infestante? Il padrone sa di avere nemici e sicuramente qualcuno di loro ha tentato di rovinargli il raccolto. I servi impazienti vorrebbero andare subito a carpire l’erbaccia, ma il padrone ne frena l’ardore, perché è impossibile intervenire senza danneggiare maggiormente il buon grano. Bisogna aver pazienza, «lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura. Solo allora dirò ai mietitori: separate la zizzania e bruciatela, il grano buono raccoglietelo e riponetelo nel granaio». Gesù ha raccontato questo episodio per rispondere ai puritani del suo tempo che sognavano una società di santi e non sopportavano la presenza di peccatori. Conosciamo l’intolleranza degli zeloti e dei farisei nei confronti dei pubblicani e dei peccatori. Speravano che il Messia facesse piazza pulita di tutti gli operatori di male. Gli Esseni avevano iniziato una comunità di puri e di sani, non ammettevano fra loro né peccatori né malati. Gesù invece era amico proprio dei pubblicani e dei peccatori, e andava in cerca dei malati per guarirli. Doveva costituire uno scandalo insopportabile. Gesù testimoniava con le parole con le azioni che il Padre del cielo è paziente e misericordioso verso tutti, che il periodo della vita umana sulla terra è tempo di accoglienza e di perdono. Dio rispetta i tempi di crescita e di evoluzione di ciascuno in attesa di conversione. Il giudizio e la cernita tra buoni e cattivi verrà alla fine. Questo momento è illustrato in dettaglio dalla spiegazione allegorica della parabola aggiornata dalla catechesi apostolica. Non ha bisogno di spiegazione perché è chiara come i lemmi di un vocabolario.

     Le due mini parabole del granellino di senape e del pugnetto di lievito portano in scena un uomo e una donna, quasi ad abbracciare l’esperienza degli ascoltatori di ambedue i sessi. La prima fa riferimento ai cigli delle strade e ai campi della Palestina, dove ancora cresce abbondante l’albero della senape. Faceva impressione a tutti che quell’albero ramificato e alto fino a tre metri nascesse da un semino più piccolo di una pulce. Gesù ha il coraggio di assumerlo come simbolo del Regno dei cieli da lui portato. Tutti aspettavano la venuta del Regno di Dio come una deflagrazione universale grandiosa che avrebbe cambiato il mondo. Molti perciò erano delusi dalla piccolezza degli inizi come la stava vivendo Gesù. Il potere salvifico di Dio (il Regno) iniziava a manifestarsi in un piccolo gruppo di credenti radunati da Gesù attorno a sé, miti e pacifici uomini del lago e dei campi. Dio non ha fretta, comincia dal poco, dai piccoli, cambiando il loro cuore. Poi la sua azione crescerà nel mondo come un albero dove gli uccelli vengono a nidificare. Basta saper aspettare. Al tempo di Matteo quell’albero era già nato e cresceva ormai sulle rive del Mediterraneo. L’ultima parola della storia sarà quella di Dio e il punto di arrivo finale sarà un regno universale.      

     La parabola del lievito approfondisce l’idea della potenza salvifica di Dio destinata a fermentare dall’interno la massa umana. Tutte le donne sapevano fare il pane, era una attività domestica che ripetevano quasi tutti i giorni nei cortiletti delle case. Ma questa donna sta impastando una massa enorme di farina., quasi quaranta chili (tre staia) di farina, come se avesse una festa con almeno 150 invitati da sfamare. Il pugnetto di lievito, come quello che ogni donna conservava in casa per uso domestico era poca cosa per tanta farina. Eppure quel piccolo fermento acido di pane invecchiato riesce a fermentare lentamente quella grande massa di impasto. Miracolo della natura, ma anche miracolo di Dio, dice Gesù. Il potere salvifico di Dio agisce silenziosamente nel cuore degli uomini come quel cucchiaio di lievito con cui la donna che sta preparando il pane per un banchetto di festa. Anche Dio sta preparando il grande banchetto finale al quale tutti siamo invitati. Ma lo fa senza grandi gesti esterni miracolosi capaci di sorprendere e meravigliare. Lo fa nel segreto di ogni cuore che si lascia plasmare dalla sua parola. Il lievito si ricavava dalla pasta fermentata. Questo ci dice che noi, pasta di Dio, dobbiamo a nostra volta diventare lievito per fermentare con l’esempio, la parola e la grazia chi vive al nostro fianco nella vita di ogni giorno. Siamo piccola cosa ma con effetti grandiosi. L’importante è sentire questa responsabilità nella chiesa.  

                                                                     
                                                                                      
17a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». (Mt 13,44-52)


Un tesoro da scoprire tra le pieghe della vita

         Ormai ci sono più pochi tesori da scavare nella terra e poche perle da scoprire, ma l’uomo continua ad inseguire il sogno di una improvvisa fortuna che gli dia ricchezza per l’intera vita. Altrimenti non avrebbero tanto successo le lotterie nazionali, le scommesse, i giochi d’azzardo, i casinò, dove si rincorre la dea bendata. Gesù conosceva i sogni nascosti dei suoi umili ascoltatori e li usava per la sua pedagogia. Per molti il valore più grande della vita è la ricchezza e il benessere. Il Signore, con le parabole di oggi, afferma che la cosa più preziosa della vita è la salvezza spirituale (il regno, la vita) da lui portata. Essa ha un valore inestimabile e sarebbe da stolti buttarla via. Tutti capiscono che è in gioco il loro futuro, la vita eterna. Le prime due parabole del vangelo di oggi, sono gemelle e possono avere il sapore di fiaba, se non fossero raccontate con estrema sobrietà. Non concedono nulla alla fantasia che potrebbe distrarre l’attenzione dal contenuto centrale: Esse dicono che non c’è nulla al mondo che valga quanto il regno di Dio, che ripaga ogni sacrificio e ogni rinuncia, perché da sicurezza in questa vita e felicità oltre la morte. La terza e ultima parabola richiama da vicino quella della zizzania raccontata domenica scorsa. Distingue due tempi della vita: Lo scorrere lento degli anni che, come una rete da pesca, rastrella il nostro mare accumulando esperienze e opere buone e cattive. Segue poi il tempo finale in cui il grande pescatore, che è Dio, farà la cernita del pescato e separerà il bene dal male. Tutti dobbiamo passare in quelle mani salvifiche che valuteranno la ricchezza della nostra vita. Allora egli scoprirà se abbiamo trovato il vero tesoro, che da valore alla nostra esistenza, se ce lo siamo fatto sfuggire o lo abbiamo dissipato in maniera incosciente. Esaminiamo i tre racconti.

     Il primo ha per protagonista un bracciante che lavora la terra non sua. Sotto quelle zolle inaspettatamente affiora un tesoro nascosto lì in tempo di guerra, quando le razzie dei soldati non risparmiavano nulla e nessuno. Forse il proprietario era stato ucciso e nessuno aveva mai saputo dove aveva riposto il suo gruzzolo. Inaspettatamente questo operaio giornaliero, occasionale lo trova. Pensa che in quella cassetta o in quella pigna sepolta chi sa da chi c’è una fortuna da non farsi sfuggire, perché risolve tutti i suoi problemi di vita grama. La parabola non si pone il problema del diritto di proprietà, registra solo la reazione spontanea del protagonista e degli ascoltatori. Quell’uomo fa del tutto per comperare quel campo fortunato; vende tutto, la sua casa e le povere cose che possiede, disposto anche ad indebitarsi. Sarebbe da stolti farsi sfuggire quest’unica fortunata occasione della vita per uno che vive nel bisogno.

     Il secondo racconto ha invece per protagonista un commerciante ricco che cerca il colpo di fortuna per mettersi in pensione e non avere più preoccupazioni economiche. E’ un cercatore di professione, non come il salariato che è baciato inaspettatamente dalla fortuna. Un giorno egli trova sul mercato che frequenta una perla di inestimabile valore. Alcune perle, allora pescate nel Mar Rosso, avevano prezzi da capogiro, valevano miliardi. Il furbo mercante, che ha l’occhio clinico per gli affari, subodora il colpo grosso della sua vita e non ci pensa due volte. Vende perfino i suoi magazzini con le merci che contengono e compra quella perla. Ora è veramente ricco e si può mettere al riposo.

     A chi e perché Gesù racconta queste parabole? Sono parabole della decisione e della conversione, indicano una svolta decisiva della vita. I primi destinatari dovettero essere gli apostoli che avevano lasciato tutto e lo avevano seguito (Mt 4,18-22). Gesù aveva detto al giovane ricco: «Se vuoi essere perfetto, vai, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi. Udito questo, il giovane se ne andò triste, perché aveva molte ricchezze» (19,21s). Pietro aveva preso allora la parola, confessando: «Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa ne otterremmo? Gesù gli rispose: Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome , riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (19,27-29). Dentro queste assicurazioni ci sono tutti quei credenti che hanno preso sul serio il vangelo e si sono messi alla sequela di Gesù, ritenendo il resto cosa secondaria che si può anche perdere, magari rinunciandovi. Chi ha Dio, ha tutto. La scelta di Dio e delle sue parole vale più di ogni altra cosa al mondo. C’è solo da chiedersi se ci crediamo veramente.

     La terza parabola sembra non aver nulla a che fare con le due precedenti, eppure le completa. Descrive infatti il momento della verifica delle scelte che siamo chiamati a fare. E’ radicata nell’ambiente del lago di Tiberiade dove Gesù predicava. Vedeva ogni mattina i pescatori trainare a terra la loro rete a strascico che aveva rastrellato il lago tutta la notte in cerca di buoni pesci. Nel lago ce n’erano 24 specie non tutte commestibili. Durante la pesca non si può valutare il pescato, perché la rete raccoglie tutto, pesci buoni e pesci cattivi. Bisogna spettare la fine per giudicare e fare la cernita. La mano e l’occhio esperti del pescatore divino soppeseranno il valore di ogni pesce che viene tirato a riva. Durante la vita Dio non giudica, attende le nostre scelte valide fino all’ultimo momento. Sa che la sua chiesa è come quella rete, contiene buoni e cattivi. Egli aspetta con pazienza, come il pescatore, la fase finale, quando la rete arriva ai suoi lidi eterni. Fino all’ultimo,lo sostiene una segreta speranza: che i pesci cattivi diventino buoni. Questo miracolo accade spesso nella sua rete, non in quella del pescatore del lago. C’è gente che si converte anche all’ultimo minuto, come il ladrone sulla croce. Allora cambia il valore della vita. Solo allora Dio può pronunciare la parola fine per noi che siamo giunti alla meta. La nostra speranza è che allora trovi nella nostra vita quel tesoro e quella perla che abbiamo acquistato con fatica e impegno durante il tempo della nostra esistenza terrena.

   Le sette parabole che Gesù ci ha raccontato per tre domeniche successive miravano a farci diventare consapevoli dell’originalità del suo insegnamento sul Regno dei cieli, cioè sul modo di agire di Dio nella storia e nella nostra vita. Se accettiamo l’insegnamento «siamo come il padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche», abbiamo cioè il vero discernimento cristiano della vita, sappiamo valutare ciò che vale e ciò che non vale.



18a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, avendo udito (della morte di Giovanni Battista), Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».

E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzòi gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli alla folla.

Tutti mangiarono a sazietà; e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. (Mt 14,13-21).


Dar da mangiare agli affamati

Matteo lega il miracolo della moltiplicazione dei pani dei pesci alla morte di Giovanni Battista. Gesù è stato appena informato del delitto compiuto da Erode Antipa su istigazione della moglie Erodiade, dai discepoli del precursore e amico. Si ritira allora, in segno di lutto, in un luogo solitario per pregare e pensare all’amico. Sono con lui i suoi discepoli. Il grande dispiacere per la perdita di quella persona cara, Gesù lo lenisce col silenzio, la solitudine, la preghiera. Il suo ritiro è violato però dalla folla che ha bisogno di lui. Egli comprende che a ricordare l’amico, più del pianto, valgono le opere di bene. Matteo sembra dire dunque che Gesù compie i miracoli delle guarigione e della moltiplicazione del pane per onorare il grande profeta martire appena scomparso. La carità è sempre il migliore suffragio. I miracoli sgorgano dal grande amore di compassione che Gesù ha verso la gente bisognosa, che gli si accalca intorno, variante di quella profonda amicizia che lo legava a Giovanni Battista. Soprattutto il gesto del pane donato agli affamati fino alla sazietà, diviene, per l’evangelista, un segno della carità di quel Dio che aveva donato, per quaranta anni, la manna dal cielo al suo popolo in cammino nel deserto, dopo avergli donato la sua parola come nutrimento spirituale. Parola e pane sono qui i doni di Gesù: la parola che cura e istruisce, il pane che nutre per la vita. Gesù era un uomo concreto, non un sognatore. Ha salvato l’uomo tutto intero, non solo la sua anima. Così lo aveva creato Dio, così egli lo redime. I miracoli sono il suo impegno per la salute del corpo, le sue parole sono lo strumento per la salvezza dell’anima.

       La grande folla che si accalca attorno a Gesù per ascoltare la sua parola e ottenere la guarigione dei malati che trascina con sé, merita comprensione, simpatia e compassione. Il cuore del Figlio di Dio non può rimanere sordo alla muta invocazione di aiuto che sale da quella sua gente. Nessuno chiede esplicitamente nulla, ma parlano quegli occhi e quelle orecchie protesi, grida soprattutto quella fame e sete di Dio che ognuno si porta dentro. Questo grido inespresso muove Gesù, che lo sa interpretare, e lo muove all’azione. Quelle persone hanno ascoltato attenti e pazienti il suo insegnamento fino a sera, quasi senza accorgersi che il tempo trascorre a inesorabile. E’ l’ora della cena, il principale pasto della giornata, il luogo dove sono è disabitato, e gli apostoli sollecitano Gesù a licenziare la gente perché vada nei paesi vicini a comprarsi il pane prima che si faccia buio.

           La risposta di Gesù li coglie di sorpresa: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». E’ una proposta impossibile che va oltre le loro risorse, sia perché è impossibile trovare tanto cibo in quel luogo deserto, sia perché costerebbe un patrimonio che non hanno. Ma Gesù chiede ai discepoli di cambiare prospettiva: sostituire il «comperare» con il «donare», un capovolgimento dell’economia umana fondata sul potere di acquisto del denaro. Questo tipo di economia commerciale mostra ancora oggi la sua impotenza a risolvere i problemi della povertà del mondo. I poveri non hanno nulla da dare in contraccambio, perciò sono lasciati nella fame e nel sottosviluppo. Difficile trovare chi fornisce aiuti a fondo perduto, per mettere in movimento iniziative e sviluppo, nei paesi che non hanno risorse in tal senso. La scusa che impedisce spesso la carità è la convinzione che è troppo poco ciò che si può dare per cambiare una situazione di fame, è una goccia in un deserto, sparisce nel nulla in un pozzo senza fondo. Di questa mentalità risente la risposta dei discepoli: «Non abbiamo altro che cinque pani e due pesci». Pochissima cosa per una folle così grande, un aiuto perfettamente inutile. Era la merenda di un bambino, dice Giovanni (Gv 6,), figuratevi se poteva servire da cena a migliaia di persone!

     Gesù, per fare il miracolo, ha chiesto la minima collaborazione umana, anche se sproporzionata. Solo dopo quel piccolissimo gesto di generosità, il poco diventa molto, l’indigenza diventa abbondanza, la fame si trasforma in sazietà. Dio non fa tutto da solo, sollecita la nostra generosità, si serve della nostra povertà per operare miracoli nel mondo. Del resto sono sempre i poveri ad aiutare i poveri, perché sanno bene ciò che significa povertà e fame. Quel piccolo atto di carità di un bambino fa scattare la scintilla del miracolo nelle mani di Gesù. Egli ordina alla folla di sedersi comodamente sull’erba; ci tiene alla dignità di un banchetto che faccia sentire le persone ospiti graditi con un minimo di accoglienza umana. Nessuno si deve sentire trattato da straccione in fila per un pane. Solo ora può cominciare la distribuzione del cibo: Gesù prende i pani e pesci, alza gli occhi al cielo, recita la preghiera di ringraziamento a Dio Padre, «che da il cibo ad ogni vivente», spezza il pane e il pesce è fa servire a tutti la cena dai suoi discepoli. Il cibo si moltiplica nelle mani del Signore e passa nelle mani dei discepoli addetti al servizio delle mense. Così arriva, benedetto e abbondante nelle mani dei commensali, serviti e riveriti con grande delicatezza. Gesù sa fare le cose per bene: il suo dono non umilia, ma esalta l’uomo che lo riceve con signoria.

     Il banchetto sull’erba del prato ai bordi del lago di Genezaret è l’anticipo simbolico del banchetto pasquale dell’eucaristia celebrato qualche mese dopo a Gerusalemme. Il suo significato eucaristico è evidenziato dall’evangelista Giovanni (Gv 6,16-58). I gesti compiuti da Gesù sono quelli dell’ultima cena: «prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede». Ormai nella chiesa apostolica quel gesto è ripetuto dai discepoli di Cristo nelle celebrazioni delle chiese locali. Ma rimane per i fedeli l’invito alla solidarietà verso i poveri, come segno di autenticità. Perciò fin dai tempi apostolici non ci fu mai eucaristia senza la raccolta delle offerte per i poveri. Questo sta a significare che la «caritas» nella chiesa non è un optional, ma un dovere che sgorga dal dono che Gesù fa di se stesso nel sacramento e dall’invito rivolto agli apostoli: «voi stessi date da mangiare ai poveri», io farò il resto che manca. Nessuno si può tirare indietro.

                                                                              
19a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

(Dopo che la folle ebbe mangiato), subito Gesù costrinse i discepoli di salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde; il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: « Davvero tu sei Figlio di Dio!» (Mt 14,22-33)


Non abbiate paura, io sono con voi!

     E’ il primo brano di una serie di tre episodi che hanno per protagonista Pietro. Qui egli cammina sulle acque incontro a Gesù, più avanti riceve la promessa che sarà la roccia di fondamento della Chiesa di Cristo(16,13-20), poi viene associato a Gesù nel pagamento della tassa per il tempio con una moneta trovata in bocca ad un pesce da lui pescato nel lago (17,24-27). Si ha l’impressione che Gesù, dopo aver descritto la potenza misteriosa del regno dei cieli con i miracoli e le parabole, ora voglia attirare l’attenzione sui suoi seguaci, uomini ai quali ha affidato quel regno sulla terra. Sono persone paurose, vulnerabili, incerte, ambiziose, ma anche capaci di osare, di credere, di amare fino lasciare tutto per Gesù. Insomma, uomini in cammino di fede con pregi e difetti, come noi. Dopo il miracolo del pane, Gesù congeda la folla, ma «costringe» i suoi discepoli a salire in barca e allontanarsi dal luogo del prodigio. L’evangelista Giovanni ci fa capire che si stanno montando la testa, dopo quel miracolo sbalorditivo. Credono che sia venuto il momento di proclamare Gesù re d’Israele, come era nelle attese popolari (Gv 6,15). Così avrebbero compromesso tutto anzi tempo.La soluzione migliore era spedirli lontano dalla folla entusiasta ed esaltata. Lui si ritira, tutto solo, sul monte a pregare, come ha fatto sempre nei momenti più impegnativi. Da quel monte scenderà solo per soccorrere i suoi in difficoltà sul lago in tempesta. Quel fenomeno naturale era forse lo specchio della tempesta che si agitava nei loro cuori delusi. Gesù verrà a calmare l’una e l’altra tempesta. Dio non rimane indifferente davanti alle nostre difficoltà, siano esse esteriori o interiori. Anche se apparentemente sembra lontano, come quella barca dalla riva, il nostro grido di aiuto arriva ugualmente ai suoi orecchi. Egli viene a salvarci perché è amico fedele.

     E’ ciò che accadde quella notte sul lago. Quando la barca era al centro del lago, lontana da riva, si abbatté all’improvviso su di essa una forte tempesta di vento, come a volte accade anche oggi. La cosa non sembra preoccupare più di tanti gli esperti pescatori abituati a quei cambiamenti repentini. Ciò che li inquieta è la lontananza di Gesù, solo sul monte, incurante delle loro difficoltà. Era stato lui a costringerli a salpare in modo sbrigativo, come se fosse arrabbiato con loro. Dove e quando l’avrebbero rivisto? Non immaginavano che egli era invece molto vicino. Gesù è l’Emmanuele, il Dio sempre con noi, pronto a tenderci la mano nell’ora del pericolo. Non siamo mai soli; ogni assenza di Dio è apparente lontananza. Gli apostoli lo hanno sperimentato quella notte per tutti noi. Nella quarta vigilia della notte (tra le quattro e le sei del mattino), l’ora delle sentinelle del mattino (Is 21,11), ma anche l’ora del canto del gallo, Gesù passa loro accanto camminando sulle onde. Lo intravedono all’incerta luce dell’alba, e si spaventano perché credono di vedere un fantasma. Forse ritornano loro in mente i racconti popolari che, nei paesini della costa, favoleggiavano di morti affogati, che talvolta riemergevano di notte a chiedere di non essere dimenticati. Fa impressione sentire quegli omoni robusti gridare di paura, come bambini.

     Gesù li sente e ne prova pena e compassione. A quel grido di spavento risponde con forza per rassicurarli: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Risuona in queste parole il nome sacro del Dio dell’esodo, che si definiva «io sono», ad indicare la sua concreta presenza nella vita della sua gente. Il Dio che aveva salvato gli antichi padri sul Mar Rosso, era ora su quel lago nella persona del suo Figlio, come cantava un salmo dell’esodo: «Sul mare passava la tua via, il tuo sentiero sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili. Guidasti come un gregge il tuo popolo per mezzo di Mosè e di Aronne» (Sl 77,20). La rassicurazione è sempre la stessa, e risuona in ogni apparizione divina: è un invito a vincere la paura con il coraggio e la fiducia. Negli scritti del Nuovo Testamento ricorre ben quaranta volte a dire a tutti che il Dio rivelato da Gesù è il Dio che non punta sulla paura ma sulla fiducia, egli non intende spaventare nessuno. Pietro è il primo anche questa volta a reagire e chiede di venire incontro a Gesù: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Richiesta subito approvata e caldeggiata da Cristo, che ammira il suo coraggio di uscire dal rifugio sicuro della barca per affrontare le acque agitate del mare aperto. La vera sequela di Gesù richiede il coraggio del rischio, ma sempre dietro suo comando. Senza il suo invito, sarebbe presunzione e temerarietà. I primi passi di Pietro sono sicuri ed eccitanti, ma ben presto subentra in lui la paura per le onde furiose che lo circondano. Comincia allora ad affondare, perché le onde e la fede non lo reggono più, e grida aiuto al Maestro che cammina sicuro accanto a lui. Gesù gli afferra la mano e gli rivolge un amichevole rimprovero: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Poi salgono insieme sulla barca e il vento immediatamente cessa.

