Matrimonio e narcisismo

L'attrito
- da un articolo dello psichiatra Scott Peck - 

 Premessa

Pur tenendo conto delle distinzioni tra etica e psichiatria e tra un'etica cristiana cattolica e l'etica dello Psichiatra Scott-Peck, questa bella riflessione ci stimola a riflettere sul narcisismo che ci portiamo dentro nella vita coniugale e non solo. Buona lettura.

 

Come Dio e la preghiera, altre cose in questo mondo sono troppo grandi per poter essere costrette in un'unica definizione esaustiva.  Il matrimonio è una di queste.  Se viene definito una relazione a due, che dire allora dei matrimoni di gruppo o della poligamia?  Se riguarda un uomo e una donna, dove li sistemiamo i rapporti omosessuali basati su un impegno reciproco di lunga durata?  Se è un'entità giuridica, che dire dei matrimoni stipulati secondo il diritto consuetudinario?  Se è un'unione religiosa che dire del gran numero di matrimoni unicamente civili?  E che cos'è un'unione?  Una fusione?  Se implica il rapporto sessuale, come considerare quelle coppie che non dormono più insieme?  E se non è così, qual è la differenza tra un matrimonio e una società?  E così all'infinito.

Essendo il matrimonio la più piccola delle organizzazioni umane, si potrebbe pensare che sia anche la più semplice.  Forse è l'esatto opposto.  Per una serie di motivi, tra i quali l'intimità che entra in gioco, in un certo senso è la più complessa.  Se ne avete ricavato l'impressione che il matrimonio è un affare misterioso, avete capito bene.  Nel peggiore dei casi è come vivere all'inferno, anche se spesso si tratta dì un inferno stranamente comodo.  Nel migliore dei casi un matrimonio di lunga durata è una sorta di fenomeno mistico, ricco oltre ogni possibile descrizione.

E al di là di qualunque formula.  Ricordate la premessa base delle organizzazioni, cioè la teoria della contingenza, secondo la quale non esiste un unico modello di struttura organizzativa?

 Il miglior modello è contingente alla dimensione, agli obiettivi, l'età, al luogo e alle altre caratteristiche dell'organizzazione. Lo stesso vale per il matrimonio.  Come abbiamo già notato, ogni essere umano è unico.  In quanto organizzazione di partner unici, ogni matrimonio è di conseguenza unico.  Esistono stereotipi dì cattivi matrimoni.  Non esistono stereotipi di buoni matrimoni «Ciò che è buono non può essere ridotto a stereotipo», come saggiamente disse un teologo. 1

Tuttavia credo che esista una netta caratteristica che distingue i buoni matrimoni dai cattivi: la civiltà, o la mancanza di civiltà con cui i partner si comportano reciprocamente.  Questo capitolo non vuole essere un trattato esauriente o scolastico sul matrimonio.  Definirò semplicemente il matrimonio come «l'organizzazione di due persone che si sono impegnate a cercare di conservarla» e utilizzerò come esempio non solo i matrimoni tradizionali, eterosessuali.  Perché il mio scopo non è quello di parlare del matrimonio in generale, ma solo di discutere il problema della civiltà in quanto correlato al matrimonio.

Come il suo alleato, l'amore, la civiltà può essere meglio definita descrivendo quel che non è. Di conseguenza, per illustrare le mie convinzioni, ricorrerò spesso ad esempi di inciviltà nel matrimonio e nella cura dei figli.  Saranno esempi che riguardano sia gli uomini sia le donne, ma tenete a mente che a questo proposito i sessi sono praticamente intercambiabili.  Sebbene possano esservi delle leggere sfumature, le dinamiche dell'inciviltà trascendono l'appartenenza a un sesso.

Janet, trentotto anni, venne da me perché soffriva di depressione.  La depressione era iniziata all'improvviso tre mesi prima, lo stesso giorno in cui il marito, Ralph, l'aveva lasciata per andare a vivere da solo.  Questa separazione era il risultato di una pratica di divorzio che lui aveva iniziato un anno prima.  Il loro matrimonio, durato dodici anni, era virtualmente finito; di lì a due settimane ci sarebbe stata la sentenza dei tribunale.  La donna era molto arrabbiata. «Non ha il diritto di farmi questo», gridava infuriata

     «E di fare questo a noi.» Con «noi» intendeva se stessa e il loro figlio di nove anni, Sean.

   Come depressione la sua era moderata.  Janet era ancora in grado di svolgere relativamente bene il suo lavoro di direttore regionale delle vendite per una industria di cosmetici, e di occuparsi adeguatamente di Sean.  Ma non riusciva a chiudere occhio.  Mentre prima era una dormigliona ora si girava e rigirava nel letto fin dopo la mezzanotte e verso le tre del mattino era completamente sveglia.  In genere riusciva a riaddormentarsi verso le cinque, ma prima ancora che la sveglia suonasse alle sette era di nuovo in piedi.  Il suo viso era tirato e pieno di amarezza.

Quando le chiesi perché Ralph avesse voluto por fine al matrimonio, mi rispose secca: «Immagino che ci sia un'altra donna, naturalmente».

 «Lei immagina?» dissi facendo eco alle sue parole. «Naturalmente?»

«Be', lui dice che non è così.  Ma io sono sicura che mente.  Deve esserci un'altra donna.»

«Se lui dice che non c'è un'altra donna», replicai, «allora quale motivo adduce?»

«Non lo so», rispose. «Quando ne parla dice cose senza senso. »

Le chiesi se era contraria a un mio incontro col marito. «No di certo.» Lo sguardo di Janet ebbe un piccolo guizzo. «Ma probabilmente lui non vorrà», aggiunse.

«Il motivo per cui voglio incontrarlo non ha nulla a che fare con un tentativo di ricostruire il vostro rapporto coniugale», m'affrettai a spiegare. «Nella mia esperienza, quando le cose sono arrivate a questo punto, non c'è più nulla da aggiustare.  Per abitudine, cerco d'incontrare, se possibile, il coniuge, persino l'ex coniuge, dei miei pazienti, a scopo informativo e per farmi un'opinione più completa. é una cosa di routine.»

Quando lo incontrai, Ralph risultò diverso da come me l'ero aspettato.  Sapendo che era un dirigente quarantenne di successo pensavo che fosse il classico Casanova altro e snello.  Invece era piuttosto basso con un po' di pancetta.  Sebbene non fosse fisicamente attraente era un uomo intelligente che parlava con una sorta di tranquilla sicurezza. «Mi racconti del matrimonio dal suo punto di vista», gli chiesi.

«é molto triste», disse Ralph. «Dev'essere dura per Sean. Lui dice che non è così quando lo vedo nei fine settimana, ma io credo che cerchi solo di essere coraggioso.  E c'è ancora una parte di me che si preoccupa per Janet.  Ammiro la sua intelligenza e determinazione.  Avrei dato qualunque cosa perché le cose fossero, andate in modo diverso.»

