LA MISSIONE EDUCATIVA DELLA CHIESA OGGI

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Padre Fabio mi ha affidato il compito di sviluppare quello che abbiamo ascoltato dalla bocca del prof. Luca Diotallevi nel recente Convegno Diocesano di settembre.

Nel suo intervento il prof. Diotallevi ha affrontato il tema della "missione educativa della Chiesa oggi" e perché la Chiesa stessa avverta questa necessità. Mi sono lasciato guidare dallo Spirito Santo e chiedendo in ogni istante al Signore il dono della sapienza, cioè di illuminarmi su ciò che Lui avrebbe voluto che io vi dicessi, ho cercato di scegliere quelle parti che ritenevo più importanti e rivelanti per noi tutti chiamati, in un modo o nell'altro, a ricoprire il ruolo di educatori nella famiglia, nel lavoro, nella vita di tutti i giorni e ultimo e non ultimo all'interno della nostra parrocchia, nella Chiesa.

 

Prima di procedere vorrei ricordarvi che esiste una categoria, un criterio in base al quale Dio fa la storia con l'uomo, fa la storia con ognuno di noi e nulla avviene a caso. Dio per fare la storia con noi si serve soprattutto della sua Parola nella quale si è rivelato e si rivela a noi ogni volta che ci relazioniamo con Lui. Fin dall'inizio della stesura di questa catechesi mi risuonava in testa quella frase di Gesù che recita così: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date".

Allora sono andato a cercarla e l'ho trovata nel vangelo di Matteo, che è il vangelo di sabato 5 dicembre, tempo di avvento, il tempo liturgico che stiamo vivendo: "In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!". Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.  Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento." Matteo 9, 35 - 10, 1. 5-10

 

Questo è il mandato di Gesù ai suoi apostoli, questa è la missione che Lui presentava loro e lo fa anche (o ancora) a noi oggi in questo Kairos, in questo tempo favorevole in cui il Signore si rivela a noi e ci parla e ci dona una missione. Allora ho capito che il Signore mi chiamava a parlarvi da testimone e non da maestro anche perché non lo sono affatto né per conoscenza, né per competenza: da testimone di quella fede che è stata aiutata a crescere in me non solo dall'opera dello Spirito ma anche grazie a tutti coloro che mi hanno educato alla vita e nella vita. E la stessa cosa dovreste fare ognuno di voi: in ogni ambito della vostra vita essere testimoni di quella fede che il Signore ha innestato nei vostri cuori, sapendo che tutto quello che avete lo avete ricevuto gratuitamente e che gratuitamente dovreste donarlo. Solo così la vostra fede edificherà il vostro prossimo e nello stesso tempo si rafforzerà perché è solo donando che si riceve. Cosa vi ricorda questa frase?

Preghiamo insieme la "Preghiera semplice di San Francesco":

 

Oh, Signore, fa' di me lo strumento della Tua Pace;

Là, dove è l'odio che io porti l'amore.

Là, dove è l'offesa che io porti il Perdono.

Là, dove è la discordia che io porti l'unione.

Là, dove è il dubbio che io porti la Fede.

Là, dove è l'errore che io porti la Verità.

Là, dove è la disperazione che io porti la speranza.

Là, dove è la tristezza, che io porti la Gioia.

Là, dove sono le tenebre che io porti la Luce.

 

Oh Maestro,

fa' ch'io non cerchi tanto d'essere consolato, ma di consolare.

Di essere compreso, ma di comprendere.

Di essere amato, ma di amare.

Poiché: è donando che si riceve, è perdonando che si ottiene il Perdono, ed è morendo, che si risuscita alla Vita eterna.

 

Vale la pena fermarsi un attimo ed approfondire questo concetto: è solo donando che si riceve. Quando nel vangelo di Marco 12, 17 Gesù esorta così: "Rendete a Dio ciò che è di Dio" (Mc 12, 17), non sta chiedendo poco! Infatti è solo "donando che si riceve" e ciò vale innanzitutto nella nostra fondamentale relazione con Dio: per donare all'uomo tutto di Sé, Dio chiede all'uomo di mettere nelle Sue mani ciò che egli è! Quante volte la Sacra Liturgia che celebriamo guida i nostri cuori e le nostre menti a implorare questo "ammirabile scambio": noi diamo a Dio la nostra povertà, affinché Egli ci doni la Sua ricchezza! A Dio appartiene non solamente una parte di noi, ma la totalità del nostro essere. Ad una lettura veramente profonda dell'esistenza umana, che è solo possibile alla luce della fede in Dio Padre, ci si rende conto che al Signore della Vita, appartiene tutta la vita.

Chiedo al Signore Gesù la grazia per ognuno di noi di concederci quella capacità, quell'intelligenza spirituale per saper cogliere l'opera dello Spirito Santo, le sue indicazioni per noi.