     Ancora una volta Pietro ci rappresenta tutti, perché anche in noi convivono fede e dubbio, fiducia e paura. Gesù ha scelto proprio lui, che alterna la generosità della fede alla paura fino al rinnegamento, per rassicurarci sul cambiamenti di umore che ci caratterizza come uomini. Nonostante le nostre debolezze e i nostri limiti, egli continua ad aver fiducia in noi, ad attendere la nostra maturazione cristiana. L’episodio poi anticipa il racconto degli Atti degli Apostoli quando Pietro ebbe il coraggio di uscire per primo dalla barca del giudaismo per portare il vangelo ai pagani della casa del centurione Cornelio di Cesarea, rompendo ogni titubanza, dietro invito di Dio (At 10,17-23): Dovette allora affrontare il rimprovero dei suoi connazionali per il suo ardimento, ma si giustificò dicendo che era stato proprio Dio ad invitarlo a compiere quel passo decisivo verso l’universalità della fede (At 11,1s). Se non l’avesse fatto avrebbe meritato il rimprovero che Gesù gli rivolse sul lago. Quella lezione era servita. Essa dovrebbe servire a tutti noi, che siamo nella barca di Pietro, per divenire più coraggiosi e intraprendenti nella fede e nell’impegno cristiano. Dovremmo anche noi buttarci fuori della nostra barca di vita comoda e affrontare con coraggio le tempeste della vita. Se rispondiamo all’invito di Gesù nessun mare è difficile da attraversare. Dovremmo coltivare nel cuore la professione di fede che confessarono i discepoli quando videro che la tempesta era immediatamente cessata: «Davvero tu sei il Figlio di Dio!».


20a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, partito di là, Gesù si diresse verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.

Allora i discepoli gli si avvicinarono e lo imploravano: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!».Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».

Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore - disse la donna – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita. (Mt 15,21-28)


La fede che fa breccia nel cuore di Dio

   Oggi il vangelo ci presenta uno dei drammi che assillano la famiglia: la presenza di un figlio anormale, che pesa tragicamente sulla vita dei genitori. Il dramma è presentato in tre atti: Il grido straziante e insistente di una madre disperata a Gesù, l’intercessione degli apostoli, il dialogo tra Gesù e la donna. Gesù finisce per ammirare la fede di quella madre e le concede la guarigione della figlia malata. Il racconto ha un parallelo con quello del centurione di Cafarnao (Mt 8,1-3), anche lui pagano, ma con una grande fede in Gesù, ammirata e lodata dal Signore, che opera per lui un miracolo di guarigione a distanza. I due fatti mostrano la forza potente della fede capace di spostare i monti quando è genuina. Essa opera sempre un miracolo: O quello della guarigione richiesta o quello della rassegnazione nella pazienza e nella speranza. Il secondo non è meno grande del primo. Molte famiglie lo hanno sperimentato e lo stanno vivendo. La fede non lascia mai posto alla disperazione; spesso non annulla il dolore e la fatica, ma dona la forza e la serenità di affrontare l’una e l’altra giorno dopo giorno. Di fronte a drammi come questo descritto oggi, si impara ad apprezzare il dono della vita e della salute. Si impara a ringraziare Dio per il bene che ci dona. L’episodio non ci autorizza però a vedere nelle malattie l’azione del demonio. Solo Gesù poteva operare questo discernimento con chiarezza. Si guarda bene però dal parlarne, come invece fa la donna.  

     Gesù si reca fuori dei confini della sua patria, nella terra Siro-Fenicia, corrispondente al sud dell’odierno Libano, in territorio pagano. Lo fa in gran segreto, perché cerca una sosta di vero riposo dopo il continuo bagno di folla a cui è sottoposto da alcuni giorni. Inutile tentativo, perché la fama dei suoi miracoli lo segue anche in quella terra confinante. Viene infatti riconosciuto da una donna del posto che viola la sua solitudine e lo bersaglia con la sua insistenze richiesta. Sembra appartenere a quella categoria di presone che sanno sempre tutto, senza bisogno di bollettini di informazione. Irrompe nella scena con una notizia personale gridata a squarciagola e gettata disperatamente in faccia a Gesù, che chiama «Figlio di Davide», riconoscendolo come messia atteso dagli ebrei suoi vicini. In un primo momento il Signore sembra non sentire quel grido e mostra una forzata indifferenza. Devono intervenire i discepoli, stanchi di sentire quel lagno, a supplicarlo di ascoltare quella madre angosciata, che non cessa di insistere: «Esaudiscila, perchè ci viene dietro gridando». Gesù è costretto allora a rivelare il motivo di quella sua indifferenza, che suona come un rifiuto: Nel progetto di Dio, la sua missione storica è limitata solo ai giudei della terra d’Israele. Solo dopo pasqua il vangelo varcherà i confini della Palestina e arriverà anche ai pagani. Ora egli deve attenersi al mandato ricevuto dal Padre. Del resto egli è venuto per fare esattamente la volontà di Dio, che è suo cibo quotidiano. Ma il Padre può rimanere indifferente davanti al dolore dei figli chiunque essi siano?

     La donna intuisce la debole resistenza di Gesù e si fa più ardita nella sua disperazione. Ha capito che il Signore è estremamente vulnerabile sul fronte dell’amore e della compassione. Si getta allora ai suoi piedi e grida umilmente: «Signore, aiutami!». Davanti a quel gesto e a quel grido, Gesù non può tirarsi indietro. Cerca di spiegare con un immagine più familiare alla donna-madre la frase di rifiuto che ha appena rivolta ai discepoli: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». All’apparenza la risposta sembra dura, ma è addolcita dall’immagine simpatica dei «cagnolini», che fanno compagnia e giocano con i bambini della casa. Sono anche loro della famiglia, replica la donna, non si possono ignorare o scacciare. Usando quel vezzeggiativo, Gesù tradisce simpatia e comprensione. Figli e cagnolini sono circondati di attenzione e di coccole sia pure con diversa intensità e affetto. Chi oserebbe rifiutare un ossicino o una mollica di pane ad un cagnolino affamato e supplichevole? Si ha la netta impressione di essere davanti alla narrazione di un fatto storico. Perfino Matteo, così compassato e schematico nelle sue narrazioni, qui si fa coinvolgere da un clima simpatico di familiarità e di tenerezza fino a diventare improvvisamente vivace. A questo quadretto di vita concreta appena accennato la donna si aggrappa con le unghie e con i denti per far breccia sul cuore di Cristo. Percepisce, con il suo intuito femminile, che la sua umile e ostinata richiesta sta per essere accolta. Del resto Gesù ha affermato più volte che le esigenze dell’amore superano ogni convenienza e ogni precetto.

   Ricorda forse che su quella terra di confine, dove è giunto, una povera vedova aveva aiutato il profeta Elia affamato con la sua ultima risorsa di pane e di olio (1 Re 17,8-16). Quella donna aveva dato tutto ciò che aveva a quel profugo ebreo, accettando di confidare solo nella provvidenza divina, che l’aveva ricompensata largamente. Capisce allora che il Padre sa fare eccezioni, per amore, anche ai suoi piani eterni. Con un lampo di tenerezza e di ammirazione, che rispecchia lo sguardo amoroso del Padre, Gesù pronuncia la parola di salvezza tanto attesa: «Donna, è grande la tua fede! Avvenga ciò che desideri». Ogni resistenza per ragioni superiori frana davanti a quell’amore di mamma così forte e ostinato. Dio è fatto così: E’ vulnerabile, non resiste alla forza della fede che muove la preghiera ostinata dei suoi figli. Gesù aveva detto: «Chiedete a vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi tra voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a coloro che glie le domandano!» (Mt 7,7-11). Ora non si poteva smentire.

 
21a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
(Mt 16,13-20)


La prima professione di fede della Chiesa

     Ho visto in questi giorni, nella vetrina di un negozio di ricordi, una maglietta con su stampata l’immagine di Cristo che punta il dito verso un potenziale osservatore e porta scritta una domanda provocatoria: «Tu non sai chi sono io!». Mi è sembrato di vedervi l’interrogativo con cui si apre il vangelo di oggi. Tanti cristiani non sanno con precisione chi è quel Gesù nel quale dicono di credere. Sui mezzi di comunicazione di massa ne sentono di tutti i colori e bevono le più strampalate opinioni come ultime novità, magari scoperte recentemente su libri esoterici conosciuti da secoli. Sembra che molti cristiani siano impegnati a confezionarsi una religione su misura, minestroni di facile digeribilità, che giustificano ogni comportamento. E’ facile crearsi una religione personale, che però non è più quella di Gesù, ma la nostra. Da qui la necessità di porsi la domanda scritta su quella maglietta. La risposta ci aiuterebbe a verificare l’autenticità della nostra fede cristiana. Il vangelo di oggi si apre con una specie di inchiesta che Gesù fa proprio per verificare quali opinioni circolino su di lui: «che dice la gente di me?». Sappiamo dalle risposte dei discepoli intervistatori che già allora c’erano le più diverse convinzioni, anche se racchiuse nell’ambito dell’esperienze religiosa formatasi sulla Bibbia. La conclusione era riassunta dalla figura di un profeta al quale tutte le opinioni facevano riferimento. La stessa inchiesta , fatta oggi, rileverebbe figure di riferimento della cultura laicista dominante. Non meraviglia, perché molti, che pur si dicono cristiani, conoscono la Bibbia solo per sentito dire e hanno letto o ascoltato distrattamente qualche pagine del Vangelo, magari capita male. Così l’inchiesta di Gesù oggi è diretta proprio a noi: «Voi chi dite che io sia?». Richiede una verifica seria che magari ci faccia costatare:«Credevo di credere!».

     Siamo a Cesarea di Filippo, la capitale del regno di Erode Filippo, il più settentrionale dei regni ereditati dai figli di Erode il Grande. La città era in pieno territorio pagano, dove Gesù non era conosciuto e quindi non attirava la curiosità della gente di Galilea. E’ venuto fin quassù per trovare un momento di pace nel frenetico impegno di predicazione e di miracoli. Intende stare da solo con i discepoli per istruirli e consentire loro di interiorizzare le esperienze fatte finora in maniera troppo tumultuosa. E’ l’ambiente ideale per un ritiro spirituale di maturazione. I discepoli portano con loro le convinzioni incerte della gente, ma la loro vicinanza di vita con Gesù li ha resi più consapevoli e convinti. Ora è il momento di esprimere questa convinzione più chiara. Gesù per loro non è solo un profeta è il «Messia» ( Il Cristo) atteso da Israele per tanti secoli. I tre primi evangelisti esprimono questa certezza in tre modi: Marco mette sulla bocca di Pietro la formulazione più semplice: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29); Luca aggiunge un ulteriore dettaglio: «Il Cristo di Dio» (Lc 9,20), cioè l’inviato di Dio annunciato e confermato; Matteo ci fornisce la formula più completa: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

     Ci si è domandati quali siano state le autentiche parole di Pietro. Forse in quella occasione egli formulò la sua professione di fede con le parole semplici e nude riferite da Marco, suo discepolo e interprete. Questo è un problema di secondaria importanza, perché i vangeli non sono una nuda cronaca degli eventi accaduti, ma la riflessione matura della chiesa dopo Pasqua, quando Gesù aveva aperto la mente dei discepoli a comprendere pienamente il suo insegnamento (Lc 24,45) e dopo Pentecoste, quando lo Spirito Santo aveva guidato gli stessi discepoli «alla verità tutta intera» (Gv 16,12). La chiesa di Gerusalemme, per la quale Matteo scriveva, a più di trenta anni dalla Pasqua di Gesù, professava questa fede ormai matura. L’evangelista aveva allora composto un montaggio letterario, unendo all’episodio di Cesarea un altro racconto che conteneva l’elogio per la fede di Pietro, divenuta ormai la fede della Chiesa. Il primo episodio è ambientato a Cesarea e si svolse secondo il racconto di Marco e di Luca, che non riferiscono però l’elogio e la promessa fatta a Pietro; il secondo episodio avvenne in altra circostanza a noi sconosciuta. Forse non andremmo lontano, se lo collocassimo dopo pasqua, qualche tempo prima del conferimento del primato allo stesso Pietro con l’immagine del pastore chiamato a pascere gli agnelli e le pecore di Cristo (Gv 21,15-17).

       Pietro aveva acquisito una fede più matura dopo le apparizioni di Cristo risorto. Gesù era comparso per primo proprio a lui (Lc 24,34; 1 Cor 15,5) ed egli aveva potuto completare la prima professione fatta a Cesarea di Filippo, con l’aggiunta che Gesù non era solo il Messia atteso da Israele, ma «il Figlio dei Dio vivente». Tommaso davanti al risorto aveva confessato: «Signore mio e Dio mio!» (Gv 20,28). Pietro deve aver detto parole simili davanti al suo Signore tornato in vita, come aveva promesso. Lo riconosceva vivo perchè «Figlio del Dio vivente», sul quale la morte non ha potere. Del resto sul Tabor, pochi giorni prima, aveva ascoltato la rivelazione del Padre che, dalla nube, aveva detto: «Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17,5). Durante l’ultima cena, rispondendo a Filippo, Gesù aveva squarciato il mistero della sua personalità divina con parole chiare: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre…non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?...Il Padre che è in me compie le sue opere» (Gv 14,9s). La mattina di Pasqua era venuta Maria di Magdala a riferire le parole del risorto: «Vai dai miei fratelli e di’ loro: io salgo al Padre mio e padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17).

   Simon Pietro, figlio di Giovanni, ormai era certo: Gesù era il Figlio del Dio vivente, disceso in terra per salvare gli uomini dal peccato e dalla morte. Ora Gesù poteva spiegargli perché gli aveva cambiato nome il giorno in cui lo vide la prima volta. Allora, guardandolo negli occhi curiosi, gli aveva detto: « Tu sei Simone, il Figlio di Giovanni, ti chiamerai Kepha (che vuol dire Pietro)» (Gv 1,42). Adesso gli chiariva: «Tu sei Petro, perché su questa pietra io edificherò la mia Chiesa». Gesù intendeva dire innanzi tutto che sulla fede di Pietro, espressa sotto l’ispirazione del Padre che è nei cieli, fondava la fede di tutta la chiesa nel presente e nel futuro. Ogni pietra viva, edificata sulla roccia di Pietro, deve confessare la fede che questi confessò. Siamo figli di quella fede, la fede apostolica. Non possiamo né modificarla né ignorarla.

 
22a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni. (Mt 16,21-27)


L’immenso valore di una vita spesa bene

       Ascoltando la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo di domenica scorsa, lodata da Gesù, gli apostoli potevano farsi un’idea trionfalistica della missione di Gesù e della vita cristiana. Il titolo di Figlio del Dio vivente, la chiesa fondata su una solida roccia contro la quale non ha potere il male, poteva dare l’impressione che Gesù fosse venuto a fondare un regno di Dio umanamente potente e invincibile, come era nelle aspettative del popolo ebraico del tempo. Sentendosi dire da Gesù che avrebbe avuto le chiavi del regno con un potere assoluto di legare e di sciogliere, Pietro forse vedeva confermata questa convinzione popolare. Certamente fu questa l’idea che guidò la madre di Giacomo e di Giovanni nel chiedere a Gesù un posto di privilegio per i suoi figli, quello di sedere a destra e a sinistra nel regno che stava per fondare con la Pasqua (Mt 20,20-23). Fu anche l’aspettativa dei discepoli fino al giorno dell’ascensione, quando domandarono: «Signore, è questo il momento in cui ricostituirai il regno di Israele?» (At 1,6). Gesù mette in crisi questa idea messianica corrente con una visione nuova e rivoluzionaria: Egli non è venuto per regnare con potenza e gloria umane, ma per morire in croce e risorgere il terzo giorno. Contro questa visione apparentemente assurda reagisce Pietro che, come tutti noi, fa fatica a capire lo scandalo della croce. Facciamo infatti fatica a capire come la comunità fondata dal Figlio di Dio non abbia ancora abbracciato il mondo intero, che anzi sia un minoranza in un mondo ostile e che in molte parti della terra sia oggetto di odio e di persecuzione violenta. Insomma non accettiamo la presenza del martirio che è il volto più amano e connaturale della comunità cristiana autentica. La fede cristiana non è una polizza di assicurazione contro il male. Nessuno sconto e nessun privilegio è garantito ai seguaci di Gesù, solo il cammino difficile in compagnia dei poveri e dei disperati della terra. Forse dovremmo rivedere la nostra idea di chiesa per adeguarla a quella di Gesù.

     Matteo ci presenta oggi, in apertura di brano, un condensato di catechesi cristiana, che Gesù dedica ai discepoli portati con lui ad un ritiro in territorio pagano, dove le folle della Galilea non li potevano disturbare. Egli svela loro il progetto divino contenuto nelle prima professione di fede cristiana formulata così da Paolo alcuni anni dopo: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, che fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture» (1Cor 15,3 s). Tutto questo, precisa Gesù, accadrà a Gerusalemme dove è diretto, in definitiva, il suo cammino. E saranno le autorità giudaiche del Sinedrio (anziani, capi dei sacerdoti e scribi) a condannarlo a morte. Affiora in queste parole la figura profetica del Servo del Signore descritto da Isaia sette secoli prima (Is 53). Questo è il vero volto di Cristo, non quello sognato dall’aspettativa popolare in tinta nazionalista. Pietro reagisce proprio in nome della sua gente, quando prende in disparte Gesù e lo rimprovera: «Dio non voglia, Signore, questo non ti accadrà mai». E’ invece proprio l’esatto contrario di ciò che vuole Dio, di ciò che egli ha deciso dall’eternità e che Gesù ha accettato nel tempo.

     Il demonio, nelle tentazioni del deserto aveva cercato di contrastare quel disegno misteriosamente assurdo. Cristo lo aveva respinto con decisione. Ora il diavolo ci riprovava con la collaborazione inconsapevole di Pietro, convinto di parlare anche questa volta a nome di Dio, come nella confessione di fede appena pronunciata e lodata. Gesù reagisce, usando per lui le stesse parole che aveva adoperate per respingere il diavolo: «Vai dietro a me,Satana!, tu mi sei di scandalo».Colui che era stato designato come pietra di fondamento della Chiesa, è diventato ora pietra di inciampo sulla via di Dio. Colui che era stato definito «beato» ora assume la maschera di «satana». Poco fa era lodato, ora è biasimato. Cambiano presto i pensieri e le convinzioni umane. Pietro è uno di noi con slanci e incertezze, con fedeltà e debolezze.

     Da questa premessa Gesù trae le conseguenze di orientamento per la vita dei suoi discepoli. Chi ha accettato di seguire Cristo non può cambiare strada o andare in senso contrario. Egli descrive questa strada con cinque sentenze in forma ritmica per facilitarne il ricordo: rinnegare se stessi prendendo la propria croce, voler salvare la vita significa perderla, perderla per causa di Gesù significa salvarla, non giova nulla guadagnare il mondo intero se si perde la vita, niente vale più della vita che ha un prezzo inestimabile. Le sentenze apparentemente più dure e difficili sono le prime tre, le ultime due possono trovare consenso come espressione di saggezza popolare.

   Rinnegare se stessi vuol dire spogliarsi dei propri interessi egoistici, decentrare la propria esistenza da quell’io ingombrante che ci trasciniamo dietro pesantemente e ci chiude ai problemi e ai dolori degli altri. La sequela di Cristo ci induce a non anteporre nulla a lui, a dare a lui il primo posto nella vita. L’amore cristiano costringe a mettere il prossimo prima di noi subito dopo Gesù, a coniugare il verbo donare, piuttosto che il verbo prendere. Prendere la croce vuol dire accettare le proprie pene e sofferenze quotidiane per amore di Dio, vuol dire essere disposti a dare la vita per lui che è morto per noi in croce. I dolori e le croci quotidiane sono il sacrificio spirituale a Dio gradito che contribuisce a salvare l’umanità dalla perdizione eterna, un sacrificio che si assomma alla croce di Gesù. E’ il sacrificio che ci inchioda sulla croce con Cristo.

     I due detti che seguono sono enunciati in modo paradossale mettendo in contrapposizione i verbi salvare e perdere: chi si perde, si salva e chi si salva, si perde. Vogliono dire che la vita si salva e si valorizza donandosi, si perde e si svaluta chiudendosi in se stessi in uno sterile egoismo. Non si parla qui della vita naturale come valore biologico, ma della vita soprannaturale vissuta con Dio nella sequela di Cristo, quella che sfocia nella vita eterna. Essa non è paragonabile con nessun bene terreno, fosse pure il dominio del mondo. L’errata fiducia nei beni e nei valori terreni è destinata a deludere, perché nulla è stabile al mondo. Forse Gesù si ispira ad un salmo tante volte da lui cantato fin da bambino: «Cero, l’uomo non può riscattare se stesso, né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita; non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa» (Sl 49,8s). La carriera, il prestigio, la ricchezza, il benessere tramontano presto e lasciano a mani vuote. Solo la vita vissuta con Dio e per Dio, ha valore e durata eterni. Alla fine, quando il Figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo, dovremmo rendere conto a lui della vita vissuta. All’uscita dal supermercato della vita naturale dobbiamo passare necessariamente alla cassa per valutare il prezzo di ciò che abbiamo acquistato.  

            

23a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto in cielo

In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli glie la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». (Mt 18,15-20)


La Chiesa, comunità di fratelli

     Spesso le nostre comunità parrocchiali non sono accoglienti, perché sono la somma di individui che non si conoscono tra loro e vivono il loro rapporto personale con Dio in una specie di religione privata. Tolto un nucleo centrale più o meno numeroso, che si stringe intorno al parroco e collabora alle attività pastorali più urgenti, come catechismo ai bambini e ai ragazzi, la caritas, la lectio divina, non esistono momenti forti di incontro e di scambio che coinvolgano la maggioranza dei fedeli. Restano freddi e formali gli incontri con le famiglie in occasione di lutti e disgrazie, di feste e benedizioni pasquali. Ci manca il senso della fraternità solidale che consente di vivere insieme gioie e dolori. Il discorso ecclesiale che Matteo ha inserito nel c. 18 del suo vangelo tratta proprio questo tema di estrema attualità. Gesù vi descrive la sua chiesa come una famiglia di piccoli e di fratelli preoccupati del bene degli uni e degli altri. Egli parla della cura gelosa che si deve nutrire verso i più deboli e poveri, perché non subiscano scandalo ed emarginazione. Poco prima del nostro brano ha raccontato la parabola della pecorella che si smarrisce e che il pastore e deve cercare con passione amorosa. Si tratta di un fratello più debole che smarrisce la fede e lascia la comunità. Chi si sente responsabile deve avvertire la pena nel cuore e tentare ogni iniziativa per riportare lo smarrito a casa. Solo allora è festa di tutta la famiglia insieme a Dio (Mt 18,12-14).

       A quella parabola è legato il brano che leggiamo oggi. Vi si descrive l’atteggiamento verso il fratello colpevole che bisogna continuare ad amare e a cercare. Gesù detta qui alcune regole di vita ecclesiale che devono servire da orientamento e da guida per ogni comunità cristiana piccola o grande riunita nel suo nome. Sono cinque regole espresse in forma casistica per renderle più aderenti alla vita concreta, iniziano perciò con un «se» condizionale. Sono anche accompagnate da tre assicurazioni che ne garantiscono l’efficacia: La certezza di veder convalidato in cielo il legame fraterno stabilito sulla terra; l’esaudimento sicuro di ogni preghiera fatta di comune accordo tra fratelli di fede; la presenza personale di Gesù dove sono riuniti insieme 2 o 3 fratelli che si amano.

     Si inizia con il caso concreto di un fratello che pecca contro un altro con una offesa e un affronto grave. E’ tirato in campo il caso del «tu» dell’ascoltatore, non un caso generico e astratto. Ogni ascoltatore cristiano si deve sentire interpellato personalmente in modo diretto. Nel Discorso della Montagna Gesù aveva formulato un caso simile: «Se presenti la tua offerta sull’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e vai prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23s). Non si tratta, come nel nostro caso, di riconciliazione con il fratello da te offeso, ma del fratello che ha recato offesa a te. In questo caso l’iniziativa del perdono spetta a chi crede di aver ragione:«Vai tu, non aspettare che venga lui». Chi ha più amore lo adoperi. E’ descritta in questo brano la prassi ecclesiale in vigore nelle comunità cristiane delle origini. Essa inizia con la correzione fraterna fatta a tu per tu con l’interessato. Si cerca prima di tutto di chiarire le cose a quattrocchi. Se il chiarimento non riesce, si chiede l’aiuto degli amici comuni che possono fare da intermediari. Se anche questo secondo approccio fallisce, si chiede l’intervento della comunità, che interviene con tutta la sua autorevolezza.

