Bisogna credere per annunciare il Vangelo

bagnascopdi ANGELO BAGNASCO

Il recente sinodo su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana», che si è cele-brato nell’ottobre scorso, è stato un evento che ha messo al centro della sua attenzione l’annuncio del Van-gelo dentro contesti profondamente mutati e non raramente inospitali, se non impermeabili alla seminagio-ne evangelica. La missione della Chiesa, chiara e precisa nei suoi ter-mini in epoca di cristianità — nella quale la catechesi era per i Paesi e i gruppi sociali che avevano abbrac-ciato la fede, per meglio conoscerla e praticarla, mentre la missione era per i Paesi e i gruppi sociali che non conoscevano Cristo, per con-vertire e accogliere i battezzati nella comunità credente — si è fatta oggi più articolata. Negli ultimi tre decenni, l’e s p re s -sione «nuova evangelizzazione» è progressivamente passata da neolo-gismo a indiscusso programma ecclesiale.
Ma a chi si rivolge, precisamente? Già secondo l’Instrumentum laboris, «i destinatari della nuova evangeliz-zazione appaiono sufficientemente identificati: si tratta di quei battez-zati delle nostre comunità che vivo-no una nuova situazione esistenziale e culturale, dentro la quale di fatto è compromessa la loro fede e la loro testimonianza» (n. 85-86). L’Anno della fede, solennemente inaugurato nella data dell’11 ottobre, ha come primo obiettivo quello di ravvivare la fede di credenti che vi-vono in modo tiepido l’eredità cri-stiana, che hanno lasciato illanguidi-re la fede interrompendo il contatto vitale con la comunità cristiana. Va tenuto in conto che, avvicinando queste persone, non si ha a che fare con un terreno vergine, ma segnato da una lontananza culturale ed emotiva oltre che fisica; con la presenza, a volte, anche di pregiudizi nei confronti del cristiane-simo. Come raggiungere gli uo-mini distratti e indifferenti del nostro tempo per annun-ciare nuovamente Gesù Cri-sto quale unico e universale salvatore? Ogni discorso sui cosiddetti «lontani» mette sempre di nuovo in causa quelli che sono «vicini», in-terpellando la qualità e lo spessore della loro fede. È vero, infatti, che la con-versione originaria riguarda chi annuncia il Vangelo pri-ma che il destinatario di tale annuncio. Ed è anche vero che uno dei luoghi decisivi dove si realizza la conversio-ne permanente dei cristiani è la liturgia. Di fatto, senza li-turgia è impossibile qualsiasi forma di evangelizzazione e di maturazione della fede, da più punti di vista. A ben vedere, «la liturgia contiene la parte di gran lunga più importante del de-posito della fede», e non è eccessivo affermare che «es-sa è lo strumento più nobile del magistero ordinario della Chiesa» (Maurice Festugière, La liturgia cattolica, Padova, 2002, nota 2). In secondo luogo, come argomenta uno dei padri della riforma litur-gica del XXsecolo, Odo Ca-sel, la liturgia vincola il cri-stiano all’oggettivo, essendo il culto il “qui e ora” del-l’azione salvifica di Cristo at-traverso un’espressione sim-bolica riconoscibile da tutti. Queste prospettive, che hanno trovato nella Sacrosanctum concilium (1963) piena maturazione, non sempre sono state rispettate. Infatti, a volte, han-no prevalso correnti antirituali che per contrastare un «culto senza vi-ta» — come si usava dire, in nome di una presunta purezza della fede — hanno spalancato le porte a una «vita senza culto», deritualizzata e privata della sua simbolizzazione re-ligiosa. La qual cosa ha portato allo spegnersi della fede di molti o alla sua diluizione in forme generiche di servizio anche generoso al mondo. Un interessante punto di osserva-zione del nostro tema è anche il cammino postconciliare della Chiesa italiana su evangelizzazione e sacra-menti, che ha dato certamente buo-ni frutti nel chiarire come celebra-zione e annuncio sono tra loro in-scindibili, ma non ha evitato del tutto una certa strumentalizzazione della liturgia, piegandola ad una ulteriore via di catechesi oppure a sbocco finale della stessa. Alla base di queste posizioni si può indivi-duare un evidente «errore antropo-centrico» che fa dipendere la litur-gia da esigenze pastorali contingen-ti, pensandola