Operazione Colomba

 

LA FORZA DELLA NON VIOLENZA
in memoria di Don Oreste Benzi




 

Introduzione

Lenire le ferite e gettare ponti

La nascita di "Operazione Colomba"

La presenza non violenta nei conflitti: Nord Uganda - Kossovo  

INTERVISTA ad Antonio De Filippis,

coordinatore dell'"Operazione Colomba"

Nota biografica di Don Oreste Benzi  


 

Introduzione

"Non c'è pace senza disarmo. Non c'è disarmo se non tacciono i cannoni, se non si smontano, oltre alle rampe missilistiche, anche gli spiriti. La pace non si regge sull'equilibrio degli armamenti, ma sulla vicendevole fiducia, sul disarmo dei cuori".

(Papa Giovanni XXIII, "Pacem in Terris", n.113).


"Non dobbiamo, per timore che noi o altri si abbia a soffrire, rimanere corresponsabili dell'ingiustizia. Ma dobbiamo combattere l'ingiustizia cessando di appoggiare direttamente o indirettamente colui che la commette".

(Gandhi, "Antiche come le montagne").


"A tutti viene ora chiesto l'impegno di lavorare e pregare affinché le guerre scompaiano dall'orizzonte dell'umanità".

(Papa Giovanni Paolo II ai Cappellani Militari, 24 marzo 2003)


"Il Magistero condanna l'enormità della guerra e chiede che sia considerata con un approccio completamente nuovo infatti riesce quasi impossibile pensare che nell'era atomica la guerra possa essere usata come strumento di giustizia. La guerra è un flagello e  non rappresenta mai uno strumento idoneo per risolvere i problemi che sorgono tra le Nazioni: non lo è  mai stato e mai lo sarà perchè genera conflitti nuovi e più complessi. Quando scoppia, la guerra diventa un'inutile strage, un'avventura senza ritorno, che compromette il presente e mette a rischio il futuro dell'umanità......   La guerra in definitiva è il fallimento di ogni autentico umanesimo, è sempre una sconfitta dell'umanità....".

(CSDC-Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 497).


"La ricerca di soluzioni alternative alla guerra per risolvere i conflitti tra i popoli ha  assunto oggi un carattere di drammatica urgenza ".

( CSDC 498).


"Anche il mondo attuale ha bisogno della testimonianza di profeti non armati, purtroppo oggetto di scherno in ogni epoca".

(CDSC 496).


"Noi non possiamo non lodare coloro che, rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono, del resto, alla portata anche dei più deboli, purché ciò si possa fare senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri o della comunità"

(Gaudium et Spes, n. 78).


"L'unico antidoto alla violenza è "il nobilissimo principio della nonviolenza", praticato al massimo da Cristo; "nel sistema del pensiero cristiano il principio della non violenza non ha solo portata negativa ... bensì anche positiva e di gran lunga superiore: si può dire infatti che la più cristiana delle massime inculcateci dal Redentore ... è questa: non ti lasciar vincere dal male, ma vinci il male col bene".

(Papa Giovanni Paolo II, Discorso ai giuristi cattolici italiani, 6 dicembre 1980).


"Perché Gesù chiede di amare i propri nemici, cioè un amore che eccede le capacità umane? In realtà, la proposta di Cristo è realistica, perché tiene conto che nel mondo cè troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo "di più" viene da Dio: è la sua misericordia, che si è fatta carne in Gesù e che sola può "sbilanciare" il mondo dal male verso il bene, a partire da quel piccolo e decisivo "mondo" che è il cuore dell'uomo..Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell'arrendersi al male secondo una falsa interpretazione del "porgere l'altra guancia" (cfr Lc 6,29) ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell'ingiustizia. Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l'atteggiamento di chi è così convinto dell'amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell'amore e della verità.  L'amore del nemico costituisce il nucleo della "rivoluzione cristiana".     

(Papa Benedetto XVI - commento a Lc 6,27:"Amate i vostri nemici" - Angelus 18 febbraio 2007).


"La resistenza passiva apre una strada più conforme ai principi morali e non meno promettente di successo".

(Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede "Libertà cristiana e liberazione, n. 79, 1985).


"Tra i segni di speranza va annoverata la crescita, in molti strati dell'opinione pubblica, di una nuova sensibilità sempre più contraria alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli e sempre più orientata alla ricerca di strumenti efficaci ma "non violenti" per bloccare l'aggressore armato".

(Enciclica "Evangelium vitae", n. 27).


"La pace non è tanto questione di strutture, quanto di persone. Strutture e procedure di pace - giuridiche, politiche ed economiche - sono certamente necessarie e fortunatamente sono spesso presenti. Esse tuttavia non sono che il frutto della saggezza e dell'esperienza accumulata lungo la storia mediante innumerevoli gesti di pace, posti da uomini e donne che hanno saputo sperare senza cedere mai allo scoraggiamento. Gesti di pace nascono dalla vita di persone che coltivano nel proprio animo costanti atteggiamenti di pace".

(Papa Giovanni Paolo II, dal Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2003).


"Alla caduta di un simile "blocco" o impero, si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia....  Sembrava che l'ordine europeo, uscito dalla seconda guerra mondiale e consacrato dagli Accordi di Yalta, potesse essere scosso soltanto da un'altra guerra. E' stato, invece, superato dall'impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità. ...Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla guerra nelle controversie internazionali!".

(Enciclica "Centesimus Annus", n. 23).




Lenire le ferite e gettare  ponti.


"Kossovo: Serbi ed Albanesi si combattono.  La pace  non è impossibile.

Ci vuole chi con intelligenza e  amore  li "costringa" a fare passi in avanti.


Palestina:  tra settlers, i coloni, ed i pastori arabi incomprensioni e violenza.

Ci vuole chi protegga dagli attacchi dei coloni  i bambini arabi quando vanno a scuola ed i pastori arabi quando portano le greggi al pascolo nelle loro terre. Ci vuole chi provi ad aprire spazi di dialogo

tra i coloni israeliani ed i pastori palestinesi.


Uganda del Nord: il mondo sta a vedere : 1.500.000 sfollati  in condizioni disumane, 30.000 bambini  rapiti e trasformati in soldati dai ribelli. Questi bambini se fuggono devono essere uccisi  e quelli che rimangono devono uccidere coloro che hanno tentato la fuga.

Ci vuole chi " abiti"  questo conflitto  per immettervi semi di riconciliazione.


In Italia la mafia uccide. Ci vuole chi provi ad abbassare il livello di virulenza  di questo fenomeno.

Avevo chiesto una volta a Monsignor Romero se aveva paura e lui  mi ha risposto:" si, tanta, ma non fino ad abbandonare i miei campesinos".

Il coraggio non sta nel non aver paura ma nel vincere la paura per un amore più grande!!


Dai: ci stai anche tu?!?!

Unisciti allora ai giovani dell'Operazione Colomba per " lenire le ferite e gettare  ponti", e costruire così una nuova umanità in Gesù.


Don Oreste Benzi (19 settembre 2005)


 

La nascita di "Operazione Colomba"

Nel 1992, alcuni ragazzi (obiettori di coscienza) dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, interrogati dal conflitto jugoslavo che imperversava a poche centinaia di chilometri sull'altra sponda dell'adriatico, iniziarono a trascorrere alcuni periodi nei campi profughi della Croazia. In seguito, fu organizzata una presenza continuativa, prima solo nella parte croata, successivamente anche nella parte serba e bosniaca. Nasceva il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, denominato "Operazione Colomba".


L' operazione Colomba è un modello di corpo civile di pace, un esercito disarmato che interviene nei conflitti armati e sociali acuti. Insieme a tante altre realtà italiane ed internazionali - Beati i Costruttori di Pace di Padova, ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà) Berretti Bianchi di Lucca, Caritas Italiana, GAVCI - CEFA di Bologna, PBI (Peace Brigades International), Pax Christi, MIR - la Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, ha inteso proporre e realizzare alternative efficaci e credibili allo strumento militare per intervenire nei conflitti internazionali, inter-statali ed intra-statali.


