Il vero, il giusto, il bello ed il sublime in Kant

Lo studio di Kant attorno ai limiti della conoscenza vuole essere un vero e proprio tribunale della ragione, dove la ragione processa se stessa, in modo da vigilare sull'innata tendenza umana a travalicarne i limiti – il razionalismo, ovvero la tendenza a costruire verità metafisiche per mezzo del solo pensiero razionale, senza riscontro nella realtà concreta.
Se la ragione umana ha spesso superato i limiti dell'esperienza, generalizzando e forzando impropriamente alcuni casi specifici in modo da affermare verità indimostrabili, per Kant è bene vigilare su queste tendenze razionaliste in modo da negare ogni metafisica – che per lui non è scienza – e dedicarsi invece alla ricerca delle reali possibilità del conoscibile. La ragione sottopone a giudizio se stessa in modo da definire le sue capacità di giudizio attorno alle cose, i suoi limiti e i modi in cui può esprimere giudizi attorno alla realtà.

Il nucleo centrale della filosofia di Kant è l'affermazione che il contenuto della conoscenza umana non può corrispondere alle cose come sono in se stesse.
Il contenuto della coscienza non permette di conoscere le cose in modo che corrispondano al vero, poiché la coscienza opera sulla realtà un processo di mediazione e tale mediazione impedisce necessariamente l'accesso alla fonte autentica della realtà e quindi del vero.
La ragione, attraverso la mente, opera sulla realtà una serie di interpretazioni secondo schemi logici che, di fatto, impediscono di attingere alla vera conoscenza della realtà, non solo ma, riprendendo alcune osservazioni del filosofo Enrico Castelli (1900 – 1977), questi schemi logici vincolano anche la libertà, per cui, paradossalmente, vero libero, sempre secondo Castelli, è colui che è privo di schemi logici, ovvero il folle.
La realtà inconoscibile è chiamata da Kant cosa in sé, la quale risulta pensata dalla mente come noumeno, oggetto del pensiero, ovvero oggetto intelligibile, contrapposto all’oggetto della sensibilità, cioè al fenomeno.
Da questo si evince che la realtà che l'uomo percepisce attraverso la mente è un fenomeno, ovvero ciò che appare, sotto il quale esiste un'ulteriore realtà, chiusa in sé e alla conoscenza.
Da questo, si può ben osservare come Kant critichi fermamente il concetto di metafisica, infatti, se essa è il tentativo di conoscere la realtà autentica delle cose (cose in sé), attraverso la razionalità espressa dalla coscienza, per Kant, come si è poco sopra notato, ciò non può avvenire, poiché si può solamente entrare in contatto con il fenomeno sensibile costituito dal mondo.
In Kant, anche il concetto di Dio è parte di quelle cose in sé, per cui Dio non è dimostrabile né indimostrabile, Egli è semplicemente al di là delle possibilità conoscitive umane.
Quanto detto implica che la filosofia kantiana sul vero e sulla realtà, come anche su altri concetti, come vedremo, conduce ineluttabilmente al rischio di un forte soggettivismo,1  poiché se la cosa in sé rappresenta il vero e l’oggetto del pensiero il noumeno, allora il vero diventa inaccessibile e l’empatia con la realtà è soltanto apparente, cioè fenomenica; qui il rischio si amplifica, poiché accanto al soggettivismo si insinua un altro pericolo, assai percepibile ai tempi odierni, ovvero il relativismo.
Oltre alla ragione pura vi è nella filosofia kantiana spazio per una ragione pratica – l’etica e la ragione propria che guidano le azioni umane nella vita quotidiana. Per quanto osservato sopra, una volta negata la possibilità di una comunione universale, di un mondus intelligibilis, viene introdotta l’ipotesi di un’unità morale.
Il giusto kantiano è ciò che non prescinde dalle regole dettate dalla ragione: l'etica, per essere giusta, deve seguire i percorsi della ragione.
La ragione pratica è tutto ciò che è possibile per mezzo della libertà umana.
Per libertà umana si intende la libertà di arbitrio tipica dell'essere umano. Pratica è quella conoscenza che non ha in sé nulla di assoluto in quanto collegata alle singole circostanze della vita (la morale, l'etica, l'interpretazione delle azioni degli individui).
L’aver smascherato l’infondatezza delle pretese della metafisica, avendo dimostrato che i suoi ragionamenti sono puramente sofistici (dialettici), consente a Kant, di dare un fondamento alla morale e quindi al giusto. L’uomo agisce in base ad imperativi; essi sono generalmente ipotetici, come dire se vuoi questo fai quello. Questi, però, essendo meramente pratici ed utilitaristici, non consentono una definizione di ciò che è giusto.
Kant allora introduce il concetto di imperativo categorico: un comportamento è da considerarsi giusto in modo categorico (cioè senza possibilità di smentita) quando è universalizzabile, giusto in ogni momento e in ogni situazione umana. Questo comportamento diventa allora vincolante per la morale di tutti gli uomini, una sua mancata applicazione significherebbe agire in modo immorale.
L'idea è che l'uomo possa farsi guidare dalla ragione non solamente nel campo delle scienze ma anche nel campo della pratica morale, dell'etica. In particolare, l'imperativo categorico, che deve guidare l'uomo come necessità volontaria, non è una costrizione ma un aderire ad una legge razionale, che l'uomo stesso ha formulato per mezzo della propria ragione.