     Insomma, nei casi di contrasti gravi nati tra i membri della chiesa, non bisogna lasciare nulla di intentato. L’unità di amore è il bene più prezioso, addirittura è il segno di autenticità delle nostre comunità cristiane, non un optional (Gv 13,35). Chi non capisce e non accetta questa verità, si mette fuori della chiesa, non come uno scomunicato, ma «come un pagano e un pubblicano», che ha bisogno di conversione; diventa terra nuova di missione e di evangelizzazione. La prospettiva di Matteo non è l’espulsione dalla chiesa, ma l’esortazione alla conversione e al perdono. Il giudizio insindacabile della chiesa sulla autenticità della prassi cristiana è convalidato in cielo. La chiesa, nella persona dei suoi ministri, ha il potere in terra di legare e di sciogliere, cioè di giudicare il peccatore e riammetterlo con il perdono nella comunione violata. Lo aveva assicurato Gesù a Pietro nella promessa del primato nella chiesa universale, lo ripete qui ai responsabili della chiesa locale. Le chiese particolari sono viste come immagini in piccolo della chiesa universale, perché è la stressa chiesa che vive nel mondo intero e in ogni territorio. Con il suo «legare e sciogliere» la comunità cristiana è sempre aperta al dialogo e al perdono.

   Matteo ama sviluppare in positivo questo accordo fra cielo e terra fondato sull’armonia dei membri della chiesa. L’amore sintonizza i credenti con il Gesù della gloria: «Se due di voi sulla terra si accorderanno per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli, ve la concederà». Il pensiero corre subito alla famiglia, la chiesa più piccola, dove marito e moglie pregano insieme con amore e armonia. La preghiera è lo strumento più potente che ogni comunità piccola o grande possiede per far breccia sul cuore di Dio. La preghiere fatta insieme è un duetto e una sinfonia più efficace di un assolo per quanto virtuoso. Il motivo di fondo di tutto questo sta nel fatto che «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì ci sono io in mezzo a loro». Per Matteo Gesù è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, che non ha mai lasciato la sua chiesa, pur salendo al cielo. Qui ci viene detto dove trovarlo con sicurezza: nella comunità che prega e vive in armonia di fede e di sentimenti, superando divisioni e separazioni sempre in agguato. Ogni piccola o grande comunità è il suo tempio, fatto di pietre vive, è il suo Corpo di cui i credenti sono membra (Mt 26,61 par. 1Cor 3,16s). Con questo, Gesù non dice che i membri della comunità siano tutti santi e puri; la chiesa è fatta anche di pubblicani e di pagani, pecore smarrite da ricercare e da ricondurre all’unità, specie con la preghiera. Egli assicura che continua a camminare con la sua chiesa, come camminava con i suoi discepoli durante la sua vita terrena. Come allora, egli chiama tutti a sé offrendo amore, perdono e salvezza, perché vuole tutti salvi. Vuole una comunità di fratelli che si amino e sappiano stare insieme, buoni e cattivi, per raggiungere insieme la casa del Padre.


24a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli ridspose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e con quanto possedeva, e così saldasse così il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo, lo soffocava dicendo:« Restituisci quello che devi!». Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: Abbi pazienza con me e ti restituirò». Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quel che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto.

Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi, se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». (Mt 18,21-35)


Il perdono di Dio e del cristiano

         Il brano del vangelo appena letto chiude il discorso ecclesiale, dove Matteo raccoglie gli insegnamenti di Gesù sulle relazioni fra le varie componenti della comunità cristiana. Dopo l’invito ad accogliente e a trattare con amore e rispetto i bambini e i credenti più deboli e vulnerabili (18,1-11), egli parla del fratello smarrito da recuperare e del fratello che sbaglia da correggere (12-18). Una domanda di Pietro sul perdono introduce il nostro racconto che contiene una delle parabole più impegnative del vangelo. L’aapostolo vuol sapere se c'è un limite nel perdonare un fratello che offende o danneggia il suo prossimo con calunnie, menzogne e azioni malvagie. E’ un problema vivo e importante per la comunità cristiana di tutti i tempi. Nella sua domanda, Pietro allude forse all'insegnamento rabbinico che limitava il perdono di Dio fino a tre volte, ma propone a sua volta un perdono più perfetto simboleggiato dal numero sette; crede così di aver dato fondo alla generosità. Gesù però gli moltiplica il numero settanta volte, proponendogli praticamente una misura illimitata. Un brano parallelo del vangelo di Luca richiama e chiarisce il dialogo tra Pietro e Gesù sullo stesso argomento: «Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonalo. E se commette una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo:”Sono pentito”, tu gli perdonerai» (Lc 17,3-4). L'intenzione dei nostri evangelisti è di inculcare la pratica del perdono fraterno sullo stile di quello paterno di Dio.

     A commento delle sue parole, Gesù aggiunge la parabola dei due debitori, che non illustra però l'aspetto quantitativo del perdono, ma piuttosto l'aspetto qualitativo di esso. Non si dice più quante volte, ma come deve perdonare chi è stato a sua volta perdonato. Dietro la figura del re, è chiaramente indicata la persona di Dio, così il perdono di Dio diventa ancora una volta la misura del perdono per l'uomo (5,45). Non siamo più sul piano delle cose umane, ma su quello dei rapporti con Dio. Il cristiano deve assumer come regola di vita, atteggiamento di Dio. La parabola è chiaramente divisibile in tre scene ben strutturate per rendere chiaro l’insegnamento. Sono anche tre i personaggi principali che si incrociano nel dialogo fra loro: il re, il primo debitore, il secondo debitore. I debitori sono chiamati «servi», perché così venivano indicati i ministri del re. Le frasi si ripetono e si richiamano in parallelo per sottolineare la diversa disposizione d’animo degli interlocutori.

     La prima scena ci presenta il dialogo tra un «uomo-re» e un potente governatore delle sue province che ha contratto col suo «signore» un debito da capogiro: nientemeno che 10.000 talenti, una somma pari a 100 milioni di denari (il denaro era lo stipendio giornaliero dell’operaio). Probabilmente il ministro non ha versato nell'erario statale le tasse riscosse per più anni nella sua provincia. Il re chiede ora di restituirgli l'enorme somma sottratta, altrimenti minaccia di vendere lui, la sua famiglia e il suo patrimonio per recuperare il debito contratto. Il ministro si getta ai suoi piedi e lo supplica di aver pietà di lui; chiede di dilazionargli la riscossione del debito che intende pagare; promessa impossibile da mantenere per un debito così esorbitante. Il re si accorge che la promessa nasce dalla disperazione, e si muove a compassione del malcapitato e gli condona addirittura tutto. Questo atto di enorme generosità nasce da quella che l'evangelista chiama la «makrothymia» del Signore, cioè la sua longanimità, bontà e tenerezza (Es 34,6; Ef 2,4). E’l’impulso interiore che spesso muove Gesù nel suo aiuto ai malati e ai peccatori (Mt 9,36; 14,14; 15,32; 20,34).

     Ci aspetteremmo che questa generosità straripante abbia reso il servo comprensivo e magnanimo; invece non gli ha insegnato nulla; non è servita a cambiargli il cuore cattivo ed egoista. Lo rivela chiaramente la seconda scena, dove il debitore si trasforma a sua volta in creditore. Il ministro appena graziato chiama a sua volta al rendiconto un suo subalterno che gli deve 100 denari, una somma irrisoria a confronto del debito di 100 milioni di denari che il re gli ha appena annullato. La differenza enorme dei due debiti è stata gonfiata ad arte da Gesù per far risaltare l’ assurdità di comportamento del primo servo, la sua estrema grettezza di cuore. Le parole di supplica dei due sono le stesse, lo stesso è anche il gesto umiliante di prostrarsi a terra per muovere il collega a pietà e chiedere almeno una dilazione. Ma i risultati sono completamente opposti: il servo malvagio è inesorabile, non concede nemmeno una proroga, è brutale e impietoso fino a sbattere in prigione il suo debitore finché non gli abbia pagato fino all’ultimo centesimo. Salta agli occhi l'incapacità del ministro di avere almeno un briciolo di quella compassione che ha caratterizzato l’atteggiamento del re nei suoi riguardi. Sul piano del diritto il servo crudele è nel giusto, perché tende a recuperare ciò che gli spetta. Non è quello che facciamo anche noi quando reclamiamo di volere giustizia? Sarebbe tutto regolare, se non ci fosse la prima parte della parabola. Gesù dice che Dio non si muove sul piano della giustizia retributiva (guai a noi!), ma sul piano più alto dell’amore e della compassione. Questo vorrebbe anche da noi suoi figli.

   Questo confronto tra noi e Dio è il centro della parabola, e sarà messo in evidenza , nella terza scena,

dove gli altri ministri del re denunciano lo scandalo. Il fatto è così enorme che il re è costretto ad

intervenire. Un uomo così spietato non meritava la sua compassione. La sua condotta è urtante e

intollerabile, date le circostanze. Il re lo interpella come servo «malvagio» (in greco: poneròs), lo

stesso termine che Matteo usa per indicare il diavolo (Mt 5,37; 6,13; 13,19.38). C'è infatti qualcosa di

diabolico nella spietatezza e nella cattiveria del servo graziato. La sua crudeltà contrasta in modo

plateale con la bontà e la misericordia (éleos) di Dio. Per questo nella preghiera del «Padre nostro»,

Gesù dopo averci insegnato a chiedere: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri

debitori", ci invita anche a chiedere: "Liberaci dal maligno" («poneròs»). La generosità illimitata del

Signore non ha contrastato nel servo l'istinto della malignità diabolica. Che non accada anche a noi!

L’invito al perdono del fratello è illimitato come è illimitata la misericordia di Dio nei nostri confronto,

altrimenti dovremmo smettere di recitare ipocritamente il Padre nostro e aver paura di chiede e Dio di

rimetterci i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il servo che aveva tradito le attese del

suo signore, si ritrova a subirne le conseguenze. Colui che non ha accettato le regole dell’amore di Dio,

rientra nelle regole della sua giustizia. Il perdono di Dio dovrebbe creare in chi lo riceve un uomo

nuovo, distruggendo gli istinti egoistici e malvagi dell'uomo vecchio.

Ancora una volta constatiamo che non c'è l’amore di Dio senza l'amore del prossimo.


25a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?” Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi». (Mt 20,1-16)

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La scandalosa generosità di Dio

     Possiamo definire questo racconto a parabola delle sorprese, essa ci avverte che l’agire sovrano di Dio non è l’agire di noi uomini. C’era d’aspettarselo, perché Dio è Dio, non un uomo (Os 11,9). Già per mezzo del profeta Isaia ci avvertiva:«I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo è alto sulla terra, tanto le mie vie sono lontane dalle vostre, i miei pensieri sono diversi dai vostri» (Is 55,8s). Le beatitudini enunciate da Gesù sul monte sono il manifesto di un Dio che capovolge ogni criterio umano di valutazione. Del resto un Dio che agisce con criteri solamente umani possiamo sospettare che sia un idolo creato da noi, non molto diverso da quelli che adoravano i pagani fuori di Israele. Una cosa è certa, Dio non è capriccioso come gli dei della mitologia greca, egli agisce sempre per amore dell’uomo, schierato decisamente e sempre dalla nostra parte. Non dimentichiamo che il nostro Dio è amore (agapè). Tutto ciò che fa, lo fa per la salvezza dell’uomo, non per la sua rovina. Le sorprese del nostro Dio, che troviamo nella parabola, sono tre: le modalità di reclutamento dei braccianti; le modalità del pagamento; la giustificazione dell’agire anomalo. Protagonista della parabola è un ricco proprietario terriero indicato come «padrone di casa» (oikodespòtes) e come «Signore» (Kyrios). Chiaramente Gesù descrive la sovranità di Dio e il suo agire con gli uomini chiamati al suo servizio.

     La prima sorpresa della parabola riguarda il modo con cui il padrone recluta i suoi braccianti. E’ assolutamente anomalo che la chiamata avvenga in diversi momenti nell’arco della giornata, dalla prima (sei del mattino) all’ultima ora lavorativa (le 17 della sera). Era consuetudine ingaggiare i braccianti necessari al lavoro la mattina presto. Non si può pensare qui a lavori urgenti come quelli della mietitura, perché la raccolta dell’uva non così urgente, resiste a lungo sulla vite e anche se appassisce un po’ rende il vino migliore. L’ingaggio a cinque intervalli regolari ha significato teologico. Forse avevano ragione i padri antichi che commentavano il racconto e vi vedevano la chiamata di Dio alla fede e all’impegno cristiano in tempi diversi nella vita degli uomini. Concludevano che Dio chiama l’uomo a tutte le ore a tutte le età. Non è importante quando si è chiamati, ma come si risponde. Alcuni codici occidentali infatti aggiungono una seconda conclusione alla parabola che suona così: «molti sono i chiamati, pochi gli eletti», che si ritrova anche altrove (Mt 20,16b; 22,14). Forse dovremmo dire meglio che nasciamo con un personale progetto di Dio iscritto nella nostra vita, disegno che si dipana fino ad affiorare coscientemente nella stagione della vita stabilita da Dio.

     A tutti gli operai il padrone assicura che riceveranno un giusto salario per il loro lavoro, senza precisare quanto. Sappiamo che ai chiamati della prima ora egli aveva garantito un denaro come compenso; era lo stipendio giusto di un bracciante che lavorava dodici ore, dalla 6 alla 18, fatto salvo l’intervallo del pranzo. Chi arrivava più tardi al lavoro aveva una paga proporzionata alla durata del lavoro, sempre però a scalare sul valore di un denaro. Alla fine della giornata però scatta un’altra sorpresa riassunta paradossalmente nella conclusione: «Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi» (v 16). Che cosa significa? Ordinariamente il pagamento iniziava dai primi che avevano dedicato più tempo al lavoro e scalpitavano per tornare finalmente a casa. Qui si vedono invece scavalcati dagli ultimi, dai penultimi e via scalando. Questo basta a giustificare l’enigmatica conclusione? Non sembra. Probabilmente la scelta di cominciare dagli ultimi è fatta ad arte ed ha valore pedagogico nel racconto. Se il padrone avesse cominciato dai primi, questi sarebbero andati subito via, e non avrebbero notato l’apparente ingiustizia operata del padrone nei loro confronti. Il fatto che il padrone dia agli ultimi il padrone un denaro pieno, crea aspettative e speranze nei primi, che pensano di riceve di più in proporzione del maggior numero di ore lavorative. Quando viene il loro turno però essi ricevono un solo denaro come gli altri. Scatta allora la loro energica protesta sindacale condivisa certamente dai primi ascoltatori e da noi abituati alla stretta giustizia retributiva.

       Il padrone si giustifica adducendo tre costatazione importanti: Innanzi tutto egli dice non fa torto a nessuno, perché ha mantenuto scrupolosamente l’accordo stipulato all’inizio del contratto; non sta rubando nulla ai suoi operai. In secondo luogo afferma di essere stato guidato non dalla giustizia retributiva, ma dall’amore; il suo è stato un gesto di pura generosità nei confronti degli operai ingaggiati più tardi e che si sarebbero trovati svantaggiato dalla sorte; aveva anche loro una famiglia da mantenere. Del resto i soldi che ha dato agli ultimi sono suoi e può farne ciò che vuole.   In terzo luogo il padrone fa notare che l’operaio contestatario non si lamenta perché gli è stata sottratta parte del salario che gli spettava per contratto, ma perché è stato dato agli ultimi quanto a lui. Questa è pura invidia, perciò gli replica: «tu sei invidioso perché io sono buono». Fuori metafora, Gesù vuole insegnare con questa parabola che Dio agisce con generosità inaudita verso chi ha accettato di servirlo anche per un’ora sola. Egli è al disopra dei nostri criteri umani di retribuzione, sovranamente libero di agire con amore, che non annulla la giustizia, ma la supera e la esalta. Al ladrone pentito sulla croce ha assicurato il paradiso come a S. Antonio l’eremita che fece penitenza per più di cento anni nel deserto. Dio non assicura privilegi a nessuno, nemmeno a coloro che ha chiamato per primi; ciò che conta è averlo servito con umiltà e generosità, mettendosi all’ultimo posto.

 

26a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse a capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivoltosi al primo disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: “Si, signore, ma non vi andò”. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». risposero: «il primo».

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli. (Mt 21,28-32)

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Il sorpasso dei pubblicani e delle prostitute

     Diamo spesso per scontato che noi siamo i veri credenti graditi a Dio, gli altri che sono fuori della chiesa sono i lontani, i maledetti, i senza speranza. Oggi si direbbe sono clandestini, senza permesso di soggiorno, sono cittadini irregolari da scacciare o tenere lontani dalle nostre comunità.

Questo atteggiamento puritano, che ci fa guardare i lontani come degli esclusi, serpeggia tra noi, anche se non lo manifestiamo apertamente. Il vangelo oggi mette a confronto due figli: nell’ordine il disobbediente obbediente e l’obbediente disobbediente. In alcuni codici antichi l’ordine è invertito, ma la sostanza non cambia. La nuova traduzione italiana segue la lezione del codice vaticano e di altri, adottata anche dalla vulgata latina: il primo figlio, in un primo tempo si rifiuta di ubbidire, ma poi si pente e compie la volontà del padre; il secondo figlio si mostra ossequiente a parole, ma poi si rifiuta di ubbidire.

       Gesù chiama gli ascoltatori a giudicare l’atteggiamento dei due figli così diversi, perciò inizia il suo racconto con una domanda coinvolgente, che fa appello alla loro esperienza di padri. E’ una domanda provocatoria rivolta, nel tempio di Gerusalemme, ai capi religiosi della nazione. Vuole costringerli a riflettere, perché si ritenevano a posto con Dio e, poco prima, avevano criticato aspramente l’autorità di Gesù maestro: «Con quale autorità fai questo?» (21,23). Poi si erano sottratti al dialogo, irrigiditi sulle loro false certezze. Ora non possono fare a meno di rispondere, anche perché il dialogo è impostato in maniera tale che la risposta appare scontata. Non sospettano che dietro una di quelle due figure di figli così diversi ci sono loro. Il primo figlio, con una certa dose di maleducazione, aveva opposto un rifiuto netto alla richiesta del padre. Ma poi si era pentito, aveva provato dispiacere del suo comportamento e si era recato al lavoro. Solo di questo primo figlio vengono rivelati i sentimenti contrastanti: si era accorto di essere stato maleducato e ribelle, aveva provato vergogna di sé, e si era piegato alla volontà del padre. Del secondo non è detto nulla; è solo messa in evidenza la sua ipocrisia. La sua risposta era stata apparentemente ossequiente, ma ad essa era seguito un atteggiamento sprezzante di rifiuto, senza ripensamenti di sorta. Il racconto presenta due facce della realtà, quella dei peccatori che rifiutano obbedienza a Dio e poi si pentono, e quella di coloro che si ritengono giusti perché a parole dicono di «sì» a Dio, che è poi un «no» all’atto pratico. Viene spontaneo domandarsi: da quale parte stiamo?

       Il giudizio di Gesù su questa situazione è duro e tagliente, schierato nettamente, com’è, dalla parte del primo figlio. L’enunciato è solenne come un giuramento: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Per sottolineare meglio il concetto, Matteo abbandona la sua dizione consueta di «regno dei cieli», per adottare la formula più chiara di «regno di Dio». Prima di tutto, in queste parole di Gesù c’è il riscatto pieno delle due categorie di persone disprezzate: i pubblicani e le prostitute. Essi sono capaci di conversione più dei sommi sacerdoti e i capi del popolo. Ancora una volta Gesù afferma che l’amore di Dio non sta nelle belle parole che si dicono o nelle buone intenzioni che si enunciano, ma nel fare effettivamente la volontà di Dio. Il fare conta più del dire. Vale anche per noi che ci facciamo sedurre dalle belle parole che diciamo per coprire la mancanza di impegno serio ed efficace. Quello del compiere la volontà di Dio è un concetto così importante che nel Discorso della Montagna il verbo «fare» ricorre ben 22 volte, ed è legato all’immagine dell’albero che deve produrre frutti buoni altrimenti è inutile e viene tagliato (3,11). Addirittura, un giorno, Gesù rispose con decisione e forza a coloro che gli annunciavano la visita dei parenti: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (12,48ss).

   Con l’affermazione che «i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio», Gesù non vuole dire che queste due categorie di persone hanno il posto assicurato, comunque si comportino; e nemmeno vuole dire che i capi dei giudei sono a priori esclusi tutti dal regno di Dio. Le parole di Cristo non esprimono un principio, fotografano solo una realtà che era sotto gli occhi di tutti, un’esperienza vissuta da Giovanni Battista e da Gesù. Di fatto è accaduto che la maggior parte dei capi giudei ha rifiutato l’annuncio del vangelo, mentre i pubblicani e le prostitute, che sembravano refrattari ad ogni cambiamento di vita, in realtà furono i primi a convertirsi. Gesù era circondato e ascoltato da coloro che si ritenevano peccatori, non da quelli che si consideravano giusti, e quindi non bisognosi di conversione. Matteo ricordava la critica che si accese davanti alla porta di casa sua, quando Gesù chiamò proprio lui, il pubblicano, a seguirlo. In quell’occasione i farisei contestarono a Gesù il diritto di mangiare con i pubblicani e i peccatori, e Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate e imparate che cosa significa: “Io voglio misericordia, non sacrifici”. Infatti io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (9,12s).

       Dio non chiude la porta in faccia a nessuno, perché ama tutti, buoni e cattivi, con amore di padre. Gesù qui costata che i pubblicani e leprostitute, una volta convertiti, sono capaci di amare Dio anche più dei sommi sacerdoti e i capi del popolo «che dicono e non fanno. Legano pesanti fardelli e li pongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli nemmeno con un dito» (23,5s). Restano pur sempre vere, senza sconti per nessuno, le parole di Gesù che descrivono la vera comunione con Dio nel suo regno: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato» (Gv 14,23s). Di fronte a Dio siamo spesso come bambini capricciosi e instabili, a volte giochiamo incoscienti con la vita, rischiando di compromettere la nostra salvezza eterna. E’ ora di crescere e diventare adulti nella fede. E’ il monito che Dio ci rivolge come figli amati, preoccupato com’è della nostra salvezza definitiva.


27a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e vi costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi più numerosi dei primi, ma li trattarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per mio figlio! Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l'erede. Su uccidiamolo, e avremo noi la sua eredità! Lo presero, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: « Quei malvagi li farà morire miseramente e darà la vigna ad altri contadini che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia i nostri occhi? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca frutti. (Mt 21,33-43)

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Un popolo nuovo che produce frutti

     E’ una parabola raccontata anche da Marco (12,1-11) e da Luca (20,9-18) con leggere varianti che non incidono sul suo significato di fondo. Tutte tre le versioni la collocano nella cornice delle polemiche suscitate dai capi giudei nel tempio di Gerusalemme, dove Gesù sta predicando. Gesù ha appena ripulito con energia il tempio dal mercato che vi si teneva, e Marco ci avverte che i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo per metterlo a morte, ma avevano paura del popolo, che seguiva e ammirava il suo insegnamento (Mc 11,18). Era un clima rovente, in cui anche altri gruppi, come i farisei e gli erodiani, si coalizzano per suscitare discussioni e tendergli trabocchetti (Mc 12,13). Gesù deve mettere in campo tutta la sua scaltrezza dialettica, tanto da meravigliare i suoi stessi interlocutori.

