Gli interventi dei padri sinodali

sinodo-2Nella mattina di martedì 9 ottobre, al-la presenza del Papa — presidente de-legato di turno il cardinale messicano Francisco Robles Ortega, arcivescovo di Guadalajara — si è svolta la terza congregazione generale. Su 259 Padri sinodali presenti, hanno preso la parola in 25, oltre a un delegato fraterno e a un inviato speciale. Di seguito le sintesi degli interventi.

Nessuno è straniero agli occhi di Dio
Monsignor JOSÉHORACIOGÓMEZ
Arcivescovo di Los Angeles (Stati Uniti d’America)
La globalizzazione è uno dei “se-gni” dei nostri tempi. Il processo di globalizzazione è economico e finan-ziario. Tuttavia, la globalizzazione è anche sociale e culturale, come spie-gano i Lineamenta(n. 6). In ogni parte del mondo, i percorsi delle mi-grazioni di massa hanno prodotto nuovi incontri e nuove “mescolanze” di culture. L’incontro intenso tra le culture pone una sfida alla nuova evangeliz-zazione della Chiesa. Anzitutto esige che la Chiesa protegga le popolazio-ni immigrate dall’emarginazione e dallo sfruttamento. La Chiesa deve essere sempre un segno nel mondo del fatto che Dio è con noi e che ai suoi occhi amorevoli nessuno è stra-niero e siamo tutti fratelli e sorelle. In senso positivo, la globalizzazio-ne ci offre un momento provviden-ziale per portare avanti la missione della Chiesa di trasformare l’umanità in un’unica famiglia di Dio. L’evan-gelizzazione, in questo tempo di globalizzazione, ci invita a procla-mare nuovamente il mistero della Chiesa quale famiglia universale di Dio. Nella nuova evangelizzazione, la Chiesa deve essere il “sacramento” — segno e strumento — per mezzo del quale la famiglia universale di Dio si concretizza nella storia. L’era della globalizzazione ci invita anche ad attingere alle nostre ricche tradizioni di pietà popolare e di spiritualità nell’opera di evangelizzazione. Le nostre tradizioni di pietà popolare costituiscono un ricco tesoro spirituale, che fa parte della buona novella da proporre agli uomini e al-le donne per portarli a partecipare al suo Corpo e al suo Sangue e quindi alla vita divina. In questa epoca di globalizzazione, i campi del mondo sono maturi per un raccolto di fede. Siamo “chiamati a essere santi” e la nostra missione è quella di usare i mezzi della grazia per santificare e rendere santi, per aiutare gli uomini e le donne del presente a trovare il cammino verso la santità nella loro vita quotidiana. La sfida pastorale della nuova evangelizzazione è di “situare” questa chiamata universale alla santità nelle realtà del nostro mondo “globalizzato”. Dobbiamo trovare nuovi metodi e nuove vie per aiutare gli uomini e le donne d’oggi a praticare la fede in questa cultura globalizzata. Dobbiamo comprendere meglio l’impatto che questa cultura ha sulla nostra identità e sulla nostra pratica cattolica. Dobbiamo trovare il “linguaggio” per presentare al meglio i mezzi tradizionali di santificazione (i sacramenti, la preghiera, le opere di carità), in un modo che sia attraente e accessibile per le persone che vivono nella realtà di una società globaliz-zata, urbana e secolarizzata. Con il nostro ricco tesoro di spiri-tualità cattoliche — tratte dall’incul-turazione del Vangelo in «ogni na-zione che è sotto il cielo» — e con la nostra buona novella del “p ro g e t t o di famiglia” voluto da Dio per la storia, disponiamo di risorse potenti per evangelizzare la cultura nel con-testo della globalizzazione e della crescente secolarizzazione nelle no-stre società.

Umiltà, rispetto e silenzio
Monsignor LUISANTONIOG. TAGLE
Arcivescovo di Manila (Filippine)
Una ragazza ha chiesto: «Siamo noi giovani che ci siamo persi o è la Chiesa ad averci perduti?». La sua domanda esprime il desiderio di una Chiesa in cui Gesù possa trovarla e in cui lei possa trovare lui. Ma per poter essere lo “spazio” per un in-contro di fede con il Signore, la Chiesa deve imparare di nuovo da Gesù, nel quale incontriamo Dio. La Chiesa deve imparare l’umiltà da Gesù. La forza e la potenza di Dio appaiono nello svuotamento di sé del Figlio, nell’amore che viene crocifisso ma che salva davvero per-ché viene svuotato di sé per gli altri. La Chiesa è chiamata a imitare il rispetto di Gesù per ogni persona umana. Egli ha difeso la dignità di tutti, in particolare di quanti sono trascurati e disprezzati dal mondo. Amando i suoi nemici, egli ha affer-mato la loro dignità. La Chiesa deve scoprire la forza del silenzio. Confrontata con il dolo-re, con i dubbi e con le incertezze delle persone, non può fingere di of-frire soluzioni semplici. In Gesù il silenzio diventa la via dell’ascolto at-tento, della compassione e della pre-ghiera. È la via verso la verità. Le società in apparenza indifferen-ti e prive di obiettivi del presente stanno davvero cercando Dio. L’umiltà, il rispetto e il silenzio della Chiesa potrebbero rivelare in modo più chiaro il volto di Dio in Gesù. Il mondo trae gioia dal semplice fatto che testimoniamo Gesù, mite e umi-le di cuore.

Unità di un progetto pastorale
Monsignor RINO FISICHELLA
Arcivescovo titolare di Voghenza
Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (Città del Vaticano)
La nuova evangelizzazione si pre-senta come un progetto pastorale che impegnerà la Chiesa nei prossi-mi decenni. È urgente che prima del “f a re ” si possa ritrovare il fondamen-to del nostro “e s s e re ” cristiani in modo che la nuova evangelizzazione non sia sperimentata come un’ag-giunta in un momento di crisi, ma come la costante missione della Chiesa. Si deve coniugare esigenza di unita, per andare oltre la fram-mentarietà, con la ricchezza delle tradizioni ecclesiali e culturali. Unità di un progetto pastorale, non equi-vale a uniformità di realizzazione; indica, piuttosto, l’esigenza di un linguaggio comune e di segni parte-cipati che fanno emergere il cammi-no di tutta la Chiesa più che l’origi-nalità di una esperienza particolare. Si deve motivare perché in un perio-do di transizione epocale come il nostro, segnato da una crisi genera-le, è richiesto a noi oggi di vivere in modo straordinario la nostra ordina-ria vita ecclesiale. Dobbiamo saper presentare la novità che Gesù Cristo e la Chiesa rappresentano nella vita delle persone. L’uomo di oggi, inve-ce, non percepisce più l’assenza di Dio come una mancanza per la pro-pria vita. L’ignoranza dei contenuti basilari della fede si coniuga con una forma di presunzione che non ha precedenti. In che modo si puo esprimere la novità di Gesù Cristo in un mondo impregnato di sola cultu-ra scientifica, modellato sulla super-ficialità di contenuti effimeri, e in-sensibile alla proposta della Chiesa? Annunciare il Vangelo equivale a cambiare vita; ma l’uomo di oggi sembra legato a questo tipo di vita di cui si sente il padrone perché de-cide quando, come e chi deve nasce-re e morire. Le nostre comunità, for-se, non presentano più i tratti che consentono di riconoscerci come portatori di una bella notizia che trasforma. Esse appaiono stanche, ri-petitive di formule obsolete che non comunicano la gioia dell’i n c o n t ro con Cristo e sono incerte sul cammi-no da intraprendere. Ci siamo rin-chiusi in noi stessi, mostriamo un’autosufficienza che impedisce di accostarci come una comunità viva e feconda che genera vocazioni, tanto abbiamo burocratizzato la vita di fe-de e sacramentale. In una parola, non si sa più che essere battezzati equivale a essere evangelizzatori. In-capaci di essere propositivi del Van-gelo, deboli nella certezza della veri-tà che salva, e cauti nel parlare per-ché oppressi dal controllo del lin-guaggio, abbiamo perso credibilità e rischiamo di rendere vana la Pente-coste. Non ci serve in questo mo-mento la nostalgia per i tempi passa-ti ne l’utopia per inseguire sogni; piuttosto, un’analisi lucida che non nasconde le difficoltà e neppure il grande entusiasmo di tutte le espe-rienze che in questi anni hanno per-messo di attuare la nuova evangeliz-zazione.