Da credente, dicevo, cercherò di darvi la mia testimonianza sul perché sia fermamente convinto che siamo nel pieno di una importante emergenza educativa al punto che i vescovi italiani hanno deciso di impegnarvi un congruo numero di tempo del nostro cammino ecclesiale. Cercherò di farlo mettendo da una parte quelle diplomazie finalizzate a gratificarvi e anzi proverò a suscitare reazioni al fine di stimolare ed attivare un dialogo vero e costruttivo.  

 

Furono tre le domande di fondo sulle quali il prof. Diotallevi articolò il suo intervento:

•1.                Perché la Chiesa avverte una responsabilità educativa?

•2.                Perché oggi è più difficile educare?

•3.                Possiamo riconoscere luoghi educativi?

 

Sono tre domande importanti ma ritengo che il cuore della problematica educativa risieda nella prima: perché la Chiesa avverte una responsabilità educativa? Soggetti passivi dell'azione educativa sono sicuramente i giovani ma non solo. Come facciamo noi che siamo chiamati al servizio educativo ad educare se non lo siamo già? Cosa trasmettiamo se non siamo formati? Mi spiego meglio: a noi che abbiamo un ruolo educativo non è richiesto di ricoprirlo solo nel momento in cui abbiamo raggiunto la perfezione, ma dobbiamo considerarci pronti ed in grado di educare quando abbiamo deciso nel nostro cuore di "tendere costantemente alla perfezione": il nostro cammino di conversione ha come obiettivo di diventare perfetti come il nostro Padre celeste. Ci viene richiesto di intraprendere un vero e proprio cammino di ascesi. Ascoltiamo cosa dice in merito la parola di Dio: "Sapete che è stato detto: Ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano. Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre, che è in cielo. Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male. Se voi amate soltanto quelli che vi amano, che merito avete? Anche i malvagi si comportano così! Se salutate solamente i vostri amici, fate qualcosa di meglio degli altri? Anche quelli che non conoscono Dio si comportano così! Siate dunque perfetti, così com'è perfetto il Padre vostro che è in cielo." Matteo 5, 43-48

 

Sono due i motivi per cui la Chiesa avverte una responsabilità educativa oggettiva e vorrei dirlo con le parole del Concilio, che è il più alto documento magisteriale con cui la Chiesa si esprime; vorrei ricordare che il Concilio si è occupato molto di educazione, tanto da dedicarle un intero documento dal titolo "Gravissimum educationis".

•a)     La Chiesa pensa di essere corresponsabile della testimonianza della verità. Il mistero dell'uomo viene illuminato solamente dal mistero del Verbo incarnato, da Gesù che ci rivela il mistero del Padre che è Amore: questa è essenzialmente la missione di Cristo sulla terra. Solo dopo aver permesso alla luce di entrare in una stanza buia dove regna la tenebra, riusciamo a scorgervi chiaramente gli oggetti che vi sono in essa. Non siamo qui per discutere se questo è vero oppure no, se questo è per tutti una priorità, questo lo lascio alle vostre coscienze, ma chi ritiene che ciò sia vero non può non ritenerlo una priorità e non può più vivere da spettatore ciò che gli succede. Se credo che la verità della mia e della tua vita, anche se in maniere diverse ed originalissime, si comprendano nell'innestarsi dell'autorivelazione di Dio in Cristo, non posso non dire con San Paolo: "Guai a me se non evangelizzassi" 1 Corinzi 9, 16, cioè guai a me se non facessi conoscere Cristo a coloro che non lo conoscono, guai a me se non rispondo all'invito che ci lasciò Giovanni Paolo II: "Siate sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi". 1 Pietro 3,15. La Chiesa è fondata sul credere che la profonda realtà della donna e dell'uomo sia comprensibile solo in Cristo che si rivela. Questa è ciò che lei chiama la verità.

•b)    Solo in questa verità, la libertà umana non solo è coinvolta, ma è valorizzata come in nessun'altra esperienza. La conseguenza è che la valorizzazione della libertà del nostro prossimo dipende dal nostro dovere di trasmettere la verità. In sintesi: noi siamo responsabili della qualità della libertà altrui. Sentiamo come recita in proposito il documento conciliare Gaudium et Spes" al n. 17 dal titolo "Grandezza della libertà": "L'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà. Non esiste possibilità di fare il bene per un essere umano se non nella libertà... Dio volle, infatti, lasciare l'uomo "in mano al suo consiglio" che cerchi spontaneamente il suo creatore e giunga liberamente,  aderendo a Lui, alla piena e beata perfezione". Sono parole che pesano tonnellate per l'uomo di oggi abituato al relativismo e al libertarismo, ma che esprimono una eccezionale verità liberante. Gesù è il paradigma di questo altissimo concetto perché Lui ha sempre agito nella libertà e nell'amore; la sua grandezza sta proprio nell'essere fedele alla libertà dell'uomo (la passione dal Getsemani alla croce ne è solo un piccolo esempio) che Lui non ha mai ostacolato o sminuito. Con Lui come paradigma possiamo ricordare tutti i santi ma in particolare il nostro San Francesco nell'icona della libertà rappresentata dalla spogliazione di tutti i suoi vestiti ed averi davanti al padre e al vescovo di Assisi.