   Per questo motivo si serve spesso del linguaggio figurato delle parabole, che gli consente maggiore libertà di difesa, senza attacchi diretti contro gli avversari. Matteo ne riporta tre una di seguito all’altra: quella dei figli diversi (21,28-33: letta domenica scorsa), quella dei contadini ribelli di oggi (21,33-46) e quella del banchetto nuziale (22,1-10). Tutte hanno per tema il rifiuto dell’invito di Dio che Gesù rimprovera ai suoi malevoli interlocutori. Al centro dei tre racconti c’è la nostra parabola, che è la più tragica, perché descrive con realismo profetico il delitto che i capi stanno per mettere in opera: l’uccisione del Figlio di Dio. La parabola è costruita con maestria narrativa, come sapeva fare Gesù, ed ha un ritmo fondato sulla regola del tre. Sono descritti tre invii, due di servi e uno del figlio, in un crescendo di violenza che rende la scena sempre più drammatica; essa va dalle percosse al delitto plurimo e all’uccisione del figlio gettato violentemente fuori del campo. Sulla china del male è difficile arrestarsi in tempo.

       La parabola è ambientata in Galilea dove esisteva un diffuso latifondo in mano a proprietari stranieri, per lo più romani. Questi risiedevano lontano e amministravano le loro proprietà mediante fattori (servi) incaricati di ritirare i proventi dai fittavoli. Questo diffuso sfruttamento straniero era mal sopportato e la ribellione, a volte violenta, era pilotata dagli zeloti antiromani e nazionalisti fanatici. Gesù utilizza per la sua parabola questo tipo di situazione limite capace di colpire in modo efficace la fantasia degli ascoltatori. Non vuole fomentare il fanatismo degli zeloti, non intende far cronaca, fa catechesi. Il racconto gli serve per far capire ai capi del popolo l’assurdità e la crudeltà del loro agire contro Dio. Ribellarsi a Dio è come lanciare sassi in cielo, che ricadono sul capo di chi li lancia. Il lontano padrone del podere (oikodespòtes = il padrone di casa) invia, al tempo del raccolto, i suoi servi a ritirare la sua parte di prodotti. Forse presupponendo una reazione negativa manda un gruppo di servi che a loro volta vengono bastonati, uccisi, lapidati. Manda allora un gruppo più numeroso capace di opporre efficace resistenza, ma ormai è scattata la violenza e questi subiscono la stessa sorte. C’è in questi episodi uno spaccato della storia d’Israele: Dio ha mandato più volte i suoi profeti per invitare i fittavoli ebrei della terra promessa a conversione. Tutti erano stati maltrattati o uccisi. Pochi giorni dopo, Gesù, davanti alla città santa, non potè frenare questo doloroso lamento: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono inviati, quante volte ho tentato di raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali e tu non hai voluto. Ecco la vostra casa vi sarà lasciata deserta » (Mt 23,37).

     La pazienza di Dio era stata grande, inaudita, ma era ancora più grande il suo coraggioso e generoso slancio d’amore nell’inviare suo Figlio, dopo le tragiche esperienze avute con i servi profeti. Fu un gesto imprudente, ingenuo, assurdo? No, fu un gesto consapevole e ponderato come dimostra il breve monologo riportato: «Avranno rispetto per mio figlio!». E’ l’ultimo e decisivo tentativo di Dio di riportare gli uomini alla ragione, non con la forza, ma con l’amore. Dio non agisce mai per rabbia, agisce sempre per amore, perché egli è amore, solo amore. Però la malvagità umana non ha confini: quei contadini ostinati tengono consiglio e decidono di uccidere l’erede, nell’assurda pretesa di impossessarsi del podere. E pongono subito in atto il loro proposito omicida: Assalgono il «figlio diletto», lo trascinano fuori del campo e lo uccidono. Un brivido di orrore deve aver attraversato la folla che ascoltava, come noi che leggiamo. Alla domanda di Gesù su cosa avrebbe dovuto fare il padrone contro quei contadini macellai, la gente indignata rispose con una specie di urlo liberatorio: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà al vigna ad altri che gli consegneranno i frutti a suo tempo». Gesù approva il verdetto, ma guarda soprattutto il lato positivo di quel triste evento: Dio ricava un gran bene anche da quella brutta vicenda. «La pietra che i costruttori hanno scartato, è divenuta pietra d’angolo», sostegno e legame indispensabile per il grande edificio nuovo della chiesa. Quel fatto così tragico diventa allora addirittura «una cosa meravigliosa»( la redenzione), come dice la profezia citata da Gesù.

     La parabola sulle labbra di Gesù descriveva la brutta storia del rifiuto d’Israele attraverso i suoi capi, contadini fittavoli delle vigna di Dio, che è il suo popolo; è un rifiuto culminato nell’uccisone del Figlio di Dio. Essa tradisce anche la lucida consapevolezza che aveva Gesù di essere Figlio di Dio e la chiara visione del suo destino di morte e risurrezione. Sotto la penna di Matteo, la parabola diviene una costatazione e un ammonimento: egli costata la realtà storica di quanto è avvenuto, perché i lettori giudeo cristiani si rendano conto della enorme responsabilità di dire di no a Dio, e ammonisce sulle tragiche conseguenze che questo comporta: l’esclusione dal regno di Dio e dalla salvezza. Non nascondeva però la grande novità nata da quel tragico rifiuto: la nascita di un popolo nuovo che ha sostituito l’antico. A questo popolo, che siamo noi, spetta ora la responsabilità di portare frutti nel campo di Dio per non essere cacciati furori. L’impegno cristiano è dunque una cosa molto seria cui siamo tutti coinvolti.


28a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole (ai capi dei sacerdoti e ai farisei) e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti nelle strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala di nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: “Amico, come sei entrato qui senza l'abito nuziale?” Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». (Mt 22,1-14)

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Il gioioso incontro con Dio come in un festino di nozze

     Chi non conosce la gioia chiassosa ed esuberante di un festino di nozze. E’ uno dei momenti più importanti e più belli nella storia di ogni famiglia. Gesù non poteva mancare di comporci una parabola, visto che aggancia spesso il suo insegnamento alle esperienze più significative della vita. Paragonare i regno dei cieli ad un festino di nozze significava far capire agli ascoltatori quanto sia bello e gioioso l’incontro con Dio e la familiarità con lui. Non è la prima volta che Gesù descrive la festa di Dio nell’accogliere l’uomo che ama. Semmai è la diffidenza umana a rendere problematico questo incontro familiare gioioso. Facciamo difficoltà ancora a credere all’amore incondizionato di Dio, siamo troppo figli del paganesimo dove dominava la paura delle divinità capricciose. La storia raccontata in questa parabola è la nostra storia, riflettiamoci su.

     Da tempo gli esegeti considerano questo racconto come la fusione di due parabole distinte: quella del banchetto di nozze e quella dell’abito nuziale. Di questa seconda non c’è traccia nel racconto parallelo di Luca (14,15-24). Ciò non si spiegherebbe, se la tradizione orale apostolica le avesse abbinate nella fase che precedette i vangeli scritti. Chiaramente, Matteo ha unito le due parabole per affinità di argomento e per ragioni catechetiche. Appare poco comprensibile infatti che il re esiga l’abito di nozze dagli straccioni che ha raccolto ai crocicchi delle strade, dove chiedevano l’elemosina. Anche perché l’invito era senza condizioni, nessuno ha chiesto loro un abbigliamento particolare all’ingresso in sala. Il banchetto iniziale è presentato come una festa, non come una chiamata in giudizio. Appare chiaro poi che i servi non sono più quelli di prima, designati come «schiavi» (doùloi); quelli chiamati in seguito dal re sono semplicemente «camerieri» (diàkonoi). Allora perché Matteo ha unito le due parabole?

     La sala di nozze indicava ormai la Chiesa affollata di giudei e di pagani, «buoni e cattivi». Nessuna selezione previa come nel campo infestato dalla zizzania o nella rete a strascico che raccoglie ogni sorta di pesci (Mt 13,24-30.36-43. 47-50). L’evangelista voleva avvertire questa folla eterogenea, specie i suoi lettori giudeo-cristiani, che non bastava aver accettato l’invito ad entrare nella comunità cristiana, bisognava essere degni di starci. La chiesa non è una giostra di persone allegre e spensierate che si divertono, mangiano e bevono. Nessun credente ha la polizza di assicurazione gratuita sulla vita eterna, deve meritarsela con una degna condotta di vita. Alla fine tutti devono passare alla cassa a ritirare lo scontrino finale, tutti sono soggetti al giudizio di Dio che non fa preferenze di persone, e non da la licenza a nessuno di comportarsi male. E’ un invito anche a tutti noi a controllare se siamo cristiani degni del nome che portiamo. La seconda parabola non toglie nulla però alla gioia inculcata dal festino di nozze della prima, vuole solo richiamare la responsabilità di una festa che non consente sbracamenti e sguaiatezze. La gioia vera è serena e composta, il resto è goliardia in vacanza.

     La parabola richiama chiaramente la storia della salvezza metta in atto di Dio, iniziate con Israele e finita con i popoli pagani. Era anche il messaggio contenuto nella parabola dei vignaioli omicidi ascoltata domenica scorsa, che lo stesso schema di rifiuto e di tragicità. L’invio dei servi-messaggeri indica la missione dei profeti inviati in tempi diversi e tutti finiti male. Il grande rifiuto secolare è punito da Dio con la distruzione della città di Gerusalemme. Al posto dei primi invitati Dio ha chiamato i popoli pagani che al tempo di Matteo già affollavano la chiesa. Sono questi in prevalenza a fare festa con Dio, come aveva insegnato Gesù in risposta alla fede del centurione romano di Cafarnao, strettamente parallela ai nostri due racconti (8,11s). Quel banchetto festoso è l’anticipo delle nostre assemblee domenicali, che già i cristiani di Matteo celebravano nella santa cena. Il nostro evangelista ha accentuato di più questo significato ecclesiale, perché l’ha descritto come un festino organizzato da un re per suo figlio. In Luca a celebrare il festino è appena un ricco signore, che invita gli amici a fare festa con lui per il matrimonio di suo figlio; tutto avviene nell’ambito di famiglie altolocate, dove il rifiuto diventa un affronto personale da vendicare in una specie di faida. Matteo ha dato al racconto una chiara tinta regale e quindi un respiro più ampio di chiesa. Quel re che invita, è Dio che apre la sua casa a tutti e vuole che tutti siano felici con lui. Il vangelo è «lieto annuncio» di questa festa familiare con Dio presente e futura.

         Sullo sfondo c’è sicuramente anche il banchetto escatologico immagine classica del paradiso. Siamo collocati tra il passato della venuta di Cristo nel suo matrimonio con l’umanità, costituito dall’incarnazione, e la conclusione finale della storia quando Dio accoglierà i suoi eletti nella dimora definitiva, cioè nella sua famiglia celeste. Il libro dell’Apocalisse di S. Giovanni contiene un grido che fa sicuro riferimento alla nostra parabola: «Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!» (19,9). Esso richiama la fine dei tempi (personali o collettivi) quando Dio trasformerà il mondo in una grande sale di nozze, in una festa senza fine per la felicità di tutti. Allora «Egli sarà il Dio-con-loro, e tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né lutto,né lamento, né affanno» (Ap 21,4). Fa riflettere l’apparente insuccesso iniziale descritto dal nostro racconto: i primi invitati rifiutano un messaggio tanto vantaggioso per loro, non se ne curano, presi come sono dai loro interessi personali: «Andarono chi a proprio campo, chi ai propri affari». Non hanno tempo per Dio, spesso sono ostili a lui, ed Egli deve concludere: «Gli invitati non erano degni». Il re rimedia a questo fallimento iniziale, chiamando i poveri e gli emarginati ai crocicchi delle strade, buoni e cattivi, e la sala di nozze si riempì di commensali. Nella parabola dei due figli, letta due domenica fa, Gesù ammoniva i suoi ascoltatori: «i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (21,31). Qui conclude in maniera analoga: «molti sono chiamati, ma pochi eletti», cioè pochi sono quelli che apprezzano e accolgono l’invito di Dio alla vera felicità. Molti gettano al vento ciò che più conta. E’ il gioco più pericoloso che si possa fare.      

      
29a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO                                  

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere di cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque di’ a noi il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?».

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro:«Questa immagine e l'iscrizione di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». (Mt 22,15-21)

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La sincera lealtà del cristiano verso lo stato

     Il vangelo di oggi pone un problema di grande attualità, che possiamo tradurre in soldoni così: «Si devono pagare le tasse?». In tempi di forte evasione fiscale e di elusione, la domanda è scottante. Anche perché la nostra catechesi finora è stata spesso carente su questo tema e non ha formato coscienze troppo sensibili a questo dovere civico. Non è infrequente trovare cristiani che, senza farsene un problema di coscienza, praticano il lavoro nero, fatturazioni fittizie o mancanti, scontrini dimenticati ad arte, iva facilmente evasa. I peccati di questo genere sono pressoché sconosciuti e tanto meno confessati. Dobbiamo essere riconoscenti a quei farisei che, sia pura in forma malevola, pongono a Gesù il quesito di cui sopra. Il racconto ci conduce sotto i portici del Tempio di Gerusalemme, dove ormai Gesù ha fissato la sua cattedra di insegnamento, nei giorni che precedono la sua ultima pasqua. Scribi e farisei fanno a gara per contraddirlo e tendergli tranelli dottrinali, in polemica aperta contro quel rabbi galileo che riscuoteva tanto successo di pubblico. Questa volta si uniscono a loro anche gli erodiani, appartenenti al partito politico di Erode Antipa, che regnava sulla Galilea, naturalmente amici dei romani.                                                

   Dopo un falso elogio, una specie di «captatio benevolentiae», all’onestà, alla chiarezza, all’amore per la verità mostrati sempre da Gesù, gli pongono a bruciapelo la domanda tranello: «E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Sia pure a denti stretti, questi suoi avversari riconoscono che Gesù annuncia la verità di Dio con imparzialità, senza pregiudizi e senza riduzioni, non guardando in faccia a nessuno. Gesù, che conosce i pensieri dell’uomo, li tratta da «ipocriti», falsi adulatori. La tassa che bisognava pagare, era un «tributum capitis», cioè un testatico che riguardava le singole persone. I romani l’aveva introdotta nell’anno 6 d.C. quando deposero il crudelissimo Archelao, re della Giudea e della Samaria, figlio di Erode il grande, e inviarono al suo posto un procuratore romane di nomina imperiale. Per sostenere l’aggravio di spese del nuovo inquilino, l’imperatore Augusto istituì una tassa annua pro capite di due denari d’argento che gravava su tutti gli ebrei di Palestina, uomini e donne, schiavi e liberi, dai 12 ai 65 anni. Era una tassa analoga a quelle che gli ebrei pagavano per il Tempio, e che abbiamo visto versata esemplarmente da Pietro anche a nome di Gesù, dopo averla trovata in bocca al pesce pescato nel lago (17,24-27). Era riscossa da funzionari imperiali inflessibili, anche se gli zeloti si rifiutarono sempre di pagare, perché riconoscevano solo la sovranità diretta di Dio su Israele, non quella romana. Questo portò spesso a disordini, ribellioni e violenze.

     La domanda era studiata in modo tale che Gesù doveva rispondere sì o no, senza possibilità di evasione. Su quella risposta si sarebbe giocata comunque la sua reputazione. Se rispondeva: «sì», andava contro l’opinione popolare sempre restia a pagare un tributo gravoso, rifiutato anche per motivi religiosi alla maniera degli zeloti. I farisei, sempre in cerca di pretesti, avrebbero potuto montargli contro l’opinione pubblica, accusandolo come collaborazionista dei romani; così lo avrebbero finalmente squalificato. Se rispondeva: «no», sarebbe stato accusato di ribellione e di sovversione presso l’autorità romana. Gli erodiani erano lì per questo insieme ai farisei. Gesù vola alto per evitare la trappola e chiede: «Mostratemi la moneta del tributo». Egli non possiede denaro, perché ha scelto di vivere povero (Mt 8,20); chiede a chi ne possiede di mostrargli la moneta d’argento del tributo. Ma questo nel luogo in cui siamo era una specie di sacrilegio, perché era proibito introdurre nel tempio monete con l’immagine incisa dell’imperatore-dio. Tale offesa alla dignità del luogo la compie proprio chi è venuto per accusarlo di empietà. Comunque, senza alcuno scrupolo, gli mostrano il denaro che portava l’effigie di Tiberio Cesare (14-36) con la scritta in latino che traduco letteralmente: «Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto Pontefice Massimo». Gesù mostra a tutti la figura e la scritta e, a sua volta, domanda con arguzia: «Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?». Ingenuamente rispondono: «di Cesare!». La contromossa di Gesù ora è facile: scacco matto! La partita è vinta magistralmente.

       Il centro dell’insegnamento ora sta tutto nella risposta di Gesù: «Date a Cesare ciò che è di Cesare e date a Dio ciò che è di Dio», una risposta ricca nella sua semplicità, che mette in contrapposizione l’imperatore e Dio. Nel conflitto di competenze è sempre Dio che deve prevalere, a lui si deve l’obbedienza assoluta. Lo afferma chiaramente Pietro nei giorni che seguono la Pentecoste, rispondendo al Sinedrio che gli proibiva di annunciare Gesù risorto: «Se sia giusto davanti a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto» (At 4,19s; 5,29). Questo principio ha fatto nascere i martiri nella storia della chiesa. Molti credenti hanno offerto la vita pur di essere fedeli a Dio in violazione alla leggi ingiuste dello stato. Questo non vuol dire che il cristiano sia un ribelle nato. Paolo, scrivendo ai cristiani di Roma sudditi di Nerone Cesare (54-68) insegnava loro: «Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite, perché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. Quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna»(Rm 13,1s). S. Pietro ribadisce lo stesso atteggiamento di lealtà nei confronti del governo: «State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come suoi inviati. Operando il bene voi chiudete la bocca all’ignoranza degli stolti»(1Pt 2,13-16).

     Sono testi densi di dottrina, niente affatto reazionari, che derivano dalla sentenza pronunciata sinteticamente da Gesù. Essa pone una netta distinzione tra Dio e il mondo, tra autorità religiosa e autorità politica, tra chiesa e stato, ognuno sovrano nel suo ordine. Nessuno può invadere l’ambito di Dio unica fonte della morale. Nessun Cesare può ritenersi un dio, padrone delle coscienze dei suoi sudditi. Nessuna ideologia può condizionare il comportamento umano. In tal caso, il credente non ha alternative: Deve obbedire Dio piuttosto che agli uomini. Al di fuori delle contrapposizioni ideologiche o reali ogni cittadino credente deve comportarsi con lealtà e giustizia nei confronti dello stato e delle sue leggi, anche quelle fiscali. Questa è volontà di Dio per tutti, il resto è peccato, anche se l’opinione pubblica oggi non lo ritiene tale.                    

    
30a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento.

Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». (Mt 22,34-40)

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Amare è l’impegno più importante del credente

     Siamo nel cuore del cristianesimo, nel suo nocciolo duro ineliminabile, nel suo nucleo essenziale. Gesù dice oggi che, se non ci sono queste due cose, non c’è comportamento cristiano che tenga. Saremmo fuori del vangelo. L’amore, così definito, è la struttura portante di tutta la morale cristiana. C’è da domandarsi, se noi siamo consapevoli di questa straordinaria importanza e se la viviamo concretamente. Altrimenti saremmo cristiani solo di nome. Dobbiamo ringraziare quell’anonimo fariseo che ha voluto mettere alla prova Gesù e lo ha indotto a dire in poche parole che cosa Dio vuole veramente da noi. Costatiamo che anche gli avversari hanno contribuito a chiarire il pensiero di Gesù, per lo meno a renderlo più esplicito. Nelle scuole rabbiniche del tempo era un problema dibattuto e le risposte erano molto disparate. C’era chi arrivava a distinguere i comandi leggeri da quelli gravi, ma tutti ritenevano che il pio ebreo dovesse osservare con impegno tutti i 613 precetti tramandati dalla tradizione scritta e orale; era una selva di norme che solo pochi conoscevano bene. La pignoleria scolastica dei rabbini contava 248 precetti positivi, quante erano le ossa umane a sostegno del corpo, e 365 proibizioni in negativo quanti erano i giorni dell’anno. La gente comune era all’oscuro di tutto ciò, incapace di osservare ciò che non conosceva. Essa meritava quindi il disprezzo dei maestri con l’appellativo di «popolo della terra», equivalente al nostro «terrone».

       Tutti gli ebrei conoscevano la preghiera che erano obbligati a recitare tre volte al giorno e che prendeva il nome dalla prima parola: «shemah» (ascolta). Era composta da tre passi biblici cuciti assieme, presi dal libro di Deuteronomio (6,4-9; 11,13-21) e dal libro dei Numeri (15,37-41). Nella parte iniziale diceva così: «Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze» (Dt 6,4-9). Gesù, da buon ebreo, la ricordava benissimo a memoria, tanto che la richiama esplicitamente nella sua risposta. Forse il fariseo si aspettava che Gesù dicesse che il primo comandamento era quello di recitare ogni giorno lo «shemah» o di osservare il riposo del sabato frequentando la sinagoga. In tal caso non saremmo molto lontani dalla pietà popolare cristiana di qualche anno fa, quando pregare e santificare la festa erano le cose più inculcate. Gesù risponde invece che il precetto più importante non è pregare, ma amare, perché la preghiera senza l’amore è vuota. Aveva messo questa esigenza al centro del Discorso della Montagna quando aveva detto: «Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» (5,48). Non intendeva dire che il cristiano deve imitare le perfezioni infinite di Dio, come l’onnipotenza, l’onniscienza, l’onnipresenza. Oltre che impossibile sarebbe assurdo e mostruoso. Voleva dire di imitare la perfezione di Dio nell’amare per essere «figli del Padre che è nei cieli» il quale non ha nemici, e fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (5,45ss).

       La risposta sorprendente e assolutamente originale di Gesù sta però nel mettere insieme, sullo stesso piano l’amore di Dio e del prossimo, dopo aver ridefinito il concetto di «prossimo». Al primo posto c’è l’amore per Dio che deve essere al centro della vita di ogni credente. Gesù formula questa esigenza con le parole stesse della preghiera ebraica citata sopra. Tira in campo perciò le tre energie spirituali dell’uomo: il cuore, l’anima, la mente; cioè i sentimenti, la volontà, l’intelligenza. Questo triplice riferimenti alle facoltà umane gli serve per far capire che l’uomo deve amare Dio con tutte se stesso, con tutte le sue risorse e le sue capacità, mettendo Lui al primo posto nella vita. Nulla può essere preferito a Dio, né padre, né madre, né moglie, né figli, né tanto meno il lavoro e il guadagno, la carriera e il divertimento (10,37).

   Questo non vuol dire disumanizzarsi, uscire dal mondo e vivere in un altro pianeta. Gesù non era un idealista disincarnato, sapeva che l’uomo ha estremo bisogno di quei sentimenti umani che lo legano alla famiglia e alla società. Perciò sottolinea subito che, accanto a questo dovere primario di amare Dio, ce n’è un altro di pari valore, ugualmente importante: «Il secondo (comandamento) è uguale (òmoios) a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso». Questa stretta connessione ha per Gesù un valore fondamentale: da essa dipende l’intera rivelazione di Dio (Legge e Profeti), tutto il suo vangelo. Qui c’è tutto, perché qui si radica tutta la morale cristiana; senza queste due esigenze di fondo non c’è morale, c’è solo il freddo legalismo di un codice senz’anima. Gli altri precetti non sono annullati, sono considerati conseguenze di questi due. L’amore di Dio e del prossimo sono come i due cardini sui quali gira tutta la morale cristiana, senza di essi tutto cade e nulla si regge più in piedi. Se non ami, tutto è vuoto; se non agisci per amore agisci per paura o per abitudine, le tue azioni allora sono senza senso e valore, senza vera dignità umana.

