La “questione interreligiosa”. Il contributo della Chiesa cattolica

 

Introduzione


Le religioni:  una sola domanda, tante risposte


   Nel Concilio Vaticano II

          Ripartire dalla dignità dell'uomo

          La libertà religiosa

          L'interdipendenza tra i  popoli  

   Nel magistero di Giovanni Paolo II



La svolta di Regensburg


   La lezione di Benedetto XVI all'università di Regensburg

   Il dopo Regensburg

Conclusione


 

Introduzione


Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La questione interreligiosa è senz'altro una delle questioni capitali delle società contemporanee. I tradizionali confini che delimitavano gli spazi  entro cui si sono sviluppate le varie culture non sono più gli stessi. È già nei fatti che uomini di culture, tradizioni, religioni diverse debbano convivere insieme. È un fenomeno che si va sviluppando sempre più, sia per la ricerca di condizioni di  vita  più idonei, sia per lo scambio delle informazioni che i popoli ricercano per il loro sviluppo.


In uno scenario di questo tipo, in continua evoluzione, si aprono questioni economiche, sociali, politiche,  ma soprattutto, religiose di particolare interesse. Per quest'ultime è oggi molto in voga una mentalità secondo la quale la dimensione religiosa dell'uomo vada relegata nella sfera del privato senza alcuna incidenza con la dimensione pubblica. Infatti parlare di questioni religiose significa riferirsi soprattutto alla modalità con cui l'uomo si rapporta con un'Entità superiore per farne discendere, come conseguenza,  un particolare modo di stare di fronte alla realtà: come  concepire la propria vita, il rapporto con gli altri, il rispetto del creato, l'utilizzo delle risorse della natura, il lavoro ecc. In questa prospettiva ogni tentativo quindi di ridurre l'esperienza religiosa al solo aspetto della pietà privata, che pure è fondamentale, rischia di non tener conto del dato strutturale che caratterizza l'essere umano.


Chi vorrebbe neutralizzare l'aspetto sociale della religione, prima o poi finisce per impedirne anche il suo aspetto privato sostituendosi di fatto alla divinità: non mancano terribili esempi che ci vengono dal passato. Da sempre infatti le varie culture, a partire da quelle primitive, hanno considerato la religiosità naturale dell'uomo come la modalità per scandire momenti della  vita profana: basti considerare che i riti di iniziazione di molte culture antiche diventavano un vero e proprio viatico per entrare a pieno titolo a far parte della società; o i vari riti di espiazione che coinvolgevano tanto l'autorità sacra che quella profana.  Tuttavia, è  soprattutto nella cultura occidentale che si è verificata una frattura tra questi due ambiti, raggiungendo il suo culmine nell'illuminismo, fenomeno precursore della  rivoluzione francese.  Nella legittima rivendicazione del valore della ragione, a partire dai grandi progressi della scienza e della tecnica, l'uomo ha preteso eliminare Dio rimanendo l'unico e ultimo tribunale di se stesso. Nel mondo, cosiddetto sviluppato, il discorso religioso in generale e quello del dialogo interreligioso in particolare, è in gran parte viziato da questa prospettiva.


Tuttavia la Chiesa cattolica, con il sano realismo che ne ha contraddistinto  il suo cammino nel corso della sua storia, non si è sottratta alla sfida che viene da questo stato di cose. Così nel tentativo di fornire spunti per nuove sintesi che favoriscano il dialogo e la pacifica convivenza tra gli uomini, credenti o non credenti, cristiani e non cristiani, la chiesa cattolica è in prima linea nella promozione del confronto. Anzi se si parla ancora di dialogo, di confronto, di collaborazione tra gli uomini delle varie religioni lo si deve esclusivamente all'iniziativa della chiesa cattolica. Esempi ne sono alcuni documenti  conciliari:  Nostra Aetate, Gaudium et Spes, Dignitatis Humanae. Così come pure una serie di incontri degli ultimi pontefici con i responsabili di alcune tra le più grandi religioni non cristiane.  


Tuttavia lo sforzo messo in atto dalla Chiesa sul versante del dialogo ha ingenerato, soprattutto nell'ultimo quarantennio una serie di equivoci all'interno del popolo di Dio circa l'opportunità di evangelizzare, quasi si fosse entrati in un'era nella quale il mandato di Gesù di andare e battezzare le genti nel nome della santissima Trinità non fosse più valido o addirittura dannoso in quanto lesivo della pacifica convivenza tra fedeli appartenenti a religioni diverse. L'apparente antinomia tra identità e dialogo ha visto l'ago della bilancia pendere verso quest'ultimo. Talune organizzazioni, pur nella meritoria opera di aiuto agli ultimi e nel tentativo di mediazione nelle situazioni di conflitto del mondo, hanno, ingenerato non pochi equivoci circa la specificità della fede cristiana in relazione alle altre religioni.


La promozione di talune iniziative, pur tra i positivi aspetti legati all'immagine, hanno fin troppo spesso prodotto una sorta di confusione circa le differenze tra le varie religioni. La non esatta contestualizzazione di tali eventi ha ingenerato uno strano equivoco tra il popolo di Dio e non solo. In alcuni intellettuali cattolici e non pochi uomini di chiesa, si è via via insinuato il dubbio circa l'esclusività salvifica di Gesù Cristo. Il passaggio da una tale scorretta impostazione alla considerazione che, chi si affannasse ancora a parlare di annuncio della salvezza e di conversione fosse fuori dal tempo, è stato breve.  In fondo, se uno dei dicasteri chiave della chiesa cattolica, come la Congregazione per la dottrina della fede ha avuto la necessità di chiarire l'unicità della mediazione salvifica di Gesù Cristo attraverso un atto solenne come la pubblicazione della Dominus Iesus[1], (qualche motivo per cui era necessario fare chiarezza c'è stato; così come, più di recente a cura dello stesso dicastero, è stata pubblicata una nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione.[2]


Ora c'è da chiedersi, se il confronto e il dialogo impostato in tal modo non ha portato risultati, l'alternativa qual è? L'irrigidimento sulle proprie posizione che avrebbe come conseguenza il conflitto? Identità diverse destinate a non incontrarsi su nessun punto? Tentiamo di dare una risposta a questi interrogativi con quanto affermò Giovanni Paolo II durante l'Angelus in cui presentò la dichiarazione succitata: "La nostra confessione, di Cristo come unico Figlio, mediante il quale noi stessi vediamo il volto del Padre (cfr Gv 14,8), non è arroganza che disprezza le altre religioni, ma gioiosa riconoscenza perché Cristo si è mostrato a noi senza alcun merito da parte nostra".