Durante quest'ultimo decennio la società civile mondiale ha proposto forme nuove di intervento in diversi settori della vita internazionale. Come ha riconosciuto l'allora Segretario Generale dell'ONU, Boutros Ghali, nella sua Agenda per la Pace, le ONG, la società civile può ricoprire un ruolo fondamentale nella prevenzione del conflitti, nel mantenimento della pace, nella costruzione della pace dopo conflitti. Numerose risoluzione della Assemblea Generale dell'ONU affermano il diritto/dovere di intervenire a tutela dei diritti umani. Lo stesso Parlamento Europeo a più riprese si è espresso in materia di interventi civili per la pace, chiedendo al Consiglio dei Ministri della UE ed alla Commissione Europea il varo di un vero e proprio Corpo di Pace Civile Europeo.

Nel 1995, nel rapporto Martin Boulanger, viene inserita la proposta di un Corpo civile di pace europeo. Nel 1999, c'è una raccomandazione A4-0047/99 del Parlamento europeo sull'istituzione di un Corpo di pace civile europeo. Nel 2001, Il Parlamento Europeo ribadisce con una nuova risoluzione, la A5-0394/2001, la necessità di istituire un Corpo Civile di Pace. Nella Costituzione Europea, vengono tenuti insieme concetti come volontariato, coinvolgimento dei giovani, intervento civile all'estero, aiuto umanitario.



La presenza non violenta nei conflitti


Dal 1992 ad oggi, l'esperienza di "Operazione Colomba" è stata proposta anche in altri conflitti: in Sierra Leone (1997), in Kossovo e Albania (dal 1998), a Timor Est (1999), in Chiapas-Messico (1998-2002), in Cecenia-Russia (2000-2001), nella Repubblica Democratica del Congo (2001) e nella Striscia di Gaza in Israele-Palestina (dal 2002), in Nord Uganda (dal 2005).


In Croazia, Bosnia Herzegovina, Yugoslavia (1992 - 1997): l'Operazione Colomba, è stata a fianco delle popolazioni e dei rifugiati di ogni gruppo nazionale, sostenendo i bisogni umanitari della popolazione civile, per promuovere il dialogo fra i belligeranti e le persone divise dalla guerra, lavorando attivamente per la risoluzione pacifica dei conflitti, per riunire famiglie ed amici divisi dai fronti, per proteggere i diritti umani delle popolazioni civili. "Operazione Colomba" è stata presente a: a Zara, Karlovac, Sunja, Knin, Plavno, Vukovar, Zagabria in Corazia; Banja Luka, Mostar, Sarajevo in Bosnia Herzegovina; Belgrado, Sabac in Yugoslavia.


Albania (1997): durante la crisi interna e la guerra civile alcuni volontari sono stati presenti sul territorio ed in particolare presso alcuni sacerdoti missionari per sostenerli e dialogare con la popolazione.


Sierra Leone (1997): presenza sviluppata in collaborazione con la Diocesi di Makeni e Mons. Biguzzi per cercare vie di dialogo e di riconciliazione tra le parti coinvolte nella guerra civile. "Operazione Colomba" ha sostenuto attivamente lo sforzo umanitario della diocesi attraverso raccolte di fondi.


Kossovo - Albania - Macedonia (1998 - 1999): dopo alcuni contatti nel 1995 con Padre Lush Giergji, fondatore del Centro Madre Teresa, "Operazione Colomba" ha deciso di iniziare una presenza stabile poco dopo il massacro dell'area di Drenica, nel febbraio 1998. Dall'estate 1998 è iniziata la presenza in aree di conflitto ed in particolare nell'area di Suva Reka, villaggio di Recane, per promuovere il dialogo, sostenere gli sfollati, proteggere le popolazioni dalla violenza. L'azione è stata sviluppata in collaborazione con l'UNHCR - ACNUR e con l'OSCE. L'inizio dei bombardamenti NATO ha interrotto la presenza. Nell'aprile 1999 "Operazione Colomba" è andata a sostenere un campo profughi in Albania e Macedonia per vivere accanto ai profughi. Dal Giugno siamo rientrati in Kossovo ed abbiamo dato vita a due presenze nell'area di Pec-Peja e Mitrovica, in quelle zone dove erano ancora presenti minoranze etniche.