«Ma lei non s'è innamorato di un'altra donna?» suggerii.

«Santo cielo, no.  è questo che le ha detto Janet?  Immagino di sì. è quel che crede nonostante io le abbia detto diverse volte che non è cosi.»

«E allora perché ha voluto il divorzio?»

«Per salvarmi la vita.»

La durezza della risposta mi stupì.

«è difficile spiegarlo», iniziò Ralph. «Forse non sono molto bravo a farlo.  Forse è per questo che lei non riesce a capirlo.  Vede, Janet è una persona molto possessiva, almeno io la sento così. Ho la sensazione che mi voglia possedere.  E così mi sono sentito fino a quando non ho chiesto il divorzio.  E sono riuscito a liberarmi di quella sensazione solo quando sono effettivamente uscito di casa.  Avrei voluto essere un marito migliore, una persona diversa.  Ma non sopporto di essere posseduto da qualcuno.  Mi sembra di soffocare.  Letteralmente.  In effetti, poco dopo, il matrimonio iniziai a soffrire d'asma.  Niente di grave, ma una seccatura.  Negli ultimi tre mesi però è migliorata notevolmente.» Questo accenno a una malattia psicosomatica mi fece drizzare gli orecchi.  Mentiva?  Da un lato sembrava detto ad arte, ma dall'altro non era il tipo di cose che un profano si inventa. «Lei dice che è possessiva, intende dire che è gelosa?» chiesi.          

«Molto più che gelosa.  Naturalmente è particolarmente gelosa delle donne anche solo minimamente attraenti che conosco o di cui parlo.  Era convinta che avessi avuto una relazione già al primo anno di matrimonio.  Questo saltava fuori ogni volta che tornavo tardi dal lavoro.  E per parlare anche di questo, è gelosa persino del mio lavoro.  Non lo ammette ma mi lancia delle freccia ne quando mi vede eccitato per un nuovo progetto. è come non sopportasse di vedermi impegnato in qualcosa di diverso lei.  Si comporta allo stesso modo con le mie amicizie maschili. Lo nega, ma è risentita anche con loro.  A volte penso che sia gelosa persino del mio rapporto con Sean.»

«Davvero? »

«Continua a insistere affinché io passi più tempo con lui, dicendo che un ragazzino della sua età ha molto bisogno del padre. è su  questo concordo.  Mi far star male il pensiero di non trascorrere più tempo con lui.  Ma sa una cosa buffa?  Quando siamo insieme tutti e tre va tutto bene.  Però se io e Sean passiamo del tempo da soli e lui torna a casa allegro, come sa fare un bambino di nove anni, allora io sento immediatamente che lei si irrita.»

 «Ha affrontato con lei il problema della sua gelosia?» 

«Molte volte. Perlomeno, tutte le volte che sono riuscito a reggere la cosa. »

«Reggere la cosa?» ripetei.

«si. è sempre una cosa spiacevole», cercò di spiegare Ralph. «E non ci porta da nessuna parte.  Ammette di essere gelosa delle altre donne, ma insiste che si tratta di una cosa sana e normale. Nega di essere gelosa del mio lavoro, dei miei amici o di Sean.  E quando io cerco di metterla davanti ai fatti lei dà fuori di matto

«Fuori di matto?»

«Be', non proprio. O si alza e se ne va, oppure comincia a gridare dicendo che sono immorale o demente.  E allora non insisto. Ho la sensazione che se continuassi potrei farle perdere il controllo. »

«Deve essere terribile.»

Lo avevo detto con empatia, tuttavia rimasi stupito nel vedere che piangeva.  Ci fu un lungo momento di silenzio. «è così.» Mi guardò con gratitudine. «Grazie per avermi capito.»

«Così ha lasciato perdere e ha dato forfait?»

«Sì.» Raph lo disse con decisione. «Ma c'è voluto un bel po' di tempo.  Sei o sette anni fa le proposi di rivolgerci a un consulente matrimoniale.  Rifiutò dicendo che la colpa era tutta mia.  Allora andai in terapia individuale.  Ma ciò non risolse il problema, mi aiutò però a capire che non si trattava della mia immaginazione. La invitai a entrare in terapia.  Niente da fare.  Due anni fa le dissi che se non fosse cambiato qualcosa avrei chiesto il divorzio.  Non successe nulla di nuovo e allora un anno fa chiesi il divorzio.»

«Janet mi ha detto d'essere entrata in depressione solo tre mesi fa», commentai, «subito dopo che lei aveva lasciato la casa.  Mi chiedo perché»

Ralph mi guardò come se fossi cieco. «Non ha voluto credermi fino a quel momento.  Non mi aveva preso sul serio nonostante le pratiche e gli avvocati.  Lei ha un suo modo per non prendermi sul serio.»

Il tempo a disposizione era quasi finito ma c'era ancora un particolare che volevo investigare. «Quando le ho chiesto se Janet era gelosa lei ha risposto molto più che gelosa.  Che cosa intendeva?»

«Un sacco di piccole cose», rispose Ralph. «Per esempio le fotografie. »

«Le fotografie?»

«A Janet piace scattare fotografie, soprattutto a me, e io non amo molto farmi fotografare.  Ogni volta che facevamo un viaggio non faceva che dare in mano la macchina fotografica a degli sconosciuti perché ci riprendessero assieme.  Cinque o sei volte al giorno.  Forse non avrei dovuto, ma mi infastidivo.  Le chiesi di darci un taglio, ma non voleva.  Avevo la sensazione che in qualche modo volesse catturarmi anche sulla pellicola.  Alla fine pestai i piedi e insistetti per essere fotografato con lei solo una volta all'anno.  Nelle altre occasioni mi rifiutavo.  Poi prese a scattare foto ogni volta che stavo con Sean.  Anche questa volta cercai di porle dei limiti, ma non c'era nulla da fare.  Prendeva delle fotografie di noi due all'improvviso, praticamente rubava le immagini.»

«Rubava le immagini?»

«Sì, mentre stavo seduto con Sean al tavolo di cucina per aiutarlo nei compiti vedevo il lampo del flash e dietro Janet con la macchina fotografica.  Questa cosa non infastidiva Sean, ma rendeva furente me, anche se immagino che non avrei dovuto alterarmi per così poco.»

Quella fu l'unica volta che vidi Ralph.  All'inizio la mia strategia con Janet fu di darle il massimo sostegno possibile.  L'unica volta in cui mi confrontai a fondo con lei fu nella seduta successiva, quando ancora una volta aveva affermato: «Non ha il diritto di farmi questo».

«Non credo di capire quello che lei vuole dire.» «Intendo quello che le ho detto.» «Ha il diritto legale di farlo», commentai, «altrimenti non esisterebbero i tribunali per il divorzio.»

 Lei mi fissò. «Ma non dovrebbe avere il diritto di farlo.»