La strada indicata da una simile affermazione ci colloca nella giusta prospettiva: la fede cristiana è un dono gratuito ed immeritato che non possiamo non comunicare senza venir meno a quel dovere grave di chi sa che ha nelle mani qualcosa di prezioso che non può tenere solo per sé.



Le religioni:  una sola domanda, tante risposte


Nel Concilio Vaticano II


Giovanni XXXIII, nella bolla d'indizione del Concilio Vaticano II,  Humanae Salutis, constatava dolorosamente che era in atto la crisi di un mondo  "che si esalta delle sue conquiste nel campo tecnico e scientifico ma che porta anche le conseguenze di un ordine temporale, che da taluni si è voluto riorganizzare prescindendo da Dio. Per cui la società moderna si contraddistingue per un grande progresso materiale a cui non corrisponde un uguale avanzamento in campo morale" e il "fatto del tutto nuovo e sconcertante: l'esistenza di un ateismo militante operante su piano mondiale"[3] .


Nel discorso di apertura del concilio, il pontefice ribadiva che "il grande problema, posto davanti al mondo è lo stesso di sempre: essere pro o contro Dio. È facile scorgere questa realtà, se con attenzione si consideri il mondo odierno, occupato dalla politica e dalle controversie di ordine economico, da non trovare più tempo di badare a sollecitazione di ordine spirituale"[4].


Nel riaprire l'assise conciliare, Paolo VI, muoveva dalla medesima preoccupazione del suo predecessore. Egli  riteneva che  occorresse ridestare negli uomini il senso religioso  ed il culto a Dio ed invitava i cristiani a valorizzare quanto di buono e di vero ci fosse nelle varie religioni. Li esortava, inoltre,  ad essere responsabili e debitori verso tutta l'umanità nella consapevolezza espressa nella Pacem in Terris di "quanto ancora il mondo sia lontano dalla verità, dalla giustizia, dalla libertà e dall'amore cioè dalla pace"[5].

Emerge da quanto sin qui affermato che la Chiesa è preoccupata per l'uomo, per il suo destino. Ogni suo pronunciamento è teso alla salvezza integrale della persona e della società. Essa individua il centro del problema dell'uomo in quelle domande di senso che costituiscono il suo volto più autentico.


Così come afferma un brano della Costituzione Pastorale su "la chiesa nel mondo contemporaneo" Gaudium et Spes:

"di fronte all'evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi capitali: cos'è l'uomo, qual è il significato del dolore, del male, della morte che malgrado ogni progresso continuano a sussistere?"[6]

Nella storia dell'umanità è documentata  la costante presenza di tali domande che costituiscono il volto più profondo dell'uomo, il suo senso religioso, a cui si contrappone, come a regola, l'eccezione di un ordine temporale che vuole negare l'esistenza di Dio. O, pur non volendone negare esplicitamente la sua esistenza,  l'uomo talvolta vuole arrogarsi il diritto insindacabile di giudicare il suo operato mettendosi di fatto al suo posto.

"Alcuni - continua Gaudium et Spes- negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l'uomo non possa asserire nulla su di Lui (...) molti oltrepassando indebitamente i confini della scienze positive o pretendono di spiegare tutto solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta"[7].


Ma la forma più ricorrente e insidiosa di ateismo è quella che, pur non negando l'esistenza, toglie a Dio la possibilità di incidere nella storia. La gravità di tale concezione consiste nel fatto che spesso si tramuta in idolatria, perché  per sua natura l'uomo non può fare a meno di una devozione verso un Assoluto.


Ripartire dalla dignità dell'uomo


La chiesa, tuttavia è consapevole che la soluzione dei problemi non consiste nella loro elusione, ma nell'affrontarli cogliendo da essi tutta la carica provocatoria che essi portano. La costituzione Gaudium et Spes afferma infatti che "al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro fondamento in Cristo che è sempre lo stesso: ieri, oggi e sempre" ed è alla luce di una tale autocoscienza che "intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell'uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione  ai principali problemi del nostro tempo"[8].


Lo spazio per una piena cooperazione tra i popoli le culture, le religioni è quindi ampio perché i problemi da risolvere sono tanti. Il metodo indicato dal concilio è quello di valorizzare appieno le energie che credenti e non credenti possono offrire per rendere la vita dell'uomo meno difficile: "credenti e non credenti - continua il documento conciliare- sono pressoché concordi nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice"[9]. Tuttavia Gaudium et Spes non nasconde che quest'affermazione possa essere fonte di ambiguità. Senza chiarire di quale uomo si tratti, è difficile non cadere nel tranello dell'ideologia che in ultima analisi stabilisce quale tipo di uomo è più funzionale al suo progetto. Gaudium et Spes chiarisce che si tratta di quell'uomo che è "unità, di anima e di corpo", che sintetizza in sé "gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore... Perciò è la dignità stessa dell'uomo che postula  che egli glorifichi Dio"[10].


Al centro del discorso sulle religioni è indispensabile che sia posto l'aspetto costitutivo della persona,  la cui caratteristica fondamentale è la ragione. Una ragione aperta, cioè capace di cogliere che tutto ciò che ci circonda non può essere il frutto della nostra creatività; anzi che questa è il riflesso di un Essere creativo che plasma e rinnova.  Eliminare o marginalizzare la dimensione trascendente dell'umano significa di fatto ridurre l'uomo ad un meccanismo anonimo della natura.


La libertà religiosa


Favorire un clima culturale che sottolinei l'importanza della dimensione spirituale dell'uomo,  significa porre le premesse per un autentico dialogo tra i fedeli di diverse religioni. 

Connesso a questo aspetto è senz'altro quello della libertà religiosa. Qualsiasi comunità religiosa che non voglia o non sia in grado di misurarsi con questo diritto primario dell'uomo  è destinata, prima o poi,  a scomparire nel tempo. D'altronde, il cosiddetto "principio di Gamaliele"[11] applicato dal sinedrio ebraico nei confronti della chiesa dei primi decenni, nonostante i suoi duemila anni di età, mantiene inalterata la sua attualità.