       I due precetti sono talmente inseparabili, che Gesù può parlare dell’amore del prossimo come del suo comandamento specifico, anche se era inculcato già dal libro del Levitico (19,18). Il concetto di prossimo era limitato per lo più al parente, al connazionale, al membro della stessa religione ebraica. Con la parabola del Samaritano compassionevole, Gesù, rispondendo proprio alla domanda di un dottore della legge che gli chiedeva: «Chi è il mio prossimo?», aveva rotto gli argini di questa concezione limitata e aveva esteso il concetto di prossimo ad ogni uomo, rappresentato dal samaritano ritenuto un nemico degli ebrei (Lc 10, 29-37). Già nel Discorso della Montagna aveva corretto drasticamente l’idea che gli ebrei avevano del prossimo: «Fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste» (5,43). Nell’ultima cena poi aveva lasciato come suo testamento queste parole solenni: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come vi ho amato io, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34s). Ormai tutto è chiaro: l’amore di Dio passa attraverso l’amore degli uomini, altrimenti è falso e illusorio. A scanso di equivoci, Giovanni, l’apostolo dell’amore, scrive: «Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo. Se uno dicesse: ”io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, sarebbe un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio,ami anche il suo fratello» (1 Gv 4,19-21). L’amore di Dio apre la strada all’amore del prossimo; l’amore del prossimo è la verifica del vero amore di Dio. L’uno non esiste senza l’altro.                      


31a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli nemmeno con un dito.

Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, di saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati "rabbì" dalla gente.

Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.

Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato. (Mt 23,1-12)

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La vita come servizio umile e disinteressato

   Con questo brano del vangelo, Matteo inizia un lungo discorso nel quale Gesù critica in modo dettagliato il comportamento degli scribi e dei farisei, i capi religiosi ebrei del suo tempo. E’ l’ultimo discorso che egli tiene nel Tempio di Gerusalemme prima di affrontare la sua passione e morte voluta proprio dai capi religiosi del suo popolo. Il tono è polemico e tagliente, ma privo di risentimento, di rancore e, tanto meno, di odio. E’ diretto ai discepoli e alla folla e ha lo scopo principale di ammonire i suoi seguaci a non cadere nei difetti che egli critica nei capi giudei. L’evangelista lo riporta, con i dovuti aggiornamenti, per istruire la sua comunità fatta di giudei convertiti e da pagani. Non si tratta di una critica fine a se stessa, ma di una denuncia diretta a segnalare la diversità tra il comportamento cristiano e quello giudaico. Appare chiaro che ancora i cristiani convertiti vivono fianco a fianco degli ebrei e partecipano alla stessa liturgia sinagogale. Non sono stati scacciati come eretici e apostati; su di loro non pende ancora la maledizione aggiunta più tardi alla preghiera delle «Diciotto benedizioni» che recita così:«Per i calunniatori e gli eretici (minim) non ci sia speranza, e tutti in un istante periscano». I «minim» contro cui è lanciata l’anatema sono i cristiani, chiamati altrove anche «nozrih» (nazzareni).

   Forse perché non c’è stata ancora rottura la critica dell’evangelista non è malevola, ma ha fine didattico di insegnamento. Egli traccia magistralmente due quadretti: nel primo descrive il comportamento di scribi e farisei; nel secondo, in maniera parallela e antiteca, il comportamento dei cristiani. Essi sono separati dall’ammonizione che segna la differenza tra i due campi: «Ma voi non fate così». Merita analizzare in dettaglio le due parti.

     La critica al giudaismo inizia con un riconoscimento positivo della funzione magisteriale di scribi e farisei nel trasmettere con autorevolezza e competenza la parola di Dio: «Sula cattedra di Mosè si sono seduti scribi e farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono». La cattedra di Mosè era un seggio di pietra o di legno presente in ogni sinagoga. L’archeologia ce ne ha fornito diverse forme spesso scolpite con arte. Era posta nella parete di fondo dell’edificio alla maniera della cattedra vescovile nelle chiese romaniche. Da quel seggio i rabbini impartivano le loro lezioni a commento della pagina biblica appena proclamata. La critica di Gesù e dell’evangelista riguarda tre difetti: l’incoerenza, il legalismo spietato, l’esibizionismo. L’incoerenza è descritta in poche parole: «Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno». I rabbini del tempo spiegavano le Scritture, ed emettevano sentenze in base alla legge giudaica, in maniera ritenuta legittima anche da Gesù e dai primi cristiani. Ma non erano testimoni credibili di quello che insegnavano. Tra il dire e il fare c’era una distanza incolmabile. Gesù dice di seguire i loro insegnamenti, ma non la loro condotta.

     Il secondo difetto, legato al precedente. era il legalismo oppressivo, che spesso era un vero abuso di potere. La legge da applicare era fatta di numerose e minute prescrizioni (613 per la precisione), che i rabbini consideravano come le siepe messa a difesa dei comandamenti di Dio. Spesso quelle norme risultavano insopportabili e difficili da praticare. Gesù dice che quel carico era eccessivo tanto che gli stessi giudici non osavano nemmeno toccarlo col dito. Il terzo difetto rilevato è l’esibizionismo religioso descritto con maggior ricchezza di dettagli in tre atteggiamenti tipici: l’ampliamento dei filatteri e delle frange, i primi posti a tavola e in sinagoga, il saluto plateale in pubblico. I filatteri sono strisce di cuoio alle quali è appesa una teca contenente un cartiglio di pergamena con si scritti alcuni brani della Scrittura (Es 13,1-16; Dt 6,4-9; 11,13-21). La teca (mezuzzah) si legava con i legacci di cuoio intorno al braccio sinistro e sulla fronte al momento della preghiera, quando si indossava anche il mantello particolare (tallit) a strisce bianche e nere, ai cui bordi erano applicate frange di lana bianca o azzurra (zizit) a ricordare i comandamenti di Dio. Questo insieme di segni era fortemente esagerato per farsi notare. Sempre su questa linea di comportamento, Gesù denuncia la corsa ai primi posti a tavola nei banchetti (Lc 14,7-11) e i posti di onore in sinagoga, come diritto di precedenza, accanto alla cattedra di Mosè. Nota anche la ricerca dell’ossequio pubblico con saluto e gesto di deferenza nelle piazze affollate, e l’esibizione del titolo onorifico di «rabbì» preteso con forza.

   A quest’ultima pretesa si innestano le regole di vita comunitaria cristiana dettate in maniere esemplificativa da Gesù. Il comportamento farisaico è un rischio sempre presente in ogni comunità religiosa, anche in quella cristiana e Gesù mette tutti sull’avviso introducendo il suo insegnamento con una serie di contrapposizioni: «Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”; Non chiamate “padre” nessuno; non fatevi chiamare “guide” ». Egli proibisce l’uso di titoli onorifici in un contesto di esibizionismo religioso e di vanitosa affermazione di sé e della propria autorità come accadeva per scribi e farisei. Alla base del rapporto tra cristiani egli pone l’uguaglianza fondamentale di tutti come figli di Dio con pari dignità. La comunità cristiana è una famiglia di fratelli, tutti ugualmente figli di Dio da rispettare e da servire. Non c’è posto per il dominio autoritario di chi vuol prevalere sugli altri o di chi va in cerca di privilegi e di esibizioni vanitose. Solo il Padre che nei cieli e Gesù possono pretendere un culto e una venerazione, perché sono al disopra di tutti. Tra i fratelli cristiani l’unico titolo di gloria è il servizio, non il dominio.

   Detto questo, Gesù non intende qui proibire i titoli che indicano i servizi e le funzioni specifiche affidati a chi ha responsabilità nelle Chiesa. Egli non ha predicato nessun populismo e nessun egualitarismo minimista, che annulla ogni distinzione di ruoli, altrimenti non avrebbe scelto i Dodici, ponendoli a capo della sua Chiesa. Questa fu concepita, fin dall’età apostolica, come un corpo con varie membra, che svolgono funzioni e servizi diversi a seconda dei carismi e dei ministeri che lo Spirito distribuisce a chi vuole. I titoli che più tardi sono entrati nella prassi della Chiesa, non sono segni di gloria o di vanità personali. Guai a pretenderli ed esibirli come affermazioni di superiorità sugli altri; devono esser segni di servizio umile e disinteressato, secondo quanto ha detto Gesù stesso: «Chi vuol diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo voi sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,26-28). Chi non la pensa così sarà ridimensionato da Dio.            
                                                                               

32a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire:” Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora». (Mt 25,1-13)


Gli stolti e i saggi

       Dopo aver ascoltato la parabola raccontataci da Gesù viene spontaneo domandarsi chi sono oggi gli stolti e chi sono i saggi ai quali il racconto figurato fa riferimento. E’ da persona sagge programmare il proprio futuro con consapevolezza e responsabilità, essere previdenti, mettendo in conto anche gli imprevedibili. La vita non è un’avventura spensierata da affrontare con superficialità , è una possibilità unica da non sprecare,affidata alla saggezza di ogni uomo. E’ l’attesa dell’incontro finale con Dio, in un cammino che ha avuto il suo inizio imprevisto e avrà il suo termine imprevedibile, ma certo. Gesù ammonisce: «Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora». Incombe sulla vita di ciascuno il rischio del «troppo tardi» nel facile gioco di rimandare sempre al domani la propria conversione per superficialità e incoscienza. All’improvviso potremmo sentirci dire da Gesù: «Non vi conosco!», non sono riuscito mai a stabilire con te un vero e profondo legame di amicizia, perché tu non avevi mai tempo per me. L’incontro inevitabile con Cristo oltre la parete sottile di questo mondo provvisorio e insicuro, o sarà una festa o sarò un tragico fallimento. Gesù vorrebbe accoglierci con gioia la suo festino di nozze, come indica il suo racconto figurato.    

     La parabola è raccontata solo da Matteo ed è inserita nei discorsi di Gesù che trattano della sua venuta alla fine dei tempi. Ha per tema l’attesa del Signore che viene a premiare chi è stato fedele e saggio nella vita e a far festa con lui. Per questo il racconto tira in campo un festino di nozze. Gesù descrive qui solo il momento conclusivo della cerimonia, quella del corteo nuziale dalla casa della sposa a quella dello sposo. Si ode l’eco lontana di un altro corteo nuziale, quello che si svolse in occasione delle nozze di Salomone, descritto dal Salmo 45. Certo la solennità e lo sfarzo sono diversi, ma anche qui c’è una sposa, sia pur modesta, accompagnata da «vergini compagne» che con lei entrano nella casa dello sposo per festeggiare la conclusione del rito tra banchetti, canti e danze. Gli ascoltatori di Gesù avevano davanti agli occhi in maniera indelebile la cerimonia festosa alla quale avevano assistito tante volte: quella dei loro figli, dei parenti e dei compaesani. Tutto ha luogo di sera, quando la gente è libera dal lavoro e può partecipare senza condizionamenti di orari. Il corteo sta per avere inizio al lume delle torce. Vi partecipano le ragazze amiche della sposa da una parte e i giovani amici dello sposo dall’altra.

   Può apparire strana la divisione delle giovani in due gruppi simmetrici con la designazione di «cinque stolte» e «cinque prudenti». Nel corso della narrazione ci viene detto che le prime sono stolte perché imprevidenti, le altre sono sagge perché hanno saputo prevedere il ritardo dello sposo è hanno portato con se una riserva d’olio per alimentare le loro fiaccole. La trascuratezza costerà loro cara, perché comporterà l’esclusione dalla nozze. Nell’organizzazione del corteo nuziale si verificherà un imprevisto: lo sposo tarda più del solito. Ciò può essere dovuto alla definizione del contratto matrimoniale da stipulare con i parenti della sposa, che tiravano per le lunghe, a dimostrare che cedevano con difficoltà la loro figlia o sorella. Il ritardo sconvolge i piani delle ragazze che aspettano. Esse hanno acceso già le loro fiaccole, perché era molto difficoltoso farlo all’ultimo momento. Le fiaccole, chiamate qui lampades, erano costituite da bastoni alla cui sommità venivano legati degli stracci imbevuti di olio. Erano diverse dalle «lucerne di terracotta» (lychnoi) e servivano per illuminare la casa (Mt 5, 15), o dalle «lanterne» (phanoi)usate per muoversi la notte come in Gv 18,3 in occasione dell’arresto di Gesù. Le fiaccole erano utilizzate dai giovani e dalle ragazze in corteo festoso, ma poi servivano per intrecciare balli e canti nel cortile della casa dello sposo una volta giunti a destinazione.

     Durante il vistoso ritardo dello sposo, le ragazze, che attendono con le lampade già accese, prima si assopiscono e poi addirittura si addormentano. L’ora ormai tarda, il fumo acre che emanano le torce, la conversazione che a poco a poco langue hanno prodotto il loro effetto soporifero. Verso mezzanotte, qualcuno che è di guardia alla porta, grida: «Ecco lo sposo, andategli incontro!» (v 6). Le giovani si svegliano e cercano di ravvivare la fiamma delle fiaccole che langue e fuma con olio nuovo. Le cinque stolte si accorgono in ritardo di non aver pensato a portare olio di ricambio, non sono state previdenti e chiedono alle amiche sagge di dare loro un po’ del loro olio, ma si scontrano con un netto e duro rifiuto: «No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene» (v 9). All’interno del racconto figurato, il rifiuto ha chiaro significato simbolico. L’olio indica la fede e il rifiuto non è un atto di egoismo, ma una vera impossibilità, perché nessuno può donare la propria fede a chi non l’ha. D’altra parte è ormai tardi per procurarselo e le cinque amiche rischiano di arrivare troppo tardi al banchetto, quando la porta è ormai sbarrata.

     Siamo alla conclusione della cerimonia di nozze, quando la sposa è accolta finalmente nella casa che sarò sua per sempre. Nel cortile è imbandito il banchetto allietato dai canti e dalle danze intrecciate dei ragazzi e delle ragazze che fanno rumorosamente festa. Lo sposo ha fatto sprangare la porta per impedire ai curiosi e ai bambini di invadere il poco spazio disponibile e quando arrivano le ragazze imprevidenti è ormai troppo tardi per entrare. La porta non sia apre per nessuno. Stranamente la sposa nel racconto non viene mai nominata: nel simbolismo cristiano dei tempi apostolici rappresentava la chiesa, che va incontro al suo sposo Gesù (Ap 19,7s; 21,2). Il duro rifiuto dello sposo è sconcertante, tanto più che lo sposo è lo stesso Gesù mite e accogliente che le pagine del vangelo ci mostrano. L’appello delle ragazze è insistente, supplichevolmente angoscioso, ma la risposta è dura e inappellabile:«In verità vi dico: non vi conosco» . Le ragazze sono considerate estranee e sconosciute; non fanno parte a nessun titolo della comitiva. Il rifiuto appena udito richiama un analogo ammonimento che Gesù riportato nel Discorso della Montagna (Mt 7,21-23) e il detto di Gesù sulla porta chiusa riferito da Luca (13,25-29). Gesù avvertiva tutti che rischiano di arrivare fuori orario, se non si sono preparati per tempo all’incontro con il Signore. C’è infatti un momento in cui sarà troppo tardi per ricredersi e accorgersi di aver sbagliato tutto. Non si può continuare ad ignorare Dio che bussa alla porta. Si rischia di restare definitivamente esclusi dalla sua casa. Il momento del troppo tardi sarà quello in cui busseremo alla porta di Dio dopo la morte, il momento in cui saremo chiamati al rendiconto.

                                                               


33a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne portò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone - sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele - gli disse il padrone - sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco ciò che è tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. (Mt 25,14-30)

L’uso dei talenti che Dio ci ha dato

     Tutti siamo convinti che, venendo al mondo, abbiamo ricevuto dei «talenti» da trafficare e da spendere. La parola «talento» è divenuta sinonimo di qualità intellettuali e pratiche che fanno di ciascuno una persona geniale e singolare. L’uso di questo vocabolo, derivato dal vangelo, dice quanto abbia inciso la cultura cristiana sul nostro linguaggio. La parabola che oggi Gesù ci racconta parla del rendiconto finale, quando egli chiederà a ciascuno come abbiamo utilizzato i talenti ricevuti. L’evangelista Matteo ha inserito il suo racconto nell’annuncio della seconda venuta di Gesù alla fine dei empi. Siamo alla penultima domenica dell’anno liturgico e la chiesa ci ricorda l’incontro finale con Gesù che verrà nella sua gloria a giudicare il mondo alla fine dei tempi. Egli aveva annunciato quest’evento finale come il tempo della mietitura, quando il buon grano sarà separato dalla zizzania (Mt 13,36-43), o come la conclusione del lavoro del pescatore che, sulla spiaggia, fa la cernita del suo pescato (13,47-50). E’ un ricordo salutare che deve nutrire la nostra speranza e stimolare il nostro impegno di fede. Esso non consente illusioni: Dio non concede sconti ai fannulloni. Ognuno raccoglierà i frutti del proprio impegno umano e cristiano. Il salario di base sarà uguale per tutti, come nella parabola degli operai della vigna (Mt 20,8-18). Sarà il premio della vita eterna, che consente a tutti di «prendere parte alla gioia del Signore». Questo anche se il lavoro e l’impegno sono stati diversi «secondo le capacità di ciascuno». Ad un impegno più grande sarà riconosciuto un supplemento di premio.

     Quello descritto da Gesù è un episodio basato sulla fiducia incondizionata che il padrone accorda ai suoi servi. In procinto di partire per un lungo viaggio che lo vedrà assente per molto tempo, egli affida loro la gestione di tutti i suoi beni. Il racconto diviene subito allegoria trasparente, perché il Signore che parte è chiaramente lo stesso Gesù che ascende in cielo e che un giorno tornerà. Egli affida la sua chiesa nelle mani dei servi, apostoli e fedeli, impegnati a consolidare e ampliare la sua opera. Sa di rischiare molto, ma ha fiducia in tutti noi credenti. Le somme affidate sono volutamente favolose, tanto che quei servi possono essere paragonati ai governatori di province che amministrano una grande ricchezza. Ma i beni spirituali che Dio ci ha donati sono inestimabili. Un talento poteva essere d’oro o d’argento e pesava circa 43 kg. Al cambio valeva seimila denari, lo stipendio di un operaio per 20 anni di lavoro. Anche un solo talento era dunque una somma enorme che solo i ricchi potevano permettersi. Dieci o cinque talenti erano una somma da capogiro. Siccome poi i talenti sono state attribuiti ai singoli secondo le loro capacità, ciascuno si deve impegnare al meglio delle sue possibilità. Matteo ricorda ai cristiani di ieri e di oggi che Dio concede doni diversi all’interno della sua chiesa, ma tutti si devono sentire responsabili nel mettere a frutto ciò che hanno ricevuto.

    Il cuore della parabola non è però nella distribuzione diversa dei talenti, ma nel ritorno del padrone che chiama a rendiconto i suoi servi. Possiamo notare chiaramente che l’incontro del padrone appena tornato è descritto con una forte nota di serenità e di ottimismo. La fiducia del padrone è stata ben riposta, infatti i due terzi dei servi si sono impegnati in modo lodevole. Il padrone elogia e premia coloro che sono stati diligenti, perché capaci di far fruttare al meglio il loro capitale. Infatti, lo hanno raddoppiato. Era il meglio che potessero fare in misura di quanto hanno ricevuto. Anche se hanno prodotto risultati diversi, si sentono rivolgere l’identico elogio: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Qui Gesù assicura a coloro che si sono impegnati per lui la partecipazione alla sua signoria divina, alla festa del regno dei cieli. Questo è presentato come il luogo delle felicità piena, perché comunione gioiosa con Dio meta finale della vita.

     Fa parte del centro della parabola anche l’incontro del padrone con il servo che ha seppellito il suo talento in una buca del terreno per metterlo al sicuro dai ladri. Ora che il padrone è tornato lo tira fuori e lo restituisce integro come lo ha ricevuto. Accompagna però il suo gesto con un discorso dal tono offensivo. Egli confessa che ha considerato i suo padrone come uno sfruttatore duro e senza scrupoli, che specula sull’impegno dei servi. Ha avuto perciò paura di lui e ha messo al sicuro il suo talento. Ha scelto l’attacco frontale come paravento per coprire la sua pigrizia, pensando che la migliore difesa sia proprio l‘offesa. Non ha capito che il dono del talento ricevuto era un atto di amore e di fiducia, non un tentativo di sfruttamento alle sue spalle. Dio non ha bisogno di nulla! E’ importante poi notare che il padrone assume come criterio di giudizio proprio la convinzione che ha guidato il comportamento del servo. Ciò vuol dire che Dio ci giudicherà anche in base all’idea sbagliata che ci siamo fatta di lui. Saremo noi stessi a fornirgli la misura del giudizio nei nostri confronti. A questo punto il giudizio del padrone è severo e tagliente: «Toglietegli il talento e datelo a chi ha dieci talenti. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; la sarà pianto e stridore di denti». Il talento tolto al servo pigro è dato a chi si è impegnato di più e ha corso il rischio maggiore. Dove il dono ha prodotto frutto, sovrabbonda la generosità di Dio, dove si è dimostrato sterile, tutto è perduto. E’ il fallimento totale della vita. Il giudizio ognuno se lo porta

dentro e risulta dalla sua condotta di vita. Il risultato di una vita sbagliata è l’esclusione dal banchetto celeste, come nella parabola della grande cena (Mt 22,13). La singolare conclusione dice che servo indegno viene messo in prigione e non gli resta che il pianto e la rabbia per il suo fallimento. Anche l’immobilismo spirituale non paga.

 
34a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui saranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi.

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?” E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.”

Poi dirà a quelli che saranno alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo servito?” Allora egli risponderà: “In verità vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno di questi più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, e i giusti invece alla vita eterna».(Mt 25,31-46)

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Saremo tutti giudicati sull’amore dal re divino

       La vita cristiana è tensione, speranza, attesa, perciò ripetiamo ogni giorno nella preghiera del Padre nostro: Venga il tuo regno! (Mt 6,10). Il tempo dell’attesa resta imprecisato, nessuno sa quando e dove avverrà l’incontro definitivo con Dio; incombe sempre su di noi il sentimento dell’imminenza, come se la morte sia dietro l’angolo. Siamo alla fine dell’anno liturgico e nella messa di questa domenica risuona alto l’annuncio del regno dei cieli, quello definitivo, che verrà con il ritorno di Cristo-Re nella sua gloria di risorto. Esso ha lo scopo di nutrire la nostra speranza e di inculcare l’urgenza dell’attesa per non farci sorprendere impreparati. Meravigliosa attenzione materna della Chiesa che non cessa di metterci in guardia con insistenza, senza illusioni! Quello di Gesù è l’annuncio di un incontro dei figli con il padre, dei fratelli con il fratello maggiore che è andato a preparare loro un posto. Questo consente di superare l’ansia e lo spavento paralizzante della morte. Il giudizio resta nello sfondo come ammonimento bonario per stimolarci a vivere con responsabilità e amore la vita che Dio ci dona. Sarà una sorpresa gioiosa per chi ha speso l’esistenza nell’amore di Dio e del prossimo. L’attesa non deve distogliere nessuno dal presente storico, non consente evasioni dalla realtà, non consente a nessuno di vivere in una specie di sala d’attesa, sfogliando qualche rivista di attualità.