«Probabilmente stiamo cavillando su un termine», dissi in tono consolante. «Il diritto presuppone una libertà.  Immagino che lei ritenga che Ralph non abbia il diritto morale di farlo.»

«Certo.  Ma non dovrebbe avere neppure quello legale.» Lasciai cadere la cosa.  Quando, due settimane dopo il divorzio, la sua depressione non era minimamente migliorata, le suggerii l'uso di farmaci antidepressivi. Le due settimane successive il sonno di Janet migliorò, non così la depressione e il suo costante risentimento. Utilizzai quel periodo per esplorare il suo background. Il suo passato era fatto di povertà e violenza. Suo padre, meccanico in un garage, era un alcolista che picchiava regolarmente lei e i suoi fratelli senza alcuna ragione o per i motivi più risibili.  La madre era un'apatica cronica, come se i compiti del matrimonio e la cura dei figli fossero troppo pesanti per lei.  In un certo senso, la cosa più notevole era stata la capacità di Janet nel superare tutto ciò.  Facendo la lavapiatti, la cameriera e addirittura la mungitrice, era riuscita a mantenersi al college ottenendo sempre il massimo dei voti.  In seguito, pur continuando a essere una buona madre, era riuscita a far carriera fino a diventare, poco dopo i trent'anni, direttore regionale delle vendite.  Sia i suoi fratelli sia le sue sorelle invece non erano riusciti a finire le superiori.  Janet conservava con loro solo dei contatti sporadici.  Intelligente, lavoratrice e capace, li aveva staccati di molte lunghezze.

Così ammiravo lei quanto il marito.  Ma trovavo molto difficile sentirmi vicino a lei. Non ricordava i sogni. Era riluttante nel ricordare l'infanzia. Non aveva fede in un Dio personale né intendeva svilupparne una. Nonostante avessi provato in ogni modo a darle il mio sostegno, non sembrò mai provare simpatia per me. E la depressione non dava segni di cedimento.  Il risentimento verso il marito era una litania infinita che poteva interrompersi solo a tratti.  Finanziariamente aveva fatto passi da gigante rispetto alla povertà dell'infanzia, ma sentivo che la sua vita interiore si era impoverita.  Dopo tre mesi senza alcun progresso sentii che dovevo lasciar stare il sostegno e passare a uno stile di maggior confronto.

L'occasione per farlo si presentò poco dopo. «Non ha il diritto di trattarmi così», disse ancora una volta.  Fino a quel momento

 Ralph era stato scrupoloso nel pagare gli alimenti alla moglie e al figlio ed estremamente collaborativo nelle frequenti attenzioni che rivolgeva a Sean.

«Ne abbiamo già discusso», risposi. «Lui aveva il diritto legale di divorziare.»

«Non ha comunque alcun diritto», ripeté come se non m'avesse nemmeno sentito.

Provai un'altra strada. «Lei dice che non ha diritto usando il presente.  Lei parla del divorzio al presente come se Ralph stesse divorziando adesso.  Ma la realtà è che il divorzio c'è già stato. E' già successo.  E' acqua passata.  Lei ha la sensazione che questo le stia succedendo adesso.  Posso capirla.  E' difficile cambiare registro.  Ma è questo il motivo per cui lei è depressa.  E non vedo come possa smettere di esserlo se non riusciamo ad aiutarla a collocare questa vicenda nel passato.»

«Non voglio collocarla nel passato», disse Janet senza alcuna esitazione.

Abituato com'ero a nevrosi più labirintiche, fui stupito dalla sua sincerità.  Passò un po' prima che potessi rispondere. «Sì, posso capirla.  Ma questo ci mette in una situazione difficile, non è vero?  Esiste un conflitto tra ciò che lei vuole e ciò che è. Tra la sua volontà e la situazione reale. Questo conflitto è la 'causa' della depressione.  E ovviamente lei continuerà a essere depressa finché non accetterà la realtà. Fino al punto di perdonare Ralph.» «Preferisco la depressione piuttosto che perdonarlo», rispose seccamente.

Questa volta risposi d'istinto: «Da qualche parte nella Bibbia sta scritto: 'La vendetta è mia, dice il Signore'. Che cosa pensa che voglia dire?»

«Non intendo ascoltare queste stronzate religiose», affermò Janet.

Forse era meglio prenderla pìù alla lontana. «Vede», dissi, «in questo conflitto tra la sua volontà e la realtà penso che ci si debba congratulare con la sua volontà prima di continuare.  Per esempio, non sarebbe riuscita a frequentare il college e ad arrivare alla posizione in cui è senza una volontà di ferro.  Non è stato uno scherzo.  Lei ha buoni motivi per essere orgogliosa di sé.  Ma mi chiedo se non ci siano state altre occasioni - magari nell'infanzia - in cui la volontà l'ha intralciata, situazioni in cui, non potendo cambiare la realtà, continuava a sbattere la testa contro un muro.  Potrebbe pensarci in modo da discuterne nella nostra prossima seduta?»

Lo fece, e la seduta successiva iniziò con una confessione molto commovente. «E stato così imbarazzante», disse. «L'ultimo anno alle superiori c'era un corso di fisica.  Uno dei compiti fu quello di disegnare l'impianto elettrico della propria casa.  Mi vergognavo di avere una casa di sole due stanze.  Così preparai un diagramma per una casa di otto locali.  Quando l'insegnante restituì i compiti fui stupefatta nel vedere che avevo preso un'insufficienza.  Gli chiesi perché.  Lui mi disse che ci aveva pensato molto. Il mio diagramma era eccellente.  Avevo chiaramente capito l'argomento.  Però sapeva dove vivevo e quindi che si trattava di una bicocca.  Mi aveva dato quell'insufficienza perché non avevo fatto il compito richiesto.  Avevo disegnato il diagramma di un'altra casa mentre secondo il compito dovevo disegnare quello della mia abitazione.  Mi disse che era stata una specie di bugia e lui pensava che fosse più importante essere puniti perché non si era stati sinceri che premiati per aver capito il circuito elettrico.  La fisica è una scienza, disse, e la scienza si occupa fondamentalmente della precisione e della verità.»

Io ero soddisfatto e volli congratularmi con lei.  Non riuscimmo però ad andare oltre quando la invitai gentilmente a ricordare altre cose simili dei suo passato, perché, ancora una volta, sembravamo imbatterci in uno strano impoverimento della sua vita interiore. Tuttavia, per la prima volta da quando erano iniziate le sedute, nutrivo speranze per il lavoro che stavamo compiendo assieme.

Perciò fu ancora più doloroso quando, la seduta successiva, disse che intendeva abbandonare la terapia. «Ho smesso di prendere le pillole», annunciò.

«Perché?»

«Non mi aiutavano.»

«Pensavo che avessero migliorato il suo sonno.» «Ma non fanno niente per la depressione.» «E' vero», concordai, «ma non è meglio dormire bene mentre cerchiamo di sistemare la sua depressione?»

