Contemplazione come rivoluzione

rowan-williams-papaNel pomeriggio di mercoledì 10 ottobre si è svolta la quinta congregazione ge-nerale, alla quale hanno partecipato 250 padri, 16 dei quali sono interve-nuti. Presidente delegato di turno il cardinale Monsengwo Pasinya. Alle 18, alla presenza di Benedetto XVI, ha pre-so la parola Sua Grazia Rowan Dou-glas Williams, arcivescovo di Canter-bury, primate di tutta l’Inghilterra e della Comunione anglicana, che successivamente è stato ricevuto in udienza dal Papa nello studio dell’aula del Sinodo. Di seguito pubblichiamo il testo italiano dell’intervento di Williams.

Santità, reverendi padri, fratelli e sorelle in Cristo, cari amici 1. Sono profondamente onorato dall’invito del Santo Padre di parlare in questa assemblea: come dice il Salmista, Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum. L’assemblea dei vescovi in Sinodo per il bene di tutto il popolo di Cri-sto rappresenta una di quelle disci-pline che promuovono la salute della Chiesa di Cristo. Oggi, in particolar modo, non possiamo dimenticare la grande assemblea difratres in unum che è stata il concilio Vaticano II, che tanto ha fatto per la salute della Chiesa e ha contribuito a far sì che la Chiesa riprendesse gran parte dell’energia necessaria per proclama-re con efficacia la buona Novella di Gesù Cristo al mondo di oggi. Per molti della mia generazione, anche al di là dei confini della Chiesa cat-tolica romana, quel concilio ha rap-presentato il segno di una grande promessa, un segno che la Chiesa era sufficientemente forte da porsi alcune domande impegnative sull’adeguatezza della propria cultu-ra e delle proprie strutture per il compito di condividere il Vangelo con lo spirito complesso, spesso ri-belle, sempre inquieto, del mondo mo derno. 2. Il concilio ha rappresentato, in molti modi, una riscoperta della sol-lecitudine e della passione evangeli-ca, concentrata non solo sul rinnova-mento della vita della Chiesa stessa, ma sulla sua credibilità nel mondo. Testi quali Lumen gentium e Gau-dium et spes hanno dato vita a una fresca e gioiosa visione di come l’im-mutabile realtà di Cristo vivente nel suo Corpo sulla terra, possa parlare con parole nuove alla società del no-stro tempo e perfino a persone di al-tre fedi grazie al dono dello Spirito Santo. Non sorprende che, dopo cinquant’anni, ci stiamo ancora con-frontando con molti interrogativi di allora e con le implicazioni del con-cilio, e suppongo che la sollecitudi-ne di questo Sinodo per la nuova evangelizzazione faccia parte di quella continua esplorazione del re-taggio del concilio. 3. Ma uno degli aspetti più im-portanti della teologia del Vaticano II è stato un rinnovamento dell’an-tropologia cristiana. Al posto di un resoconto neoscolastico spesso forza-to e artificiale su come natura e gra-zia si relazionavano nella costituzio-ne degli esseri umani, il concilio si è rifatto alle migliori prospettive di una teologia che aveva operato un ritorno alle fonti primordiali e più ricche, la teologia di geni spirituali come Henri de Lubac, il quale ci ha ricordato cosa significava per il cri-stianesimo delle origini e per quello medievale parlare dell’umanità fatta a immagine di Dio e della grazia che perfeziona e trasfigura quell’im-magine così a lungo oppressa dalla nostra abituale «inumanità». In que-sta luce, proclamare il Vangelo equi-vale a proclamare che in definitiva è possibile essere veramente umani: la fede cattolica e cristiana rappresenta un «vero umanesimo», per prendere a prestito una frase di un altro genio dell’ultimo secolo, Jacques Maritain. 4. Eppure de Lubac è chiaro su quello che ciò non significa. Noi non sostituiamo il compito evangeli-co con una campagna di «umanizza-zione». «Umanizzare prima di cri-stianizzare?» si chiede. «Se l’i m p re s a riesce, il cristianesimo giungerà trop-po tardi: il suo posto sarà già stato occupato. E chi pensa che il cristia-nesimo non abbia un valore umaniz-zante?», così scrive de Lubac nella sua meravigliosa raccolta di aforismi Paradossi della fede. È la stessa fede che modella l’opera di umanizzazio-ne e l’iniziativa di umanizzare reste-rà vuota senza la definizione di umanità offerta dal “secondo Ada-mo”. L’evangelizzazione, vecchia o nuova che sia, deve radicarsi in una profonda fiducia: tutti noi abbiamo uno specifico destino umano da mo-strare e da condividere con il mon-do. Vi sono tanti modi di spiegarlo con chiarezza, ma in queste brevi os-servazioni, desidero concentrarmi in particolare su un aspetto. 