Essere missionari: “Andate!”

francesco-abbraccia-Cristo-1Traccia di S.Em.za Card. Giuseppe BETORI
Cardinale Arcivescovo di Firenze 

Tommaso da Celano nella sua Vita Primadel santo di Assisi scrive che Francesco, dopo che ebbe ascoltato la letturadel brano evangelico in cui Gesù invia in missione i suoi apostoli, «da allora, con grande fervore ed esultanza, egli cominciò a predicare a tutti la penitenza, edificando i suoi uditori con lasemplicità della sua parola e la magnificenza del suo cuore.
La sua parola era come fuoco bruciante, penetrava nell’intimo dei cuori, riempiendo tutti di ammirazione» (in Fonti Francescane, Padova, Editrici Francescane, 2011 3 , n. 358). Lo slancio con cui il santo di Assisi si proietta verso gli altri per renderli partecipi della grande scoperta che egli ha fatto, avendo incontrato Cristo nella sua parola e soprattutto nei lebbrosi, è un’attitudine che ritroviamo in tutte le storie di santità e ci attesta che non può esserci vera conversione nella fede che non sia al tempo stesso impegno al suo annuncio ai fratelli. Per tuttivale quanto afferma san Paolo: «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perchéè una necessità che mi siimpone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor9,16). La missione è la prova della autenticità della nostra fede. Una fede che si rinchiude in se stessa e non sente il bisogno, la necessità di essere condivisa non è una vera fede, ma piuttosto una consolazione psicologica con cui si cerca rassicurazione, tutto il contrario che aprirsi all’obbedienza alla parola di Dio. Se davvero l’incontro con Gesù nella fede è stato per noi un’esperienza di gioia e di bellezza, non possiamo che sentire il desiderio di condividere con altri la notizia di lui, la buona notizia, il Vangelo. È questo slancio missionario che ha permesso al Vangelo di Gesù di giungere fino a me, in una catena ininterrotta di testimoni, a cominciare dai suoi primi discepoli e poi lungo i secoli della storia della Chiesa. Io ne sono il destinatario che non può considerarsi ultimo, se non vuole assumere su di sé la responsabilità di provocare una frattura in questa catena della testimonianza. E se un tempo questo compito lo si poteva pensare come diretto verso regioni che non avevano mai sentito risuonare la parola del Vangelo – e ciò poteva anche giustificare che lo si affidasse a degli, per così dire, “specialisti” della missione, ai missionari –, oggi, senza smettere di farsi carico di questa istanza missionaria verso la prima evangelizzazione di popoli che non conoscono ancora Gesù, si impone un’altra frontiera della missione, collocata accanto a noi, a volte persino nel nostro ambiente sociale e familiare, addirittura nel nostro stesso cuore: è la frontiera della nuova evangelizzazione, in cui c’è da risvegliare una fede assopita, richiamare un Vangelo dimenticato, rendere nuovamente presente la persona di Gesù a suo tempo allontanata. Su questa frontiera non esistono “specialisti”, ma ciascunoè responsabile unico di un servizio all’annuncio del Vangelo e non può essere rimpiazzato da altri, qui e ora. Nell’ottobre dello scorso anno, l’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi ha messo a tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” e nel dialogo tra i partecipanti è emersa come icona biblica particolarmente significativa l’incontro di Gesù con la donna samaritana al pozzo di Sicar. In 3 quell’incontro si evidenziano infatti elementi decisivi di cosa significhi oggi impegnarsi nella missione e nell’annuncio del Vangelo. Così ne parla il messaggio conclusivo di quell’assemblea: «Non c’è uomo o donna che, nella sua vita, non si ritrovi, come la donna di Samaria, accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di trovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza. Molti sono oggi i pozzi che si offrono alla sete dell’uomo, ma occorre discernere per evitare acque inquinate. Urge orientare bene la ricerca, per non cadere preda di delusioni, che possono essere rovinose. Come Gesù al pozzo di Sicar, anche la Chiesa sente di doversi sedereaccanto agli uomini e alle donne di questo tempo, per rendere presente il Signore nella loro vita, così che possano incontrarlo, perché solo il suo Spirito è l’acqua che dà la vita vera ed eterna. Solo Gesù è capace di leggere nel fondo del nostro cuore e di svelarci la nostra verità:“Mi ha detto tutto quello che ho fatto”, confessa la donna ai suoi concittadini. E questa parola di annuncio — cui si unisce la domanda che apre