«Non m'importa.  Non m'importa più niente.  Lui non ha il diritto di farmi questo.»

Eravamo tornati al punto di partenza, solo che ora avevo finalmente capito che secondo lei RaIph non aveva alcun diritto legale di divorziare. «Ho il sospetto che quando lo sposò lei pensasse di averlo catturato per sempre, come se, scambiandovi la promessa lui fosse diventato una sua proprietà.»

«Certo», fece lei candidamente.

«Ma le persone non sono una proprietà.  Non lo sono più quando è stata abolita la schiavitù.»

«Lui però aveva scambiato la promessa, non è vero?»

«Tuttavia», insistei, «la legge dice chiaramente che il matrinio non è una schiavitù.  E Ralph sosteneva di sentirsi posseduto da lei. E' una cosa che le ha detto chiaramente, non è vero?»

«Ha detto qualcosa del genere.»

 «Quante volte?»

«Che ne so? Non tenevo certo il conto.»

 «E lei che cosa rispondeva quando lui sollevava la questione?» Janet sbadigliò profondamente. «Non aveva alcun senso per me e quindi non potevo rispondergli.»

«Lei è una persona in gamba», dissi. «Che cosa farebbe se uno dei suoi venditori le dicesse qualcosa che per lei non ha senso?»

 «Gli chiederei chiarimenti.»

«Ha chiesto chiarimenti a Ralph?»

«Questa terapia non funziona», dichiarò Janet. «Vengo qui quattro mesi e sono depressa come prima.  Sto pensando di lasciar perdere.»

Tentai una manovra disperata. «Non può», le dissi.

«Non posso che cosa?»

«Non può mollare la terapia.»

«Che intende dire?»

«Proprio quel che ho detto.  Il suo caso mi interessa e ho deciso di lavorare con lei finché non sarà guarita, non importa quanto tempo ci vorrà, non importa se ci vorranno anni o magari decenni.»

«E' ingiusto!»

«Proprio così», ammisi. «Ma forse adesso può capire come si sentiva Ralph quando diceva di sentirsi come una cosa di sua proprietà. »

«Non m'importa quel che prova Ralph!»

«Mi spiace di averle fatto questo scherzo, Janet», feci.

«Lei è, naturalmente, del tutto libera di andarsene quando vuole.  Ma anche se ha di interrompere la terapia vorrei almeno che lei venisse alla nostra prossima seduta.  E nel frattempo pensi a ciò ha appena detto, che non le importa quel che prova Ralph.»

Fui un po'sorpreso nel vederla arrivare la seduta successiva. Non mi sorprese invece che avesse deciso che sarebbe stata l'ultima. «Così ci rimangono solo una cinquantina di minuti?» chiesi.

«Si. »

«Vuole che la indirizzi a un altro terapeuta?  Magari non sono adatto a lei. Forse sono troppo impaziente.  Ci sono altri bravi terapeuti in zona. »

«No grazie. Preferisco andare avanti da sola.»

«Come desidera.  Ma non esiti a farmi sapere se ha cambiato idea. Comunque, ha pensato a quell'affermazione dell'altra settimana quando aveva detto che non le importa che cosa prova Ralph? »

«L'ho fatto», rispose Janet. «Mi sono sbagliata.  Quando ci ho pensato mi sono resa conto che lei si riferiva al passato mentre io mi riferivo al presente.  Per essere sincera sono talmente arrabbiata per come mi sta trattando che non m'importa quel che sente ora. Ma quando eravamo sposati m'importavano molto i suoi sentimenti. Gli preparavo delle cenette.  Mostravo comprensione quando aveva problemi di lavoro.  Mi occupavo se era malato o stressato. No, mi sono sempre preoccupata molto per lui.»

Feci un ultimo tentativo. «Ralph mi ha detto che non gli piaceva che lei scattasse delle foto e che le ha chiesto di non farlo senza prima avere il suo permesso.  Invece lei ha continuato a scattargli di nascosto foto con Sean.  Ralph aveva avuto la sensazione che lei non rispettasse i suoi sentimenti o che non lo prendesse sul serio.»

«Ma è una storia così insignificante», ribatté Janet. «Chi potrebbe avere qualcosa da obiettare per una cosa del genere?»

Lasciai perdere. «Vuole sentire la mia analisi della sua situazione prima d'andarsene?»

«Certo.  Perlomeno non avrò buttato via il denaro.»

«Ho passato solo un'ora con Ralph e non basta per giudicare se si è comportato in modo buono o cattivo», iniziai col dire. «Lei però è sempre stata molto presuntuosa nei nostri incontri.  Chiaramente è convinta che nel vostro rapporto lei era la perfetta e RaIph il cattivo.  Questo atteggiamento lascia poche speranze alla possibilità che lei riesca a perdonare Ralph, e di conseguenza ci sono poche speranze che lei riesca a guarire dalla sua depressione.

«Perdonare è una parola interessante.  Implica un dare, un arrendersi, un cedere.  La depressione inizia comunemente quando una persona è intrappolata tra il bisogno di cedere qualcosa e la volontà di tenerla o la rabbia di doverla lasciare.

«A volte quel qualcosa è una fantasia, il desiderio che le cose vadano in un certo modo persino quando la realtà è irriducibilmente diversa.  A volte, con una forte volontà e un duro lavoro, riusciamo a trasformare in realtà alcune delle nostre fantasie.  Per esempio lei è riuscita a sfuggire alla povertà.»

«Ma dobbiamo anche liberarci delle fantasie che non possono diventare realtà.  Certe persone non riescono a farlo.  Per loro le fantasie non sono solo una possibile realtà; sono la realtà.  Allora finiscono nei guai così come è successo a lei al liceo quando aveva finto di vivere in una casa di otto locali.

«Vede, quando ci si aggrappa a tutti i costi alle nostre fantasie, si deve per forza ignorare quelle parti di realtà che ne sono tagliate fuori.  Temo che lei tenda a fare proprio questo. Non sto dicendo che è Ralph ad aver ragione, dico solo che avendo insistito perché il suo matrimonio si conformasse alla sua fantasia lei ha ignorato suo marito.  Ha ignorato la sua realtà quando non si adattava a quello che lei voleva.  Non ha voluto dar credito ai sentimenti di suo marito e adesso ne paga lo scotto.»

Ci fu un lungo silenzio.  Era sembrato tutto così astratto. «Ha finito?» chiese Janet.

«Sì.»

«Grazie.  So che ha fatto del suo meglio.»

Fu uno strano modo di ringraziare, e difficilmente lo si può definire un buon modo di congedarsi.

  Il Commento:

Ci sono solo due validi motivi per sposarsi.  Uno riguarda la cura e l'educazione dei figli. Quando funziona (e a volte si ha l'impressione che non accada troppo spesso), si può dire che non è stata ancora inventata un'istituzione migliore di una casa con due genitori per crescere ed educare i figli. L'altra valida ragione per sposarsi (ce ne sono un sacco non valide) è l'attrito.