5. Essere pienamene umani signifi-ca essere creati nuovamente a imma-gine dell’umanità di Cristo; e quell’umanità rappresenta la perfetta «traduzione» umana del rapporto dell’eterno Figlio con l’eterno Padre, un rapporto di donazione di sé nell’amore e nell’adorazione, una re-ciproca effusione di vita. In tal mo-do, l’umanità in cui cresciamo nello Spirito, l’umanità che cerchiamo di condividere con il mondo come frut-to dell’opera redentrice di Cristo, è un’umanità contemplativa. Santa Edith Stein ha osservato che inizia-mo a comprendere la teologia quan-do vediamo Dio come «primo Teo-logo», il primo a parlarci della realtà della vita divina, poiché «tutto ciò che si dice su Dio presuppone che Dio abbia parlato»; in modo analo-go possiamo dire che iniziamo a comprendere la contemplazione quando vediamo Dio come il primo contemplativo, l’eterno paradigma di quell’attenzione generosa verso l’al-tro che porta non la morte ma la vi-ta. Tutto il contemplare da parte di Dio presuppone la propria assorta e gioiosa conoscenza di sé di Dio e la contemplazione di sé nella vita trini-taria. 6. Essere contemplativi come lo è Cristo significa essere aperti a tutta la pienezza che il Padre vuole effon-dere nei nostri cuori. Con le nostre menti rese silenziose e pronte a rice-vere, con le fantasie che noi stessi abbiamo generato su Dio e su noi stessi ridotte al silenzio, abbiamo fi-nalmente raggiunto il punto in cui possiamo cominciare a crescere. E il viso che dobbiamo mostrare al no-stro mondo è il viso di un’umanità in incessante crescita verso l’a m o re , un’umanità così incantata e impe-gnata dalla gloria di ciò a cui tende, che siamo pronti a intraprendere un viaggio senza fine per trovare la via che ci conduce più profondamente nel cuore della vita trinitaria. San Paolo dice (2 Corinzi,3, 18) come «a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore», siamo trasfigurati da una luce sem-pre più forte. Questo è il volto che cerchiamo di mostrare ai nostri fra-telli nell’umanità. 7. Lo cerchiamo non perché siamo alla ricerca di una qualche privata «esperienza religiosa» che ci farà sentire sicuri o santi. Lo cerchiamo perché in questo sguardo dimentico di sé, rivolto verso la luce di Dio in Cristo, noi impariamo a guardarci l’un l’altro e a guardare tutta la crea-zione di Dio. Nella Chiesa delle ori-gini, si capiva chiaramente che dove-vamo superare la comprensione o la contemplazione di noi stessi, che ci insegnava a dominare i nostri istinti e le nostre brame di avidità, per giungere alla «contemplazione natu-rale» che percepiva e venerava la saggezza di Dio nell’ordine del mondo e ci permetteva di vedere la realtà del creato per quello che era veramente alla luce di Dio (piuttosto che secondo le maniere in cui pote-vamo usarla o dominarla). Da lì, la grazia ci avrebbe fatto avanzare ver-so l’autentica «teologia», verso lo sguardo silenzioso rivolto a Dio, che è la meta di tutto il nostro discepo-lato. 8. In questa prospettiva, la con-templazione è ben lungi dall’e s s e re semplicemente qualcosa che fanno i cristiani: è la chiave della preghiera, della liturgia, dell’arte e dell’etica, la chiave dell’essenza dell’umanità rin-novata che è in grado di vedere il mondo e altri soggetti nel mondo con libertà (libertà dalle abitudini incentrate su di sé, avide, e dalla di-storta comprensione che ne deriva). Per dirla chiaramente, la contempla-zione rappresenta l’unica risposta definitiva al mondo irreale e folle che i nostri sistemi finanziari, la no-stra cultura pubblicitaria e le nostre emozioni caotiche e incontrollate, ci incoraggiano ad abitare. Imparare la pratica contemplativa significa impa-rare ciò di cui abbiamo bisogno per vivere fedelmente, onestamente e amorevolmente. Si tratta di un fatto profondamente rivoluzionario. 