   Il vangelo di oggi presenta in maniera scenica il giudizio finale di Gesù, quello che gli antichi committenti e pittori amavano affrescare sulla parete di fondo delle chiese, come ammonimento a chi usciva dall’edificio sacro dopo aver partecipato alla liturgia. Era come dire loro che avrebbero avuto tutti un altro incontro più impegnativo con Cristo, prolungamento di quello appena vissuto in chiesa. Nulla meglio della scena del giudizio finale illustra l’idea di Cristo re dell’universo che oggi celebriamo. Il racconto, presente solo nel vangelo di Matteo, è una specie di parabola; non intende cioè illustrare fotograficamente quello che accadrà. Molti esegeti parlano della «parabola delle pecore e delle capre». L’inizio riproduce ciò che avveniva alla sera negli ovili della Galilea: il pastore separava le pecore (pròbata) dalla capre (eriphòi) per mungerle e riporle in recinti diversi per la notte. Qui la separazione, tra le pecore bianche e le capre dal manto nero, ha un chiaro fine discriminatorio fra buoni e cattivi, al fine di assegnare loro un destino diverso. Quasi senza accorgerci quel pastore si trasforma nel re-giudice. Gesù, durante il suo processo celebrato davanti al sinedrio aveva annunciato: «D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo, seduto alla destra di Dio, venire sulle nubi del cielo» (Mt 26,64).

   Le due figure, quella del pastore e quella del re, si trovano spesso sovrapposte nella Bibbia e nella letteratura orientale, dove Dio o il re terreno hanno questa doppia fisionomia simbolica. L’immagine del raduno del gregge caratterizza poi il tempo della salvezza finale. Gesù aveva detto: «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10,16). Un altro elemento simbolico è rappresentato dal dialogo del giudice che presenta una semplificazione schematica dei capi d’imputazione, prima in positivo e poi in negativo. Essi sono esempi che non intendono esaurire gli impegni morali richiesti per un giudizio equo. Sono elencate le più urgenti opere di misericordia corporale conosciute nella tradizione giudaica e descrivono in modo plastico l’esigenza ineludibile dell’amore del prossimo.

   Siamo nel cuore stesso del vangelo. Come in ogni parabola, Gesù intende illustrare solo un aspetto parziale rappresentativo dell’agire e del volere di Dio. Nelle quattro parabole escatologiche che concludono i discorsi di Gesù nel vangelo di Matteo, quella del maggiordomo (24,45-51) e delle ragazze che attendono lo sposo (25,1-13), mettono in evidenza la vigilanza dell’attesa; quella dei talenti (15,14-30) pone in risalto la capacità di intraprendenza e di impegno; la nostra presenta l’esercizio concreto dell’amore fraterno, il comandamento nuovo di Gesù (Gv 13,34s).

   Al centro del racconto c’è il Figlio dell’uomo, Gesù risorto presentato con tutta la sua maestà e gloria. Coronato re per scherno dai soldati di Pilato, ora svela tutta la sua singolare regalità al cospetto del mondo che lo aveva rifiutato. Intorno a lui non c’è più la turba vociante dei nemici che lo reclamano crocifisso, ma la corte del cielo rappresentata dagli angeli. Davanti a lui ci sono ora tutte le genti da lui redente (Gv 12,32), raccolte per il giudizio definitivo. Lo spettacolo, in forma più dettagliata e suggestiva, è descritto, sempre con linguaggio figurato, dal Libro dell’Apocalisse (Ap 20,11-13). Gli uomini posti alla destra sono definiti «benedetti del Padre», l’equivalente di «beati», persone conosciute e amate per il loro impegno di fede e di amore. Alla sinistra, luogo di valore inferiore, ci sono invece i «maledetti». E’ un termine che si trova solo qui sulla labbra di Cristo e riecheggia la maledizione lanciata da Dio contro Caino, il fratricida (1 Gv 3,15). Essi richiamano la figura del ricco egoista della parabola del povero Lazzaro, e sono condannati, come quello, al «fuoco eterno».

     Si ha l’impressione che Gesù si trovi a disagio nel parlare di questi ultimi e nel descriverne il supplizio eterno, perciò la loro condanna è pronunciata in maniera affrettata e sintetica. Tuttavia la conclusione dei due momenti del processo è ripetuta con le stesse parole per rendere più chiaro il significato contrapposto: «Tutto quello che (non) avete fatto a uno solo di questi più piccoli, (non) l’avete fatto a me». Quelli che qui Gesù chiama «i suoi fratelli più piccoli» sono tutti quei poveri e sventurati del mondo, bisognosi di aiuto e di conforto, descritti due volte nel corso del giudizio. Nessun re del mondo chiamerebbe fratelli gli ultimi del suo regno; solo Gesù che ha provato povertà, disprezzo, dolore e persecuzione poteva usare questo linguaggio familiare e sentirsi solidale con gli ultimi della terra. La parabola insegna che ogni cristiano deve sentirsi membro di questa famiglia di poveri, fratello attivo di tutti i bisognosi, per essere chiamato poi «benedetto del Padre mio» nel giudizio finale del re dell’universo. Non ci sarà gioia più grande!



SOLENNITA’ DEL SIGNORE E DEI SANTI

SANTISSIMA TRINITA’



In quel tempo disse Gesù a Nicodemo: «Dio i ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio infatti non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. (Gv 3,16-18)

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Il vero volto amante del nostro Dio

 C’è sempre un residuo di paganesimo nella nostra fede in Dio e nel rifiuto di lui che caratterizza tanti nostri contemporanei. Molti si sono fatti una loro immagine di Dio, una specie di idolo che venerano o rifiutano a seconda dei casi. In base a questa immagine personale, Dio spesso è più temuto che amato. C’è chi lo immagina insensibile, capriccioso, inesorabilmente giusto fino ad essere vendicativo, estraneo al nostro mondo, egoista e chiuso gelosamente nel suo olimpo impenetrabile. E fa bene a rifiutarlo. E’ l‘immagine che i nostri antenati avevano dei loro dei e che noi abbiamo ereditato in forma ancestrale. Un’immagine che è stata appena scalfita dalla rivelazione biblica che ha tentato gradualmente, e spesso inutilmente, di correggerla. Molta nostra gente, che si dice credente, continua a mescolare le due immagini, quella pagana e quella cristiana, in un miscuglio di fede e di superstizione.

La Santa Trinità, che oggi celebriamo non è un’astrusa formula algebrica di teologia speculativa, una specie di enigma incomprensibile, è una verità meravigliosa e rassicurante. Il Dio cristiano è un Dio aperto in se stesso e verso le sue creature amatissime. La fede in un Dio unico che si manifesta in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo, è un Dio ricco di vita e appassionato di noi tutti. E’ una misteriosa famiglia, dove c’è un Padre che ama, un Figlio che è divenuto nostro fratello, uno Spirito che lega inseparabilmente nella comunione tutte tre le persone divine, facendone una cosa sola, ma che lega indissolubilmente anche noi alla famiglia divina. La vita divina non è un palude stagnante, è una corrente irresistibile che mette in circolazione relazioni affettuose tra Padre, Figlio e Spirito Santo, una corrente di amore che trabocca all’esterno e travolge tutti noi. Dal Battesimo noi siamo impastati di vita trinitaria, perché battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Da queste tre persone ha inizio la nostra salvezza.

       La prima lettura ci riporta al Monte Sinai, il luogo delle prima rivelazione di Dio al suo popolo di salvati dalla schiavitù egiziana. Mosè aveva già conosciuto Dio e aveva più volte parlato con lui «faccia a faccia» per quanto era possibile ad un uomo farlo. Ma sentiva che quella conoscenza era imperfetta; Dio gli nascondeva ancora il meglio di sé. Perciò implorò umilmente: «Mostrami la tua gloria!» (Es 33,18). Dio gli rispose: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo…vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere» (Es 33,20s). Era come dire che la rivelazione di Dio richiesta sarebbe restata pur sempre incompleta anche per Mosè, uomo santo amico intimo di Dio. Tuttavia Mosè capì che il Dio liberatore era un Dio ricco di amore. Per ricordare quella sua esperienza mistica egli moltiplica gli aggettivi. Dice che il Signore è «rachum» e «channun», cioè ricco di «amore materno viscerale» e di «robusto amore paterno»; il che equivale a dire che Dio è madre e padre nello stesso tempo. Perciò è «lento all’ira e ricco di misericordia e di fedeltà». Questo lo porta a conservare affetto per mille generazioni senza smentirsi. Mille anni, per gli antichi ebrei, erano il numero massimo della durata, senza possibilità di calcolo. Comunque tutti dovevano sapere che la misericordia del Signore superava la sua giustizia come mille supera quattro. Un distanza incolmabile, una voragine d’amore davanti ad un forellino, una montagna di fronte ad un monticello di sabbia.

       E questo non è ancora tutto, perché il passo ulteriore della rivelazione divina è stato da gigante tanto da annullare perfino questo minimo scarto. E’ ciò che ci dice oggi il brano del vangelo secondo Giovanni. L’evangelista aveva iniziato il suo scritto avvertendo che la rivelazione mosaica sarebbe stata di gran lunga superata: «La legge fu data per mezzo di Mosè, la misericordia e la fedeltà vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio non l’ha mai visto nessuno, proprio l’Unigenito Dio, che è nel grembo del Padre, ce l’ha rivelato» (Gv 1,17-18). Si tratta di una rivelazione personale calata nella vita di ogni giorno a livello umano concreto. Gesù, nella cena pasquale, rispondeva all’apostolo Filippo, che gli chiedeva di potere vedere il Padre: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?...il Padre che è in me compie le sue opere» (Gv 14,9-10). E dunque nel parlare e nell’agire del Figlio si rivela lo stesso Dio Padre. Gesù non parla per sentito dire, parla per esperienza e ricchezza personali, la sua umanità è come un vetro che fa trasparire il Dio che la possiede. Quando afferma, nel vangelo di oggi, che «Dio a tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna», rivela una verità vissuta dal didentro, ricca di conseguenze sul piano della fede. Innanzi tutto dice che il volto di Dio è l’amore. Giovanni lo ripete più esplicitamente nella Lettera di accompagnamento al vangelo dicendo: «Dio è amore: In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per mezzo suo» (1 Gv 4,8-9). Quell’amore si manifesta nell’agire umano di Gesù nel modo più chiaro. Tale amore è un dono così grande che arriva fino al sacrificio del Figlio sulla croce. Infatti «Non c’è amore più grande di colui che dona la vita per le persone che ama» (Gv 15,13).

       Nel vangelo di oggi Gesù usa una frase scultorea che riassume tutta rivelazione storica della Trinità divina: «Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui». Dio si è rivelato e si è donato a noi come Padre, Figlio e Spirito Santo unicamente per la nostra salvezza. Questo è l’unico motivo che ha mosso il Dio-amore nel suo indicibile atto di donazione del Figlio e dello Spirito. Questa salvezza è universale e irreversibile. Universale perché abbraccia il mondo intero, uomini e creato. Dio è perdutamente innamorato delle sue creature e non vuole perderne nessuna. Irreversibile perché non da luogo a ripensamenti. Dio non avrebbe creato nessuno se non lo avesse amato. Non si mette al mondo un figlio senza amarlo. L’amore e la salvezza non sono riservate ad una parte privilegiata e selezionata, sono di tutti. Dio non ha una volontà di salvezza e una di rovina. Ha solo voglia di salvare tutti e ha mandato il suo Figlio e lo Spirito per tutti.    

       La condanna non è comminata da Dio, ma da ciascuno di noi creati liberi di scegliere tra bene e male. Il sole brilla per tutti e tutti illumina e riscalda, ma ci si può nascondere nel buio e rifiutarlo. Allora ci sia condanna da noi stessi alla notte, alle tenebre. La scelta e l’accettazione del dono di Dio restano un atto personale, che si gioca qui e oggi, sotto la diretta responsabilità di ciascuno. Non è Dio che giudica, siamo noi che ci mettiamo liberamente dalla parte sbagliata. Gesù dice che lo facciamo perché preferiamo le tenebre alla luce. L’accettazione del dono di Dio è impegnativa. Non tutti accettano la fatica della ricerca della verità e dell’onestà. La via del male appare più comoda, larga e spaziosa. E’ una via in discesa che invita e trascina, invita a chiudere gli occhi e lasciarsi andare (Mt 7,13-14).

                                                











SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO



In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». (Gv 6,51-58)

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Il mistero della carne da mangiare e del sangue da bere



   Correva l’anno 1264. Il papa Adriano IV si trovava ad Orvieto nel suo esilio da Roma e qui venne a conoscenza del miracolo accaduto nella vicina Bolzena appena pochi mesi prima, nel 1263. Un prete boemo, mentre celebrava messa, era stato assalito da forti dubbi di fede sulla realtà del corpo e sangue di Cristo che aveva fra le mani. All’improvviso aveva visto ribollire nel calice il sangue di Cristo che era traboccato sul corporale e sull’altare. Il caso sollevò grande scalpore e il papa fece trasportare ad Orvieto il sacro lino bagnato di sangue. Fu l’occasione per estendere a tutta la chiesa la festa del Corpo e Sangue del Signore fino ad allora celebrata solo a Liegi, città natale del Papa. Stiamo dunque celebrando una festa liturgica nata nella nostra terra umbra. La vera festa del Corpus Domini coincide con il Giovedì Santo, ma sembra quasi scomparire tra le numerose celebrazioni della Settimana Santa. Parve utile dunque, aldilà delle circostanze contingenti in cui la nostra festa nacque, di celebrare ancora, in modo più solenne, il mistero così grande e familiare dell’Eucaristia.

     L’abitudine ci fa perdere il senso della grandezza dell’evento, che nella messa ci viene annunciato come il «mistero della fede». Il vangelo di oggi ci invita a riscoprirlo con maggiore consapevolezza e con fede più sentita. Nel tempo liturgico, non a caso, la festa è posta accanto alla festa della SS. Trinità, un mistero altrettanto arduo alla nostra razionalità. Quando Gesù annunciò la prima volta l’Eucaristia nella Sinagoga di Cafarnao, fu duramente contestato sia dai giudei che da alcuni suoi discepoli che, scandalizzati, gli sbatterono la porta in faccia e se ne andarono dicendo: «Questo linguaggio è duro, chi può capirlo?». Il suo infatti sembrava un linguaggio assurdo: parlava di «mangiare la sua carne e bere il suo sangue». Invitato a spiegarsi, aveva rincarato la dose con crudo realismo, parlando addirittura del «masticare» (trôghein) anziché del semplice «mangiare» (phaghein). Non possiamo far a meno di confrontarci con queste sue difficili parole per verificare la nostra fede e la nostra devozione, spesso molto astratte e rese innocue per la vita. Un Gesù diventato pane da mangiare e vino da bere è il segno di un amore che si spende fino in fondo, donandosi fino ad annullarsi in noi e farsi da noi assimilare come cibo. Chi può arrivare fino a tanto? Siamo al fondo dell’annullamento iniziato con l’incarnazione e proseguito nella morte di croce. Non c’è amore più grande di colui che dà la vita fino a farsi mangiare.

     Il contesto del discorso di oggi si inserisce in due grossi miracoli compiuti da Gesù poco prima: la moltiplicazione del pane per un’enorme folla e il cammino sulle acque del lago in piena tempesta. Erano segni che indicavano l’illimitato potere del Figlio di Dio, in grado di superare senza difficoltà le stesse leggi della natura. Niente è impossibile a colui che comanda liberamente alla natura, senza distruggerla, ma dandole possibilità nuove a vantaggio dell’uomo. Il miracolo non va contro la natura, ma ne potenzia le possibilità conosciute solo da Dio. E il Dio creatore e signore del mondo era consapevolmente dietro la parola che Gesù aveva rivolto agli apostoli spaventatati sul lago in tempesta, quando lo videro camminare sulle acque: «Sono io, non abbiate paura!» (6,20). Quel «sono io» è parola di autorivelazione equivalente al nome di Dio di origine mosaica: «Io Sono» (Iahweh). Niente è impossibile a Dio, aveva detto l’angelo dell’annunciazione (Lc 1,37). Nulla è impossibile a Dio fa capire Gesù quando parla del mistero della sua carne del suo sangue dato a noi come cibo.

   Qui si aggancia il lungo discorso di Cafarnao oggi riportato in piccola parte. Esso è originariamente composto di tre colloqui. E’una specie di triplice dialogo con la gente che ascolta: Nel primo dialogo la folla chiede un segno dal cielo e Gesù risponde che il segno è stato già dato quando egli è disceso dal cielo come la manna dei padri (6,27-41). E’ il segno dell’Incarnazione, che fa da base all’eucaristia, mistero del corpo e sangue del Figlio di Dio. Da quella risposta nasce la mormorazione di coloro che lo conosce invece come figlio di Giuseppe, e Gesù rivela che solo la fede donata dal Padre può superare le apparenze e rivelare il vero volto del Figlio incarnato (6,41-51). Descrivendo questo rapporto di fede, Gesù si è presentato così: «Questo è il pane disceso dal cielo, perché chi ne mangia non muoia…e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

       Qui scatta la contestazione dei presenti, che introduce il nostro brano: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». La risposta consente a Gesù di passare dalla fede all’Eucaristia. Non si tratta solo di nutrirsi di fede in senso spirituale, ma di mangiare in senso materiale, fisico la sua carne e bere il suo sangue. E’ una necessità. Ne va di mezzo la salvezza eterna. Gesù lo afferma prima informa negativa, che non ammette eccezioni, e poi informa positiva:«Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita»; «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Si tratta di mangiare proprio la «vera», autentica carne del Figlio dell’uomo glorificato, non di accoglierne un simbolo. Essa fa vivere di vita divina, fortifica e risusciterà i corpi mortali dei fedeli alla fine dei tempi. Senza mangiare si muore.

       Poi Gesù compie un ulteriore passo avanti descrivendo il processo di assimilazione legata al cibo nuovo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». E’ una assimilazione alla rovescia: Il cibo non diventa carne di chi lo mangia, come avviene normalmente, ma chi mangia diviene ciò che mangia. Egli diventa una sola carne con Cristo glorificato. La carne e il sangue del Figlio di Dio non solo gli donano la vita, ma creano un’unità strettissima con Gesù sul modello trinitario, dove le persone divine, pur distinte, sono una cosa sola tra loro, perché vivono la stessa numerica vita. E’ questo il senso delle parole: «Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così chi mangia me, vivrà per me». Gesù dirà più volte: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30; 14, 9-10). Nella preghiera dell’ultima cena, quella della cena eucaristica, pregò così per i suoi discepoli presenti e futuri: «Tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola…Siano come noi una cosa sola, io in loro e tu in me» (Gv 17,21s). Commentava così in maniera più chiara il suo discorso sul pane di vita tenuto a Cafarnao qualche tempo prima, e che noi abbiamo appena udito. Dove si mangia l’eucaristia, si mangia Cristo risorto, che ci assimila a lui, nell’unità della vita trinitaria. Insomma dove c’è l’eucaristia c’è il paradiso.      

                                          





















SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI

(29 giugno)



In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».

Disse loro: « Ma voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16,13-19)

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Costruiti come pietre vive sulla roccia di Pietro



     La promessa che Gesù ha fatto a Pietro non interessa lui solo, ma coinvolge tutti noi credenti e seguaci di Cristo. Pietro sta alla base della fede della chiesa. Le parole di Gesù sono chiare: «Tu sei Roccia (Pietro) e su questa roccia io edificherò la mia chiesa». Noi siamo la chiesa edificata sulla roccia che è Pietro, rappresentante storico e visibile di Gesù in terra. Gesù resta la roccia invisibile, ma su di lui, come fondamento visibile, ha voluto Pietro. Il profeta Isaia aveva esortato così gli ebrei che si vantavano della loro discendenza da Abramo, padre della loro fede: «Ascoltatemi, voi che cercate il Signore: guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti» (Is 51,1). Come pietre vive noi siamo stati tagliati dalla roccia eterna che è Cristo, fatti del suo stesso materiale umano e divino, figli di Dio come lui. Lo ricorda lo stesso Pietro ai suoi cristiani nella sua prima lettera enciclica. Vuole che non prendano abbagli e non assolutizzino il suo ruolo di Pietra di fondamento. Egli rappresenta Gesù, governa in nome suo; il fondamento unico e ultimo della salvezza è lui: «Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2,4s). La chiesa è paragonata ad un edificio sacro fatto di pietre umane, un edificio dove i fedeli svolgono il loro sacerdozio e offrono i loro sacrifici spirituali. Pietro è colui che tiene unito questo edificio spirituale e ne dirige la disciplina e il culto. Quel giorno, a Cesarea di Filippo, all’estremo nord della Palestina, il Signore pensava a noi mentre stabiliva il suo fragile discepolo come roccia indefettibile sulla quale ci avrebbe edificati come chiesa, cioè comunità di credenti in lui. Da allora senza Pietro non c’è chiesa di Cristo. Questo ci ricorda il Vangelo di oggi. Dovremmo forse verificare meglio su di esso le nostre convinzioni religiose in un mondo che contesta ogni autorità. La chiesa non ce l’inventiamo noi, è quella che ha voluto Cristo.

       Il racconto di Matteo si divide nettamente in due parti: la prima descrive l’interrogatorio dei discepoli e la confessione di Simon Pietro; la seconda riferisce la promessa fatta a Pietro come risposta alla sua professione di fede. Su questa seconda parte è incentrata tutta l’attenzione dell’evangelista, che l’ha strutturata in modo accurato in forma ritmica con tre strofe di tre righe ciascuna. Tutto inizia con due domande in progressione, che restano sempre attuali: « Che dice la gente di me?» «Voi che ne dite?». Alla prima domanda i discepoli riferiscono le opinioni più varie. La gente non ha idee chiare, ognuno esprime la propria convinzione personale. Comunque le risposte non vanno oltre l’orizzonte umano; al massimo si arriva a definire Gesù un profeta come quelli più conosciuti dalla tradizione popolare. Venti secoli di cristianesimo non hanno cambiato molto questo panorama confuso di idee. Ma la domanda di Gesù a questo punto si fa più personale e più stringente: «Voi chi dite che io sia?». Pietro risponde a nome di tutti con una professione di fede che supera i limiti delle opinioni personali e diventa la confessione immutabile della chiesa nei secoli: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non si poteva dire di più e di meglio. Solo Dio poteva rivelare a Pietro una verità così grande. Lo costata meravigliato lo stesso Gesù, che vede in quelle parole il segno dell’elezione divina.

   La promessa di Gesù è come un canto strutturato in tre strofe ritmiche a forma di beatitudine. La prima strofa enuncia una beatitudine personale ridondante: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la cerne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». E’ la beatitudine della fede, come quella di Maria (Lc 1,45) e attinge alla radice l’umanità del discepolo chiamato col suo nome originario di Simone e con il suo patronimico di figlio di Giona (abbreviazione di Giovanni). Gesù lo aveva riconosciuto così quando glie lo portò suo fratello Andrea: «Tu sei Simone il figlio di Giovanni» (Gv 1,42). Il Dio che ci ha creato ci chiama per nome e conosce la nostra storia fin dal concepimento (Sl 139,13-16).

       Quella confessione fatta ai piedi della grande roccia che dominava l’antica Cesarea di Filippo, era per Gesù il segno dell’elezione divina. Da questa consapevolezza sgorga la promessa solenne che trasferisce i verbi dal passato al futuro: «Io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia chiesa». C’è un delicato parallelismo tra il dire di Pietro e il dire di Gesù: ambedue formulano verità inaudite che impegnano la fede della chiesa. Dicono chi è Gesù e chi è Pietro.