Siamo coinvolti nella questione educativa in quanto siamo chiamati a dare ragione della verità facendola incontrare con la libertà. Il paradigma di questa categoria è la storia di Dio con il suo popolo Israele che passa sempre attraverso la libertà; infatti è segnata dal peccato, dal perdono e dalla possibilità di cambiamento. La nostra vocazione in merito all'emergenza educativa è quella di aiutare la libertà delle persone a dire liberamente "sì" al Signore che si rivela loro.

Non possiamo formare il cristiano e la cristiana se prima non formiamo l'uomo e la donna. Fermiamoci un attimo su questo punto a proposito del quale San Tommaso d'Aquino affermava: "Gratia supponit natura et perficit eam" tradotto: La grazia suppone la natura e la porta a compimento". Ciò significa che prima viene la natura, poi la grazia sottoposta alla natura può portare la stessa alla perfezione. Prima viene la maturità umana, l'equilibrio psichico, le nostre libere scelte poi su queste fondamenta interviene l'opera dello Spirito Santo. Questa è la casa costruita sulla roccia. La fede prima di essere un dono di Dio è una decisione libera e volontaria. Ascoltiamo cosa ci racconta l'evangelista Marco riguardo l'episodio dell'epilettico indemoniato: "Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità»." Marco 9, 21-24. Gesù rispetta la libertà di questo genitore e può compiere questo miracolo solo dopo che egli ha espresso il desiderio di credere.

Sappiamo che la pienezza dell'umanità dell'uomo e della donna sta nella loro libera adesione a Gesù che si rivela. Non dobbiamo avere paura a testimoniare questa verità, perché noi non conosciamo una verità che opprime, ma una verità che libera: "Gesù disse a quelli che avevano creduto in lui: "Se rimanete ben radicati nella mia parola, siete veramente miei discepoli. Così conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi." Giovanni 8, 31-32

La Chiesa, noi, siamo impegnati nel servizio al Regno di Dio, che significa aiutare ogni singolo cuore ad aprirsi al Signore che lo chiama. Il Signore è lo stesso ma la mia vita e la tua vita, la mia storia e la tua storia sono diverse; ogni santo è diverso dall'altro: siamo originalissimi agli occhi di Dio. Noi credenti ci troviamo nella condizione per cui ogni essere umano che incontriamo è un diritto alla pienezza che noi possiamo servire, anzi che abbiamo l'onore di servire. Ogni essere umano che incontriamo è un roveto ardente dal quale Dio ci parla e di fronte al quale dobbiamo toglierci i calzari. L'educazione è un diritto di colui che la riceve. Il battesimo genera l'appartenenza alla Chiesa e ci dona un carattere indelebile, un sigillo eterno, indipendentemente dal nostro comportamento, dalla nostra adesione, dalla nostra fede, da qualunque cosa... perché è un sacramento! Sentiamo come recita al punto 2 dal titolo "L'educazione cristiana" il documento conciliare "Gravissimum educationis":

 

Tutti i cristiani, in quanto rigenerati nell'acqua e nello Spirito Santo, son divenuti una nuova creatura, quindi sono di nome e di fatto figli di Dio, e hanno diritto a un'educazione cristiana. Essa non mira solo ad assicurare quella maturità propria dell'umana persona, di cui si è ora parlato, ma tende soprattutto a far si che i battezzati, iniziati gradualmente alla conoscenza del mistero della salvezza, prendano sempre maggiore coscienza del dono della fede, che hanno ricevuto; imparino ad adorare Dio Padre in spirito e verità (cfr. Gv 4,23) specialmente attraverso l'azione liturgica; si preparino a vivere la propria vita secondo l'uomo nuovo, nella giustizia e santità della verità (cfr. Ef 4,22-24), e cosi raggiungano l'uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo (cfr. Ef 4,13), e diano il loro apporto all'aumento del suo corpo mistico. Essi inoltre, consapevoli della loro vocazione, debbono addestrarsi sia a testimoniare la speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3,15), sia a promuovere la elevazione in senso cristiano del mondo, per cui i valori naturali, inquadrati nella considerazione completa dell'uomo redento da Cristo, contribuiscano al bene di tutta la società. Pertanto questo santo Sinodo ricorda ai pastori di anime il dovere gravissimo di provvedere a che tutti i fedeli ricevano questa educazione cristiana, specialmente i giovani, che sono la speranza della Chiesa. Pensate che questo documento così attuale risale al 28/10/1965.