9. Nella sua autobiografia Thomas Merton ha descritto un’esp erienza poco dopo essere entrato nel mona-stero dove avrebbe trascorso il resto della sua vita (Elected Silence, p. 303). Ammalato di influenza, era sta-to confinato in infermeria per alcuni giorni, e, dice, sentiva una «segreta gioia» perché questo gli forniva un’opportunità di preghiera — e «di fare tutto quello che volevo, senza dover correre per tutto il convento a rispondere alle campanelle». È co-stretto a riconoscere che questo at-teggiamento rivela che «tutte le mie cattive abitudini... si erano insinuate nel monastero con me e avevano ri-cevuto l’abito religioso assieme a me: la gola spirituale, la sensualità spiri-tuale, l’orgoglio spirituale». In altre parole, sta cercando di vivere la vita cristiana con il bagaglio emotivo di qualcuno ancora profondamente at-taccato alla ricerca della soddisfazio-ne personale. È un forte monito: dobbiamo vegliare con cura affinché la nostra evangelizzazione non sia semplicemente un modo per persua-dere le persone ad applicare a Dio e alla vita dello spirito tutti i desideri di dramma, di eccitazione e di auto-compiacimento che spesso ci accom-pagnano nella vita di tutti i giorni. Ciò è stato espresso con forza anco-ra maggiore alcuni decenni fa dallo studioso di religione americano Ja-cob Needleman, in un libro contro-verso e stimolante dal titolo Lost Christianity: le parole del Vangelo, dice, sono rivolte a esseri umani che «non esistono ancora». Vale a dire, rispondere in modo generoso a ciò che il Vangelo esige da noi significa una trasformazione completa di tutta la nostra persona, sentimenti, pen-sieri e immaginario compresi. Essere convertiti alla fede non significa semplicemente acquisire un nuovo bagaglio di credenze, ma diventare una persona nuova, una persona in comunione con Dio e con gli altri attraverso Gesù Cristo. 10. La contemplazione è un ele-mento intrinseco di questo processo di trasformazione. Imparare a guar-dare a Dio senza considerare la mia soddisfazione personale immediata, imparare a esaminare e relativizzare gli appetiti e le fantasie che si mani-festano in me — ciò significa consen-tire a Dio di essere Dio, e quindi consentire che la preghiera di Cristo, la relazione di Dio con Dio stesso, prenda vita dentro di me. Invocare lo Spirito Santo significa chiedere alla Terza Persona della Trinità di penetrare il mio spirito portando quella luce di cui ho bisogno per ve-dere fino a che punto sono schiavo dell’avidità e delle fantasie, donan-domi pazienza e quiete mentre la lu-ce e l’amore di Dio penetrano nella mia vita interiore. Solo quando ciò comincerà ad accadere sarò liberato dal considerare i doni di Dio come un’altra serie di elementi di cui pos-so appropriarmi per essere felice o dominare altre persone. E a mano a mano che si svolge questo processo, divento sempre più libero — p er prendere a prestito una frase di sant’Agostino — di «amare gli altri in modo umano» (Confessioni, I V, 7), di amarli non per ciò che mi pro-mettono, di amarli non perché mi aspetto che mi procurino sicurezza e benessere durevoli, ma come fragili creature che, come me, sono soste-nute dall’amore di Dio. Come ho già detto, scopro la maniera in cui devo guardare altre persone e cose per ciò che sono in relazione a Dio, non a me. Ed è qui che, come il ve-ro amore, l’autentica giustizia trova le sue radici. 11. Il volto umano che i cristiani desiderano mostrare al mondo è contrassegnato da questa giustizia e da questo amore, ed è quindi un volto modellato dalla contemplazio-ne, dalla disciplina del silenzio e dal distacco di sé dagli oggetti che lo schiavizzano e dagli istinti incontrol-lati che lo possono trarre in ingan-no. Se l’evangelizzazione consiste nel mostrare «senza veli» al mondo il volto umano che riflette il volto del Figlio rivolto verso il Padre, allo-ra deve accompagnarsi a un impe-gno serio per la promozione di tale preghiera e di tali pratiche. Non do-vrebbe essere necessario dire che ciò non equivale affato ad affermare che una trasformazione «interiore» è più importante dell’azione a favore della giustizia; anzi, è una maniera di insi-stere sul fatto che la chiarezza e l’energia di cui abbiamo bisogno per fare giustizia ci richiede di lasciare spazio alla verità, affinché la realtà di Dio possa emergere. Altrimenti la nostra ricerca della giustizia o della pace si trasforma in un altro eserci-zio della volontà umana, insidiato dalla nostra umana capacità di in-gannare noi stessi. Le due vocazioni sono inseparabili, la vocazione alla «preghiera e alla azione giusta», co-me disse il martire protestante Die-trich Bonhoeffer, scrivendo dalla sua cella nel 1944. La preghiera autentica purifica il motivo, la vera giustizia è l’opera indispensabile di condividere e di liberare negli altri quell’umanità che abbiamo scoperto nel nostro in-contro contemplativo. 