Timor Est - Indonesia (1999): dopo le violenze perpetrate dai gruppi miliziani filoindonesiani e dall'esercito federale nei confronti della popolazione dell'isola di Timor Est che in agosto, sotto l'egida dell'ONU, attraverso un referendum si era largamente espressa a favore dell'indipendenza, "Operazione Colomba" ha svolto un viaggio esplorativo nell'isola di Timor, cercando soluzioni insieme alle centinaia di persone costrette a scappare nella parte Ovest dell'isola e appoggiando economicamente il lavoro svolto dalle suore Salesiane presenti a Dili da anni.


Chiapas - Messico (1998 - 2002): dopo il massacro di Acteal ad opera dei gruppi paramilitari filogovernativi, è iniziata una presenza in collaborazione con la Diocesi di San Cristobal ed il suo Vescovo (Emerito) Mons. Samuel Ruiz Garcia. I volontari della "Operazione Colomba" hanno vissuto nei villaggi indigeni dove si sono impegnati nella costruzione di un cammino di riconciliazione, promozione del dialogo, tutela dei diritti degli indigeni e protezione dalle violenze dei paramilitari e dell'esercito.


Cecenia - Russia (2000 - 2001): di fronte alla più completa indifferenza della comunità internazionale, il conflitto in Cecenia continua a mietere centinaia di vittime sia tra i militari (russi e ribelli ceceni) che tra la popolazione civile. Nonostante le notevoli difficoltà burocratiche e i rischi, i volontari di "Operazione Colomba" sono riusciti ad andare in Ingusetia, repubblica confinante con la Cecenia, dove si è riversata la maggior parte dei profughi (180 mila), entrando nei campi e negli accampamenti. Sono entrati anche direttamente in Cecenia (Grozny e campi profughi limitrofi), per verificare le disperate condizioni di vita dei sopravvissuti.


Repubblica Democratica del Congo - Africa (2001): in ventidue mesi, la guerra nel Congo ha contato 1.700.000 vittime, soprattutto fra i civili. La popolazione congolese lotta con forza dal 1990 per la libertà, la democrazia e la dignità umana nella regione dei Grandi Laghi. Dopo l'esperienza della marcia per la pace "Anch'io a Bukavu", che ha portato più di 200 "bianchi " a Butembo, nel cuore del conflitto, "Operazione Colomba ha realizzato una presenza nella città di Bukavu, in accordo con la Société Civile, un'associazione che raggruppa le rappresentanze della "Società Civile" della città, come osservatori internazionali, vivendo insieme alla popolazione, condividendone la situazione di povertà e le tensioni della guerra.


Palestina - Striscia di Gaza (2002- 2003): Nel maggio 2002 "Operazione Colomba" ha iniziato una presenza stabile nel sud della striscia di Gaza, nei pressi di Kan Younis, in un territorio di scontro aperto tra esercito israeliano, che in quella zona difendeva i coloni insediatisi in territorio palestinese ed irregolari palestinesi. A fianco della popolazione civile, si è tentato, con una presenza di monitoraggio internazionale, di attenuare il clima di forte violenza, denunciare gli attacchi contro i civili e sostenere le famiglie più povere a causa del conflitto.


Nord Uganda

Il Nord Uganda è martoriato da un conflitto civile che dura dal 1986 e che vede contrapposti il Governo ugandese contro i ribelli del Lord Resistance Army (LRA). Nel 1995, il LRA, dalle sue basi in Sud Sudan cominciò delle incursioni, creando scompiglio nell'Uganda settentrionale con il massacro di molte migliaia di persone, la distruzione di case e numerosissimi rapimenti di bambini per il reclutamento forzato nelle file dell'esercito ribelle. I ribelli attaccano le città di notte, incendiano e ammazzano centinaia di persone, con l'unico scopo di seminare il terrore e tenere in scacco un intero popolo. Il conflitto ha costretto la popolazione del Nord Uganda a vivere in campi per sfollati. In quasi vent'anni, 100 mila persone sono morte, 25 mila bambini sono stati rapiti per combattere, un milione e mezzo di persone sono state costrette a lasciare le loro case e a vivere in accampamenti per rifugiati. Ancora oggi ogni sera 40 mila bambini migrano in cerca di rifugio dai loro villaggi verso le città: sono chiamati i "night commuters".