È in forza del Battesimo che noi siamo chiamati al dovere dell'educazione cristiana, perché la persona che ha ricevuto il Battesimo ha il diritto di goderselo, cioè di prenderne coscienza, interpretarlo e viverlo. Abbiamo il diritto di godere del fatto che siamo stati battezzati, del fatto che siamo diventati figli di Dio, abbiamo diritto di prendere coscienza dei carismi che abbiamo ricevuto in esso e che ci identificano, abbiamo il diritto di farci aiutare dalla Chiesa per poterli interpretare e viverli nei ministeri, nei vari servizi rendendo sempre più bella e ricca la sposa di Cristo: la Chiesa.

Che cos'è allora l'educazione cristiana?

In modo chiaro e altrettanto profondo il più grande documento della C.E.I. dopo il Concilio Vaticano II, "Il Rinnovamento della Catechesi" al punto 38, con le stesse parole riprese da Paolo VI nella "Evangelii Nuntiandi" e che Benedetto XVI a Verona sintetizzerà come il "grande sì" che dobbiamo dire al Padre ogni giorno in Gesù, fa capire qual è il fine del processo necessariamente permanente dell'educazione cristiana: "Educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere come Lui la comunione con lo Spirito Santo; in una parola a nutrire e guidare la mentalità della fede". Solo lo Spirito Santo può compiere quest'opera nell'uomo come afferma San Paolo nella 1^ lettera ai Corinzi: "Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo." 1 Cor 2, 11-16

Questa è la missione educativa della chiesa: educare al pensiero di Cristo! Quindi l'obiettivo dell'educazione cristiana, che combina necessariamente verità e libertà, è che ciascun credente, uomo e donna, sappia interpretare le problematiche, le situazioni, la quotidianità, come le interpreterebbe Gesù, con la sua forza, con la sua grazia, con la sua sapienza: in una parola dobbiamo educare a scegliere. L'obiettivo dell'educazione cristiana è quello di educare ciascun credente affinché ogni azione, ogni scelta venga preceduta dalla domanda: "Signore cosa vuoi che io faccia?". Alla luce di quanto appena detto mi sorge spontanea un'altra domanda: quanti di noi fanno questo, quanti di noi nella propria vita di ogni giorno vivono dando potere a questa domanda? Come faremo allora ad educare gli altri se prima questa modalità non parte da noi stessi, non la attuiamo su di noi, non entra a far parte della nostra vita come lo sono il lavarsi, il nutrirsi, il vestirsi, il riposarsi? Come possiamo portare Cristo agli altri se non lo abbiamo dentro di noi? E se non lo abbiamo dentro di noi, chi portiamo agli altri? Non dobbiamo trasmettere una religione cioè un insieme di concetti, regole, norme, principi, modalità; non dobbiamo convincere qualcuno ad entrare nel nostro gruppo o nella nostra parrocchia solo per aumentarvi il numero e per illuderci così di aver compiuto un'opera pia agli occhi di Dio: più siamo, più contiamo, più vuol dire che la nostra realtà è bella, è importante. Questo è "il faraone", colui che ti distrugge l'immagine di Dio. Colui che distrugge ciò che Dio vuole da te e ha in serbo per te. Non dimentichiamoci che Gesù ha evangelizzato il mondo formando 12 persone. Dio desidera che noi trasmettiamo la persona in carne ed ossa di Cristo e per farlo dobbiamo averla impressa in ogni parte del nostro corpo, delle nostre midolla, della nostra mente: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me." Galati 2, 20

Questa, a mio avviso, è la nostra grande responsabilità riguardo alla emergenza educativa. Abbiamo tutti bisogno di tornare a Cristo, di rinnovare il nostro rapporto con Lui, di "aprire, anzi di spalancare le porte a Cristo" come disse Giovanni Paolo II il 22 ottobre del 1978. Possiamo e dobbiamo essere testimoni credibili di quella fede innestata in noi dal battesimo e fare in modo che il nostro modo di stare insieme sia sempre più somigliante a quello della prima comunità cristiana: "Essi ascoltavano con assiduità l'insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme. Dio faceva molti miracoli e prodigi per mezzo degli apostoli: per questo ognuno era preso da timore. Tutti i credenti vivevano insieme e mettevano in comune tutto quello che possedevano. Vendevano le loro proprietà e i loro beni e distribuivano i soldi fra tutti, secondo le necessità di ciascuno. Ogni giorno, tutti insieme, frequentavano il Tempio. Spezzavano il pane nelle loro case e mangiavano con gioia e semplicità di cuore. Lodavano Dio ed erano ben visti da tutta la gente. Di giorno in giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che egli salvava." Atti 2, 42-47

Allora i nostri rapporti interpersonali diventeranno sempre più veri, edificanti, evangelizzanti, contagianti ed esprimeranno unità, comunione, stima e rispetto.