La strada della bellezza
Cardinale GIUSEPPE BETORI
Arcivescovo di Firenze (Italia)
Come Gesù fu attento conoscitore della vita del suo tempo, così oggi la Chiesa deve volgersi alla cultura contemporanea, certa che nulla può resistere alla potenza risanante del Vangelo. Lo mostra la vicenda della Chiesa nel mondo antico, come an-che l’ispirazione di fede che animò il rinnovamento della cultura tra la fi-ne del medioevo e l’inizio dell’era moderna. Si tratta di ascoltare e comprendere il mondo, senza alcuna sudditanza: la parola di Dio giudica il mondo. Basilio Magno — riferendosi al coltivatore di sicomori, che rende commestibile il frutto incidendolo prima di coglierlo — leggeva l’’in-contro tra la fede e la cultura al suo tempo come una incisione che ren-deva questa sana, valida. A Basilio fece riferimento l’allora cardinale Jo-seph Ratzinger, che commentò: «L’evangelizzazione non è un sem-plice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cul-tura nel senso di un concetto super-ficiale di inculturazione... No, il Vangelo è un taglio — una purifica-zione, che diviene maturazione e ri-sanamento». Il taglio è dato proprio dall’intima essenza della fede, dai suoi misteri, da cui il pensiero uma-no ha tratto alimento per sostanziali sviluppi. Evangelizzare richiede di promuo-vere consapevolezza e accoglienza delle culture d’oggi, un atteggiamen-to disponibile a cui però unire co-raggio e fedeltà nel mostrare la forza risanante della parola della fede per un vero umanesimo. Una strada significativa di questo rapporto tra fede e cultura è quella della bellezza e quindi dell’arte che ne è la matrice umana.

La confessione è il sacramento della nuova evangelizzazione
Cardnale TIMOTHY MICHAEL DOLAN
Arcivescovo di New York Presidente della Conferenza Episcopale (Stati Uniti d’America)
Il grande predicatore americano, il venerabile arcivescovo Fulton John Sheen, ha osservato «la prima parola di Gesù è stata “venite”; l’ultima pa-rola di Gesù è stata “andate”». La nuova evangelizzazione ci ri-corda che gli autentici operatori di evangelizzazione devono prima esse-re evangelizzati. San Bernardo ha detto, «se volete essere un canale, dovete prima essere un serbatoio». Perciò credo che il sacramento più importante della nuova evangelizza-zione sia il sacramento della peni-tenza, e ringrazio Papa Benedetto per avercelo ricordato. Sì, i sacramenti dell’iniziazione... battesimo, confermazione, Eucari-stia... obbligano, sfidano e fornisco-no del necessario gli operatori dell’evangelizzazione. Ma il sacramento della riconcilia-zione evangelizza gli evangelizzatori, perché ci mette sacramentalmente in contatto con Gesù che ci chiama alla conversione del cuore e ci ispira ad accogliere il suo invito a pentirsi. Il concilio Vaticano II ha fatto ap-pello a un rinnovamento del sacra-mento della penitenza, purtroppo e con tristezza quello che abbiamo ot-tenuto invece è stata la sparizione del sacramento. Così ci siamo impegnati a chiede-re la riforma delle strutture, dei si-stemi, delle istituzioni, della gente diversa da noi. Sì, questo è positivo. Ma la risposta alla domanda «cosa c’è di sbagliato nel mondo?» non è la politica, l’economia, il secolari-smo, l’inquinamento, il riscaldamen-to globale... no. Come scrisse Chesterton «La risposta alla domanda “cosa c’è di sbagliato nel mondo?” sono due parole: sono io». Sono io! Ammetterlo porta alla conversione del cuore e alla peniten-za, fulcro dell’invito evangelico. Ciò accade nel sacramento della peniten-za. È questo il sacramento della nuova evangelizzazione.

Istituzioni educative in aumento
Cardinale ZENONGRO CHOLEWSKI
Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica (Città del Vaticano)
Si deve porre seriamente la do-manda: perché il costante aumento del numero delle nostre istituzioni educative è accompagnato da una crescente crisi della fede? Che cosa le rende così poco efficaci nel risve-gliare la fede e nel campo dell’evan-gelizzazione? Vorrei prospettare al riguardo tre accorgimenti, che pur non avendo carattere di novità, ri-chiedono di essere di nuovo presen-tati, seriamente pensati e forse segui-ti da ulteriori approfondimenti. Ho letto il seguente significativo giudizio di un laico circa un sacer-dote: «Egli è molto forte in cateche-si e omelie, ma non altrettanto forte in evangelizzazione... Egli sa vera-mente molto su Dio, ma non sono sicuro se egli conosca Dio abbastan-za. Sembra che non abbia una suffi-ciente esperienza di Gesù». Per raf-forzare la propria fede, per conosce-re Dio e per essere strumento effica-ce di evangelizzazione non basta lo studio, la conoscenza intellettuale, ma è necessario un vivo contatto personale con Dio. Se questa consa-pevolezza diventasse veramente vita, certamente le nostre istituzioni edu-cative, soprattutto di studi superiori, ma anche le scuole, sarebbero più coscienti del loro compito di evange-lizzazione e sarebbero importanti strumenti nella sua realizzazione. Nonostante ci siano al riguardo le indicazioni del concilio Vaticano II e del Magistero postconciliare, e che la questione sia stata trattata nel re-cente documento della Commissione Teologica Internazionale (La teologia oggi: prospettive, principi e criteri, 29 XI2011, n. 37-44), rimane ancora nel-la prassi poca chiarezza circa la rela-zione fra il ruolo della teologia e del Magistero della Chiesa. Gesù non ha lasciato la nostra comprensione della Sacra Scrittura e della Tradi-zione in balia delle diverse opinioni, che evidentemente possono essere anche molto divergenti e stravaganti, nonché seminare continuamente in-certezza e confusione, ma ci ha la-sciato il grande tesoro del Magistero, «la cui autorità viene esercitata a no-me di Gesù Cristo... con l’assistenza dello Spirito Santo» (Dei verbum, 10b). Questo ovviamente non dimi-nuisce il ruolo e la creatività dei teologi, ma li responsabilizza. Comun-que, il ruolo dei teologi nell’op era dell’evangelizzazione viene spesso vanificato perché manca la consape-volezza dell’importanza vitale del Magistero . Il piu grande ostacolo per diven-tare teologo (o pastore) costruttivo, e quindi efficace nella prospettiva della nuova evangelizzazione, è sen-za alcun dubbio la superbia con il suo alleato naturale: l’egoismo. La mania di diventare grande, originale, importante, riduce non pochi ad es-sere «pastori che pascolano se stessi e non il gregge» (cfr. Ez34, 8; cfr. Sant’Agostino, Discorso sui pastori), in realtà diventando poco rilevanti nel Regno dei Cieli, controprodu-centi per la crescita della Chiesa e per l’evangelizzazione. Siccome in ognuno di noi, dopo il peccato ori-ginale, c’è una dose di superbia, dobbiamo costantemente fare in questa materia un solido esame di coscienza e, ai piedi: della croce, im-parare l’umiltà e l’amore autentico. Tutti e tre gli accorgimenti rileva-no l’importanza della conversione di noi stessi per poter avvicinare gli al-tri a Cristo e arricchirli con i tesori del Vangelo.