"I metodi di addestramento sono brutali - si legge nel rapporto di ‘Operazione Colomba'. I bambini, spesso drogati, sono costretti a mutilare ed uccidere con il machete, per non incorrere in punizioni gravissime o addirittura essere uccisi a loro volta. In battaglia portano una bottiglia d'acqua ed una pietra in tasca che dovrebbero proteggerli dal nemico e dalle pallottole degli avversari. Le femmine, oltre a combattere, sono di continuo abusate sessualmente dai comandanti. Numerosi sono gli agguati nelle strade contro la popolazione civile. Oltre le ferite esteriori, vi sono quelle interiori, le più difficili da guarire: il timore e la sfiducia, il senso di colpa, il disprezzo di sé stessi, la rabbia verso una società che non li ha protetti. L'obiettivo di LRA è quello di disumanizzare i bambini. Infine c'è il serio rischio di vendette una volta che questa situazione sarà risolta: gli ex bambini soldato, infatti, sono stati vittime e carnefici al medesimo tempo. Questo problema non è stato mai affrontato: sui ragazzi scappati dalla guerriglia3 non è stato mai cominciato un lavoro di riabilitazione serio. Queste creature che non hanno vissuto la loro adolescenza, ma sono stati per anni solo macchine di crudeltà, sono anch'essi abbandonati nei campi, con il loro trauma e senza prospettive".


Il 95% della popolazione Acholi, circa un milione e mezzo di persone, continua a vivere nei campi per sfollati. Le persone vi languono, senza fare niente, dovendo vivere con 4-5 Kg di cereali a testa al mese. Con poca acqua, nessun servizio e nessuna prospettiva. Sono aumentati i suicidi, la morte per AIDS, per violenze e per altro.


"A dispetto delle dichiarazioni governative di maggior sicurezza e del miglioramento generale della situazione - scrive ‘Operazione Colomba' - non si capisce perché vengano aperti nuovi campi e non si favorisca il rientro nei villaggi d'origine. C'è il dubbio che dietro questa politica ci sia un disegno governativo di estirpare la gente dalle proprie terre (di cui sono proprietari), per appropriarsene e poi venderle alle multinazionali o sfruttarle in altro modo. Ad oggi, la metà della popolazione nei campi ha meno di 16 anni: bambini e ragazzi che sono nati e cresciuti nei campi, che spesso non conoscono neanche la terra di famiglia, perché i genitori hanno dovuto lasciare i propri villaggi prima della loro nascita a causa della guerra. Già alla fine del 2004 il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, Jan Egeland, aveva definito questa situazione ‘la più grande emergenza umanitaria dimenticata del mondo'".


Nel novembre 2004 e nel maggio 2005, "Operazione Colomba" ha compiuto due missioni esplorative durante le quali sono stati presi i primi contatti. L'azione di "Operazione Colomba" si è concentrata nell'area di Minakulu, nel distretto di Gulu, che comprende circa 45.000 abitanti, la maggior parte dei quali sono giovani al di sotto dei vent'anni. In quest'area esistono già due campi per sfollati dove vivono ammassate 35.000 persone.


I volontari di "Operazione Colomba" operano soprattutto in quest'area vivendo nella struttura della parrocchia e portando avanti le seguenti attività: visita ai campi per sfollati per conoscere la gente e valutare i loro bisogni, cercando fin dall'inizio di dare una risposta a quelli più semplici; accompagnare la gente durante il giorno nei campi a lavorare la terra, così da darle maggior sicurezza; sostenere l'attività del comitato Giustizia e Pace della Diocesi di Gulu - Kitgum; presenza notturna con i 2.000 sfollati che per ragioni di sicurezza dormono all'aperto; approfondire la conoscenza sul conflitto.