Il principio della libertà religiosa oltre che servire da banco di prova per valutare un'esperienza di fede, serve anche per verificare la capacità dell'ordinamento giuridico di uno stato: quanto questo sia disposto a tenere nella necessaria considerazione l'esperienza religiosa del suo popolo, quanto è capace di regolamentare in modo adeguato le varie comunità presenti nel suo territorio, quanto favorire la sua libera espressione.


La libertà religiosa è, secondo la dichiarazione conciliare Dignitates Humanae, direttamente fondata sulla dignità della persona umana e quindi deve essere riconosciuta da ogni ordinamento giuridico, il quale tra l'altro deve garantire che non ci siano  ostacoli o coercizioni perchè ognuno "ha il dovere e quindi il diritto - Dignitatis Humanae - di cercare la verità in materia religiosa utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti"[12]. Ognuno di noi infatti è inserito in un contesto comunitario. D'altronde la natura stessa delle cose ci rivela tale dinamica: nasciamo in una comunità, siamo educati in una comunità, buona parte della nostra vita la trascorriamo insieme ad altri. A tale dinamica non si sottrae nemmeno l'esperienza religiosa che  "esige - continua Dignitatis humanae -  che l'uomo esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa, professi la propria religione in modo comunitario".


La dichiarazione conciliare, inoltre  afferma che : "Le comunità religiose hanno il diritto di non essere impedite di insegnare e di testimoniare pubblicamente la propria fede a voce o per iscritto" purché ovviamente "le giuste esigenze dell'ordine pubblico non siano violate"[13].


Il metodo che un'esperienza religiosa utilizza nell'annuncio è indicativo della sua autenticità: aprire il mondo di Dio all'uomo e portare questo a Dio;  rispettosa della libertà sia nella proposta che nell'adesione. Secondo il Concilio vaticano II, l'uomo è tenuto a  "rispondere a Dio credendo volontariamente; nessuno quindi può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà"[14].


Lo stesso Gesù Cristo, pur sottolineando la gravità della questione dell'essere pro o contro di Lui, ha svolto la sua missione annunciando e proponendo la via della salvezza senza esercitare alcuna coercizione.  La dichiarazione conciliare, pur non sottacendo alcune responsabilità di alcuni figli della chiesa che nel corso della storia sono venuti meno all'autenticità del mandato del Maestro, afferma tuttavia  che  la Chiesa: "ha custodito e tramandato nel corso dei secoli la dottrina ricevuta da Cristo e dagli Apostoli. E quantunque nella vita del popolo di Dio, pellegrinante attraverso le vicissitudini della storia umana, di quando in quando si siano avuti modi di agire meno conformi allo spirito evangelico, anzi ad esso contrari, tuttavia ha sempre perdurato la dottrina della Chiesa che nessuno può essere costretto con la forza ad abbracciare la fede"[15].  


La Dichiarazione Dignitatitis humanae individua nella Libertà religiosa la chiave di lettura per affrontare la questione dello sviluppo di una civiltà. Lungi dall'essere semplicemente un vessillo da sbandierare per aumentare la sua egemonia, la chiesa,  richiamando questo principio, rivendica la libertà per tutti, anche per le più piccole minoranze. Una società, una nazione, uno stato saranno rispettosi delle diversità e  delle minoranze, nella misura in cui terranno nella dovuta considerazione questo diritto costitutivo. Non è un caso che i regimi totalitari, tanto del passato quanto quelli ancora vitali,  per favorire il radicamento della propria ideologia,  tentano di soffocare nell'uomo l'esigenza religiosa impedendone la professione pubblica.


L'interdipendenza tra i  popoli  


Altro documento conciliare interessante per cogliere il metodo che la chiesa adotta nei confronti delle religioni non cristiane è la  Dichiarazione su "le relazioni della chiesa con le religioni non cristiane"  Nostra Aetate.


Esso rivela il volto di una chiesa attenta all'attuale movimento di unificazione e interdipendenza del genere umano, questo documento come anche altri documenti conciliari, si presentano profetici di quanto oggi è largamente diffuso.


Il carattere profetico di Nostra Aetate  va senz'altro ricercato nella sottolineatura sulle due fondamentali aspirazioni dell'uomo di ogni tempo: cercare Dio per entrare in relazione con Lui;  trovare risposta agli interrogativi fondamentali della vita. Quale sarebbe, in fondo lo scopo di una religione se non quello di rispondere alle domande più profonde che l'uomo si pone? Infatti vi si legge di "enigmi della condizione umana che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo"; quali siano questi enigmi il documento lo descrive con estrema chiarezza: " la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e il fine del dolore, la via per raggiungere la felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo"[16].


I punti appena elencati potrebbero costituire i criteri per tentare una comparazione tra le religioni. Si potrebbero "interrogare" le religioni su ognuno di questi punti onde valutare per ognuna la ragionevolezza delle risposte che esse offrono. Tale comparazione, ovviamente non può non tener conto del contesto storico -geografico e culturale in cui sono nate e si sono sviluppate. Perché, se è vero che ogni esperienza religiosa  è esportabile in qualsiasi luogo e sottoporsi così al confronto con culture diverse da quella nativa,  resta tuttavia indiscutibile il fatto che alcuni aspetti di una religione o filosofia di vita sono applicabili esclusivamente nel contesto culturale in cui sono nate.


A tal proposito non possiamo dimenticare quanto la stessa religione cristiana, soprattutto agli esordi della sua storia, abbia dovuto fare i conti con questo tipo di problema, in relazione soprattutto con il giudaismo e i suoi riti.


Secondo la dichiarazione conciliare è il senso religioso il fattore comune a tutti gli uomini, il quale ovviamente necessita,  come tutti gli aspetti della vita dell'uomo, di essere educato, sostenuto, sviluppato ed allargato sempre più. Un atteggiamento che spinge la chiesa ad una apertura nei confronti di quanto di vero c'è nell'altro.