L’invito alla comunione è più di uno slogan
Monsignor JOHN CORRIVEAU O.F.M.Cap.
Vescovo di Nelson (Canada)
Giovanni PaoloII insegna che la comunione è la missione e la rispo-sta profetica della Chiesa all’indivi-dualismo del nostro tempo. Sottoli-nea che la Chiesa compirà la sua missione solo se promuoverà una spiritualità di comunione (Novo mil-lennio ineunte n. 43). La spiritualità di comunione è profondamente trini-taria. Quando l’amore trinitario si è effuso sul mondo per mezzo dell’in-carnazione, alla famiglia umana è stata rivelata una nuova e vitale for-za di relazione, di unità. L’invito al-la comunione è più che uno slogan. È la conversione del cuore. Nel grande impulso missionario della Chiesa del diciannovesimo e dell’inizio del ventesimo secolo c’era grande coerenza tra la comprensione di sé della Chiesa e la spiritualità che la esprimeva. La Chiesa si de-scriveva come «società perfetta che conduce le anime a Dio». Ciò ha trovato espressione nella spiritualità ascetica, una spiritualità di perfezio-ne personale. Ha dato vita a una schiera di congregazioni religiose apostoliche e di movimenti ecclesiali che hanno portato il Vangelo in tut-to il mondo. La spiritualità di comunione deve suscitare un rinnovamento analogo nella Chiesa, dando vita a congrega-zioni religiose e movimenti ecclesiali. Anche i movimenti ecclesiali e le congregazioni religiose esistenti de-vono rinnovare la loro spiritualità e la loro missione alla luce dell’identi-ta comune della Chiesa. I ministri e gli operatori di pastorale, come an-che i movimenti ecclesiali e le con-gregazioni religiose, con la spirituali-tà formata e ravvivata dal Mistero della Santissima Trinità, apriranno nuovi cammini per il dialogo con il mondo secolarizzato, dando un im-portante contributo alla nuova evan-gelizzazione.

Il mondo prigioniero del pensiero debole
Monsignor GERHARD LUDWIG MÜLLER
Arcivescovo-Vescovo emerito di Regensburg
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (Città del Vaticano)
Tutti noi viviamo in un mondo che quotidianamente si nutre di "no-vità". Le mille novità ci interpellano su cosa sia davvero la novità. Il mondo di oggi, frastornato da mille cambiamenti, è infatti privo di novi-tà perché prigioniero di un pensiero debole, ed è sempre alla ricerca di emozioni perché ingombrato da mil-le cose che non lo soddisfano vera-mente. Si pone pertanto la grande domanda: dove sta davvero la novi-tà? Al riguardo, risuonano sempre attuali le parole di sant’Ireneo di Lione: Cristo «ha portato ogni novi-tà, portando se stesso» (Ad v e rs u s h a e re s e s , I V, 34, 1). In Lui è concen-trata ogni novità. La nuova evangelizzazione richie-de di superare certi dibattiti intraec-clesiali in cui, da tanti anni, si ripro-pongono sempre gli stessi temi, e di riproporre invece la fede cristiana nella sua pienezza e perenne novità. In questa pienezza e novità trova consistenza e forza di comunione la collegialità tra i vescovi, la quale non può però divenire pretesto per un’autonomia mal intesa. Il concilio Vaticano II insegna che il Signore, «affinché lo stesso episcopato fosse uno e indiviso prepose agli altri apo-stoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comu-nione» (Lumen gentium18). La nuo-va evangelizzazione esige di attinge-re a questa comunione ed avrà effi-cacia solo se fondata sull’unità dei Vescovi con il Successore di Pietro e tra loro. Questa unità è la pietra an-golare su cui il Signore edifica la sua Chiesa. Nello stare di nuovo davanti a Cristo, noi attingiamo a quella novi-tà di vita, che è in grado di cambiar-ci nel profondo. Si tratta, infatti, di rinnovare la fede nei nostri cuori, di «risvegliare la Chiesa nelle anime» (Romano Guardini). Solo se rinno-vati, saremo nuovi evangelizzatori. Da Cristo risorto nasce la Chiesa come sacramento della sua presenza e dell’unità con Dio e fra gli uomini (cfr. Lg1). Da lui proviene la fede della Chiesa: una fede sempre nuova benché si nutra, in ogni tempo, dei medesimi doni. Radicati in Cristo e nella Chiesa, ci appoggiamo alla fe-de di Pietro, attorno a cui troviamo quella solida unità che non viene da noi e che non viene mai meno (cfr. Unitatis redintegratio 4). A questa unità tutti noi apparteniamo. Questa unità vogliamo servire «perché il mondo creda» (Gv17, 21).

Interesse per i valori spirituali
Monsignor JANBAXANT
Vescovo di Litoměřice (Repubblica Ceca)
La nuova evangelizzazione è per la Repubblica Ceca una felice solu-zione e un’occasione. Per lunghi de-cenni di regime comunista non si e detto di Cristo niente di positivo e neanche si poteva sentirne parlare. Tre fenomeni dall’ambiente ceco-moravo: siamo alla ricerca di nuovi evangelizzatori, fedeli e coerenti se-guaci di Cristo per la nuova evange-lizzazione. Le radici cristiane non sono estir-pate del tutto. Quelli che vivono nella prossimità delle belle arti cri-stiane non possono non percepirle ma anzi chiedono risposte alle do-mande, ad esempio: «Perché i nostri antenati hanno costruito tutto questa con tanta diligenza?». Nel nostro ambiente pastorale ce-co-moravo si moltiplicano varie isti-tuzioni di scuola statali ed ecclesiali, università e istituti scientifici. È inte-ressante che in queste istituzioni si svegli l’interesse per i valori spiritua-li e per lo studio di essi. Per questi casi non è necessario che subito debbano essere molti evangelizzatori. Devono essere però evangelizzatori ardenti di zelo per incendiare gli altri.

Gli immigrati vanno coinvolti nelle attività ecclesiali
Monsignor ALONSOGERARD OGARZATREVIÑO
Vescovo di Piedras Negras (Messico)
Così come molti Paesi hanno trat-to vantaggio dalla presenza di perso-ne arrivate da altri luoghi, anche la Chiesa si nutre in modo significativo della testimonianza e dell’op era evangelizzatrice di molti di loro, im-pegnati nel mandato missionario: «Andate per tutto il mondo, predi-cate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16, 15). Di fronte ai rischi e alle minacce della fede professata dalle persone che emigrano, è importante che la Chiesa offra il sostegno necessario attraverso una pastorale che li coin-volga insieme alle loro famiglie; oc-corre anche ricordare loro i propri doveri essenziali come cellula viva della società e Chiesa domestica. La Chiesa non solo li deve assiste-re tramite una pastorale per l’immi-grazione con una visione assistenzia-le e di promozione umana, ma deve soprattutto coinvolgere gli immigrati nell’attività ecclesiale. Noi tutti, membri della Chiesa, dobbiamo vedere nel fenomeno dell’immigrazione un invito a vivere il valore evangelico della fraternità.