12. Coloro che conoscono poco le istituzioni e le gerarchie della Chiesa (e se ne curano ancora di meno), at-tualmente si sentono spesso attratti e sfidati da esistenze che ne manifesta-no alcuni aspetti. Proprio le comuni-tà religiose nuove e rinnovate sono quelle che raggiungono con maggio-re efficacia coloro che non hanno mai conosciuto la fede o che l’hanno abbandonata come qualcosa di vuo-to o di stantio. Quando la storia cri-stiana dei nostri tempi verrà scritta in una prospettiva prevalentemente (anche se non esclusivamente) euro-pea e nordamericana, ci renderemo conto del ruolo centrale e vitale di luoghi come Taizé oppure Bose, ma anche di comunità più tradizionali, che sono diventate punti nodali per l’esplorazione dell’umanità in un senso più ampio e più profondo di quanto chiedono le abitudini sociali. E le grandi reti spirituali, come la Comunità di Sant’Egidio, i Focolari, Comunione e Liberazione, mostrano a loro volta lo stesso fenomeno: so-no aperte a una visione umana più profonda poiché tutte, ciascuna a modo suo, offrono una disciplina di vita personale e comune il cui scopo è far sì che la realtà di Gesù diventi viva in noi. 13. E, come mostrano questi esem-pi, l’attrazione e le sfide di cui par-liamo possono produrre impegni ed entusiasmi che oltrepassano le fron-tiere confessionali storiche. Ormai ci siamo abituati a parlare dell’imp or-tanza decisiva dell’«ecumenismo spi-rituale»; ma ciò non deve trasfor-marsi in una maniera di opporre ciò che è spirituale e ciò che è istituzio-nale, né di sostituire agli impegni specifici un generico senso di com-prensione cristiana. Se ci confrontia-mo con una definizione salda e ricca di ciò che significa il termine stesso «spirituale», definizione fondata su prospettive scritturistiche come quel-le tratte dai passi della seconda lette-ra ai Corinzi di cui abbiamo parlato, intenderemo l’ecumenismo spirituale come una ricerca condivisa per pro-muovere e per sviluppare discipline di contemplazione con la speranza di svelare il volto della nuova uma-nità. E quanto più ci distanziamo gli uni dagli altri in quanto cristiani, tanto più quel volto apparirà meno convincente. Poco fa ho ricordato il movimento dei Focolari: ricorderete che l’imperativo fondamentale nella spiritualità di Chiara Lubich era di «diventare una cosa sola», una cosa sola con il Cristo crocifisso e abban-donato, una cosa sola, per mezzo di lui, con il Padre, una cosa sola con tutti coloro che sono stati chiamati a questa unità e, in tal modo, una co-sa sola con i bisogni più profondi del mondo. «Coloro che vivono l’unità... la vivono lasciandosi sem-pre più penetrare in Dio. Diventano sempre più vicini a Dio... e quanto più si avvicinano a lui, tanto più so-no vicini ai cuori dei loro fratelli e sorelle» (Chiara Lubich, Essential Wr i t i n g s , p. 37). L’abitudine alla contemplazione ci spoglia da una sconsiderata sensazione di superiori-tà nei confronti degli altri battezzati e dal pregiudizio che nulla abbiamo da imparare da loro. Nella misura in cui l’abitudine alla contemplazione ci aiuta ad avvicinare qualsiasi espe-rienza come un dono, dovremmo chiederci costantemente cosa un fra-tello o una sorella possono condivi-dere con noi, anche quando il fratel-lo o la sorella sono in un modo o nell’altro separati da noi oppure da ciò che consideriamo come la pie-nezza della comunione. Quam bonum et quam iucundum. 