Nostra Aetate dedica due paragrafi alle grandi religioni monoteiste: Ebraismo ed Islamismo.


a) Con gli Ebrei

Spicca in questo documento, al paragrafo 4°,  la sottolineatura del particolare  legame esistente tra cristiani ed ebrei, uniti da una lunga tradizione spirituale comune "la chiesa di Cristo infatti  riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino nella salvezza, nei Patriarchi, Mosè e i Profeti. Essa afferma che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede sono inclusi nella vocazione di questo patriarca"[17]. Gesù, sua madre, gli apostoli, moltissimi primi discepoli che hanno annunciato il Vangelo di Cristo erano ebrei.


Inoltre gli "Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i Profeti e con lo stesso Apostolo la chiesa attende il giorno che Dio conosce in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e <<lo serviranno appoggiandosi spalla a spalla>>".


Il Concilio a partire dal "grande comune patrimonio spirituale" esorta  cristiani ed ebrei  a promuovere la reciproca conoscenza attraverso gli studi biblici e teologici senza dimenticare i contrasti che sin dalla nascita del cristianesimo si sono verificati tra gli ebrei e i seguaci del nazareno.


b) Con i musulmani

Il paragrafo dedicato ai musulmani esordisce con un attestazione  di stima nei confronti dei seguaci di Maometto in quanto adoratori dell'unico Dio, vivente,  sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra. Come afferma il Corano " il Dio uno, vivo e sussistente misericordioso e potente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli  uomini... egli possiede le chiavi del mistero  che lui solo conosce perfettamente "


Aspetti che, pur nella diversa concezione trovano spunto per un confronto. La dichiarazione non manca di sottolineare quanta considerazione i musulmani hanno di Gesù; il Corano però, per sottolineare l'assoluta trascendenza di Dio fa dire a Gesù "Tu conosci quel che è in me, mentre io non conosco quel che è in te. Tu conosci perfettamente i segreti invisibili"; il Corano e l'islamismo  assegnano a  Gesù un posto eccezionale nella lista dei profeti egli è un servo esemplare, che rifiuta da parte sua tutto quel che i cristiani gli attribuiscono: egli non è né Dio, né Signore, né Figlio di Dio, né il terzo di una triade, né gli ebrei lo hanno ucciso e crocifisso. Per quanto riguarda Maria invece è ritenuta una donna particolarmente benedetta, vergine per eccellenza, molto credente e molto devota, ella riceve l'annuncio di un bambino, che nasce effettivamente da lei senza concorso umano; a questi si aggiunge la fede nel patriarca Abramo comune alle tre grandi religioni. Il musulmano crede inoltre negli inviati di Dio, opera della sua misericordia verso gli esseri umani attraverso una storia, che si ripete di ciclo in ciclo; egli distingue tra i grandi profeti e quelli che considera come profeti minori. tra i primi annovera Abramo, "l'amico di Dio", fondatore della religione in spirito e verità, Mosè, "l'interlocutore di Dio", legislatore per i figli di Israele.


Il Concilio, tuttavia pur non sottacendo i dissensi e inimicizie sorti lungo i secoli tra cristiani e musulmani, "esorta tutti a dimenticare il passato e ad esercitare sinceramente la mutua comprensione" per promuovere "la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà"[18].


È  sotto gli occhi di tutti quanto siano profetiche quest'ultime affermazioni. Un campo di collaborazione tra uomini di fede cristiana ed islamica può essere senz'altro quella della promozione dell'uomo, quella di appianare le ingiustizie sociali che caratterizzano non solo  i paesi a maggioranza islamica ma ogni parte del mondo. Per cui, se da un lato ci sono aspetti che differenziano il modo di concepire Dio tra cristiani ed islamici, resta valido qualsiasi azione che tuteli la dignità dell'uomo e della donna: anche su questi punti le differenze, anche grandi, non mancano, ma è l'unica soluzione idonea per affrontare sfide davvero epocali di fronte alle quali si trova oggi l'umanità.


Nel magistero di Giovanni Paolo II


Giovanni Paolo II  ha colto  le molteplici sollecitazioni provenienti dall'assemblea conciliare e con coraggio ne ha tentato l'attuazione.

Tra i gesti più significativi potremmo annoverare l'incontro con la comunità islamica  di Casablanca in Marocco, l'incontro con la comunità ebraica romana  nella sinagoga della capitale, il raduno dei rappresentanti delle principali religioni del mondo, il secondo incontro interreligioso  ad Assisi.


13 agosto 1985, incontro a Casablanca con la comunità islamica.

Un incontro dalla forte valenza spirituale che come il papa stesso affermò: "è come credente che oggi vengo a voi. È con molta semplicità che vorrei testimoniare qui, quello in cui io credo, quello che auspico per la felicità degli uomini miei fratelli e quello che, per esperienza, stimo essere utile per tutti. Credere in Dio."[19]. Un credente che tuttavia non dimentica che nel passato possano esserci state incomprensioni, difficoltà, talvolta soprusi, ma tutto ciò mai può essere fatto nel nome di quel Dio in cui si crede. Piuttosto "l'obbedienza a Dio e l'amore per l'uomo devono condurci a rispettare i diritti dell'uomo, questi diritti che sono l'espressione della volontà di Dio e l'esigenza della natura umana come Dio l'ha creata (...) il rispetto e il dialogo richiedono dunque la reciprocità in tutti i campi, soprattutto in ciò che concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa"[20]


13 aprile 1986,  incontro nella Sinagoga romana con l'allora rabbino capo della comunità ebraica Elio Toaff.

Il Papa volle subito inserire il suo gesto all'interno del cammino di avvicinamento iniziato con i suoi predecessori affermando che  "alcuni di voi sono venuti più di una volta in Vaticano, sia in occasione delle numerose udienze che ho potuto avere con rappresentanti dell'Ebraismo italiano e mondiale, sia ancor prima al tempo dei miei predecessori, Paolo VI, Giovanni XXIII e Pio XII"[21]. E ancora "questo incontro conclude dopo il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, un lungo periodo sul quale occorre riflettere per trarne gli opportuni insegnamenti"[22].


27 ottobre 1986, Assisi,  incontro con i capi religiosi delle religioni

La finalità che indusse Giovanni Paolo II a radunare ad Assisi i responsabili delle più grandi religioni, nell'ottobre 1986,  fu per permettere che ognuno, con la modalità sua propria,  pregasse per il dono della pace. In quell'occasione il pontefice ribadì che pur nelle "molte e importanti differenze",  è da ricercare  quel "fondo comune, donde operare insieme nella soluzione di questa drammatica sfida della nostra epoca: vera pace o guerra catastrofica? "[23].