A favore della dignità e dei diritti dei più piccoli
Monsignor GERALDFREDERICKKICANAS,
Vescovo di Tucson (Stati Uniti d’America)
Inestricabilmente legati alla nostra predicazione del Vangelo di salvez-za, i nostri atti di amore e di giusti-zia sono una chiamata evangelica p ro f e t i c a . La condivisione e l’azione basate sulla dottrina sociale della Chiesa avvicinano le persone a Cristo. Spingeremo i cuori a vedere Cri-sto quando, in questo Anno della fe-de, dimostreremo tutti la nostra fede di cattolici, con rinnovata energia a favore della carità e della giustizia a casa nostra e nel mondo. La gente si meraviglierà dello Spi-rito di Cristo che ci animerà quando ci schiereremo a favore della vita, della dignità e dei diritti dei «più piccoli tra questi». Questo Sinodo può affermare con forza e in modo inequivocabile che la giustizia e la carità sono al centro dell’opera di evangelizzazione.

Per consacrare il mondo allo Spirito Santo
Monsignor GUSTAVO GARCÍA-SILLER, M.SP. S. ,
Arcivescovo di San Antonio (Stati Uniti d’America)
Viviamo in un mondo di grandi promesse, ma anche di grandi biso-gni, talvolta caratterizzato dall’oscu-rità. Mentre la Chiesa cerca di ri-spondere alla situazione del nostro mondo e di evangelizzare in modi nuovi, dobbiamo anche renderci conto che siamo una Chiesa con del-le difficoltà. La realtà del mondo attuale esige una nuova effusione dello Spirito Santo. I nostri Pontefici ci hanno esortato a ricordare che «l’evangelizzazione non sarà mai possibile senza l’azione dello Spirito Santo» (Evangelii nuntiandi, n. 75). Abbiamo bisogno di una nuova Pen-tecoste, affinché la salvezza di Gesù Cristo possa raggiungere il mondo intero e trasformarlo, affinché la Chiesa possa essere rinnovata e la santità prosperare in essa, e infine, affinché noi cristiani procediamo con la nuova evangelizzazione. Per-ché questo Anno della fede produca la nuova Pentecoste di cui abbiamo bisogno, propongo, fratelli vescovi, che questo Sinodo chieda umilmente al Santo Padre di consacrare il mon-do allo Spirito Santo.

Sull’ordine dei sacramenti dell’iniziazione
Monsignor ALBERTOFRANCISCO MARÍA SANGUINETTI MONTERO
Vescovo di Canelones (Uruguay)
Dal modo di celebrare i sacramen-ti dell’iniziazione cristiana dipenderà il volto futuro del cristianesimo in Occidente (Instrumentum laboris 131, Lineamenta18). Non è corretto affer-mare che la differenziazione delle pratiche, che pospone il sacramento della cresima a quello dell’eucaristia, sia di ordine meramente pastorale e non dogmatico (Il136). Al contrario, l’ordine dei sacramenti battesimo -cresima - eucaristia proviene dalla tradizione autentica d’Oriente e d’Occidente. Questo dato dogmati-co deve guidare tutta la pastorale. Con il battesimo e la cresima en-triamo a far parte della Nuova Al-leanza per la partecipazione alla morte e alla glorificazione di Gesù Cristo e l’effusione escatologica del-lo Spirito Santo. Ciò deriva dalle missioni delle persone divine e, infi-ne, dalle Processioni trinitarie. La messa è l’attualizzazione del sacrifi-cio glorioso di Cristo e della discesa dello Spirito. Per questo, la comu-nione eucaristica è il culmine di tut-ta l’iniziazione cristiana nonché la sua rinnovata attualizzazione. Altera l’economia sacramentale il dare la prima comunione al battez-zato non confermato, che non è pienamente iniziato. Rappresenta una violenza amministrare sistematica-mente la cresima dopo la prima co-munione. La cresima deve seguire il Battesimo e precedere la prima co-munione.

Per un’Africa pacificata giusta, sicura e prospera
Monsignor NICOLAS DJOMO LOLA
Vescovo di Tshumbe Presidente della Conferenza Episcopale (Repubblica Democratica del Congo)
Intervengo a nome della Conferenza episcopale nazionale della Re-pubblica Democratica del Congo (Cenco). Il mio intervento fa riferi-mento al numero 94 dell’Instrumen-tum laboris. Nel corso degli ultimi decenni, la Chiesa nella Repubblica Democrati-ca del Congo ha sentito la necessità e l’urgenza di procedere a quella che definisce un’«evangelizzazione in profondità » . Il nostro contesto, come quello di altri Paesi africani, è stato e continua ad essere dominato da guerre e vio-lenze, con le loro conseguenze disa-strose sull’uomo e sulla società. Le guerre e le violenze hanno distrutto la vita sociale e le persone a livello sia psicologico, sia morale e spiritua-le. Cristiani e non, indeboliti, diso-rientati e angosciati, si mettono alla ricerca di soluzioni facili. Le trova-no, ritornando ancora una volta alla fede nella stregoneria, alle sette e al-le chiese cosiddette del risveglio. Queste, nel loro modo di proporre il Vangelo, privilegiano la lotta contro gli spiriti maligni, spesso identificati con i membri stretti della famiglia. Ciò distrugge, ancora di più, le rela-zioni familiari. Considerando le sfide appena ci-tate, basandoci sull’esperienza della Chiesa famiglia di Dio nella Repub-blica Democratica del Congo, sug-geriamo: — di insistere su un nuovo dina-mismo dell’esperienza delle Comuni-tà ecclesiali di base vive quali luoghi in cui acuire il senso ecclesiale, da sperimentare in una comunità su scala umana, che si preoccupi di una fede ravvivata, della carità e della speranza, che celebri e preghi; di ri-cordare l’importanza dell’evangeliz-zazione come processo di educazio-ne e di formazione costante nella fe-de, mettendo alla portata delle per-sone evangelizzate la Parola di Dio grazie alla lectio divina, spesso men-zionata dal Santo Padre. Occorre mettere l’accento sulla dimensione esperienziale della fede, come incon-tro personale con Cristo attraverso la preghiera, la vita sacramentale e un’esistenza impegnata al servizio degli altri; — di prestare una maggiore atten-zione alla pastorale familiare. La fa-miglia è il luogo in cui si forgia l’av-venire dell’umanità e si concretizza la frontiera decisiva della nuova evangelizzazione. La famiglia deve essere trasfigurata dalla Buona No-vella di Cristo; deve tornare a essere il luogo in cui si impara a conoscere il cammino della fratellanza, dell’amore, dell’umanità autentica, al di là di qualsiasi confine tra tribù e p op oli; — di ricordare l’impellente necessi-tà di formare, educare e accompa-gnare i giovani. Nella prospettiva di una nuova evangelizzazione, si deve poter sviluppare una catechesi capa-ce di orientare i giovani verso l’in-contro personale e intimo con Cri-sto. Così formati e rafforzati dal Vangelo, i giovani potranno contri-buire in misura rilevante all’e m e rg e re di un’Africa pacificata, giusta, sicura e prospera.