di volta in volta o a servizio della trasmissione di deter-minati contenuti o come forma effi-cace di socializzazione ecclesiale. La seconda questione riguarda la “qualità evangelizzatrice” della litur-gia. Come può la liturgia essere di aiuto all’evangelizzazione, trattan-dosi di un linguaggio che è di sua natura simbolico-rituale? Date queste premesse, due orien-tamenti appaiono necessari. Il pri-mo, di carattere più esterno, riguar-da la preziosa opportunità pastorale che le varie celebrazioni liturgiche costituiscono in ordine all’evangeliz-zazione. Pensiamo in particolare alla celebrazione del Battesimo dei bam-bini, che moltissime famiglie, anche se non più praticanti, oggi ancora chiedono. Pensiamo a quando due giovani, decidendo di unire le pro-prie vite per costituire una famiglia, pensano al matrimonio e bussano alle porte delle nostre parrocchie. A volte non sono ben consapevoli del-la portata della loro richiesta, a vol-te sono spinti solo dalle loro fami-glie di origine o dal fascino che la ritualità della Chiesa ancora può of-frire. È comunque un’occasione in cui accolgono con disponibilità an-che l’invito ad una preparazione immediata che può dischiudere loro un nuovo cammino e nuove pro-spettive di fede. Pensiamo poi al momento della sofferenza e della morte, nel quale la domanda del “ri-to” cristiano rivela il desiderio, ma-gari espresso in modo non sempre consapevole, di cercare conforto e speranza nella comunità credente, come luogo proprio della presenza di un “mistero che vince la morte”. Il secondo orientamento ci con-duce a considerare il rapporto tra evangelizzazione e liturgia come de-cisivo in ordine all’efficacia della missione della Chiesa. La Chiesa in-fatti, celebrando il mistero pasquale, ne proclama la perenne at-tualità, e riconosce che nell’azione liturgica l’evento di Cristo e la storia dell’uo-mo si compenetrano e si compongono in unità. Se in-fatti l’evangelizzazione è fle-bile, spesso questo è il risul-tato di cristiani deboli, che non vivono profondamente i misteri che celebrano. La ce-lebrazione liturgica, infatti, riscatta e purifica l’a m o re dell’uomo verso Dio dal ri-schio di un soggettivismo il-lusorio, che pretende di amare Dio con modalità che l’uomo pensa siano le mi-gliori o le più rispondenti ai suoi propri bisogni. Invece, il valore “oggettivo” del rito, che l’uomo non si inventa volta per volta, mette in atto la fede nella modalità voluta da Gesù. Nel rito liturgico infatti l’uomo agisce non come primo attore, ma come destinatario dell’azione di Dio che è il grande Protagonista; nel rito l’uomo è attivamente presente, ma a sua volta viene trasformato da ciò che celebra. L’actuosa participatio, auspicata dal Concilio (cfr. Sacrosanctum Concilium, 14), esige quindi di essere compresa nella sua giusta prospettiva. Qui la «partecipazione» alla celebrazione eucaristica viene delineata in tutti i suoi aspetti. Non è quindi solo questione di rispondere a voce alta, di cantare o di compiere movimenti, per non restare muti spettatori, ma soprattutto “arrendersi” allo Spirito e lasciarsi intro-durre nella liturgia del cielo dove, con i santi e gli angeli, viene offerto l’eterno sacrifi-cio dell’amore obbediente del Figlio. Tra le formule di congedo presenti nel rito della Mes-sa ne troviamo una particolarmente significativa in ordine alla nostra ri-flessione: «Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto». Questa formula opera bene il legame tra la celebrazione eucaristica e la missio-ne cristiana nel mondo. Come leg-giamo in Sacramentum caritatis, la “dimissione” si trasforma in “missio-ne”, esprimendo sinteticamente la dimensione missionaria della Chie-sa. Per questo «è bene aiutare il Popolo di Dio ad approfondire questa dimensione costitutiva della vita ec-clesiale, traendone spunto dalla li-turgia» (n. 51). È l’impegno che ci attende in questo anno della fede nel quale siamo chiamati a valoriz-zare pienamente tutte le risorse che la tradizione della Chiesa ci offre, prima tra tutte la fedele celebrazione del mistero di Cristo.

© Osservatore Romano 14 novembre 2012

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