Quando suore e monaci erano soliti consultarmi, nel novantacinque per cento dei casi la prima cosa di cui volevano parlare era la «comunità».  E nel novantacinque per cento dei casi quel che intendevano per comunità erano cose tipo «Suor Suzie mi sta facendo diventare matta» oppure «Mi viene voglia di strangolare fratello Thomas».  Molti immaginano che conventi e monasteri siano luoghi di santa tranquillità, dove monaci e suore passano le loro giornate immersi in una perenne pace fatta di preghiere.  In realtà sono luoghi generalmente pieni di lotte, tensioni e contrasti.

Ma sebbene la comunità sembri essere il motivo delle più frequenti lamentele, è anche il motivo primario per cui suore e monaci entrano nei conventi e nei monasteri.  In qualche modo sanno, a ragione, che hanno bisogno dell'attrito della comunità per raffinarsi e ripulirsi nel loro viaggio di crescita spirituale.

Questo discorso su conventi e monasteri è pertinente perché una guida spirituale usò una volta la metafora del «matrimonio come monastero» .  E' il modello di matrimonio più azzeccato che io conosca.  Il matrimonio dovrebbe essere l'unione di due persone che hanno un obiettivo più elevato del semplice stare insieme: ovvero il miglioramento dei rispettivo cammino spirituale.

Alcuni anni fa venne pubblicato un libro intitolato Living Together Alone il cui sottotitolo era The New American Monasticism.  Quel titolo vuol dire che, sebbene monaci e suore vivano gomito a gomito con un sacco d'interazioni, conventi e monasteri possono essere luoghi solitari. Lo stesso avviene nel matrimonio. Spesso è un luogo solitario. Uno dei problemi della nostra cultura, che idolatra l'amore romantico, è la tendenza a fantasticare che un buon matrimonio significhi la fine della solitudine.  Fu, come ho già detto, anche il tipo di fantasia che avevo in mente quando sposai Lily.  Poi, quando gli inevitabili contrasti avvengono e ci si sente lontani dal coniuge, si pensa che il matrimonio sia stato un errore anche se in realtà sia i contrasti sia la conseguente solitudine non rappresentano perlopiù che il normale biglietto per la corsa.

Ci sono diversi modi più o meno adatti per affrontare i contrasti del matrimonio.

 

Forse la cosa più interessante nel caso di Janet era stata la sua incapacità (o non volontà) di affrontare i contrasti per principio.  Era rimasta ignara del conflitto o attrito tra la sua volontà e quella di Ralph fin quasi alla fine.  Quando non aveva più potuto ragionevolmente ignorarlo, aveva continuato a. rifiutarsi di affrontarlo insistendo che lei non vi aveva giocato alcun ruolo.  Ciò le serviva chiaramente a evitare i dolori dell'attrito, ma con quale gioco di prestigio mentale era riuscita a farlo?  Come aveva potuto essere tanto ignara?  Per rispondere a questa domanda bisogna tornare a sollevare il problema del narcisismo.

 

Come ha suggerito Martin Buber, i narcisisti sono incapaci di avere rapporti «Io-Tu».  Alcuni narcisisti si accorgono che gli altri sono diversi, ma non appena ciò avviene, l'attrito diventa uno di «loro»: il nemico.  Quindi intrattengono rapporti del tipo «Io-Loro» o «Noi-Loro». E' una psicologia del tipo «o sei con me o sei contro di me».

A volte i narcisisti non sembrano in grado di riconoscere l'esistenza di «persona» dell'altro. Per loro, gli altri esistono solo per essere usati, come fossero attrezzi meccanici o proprietà prive di sentimenti.  Sono quelli che Buber chiama rapporti «Io-Esso».

Infine, i narcisisti sembrano spesso incapaci di riconoscere la differenza tra sé e gli altri.  Hanno unicamente rapporti «Io-Io» in cui comunicano solo con sé stessi.  L'incapacità di riconoscere gli altri può sembrare una cosa bizzarra, ma sfortunatamente non è una condizione insolita.  Può essere utile un'esemplifícazione.

Alcuni anni fa partecipai a un corso di etica della durata di una settimana aII'Harvard Alumni CoIlege e i partecipanti erano circa duecento tra studenti e coniugi.  E, come sempre accade, tra di loro c'erano quattro o cinque uomini (questo è un tipo di narcisismo predominante tra gli uomini - le donne hanno altri modi per esprimere il loro) che, fin dalle prime battute, si alzarono e cominciarono a porre domande incredibilmente verbose.  In breve gli altri presenti si accorsero che quei partecipanti non erano tanto interessati alle risposte quanto piuttosto ad ascoltare sé stessi parlare.  Verso la fine della seconda giornata di corso un nuovo amico seduto vicino a me li aveva soprannominati «gli odiosi».

La mattina dei quarto giorno, Sissela Bok, co-conduttrice del corso, aveva chiesto a un pediatra del Boston Children's Hospital di presentarci alcuni casi di conflitto tra i bisogni dei bambini e dei genitori nel clima di fiducia consentita dall'ambiente - conflitti che possono far nascere dilemmi etici tra i più spinosi. Il pediatra non era al corrente dei quattro «odiosi», ma Sissela sì, quindi diede il via alla seduta che sarebbe durata due ore annunciando che desiderava una partecipazione motto estesa. «Finora», disse, «quasi tutte le domande sono state poste da un numero molto ridotto di partecipanti.  Di conseguenza chiedo a coloro che hanno già posto domande di farsi da parte per lasciare un'opportunità di espressione anche agli altri.  Non mi riferisco al corso nella sua interezza, ma solo alle prossime due ore.  Quindi, per favore, solo per le prossime due ore, se avete già posto domande, trattenetevi dall'intervenire in modo da favorire gli altri partecipanti. »

Gia nella prima ora tutti e quattro gli «odiosi» avevano posto un'altra delle loro verbose domande.  Mentre lasciavamo la seduta il mio nuovo amico implorò esasperato: «Ma come hanno potuto farlo?  Come hanno potuto?  Non riesco a capire!»

 «E' perché non capisci il narcisismo», ribattei.

«Che cosa intendi dire?»

«Sissela ha chiesto loro di non intervenire per lasciare un'opportunità anche agli altri», spiegai. «Ma per quei quattro non esistono gli altri.»

Possiamo ridere degli «odiosi» e invece è probabile che provino meno dolore delle persone più sane tra noi.  Ma, Dio mio, come ci si deve sentire soli, vivendo in un mondo dove non ci sono gli altri, dove esistono, solo rapporti «Io-Io», dove si comunica solo con se stessi.