Chi non vorrebbe entrare in una comunità del genere?

Non saremo soltanto noi con la nostra vita a testimoniare la nostra fede, ma evangelizzerà anche il nostro modo di vivere insieme, l'espressione di popolo di Dio che daremo, anzi che saremo: "Io, il Signore dell'universo, vi annunzio che i digiuni che osservate nel quarto, quinto, settimo e decimo mese dell'anno diventeranno per il popolo di Giuda grandi feste, piene di gioia e allegria. Ma voi dovete amare la pace e la verità! Io, il Signore, vi dico che gli abitanti di molte città straniere verranno a Gerusalemme. Gli abitanti di una città diranno a quelli di un'altra: "Andiamo a implorare la benedizione del Signore dell'universo, a cercare la sua presenza". Essi risponderanno: "Sì, veniamo anche noi". Molti popoli e nazioni potenti verranno a Gerusalemme per implorare la mia benedizione, per cercare la mia presenza. In quei giorni ogni abitante di Giuda sarà preso per il lembo del mantello da dieci stranieri, di lingue diverse, che gli diranno: "Vogliamo venire insieme a voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi''. Zaccaria 8, 18-23

Solo se vivremo nella signoria di Cristo, come diceva padre Raniero Cantalamessa, saremo in grado di inventare, di essere creativi, di saper cogliere le cose nuove che il Signore ci chiederà: lo Spirito Santo non è ripetitività ma creatività all'ennesima potenza. Dio è dinamico e come dice Sant'Agostino: "Il Signore potrebbe chiedermi oggi una cosa che ieri mi ha vietato". Per poter percepire questi cambiamenti della volontà di Dio devo essere costantemente sintonizzato con Lui, la mia relazione con il Signore non può essere sporadica. E' come se di un telefilm in 10 puntate ne guardassi la prima, la terza e la penultima: cosa capirei? Il mio dialogo con Dio dovrà essere quotidiano basato sull'ascolto di ciò che Lui vuole da me, imperniato sulla malleabilità, sull'abbandono, sulla disponibilità a lasciarmi usare dallo Spirito dove, quando, come Lui voglia. Se così faremo, alla mattina sarà il Signore stesso a svegliarci sussurrando al nostro orecchio: "Ascolta oggi la mia voce, shema Israel".

 

2. Perché è difficile educare oggi?

Siamo arrivati alla seconda domanda: perché è difficile educare oggi?

Oggi è più difficile educare semplicemente perché la vita è molto complessa, le scelte che siamo chiamati a compiere durante la giornata sono immensamente più numerose rispetto al passato quando la società non era tanto più cristiana ma molto più semplice. Prima si doveva scegliere fra il bene e il male, oggi siamo nelle condizioni di dover scegliere fra beni diversi, tra il maggior bene e il minor bene anzi talvolta siamo chiamati a scegliere il minor male. In questo panorama noi siamo chiamati ad educare delle libertà cristiane e non dei cloni, cioè siamo chiamati a formare le coscienze che devono, perché lo sono agli occhi di Dio, essere originalissime altrimenti non aiutiamo le persone a scoprire e vivere la loro vera identità. Siamo chiamati a vivere in una società che, un po' per ricerca di sicurezza, un po' per pigrizia, un po' per interesse, spinge l'uomo a copiare e non a cercare. La coscienza non è governata dalla mia pancia, dai miei ormoni, dalla mia psiche, dai miei bisogni di qualunque tipo, specie quelli affettivi ed emozionali, ma, come diceva Giovanni Paolo II nella "Veritatis Splendor" al punto 59: "la coscienza è la norma prossima della moralità di un atto volontario... norma prossima della moralità personale". Alla parola coscienza il dizionario Devoto-Oli ci spiega che è: "La facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell'esperienza individuale... nel linguaggio comune, la valutazione morale del proprio agire, spesso intesa come criterio supremo della moralità". E' fondamentale formare le coscienze, perché facendolo noi educhiamo delle libertà cristiane e le aiutiamo ad affrontare situazioni nuove nella vita almeno cento volte al giorno. Ecco che l'emergenza educativa diventa una grande opportunità: oggi come mai in passato è possibile educare visto che tutti siamo costretti ad essere più liberi di prima: dovendo prendere più decisioni siamo più liberi, ma anche più bisognosi di criteri per affrontare queste scelte. A tal proposito i vescovi, nel documento "Annunciare il Vangelo in un mondo che cambia", affermano che: "Serve per tutti una fede più matura", più adulta perché viviamo in un tempo più bello, più libero e quindi certamente più rischioso. C'è un disegno della Provvidenza se siamo qui oggi: dobbiamo scoprire perché il Signore ci ha donato di vivere questi tempi "stupendi e terribili" come li definiva Paolo VI: tempi di grandissima libertà e tempi di possibile, grandissima fedeltà. Questo è scoprire la nostra vocazione. Questo è svelare la nostra identità personale. Capiamo quindi che il problema dell'emergenza educativa è molto di più dell'esigenza di una maggiore formazione: esso è un problema di autorità e l'autorità si manifesta con i "no". Questo è un ulteriore punto fondamentale: sapere esercitare un'autorità credibile, disposta a mettersi da una parte, a "morire a se stessa" nel momento in cui l'educato è cresciuto ed è libero. Suona allora come una profezia questo testo tratto dalla "Gravissimum educationis": "In effetti l'educazione dei giovani, come anche l'educazione permanente degli adulti, sono rese insieme più facili e più urgenti dalle circostanze attuali. Più facili perché la crescita della complessità sociale ha arato il terreno, più urgenti perché se tu hai il terreno, ma non lo semini e non lo innaffi, il terreno deperisce". Non è più possibile affidare i processi educativi ad un elenco di nozioni che interpellano solo la mente ma non il corpo, solo la ragione ma non la volontà. Il corpo intero deve esserne coinvolto come affermava la costituzione dogmatica "Dei Verbum" documento conciliare al punto 5 dal titolo Accogliere la Rivelazione con fede: "A Dio che rivela è dovuta «l'obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr. Rm 1,5; 2 Cor 10,5-6), con la quale l'uomo gli si abbandona tutt'intero e liberamente prestandogli «il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa."