alla fede: “Che sia lui il Cristo?” — mostra come chi ha ricevuto la vita nuova dall’incontro con Gesù, a sua volta non può fare a meno di diventare annunciatore di verità e di speranza per gli altri. La peccatrice convertita diventa messaggera di salvezza e conduce a Gesù tutta la città. Dall’accoglienza della testimonianza la gente passerà all’esperienza personale dell’incontro: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”» (XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI: 7-28 ottobre 2012, Messaggio al popolo di Dio, n. 1). L’invito vale per ciascuno di noi: mettersi accanto agli uomini e alle donne del nostro tempo, che, in modo consapevole o meno, sentono il bisogno di trovare un’acqua capace di appagare la loro sete di verità su se stessi, sul significato della vita e della storia. Un andare alle periferie dell’esistenza dell’uomo, secondo l’immagine cara a papa Francesco. Ascoltiamolo: «Dobbiamo andarealle frontiere dell’intelletto, della cultura, nell’altezza del dialogo, del dialogo che fa la pace, del dialogo intellettuale, del dialogo ragionevole. È per tutti, il Vangelo! Questo di andare verso i poveri non significa che noi dobbiamo diventare pauperisti, o una sorta di “barboni spirituali”! No, no, non significa questo! Significa che dobbiamo andare verso la carne di Gesù che soffre, ma anche soffre la carne di Gesù di quelli che non lo conoscono con il loro studio, con la loro intelligenza, con la loro cultura. Dobbiamo andare là! Perciò, a me piace usare l’espressione “andare verso le periferie”, le periferie esistenziali. Tutti, tutti quelli, dalla povertà fisica e reale alla povertà intellettuale, che è reale, pure. Tutte le periferie, tutti gli incroci dei cammini: andare là. E là, seminare il seme del Vangelo, con la parola e con la testimonianza» (Catechesi all’apertura del Convegno pastorale della Diocesi di Roma, 17 giugno 2013). Come fare tutto questo? Torniamo per un momento alle parole con cui Tommaso da Celano parlava dello slancio missionario di san Francesco. Ci diceva che «egli cominciò a predicare a tutti la penitenza, edificando i suoi uditori con la semplicità della sua parola e la magnificenza del suo cuore». Una parola semplice e 4 un cuore grande: due caratteristiche che meritano un approfondimento. La semplicità della parola, anzitutto, che non vuol dire unaparola ingenua e sprovveduta, bensì acutamente ricondotta a ciò che ne costituisce l’essenza, il centro insostituibile che dà senso al tutto. Lontano da noi ogni tentazionecontro l’intelletto e lo sforzo della comprensione. Francesco stesso non procede sulla spinta di vaghe intuizioni, preda di sfuggenti sollecitazioni emotive, seguendo sensazioni dettate dalle mutevoli circostanze; al contrario, come annota il suo biografo, egli si muove dall’ascolto del Vangelo, ancorando il proprio agire alla conoscenza precisa diuna verità attinta alla fonte originaria di ogni sapere cristiano.Una buona missione deve avere questo saldo radicamento nella verità della rivelazione, così come è attestata dalla Chiesa. Leggiamo nell’enciclica di papa Francesco: «È impossibile credere da soli. La fede non è solo un’opzione individuale che avviene nell’interiorità del credente, non è rapporto isolato tra l’“io” del fedele e il “Tu” divino, tra il soggetto autonomo e Dio. Essa si apre, per sua natura, al “noi”, avviene sempre all’interno della comunione della Chiesa. La forma dialogata del Credo, usata nella liturgia battesimale, ce lo ricorda. Il credere si esprime come risposta a un invito, ad una parola che deve essere ascoltata e non procede da me, e per questo siinserisce all’interno di un dialogo, non può essere una mera confessione che nasce dal singolo. È possibile rispondere in prima persona, “credo”, solo perché si appartiene a unacomunione grande, solo perché si dice anche “crediamo”» (Lumen fidei, 39). Solo in questa comunione noi possiamo incontrare la certezza di una verità che ci precede e che esige la nostra conoscenza, una parola da apprendere e da comprendere. Per poterla dire con chiarezza e argomentare con sapienza. Questa dimensione veritativa della fedecontrasta con alcunidei “dogmi” della cultura diffusa. Anzitutto contro l’idea che affermare una verità significhi delimitare gli spazi della libertà e della ricerca, che sarebbero salvaguardati solo da un relativismo in cui la verità è bandita e sono ammesse solo le opinioni. L’altro “dogma” del pensiero dominante è legato all’idea di autenticità, per cui la misura del vero e del