Mentre solo una minoranza di noi è narcisista al cento per cento è essenziale, ricordare che tutti possediamo una consistente tendenza al narcisismo.  Per esempio, quasi tutti ci siamo innamorati.  E, come hanno fatto notare gli entusiasti di Buber, l'innamoramento non è che una variante del rapporto «Io-Io» e quindi un fenomeno totalmente narcisistico.  Quando ci si innamora, non ci si innamora di qualcuno ma della fantasia che ci siamo fatti di quel qualcuno.  E' un rapporto «Io-Io» perché siamo semplicemente innamorati di una nostra fantasia.

Quel che accade un paio di settimane o di mesi dopo, o persino un paio di anni dopo esserci sposati, è che ci svegliamo una mattina e scopriamo che l'amato non è più conforme alla nostra fantasia e che ci troviamo bloccati con un tu, un estraneo. E' allora che inizia il lavoro del vero amore, per trasformare quell'estraneo, quel «tu» in un «Tu», nonostante i contrasti, con i contrasti, attraverso i contrasti.

 

Il problema di Janet era chiaramente di natura narcisistica.

Fino a che punto si nasce o si diventa narcisisti è materia di discussione. lo ritengo che tutti nasciamo narcisisti.  Se poi siamo sostenuti dai genitori e dalla grazia durante le naturali umiliazioni dell'infanzia riusciamo a uscirne.  Invece, se le circostanze della nostra giovinezza non sono tanto vantaggiose ci sono buone possibilità di conservare il nostro innato egocentrismo.  Di fronte a difficoltà croniche potrebbe essere utile vedere la vita come la vorremmo piuttosto che com'è, e conservare una continua determinazione autocentrata che in altre circostanze risulterebbe invece eccessiva.  In generale, quanto più i miei pazienti erano narcisisti tanto maggiori erano le umiliazioni che avevano subìto nell'infanzia.  E' indubbio che il padre di Janet fosse un violento, che la umiliasse continuamente, e che sua madre fosse troppo apatica per proteggerla sia da lui sia da altre vicissitudini particolarmente penose.

In ogni caso, Janet sembrava incapace di un rapporto «Io-Tu» con Ralph.  Difficile sostenere che provasse affetto per lui.  Perché se così fosse stato lo avrebbe trattato con rispetto. Il fatto che lui si lamentasse di non essere preso sul serio dalla moglie, nonostante le professioni d'amore di Janet, sembra piuttosto fondato.  L'atteggiamento di Janet nei confronti di lui aveva tutte le caratteristiche di un rapporto «Io-Esso».  Per lei il marito era una sua proprietà e non una persona con i propri diritti e i propri unici e individuali desideri e bisogni.

Questa denigrazione dell'esistenza degli altri in quanto persone è caratteristica della relazione schiavo-padrone (la stessa parola denigrazione -che viene dal latino niger, nero - da cui negro- implica la svalutazione delle persone come se si trattasse di schiavi neri).

Lo schiavo è più proprietà che persona, e ogni volta che i suoi desideri differiscono da quelli del padrone, questi semplicemente non li prende in considerazione.  La schiavitù è stata formalmente messa fuori legge perché giudicata un comportamento organizzativo fortemente immorale.  Continuano invece a sussistere rapporti coniugali di schiavitù nascosta (in cui la parte del padrone è interpretata con la stessa frequenza tanto dalle mogli quanto dai mariti) che non sono né etici né civili.  Per quanto vaghe siano le direttive di comportamento, il matrimonio non può comunque essere un rapporto di proprietà.

1 tre tipi di narcisismo tendono a fondersi.  Se nel caso del matrimonio di Janet c'era una predominanza del rapporto «Io-Esso», a un certo livello, quando Ralph se ne uscì finalmente di casa, lei cominciò a rendersi conto di non poterlo «possedere».  A questo punto, il marito era diventato uno di «loro», un nemico, e lei cadde in depressione e in preda a una rabbia impotente.  Alla fine quello di Janet con Ralph era un rapporto più del tipo «Io-Loro» o «Io-Lui», in cui lei non voleva neppure sentir parlare della possibilità di avere una qualche colpa.  Ma, malgrado tutto, era rimasto un rapporto «lo-lo».  Con la sua capacità di ignorare sia i desideri di Ralph sia i miei tentativi d'intervento, Janet restava ancorata non alla realtà del matrimonio come organizzazione, ma a un mondo creato dalla sua fantasia.

In precedenza ho definito il matrimonio un'organizzazione basata sull'impegno.  Di conseguenza i partner hanno il diritto di aspettarsi un reciproco impegno.  Dove finisce un'aspettativa realistica d'impegno e dove inizia una falsa aspettativa di possesso?  Non esiste una chiara linea di demarcazione.  Esiste una potenziale tensione tra impegno e possesso in ogni matrimonio; da qui i potenziali contrasti su questa materia del contendere.  Aspetto significativo della civiltà in un matrimonio è la capacità dei partner di affrontare tensioni o contrasti. E' chiaro che Janet non li affrontava affatto.  Nel suo narcisismo li ignorava semplicemente.

Il narcisismo è il principale precursore dell'inciviltà.

Un modo di guardare al narcisismo è considerarlo una malattia del pensiero.  Nello specifico, i narcisisti non pensano agli altri in modo chiaro, se mai pensano a essi.

 Dato che la civiltà è un comportamento organizzativo consciamente motivato di natura etica sottomesso a un Potere più elevato, per definizione bisogna tenere conto degli altri esseri umani.  Come possono farlo i narcisisti se non riescono neppure a pensare agli altri in modo chiaro?  E' semplicemente impossibile che vedano l'altro come essere umano prezioso quando il narcisismo gli consente di considerarlo solo un nemico («uno di Loro»), un «Esso» o semplicemente qualcosa di inesistente.

Se il modo in cui i narcisisti pensano agli altri è seriamente danneggiato, lo stesso vale per la loro consapevolezza.  Non possiamo essere consapevoli di quello a cui non pensiamo.  E se non riusciamo a pensare agli altri, come possiamo pensare ai gruppi di altri ovvero alle organizzazioni?  Una mancanza di consapevolezza degli altri porta inevitabilmente a una mancanza di consapevolezza delle organizzazioni.  Questo è il secondo motivo per cui i narcisisti sono intrinsecamente incivili. Sono virtualmente incapaci di un comportamento organizzativo consciamente motivato.  Il loro comportamento nelle organizzazioni è notevolmente inconscio e quindi ampiamente inconscio nelle sue motivazioni.  Prendete in considerazione gli «odiosi» di cui ho parlato in precedenza.  Si comportavano come se non fossero consapevoli di trovarsi a un corso. Sembravano ignorare i prestigiosi insegnanti. E, naturalmente, erano del tutto inconsapevoli degli effetti del loro comportamento incivile sugli altri partecipanti, e anche di essere diventati delle macchiette.