Quando, nel primo incontro, Gesù aveva guardato Simone negli occhi, gli aveva detto: «Tu sei Simone figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro) » (Gv 1,42). Ora quel nuovo nome viene spiegato: Pietro da Pietra (Kepha, in aramaico), cioè «Roccia» di fondamento della chiesa di Dio insieme a Cristo, roccia della nostra salvezza. «La Chiesa» (Ekklesìa) vuol dire, secondo l’uso dell’Antico Testamento greco, comunità di credenti che professano la stessa fede e rendono a Dio lo stesso culto. I traduttori greci della Bibbia rendono con questo lemma, per più di cento volte, il vocabolo ebraico «Qâhâl», che indicava la comunità dei salvati raccolta per ascoltare la parola del Signore e rendere a lui il culto dell’obbedienza e della liturgia. Gesù intende fondare una nuova comunità di salvati riscattati con il suo sangue e resi figli di Dio con la sua risurrezione. Una specie di tempio spirituale dove i credenti esercitano il loro sacerdozio comune nel culto liturgico e nella testimonianza di una vita santa.

       Questa Chiesa, che ha la fede di Pietro come fondamento inamovibile, è destinata a vivere nel tempo fino alla seconda venuta di Gesù: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa». «Le porte» sono un’espressione tipica orientale per indicare «il potere», perché chi teneva le porte aveva in mano la città. Qui Pietro è visto anche come masso di chiusura delle porte della morte. Finché c’è lui la Chiesa non finirà. Egli tiene a bada le forze distruttive e disgreganti della chiesa. Il concetto è ribadito e ampliato con l’immagine delle «chiavi del regno dei cieli». Sono le chiavi della casa o della città, che simbolicamente indicano la piena autorità (Mt 23,13). Aprire o chiudere è l’equivalente di sciogliere e legare. Le immagini indicano che Pietro possiede un’autorità vicaria alle dipendenze di Gesù, con la funzione di interpretare autenticamente la sua parola, con un servizio di unità e di carità, con un’azione di governo teso alla difesa e alla diffusione della verità evangelica. Il Papa di Roma rende oggi questo servizio a Gesù e alla chiesa.



























FESTA DI MARIA ASSUNTA IN CIELO



     "In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la legione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Allora Maria disse:

«L'anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l'umiltà della sua serva.

D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente

e Santo è il suo nome:

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato a mani vuote i ricchi.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e alla sua discendenza, per sempre».

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

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La donna vestita di sole



      Siamo in piena estate quando impazza il carnevale estivo e tutti si godono le loro ferie come possono. L’afa estiva invita a spogliarsi e ad esibire il proprio corpo. Sulle spiagge e sui rotocalchi imperversa il nudismo che esalta il corpo femminile a modo suo; in realtà spesso lo umilia riducendolo a puro strumento di morbosità e di piacere, violandone la dignità. Nel chiasso di questa falsa esaltazione della donna, la liturgia di oggi ci propone la contemplazione del corpo glorificato di Maria assunta in cielo, esaltata dagli angeli e dai santi e cantata dalla chiesa in ogni angolo della terra. E’ la vera e duratura gloria di una donna che ci appartiene perché figlia della nostra umanità.

Quando tutti stanno rincorrendo un piccolo ritaglio di felicità su questa terra, la festa di oggi ci dice che c’è un’altra spiaggia più in là, nel cielo di Dio, la spiaggia del riposo e della gioia piena verso la quale stiamo camminando. Li è già arrivata Maria, la donna stupenda, che Dio si è scelta per madre e ha glorificato nella sua umanità rivestendola di splendore.

   Sul rotocalco di Dio, che è l’Apocalisse di Giovanni, dove le immagini si rincorrono e si accavallano, Maria è presentata come «una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo una corona di dodici stelle». La visone simbolica è il modello della Chiesa di Dio ricalcato sulla figura della Madre Dio rivestita di gloria in cielo. La luce è la veste di Dio e dei suoi santi, quella che noi sintetizziamo nell’aureola posta intorno al loro capo. Lo splendore abbagliante del sole fu la veste di Gesù sul Tabor, quando egli aprì appena uno spiraglio della sua gloria divina davanti agli occhi abbacinati degli apostoli. La luna era il calendario e l’orologio degli antichi, perché sulle sue fasi si calcolavano le stagioni, le settimane e i giorni. Maria ha messo ormai il tempo sotto i suoi piedi, perché vive nell’eternità di Dio con la sua eterna giovinezza. La corona di dodici stelle la mette al centro della Chiesa indicata dai dodici apostoli di Cristo, come lei splendenti nel firmamento divino. E’ bello che quella corona compaia ora nelle bandiera dell’Unione Europea cristiana che è posta così, forse inconsapevolmente, sotto la protezione di Maria. Questa è vera gloria, perché viene da Dio e è destinata a durare per sempre. E’ la partecipazione allo splendore e alla felicità che solo Dio può darci; quello anticipato per tutti noi in Maria nostra madre.

   E’ la gloria già cantata da Maria nella casa di Elisabetta nella prima canzone dell’era cristiana; fu composta quando quell’anziana parente le disse: «Benedetta tu fra le donne». L’espressione è tratta dal linguaggio biblico e ha valore di superlativo. Vuole dire: tu sei la più grande delle donne del mondo, cioè la più amata da Dio, quella che ha ricevuto di più da Lui. Maria rispose a quella benedizione con un canto che è il suo discorso più lungo nel Vangelo. Vale la pena riascoltarlo, per purificare le nostre orecchie dalle innumerevoli canzoni vomitate a squarciagola in questi giorni dai vari riproduttori digitali, a tutto volume, in ogni angolo del mondo.         

   Il canto segue la struttura poetica dei salmi di ringraziamento della Bibbia. L’inizio è' come un grido spontaneo di gioia che sgorga incontenibile dall'anima e corre direttamente e speditamente al cielo come un grande abbraccio al Dio salvatore proclamato grande (megalýnein). I motivi del ringraziamento sono due: uno di carattere personale, l’altro di carattere sociale; esprimono ciò che Dio ha fatto e farà in Maria , e ciò che Dio ha fatto nella storia della salvezza a favore del suo popolo. Dio «ha guardato l'umiltà della sua serva. Ecco, d'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Perché grandi cose ha fatto in me il Potente e santo è il suo nome». Non c'è spazio per una falsa modestia anche perché, insieme a Maria, è la comunità cristiana a celebrare la straordinaria grandezza della madre del Signore, il capolavoro di Dio; l’umiltà è prima di tutto verità. Il Signore «ha guardato l'umiltà (tapèinôsin) della sua serva». Lo sguardo creatore di Dio l'ha investita come un ciclone benefico e ha capovolto la sua situazione. Quella sconosciuta è diventata ad un tratto famosa e celebrata ovunque e per sempre: «d'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché grandi cose ha fatto in me il Potente».

   Il secondo motivo della lode di Maria è di carattere storico sociale. Descrive l'agire di Dio verso i poveri in tutta la storia:«Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (1,51-53). L’azione di Dio è descritta con sei verbi che indicano ciò che Dio è solito fare. Sono collocati poeticamente in forma antitetica e chiastica, e inanellano a catena l'intervento positivo e negativo di Dio. Tutto si svolge all'insegna dell'amore e della misericordia che attraversano le generazioni umane. Maria non è fuori della storia, è dentro di essa insieme a tutti noi e fa parte delle grandi gesta di Dio. Anzi, lei sta proprio al centro di quel piano di salvezza che Dio attua con criteri e metodi del tutto originali e sorprendenti.

     La fragile ragazza di Nazaret qui supera ogni aspettativa e mostra la sua grande robustezza spirituale con una forte denuncia di sapore profetico. Maria dà voce ai senza voce, e proclama con energia che Dio sta dalla parte dei poveri per rivendicare i loro diritti inalienabili. La sua chiara denuncia punta il dito sulla superbia, l'arroganza, la prepotenza, l'oppressione, la violenza e l'egoismo dei grandi e dei ricchi. La sua voce dona speranza ai poveri, agli umili, agli oppressi, agli affamati. Nel canto di questa donna non c’è ombra di alienazione o di privatizzazione. La sua voce di donna umile e dolce, possiede la chiarezza delle denunce ferme e decise dei profeti contro ogni ingiustizia. Il mondo ha cominciato a cambiare mentalità con lei e con suo Figlio. Nazaret è ormai la capitale dei poveri che alzano la testa e recuperano dignità. E’ il messaggio che ci porta oggi la donna vestita di sole lontana dagli stereotipi della moda vigente che guarda solo alle apparenze. E’ una donna che può costituire il modello di un novo femminismo che unisce forza e tenerezza, denuncia e speranza, umiltà e grandezza.        





ESALTAZIONE DELLA S. CROCE

(14 settembre)



Nella Croce è la nostra salvezza



In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio infatti non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». (Gv 3, 13-17)

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       Dovette apparire strano, scandaloso, addirittura macabro, nei primi secoli della nostra era, che la nuova religione cristiana adottasse come segno distintivo la croce da tutti conosciuto come il più crudele strumento di morte. Farebbe meno impressione, se oggi una religione prendesse come vessillo una forca da impiccati con tanto di cappio. Di questa strana anomalia troviamo un’eco nella prima lettera di Paolo ai cristiani di Corinto: «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, pazzia per i pagani» (1 Cor 1,23). Quello strumento di morte, inventato dai Persiani tanti secoli prima, era stato importato in occidente dai Fenici di Cartagine e finì poi a Roma, che lo applicò su larga scala nelle province. In Palestina esso ebbe larga applicazione già durante il regno degli Amonei (2° sec). Nessuno avrebbe mai pensato che potesse diventare strumento di salvezza per il mondo intero.

   La croce ha ormai perso la sua crudezza ed è divenuta un ornamento, quando non un ciondolo d’oro da esibire anche sul petto di chi crede affatto. Quanti calvari ha cambiato la nostra croce lungo i secoli! Soprattutto spaventa pensare a quanti eserciti ha guidato, non solo nella terra dove fu piantata, ma anche tra le nazioni cristiane per combattere e sterminare fratelli di fede. I primi cristiani l’avevano scelta come segno di vita, divenne poi segno di vanità, e finalmente ritornò ad essere segno di morte nella storia cristiana. Con la festa di oggi la riscopriamo come strumento insostituibile della nostra salvezza, perciò parliamo di «esaltazione». Così l’aveva vista Gesù che la imporporò del suo sangue con una morte straziante. Giovanni ce ne spiega la ragione nel brano del vangelo appena letto.

     Siamo riportati a Gerusalemme, nella notte in cui un timido fariseo, di nome Nicodemo, autorevole membro del Sinedrio, andò a trovare Gesù per conoscere meglio la sua dottrina così originale. Gesù lo accolse con simpatia e amicizia e gli spiegò che per entrare nel regno di Dio, da lui annunciato, bisognava nascere un’altra volta. Sì, bisognava nascere per opera dello Spirito Santo nel battesimo; questo consentiva di cambiare il modo di pensare umano e credere nelle sue parole: «Quel che è nato dalla carne è carne, quel che è nato dallo Spirito è spirito» (3,6). Voleva dire che la logica umana non basta, bisogna accettare il modo di pensare di Dio. L’insegnamento di Gesù non è una filosofia inventata dagli uomini, è una rivelazione portata dal cielo, e siccome «nessuno è mai salito in cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo», l’uomo deve impararla da lui. Egli è venuto da Dio per annunciarla, viverla e spiegarla agli uomini. Si tratta del progetto che Dio ha concepito per la salvezza del mondo, progetto che egli aveva già annunciato nell’Antico Testamento con parole e segni profetici. Paolo lo spiegherà in maniera quasi brutale così: «Dio ha dimostrato stolta la sapienza di questo mondo. Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo con tutta la sua sapienza,non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza delle predicazione. Mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la filosofia, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,21-23).

     Il Gesù di Giovanni aveva espresso questo concetto con un esempio tratto della Bibbia ebraica, più adatto a far capire a Nicodemo e ai giudei, primi destinatari del messaggio, lo scandalo di cui parla Paolo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo». L’episodio ci è raccontato nel libro dei Numeri (21,4-9) come abbiamo sentito nella prima lettura di oggi. Mosè fece innalzare una specie di stendardo in cui la figura del serpente, strumento di morte, diventava segno di vita. Gli ebrei dell’esodo si erano portato dietro quel trofeo e lo avevano collocato nel Tempio di Salomone come ricordo e ammonimento; fu distrutto dal re Ezechia nel 716 a.C., perché era diventato una specie di totem, davanti al quale si bruciava incenso (2 Re 18,4). Giovanni utilizza quel simbolo tipologico per dire tre cose: per indicare la decisione misteriosa di Dio, l’elevazione di Gesù sulla croce e la sua potenza salvatrice.

   Il paragone sta tutto qui: la crocifissione annunciata da Gesù è vista come «elevazione» che dona salvezza, secondo un preciso e misterioso disegno di Dio che deve attuarsi. La croce è considerata come «elevazione» di Cristo, perché da qui ha inizio il suo dominio salvifico sul mondo: «Dio ha regnato dal legno» dice un antico inno cristiano. Una verità che ripeterà ancora più chiaramente lo stesso Gesù alla vigilia della sua passione: «Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,31).

Gesù vuole avvertire i discepoli che non dovranno aspettare la risurrezione per vincere lo scandalo della croce, perché il trionfo di Gesù è già nella sua morte di croce; essa manifesta tutto il suo potere salvifico. E’ l’ora fissata dal Padre per il passaggio doloroso dal mondo al cielo (Gv 13,1), l’ora in cui si manifesta tutta la sua gloria di salvatore del mondo, perché «chiunque crede in lui ha la vita eterna».

   La vita divina racchiusa in lui ci viene donata, alla maniera di quella del chicco di grano che muore nella terra per dare vita alla spiga; qui la morte è condizione indispensabile di vita (Gv 12.23-24). Questo messaggio ha la sua radice nell’incomprensibile amore che il Padre nutre nei confronti del mondo: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito». Egli colma in questo modo l’abisso aperto dal peccato tra lui e l’uomo. Giovanni lo ripete nella sua prima lettera: « Dio è amore! In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi per primo, e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). La croce ha la sua ultima ragione nell’amore che Dio ha per il mondo. Sta ad indicare che Dio non poteva dare di più. Qualunque padre o madre darebbe la propria vita al posto di quella del figlio. Dio, che non poteva morire, ha dato di più: ha fatto diventare uomo suo Figlio e lo ha sacrificato, con immenso strazio, per tutti mediante una morte tra le più crudeli inventate dalla cattiveria umana.

   Con questo, Dio e suo Figlio hanno dimostrato inequivocabilmente di volere la salvezza, non la rovina del mondo, la salvezza di tutti non solo di alcuni. Gesù diceva alla Beata Angela da Foligno: «non ti ho amato per scherzo!». La croce sta a dire che la salvezza umana è una cosa seria; Dio non vuole affatto condannare, vuole solo salvare. La rovina di alcuni dipende solo dalla loro libera scelta. Il sole sorge per tutti, ma chi lo rifiuta si può nascondere ai suoi raggi benefici. Il giudizio di salvezza e di condanna ciascuno se lo confezione nel proprio cuore con l’accettazione o il rifiuto dell’immenso dono di Dio. La condanna è un’autocondanna, perché è rifiuto consapevole della salvezza. Dio ha fatto tutto ciò che poteva e molto di più, ma la sua salvezza è una proposta, non un’imposizione che distruggerebbe la libertà umana. La croce è questa grande lezione d’amore e di gloria che Dio ci ha donato.



FESTA DI TUTTI I SANTI

(1 novembre)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: Si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5,1-12)

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La Chiesa della terra guarda e venera la Chiesa del cielo

   Il brano del vangelo appena letto ricorre altre volte nella liturgia, ma oggi esso serve di commento alla festa di Tutti Santi, descritta con colori simbolici dall’Apocalisse di S. Giovanni nella prima lettura. Siamo chiamati ad assistere all’apertura del sesto sigillo del libro che contiene il misterioso piano salvifico di Dio. Protagonista è Gesù, l’Agnello di Dio morto e risorto, l’unico che può spezzare i sigilli del mistero, cioè l’unico che sa rivelare il significato segreto degli eventi progettati da Dio per la storia del mondo. Dietro il sesto sigillo appare la conclusione della storia, con la panoramica grandiosa dei salvati. Essi sono segnati col sigillo divino della croce (il Tau, che è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico e aveva appunto la forma di croce), divenuto ormai il segno dell’appartenenza a Dio. Gli eletti sono proprietà divina, contrassegnati da Dio stesso sulla fronte, nel punto più evidente e nobile del loro corpo.

   Il numero dei salvati è simbolico: 144.000, un multiplo di 12 che è la cifra del popolo di Dio. Risulta dalla triplice moltiplicazione di 12 x 12 e x 1000, e indica che i salvati sono il popolo Dio al quadrato e allargato fino all’infinito. Per gli ebrei il numero mille era un numero incalcolabile, che solo Dio sapeva contare. Il concetto è ribadito con più chiarezza poco dopo, quando spariscono i numeri e lo scrittore indica una folla immensa di persone, che nessuno era in grado di calcolare; era composta di gente «di ogni nazione, tribù, popolo e lingua». Essi stanno a dire che Dio vuole tutti salvi (1 Tim 2,4); nel suo progetto tutti sono candidati alla salvezza definitiva senza nessuna esclusione preventiva preconcetta. Nessuno è escluso né per il colore della pelle, né per la lingua che parla, né per la razza a cui appartiene.

     Questa folla di santi così varia è fotografata durante una grandiosa liturgia celeste: I salvati indossano vesti candide perché lavate nel sangue dell’Agnello e riflettono il colore del Dio della luce in cui non c’è ombra di sorta. Stanno in piedi davanti al trono di Dio e dell’Agnello, come sacerdoti del Dio Altissimo, e celebrano con dignità e gioia l’«eucaristia», cioè il ringraziamento festoso per la felicità finalmente raggiunta. Portano in mano delle palme, segno di festa e di vittoria: hanno vinto la loro battaglia contro il demonio e il male del mondo, reduci dalla grande tribolazione della vita. Hanno seguito Cristo portando con lui la loro croce quotidiana (Lc 9,23), ora godono la vita stessa di Dio.

   Sono proprio gli uomini descritti dalle beatitudini che abbiamo ascoltato: Essi hanno sperimentato la loro povertà umana fino a sentire il bisogno acuto di Dio; hanno provato la sofferenza che li ha fatti piangere con amarezza; hanno conquistato la mitezza generata dalla pazienza; hanno sperimentato la fame e la sete di giustizia; hanno conquistato la dote della misericordia che li ha resi compassionevoli verso tutti; hanno provato quella purezza di cuore che ha fatto loro aborrire il peccato; hanno subito la persecuzione di un mondo ostile. Le beatitudini sono stampate nel loro cuore come il segno di Dio sulla loro fronte. E’ bello poter contemplare questi fratelli giunti prima di noi nella casa del Padre. Non sono diversi da noi, perché hanno vissuto le nostra stessa fatica del vivere da cristiani, le nostre difficoltà umane di lavoro; hanno patito i nostri dolori e le nostre malattie; hanno goduto le nostre stesse gioie quotidiane.

     Le beatitudini sono la strada di tutti, in salita, per arrivare alla salvezza, quella che porta i credenti alla gioia senza fine del Regno di Dio nel cielo. Sono «la porta stretta e la via angusta» (Mt 7,14), perché operano un capovolgimento di mentalità e di valori umani. Marciano contromano nel tumultuoso traffico di idee del mondo, vanno al rovescio da come va il mondo, che stima beati i ricchi e tutti coloro che rincorrono il benessere e il guadagno, quelli che non hanno problemi di salute, i prepotenti che si fanno valere, le persone corrotte e disoneste che calpestano la giustizia, coloro che cercano il loro successo individuale a scapito di chi vive onestamente. I credenti descritti nelle beatitudini invece seguono Gesù senza tener conto di questa segnaletica stradale sballata, posta artificiosamente sulle vie del mondo dagli uomini che ignorano Dio e il Vangelo, e tuttavia pretendono di indicare la vera direzione della vita.

   I credenti sanno che il primo a vivere le beatitudini è stato lo stesso Gesù, perciò è l’unico autorizzato a farci da guida: egli è partito dalla povertà di Betlemme fino ad arrivare alla sofferenza della croce, passando per le otto tappe da lui descritte nel brano del vangelo. Solo così egli ha sfondato la porta della morte per entrare nella beatitudine eterna del cielo con la sua risurrezione. Ci ha tracciato la via giusta percorsa da lui prima di noi e davanti a noi. Prima di descrivercela l’ha vissuta nella sua carne, ce l’ha indicata dopo averla interamente percorsa.    

       La prima beatitudine è quella della povertà, la beatitudine di chi si sente e si fa piccolo davanti a Dio, perché bisognoso e in debito di tutto ciò che ha dalla vita, la beatitudine di chi è distaccato dal denaro e dai beni perché non ne fa lo scopo principale del suo vivere, di chi usa il denaro per aiutare il fratello nel bisogno, diventando così strumento attivo della Provvidenza divina. E’ l’antidoto contro il male più terribile di questo mondo, la corruzione dovuta alla rincorsa al denaro. Come sarebbe diverso il mondo senza questa terribile fame di guadagno che uccide! La beatitudine del pianto è quella che insegna a condividere i dolori e le angosce che ci circondano, quella che ci rende umani in un modo egoista e crudele. E’ anche la beatitudine che ci insegna piangere i nostri peccati e ha sopportare con amore le nostre malattie. La beatitudine della mitezza ci invita a trattare tutti con comprensione e tolleranza, rinunciando alla violenza e alla vendetta (Mt 5,38-42). La beatitudine della fame e della sete di giustizia è quella di coloro che cercano la volontà di Dio; essa esige giustizia e lealtà con lui e con i fratelli. Affine ad essa è la beatitudine dei misericordiosi, che, ad imitazione di Dio, sanno compatire e perdonare che sbaglia. Essa diventa condizione indispensabile, nella preghiera del «Padre nostro» per ottener misericordia da Dio stesso (Mt 6,14-15). La beatitudine dei puri di cuore è quella dell’onestà e della rettitudine morale senza ipocrisie. La beatitudine dei costruttori di pace è quella di chi lavora fattivamente per la concordia e la pace nella famiglia, e nella società. La beatitudine della persecuzione è quella dei martiri; invita ad affrontare con coraggio ogni contrasto suscitato dal proprio impegno di fede. La fede ha un prezzo che bisogna pagare con la testimonianza coraggiosa fino al martirio. I santi ci insegnano e ci guidano perché sono uomini e donne come noi che hanno vissuto nella storia questi valori. Evitiamo di considerarli come una specie di extraterrestri.



COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

      (2 novembre)


In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5,1-12)

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I santi di casa nostra in cielo

Dei tre formulari del messale proposti oggi dalla liturgia ho scelto il terzo perché, collega direttamente la solennità di oggi a quella di tutti i santi celebrata ieri. Delle tre celebrate in questa giornata, questa sarà probabilmente la Messa più affollata. Il collegamento stabilito poi dal vangelo con la festa di tutti santi dona alla nostra celebrazione un senso cristiano di festa che sovrasta quello del lutto. E’ la celebrazione della speranza cristiana, quella che lenisce il doloroso ricordo di parenti e amici che ci hanno lasciato e che andiamo visitare nel cimitero. Quella folla variegata che affolla oggi il camposanto, con mazzi di fiori in mano, e con la preghiera sulle labbra, muta e pensosa, è la carovana di pellegrini in viaggio verso la patria vera, quella che i loro cari hanno già raggiunto. Qualcuno ha le lacrime agli occhi per un ricordo non ancora sbiadito, qualche altro smorza i toni del suo parlare, timoroso di disturbare coloro che dormono.