14. In pratica, ciò può suggerire che ogni volta che si avviano inizia-tive per raggiungere in maniere nuo-ve i cristiani che si sono allontanati oppure un pubblico post-cristiano, ci deve essere un serio lavoro pre-ventivo su come questa azione possa essere fondata su una prassi contem-plativa condivisa in maniera ecume-nica. Oltre alla sorprendente manie-ra in cui Taizé ha sviluppato una “cultura” liturgica internazionale ac-cessibile a molte persone di prove-nienze molto diverse, una rete come la World Community for Christian Meditation (Wccm), con le sue forti radici e affiliazioni benedettine, ha aperto prospettive nuove in questo senso. Anzi, questa comunità si è impegnata molto per rendere le pra-tiche contemplative alla portata dei bambini e dei giovani: e questo è un fatto degno del nostro più forte in-coraggiamento. Avendo osservato personalmente, nelle scuole anglica-ne in Gran Bretagna, con quanto fervore i bambini possono risponde-re all’invito offerto dalla meditazione in questa tradizione, sono convinto che è veramente molto grande il suo potenziale per far conoscere ai gio-vani gli aspetti più profondi della nostra fede. E per coloro che si sono allontanati dalla frequentazione re-golare della fede sacramentale, i rit-mi e le pratiche di Taizé o della Wccm indicano spesso una via di ri-torno verso questo cuore e questo focolare sacramentali. 15. Ciò che la gente di ogni età ri-conosce in queste pratiche è, sempli-cemente, la possibilità, di vivere in maniera più umana: vivere con un desiderio meno marcato di possede-re, vivere con uno spazio di quiete, vivere nell’attesa di apprendere e, so-prattutto, vivere con la consapevo-lezza che esiste una gioia salda e du-revole che va scoperta in quella di-sciplina del dimenticare se stessi che è ben diversa dalla gratificazione di questo o di quell’impulso momenta-neo. Se la nostra evangelizzazione non riesce ad aprire la porta a tutto ciò, rischierà di cercare di far pog-giare la fede sul fondamento di un insieme non trasformato di abitudini umane... e il risultato ben noto sarà che la Chiesa apparirà disgraziata-mente altrettanto ansiosa, affaccen-data, competitiva e dominante quan-to molte altre istituzioni puramente umane. In un senso molto importan-te, un’autentica iniziativa di evange-lizzazione sarà sempre anche una nuova evangelizzazione di noi stessi come cristiani, una riscoperta del motivo per cui la nostra fede è di-versa, perché trasfigura; insomma, un ripristino della nostra nuova umanità. 16. E ovviamente ciò succede in maniera più efficace quando non lo pianifichiamo né lottiamo per otte-nerlo. Per citare ancora una volta de Lubac: «Colui che meglio risponde-rà ai bisogni del suo tempo sarà qualcuno il cui primo scopo non era di rispondervi» (op. cit., pp. 111-2); e: «Colui che, nella dimenticanza di se stesso, cerca la sincerità invece della verità è come colui che cerca di esse-re distaccato invece di aprire se stes-so all’amore» (p. 114). Il nemico di qualsiasi proclamazione del Vangelo è la consapevolezza di se stessi e, per definizione, non possiamo supe-rare questo fatto diventando ancora più consapevoli di noi stessi. Dob-biamo ritornare a Paolo e chiederci: «Dove stiamo guardando?». Guar-diamo con ansia ai problemi di oggi, alle varie maniere che assume l’infe-deltà o in cui vengono minacciate la fede e la morale, alla debolezza dell’istituzione? Oppure, cerchiamo di guardare verso Gesù, il volto sen-za veli dell’immagine di Dio alla lu-ce del quale vediamo l’immagine che si riflette ancora in noi e nel nostro p ro s s i m o ? 17. Tutto ciò ci ricorda semplice-mente che l’evangelizzazione è sem-pre una sovrabbondanza di qual-cos’altro: l’itinerario del discepolo verso la maturità in Cristo, un itine-rario non organizzato da un io am-bizioso, ma il risultato degli impulsi e delle spinte dello Spirito in noi. Nelle nostre riflessioni su come fare affinché il Vangelo di Cristo torni ancora una volta a essere irresistibil-mente attraente per gli uomini e per le donne del nostro tempo, spero che non perderemo mai di vista ciò che lo rende attraente per noi, per ognuno di noi nei nostri vari mini-steri. Quindi, vi auguro ogni gioia in queste discussioni; non semplice-mente chiarezza oppure efficacia nel-la pianificazione, ma gioia nella pro-messa della visione del volto di Cri-sto e nella prefigurazione della pie-nezza nella gioia della comunione degli uni con gli altri, qui e adesso.

© Osservatore Romano - 12 ottobre 2012

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