Una delle caratteristiche di Janet che mi colpì di più fu la sua peculiare stupidità.  Stando a tutta una serie di parametri era una persona intelligente; studentessa al college col massimo dei voti, dirigente capace e di successo.  Però sembravano esserci dei buchi nella sua intelligenza. Questa «intelligenza-groviera» è caratteristica di persone che hanno problemi psicologici. Sono capaci di sbrigarsela bene in certe cose (gli psichiatri le chiamano «zone dell'io libere da conflitti»), mentre in altre falliscono miseramente. A tutti è capitato di conoscere questo tipo di persone: politici possibile, anzi è prassi comune, che un narcisista sposi la causa umanistica.  Ho conosciuto diversi narcisisti che venivano considerati intellettuali «Iiberal» pieni di interesse per i poveri e i diseredati.  Ma la loro umanità era solo nella loro testa.  In pratica trattavano gli altri come spazzatura.

 Potenti che sono amanti impotenti; dirigenti di talento che sono genitori incapaci; madri affettuose e attente che sono mogli frigide.

Se a un lato era perfettamente consapevole dell'andamento delle vendite, Janet era peculiarmente ignorante del matrimonio come organizzazione.  Non voleva o non sapeva capire che era diverso dalla schiavitù.  Agiva come se ignorasse del tutto il diritto legale di Ralph al divorzio e anche certi aspetti di lui come persona.  Accanto a questa inconsapevolezza, (e collegata io ritengo a essa) c'era la caratteristica che ho definito «un impoverimento della sua vita interiore».  C'era cioè la sua incapacità di provare simpatia per me, la sua mancanza d'interesse per la religione e il suo scarso interesse per la mia opinione.

Nel dipingere Janet come «la cattiva» non voglio ingannare il lettore facendogli credere di considerare Ralph un eroe.  E' raro, secondo la teoria sistemica, che ci sia un divorzio in cui consapevole è uno solo dei partner.  Non ho trascorso sufficiente tempo per individuare i suoi limiti.  Quindi molte domande su lui sono rimaste senza risposta.  Di certo l'impoverimento della vita interiore di Janet sarà stato percepibile anche quando avevano cominciato a frequentarsi.  E allora, perché aveva deciso di sposarsi con lei? Che cosa l'aveva attratto fin dall'inizio?  Quasi mai riusciamo ad avere un quadro completo, il sistema nella sua totalità.  Tuttavia sono convinto che Dio chiama certa gente alla separazione. Ralph aveva ragione di credere che la separazione era l'unico modo per salvarsi la vita.

Il capitolo precedente sulla nostra comune mancanza di coscienza di gruppo, vale a dire la stupefacente mancanza di consapevolezza delle organizzazioni cui apparteniamo, era intitolato «Il buco nella mente».  In questo capitolo ho parlato dell'intelligenza di Janet come di una «intelligenza-groviera».  C'è un legame? Certamente sì.  Ho dichiarato la mia convinzione secondo cui tutti nasciamo narcisisti.  Di conseguenza ritengo che siamo stupidi fin dalla nascita rispetto ai diritti e ai bisogni degli altri e realmente inconsapevoli delle organizzazioni a cui apparteniamo. Ma ho anche affermato che, quando le circostanze della nostra vita sono ragionevolmente decorose, possiamo liberarci normalmente del narcisismo.  Quando ci scontriamo con la realtà degli altri, i «tu» delle nostre vite, impariamo gradualmente a pensare ai loro bisogni. Allo stesso modo possiamo imparare a pensare in termini organizzativi. Ma questo apprendimento non è garantito.  Non tutte le infanzie sono decorose e la grazia, in modo forse imperscrutabile, trascura alcuni di noi. Comunque Janet è una di quelle persone che non è cresciuta in consapevolezza né rispetto al matrimonio né rispetto a suo marito.

Ma sia narcisismo sia inciviltà vanno ben oltre la semplice mancanza di consapevolezza.  La civiltà non è solo un comportamento organizzativo cosciente, è anche comportamento etico in sottomissione a un Potere più elevato.  Il motivo che determina l'inciviltà del narcisismo è la sua caratteristica mancanza di sottomissione.  Potremmo pensare a un narcisismo della volontà come pure a un narcisismo della mente.  Quando si arriva al fondo, come nel caso di Janet, è di solito poco chiaro se i narcisisti non possono o se invece non vogliono pensare agli altri.

La società ha messo fuori legge comportamenti organizzativi fortemente immorali come schiavitù, abbandono del minore, lenze nei confronti del coniuge e «crimini dei colletti bianchi», Ma la legge da sola è insufficiente quale Potere più elevato. Aleksandr Solzenitzyn ha criticato la cultura dei narcisismo nella società americana per la sua etica «legalista», intendendo con nostro malaugurato atteggiamento secondo cui una cosa «finché è legale è okay»." Era una critica precisa e micidiale.  Il fatto che un'azione sia legale non significa necessariamente che sia etica e civile.  Janet non ha fatto nulla d'illegale.  Ma il suo comportamento coniugale sottilmente distruttivo (incivile) era caratterizzato non solo dalla mancanza di consapevolezza ma anche dalla mancanza di sottomissione.

 

Per Janet non esisteva un Potere più elevato.  Quando le chiesi che cosa si intendesse con l'espressione «La vendetta è solo mia disse il Signore», lei ribattè seccamente: «Non voglio ascoltare queste stronzate religiose!» Se permettiamo che la realtà abbia un'esistenza indipendente dal nostro volere e dalle nostre fantasie, allora persino la realtà può essere un Potere più elevato. Così, una volta ho definito la salute mentale come un «processo continuo di impegno nei confronti della realtà, a qualsiasi costo»  

Con «a qualsiasi costo» mi riferivo al dolore che dobbiamo sopportare quando rinunciamo a illusioni a lungo accarezzate in favore di ciò che è reale.  Janet non era disposta a sopportare quel dolore o a pagare quei costi.  C'era una ostinazione nel modo in cui sceglieva ripetutamente di ignorare la realtà a favore delle sue fantasie, proprio come quando, da adolescente, aveva ingrandito sul foglio la sua casa.  Il suo «Io» non si sottometteva alla realtà del «Tu» di Ralph e neppure alla realtà della rottura del loro matrimonio.  Questa mancanza di sottomissione della volontà al mondo sopra e oltre di essa è una caratteristica del narcisismo quanto la mancanza di consapevolezza.  Non meraviglia che il nostro narcisismo sia il principale precursore dell'inciviltà.

 

Non solo è possibile crescere e uscire dal narcisismo, ma è essenziale.  E con ciò non intendo che bisogna farlo per la sopravvivenza individuale (le Janet di questo mondo riescono a sopravvivere) ma per quella collettività e per comprendere l'essenza della vita. Perché le nostre vite hanno un significato minimo o nullo se non sono pellegrinaggi spirituali, e imparare a uscire dal nostro narcisismo è il nocciolo di questo cammino.