Sono stati raccolti fondi per finanziare: la costruzione di un dispensario a Minakulu; lo scavo di due pozzi nell'area della stessa parrocchia; sostenere gli studi di alcuni ex bambini - soldato. 


Nell'estate del 2006, una delegazione di "Operazione Colomba" ha svolto una terza missione. Obiettivo di quest'ultimo viaggio è stato quello di continuare a sostenere le vittime di questa guerra e cercare di facilitare il dialogo in atto tra il Governo ugandese e l'esercito ribelle. In quell'occasione, don Oreste Benzi incontrò la mediatrice del Governo ugandese, Betty Bigombe che tratta con i ribelli, offrendo l'aiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII nei colloqui di pace. "Operazione Colomba" è tornata in Uganda nel mese di dicembre 2006.


Kossovo


"Operazione Colomba" è stata in Kossovo prima e durante i bombardamenti NATO della primavera del 1999. Tuttavia, come spesso accade, finita la guerra non è tornata la pace. Cosi Operazione Colomba ha deciso di tornare. Dall'agosto 2003 è presente nell'enclave serba di Gorazdevac, vicino Peja-Pec. Sono presenti quattro volontari in modo continuativo.


Si legge nel rapporto di "Operazione Colomba": "Siamo tornati in Kossovo su stimolo del Tavolo Trentino con il Kossovo. L'obiettivo era facilitare l'affluenza dei serbi presso il neonato centro culturale-giovanile "Zoom", nella città di Pec-Peja. La presenza di volontari internazionali, nell'arco del mese di agosto 2003, si stava delineando, dopo una prima fase di difficoltà, come un buon modo di aggregare i ragazzi serbi e creare le condizioni per l'incontro con i coetanei albanesi attraverso le attività del centro "Zoom". Anche da parte albanese le cose stavano evolvendo bene. L'episodio, del 13 agosto 2003 che causò la morte di due ragazzi serbi e il ferimento di altri cinque, bloccò tutte le attività di incontro e ha peggiorato la situazione riportandola sul campo a quella del ‘99. La presenza estiva doveva essere una presenza limitata, un intervento che andava a sostenere un'azione già in atto, ma già alla fine di agosto (dopo i fatti del 13 agosto), si delineava l'importanza di un azione più ad ampio raggio con una presenza fissa che si andava ad inserire nel tessuto dell'enclave per poter entrare meglio nelle dinamiche conflittuali e fungere da elemento di contatto fra le comunità, oltre che da elemento per una lettura approfondita della situazione. In linea con questi obiettivi, ma anche confortati dalla condivisione della vita con la gente, si era proposto ad un gruppo di ragazzi albanesi di Peja, e uno di ragazzi serbi dell'enclave di avviare un piccolo gruppo di discussione sul tema dell'esperienza dei civili in zone di conflitto, al fine di raccontare loro altre situazioni di conflitto e l'esperienza personale di alcuni volontari dell'Operazione Colomba. Lo scopo primario era quello di favorire una visione critica sulla situazione conflittuale del Kossovo. Quando sembrava vicino l'incontro fra le due parti, il 17 marzo 2004 disordini diffusi in tutto il Kossovo hanno nuovamente peggiorato la situazione".


"L'equipe di Operazione Colomba - continua il Rapporto - ricevette, il 18 marzo, il suggerimento, da parte dell'amministrazione internazionale ad interim Unmik, di abbandonare l'area. La scelta di non lasciare il villaggio da parte dei volontari fu letta dalla popolazione come un piccolo segno di speranza, nel momento in cui si preparava l'evacuazione di donne e bambini. A più riprese nei mesi successivi si è potuto capire quanto il "rimanere" avesse aumentato la fiducia della popolazione civile nei confronti dei volontari di Operazione Colomba. Dopo quasi un anno, nel giugno 2004, era chiaro che la strada da percorrere era quella della creazione di un percorso strutturato di elaborazione e analisi del conflitto. Nell'estate 2004 si organizzò a Ohrid, in Macedonia, il seminario "Ritorno al dialogo", che aveva lo scopo di far incontrare persone che avevano interesse a discutere e a confrontarsi sui fatti di marzo. L'incontro di Ohrid, che coinvolse 5 ragazzi di Goraždevac e 5 di Peja-Peć, ebbe successo e rafforzò nei ragazzi la volontà di affrontare un percorso più strutturato che approfondisse le questioni del conflitto kossovaro. Questo percorso, strutturato in varie tappe e precisato nei contenuti e metodi, è stato proposto ai due gruppi e avviato. Il percorso vede come protagonisti da una parte un gruppo albanese, aperto ad altre minoranze (egiziani e bosniaci), che ha come riferimento geografico la città di Peja e dall'altra un gruppo serbo dell'enclave di Gorazdevac. Entrambi i gruppi sono espressione di varie realtà e modi di pensare e sono composti da circa una decina di persone ciascuno".