Rinnovamento nella santità
Monsignor SOCRATES B. VILLEGAS
Arcivescovo di Lingayen-Dagupan (Filippine)
Perché in alcune parti del mondo ci sono una forte ondata di secola-rizzazione, una tempesta di antipatia o pura e semplice indifferenza verso la Chiesa che richiedono nuovi pro-grammi di evangelizzazione? La nuova evangelizzazione richie-de nuova umiltà. Il Vangelo non può prosperare nell’orgoglio. Quan-do l’orgoglio penetra nel cuore della Chiesa, la proclamazione del Vange-lo ne riceve un danno. Il compito della nuova evangelizzazione deve iniziare con un profondo senso di ri-spetto e di riverenza per l’umanità e per la sua cultura. L’evangelizzazio-ne è stata ferita e continua ad essere ostacolata dall’arroganza dei suoi agenti. La gerarchia deve evitare l’ar-roganza, l’ipocrisia e il settarismo. Dobbiamo punire quanti tra noi sbagliano, invece di nascondere gli errori. Siamo tutti umani nel nostro gregge umano. Dobbiamo a Dio tut-ta la nostra bellezza e santità. Que-sta umiltà ci renderà nuovi evange-lizzatori, più credibili. La nostra missione è di proporre umilmente e non di imporre con orgoglio. In secondo luogo, la nuova evan-gelizzazione deve essere portata avanti da nuovi santi e noi dobbia-mo essere questi santi. La grande povertà del mondo attuale è la po-vertà di santi. Sia che veniamo da Paesi sviluppati, sia che veniamo dal Terzo Mondo, tutti cercano modelli dai quali trarre ispirazione e da imi-tare. I nostri giovani hanno bisogno di modelli che li ispirino. Hanno bi-sogno di eroi viventi che accendano i loro cuori e li spingano a conoscere Gesù e ad amarlo di più. La nostra esperienza nel Terzo Mondo m’inse-gna che il Vangelo può essere predi-cato a chi ha lo stomaco vuoto, ma solo se lo stomaco di chi predica è vuoto come quello dei suoi parroc-chiani. Infine, la nuova evangelizzazione deve essere un appello a una nuova carità. Saremo portatori credibili della gioia del Vangelo solo se la proclamazione sarà accompagnata dall’inscindibile messaggio della ca-rità. La carità di Gesù è il dono di sé. La carità della nuova evangeliz-zazione deve essere il dono di Gesù. La nuova evangelizzazione ha bi-sogno di una nuova umiltà, di un rinnovamento nella santità e di un nuovo volto di carità per essere cre-dibile e feconda.

Benedizione del bambino nel grembo materno
Monsignor JOSEPHED WARD KURTZ
Arcivescovo di Louisville Vice Presidente della Conferenza Episcopale (Stati Uniti d’America)
«La benedizione del bambino nel grembo materno», approvata l’8 di-cembre 2011 dalla Congregazione per il Culto Divino, da effettuarsi negli Stati Uniti d’America, rappre-senta un momento pastorale di pri-ma evangelizzazione del bambino e di nuova evangelizzazione della fa-miglia. Effondendo l’amore di Cristo sulle famiglie nel momento in cui si preparano alla nascita del loro bam-bino, questo sacro gesto rappresenta un modo positivo e pieno di speran-za di proclamare alla società il gran-de dono della vita umana e allo stes-so tempo un gentile invito ai genito-ri di intraprendere i passi per il bat-tesimo del loro bambino quando sa-rà nato.

Va irrobustita la vita delle nuove generazioni
Monsignor RO GELIOCABRERALÓPEZ
Arcivescovo di Monterrey (Messico)
Il metodo che Dio stesso ha scelto per farsi trovare da noi tutti è il Mi-stero dell’Incarnazione. Questo me-todo implica accogliere tutto ciò che è umano con simpatia particolare. Con l’aiuto del Santo Padre, ab-biamo riscoperto gioiosamente che ricominciare sempre dalla persona viva di Gesù Cristo è possibile sol-tanto nell’esperienza comunitaria e di discepoli, grazie alla quale saremo capaci di seguire docilmente l’unico m a e s t ro . Siamo consapevoli che gli stru-menti di evangelizzazione e di cate-chesi, nonché l’educazione dei geni-tori e perfino l’esperienza della reli-giosità popolare sembrano aver subi-to una battuta d’a r re s t o . Urge intraprendere pertanto una nuova evangelizzazione affinché le radici cristiane continuino a irrobu-stire la vita delle nuove generazioni. È necessaria un’educazione per po-ter accogliere sempre più pienamen-te la fede come dono, che coincide con l’educazione di cui necessita la persona per compiere il proprio de-stino e la propria umana realizzazio-ne. L’educazione è una dimensione costitutiva dell’evangelizzazione. Per questo l’emergenza educativa è emergenza di evangelizzazione. Siamo consapevoli che ogni mo-dello educativo comporta un’implici-ta antropologia. Di qui la necessità di una visione della persona umana che si basi sulla verità rivelata in Cristo. Bisogna ribadire che le esperienze educative devono essere un autentico percorso verso la maturità della fede in Gesù Cristo. Non possiamo evangelizzare bene, se non educhiamo bene. E non edu-chiamo bene se non evangelizziamo.

Identità presbiterale
Monsignor CARLOS MARÍA FRANZINI
Vescovo di Rafaela (Argentina)
L’Instrumentum laboris chiede una migliore comprensione dell’identità presbiterale, considerando i nuovi scenari della nuova evangelizzazione e le situazioni di crisi e scandalo che la riguardano direttamente. A pro-posito di questo tema, i vescovi lati-noamericani indicarono, durante la Conferenza di Aparecida, varie sfide per la nuova evangelizzazione e le loro risposte, che possono essere prese in considerazione dal Sinodo. Riconosciamo che la stragrande maggioranza dei pastori vive fedel-mente il proprio ministero in mezzo alle sfide attuali. Questo deve essere motivo di gratitudine e speranza per tutta la Chiesa. Le situazioni di scandalo da parte di alcuni vescovi e presbiteri e i provvedimenti necessari per evitare che tali situazioni si ripe-tano, non dovrebbero far perdere di vista il fatto che occorre anche favo-rire lo sviluppo di un ministero pie-no e fecondo per i pastori. Un mini-stero presbiterale vigoroso esige l’im-pegno personale di ogni presbitero nella sua formazione permanente, ma richiede anche la proposta istitu-zionale delle Chiese particolari, sin-golarmente o insieme alle altre Chie-se della regione o del Paese. Noi ve-scovi abbiamo la principale respon-sabilità in questo compito. Inoltre, bisogna considerare che senza la te-stimonianza entusiasta e contagiosa dei sacerdoti è inutile qualunque tentativo di pastorale vocazionale che interpelli e motivi i giovani a ri-spondere generosamente alla chia-mata alla vita sacerdotale. Chiedia-mo che il Sinodo ringrazi e incorag-gi il servizio fedele dei presbiteri e che indirizzi le Chiese locali verso una pastorale presbiterale sistemati-ca, che favorisca il genuino rinnova-mento della vita e il ministero dei pastori, perché siano i «primi nuovi evangelizzatori».

Le amicizie trasformate in servizio al Vangelo
Monsignor ANTONIO ARREGUI YARZA
Arcivescovo di Guayaquil
Presidente della Conferenza Episcopale (Ecuador)
L’incontro con Cristo riveste un carattere profondamente personale, di tipo amichevole. Gli amici sono i destinatari della dedizione redentrice del Signore (cfr. G v, 15, 18), a cui Gesù rivela il Padre (cfr. Gv15, 15). Gesù dedicò il suo tempo e il suo grande cuore a coltivare feconde amicizie, con Giovanni, Andrea, Marta, Maria, Lazzaro eccetera. So-no sorprendenti i frutti del dialogo apostolico personale e amichevole fra il Signore e personaggi quali Zaccheo, Nicodemo o la Samaritana. Si capisce perché i discepoli cercas-sero fra le loro amicizie precedenti, le persone a cui proporre la scoperta del Messia. Così fecero Nataniele, Giacomo di Zebedeo e lo stesso Pie-t ro . Paolo VI diceva che «perciò, ac-canto alla proclamazione fatta in for-ma generale del Vangelo, l’altra for-ma della sua trasmissione, da perso-na a persona, resta valida ed impor-tante» (En36). Nell’esperienza del carisma di san Josemaría Escrivá, ho potuto apprezzare la fecondità del lavoro apostolico, che trasforma le amicizie personali in servizio al Van-gelo. Noi vescovi corriamo il rischio di perdere umanità e sensibilità pasto-rale, se gli altri impegni non ci la-sciano il tempo di coltivare relazioni d’amicizia concreta.