In questa nuova età della Chiesa sperimentiamo l'indispensabilità della dimensione ascetica, cioè di quella dimensione spirituale volta ad ottenere il distacco dal mondo e la conseguente perfezione interiore mediante l'abnegazione e l'esercizio delle virtù (dizionario Devoto-Oli). Il relatore affermava ed io ne sono fermamente convinto che non si fa Pastorale Giovanile solo con le Giornate Mondiali della Gioventù, non si fa Pastorale Giovanile con i preti o laici giovani: la si fa con adulti di 65 anni almeno, che sanno dire dei "no" e che non hanno bisogno di consensi. Altrimenti ci stiamo prendendo in giro. La nostra educazione deve essere rivolta alla testa, alle emozioni ma anche all'intelletto e alla volontà. Una seria formazione educa l'intelletto, una seria ascesi educa la volontà. Non siamo più affascinanti per i giovani perché ci siamo svenduti, abbiamo curato l'emotività, il sentimento ma non abbiamo pensato altresì a curarne anche l'intelligenza e la forza di volontà. Senza questa "squadra" nessuno, giovane o adulto che sia, è all'altezza della sua libertà e dei suoi doveri. Dobbiamo educarci ed educare a saper andare al di là del "mi piace, mi serve, mi sento, mi coinvolge, etc". Nella vita di ogni giorno dobbiamo o no scontrarci con responsabilità e doveri che non rispondono ai verbi appena menzionati? Perché non dovrebbe essere così nel campo educativo, nella dimensione spirituale? Ecco che diventa fondamentale la dimensione ascetica.

 

3. Come riconosciamo i luoghi educativi?

Siamo arrivati alla terza ed ultima domanda: come riconosciamo i luoghi educativi?

Un luogo per essere considerato educativo è necessario che sia un luogo ecclesiale. L'ecclesialità è una categoria non sufficiente, ma necessaria affinché si attivi il processo educativo finora descritto. Un luogo si può definire educativo quando ha le condizioni per rispondere a processi educativi che abbiano queste due caratteristiche: l'impegno teoretico (inteso come modo di affrontare certi problemi, l'atteggiamento che l'uomo assume nei confronti del mondo) e la profondità del costruire volontà in grado di esercitare la libertà.

Ecco alcuni esempi pratici ed elementari:

a.     La Parrocchia.

