Provini per predicare

cristo-benedicenteLa musica dei semplici.
L’altra Controri-forma è il titolo del libro curato da Stefania Nanni (Roma, Viella, 2012, pagine 466, eu-ro 40). È una raccolta di venti studi interdi-sciplinari dedicati alla storia dell’evangelizza-zione compiuta attraverso il canto e la musica. Pubblichiamo stralci dal capitolo «La voce del missionario».

di GIUSEPPE ORLANDI

Visto il tipo di uditorio al quale i missionari redentoristi abitual-mente si rivolgevano — costituito da popolazioni scarsamente alfabetizzate — per essere effica-ce la loro predicazione doveva essere «apo-stolica», cioè semplice nella forma anche se solida nel contenuto. Sant’Alfonso proibiva ai missionari il ricorso a «pensieri subli-mi», ricordando che era proprio dello «spi-rito dell’Istituto predicare con stile basso, popolare». Il che non significava predicare «senz’ordine, senza metodo, senza veruna arte, e senza studio e premeditazione e co-me sul dirsi alla carlona». Perché «il nostro predicare dev’essere grave, onesto, divoto, familiare, ragionato, forte e convincente». Il contesto in cui l’opera dei missionari si svolgeva attribuiva un importante valore didattico anche alle canzoncine spirituali, atte a imprimere nelle menti degli uditori le verità principali della fede. Vari redento-risti, fra cui lo stesso fondatore, si cimenta-rono in questo genere musicale, tanto umi-le quanto efficace per l’evangelizzazione. Le prime, rudimentali norme riguardanti la missione redentorista risalgono al 1733, cioè ad appena un anno dalla fondazione della congregazione. Col tempo tali norme andarono precisandosi, specialmente per opera del fondatore, il cui punto di vista in materia è noto in tutti i particolari, aven-dolo egli stesso esposto in varie pubblica-zioni. Per esempio, nella Selva di materie p re d i c a b i l i , data alle stampe nel 1760, che ebbe varie edizioni quando l’autore era an-cora in vita. Mentre i contenuti della predicazione dei missionari redentoristi sono stati ogget-to di numerose ricerche, meno studiati ri-sultano i modi in cui essa si svolgeva. E in particolare l’uso della voce da parte dei missionari. Anche su questo punto i redentoristi po-tevano avvalersi degli insegnamenti di sant’Alfonso. Nelle sue opere italiane la pa-rola «voce» ricorre ben 778 volte, di cui un certo numero è riferito ai predicatori. Il santo indica il tono che, di volta in volta, la loro voce deve assumere: «alta», «molto al-ta», «bassa», «distinta», «dolce», «flebile», «forte», «giuliva», «grave e uniforme», «impetuosa», «intelligibile», «interrotta», «mediocre», «segreta», «sforzata», «som-messa», «sotto voce», «violenta», eccetera. Ma in concreto, come andava gestita la voce? Tra le tante risposte contenute nelle opere di sant’Alfonso, vale la pena di se-gnalare le seguenti, tratte dai suoi Av v e r t i -menti ai predicatori, pubblicati a Napoli nel 1778. Per esempio, a proposito del tono della voce, vi si legge: «In quanto alla vo-ce il predicatore dee sfuggire di predicare in tuono gonfio, con voce unisona, o sem-pre alta. Ciò che muove e concilia l’atten-zione degli ascoltanti, è il parlare ora con voce forte, ora mediocre, ora bassa, secon-do conviene al sentimento che si espone, ma senza fare sbalzi eccedenti e subitanei: ora il fare un’esclamazione, ora una ferma-ta, e poi ripigliare con un sospiro. Questa varietà di voci e di modi mantiene l’udito-rio sempre attento». Nello svolgimento della missione, a cia-scun missionario era assegnato un proprio ruolo ben definito. Vi era il superiore della missione; il prefetto di chiesa; il predicato-re della predica grande; il catechista del popolo, o istruttore; il catechista dei fan-ciulli; i predicatori degli esercizi al clero, degli esercizi alle monache, degli esercizi ai galantuomini, degli esercizi ai carcerati, ecc.; il prefetto delle paci; i confessori; l’economo; il fratello coadiutore. Oltre a una robusta e sana costituzione, tra i requisiti per l’ammissione nell’istituto redentorista vi era l’idoneità del candidato a procurarsi la cultura teologica necessaria a fare di lui un buon confessore e soprat-tutto un buon predicatore. Per questo se-condo ruolo non era soltanto indispensabi-le il possesso di una voce atta a farsi inten-dere da folle spesso vaste, ma occorreva anche saperla adeguatamente modulare. Questo requisito era necessario all’i s t ru t -tore (cioè, al catechista), ma soprattutto al predicatore della predica grande. La