Una mattina, quando avevo quindici anni, camminando sulla strada che mi portava alla Phillips Exeter Academy, notai in lontananza un compagno di classe. Stava venendo verso di me e una volta che ci fummo incrociati parlammo per qualche minuto, poi ognuno continuò la sua strada. Qualche metro più avanti, per grazia di Dio, venni colto da una rivelazione. Mi accorsi che per una decina di minuti, da quando avevo notato il compagno fino a quel preciso momento, ero totalmente immerso in pensieri che mi riguardavano. Per i due o tre minuti prima di incrociarci avevo pensato alle cose intelligenti che avrei detto per impressionarlo. Nei cinque minuti passati insieme l'avevo ascoltato solo per poter ribattere con arguzia. L'avevo guardato solo per notare che effetto avevano avuto su di lui le mie affermazioni.  E per i due o tre minuti seguenti la nostra separazione avevo unicamente pensato alle cose che avrei potuto dire per farmi ancora più bello.

  Non avevo fatto caso al mio compagno neanche per una frazione di secondo.  Non mi ero interessato alle sue gioie o preoccupazioni né a quel che avrei potuto dire per rendere la sua vita nomo dura.  Mi ero preoccupato di lui solo come specchio per la mia arguzia e la mia bravura.  Era un puro «Esso» ai miei occhi.

E poi, la grazia o Dio mi avevano rivelato non solo quanto fossi solipsisticamente assorbito da me stesso ma anche come, se avessi continuato così, avrei finito inevitabilmente per condurre una vita adulta timorosa, vuota e solitaria.  Così a quindici  anni iniziai a combattere il mio narcisismo.

Non è una battaglia facile. I tentacoli del nostro narcisismo sono sottili e penetranti, devono essere recisi uno per volta, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Una decina d'anni dopo, dopo soli due anni di matrimonio, iniziai veramente a capire che Lily poteva essere qualcosa di più di un appendice, di un mio «Esso».  Furono i contrasti all'interno del nostro rapporto ad aprirmi gli occhi.  Mi scoprivo spesso seccato perché era fuori a far compere quando avevo bisogno di lei e altrettanto seccato se era a casa a «infastidirmi» quando io avevo bisogno di solitudine. Gradualmente iniziai a rendermi conto che gran parte della mia irritazione era il risultato di una bizzarra convinzione. Ritenevo che Lily dovesse in qualche modo essere presente ogni volta che lo volevo e non esserci quando la sua presenza era scomoda. Inoltre, ritenevo che lei dovesse sapere se mi andava o meno la sua presenza senza che io dovessi comunicarglielo.  Passò forse un altro decennio prima che mi fosse possibile guarire da questa particolare follia.

Il matrimonio non è l'unica forma di comunità e quindi non è il solo veicolo di contrasti che possiamo usare per sfrondarci del nostro narcisismo.  Ma in quanto organizzazione tra le più comuni e intime dell'essere umano, è anche il migliore strumento per quello scopo

Questo non significa che lo useremo per quello scopo.  Janet non l'ha fatto e sono molti gli uomini e le donne come lei che scelgono di vivere in una fantasia narcisistica piuttosto che librarsene affrontando i contrasti dei loro matrimoni. Il rifiuto di Janet ad aprire gli occhi - a diventare consapevole e a sottomettersi alla realtà - sottolinea il fatto che la civiltà è una scelta. E' stato un peso per me, in qualità di psicoterapeuta, vedere molte persone che, come Janet, non hanno fatto quella scelta, che hanno rifiutato ciò che può essere definita la «rivelazione attraverso la realtà» D'altro canto è stato anche un mio privilegio poter osservare tante mogli e tanti mariti che hanno operato la scelta di accettare i contrasti dell'organizzazione matrimonio in virtù di una crescita spirituale e decrementando il livello del proprio narcisismo Come risultato sono cresciuti in civiltà e santità. E' una cosa meravigliosa guardare la gente crescere.

 

Il mio personale commento:

Come già detto nella presentazione di questa bella riflessione di Scott Peck, psichiatra cristiano, dal punto di vista cattolico sia della morale coniugale che dalla prassi psichiatra che ne deriva ci possono essere alcune divergenze, sostanziali e marginali.

Tuttavia rimane stimolante il fatto quotidiano e costante al narcisismo che ciascuno di noi si porta dietro e che come tale non va affrontato solo con un cammino spirituale strettamente inteso ma anche con una precisa analisi di confronto con un "Altro" che ci aiuti a far verità su questa zavorra che spesso ci portiamo dietro. Certo è difficile che il narcisismo porti ciascuno di noi ad un confronto nei fatti e nella verità. Spesso alcuni di noi si lamentano della loro incapacità di uscire da alcuni problemi o della difficoltà di trovare un direttore spirituale. Spesso è una lamentela narcisistica che formalmente si manifesta ma in realtà vuole conservare una forte incapacità alla crescita. Infatti è proprio vero che "il maestro arriva quando il discepolo è pronto"... ma il discepolo chiuso nel suo solipsismo non vuole assolutamente essere pronto - e pertanto non è mai discepolo. Se è vero che il narcisismo è inciviltà è vero anche che il narcisismo è l'antitesi della scelta  e della decisione. Ogni forma di amore, che è l'incontro con un Tu, con un Altro da me è gioia e sofferenza perché vuol dire uscire da se stessi, fidarsi e fare delle scelte. In tal senso l'ateismo è una delle forme più particolari di narcisismo perché evita il salto naturale del uscire da sé/fidarsi/gioire/soffrire. Poiché, però, la nostra essenza è relazionale, l'ateo, come ogni narcisista, non si rivolge all'Altro ma a dei surrogati dell'Altro di cui egli ha necessariamente bisogno... fossero questi non solo quelli grossolani del potere, sesso, successo, ecc.. ma anche quelli della propria intelligenza, dei propri carismi e persino delle opere buone.

Per questo Gesù ci mette in guardia con la parabola in cui il padrone chiama i suoi servi più "zelanti": "andate via operatori di iniquità, Io non vi conosco"... come a dire figli miei non avete mai cercato l'intimità con me nelle cose che facevate ma vi siete chiusi o nel molto fare o nel formalismo narcisistico tipico di chi non vuole mettersi in discussione!

Il narcisismo d'altronde è un retaggio della ferita del peccato originale che ci portiamo dietro dove l'altro è un nemico... a cominciare da Dio, poi il proprio partner e, poi, drammaticamente anche noi stessi.

La lieta novella è proprio questa: Gesù, Figlio del Padre, ricorda non solo alla tua intelligenza ma soprattutto al tuo più profondo intimo che Dio è Padre... e ... vuole guarirti dal sospetto verso di Lui, verso il tuo partner, verso te stesso, verso l'altro.

Anche un solida terapia psico-analitica non può che impiantarsi (pur rispettando i rispettivi generi letterari) su questo "fatto" dell'Amore del Padre manifestato e reso accessibile dalla presenza di Gesù Cristo Risorto e vivente.