La Parrocchia è un luogo ecclesiale perché non ti fa scegliere l'autorità. La Chiesa Cattolica non è Chiesa perché la sua autorità è "carismatica democraticamente" o in maniera "repubblicana". La Chiesa è una istituzione divina e, questa istituzione, è, essa stessa, un carisma, un dono straordinario di Dio. E' un dono di Cristo Maestro, Guida e Santificatore. Il parroco lo sceglie il Vescovo e il Vescovo lo sceglie il Papa. Questa è una modalità che ci educa al dono e che ci dice: un conto è ciò che tu vorresti, un conto è la Chiesa. Una cosa è un'esperienza religiosa, pur necessaria, che coinvolge dinamiche emotive, di sensibilità psicologica, un'altra cosa è un'esperienza ecclesiale. Nel primo caso mi scelgo il leader religioso, mi scelgo le persone con le quali condividere quel cammino di fede, mi scelgo i compagni più intimi; nel secondo caso il leader, il parroco, le persone, il compagno di banco alla messa domenicale non me lo scelgo io. Mi viene donato. La Parrocchia fin nel suo tessuto più intimo è una struttura dalle straordinarie potenzialità educative, perché ci costringe ad uscire fuori da noi stessi e dal nostro narcisismo. Quel narcisismo così amplificato dal peccato originale e dalle "pedagogie educative" attuali e ricorrenti nei mezzi di comunicazione e, purtroppo, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei luoghi pubblici.

 Proprio questo essere discepoli, accoglienti, in ascolto, coscienti di non essere "noi il centro del mondo" è il modo corretto di essere cattolici. La coscienza del dono e del discepolato nei confronti di Cristo e della Chiesa è, in certo qual modo, garanzia di cattolicità.

La cattolicità, inoltre, non è un abito che usciti dalla Messa o dai luoghi della Parrocchia, viene tolta o gettata via per opportunismo o codardia, ma piuttosto il modo di vedere il mondo; di fare delle scelte; di vedere la vita con gli occhi di Cristo.

Potremmo dire che essere cattolici significa Amare Cristo e la Chiesa, senza misura, sempre e comunque. Questo ci educa, giorno per giorno e diventa seme attorno a noi di una umanità riconciliata.

Essere cattolici è la strategia educativa.

b.     Il prete.

Il parroco ha un'autorità assolutamente indipendente dal suo carisma. La Chiesa è rigidissima nel distinguere il carisma ordinario dal carisma dall'autorità: questo la rende Chiesa. La Chiesa in questa distinzione chiara non fa altro che rispettare, sino in fondo, le volontà di Gesù.

Il dramma si materializza quando il carisma ordinario desidera diventare autorità perché chi sta sotto non ha più nessun elemento di difesa. Ecco perché il Papa a settembre, ricordava ai Vescovi : "Attenzione, voi dovete educare non a servire voi stessi, ma a servire il Signore". Noi siamo chiamati, in quanto educatori, ad aiutare gli altri affinché imparino i criteri, le categorie per relazionarsi con il "Dio della rivelazione", ma lungi da noi a diventare strumento di mediazione fra la coscienza del credente e Dio stesso. Dio parla al cuore del credente e il discernimento spetta alla Chiesa: concretamente al confessore, al direttore spirituale, al padre spirituale. Rimane ancora più vero che per educare all'autorità dobbiamo educarci noi ad obbedire. Perché se noi educatori, formatori, catechisti,  non obbediamo ai pastori che la provvidenza ci ha donato non siamo né educatori credibili, né testimoni credibili. Ma siamo, e questo è terribile, annunciatori del "nostro regno" e non del Regno di Dio.

Se non siamo discepoli non educhiamo al discepolato e non "abbiamo in noi il pensiero di Cristo", per dirla in senso paolino.

c.      Le Associazioni.

L'associazione è la forma che la Chiesa propone, o riconosce, ai laici e ai preti perché si aiutino reciprocamente, non sostituendo un'identità presuntamente debole (quella della chiesa diocesana) con un'identità presuntamente forte (quella del mio gruppo). Questo perché se noi non impariamo a trovare appagamento al nostro bisogno di identità nella debolezza della chiesa, (che poi è l'ennesima figura della debolezza della Croce), noi andiamo a cercare un supporto psicologico in una realtà umana assolutamente gradevole, ma che non ha niente a che vedere con quello di cui stiamo parlando: non ha le caratteristiche dell'ecclesialità in senso compiuto e non può quindi essere definito un luogo educativo in senso completo. Noi, soprattutto come cattolici italiani, abbiamo la straordinaria fortuna di vederci consegnata, vitale dalla Chiesa, una trama di istituzioni che appaiono deboli, ma hanno delle potenzialità educative già nella loro forma.

 

Conclusione

 

Perché dunque abbiamo una responsabilità educativa?

- Se noi in quanto Chiesa crediamo che la profonda realtà dell'uomo e della donna sia comprensibile solo in Cristo che si incarna, si rivela e ci rivela l'amore del Padre, non possiamo più vivere da spettatori ciò che ci succede. Diventa per noi una priorità fare conoscere Gesù a tutti coloro che ancora non lo conoscono.

- Questa è ciò che la Chiesa chiama la verità e noi sappiamo che la verità rende liberi.

- Solo in questa verità, la libertà umana non solo è coinvolta, ma è valorizzata come in nessun'altra esperienza.

- Noi siamo responsabili della qualità della libertà altrui.