In quell'occasione non fu chiesto a nessuno dei partecipanti di abbandonare la propria tradizione, il proprio modo di pregare, ma tutti erano posti, ognuno a suo modo, con sincera apertura dinanzi a quel Dio di fronte al quale ognuno cerca di porre gli aneliti più profondi.


24 gennaio  2002, Assisi, secondo incontro interreligioso

Il 18  novembre 2001, Giovanni Paolo II annunciò l'intenzione di voler invitare i rappresentanti delle grandi religioni ad Assisi per pregare per il superamento delle contraddizioni e per promuovere un'autentica pace fra gli uomini. Indicò come data il 24 gennaio 2002. Nell'annunciare tale iniziativa il pontefice chiarì subito che si trattava di un incontro teso a togliere ogni fondamento teologico all'uso della religione per giustificare la violenza, la guerra, il terrorismo. Non bisogna dimenticare che la giornata di Assisi si celebrò dopo tragici episodi: l'attacco alle torri gemelle dell'11 settembre e la conseguente guerra in Afghanistan.

Ecco uno  passaggi chiave del discorso del Papa ad  "Ancora una volta noi, insieme qui riuniti, affermiamo che chi utilizza la religione per fomentare la violenza ne contraddice l'ispirazione più autentica e profonda. È doveroso,  pertanto,  che le persone e le comunità religiose manifestino il più netto e radicale ripudio della violenza, di ogni violenza, a partire da quella che pretende di ammantarsi di religiosità, facendo addirittura appello al nome sacrosanto di Dio per offendere l'uomo...  Non v'è finalità religiosa che possa giustificare la pratica della violenza dell'uomo sull'uomo"[24].

Le impostazioni di queste giornate, purificate di quel tentativo ideologico di far passare un idea irenista della fede cristiana, si sono rivelate storiche per la testimonianza pubblica di autorevoli  uomini di fede: solo un autentica apertura a Dio permette di essere aperti nei confronti degli uomini. Tale metodo nelle varie religioni si chiama preghiera.

A tal proposito Giovanni Paolo II affermò: "Pregare non significa evadere dalla storia e dai problemi che essa presenta. Al contrario, è scegliere di affrontare la realtà non da soli, ma con la forza della verità e dell'amore la cui ultima sorgente è in Dio. L'uomo religioso, di fronte alle insidie del male, sa di poter contare su Dio: sa di poterlo pregare per ottenere il coraggio di affrontare le difficoltà"[25].

 Che efficacia avranno le giornate di Assisi? Spenti i riflettori sull'iniziativa  cosa resterà del patto di Assisi? Furono e sono tuttora le domande più ricorrenti che accompagnarono il raduno e i giorni che seguirono. Si tratta evidentemente di domande reali che quasi sicuramente anche chi vi ha partecipato si è posto. Ma si sa, che, quando si decide di seguire la logica di Dio una delle analogie che si può fare è quella del seme. All'uomo spetta solo di deporlo nel terreno. Deciderà  il buon Dio se, come e quando farlo crescere e portare frutto.



La svolta di Regensburg


La lezione di Benedetto XVI all'università di Regensburg


Gli eventi dell'11 settembre 2001 nella loro tragicità hanno definitivamente messo in crisi un idea di dialogo interreligioso che, tradendo la complessità della questione così come enunciata dal concilio Vaticano II e dai pontefici di questi decenni, soprattutto Giovanni Paolo II, ha finito per svilire lo specifico che la fede cristiana ha portato nel corso dei secoli. Il modello del multiculturalismo pacifista ha trovato negli attentati di New York un ostacolo non previsto dai fautori del dialogo senza identità. Gli attacchi terroristici non iniziano certamente con l'11 settembre. Hanno trovato, però in questa macabra e spettacolare immagine di morte, l'icona del nichilismo distruttore. In quelle torri che si sono letteralmente disintegrate erano presenti quasi tremila persone. Tutti cristiani? Era un attacco di islamici che avevano di mira un covo  di cristiani assetati di potere e di soldi per possedere il mondo? Nulla di tutto questo: c'erano uomini e donne di ogni etnia, razza, religione che si recavano in quel luogo, lasciando mogli, mariti,  figli, genitori  per poter trovare attraverso il lavoro la propria, e sostenere l'altrui realizzazione.


Si è assistito ad una sorta di olocausto non mirato a qualche etnia, come tragicamente purtroppo è avvenuto in passato, ma all'uomo come tale. Quale la risposta più adeguata per fronteggiare un simile obbrobrio. Una guerra preventiva per tentare di sgominare, fino all'ultimo, coloro che sarebbero disposti a farsi saltare in aria? Educare le giovani generazione ad individuare nei fedeli di altre fedi un pericolo sempre in agguato? Continuare sulla linea del multiculturalismo che mette tutte le religioni sullo stesso piano in attesa di una super religione mondiale capace di mettere insieme tutti gli aspetti migliori di ciascuna? Si sarebbe affascinati da simili ipotesi se non fosse che sono state smentite dai fatti, soprattutto in questi ultimi decenni. Ci sembra che il punto fondamentale per il dialogo interreligioso vada ricercato nella distinzione tra fede e cultura e quanto una fede sia in grado di entrare in relazione con qualsiasi cultura. Ci sembra che la questione sia stata affrontata con estrema chiarezza in un recente libro dell'allora cardinal Joseph Ratzinger[26]. In tale volume, nel capitolo intitolato Fede, Religione e Cultura, l'autore partendo dalla capacità universalistica del cristianesimo, si sofferma a distinguere il significato dei termini in questione, mettendo così in luce il fatto che la sovrapposizione di tali aspetti può portare a non comprendere bene ciò che è legato al sistema di fede di una determinata religione da che costituisce il rivestimento culturale della stessa. Ad un certo punto egli si chiede: "che cosa può legare delle culture tra loro in modo tale che non siano, per così dire, cucite l'una con l'altra, ma che dal loro incontro scaturisca un intima fecondazione e una purificazione?"[27].