Esempi di imperativi categorici sono l'obbligo di volere la pace – la guerra come principio etico universale porterebbe solo alla distruzione di ogni cosa –, o l'imperativo di tendere sempre allo sviluppo del proprio talento – una società che permettesse agli uomini di abbandonarsi al solo ozio subirebbe un naturale regresso.
Occorre, inoltre, aggiungere che un’azione giusta, o che aspiri ad avvicinarsi il più possibile alla pura legge del dovere, è possibile solo se la conoscenza delle cose in sé, dei noumeni, resta impenetrabile. Ove l’uomo potesse conoscere direttamente Dio, nessuno potrebbe più scegliere di uniformarsi all’imperativo categorico, nessuno più sarebbe, quindi, libero.
In conclusione, il giusto per Kant implica essenzialmente una morale della libertà e insieme dell’autonomia. Proprio per questo secondo il grande filosofo non è la religione che può regolamentare il giusto, bensì è il giusto, discendente dalla libera ragione dell’uomo, che regolamenta la religione: è la morale che motiva la religione e non viceversa.
Accanto alle prime due critiche sulla ragione – pura e pratica –, Kant aggiunge una terza critica, che funge da termine medio fra uso teoretico ed uso pratico della ragione, il giudizio. In particolare, rivolgiamo la nostra attenzione al giudizio estetico, che coinvolge i concetti di bello e di sublime. In questo modo, non consideriamo la natura sotto il profilo delle sue leggi meccaniche o delle utilità che da essa possono derivarci – il giudizio estetico è infatti disinteressato –, bensì come l’espressione di una libera armonia.
Nell’Analitica del bello, Kant fornisce una quadruplice definizione categoriale: se bello è ciò che piace in quanto oggetto del giudizio di gusto, per qualità esso sarà disinteressato, per quantità universale, ancorché aconcettuale, per relazione sarà libero da scopi estranei, per modalità sarà necessario.
Kant distingue, poi, fra bello libero e bello aderente: il primo non necessita alcun concetto relativo a ciò che rappresenta l’oggetto, è il bello più puro, come la musica senza tema (fantasie musicali), gli arabeschi, le greche, i frattali,2  che non mirano a far immaginare niente e non sono la riproduzione di un’immagine, sono le forme di bellezza più pure, in quanto non presentano il pericolo di inquinamento dell’emozione estetica da parte di un interesse; il secondo, che è afferente all’oggetto, è meno puro di quello libero poiché cerca di rispondere alla perfezione di un modello; è dunque tipizzato, cioè legato al concetto della cosa di cui è immagine, mentre invece il bello libero non pretendendo di riprodurre alcuna immagine, non è tipizzato.
Se il bello deriva dal libero gioco tra sensibilità ed intelletto, nell’Analitica del sublime Kant sottolinea come quest’ultimo derivi dal libero conflitto tra sensibilità e ragione. Si ha pertanto quel sentimento misto di sgomento e di piacere che è determinato sia dall’assolutamente grande ed incommensurabile, sia dallo spettacolo dei grandi sconvolgimenti e fenomeni naturali che suscitano nell’uomo il senso della fragilità e finitezza. Il sentimento del sublime ha quindi una duplice morfologia, il sublime matematico, di fronte alla serie dei numeri o all’illimitatezza del tempo e dello spazio a perdita d’occhio, espresso ad esempio dalla grandiosità del mare o del cielo, ed il sublime dinamico, di fronte alla potenza della natura, espressa in un uragano o in una grande cascata.
Il bello ed il sublime hanno delle somiglianze, in primo luogo perché entrambi piacciono a se stessi, in secondo luogo perché entrambi provengono da un giudizio di riflessione. Accanto a queste, si notano altresì chiaramente le differenze: una prima, manifesta, è che il bello deriva da forma e qualità, mentre il sublime da mancanza di forma e da quantità; una seconda è che, considerando il sublime degli oggetti naturali, troviamo nella bellezza naturale che l'oggetto sembra come predisposto per il nostro giudizio e perciò costituisce essa stessa un oggetto di piacere, mentre nel sentimento del sublime l’oggetto può apparire in contrasto, nella forma e nella grandiosità, con la nostra immaginazione, pur risultando tanto più sublime, quanto maggiore è tale grandiosità.

Bibliografia
-    AA. VV., Le garzatine, Filosofia, 2005, Garzanti 3a ed.
-    AA. VV., materiale reperito in Internet
-    Carlo Sini, I filosofi e le opere, 1980, Principato 3a ed.
-    Dizionario Enciclopedico Treccani, 1979, Ist. Encicl. Ital.
-    Roberto Rossi, Introduzione alla filosofia, 2001, EDB

NOTE:
1) Questa conversione dall’oggetto al modus cognoscendi del soggetto viene chiamata la rivoluzione copernicana di Kant. Anche l’arte subisce l’influsso di questo cambiamento di riferimento, la rappresentazione della natura perde il riferimento oggettivo, divenendo mera interpretazione dell’artista, che fornisce un ordine personale ai fenomeni; immediata conseguenza di tutto questo è l’arte astratta.

2) Oggetti geometrici che possono essere divisi in parti, ognuna delle quali è simile all'oggetto originale. Più specificatamente, rappresentazione grafica di funzioni matematiche dette olomorfe, soddisfacenti particolari condizioni (ad esempio, un frattale molto noto prende il nome di insieme di Mandelbrot).
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