- Siamo coinvolti nella questione educativa in quanto siamo chiamati a dare ragione della verità facendola incontrare con la libertà, questo perché Gesù rispetta la libertà.

- ogni essere umano che incontriamo è un diritto alla pienezza che noi possiamo servire, anzi che abbiamo l'onore di servire.

- Tutti i battezzati,  in quanto figli di Dio, hanno diritto a un'educazione cristiana.

- Siamo chiamati ad educare al pensiero di Cristo. L'obiettivo dell'educazione cristiana è quello di educare ciascun credente affinché ogni azione, ogni scelta venga preceduta dalla domanda: "Signore cosa vuoi che io faccia?".

- Dio desidera che noi trasmettiamo la persona in carne ed ossa di Cristo e per farlo dobbiamo averla impressa in ogni parte del nostro corpo, delle nostre midolla, della nostra mente.

- Non saremo soltanto noi con la nostra vita a testimoniare la nostra fede, ma evangelizzerà anche il nostro modo di vivere insieme, l'espressione di popolo di Dio che daremo anzi che saremo.

Perché è difficile educare oggi?

- Oggi è più difficile educare semplicemente perché la vita è molto complessa, le scelte che siamo chiamati a compiere durante la giornata sono più numerose rispetto al passato quando la società non era tanto più cristiana ma molto più semplice.

- E' fondamentale formare le coscienze, perché facendolo noi educhiamo delle libertà cristiane e le aiutiamo ad affrontare situazioni nuove nella vita almeno cento volte al giorno: le aiutiamo a saper scegliere.

- Dovendo prendere più decisioni siamo più liberi ma anche più bisognosi di criteri per affrontare queste scelte.

- C'è un disegno della Provvidenza se siamo qui oggi: dobbiamo scoprire perché il Signore ci ha donato di vivere questi tempi "stupendi e terribili".

- Dobbiamo capire che il problema dell'emergenza educativa è molto di più dell'esigenza di una maggiore formazione: esso è un problema di autorità e l'autorità si manifesta con i "no".

- Una seria formazione educa l'intelletto, una seria ascesi educa la volontà.

- Abbiamo curato l'emotività e il sentimento, ma dobbiamo prenderci cura anche dell'intelligenza e della forza di volontà altrimenti nessuno, giovane o adulto che sia, è all'altezza della sua libertà e dei suoi doveri.

Come riconosciamo i luoghi educativi?

- Un luogo per essere considerato educativo è necessario che sia un luogo ecclesiale.

- L'ecclesialità è una categoria non sufficiente, ma necessaria affinché si attivi il processo educativo finora descritto.

- Un luogo ecclesiale non ti fa scegliere l'autorità. La Chiesa Cattolica non è Chiesa perché la sua autorità è carismatica, lo è perché è burocratica, è un'organizzazione ordinata in base ad un principio piramidale.

- I luoghi strutturalmente ecclesiali hanno delle straordinarie potenzialità.  

 

Prima di concludere vorrei cercare di trasmettervi ciò che penso il Signore chieda ad ognuno di noi. Come sempre sarà la parola di Dio a venire in nostro aiuto, sarà ancora una volta la lampada ai nostri passi e la luce per il nostro cammino: leggiamo questi due brani: Preparativi del pasto pasquale

"Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: "Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?". Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: "Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi". I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua."

Marco, 14 12-16

Preparativi della cena pasquale

"...Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate". Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua."

Luca 22, 7-13

LA CHIESA DI GERUSALEMME

Il gruppo degli apostoli

"Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C'erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui."

Atti 1, 12-14

Tutte le volte che il Signore ha voluto compiere gesti importanti ha sempre invitato i suoi discepoli a salire ad un piano superiore, ad innalzarsi dalla mediocrità, a seguirlo in un cammino di ascesi e di conversione. Ecco ciò che Gesù chiede ad ognuno di noi oggi: prendere sempre più coscienza di chi siamo, di cosa abbiamo ricevuto, di cosa siamo chiamati a compiere e di come rispondere a questa chiamata. Visto che, come abbiamo ascoltato, noi siamo responsabili della qualità della libertà altrui e che ogni essere umano che incontriamo è un diritto alla pienezza che noi possiamo servire, anzi che abbiamo l'onore di servire, alla fine di questo incontro mi sorge dal cuore, spero ispirata, questa proposta: riservare 4 giorni all'anno per un cammino di formazione e di confronto per tutti coloro che sono chiamati ad educare affinché possiamo lasciarci plasmare dallo Spirito Santo e istruire dalla parola di Dio per poter portare agli altri ciò che abbiamo visto, ascoltato, creduto: la persona del nostro unico Salvatore: Gesù Cristo.                                                        
Amen, Alleluia.

Alberto Ridolfi