bene sarebbe soltanto il sentire soggettivo, in forza del quale tutto sarebbe giustificato per me e nulla potrebbe essere affermato come bene comune per tutti. Lo sottolinea ancora la recente enciclica, in cui leggiamo: «Richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo. Nella cultura contemporanea sitende spesso ad accettare come verità solo quella della tecnologia: è vero ciò che l’uomo riesce a costruire e misurare con la sua scienza, vero perché funziona, e così rende più comoda e agevole la vita. Questa sembra oggi l’unica verità certa, l’unica condivisibile con altri, l’unica su cui si può discutere e impegnarsi insieme. Dall’altra parte vi sarebbero poi le verità del singolo, che consistono nell’essere autentici davanti a quello che ognuno sente nel suo interno, valide solo per l’individuo e che non possono essere proposte agli altri con la pretesa di servire il bene comune. La verità grande, la verità che spiega l’insieme della vita personale e sociale, è guardata con sospetto. […] Possiamo parlare, a questo riguardo, di un grande oblio nel nostro mondo contemporaneo. La domanda sulla verità è, infatti, una questione di memoria, di memoria profonda, perché si rivolge a qualcosa 5 che ci precede e, in questo modo, può riuscire a unirci oltre il nostro “io” piccolo e limitato. È una domanda sull’origine di tutto, alla cui luce si può vedere la meta e così anche il senso della strada comune» (Lumen fidei, 25). Se l’annuncio cristiano deve avere il carattere di una parola semplice, come voleva san Francesco, non può non misurarsi con questi problemi e affrontarli con uno sforzo di conoscenza della verità di fede, attinta attraverso un contatto diretto con la parola della Scrittura e con le parole dell’insegnamento della Chiesa, quelle che guidano nella sua corretta comprensione. Un cammino di ascolto, di catechesi, di studio, di preghiera. Ma accanto alla parola semplice e cioèchiara e illuminata, san Francesco si caratterizza anche per un cuore grande – «la magnificenza del suo cuore» –, che dà sapore incomparabile al suo annuncio. Ricorro ancora alle parole dell’enciclica Lumen fidei, in cui, a riguardo della connessione tra fede e cuore, leggiamo: «Può aiutarci un’espressione di san Paolo, quando afferma: “Con il cuore si crede” (Rm 10,10). Il cuore, nella Bibbia, è il centro dell’uomo, dove s’intrecciano tutte le sue dimensioni: il corpo e lo spirito; l’interiorità della persona e la sua apertura al mondo e agli altri; l’intelletto, il volere, l’affettività. Ebbene, se il cuore è capace di tenere insieme queste dimensioni, è perché esso è il luogo dove ci apriamo alla verità e all’amore e lasciamo che ci tocchino e ci trasformino nel profondo. La fede trasforma la persona intera, appunto in quanto essa si apre all’amore. È in questo intreccio della fede con l’amore che si comprende la forma di conoscenza propria della fede, la sua forza di convinzione, la sua capacità di illuminare i nostri passi. La fede conosce in quanto è legata all’amore, inquanto l’amore stesso porta una luce. La comprensione della fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà» (Lumen fidei, 26). Verità e amore non si oppongono tra loro, proprio perché al centro della verità che la fede mi comunica sta l’amore nel suo mistero più sorgivo, quello del Dio trinitario. Una volta liberati dalla superficiale idea che amore significhi sentimento e avendo scoperto come l’amore abbia bisogno della verità per poter dare consistenza alla relazione con l’altro, ci è possibile comprendere che solo nell’esperienza dell’amore noi attingiamo in modo vitale il senso stesso della verità su di Dio, sull’uomo e sul mondo. Commenta ancora l’enciclica: « Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’“io” al dilà del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto» Ma, «se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore. Amore e verità non si possono separare. Senza amore, la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona. La verità che cerchiamo, quella che offre significato ai nostri passi, ci illumina quando siamo toccati dall’amore. Chi ama capisce che l’amore è esperienza di verità, che esso stesso apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà in modo nuovo, in unione con la persona amata» (Lumen fidei, 27). 