Questo ci fa capire che nel dialogo non ha valore il tentativo, pur encomiabile, dell'uomo di mettere insieme culture, religioni, etnie diverse una affiancata all'altra, magari all'interno di "steccati" senza alcuna possibilità di comunicazione reciproca. È stata per molti un amara sorpresa scoprire l'identità degli artefici dell'attentato di qualche anno nella città di Londra. Non si trattava di persone che provenivano da campi di addestramento afgani o iraniani, ma di gente nata, cresciuta, "educata" nella stessa Londra. Gente che ha frequentato le medesime scuole delle vittime. Per troppi decenni si è creduto, ingenuamente, che bastava accogliere nelle nostre città persone appartenenti ad altre culture e  religioni, senza preoccuparsi di entrare davvero in relazione con esse. Invece, il mezzo che può favorire davvero un incontro proficuo tra culture diverse "non può che essere la comune verità sull'uomo, nella quale è sempre in gioco la verità su Dio e sulla realtà  nel suo complesso. Quanto più una cultura è conforme alla natura umana, quanto più è elevata, tanto più aspirerà alla verità che fino a un certo punto le era rimasta preclusa, sarà capace d'assimilare tale verità  e d'immedesimarsi con essa"[28].


Tuttavia ci sembra che la vera svolta sulla questione del dialogo tra le religioni vada ricercata nella lezione che il papa Benedetto XVI, ha svolto all'università di Regensburg.  Infatti in quella circostanza il Pontefice collegò la questione della fede alla ragione. Introdusse la sua lezione riprendendo il dialogo, probabilmente avvenuto nel 1391, presso Ankara, tra l'imperatore bizantino Michele Paleologo, e un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità delle due religioni. Un dialogo a tutto campo su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano soffermandosi soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo nell'Antico, Nuovo Testamento e Corano. In una delle parti del dialogo, edito recentemente e citato dal Papa nella lezione all'università tedesca, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Benedetto XVI, dopo aver preso le distanze dal pensiero di Michele Paleologo su Maometto, trattiene tuttavia un punto fondamentale del suo pensiero sul rapporto tra Dio e la violenza, affermando: "L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. <<Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω", è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia... Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte...>>"[29]


Il punto focale di tutta la sua lezione fu proprio la succitata affermazione del Paleologo che, cioè non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. Lungi dall'essere un attacco, come da molti del mondo islamico, purtroppo fu recepito, si trattò del punto di partenza di un discorso articolato che portò il pontefice a fare un sintetico ma efficace percorso storico filosofico, sul tentativo, operato nel mondo occidentale, di deellenizzare la fede cristiana riducendo il ruolo ragione nel suo rapporto con questa, indebolendo, come conseguenza anche il valore della ragione stessa. La riflessione del Pontefice, prendendo come pretesto il  dialogo tra i due esponenti del cristianesimo e dell'islam nel XIV secolo, approdava alla marginalizzazione della teologia e della filosofia come metodo di conoscenza.  Benedetto XVI richiamando la grave responsabilità del pensiero occidentale per aver prestato questo cattivo servizio alla ragione nel tentativo di raggiungere un approccio alla fede senza il "filtro" e finendo così per relegare questa nell'ambito del soggettivo, non auspicava che si tornasse indietro cioè a prima che questo percorso si verificasse, ma invitava  ad "un allargamento del nostro concetto di ragione e dell'uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze. Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni - un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno"[30].


L'uomo di oggi non ha bisogno che venga censurato qualcosa di quanto può servire ad una vita degna di essere vissuta. Le sfide sono molteplici e complesse: dalla sopravvivenza di milioni di persone che rischiano di morire di fame alle guerre interetniche e globali, dalla mancanza del rispetto della vita all'edonismo dilagante che caratterizza il modo di vita di buona parte della popolazione mondiale. Per cui per l'uomo di oggi tornare ad  "l'ascoltare le grandi - continua Benedetto XVI -  esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza"[31]. Non è più possibile attardarsi sui limiti che talvolta hanno caratterizzato nel passato i tentativi umani di applicare il Vangelo nelle circostanze della vita e che hanno visto purtroppo come protagonisti negativi anche non pochi uomini di chiesa. A  tal proposito il Papa riprendendo nella sua relazione alcune parole dette da Socrate a Fedone  afferma : " <<Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno>>.  L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno."[32]. Seguendo l'impostazione data dal Pontefice ci pare di capire che la difficoltà ad intraprendere un percorso adeguato nel dialogo interreligioso non stia tanto, nella mancanza di aperture al diverso che è sempre auspicabile ed urgente, ma di aver fatto del dialogo il fine e non il mezzo. Si è pensato per troppo tempo che solo svuotando di significato ogni esperienza portatrice di identità si sarebbe stati in grado di dialogare con chiunque. In realtà solo una ragione capace di aprirsi alla realtà in tutta la sua ampiezza può davvero scoprire la grandezza delle esperienze religiose autentiche capace, cioè, di affermare che "non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio".


Il dopo Regensburg


Dopo la lezione di Regensburg sono emerse almeno due tipi di reazione. Da un lato quella più rumorosa caratterizzata dalle folle inferocite in alcuni paesi islamici. Qualche frase estrapolata ad arte da qualche editorialista occidentale e immessa nel circuito mediatico  mobilitò migliaia di persone che non avevano avuto, seppur avessero voluto, né il tempo né il modo per leggere quanto il Papa aveva affermato. La Santa Sede chiarificò quanto il Pontefice aveva voluto affermare, lo stesso Benedetto XVI non risparmiò occasione per riaffermare il suo autentico pensiero. Quali fossero le reali intenzioni del Papa fu chiaro a tutti nella sua visita in Turchia e nella storica visita alla Moschea Sultanahmet, comunemente conosciuta con il nome di Moschea Blu, qualche mese dopo la lezione di Regensburg, nel novembre 2006. Altra reazione, non meno pericolosa, il tentativo in ambito ecclesiale di far passare sotto silenzio, con un atteggiamento a cavallo tra l'imbarazzo e l'indignato, la superficialità con cui il Pontefice avesse pronunciato un simile discorso in un periodo caratterizzato da violenze e intolleranze.