Quando gli armeni salvarono la loro fede
Sua Beatitudine NERSES BEDROS XIXTARMOUNI
Patriarca di Cilicia degli Armeni Capo del Sinodo della Chiesa Armena Cattolica (Libano)
La fede è il centro della vita cri-stiana che questo Sinodo vuol tra-smettere ai popoli di antica tradizio-ne cristiana e ai non battezzati. Il popolo armeno fa parte di que-sti popoli di antica tradizione cristia-na. Dio, infatti, inviò un evangeliz-zatore, Gregorio, che venne sopran-nominato l’Illuminatore poiché illu-minò gli armeni con la luce del Van-gelo, spingendoli ad adottare uffi-cialmente la religione cristiana nel 301 e a morire per essa, se necessa-rio. Dio ha seguito questo popolo fino ai nostri giorni per radicarvi il tesoro divino della fede attraverso i secoli. Nel 406, un monaco di nome Mesrob Machdots inventò un alfa-beto per la lingua armena, allo scopo di tradurre la Bibbia nella lingua del popolo, per renderla più accessi-bile ai fedeli. Al popolo armeno aspettava una dura prova. Il re della Persia, Yazde-gerd II, volendo allearsi con l’Arme-nia contro la cristiana Bisanzio e non riuscendo a convincere i princi-pi armeni, dichiarò loro guerra nel 451 per imporre loro con la forza la religione mazdeista in modo da se-pararli da Bisanzio. Yazdegerd vinse la guerra ma, vi-sta l’opposizione degli armeni, do-vette rinunciare al suo progetto e la-sciò loro la libertà di mantenere la propria religione. Gli armeni persero la guerra ma salvarono la loro fede cristiana. Questa epopea, compiuta da san Vartan e dai suoi compagni martiri, segna l’affermazione definiti-va della religione cristiana tra gli ar-meni. Nell’XIenel XIIsecolo, la Chiesa armena diede grandi teologi, come san Gregorio de Nareg, san Nersès il Grazioso, san Nersès di Lampron e altri che arricchirono con i loro scrit-ti la letteratura religiosa armena. Questo periodo segna la nascita e la diffusione della fede cristiana nella Chiesa armena. Nelle dure prove che ha dovuto subire il popolo armeno ha trovato nell’arcivescovo di Mardine, Ignazio Maloyan una figura esemplare, rico-nosciuto come martire dalla Chiesa e beatificato da Giovanni PaoloII nel 2001. Questo dimostra ancora una volta l’attaccamento degli armeni al-la loro fede in Cristo e nel Vangelo. Da qui, possiamo dedurre che la storia del popolo armeno si identifi-ca con la storia della lotta di questo popolo per la propria fede in Cristo e nel Vangelo, anche a costo della vita, perché ritenuta il più grande te-s o ro . Dio, che non ha mai abbandonato il popolo armeno e non lo abbando-nerà nemmeno oggi. Questa fiducia in Dio vale anche per tutti i popoli della terra, che Gesù è venuto a sal-vare. Il richiamo della Chiesa al do-vere di diffondere urgentemente la fede, a partire dal concilio Vaticano II e poi con i pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, ha ricevuto un nuovo slancio con Benedetto XVIat-traverso la convocazione di questo Sinodo e la proclamazione dell’An-no della fede. Esse costituiscono una nuova tappa che ci stimola a molti-plicare gli sforzi per trovare mezzi innovativi e convincenti per risve-gliare la fede dei nostri fedeli e atti-rare i non battezzati con l’esempio della vita e con l’annuncio della Pa-rola di Dio. Ciò è un dono di grazia per il nostro tempo in cui il timore e la paura non trovano spazio, poiché noi siamo sicuri della parola di Cri-sto, che ci ha promesso che sarà con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (cfr. Mt28, 20).

Efficacia del programma missionario diocesano
Monsignor FABIO SUESCÚN MUTIS
Vescovo Ordinario Militare per la Colombia (Colombia)
La Chiesa particolare ha bisogno di un programma pastorale per po-ter adempiere, in circostanze spaziali e temporali concrete, la volontà sal-vifica di Dio Padre, pienamente compiuta in suo figlio Gesù. Il ve-scovo è il diretto responsabile dell’elaborazione, dell’esecuzione e della valutazione del programma, che dev’essere integrale e deve coin-volgere le forze vitali della comunità dei credenti. Il confronto fra la situazione at-tuale, la Parola e la dottrina porta a formulare una diagnosi delle sfide che la Chiesa deve affrontare, non-ché delle opportunità per rendere ef-fettivo il mandato di andare a fare discepoli di Gesù. Grazie a un mondo sempre più globalizzato si può scoprire in tutte le Chiese una realtà di fede molto si-mile che richiama un obiettivo fon-damentale: intraprendere ovunque una nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede. Si ha la sen-sazione che molti fedeli abbiano ab-bandonato la fede della Chiesa, at-tratti da altre opzioni religiose o che, contagiati da un ambiente secolariz-zato, ignorino l’esistenza di Dio e ri-fiutino la Chiesa Cattolica. Ignoran-za, stanchezza, scoraggiamento, in-differenza e routine hanno intaccato lo spirito dei presbiteri e dei fedeli. Il programma missionario diocesa-no non è una semplice strategia, bensì un’azione dello Spirito. Si vive in modo eccellente in parrocchia, che dipende direttamente dal Vescovo ed esige un rinnovamento, grazie all’azione entusiasta di presbiteri in-namorati di Cristo. Le parrocchie oggi, malgrado i molti dubbi, sono fondamentali per una nuova evange-lizzazione, e ciò determina la neces-sità che cessino di essere solo centri di servizi cultuali e amministrativi per diventare case della comunità dei cristiani e scuole di discepoli missionari. Le comunità religiose e i movimenti apostolici, secondo il proprio carisma, devono confluire nel programma diocesano di evange-lizzazione. In quanto ordinario militare, a no-me dei vescovi castrensi dell’America latina, voglio invitare i signori vesco-vi alla cura pastorale e all’evangeliz-zazione dei soldati e dei poliziotti in tutto il mondo, poiché sono partico-larmente sensibili alla fede a causa della natura del servizio sociale che rendono alla pace, all’ordine e al be-ne comune dei popoli.

Ostacoli interni ed esterni
Monsignor JOSÉ ELÍAS RAUDA GUTIÉRREZ, O.F.M.
Vescovo di San Vicente (El Salvador)
Il mio intervento ha come punti di riferimento i numeri 69, 84 e 168 dell’Instrumentum laboris, i quali in-dicano gli ostacoli interni ed esterni alla nuova evangelizzazione; uno di questi ostacoli è costituito dallo stes-so clero: la perdita di entusiasmo pa-storale, l’affievolimento dello slancio missionario, le celebrazioni liturgi-che prive di una esperienza spiritua-le profonda, la mancanza di gioia e di speranza sono così forti da condi-zionare la vita stessa delle nostre co-munità cristiane... (Il69), mentre nei sacerdoti diminuisce l’esperienza del-la fede e della carità pastorale. La nuova evangelizzazione, in questo contesto, viene proposta co-me una medicina per infondere gioia e vita, un antidoto a qualunque tipo di paura (Il 69, 168). Essa esige di compiere la formazione sacerdotale in maniera tale da avere sacerdoti formanti in modo integrale, capaci di evangelizzare il mondo di oggi, convinti e ferventi ministri della nuova evangelizzazione, servi fedeli e appassionati di Cristo, della sua missione e della sua salvezza (cfr. Pastores dabo vobis, 10). Al fine di raggiungere tale obiettivo, il Semina-rio dovrà essere scuola e casa di for-mazione per alunni e missionari, luogo in cui i candidati possano vi-vere seguendo l’esempio della comu-nione apostolica intorno a Cristo Ri-sorto (Documento di Aparecida, 316). Tuttavia, dovrà innanzi tutto essere il luogo di formazione e promozione della vita di fede, in grado di aiutare i seminaristi ad acquisire «lo spirito del Vangelo e un rapporto profondo con Cristo» (Codice di diritto canoni-co, 244). Solo una fede solida e ro-busta, come quella dei martiri e dei santi, può infondere coraggio a tanti progetti pastorali, suscitare la creati-vità pastorale e stimolare diocesi e parrocchie, sacerdoti e fedeli, affin-ché trasmettano con nuovo ardore e attraverso i nuovi mezzi di comuni-cazione, la fede cristiana e il Vangelo di Cristo (Mc , 16, 16; En5).