6 L’impegno missionario è al tempo stessoimpegno a testimoniare un’esperienza viva e credibile dell’amore tra gli uomini. Creare spazi di esperienza di comunione è un presupposto fondamentale dell’annuncio, perché l’interrogativo suscitato dalla parola nel cuore dei nostri interlocutori possa trovare un luogo in cui confrontarsi e scorgere le forme concrete incui la verità si mostra quale fattore propositivo di una storia nuova per l’umanità. Ciaveva ricordato il papa Benedetto XVI nella sua ultima enciclica: «La verità va cercata, trovata ed espressa nell’“economia” della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio» (Caritas in veritate, 2). Senza per nulla sminuire l’importanza dei vari modi con cui la carità si fa vicina alle fragilità e alle debolezze dell’uomo, dei poveri, nella forme antiche e nuove, materiali e spirituali, della povertà, le parole del papa ci inducono a riflettere come il dono più grande che la carità può fare al fratello è l’incontro con la persona di Gesù, l’introduzione alla conoscenza di lui e all’esperienza del suo amore: «Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quelladella ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» (Caritas in veritate, 3). Donare la verità della fede è il vertice dell’atto di carità. Al tempo stesso solo da una profonda esperienza di carità può nascere la slancio della comunicazione della verità della fede. Leggiamo nel messaggio che ci ha convocati a Rio: «L’essere evangelizzatori nasce dall’amore che Cristo ha infuso in noi; il nostro amore, quindi, deve conformarsi sempre di più al suo.Come il buon Samaritano, dobbiamo essere sempre attenti a chi incontriamo, saper ascoltare, comprendere, aiutare, per condurre chi è alla ricerca della verità e del senso della vita alla casa di Dio che è la Chiesa, dove c’è speranza e salvezza (cfr Lc10,29-37). Cari amici, non dimenticate mai che il primo atto di amore che potete fare verso il prossimo è quello di condividere la sorgente della nostra speranza: chi non dà Dio, dà troppo poco!» (BENEDETTOXVI, Messaggio per la XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù 2013, 18 ottobre 2012, n. 5). Un invito che è rivolto ai giovani credenti in quanto giovani, per il ruolo insostituibile che essi ricoprono nel mondo giovanile. Così ha scritto Benedetto XVI nel medesimo messaggio: «Cari amici, volgete gli occhi e guardate intorno a voi: tanti giovani hanno perduto il senso della loro esistenza. Andate! Cristo ha bisogno anche di voi. Lasciatevi coinvolgere dal suo amore, siate strumenti di questo amore immenso, perché giunga a tutti, specialmente ai “lontani”. Alcuni sono lontani 7 geograficamente, altri invece sono lontani perché la loro cultura non lascia spazio a Dio; alcuni non hanno ancora accolto il Vangelo personalmente, altri invece, pur avendolo ricevuto, vivono come se Dio non esistesse. A tutti apriamo la porta del nostro cuore; cerchiamo di entrare in dialogo, nella semplicità e nel rispetto: questo dialogo, se vissuto in una vera amicizia, porterà frutto. I “popoli” ai quali siamo inviati non sono soltanto gli altri Paesi del mondo, ma anche i diversi ambiti di vita: le famiglie, i quartieri, gli ambienti di studio o di lavoro, i gruppi di amici e i luoghi del tempo libero. L’annuncio gioioso del Vangelo è destinato a tutti gli ambiti della nostra vita, senza alcun limite». E il Papa concludeva con queste parole, che sono anche le mie parole conclusive: «Cari giovani, vorrei invitarvi adascoltare nel profondo di voi stessi la chiamata di Gesù ad annunciare il suo Vangelo. Come mostra la grande statua di Cristo Redentore a Rio de Janeiro, il suo cuore è aperto all’amore verso tutti, senza distinzioni, e le sue braccia sono tese per raggiungere ciascuno. Siate voi il cuore e le braccia di Gesù! Andate a testimoniare il suo amore, siate i nuovi missionari animati dall’amore e dall’accoglienza! Seguite l’esempio dei grandi missionari della Chiesa, come san Francesco Saverio e tanti altri. […] La Chiesa ha fiducia in voi e vi è profondamente grata per la gioia e il dinamismo che portate: usate i vostri talenti con generosità al servizio dell’annuncio del Vangelo! Sappiamo che lo Spirito Santo si dona a coloro che, in umiltà di cuore, sirendono disponibili a tale annuncio. E non abbiate paura: Gesù, Salvatore del mondo, è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr Mt28,20)!» (Messaggio per la XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù 2013, 18 ottobre 2012, nn. 4 e 8).

Giuseppe card. Betori
Arcivescovo di Firenze

Venerdì della XIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Maksymilian Maria Kolbe, O.F.M. Conv. martire († 1941)

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