INTERVISTA ad Antonio De Filippis, coordinatore dell'"Operazione Colomba"


Dove siete presenti in questo momento nel mondo?


Siamo in Uganda del Nord, dove si consuma un conflitto da oltre vent'anni. Attualmente ci sono due volontari; dal mese di giugno se ne aggiungerà un terzo. Aiutiamo le persone a rientrare nelle case, a mettere a posto le capanne, sosteniamo i più deboli, facciamo accompagnamento in ospedale per i malati. In Cisgiordania ci sono tre nostri volontari. Ultimamente ci sono state ulteriori provocazioni da parte dei coloni israeliani, che si inseriscono in un clima difficile e assai precario. Cerchiamo, stando sul posto, di garantire un minimo di equilibrio, considerando che la situazione è estremamente delicata. Siamo presenti poi in Kossovo, in quattro, nell'area centro-occidentale del territorio affidata al contingente italiano, nell'enclave serba. Svolgiamo opera di condivisione tra le famiglie, per favorire il dialogo e accompagniamo nell'azione non violenta un bravissimo gruppo di ragazzi serbi.


Quali altri progetti avete in corso di realizzazione?


Riguardano innanzitutto la Colombia, dove si consumano conflitti da decenni ed è il terzo paese al mondo per numero di sfollati. Abbiamo fatto una settimana di formazione qualche mese fa per sette ragazzi (due cileni, uno uruguaiano, quattro italiani) che ha l'obiettivo d'introdurre la non violenza in America Latina.


Da quanto tempo lei si occupa dell'"Operazione Colomba"?


Da sedici anni mi occupo di questo progetto, da dieci ne sono il coordinatore. Siamo animati dalla convinzione, come diceva Don Oreste, che occorre lenire le ferite e costruire ponti. Occorre investire per la pace, investire tempo, energie, risorse, per raccogliere la pace. Attualmente nell'"Operazione Colomba" sono impegnati 15 persone che danno un tempo di due anni di volontariato e almeno 30 che danno una disponibilità più breve. Dall'inizio, hanno praticato quest'iniziativa non violenta circa tremila persone. In questi anni  di presenza nonviolenta dentro i conflitti armati l'Operazione Colomba ha maturato la consapevolezza che la nonviolenza di Gesù, ha una parola forte ed efficace da dire anche in caso di violenza massiva e di guerra. E che l'intervento nonviolento, quando è ben preparato, funziona per risolvere o prevenire un conflitto armato.


La non violenza può prevenire e risolvere i conflitti?


Sono tanti gli esempi nella storia del mondo che vanno in questa direzione. Pensiamo a quel che è avvenuto in Sud Africa, all'inizio degli anni '90, che ha permesso di uscire dall'apartheid senza una guerra civile; al contributo del consiglio interreligioso per la risoluzione della guerra civile in Sierra Leone alla fine degli anni '90; all'accordo di pace in Mozambico nel 1992; all'esperienza nonviolenta in Madagascar nel 1991-93; al contributo della società civile e dei leaders religiosi per la pace in Congo, in Burundi, in Nord Uganda e in generale nella regione dei Grandi Laghi; all'esperienza di M.L. King e di Gandhi; all'esperienza delle lotte nonviolente in America Latina negli anni '70 - '80; all'esperienza del popolo filippino nel 1986 culminata con la cacciata del dittatore Marcos; a quel che avvenne negli anni '80 e '90 nell'Est europeo.