   Si spera che i più si concentrino sul pensiero della morte che almeno oggi reclama maggiore attenzione. C’è chi appare impacciato e smarrito, perché ha perso i contatti con Dio e con l’aldilà, e a stento riesce a ritrovare spezzoni di preghiere imparate da bambino e poi dimenticate. Questo silenzioso pellegrinaggio, ci dice che tutti abbiamo i nostri santi in paradiso. Sono i nonni, i genitori, i fratelli, i figli che ci hanno preceduto nel passaggio da questa terra al cielo e ora vivono più vicini a Dio in una festa senza fine. Nell’attesa che anche noi li raggiungiamo, essi pregano per noi, ci invitano a pensare a loro con serenità, senza disperazione, perché la loro vita non è tolta, ma trasformata in meglio.

       Ho già commentato le beatitudini, che riascoltiamo in tempi così ravvicinati in due feste successive che si rincorrono. Chi vuole può rileggersi le cose che ho scritto per ieri e nei commenti di almeno due altre domeniche. Qui vorrei commentare il vangelo alla luce del collegamento liturgico tra la festa dei santi e la commemorazione dei defunti. Esso non è fatto a caso. Nasce dalla certezza di fede che i nostri morti fanno parte della grandissima schiera di santi accolti da Dio nella sua casa del cielo. Non abbiamo ascoltato più volte che «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna»? Che «Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui»? La volontà di Dio non cade nel vuoto come tante nostre buone intenzioni. Dio realizza ciò che promette, non coltiva progetti velleitari. Dunque la stragrande maggioranza dei nostri morti è stata salvata da Dio e introdotta nella vita eterna. L’Apocalisse di Giovanni ieri descriveva così quel grande popolo cosmopolita di salvati: «Vidi una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: “la salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono e all’Agnello”» (Ap 7,9s).    

       Le beatitudini ci dicono che Dio non ha garantito il regno dei cieli solo agli eroi della testimonianza cristiana, quelli registrati nei nostri calendari, ma l’ha assicurato anche a tutti quei credenti anonimi che ha elencato sul Monte di Galilea. E’ un catalogo esemplificativo composto di otto categorie di persone umili e di semplici che non hanno fatto parlare di sé i giornali o le televisioni, ma hanno vissuto con impegno e con amore una vita per tutti difficile e faticosa, la nostra vita quotidiana. Sono loro ad affollare il paradiso, per niente a disagio o in soggezione davanti a S. Pietro, a S. Paolo, a S. Benedetto, a S, Francesco, a S. Chiara, a S. Teresa, e ai grandi martiri di tutti i tempi, nemmeno quelli sepolti nelle nostre cattedrali medioevali che hanno fondato le nostre chiese.

     Scorrendo le beatitudini ci si rende conto che esse oltrepassano i confini della cristianità, perché alla loro base Gesù non mette nessuna motivazione di fede. Non dice, per esempio: beati i poveri i spirito che hanno abbracciano la povertà per amore di Dio o la sopportano con spirito di fede. Dice semplicemente che Dio proclama beato, e quindi candidato al suo paradiso, chiunque vive la povertà o come scelta di vita umile o come situazione dolorosa; chi non rincorre la ricchezza ad ogni costo, ma si contenta di ciò che guadagna onestamente. Dio valorizza chiunque è afflitto e sopporta la sua situazione con pazienza o vive la sofferenza per solidarietà con il prossimo nel dolore; ama chiunque è mite perché ha scelto come arma di offesa o di difesa la non violenza e si è proposto di far sempre del bene e di non far soffrire nessuno con il proprio agire.

   Gesù prende in affettuosa considerazione chiunque ha fame e sete di giustizia, perché si impegna e si schiera fattivamente a difesa del più debole nella lotta all’ingiustizia da qualunque parte venga. Egli chiama beati i misericordiosi disposti ad aiutare chi ha bisogno e a perdonare i torti o le offese senza coltivare sentimenti di odio o di vendetta, anche se non sanno che, così facendo, imitano Dio e sono suoi veri figli. Proclama beati i puri di cuore, pensando a tutti coloro che vivono con onestà e rettitudine i loro rapporti umani, a qualunque religione o razza appartengano, perché l’onestà non ha colore. Dichiara beati gli operatori di pace come costruttori della convivenza umana sia a livello familiare che a livello sociale e internazionale, perché sanno tessere armonia e concordia in maniera disinteressata; gente umile, silenziosa, instancabile che sa avere pazienza si attendere e di sperare anche quando sembra impossibile rimuove gli ostacoli, i risentimenti, gli odi inveterati. Infine Gesù proclama beati tutti i perseguitati per amore della giustizia, cioè tutti martiri che cadono vittime della intolleranza religiosa e politica, coloro che sono discriminati per ragioni di fede, di razza, di nazionalità, colpevoli solo di essere diversi nel pensare e nell’agire perciò calunniati, malvisti, insultati, emarginati.

       Tutta questa gente numerosa ha camminato con noi sulle strade scomode e dissestate di questo mondo, e ora riposa nei nostri cimiteri («cimitero» è parola greca che significa «dormitorio») in attesa della risurrezione finale, quando apparirà la grandezza e la gloria di ognuno. Intanto essi sono nel mondo di Dio, a un passo dal nostro, dove godono la gioia della loro beatitudine. Lì ci aspettano trepidanti, ansiosi di riunirsi a noi per ricostruire la loro famiglia spezzata in terra dalla morte.


DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

 (9 novembre)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e, là seduti, cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. (Gv 2,13-22)

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Il tempio di Dio che siamo noi

   Oggi è la festa della Cattedrale di Roma che è anche la cattedrale del mondo, la chiesa di riferimento di tutta la cristianità, segno di unità per i cattolici che vedono nel Papa il dolce «Cristo in terra», come lo chiamava S. Caterina da Siena. La Chiesa di S. Giovanni in Laterano fu fondata dall’imperatore Costantino nel 324 nel luogo dell’antico palazzo dei Laterani. La festa di fondazione fu celebrata per molti secoli solo a Roma e solo nel 1556, a conclusione del Concilio di Trento, Pio IV la estese a tutta la cattolicità che sembrava aver ritrovato la sua unità dopo lo scisma protestante. Quella chiesa era segno della chiesa cattolica fatta di pietre vive, un edificio spirituale più che materiale, dove tutti rendono a Dio il «culto in spirito e verità».

     Con questa festa non intendiamo commemorare o celebrare l’edificio materiale romano, ma vogliamo riscoprire l’edificio spirituale del Tempio di Dio che siamo tutti noi battezzati costruiti sulla roccia di Pietro e destinati formare un solo corpo, il vero luogo dove Dio abita e vuole essere adorato. Si impone a noi una doppia verifica quella dell’unità della fede e quella dell’unico culto autentico e sincero da tributare a Dio. Tanti sono coloro che si dicono cristiani perché battezzati, ma pochi sono i convertiti che praticano consapevolmente la propria fede. Molti si sono costruiti una religione «fai da te», selezionando il vangelo e scegliendo ciò che piace; una religione privata, da vivere solo dentro come pensiero talvolta ricorrente, senza nessuna pratica esteriore. Scoprono che c’è una chiesa vicino casa solo nelle grandi ricorrenze pubbliche, come Natale e Pasqua, o nelle ricorrenze familiari come i battesimi, i matrimoni e i funerali. Per il resto dell’anno, l’edificio sacro fa solo parte di un panorama abituale che lascia indifferenti, un sovrappiù dell’edilizia residenziale.

     Il brano del vangelo di Giovanni che abbiamo appena letto ci porta a Gerusalemme nel Tempio dove si svolgeva la vita religiosa degli ebrei. Siamo nei giorni che precedono la grande festa di Pasqua che attirava pellegrini da tutto il mondo. Fin da quando era adolescente, a dodici anni, Gesù era stato iniziato a quel solenne pellegrinaggio (Lc 2,41-50). In quella prima volta si era trattenuto nel tempio all’insaputa dei suoi genitori, affascinato dalla bellezza e dalla sacralità di quel luogo che egli sentiva come la «casa» sua, la casa di suo Padre. Maria e Giuseppe lo avevano cercato per tre giorni prima di ritrovarlo nei cortili del tempio alla scuola dei grandi maestri di Gerusalemme che in quei giorni davano lezioni all’aperto sotto i portici. Sì, perché il tempio includeva tra cortile in successione: Il primo era detto il cortile dei pagani, perché vi potevano accedere anche i non ebrei; il secondo cortile era il cortile delle donne, e vi potevano accedere per pregare e conversare le donne ebree: il terzo cortile, il più interno, era il cortile degli uomini e dei sacerdoti. Vi entravano solo gli uomini ebrei circoncisi e i sacerdoti addetti al culto.

     Il primo dei tre cortili, nelle grandi feste, si trasformava in una piazza del mercato, dove si vendevano animali da offrire in sacrificio (vitelli, pecore, capre e colombe) e dove erano collocati i tavoli per il cambio delle monete. Infatti era necessario cambiare le monete romane e greche, che portavano l’immagine del divino imperatore o degli dei. Sarebbe stata una profanazione inaccettabile introdurre quelle immagini nel tesoro sacro del tempio. Gesù, entrando in quella bolgia, doveva aver più volte provato indignazione e rabbia per quello scempio. Quello non era più un luogo di preghiera era un mercato, non era possibile pregare in quelle condizioni. Nei predenti pellegrinaggi aveva tenuto dentro la sua irritazione, ma questa volta non regge più e da sfogo a tutta la sua rabbia interiore. Raccoglie in terra alcune corde e ne fa una frusta con la quale inizia a colpire uomini e animali. Nel tempio non era consentito introdurre i bastoni e gli unici sassi erano quelli del selciato che bisogna cavare. Possiamo immaginare la confusione e il fuggi fuggi di quel momento di estrema concitazione. La furia di Gesù travolge i banchi dei cambiavalute e le gabbie dei venditori di colombe. Tutti sono costretti a cambiare posto e tornare fuori del tempio, ai piedi de Monte degli Ulivi, dove era collocata normalmente la sede del mercato. E’ la prima e l’ultima volta che vediamo Gesù così arrabbiato fino a diventare furioso e menare colpi a destra e a manca. Fa paura in un uomo mansueto e paziente come lui. La ragione egli la rivela ai venditori di colombe che spinge fuori con più garbo: «Non fate della casa di mio Padre un luogo di mercato». L’evangelista commenta che era lo zelo per la casa di Dio a «divorare» (kataphàgein) Cristo, una passione e un amore incontrollabili capaci di fagocitarlo e di consumerlo. Infatti sarà una delle cause che lo poteranno alla condanna a morte, quando alcuni testimoni, chiamati a deporre contro di lui, lo accuseranno di aver minacciato di distruggere il tempio (Mc 14,58).  

     L’avvenimento non poteva mancare di richiamare l’attenzione delle guardie del tempio, la polizia dei leviti, che gli chiedono con che autorità stava agendo in quel luogo gestito alla grandi famiglie sacerdotali. Vogliono che esibisca loro un documento di legittimazione del suo agire inconsueto, magari un miracolo, visto che gode fama di taumaturgo. Gesù li rimanda a quel suo ultimo grande miracolo che è la sua risurrezione dai morti con una linguaggio simbolico di facile comprensione per i sui seguaci specie dopo la Pasqua cristiana: «Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere». Dovette esser facile la sorpresa il fraintendimento: «Questo tempio è in costruzione da 46 anni e tu lo rifaresti in tre giorni?». Erode aveva cominciato i lavori nel 19 a.C. e nel 27 d.C., quando Gesù parla, quei lavori si potevano già dire conclusi almeno nelle strutture più importanti. L’evangelista ci spiega che Gesù intendeva parlare del Tempio del suo corpo. Con la Pasqua di morte e di resurrezione è Gesù risorto il nuovo tempio. In lui, con lui e per mezzo di lui sale a Dio la nostra preghiera e il nostro culto sacramentale e spirituale. Avremmo sempre bisogno di una chiesa materiale dove raccogliersi come famiglia di Dio in preghiera, ma il vero Tempio è e resta Gesù, il nostro mediatore che ci mette in comunicazione con il Padre. Nelle sue mani deponiamo le nostre suppliche quando le concludiamo con dicendo: «per Gesù Cristo nostro Signore». A lui affidiamo i nostri problemi, le nostre difficoltà, le nostre sofferenze che diventano nelle sue mani un sacrificio spirituale gradito a Dio. Sulle sue labbra risuona la preghiera che lui stesso ci ha insegnato, il Padre nostro. Attraverso lui passa la grazia dei sacramenti che riceviamo e dell’eucaristia che mangiamo.


IMMACOLATA CONCESZIONE DI MARIA

( 8 dicembre)

In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te».

A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei. (Lc 1,26-38)


La nostalgia di una vita pulita

     Viviamo in una società corrotta, violenta, cinica, sanguinaria, dove gli scandali, a meno che non tocchino qualche personalità politica da demolire, non fanno più notizia, tanto sono frequenti. Su tutto questo è calata una specie di rassegnazione, che fa dire ai più: «fanno tutti così!». Anche i cristiani, che sembrano più impegnati, stanno perdendo il senso del peccato, che dilaga oggi in ogni direzione. Chi mostra ancora una sana reazione al male è considerato come uomo di altri tempi, un moralista, un reazionario, una specie di talebano cristiano. Eppure , nelle coscienza di molti si sente ancora tanta voglia di pulito. C’è un forte disagio interiore per gli scandali che si vedono e si sentono, c’è tanta nostalgia di vita onesta e pura. Come faro di speranza brilla sul mondo una creatura che non è stata mai sporcata o ferita del peccato; è Maria, la madre di Gesù, che la chiesa presenta da secoli come Immacolata Concezione. Nel 1858 la Madonna apparve a S. Bernardette Soubirous, una razza analfabeta di Lourdes in Francia e rivelò, dopo tante insistenze, il suo nome dicendo: «Io sono l’Immacolata Concezione». La giovane confessò candidamente al suo parroco di non aver mai sentito quel nome così strano per una signora, ma il suo curato ricordò che quattro anni prima Pio IX aveva proclamato solennemente a tutta la Chiesa il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria (1854). Quelle di Lourdes era la conferma dell’insegnamento del Papa.

     Il dogma dell’Immacolata contiene una verità singolare: Maria è l’unica creatura umana dopo Gesù ad essere concepita senza il peccato originale. Da che mondo è mondo, tutti nasciamo con il peccato delle origini, quello con cui il primo uomo si è messo fuori del disegno originale salvifico di Dio. Quel rifiuto iniziale è come un fallimento che pesa sui posteri che ne portano le conseguenze, è un’ eredità negativa che si trasmette di generazione in generazione e inquina l’uomo nel più profondo di sé. L’umanità è come un fiume contaminato alla sorgente, e inquina di sé l’intera umanità fino alla fine del mondo. Solo Gesù con la sua morte e risurrezione ha disinquinato e purifica i suoi credenti col filtro del Battesimo. C’ è perciò Egli è l’agnello che ha tolto il peccato del mondo. Lui, che non è nato da seme umano ed è Figlio di Dio, è esente per natura dal peccato originale. Insieme a lui però egli ha voluto preservare dal peccato delle origini, con un miracolo singolare, anche sua madre. Così non ebbe contatto con il peccato nemmeno nel grembo materno.

   Ciò è potuto avvenire perché il Figlio di Dio ha avuto la possibilità, unica al mondo, di scegliersi e di formarsi sua madre già prima che il mondo fosse, quindi prima che fosse creata l’umanità ed entrasse in essa il peccato. Ha così anticipato in lei la potenza redentrice e purificatrice della sua pasqua, lui che è padrone del tempi e signore della storia. Ce lo narra in modo figurato la prima lettura dove una donna misteriosa è presentata come vittoriosa sul demonio che aveva ingannato il primo uomo con false promesse di autonomia assoluta. Ecco le parole di Dio, che stanno a monte delle festa che oggi celebriamo: « Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà il capo». L’inimicizia qui indica l’incompatibilità naturale tra il demonio, personificazione del male, e la donna che Dio ha già scelto e annunciato come sua futura madre, appunto l’Immacolata. La sua discendenza umana, Gesù, avrebbe calpestato il demonio, come si calpesta la testa di un serpente per eliminarlo. Anche se il nemico avrebbe tentato fino all’ultimo di mordere il calcagno che lo schiacciava. In queste parole, c’è la sintesi di quella storia che va dalla nascita alla morte di Gesù, dal Natale alla Pasqua.

   L’angelo Gabriele, incaricato di annunciare questo straordinario evento, conosceva bene il piano che Dio voleva mettere in atto, perciò entrando in casa si rivolse a Maria con quello strano saluto: «rallegrati, piena di grazia». Davanti alla reazione di sorpresa di Maria, fu costretto però a spiegarle: «hai trovato grazia presso Dio» fin dall’eternità. Maria deve sentirsi già amata, come si ama una mamma, da quel figlio divino che le chiedere di poter nascere e crescere nel suo grembo. Gabriele, insomma, vuole dire a Maria che lei, come madre di Dio, è la prima redenta, resa già santa e immacolata dal Figlio che porterà in grembo per nove mesi. Dio ha voluto creare al Figlio una dimora tutta santa, perché non fosse sfiorato dal peccato, che per Dio è il più grande dei mali.

Naturalmente, venerare Maria come immacolata, non significa considerarla soltanto come esente dal peccato di origine, ma vuol dire vederla ricca di tutte le grazie che Dio dona ai suoi figli. Non esiste creatura più santa di lei che è la prima e la più grande di tutti. Elisabetta proclamò questa grandezza quando la salutò: «Benedetta tu fra le donne». Quelle sua giovane parente, che veniva a servirla, era la donna più grande che Dio avesse creato. Questo la riempiva di confusione : «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?». Non riusciva a capacitarsi come Dio le avesse inviato un così grande dono. Era troppo per lei, cui era bastata quella tardiva maternità tanto attesa. Maria non si tira indietro con falsa modestia; l’umiltà è verità. Perciò riconosce e canta la sua grandezza, illuminata da quello Spirito Santo, che aveva fatto gridare di gioia Elisabetta.    

   Il canto-preghiera di Maria e della chiesa, il più lungo discorso per una donna, abituata più a meditare che a parlare, descrive tutta le ricchezza della sua immacolata concezione: «Il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato la piccolezza della sua serva; d’ora in poi tutte le

generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente e santo è il suo nome».

Stimolata da Elisabetta, la prima a chiamarla benedetta e beata, Maria si guarda dentro cogli occhi della fede e della profezia, e grida tutta la sua riconoscenza al Padre che l’ha scelta come madre del suo Figlio e l’ha arricchita di tutto il bene spirituale che era capace di contenere. La piccola donna di Nazareth si sente grande come nessun altro al mondo; la statura gigantesca della sua santità dominerà i secoli e le generazioni. Tutti gli uomini dovranno riconoscere la sua grandezza fuori misura.

   E’ un esempio e un modello da imitare con la grazia di Dio. L’immacolata è l’unità di misura fissata da Dio per ogni santità. Paolo cantava insieme ai cristiani di Efeso: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, in lui ci ha scelti prima della creazione per essere santi e immacolati di fronte a lui nell’amore» (Ef 1,3-4). Guardando l’Immacolata ci dovremmo sentire tutti più puliti, con dentro la nostalgia della santità.






INDICE



TEMPO DI AVVENTO…………………………………………………………………… 2

         1a Domenica………………………………………………………………………….. 3

         2a Domenica…………………………………………………………………………… 5

         3a Domenica…………………………………………………………………………… 7

         4a Domenica…………………………………………………………………………… 9



TEMPO DI NATALE………………………………………………………………………. 11

         Natale del Signore……………………………………………………………………   12

Messa della notte ……………………………………………………………………   12

Messa dell’aurora ……………………………………………………………………………. 14

Messa del giorno ……………………………………………………………………………   16

         Santa Famiglia ………………………………………………………………………   18

        SS. Madre di Dio (1 gennaio)………………………………………………………… 20

         2a Domenica dopo Natale……………………………………………………………. 22

         Epifania del Signore ………………………………………………………………… 23

         Battesimo del Signore ………………………………………………………………. 26



TEMPO DI QUARESIMA………………………………………………………………… 28

         1a Domenica………………………………………………………………………… 29

         2a Domenica………………………………………………………………………     31

         3a Domenica ………………………………………………………………………     33

         4a Domenica………………………………………………………………………… 35

         5a Domenica………………………………………………………………………… 58

         Domenuica delle Palme……………………………………………………………… 41



TEMPO DI PASQUA……………………………………………………………………… 43

       Domenica di Pasqua…………………………………………………………………     44

       2a Domenica …………………………………………………………………………… 46

       3a Domenica……………………………………………………………………………   48

       4a Domenica……………………………………………………………………………   50

       5a Domenica……………………………………………………………………………   52

       6a Domenica……………………………………………………………………………   54

       Ascensione del Signore………………………………………………………………… 56

       Pentecoste………………………………………………………………………………   58



TEMPO ORDINARIO……………………………………………………………………… 60

     2a   Domenica……………………………………………………………………………… 61

     3a   Domenica……………………………………………………………………………… 63

     4a Domenica……………………………………………………………………………… 65

     5a Domenica……………………………………………………………………………… 67

     6a   Domenica……………………………………………………………………………… 69

     7a Domenica……………………………………………………………………………… 71

       8a Domenica …………………………………………………………………………….   73

       9a Domenica…………………………………………………………………………….   75

     10a Domenica…………………………………………………………………………….. 77

     11a Domenica…………………………………………………………………………….   79

     12a Domenica…………………………………………………………………………….   81

     13a Domenica…………………………………………………………………………….   83

    

     14a Domenica …………………………………………………………………………… 85

     15a Domenica……………………………………………………………………………. 87

     16a Domenica…………………………………………………………………………….. 89

     17a Domenica…………………………………………………………………………….. 91

     18a   Domenica ……………………………………………………………………………. 93

     19a Domenica…………………………………………………………………………….. 95

     20a Domenica……………………………………………………………………………. 97

     21a Domenica……………………………………………………………………………. 99

     22a Domenica…………………………………………………………………………….. 101

     23a Domenica……………………………………………………………………………   103

     24a Domenica……………………………………………………………………………   105

     25a Domenica……………………………………………………………………………   107

     26a Domenica……………………………………………………………………………. 109

     27a Domenica……………………………………………………………………………   111

     28a Domenica……………………………………………………………………………. 113

     29a Domenica……………………………………………………………………………. 115

     30a Domenica……………………………………………………………………………. 117

     31a Domenica……………………………………………………………………………   119

     32a Domenica……………………………………………………………………………   121

     33a Domenica……………………………………………………………………………   123

     34a Domenica. Cristo Re dell’Universo………………………………………………..   125



SOLENNITA’ DEL SIGNORE E DEI SANTI…………………………………………… 127

     Santissima Trinità………………………………………………………………………. 128

     SS. Corpo e Sangue del Signore……………………………………………………….   130

     SS. Pietro e Paolo Apostoli……………………………………………………………..   132

     Festa di Maria Assunta in Cielo……………………………………………………….. 134

     Esaltazione della Croce………………………………………………………………… 136

     Festa di Tutti i Santi……………………………………………………………………. 138

     Commemorazione dei Fedeli Defunti…………………………………………………. 140

     Dedicazione della Basilica Lateranense ………………………………………………   142

     Immacolata Concezione di Maria……………………………………………………..   144

                      

INDICE……………………………………………………………………………………..   146
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