Tuttavia una reale conseguenza quella lezione l'ha avuta. I tanti meeting per la pace e per il dialogo interreligioso non hanno prodotto quanto una lezione misurata nei toni e  rigorosa nei contenuti ha prodotto. Ci  limitiamo semplicemente a fare un breve cenno sulle conseguenze:


Un mese dopo la sua lezione all'Università di Ratisbona, arrivò  sul tavolo di Benedetto XVI una "lettera aperta" firmata da 38 personalità musulmane di differenti paesi e orientamenti, che discute punto per punto i giudizi sull'islam espressi dal papa in quella lezione. Gli autori della lettera accolgono e apprezzano senza riserve i chiarimenti fatti da Benedetto XVI dopo l'ondata di proteste salita dal mondo musulmano alcuni giorni dopo la lezione di Ratisbona, in particolare il discorso rivolto dal papa ad ambasciatori di paesi musulmani il 25 settembre, così come il richiamo fatto dal cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone, in una nota del 16 settembre, del documento conciliare "Nostra Aetate". Non solo. Essi condannano con parole fermissime l'assassinio avvenuto in Somalia, nella musulmana Mogadiscio, di suor Leonella Sgorbati, con ciò associandolo a quelle stesse proteste che in quel momento erano all'acme. Di Benedetto XVI gli autori della lettera apprezzano la volontà di dialogo. Ma soprattutto prendono molto sul serio le sue tesi. La lettera dei 38 va incontro proprio a ciò che il papa intendeva ottenere con la sua audace lezione di Ratisbona: incoraggiare anche dentro il mondo musulmano una pubblica riflessione che dissoci la fede dalla violenza e la leghi invece alla ragione.

Perché, a giudizio del Papa, è proprio la "ragionevolezza" della fede il terreno naturale di incontro tra il cristianesimo e le diverse religioni e culture.

•-        Ad un anno da questa lettera, 138 musulmani scrissero al Papa.  Rispetto alla prima, la seconda lettera ha allargato la rosa di destinatari. Oltre che a papa Benedetto XVI, essa è indirizzata anche al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, al patriarca di Mosca Alessio II e ai capi di altre 18 Chiese d'oriente; all'arcivescovo anglicano di Canterbury Rowan Williams; ai leader delle federazioni mondiali delle Chiese luterane, riformate, metodiste e battiste; al segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, Samuel Kobia, e in generale "ai leader delle Chiese cristiane".  Quanto al contenuto, la prima lettera sosteneva posizioni molto nette a favore della libertà di professare la fede "senza costrizioni".  Rivendicava la razionalità dell'islam pur tenendo ferma l'assoluta trascendenza di Dio.  Ribadiva con decisione i limiti posti dalla dottrina islamica al ricorso alla guerra e all'uso della violenza. condannando i "sogni utopistici nei quali il fine giustifica i mezzi".  E concludeva auspicando un rapporto tra islam e cristianesimo fondato sull'amore di Dio e del prossimo, i "due grandi comandamenti" richiamati da Gesù nel Vangelo di Marco 12, 29-31.  La seconda lettera parte proprio dalla conclusione della prima, e la sviluppa. I comandamenti dell'amore di Dio e del prossimo - presenti sia nel Corano che nella Bibbia - sono la "parola comune" che offre all'incontro tra islam e cristianesimo "la più solida base teologica possibile".


•-        6 novembre 2007. il Papa riceve in Vaticano Re Abdullah di Arabia Saudita. Il Regno d'Arabia Saudita non ha relazioni diplomatiche con la Santa Sede. La visita del Re Abdullah in Vaticano, la prima di questo genere, fu perciò un evento storico. L'Arabia rappresenta oggi l'autorità più riconosciuta nel mondo islamico "sunnita", sia per motivi storici (lì è nato e si è sviluppato l'islam), sia per motivi "socio-economici": il Paese aiuta finanziariamente quasi tutti i popoli musulmani. Il comunicato vaticano che ne diede conto fu breve e denso: «I colloqui si sono svolti in un clima di cordialità e hanno permesso di toccare temi che stanno a cuore agli interlocutori. In particolare, si sono ribaditi l'impegno in favore del dialogo interculturale e interreligioso, finalizzato alla pacifica e fruttuosa convivenza tra uomini e popoli, e il valore della collaborazione tra cristiani, musulmani ed ebrei per la promozione della pace, della giustizia e dei valori spirituali e morali, specialmente a sostegno della famiglia».

Ad uno sguardo superficiale,  la lezione di Regensburg sembrò essere la pietra tombale del dialogo tra islam e cristianesimo, si è rivelato a nostro avviso un possibile punto di svolta del dialogo.


Conclusione


Potremmo concludere affermando che per rendere efficace il dialogo facendolo diventare uno strumento e non il fine, bisogna scrollarsi di dosso la convinzione che solo rinunciando a testimoniare la propria identità ci può essere la pace, il rispetto dell'altro. Non è questo il metodo che ci ha insegnato Gesù: egli andava incontro a tutti, dialogava con tutti, beneficava tutti, senza rinunciare a chiarire il motivo per cui era venuto al mondo: essere testimone del Padre. La chiesa sulla scia del suo Maestro ha mantenuto il medesimo metodo: portare all'uomo di ogni tempo l'annuncio dell'incarnazione del Verbo, la sua passione, morte e risurrezione. A titolo esemplificativo presentiamo l'esperienza di dialogo adottata da una delle personalità più eccezionali della storia della chiesa: san Francesco d'Assisi. Il periodo storico in cui visse l'assisiate non era certo dei più pacifici: guerre tra comuni, crociate. In un contesto del genere ci preme segnalare uno degli episodi più significativi della vita del santo di Assisi: l'incontro tra Francesco e il Sultano d'Egitto. L'episodio è riportato nella Leggenda Maggiore di San Bonaventura da Bagnoregio. A  tredici anni dalla sua conversione, san Francesco partì verso l'Oriente. In quel pellegrinaggio egli volle incontrare il Sultano, mentre tra cristiani e saraceni era in corso un aspro conflitto. I rapporti erano stati inaspriti dall'emanazione di un editto sultaniale, secondo il quale chiunque avesse portato la testa di un cristiano avrebbe ricevuto il compenso di un bisonte d'oro.

Dinanzi al Sultano Melek-el Kaamel, nella tregua tra la fine di agosto e la fine del settembre 1219, Francesco fu interrogato circa lo scopo e a quale titolo egli si presentava. Il santo di Assisi, "con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e  ad annunciare il Vangelo della Verità. Predicò al Sultano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo"[33].