Regola dell’Istituto raccomandava ai missionari di predicare in «maniera fami-liare, vivace, spiritosa, per così mantenere l’udienza attenta, e con riuscita di molto profitto; né si manchi di farlo con veemen-za, quando la materia lo porta». Quest’ul-tima raccomandazione era rivolta soprat-tutto al missionario incaricato della «predi-ca grande», che nella missione redentorista tradizionale costituiva l’elemento principa-le. A tale ruolo veniva destinato solo chi possedeva una voce forte e intonata, che andava custodita come un dono prezioso. Si trattava di un ruolo faticoso ma di indi-scusso prestigio, come riconosceva sant’Al-fonso, che non si stancava di raccomandare l’umiltà a chi era chiamato a ricoprirlo. In che cosa consistesse la «predica gran-de» lo apprendiamo da Francesco Di Ca-pua (1879-1957), che ne ha lasciato una vi-va descrizione: «Non era una delle solite orazioni sacre, era un recitativo declama-to, che, in alcuni punti, assumeva natural-mente il tono melodico di una cantilena. L’oratore, lentamente passeggiando per il palco, con aria ispirata, a voce distesa, con un tono grave e piano, recitava i suoi periodi, terminandoli con una ca-denza quasi musicale. Era una cantilena semplicissima, che si svolgeva su una so-la nota, la quale, talvolta, a mo’ di crescendo, s’innalzava di tono. Le sillabe accentate, specialmente quelle delle ulti-me parole del periodo, erano pronun-ziate allungandole. La frase s’iniziava sull’ultima nota di recitazione per ter-minare con una cadenza ritmica. Gli effetti prodotti da tale semplice cantile-na sulla folla erano così potenti da riuscire quasi incredibili a chi non ne sia stato mai spettatore». I giovani redentoristi venivano addestrati a lungo alla predicazione, fin dal noviziato e per tutta la durata della preparazione al sacerdozio. Do-po l’ordinazione sacerdotale venivano inviati al «secondo noviziato», durante il quale, sotto una esperta guida, si de-dicavano alla elaborazione dei testi delle prediche. Era a questo punto che veniva operata la selezione dei giovani predicatori, con l’assegnazione dei ruoli che avrebbero ricoperto in futu-ro. Naturalmente, la qualità della vo-ce veniva sempre presa in considera-zione in questa selezione. Un docu-mento della metà dell’Ottocento of-fre le note caratteristiche di quindici giovani sacerdoti redentoristi napole-tani, che stavano per intraprendere la carriera missionaria. Otto di loro ri-sultarono idonei alla predica grande, in quanto dotati rispettivamente di «voce tronante, la migliore» (1 caso), «ottima» (1 caso), «forte» (1 caso), «buona» (3 casi), «mediocre» (2 casi). Mentre gli altri erano stati giudicati inidonei a causa della voce «non buona» (1 caso), «assai scordata» (2 casi), «assai eterogenea» (1 caso), ecc. Avrebbero dovuto quindi ripiegare su ruoli minori — anch’essi, peraltro, necessari allo svolgimento della missione — anche se si trattava di elementi indiscutibilmente dotati. Come il padre Giovanni Cavaliere («di ottimo talento, scrive assai sensato, riesce nei sermoni»), ma «inabilitato alla predica grande per la gran scordanza della vo ce». Dato che la predica grande durava nor-malmente un’ora e mezzo, si comprende facilmente lo sforzo che essa comportava. E il conseguente rischio di logorare precocemente le loro forze — oltre che la voce — che potevano correre predicatori forse molto generosi, ma certo poco prudenti. Anche la voce di sant’Alfonso, un tempo forte e armoniosa, andò soggetta a un graduale declino. Soprattutto a causa delle avverse condizioni in cui egli esercitava l’apostolato missionario, spesso in campo aperto, per sentieri montani, in chiese e cappelle di campagna. Una corrente d’aria dopo la predica o l’immobilità in un confessionale umido lo costringevano al letto afono e febbricitante. Inoltre, compiuti i cin-quant’anni, si ammalava immancabilmente di bronchite già con i primi freddi dell’au-tunno. Verso i sessant’anni non fu più in grado di impegnarsi, almeno in modo continuati-vo, nell’attività missionaria. Dedicò allora il tempo libero all’attività letteraria, com-ponendo gran parte delle opere che gli me-riteranno il titolo di dottore della Chiesa.

© Osservatore Romano - 18 gennaio 2013

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla mailing list di cristiano cattolico. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio. Vedi pagina per la privacy per i dettagli.
Per cancellarsi usare la stessa mail usata al momento dell'iscrizione.