La nostra modalità di intervento parte dalla condivisione con le vittime. Così siamo in entrambi i fronti del conflitto a condividere la nostra vita con le vittime delle guerre, in un atteggiamento di neutralita rispetto alle parti ma non rispetto alle ingiustizie . Questa modalità semplice ma sperimentata tante volte dà protezione alle minoranze, abbassa il livello della violenza, fa da interposizione, favorisce l'incontro ed il dialogo tra le parti, aiuta un percorso di riconciliazione.


Quali sono i vostri obiettivi per il futuro?


In coerenza con il messaggio evangelico e forte dell'esperienza positiva di tanta nonviolenza cristiana , la Chiesa Cattolica indica come strada maestra , a lei connaturale, la scelta preferenziale dello strumento non violento che tende alla riconciliazione per dirimere le controversie tra i popoli. Vorremmo che questa scelta preferenziale forte si affermasse sempre di più. Una grande occasione c'è e vorremmo coltivarla. Come Comunità Papa Giovanni XXIII siamo presenti da 25 anni in Africa, in Zambia, Kenia, Tanzania. In particolare con l'Operazione Colomba siamo stati in passato in Sierra Leone ( 1997) ed in Congo ( 2001) e dal 2004 ad oggi in Uganda del Nord. L'Africa è un terreno fertile, che può accogliere - con il coinvolgimento della società civile - difficile, ma possibile - le nostre iniziative non violente. La Chiesa africana si prepara a celebrare il prossimo anno il suo sinodo speciale dal titolo:" La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Abbiamo così iniziato un cammino di incontro con le realtà africane che con i loro pastori sono state o sono coinvolte in percorsi di non violenza e di riconciliazione, affinché durante il Sinodo si facciano portavoci delle loro esperienze e si faccino promotori di una richiesta alla Chiesa universale di opzione preferenziale per la nonviolenza. Un percorso di questo tipo comporta un sostegno da parte di molti, sostegno di preghiera, di impegno, quando è possibile, anche finanziario perché quest'iniziativa comporta un onere finanziario.



Nota biografica di Don Oreste Benzi


Don Oreste Benzi nasce il 7 settembre 1925 a S. Clemente (RN), un paesino nell'entroterra collinare romagnolo a 20 Km da Rimini, da una povera famiglia di operai, settimo di 9 figli. All'età di 12 anni (nel 1937) entra in seminario a Rimini e viene ordinato Sacerdote il 29 giugno 1949. Fin da allora è stato grande il suo interesse per gli adolescenti e fortemente impegnato tra i giovani, per proporre "un incontro simpatico con Cristo". Dopo il 1950, per diversi anni, è stato insegnante e padre spirituale al seminario di Rimini, insegnante di religione a Rimini alla scuola agraria "San Giovanni Bosco", al liceo classico "Giulio Cesare", al liceo "Serpieri" e al liceo scientifico "Volta" di Riccione. Dall'incontro con persone che nella vita non sarebbero riuscite a cavarsela da sole e grazie alla disponibilità a tempo pieno di alcuni giovani, don Oreste guidò l'apertura della prima Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII a Coriano (RN) il 3 luglio 1972. E' stato il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, riconosciuta "Associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio" dal Pontificio Consiglio per i Laici nel 1998, e suo Responsabile Generale fino al 2 novembre del 2007, giorno in cui è tornato al Padre. Tra i numerosi campi di azione e di presenza della Comunità nel mondo giovanile: centri di accoglienza e case famiglia, lotta alla prostituzione ed alla tratta delle ragazze, sostegno ai malati di Aids, recupero di ragazzi appartenenti a Sette sataniche, contrasto alla diffusione della droga, sostegno alle iniziative per la vita riconosciuta fin dal concepimento.

Per ulteriori informazioni: http://www.apg23.org/

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Dossier a cura di D.Q. - Agenzia Fides 5/7/2008; Direttore Luca de Mata

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