L'episodio appena descritto,  delinea un particolare metodo di condurre il dialogo. Un metodo che lungo i secoli ha continuato e continua ad essere adottato dai seguaci di san Francesco. Basti pensare che cos'è stato e continua ad essere la Custodia di Terra Santa che con i francescani costituiscono un opera di dialogo costante tra le due maggioranze, ebraica ed islamica, che rendono la vita difficile alla minoranza cristiana nella terra di Gesù. E così come in passato molte delle opere assistenziali ed educative, gestite dai francescani non sono solo finalizzate al sostegno di una pur bisognosa comunità cristiana ma sono aperte a musulmani. Analogo metodo riscontriamo nell'attività di Madre Teresa di Calcutta. Ella ha fatto della sua opera di carità una  costante azione interreligiosa; non ha mai subordinato l'azione caritativa alla conversione degli indù alla religione cristiana, ma non ha mai rinunciato a dichiarare apertamente che Colui che muoveva i suoi passi era Cristo. O l'azione pastorale del sacerdote don Andrea Santoro, ucciso recentemente in Turchia.


Un'idea di dialogo questo a cui non siamo abituati, perché è oggi assai ricorrente l'idea che il dialogo è tanto più vero e utile quanto più si abbandona la specificità della propria identità, per evitare, così si pensa, di offendere l'interlocutore. Infatti si è  infiltrata anche nel mondo cattolico una strana convinzione che i conflitti nascano proprio dall'affermazione delle identità. 


A questo punto bisogna intendersi su che cosa significhi identità. Se con questa s'intende l'idea di usare la propria fede o il proprio punto di vista come una bandiera da sventolare per propri scopi, è facile che questa sconfini facilmente in ideologia: in questo caso si vuole possedere la Verità e non esserne servitori. Ma se per identità s'intende la testimonianza amorosa dell'esperienza di fede che si vive nel tentativo sempre rinnovato di mostrarla attraverso le opere di carità allora non c'è rischio di intolleranza. I documenti fin qui evidenziati hanno voluto sottolineare che il fine di una testimonianza di fede è quello di rendere la vita degli uomini meno difficile.  Dal bene della singola persona a quello più ampio della società. Come non ricordare la frase di Gesù: "non sono venuto per giudicare il mondo ma per salvarlo".


Senza essere discepoli di qualcuno è difficile che si possa dialogare. Questo è valido per chiunque, a qualunque fede appartenga. Ci sembra che la chiesa continui ad avere il coraggio di usare parole come, persona, famiglia, educazione, verità, amore, semplicemente perché  è consapevole di essere la continuità storica dell'Emmanuele, il Dio con noi,  il quale non lascia nulla di intentato perché l'uomo diventi sempre più quello che deve essere. La Sua morte in croce, una volta per tutte, è l'immagine di un amore senza limiti che raggiunge anche i suoi carnefici.


Il discorso del dialogo è purtroppo diventato sin troppo confuso perché lo si è voluto separare da quello della Verità ingenerando nella mentalità comune l'idea errata di una contrapposizione tra i due poli della questione. Togliere ad una religione l'idea di Verità significa togliere la materia prima con cui poter costruire qualcosa. Il pericolo del fondamentalismo sta proprio nell'aver fatto fuori la possibilità che esista una Verità e che questa abbia la possibilità di comunicarsi all'uomo. I segni di speranza non mancano: gli ultimi pontificati, compreso il presente, sono stati caratterizzati dal desiderio di costruire ponti con la cultura contemporanea nel tentativo di superare gli steccati strumentalmente costruiti, tra laici e credenti, e tra credenti di diverse religioni. Il futuro di pace, di dialogo, di concordia tra gli uomini non sta nello sforzo, sempre tentato nel corso dei secoli, soprattutto in quello appena trascorso di azzerare la religione, ma nel vivere fino in fondo la Verità profonda della propria esperienza religiosa. Il cristiano in fondo sa che, da quando Dio si è fatto uomo, da quando il Verbo si è fatto carne, non c'è nulla e nessuno che gli sia estraneo  e che non  abbia, seppur in maniera misteriosa, qualche nesso con Gesù Cristo, il volto autentico di Dio.

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Dossier a cura di N.L. - Agenzia Fides 6/8/2008; Direttore Luca de Mata



[1]             

[2]              Ibidem, Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione, Roma, 2007

[3]              Giovanni XXXIII, Constitutio Apostolica Humanae Salutis

[4]              Giovanni XXXIII discorso di apertura del concilio l'11.10.1962

[5]              Paolo VI, discorso di apertura del 4° periodo del Concilio

[6]              Gaudium et Spes 10

[7]              Ibidem, 19

[8]              Ibidem n. 10

[9]              Ibidem n° 12

[10]             Ibidem n° 14

[11]             Mi riferisco all'episodio descritto negli Atti degli Apostoli in cui furono protagonisti gli apostoli convocati dinanzi al Sinedrio dopo la risurrezione del Signore per essere processati: "Si alzò allora nel sinedrio un fariseo di nome Gamalièle, dottore della legge, stimato presso il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: <<Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini (...). Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio non riuscirete a sconfiggerli >>" (At 5,34 - 39). 

[12]             Dichiarazione su "la libertà religiosa" Dignitatis humanae 3

[13]             Ibidem, n° 4

[14]             Ibidem n°10

[15]             Ibidem n° 12

[16]             Dichiarazione su "Le relazioni della chiesa con le religioni non cristiane"  Nostra Aetate

[17]             Ibidem n° 4

[18]             Ibidem n° 3

[19]             Incontro con i giovani musulmani di Casablanca, 19 agosto 1985

[20]             Ibidem

[21]             Incontro con la comunità ebraica romana il 13/4/1986

[22]             Ibidem

[23]             Incontro interreligioso di Assisi del 27 ottobre 1986

[24]             Discorso di Giovanni Paolo II all'incontro interreligioso di Assisi il 24 gennaio 2002

[25]             Ibidem

[26]             Joseph Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, Cantagalli, Siena, 2003

[27]             Joseph Ratzinger, op. cit. p. 68

[28]             Ibidem pp. 68-69

[29]             Benedetto XVI, Incontro con i rappresentanti della scienza, Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni. Aula Magna dell'Università di Regensburg, 12 settembre 2006.

                                                                          

[30]             Ibidem

[31]             Ibidem

[32]             Ibidem

[33]             Leggenda Maggiore, San Bonaventura da Bagnoregio