Se il fenomeno migratorio è un’opportunità
Monsignor DIONISIO LACHOVICZ, O.S.B.M.
Vescovo titolare di Egnazia
Visitatore Apostolico per i fedeli ucraini di rito bizantino residenti in Italia e Spagna
Il mio intervento tratta del “feno-meno migratorio” dei fedeli delle Chiese sui iurisspecialmente di quel-li che sono arrivati in grande nume-ro dall’Est Europeo dopo il crollo dell’impero sovietico, come pure di quelli dell’Oriente cristiano in gene-rale. Con questa immigrazione sono apparsi problemi e opportunità nuo-ve, come viene messo in distacco nella sezione degli «scenari della nuova evangelizzazione» dell’Instru-mentum laboris. Come afferma questo documento, l’immigrazione è un’op-portunità, anche all’interno della Chiesa cattolica nella sua compo-nente maggioritaria di rito latino «per comprendere con maggiore profondità i modi con cui la fede cristiana esprime la religiosità dell’animo umano e allo stesso tem-po arricchisce il patrimonio religioso dell’umanita con la singolarità della fede cristiana» (Il 67) e ammette giustamente, che «l’incontro e lo scambio di doni tra Chiese particola-ri, offrono la possibilità di ricevere energie e vitalità di fede dalle comu-nità cristiane immigrate» (Il 70), co-me anche la testimonianza dello «spirito di ricchezza incalcolabile dei segni del martirio vissuto in prima persona» (Il75). Come visitatore apostolico per i fedeli greco-cattolici ucraini presenti in Italia e Spagna posso constatare la meravigliosa accoglienza fraterna data dalla Chiesa cattolica latina a questi fedeli, aprendo lo spazio delle proprie chiese, provvedendo l’assi-stenza con i sacerdoti dello stesso ri-to, prestando loro l’assistenza socia-le, che per molti di questi fedeli è stata anche l’opportunità per risco-prire la propria fede. Ciò nonostante, in alcune realtà talvolta senza accorgersi, con il com-prensibile tentativo d’integrazione degli immigrati nel tessuto sociale e ecclesiale del paese di accoglienza, questa integrazione ecclesiale dei fe-deli appartenenti alle Chiese sui iu-ris, può diventare problematica, per-ché si può creare un processo di lati-nizzazione molto dannoso ai fedeli stessi, come, peraltro, attestano fatti storici molto dolorosi, che registrano anche il passaggio di questi fedeli ad altre confessioni non cattoliche op-pure all’abbandono della propria fede.

Presenza di Maria in America latina
Monsignor CATALINO CLAUDIO GIMÉNEZ MEDINA dei Padri di Schönstatt
Vescovo di Caacupé Presidente della Conferenza Episcopale (Paraguay)
La presenza di Maria — nelle sue innumerevoli invocazioni — nella prima evangelizzazione in America latina e nei Caraibi, è stata fonda-mentale. Come madre della Chiesa, non possiamo eluderla nella nuova evangelizzazione, nel suo ruolo ori-ginario di portatrice gioiosa della Parola e dello Spirito. La visitazione evidenzia: la figura di Maria come la prima donna laica missionaria con una partecipazione attiva centrale (Documento di Apareci-da, 364); la reazione di Maria sul momento — ascolta la Parola e agi-sce (Lc8, 19-21; 11, 27ss.) —; la sua permanenza con Elisabetta che parla d’amore, di pazienza, di dedizione e di spirito di servizio (Lc1, 56); come Maria visita oggi i suoi figli, tra-smettendo Cristo (DA, 553 ss.); una nuova evangelizzazione con opere, non solo a parole — attraverso la sua permanenza di tre mesi, ha reso pos-sibile un incontro prolungato di Eli-sabetta e del suo contesto familiare con la Parola fatta carne, nella quoti-dianità —; un modello semplice (pa-radigma) di una nuova Chiesa in missione permanente, che si presenta più materna, più accogliente, più umile, povera e servizievole, in mez-zo ai suoi figli, in cammino con il Popolo di Dio, insegnando a vivere in Comunione (DA, 362). Oggi, Maria è la protagonista di una nuova visitazione, nelle case della nostra gente. Questa nuova visitazione sarà accolta positivamen-te a somiglianza della reazione di Elisabetta che con umiltà e gioia uscì per ricevere Maria, domandan-dosi «Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me»? (Lc1, 43). Le persone che van-no nelle case sono ricevute bene nel-le parrocchie in cui si svolge la mis-sione permanente con questa moda-lità (DA, 550). La Parola incarnata va di casa in casa. Questa è l’immagine della nuo-va evangelizzazione, frutto della conversione pastorale: la Chiesa, co-me madre, va incontro ai suoi figli dispersi (DA, 370). Questo metodo porta un nuovo ardore. È un’e s p re s -sione ecclesiale che risveglia molta vita. È come un’onda travolgente, che da sola si fa strada nei quartieri.

Sull’esempio di Madeleine Delbrêl

Monsignor CLAUDE DAGENS
Arcivescovo di Angoulême (Francia)
Questo Sinodo è un’occasione propizia per rispondere alla doman-da decisiva di Gesù ai suoi discepoli: «Che cercate»? Noi cerchiamo di essere più nu-merosi, di riunire più fedeli per l’eu-caristia, di manifestare con più forza la presenza dei cattolici nelle nostre società secolarizzate. Tuttavia, non ci accontentiamo di queste prospettive quantitative. Siamo chiamati a un lavoro interiore di rinnovamento della nostra vita cri-stiana, che comporta tre esigenze. Prima esigenza: un atto di discer-nimento sui tempi che stiamo viven-do. Sono tempi faticosi per la mis-sione cristiana a causa degli effetti della secolarizzazione. Ma, in mezzo alle fatiche, si manifestano anche aspettative spirituali, che riguardano questioni di vita e di morte. Sta a noi rispondervi. Seconda esigenza: un impegno a progredire nella conoscenza del Dio vivente purificando la nostra fede da ciò che l’appesantisce e osando par-lare a Dio di coloro che incontria-mo, prima di parlare loro di Dio. Terza esigenza: capire che il fine della Chiesa non è la Chiesa, ma l’incontro degli uomini con il Dio vivente. Perciò, non si tratta tanto di essere presenti nel mondo, bensì di essere Cristo per il mondo. Queste tre esigenze sono state ap-profondite e praticate da Madeleine Delbrêl (1904-1964), una donna fran-cese che ha fatto suo l’impegno della nuova evangelizzazione. Pubblichiamo le sintesi degli inter-venti svolti da un delegato fraterno e da un inviato speciale durante la terza congregazione generale.

Rattrista vedere genitori che non battezzano i figli
Sua Eccellenza SIMO PEURA
Vescovo di Lapua (Finlandia)
Federazione Luterana Mondiale
Il ruolo del cristianesimo sta mutan-do notevolmente nei Paesi tradizio-nalmente cristiani. Perciò il tema del Sinodo dei vescovi, l’evangelizzazio-ne, è cruciale per tutte le Chiese cri-stiane. Riconosciamo la necessità del rinnovamento della Chiesa e dei suoi membri anche nella comunione delle Chiese luterane. Abbiamo sete di una fresca vita spirituale e di nuo-va forza nella fede. Per questo moti-vo siamo grati di avere l’opp ortunità di camminare con voi lungo il cam-mino sul quale troveremo insieme la gioia di credere. La fede cristiana è un incontro tra un essere umano e Gesù Cristo. Quando la Chiesa proclama il Van-gelo e amministra i sacramenti, essa crea l’occasione di questo incontro di persone. Questo incontro perso-nale con Gesù Cristo attraverso il suo Spirito ci trasforma: riguarda la metanoia in noi; ci rende partecipi della vita divina; suscita in noi l’amore verso gli altri cristiani e il mondo sofferente; e ci riunisce e ci sprona a testimoniare Cristo e la sua misericordia. È stato molto incorag-giante vedere con quanta forza il do-cumento del Sinodo sottolinei l’im-portanza della lectio divina e dell’ascolto della Parola di Dio. Sia per il credente che per la Chiesa si tratta di un semplice ma potente mezzo di evangelizzazione e di rin-novamento nella grazia di Dio (cfr. Il 28-32, 97). L’Instrumentum laborisci riporta ai fondamenti, e in tal modo ci spinge in avanti. Una delle basi della fede cristiana è il sacramento del battesi-mo. Il mondo di oggi ci sfida ad af-fermare che il battesimo rappresenta la solida base della vita cristiana. So-no il battesimo e la fede che ci uni-scono a Cristo e alla Chiesa. Per questo motivo ci rattrista vedere che molti genitori battezzati non porta-no i propri figli al battesimo e a Cri-sto. È nostro comune compito solleitare il battesimo dei bambini e in-coraggiare i genitori quando hanno esitazioni. Il Catechismo della Chiesa cattolica è stato pubblicato venti anni fa. Comprende quattro parti principali: il Credo, i sacramenti, i comanda-menti e la Preghiera del Signore. Il Sinodo dovrebbe quindi discutere come mettere a punto un program-ma di catechesi che sia fondamentale e in grado di trasmettere pienamente gli elementi centrali della fede. Furo-no proprio queste le istanze che af-frontò anche Martin Lutero cinque-cento anni fa. Egli mise a punto ilPiccoloe il Grande Catechismo, in cui i capitoli più importanti erano gli stessi del Catechismo della Chiesa cattolica. Da allora noi luterani abbiamo aggior-nato i catechismi. Tuttavia, per esempio, nella mia chiesa il nuovo catechismo corrisponde a quello di Lutero. Gli elementi centrali della fede cristiana vengono spiegati in modo breve ma esaustivo e imparati col cuore. Il modo fondamentale per leggere e comprendere la fede e il dogma cristiani è quello spirituale. L’Instrumentum laboris sottolinea l’insieme di fede e amore, se voglia-mo evangelizzare il mondo. «Come la fede si manifesta nella carità, così la carità senza la fede sarebbe filan-tropia. Fede e carità nel cristiano si esigono a vicenda, così che l’una so-stiene l’altra» (n. 123). Sono pieno di gratitudine perché, riguardo a questo punto, vale a dire la dottrina della giustificazione, i cattolici e i cristiani luterani hanno raggiunto un tale accordo, che non dobbiamo più condannarci a vicenda. La D i c h i a ra -zione congiunta ci aiuta a offrire una testimonianza comune di modo che il mondo creda e la nostra apparte-nenza a Cristo sia credibile. «Ciò che unisce i cristiani è molto più forte di ciò che li divide» (Il125). Solo una Chiesa che sia missiona-ria può essere in futuro anche una Chiesa viva. È facile trovarsi d’accor-do con Papa Benedetto XVIquando ha affermato che «tutte le Chiese che vivono in territori tradizional-mente cristiani...» necessitano di «un rinnovato slancio missionario». Dal punto di vista luterano ciò com-porta la testimonianza a Cristo, co-me pure la diakoniae il richiamo alla giustizia. Diventare consapevoli del fatto che l’impegno missionario della Chiesa prosegue rappresenta la via che conduce le chiese a un profondo rinnovamento interiore. Il concilio Vaticano II ha dato nu-merosi impulsi alle altre Chiese. Mi attendo qualcosa di simile da questo Sinodo dei vescovi. È mio desiderio che esso possa offrire nuovi stimoli e un orientamento per il continuo rin-novamento del cristianesimo. «Ac-cresci in noi la fede!» (Lc17, 5) è la nostra comune preghiera a nostro Si-gnore Gesù. A nome della Federazione Lutera-na Mondiale auguro a tutti voi e a questo Sinodo dei vescovi la benedi-zione di Dio Trino.

Uniti come fedeli messaggeri di Cristo
Dottor LAMARVEST Presidente dell’American Bible Society (Stati Uniti d’America)
Questo è un momento meraviglio-so da celebrare. Oggi la Società Bi-blica Americana, l’Asso ciazione mondiale delle Società Bibliche Uni-te e la Chiesa cattolica romana sono ben salde fra loro. Lavorando fianco a fianco, abbiamo fatto grandi passi avanti, ottenendo nuove traduzioni della Bibbia, nuovi programmi di ri-cerche bibliche e un generale rinno-vamento della pratica della lectio di-vina. Insieme, abbiamo prodotto in dieci lingue gli eventi di evangeliz-zazione di Missione metropoli, cele-brati in dieci importanti città euro-pee. Insieme abbiamo sostenuto il ruolo fondamentale e motivante del-la Parola di Dio per intraprendere missioni rinnovate nel mondo. Le nostre speranze, le nostre pre-ghiere e i nostri desideri sono rivolti a unirci a voi nella riscoperta del cuore dell’evangelizzazione: l’esp e-rienza della fede cristiana — l’incon-tro con Gesù Cristo, il Vangelo di Dio Padre per l’umanità — che ci trasforma. Questa missione ha un ruolo centrale nella Società Biblica. La mia preghiera per voi e per noi in questa nuova stagione è un nuovo coraggio e un nuovo ascolto, poiché l’evangelizzazione invita a utilizzare nuovi metodi e nuovi strumenti. Ma resta pur sempre la stessa: la trasmis-sione della fede radicata nell’incon-tro con Cristo per mezzo delle Sacre Scritture e sotto la guida dello Spiri-to Santo. A livello più profondo del nostro impegno nei confronti della fede cristiana, siamo tutti d’a c c o rd o che la Parola di Dio è il fondamento del nostro lavoro comune — la testi-monianza di Cristo nel nostro mon-do. So anche un’altra cosa: per quanto il nostro mondo possa cam-biare, la grande e profonda narrativa della Bibbia resta la nostra speranza e aspirazione più grande. È qui che la potente esortazione del vostro ulti-mo Sinodo continua a risuonare in me, mentre ricordo la dichiarazione di Papa BenedettoXVI, quando affer-ma: «Per questo, a tutti i cristiani ri-cordo che il nostro personale e co-munitario rapporto con Dio dipende dall’incremento della nostra familiari-tà con la divina Parola» (Verbum Do-mini, 124). Possa il Signore, S o rg e n t e di Vita, garantire a noi tutti la grazia di essere suoi fedeli messaggeri.

© Osservatore Romano - 11 otobre 2012