La buona morte e la morte buona

cristo abbraccia crocePubblichiamo stralci di uno degli articoli pubblicati nel numero 233 della rivista «Communio» in libreria con il titolo Pensare la morte.

di ADRIANO PESSINA

Oggi, quando si parla della morte, è molto facile che ci si trovi a discutere di eutanasia, di rifiuto dei trattamenti, di suicidio assistito, di malattie inguaribili, di situazioni limite, di diritto di disporre della propria vita e di chiuderla in modo “naturale” rispetto a prolungamenti “artificiali” che sarebbero segno del nuovo potere della tecnologia.

Il fatto che la questione dell’eutanasia stia assorbendo la riflessione sulla morte dell’uomo è in gran parte frutto dell’attenzione posta alla malattia e alla cura, alla presenza totalizzante del linguaggio della medicina e della biologia nella cultura contemporanea. Sembra quasi che per “pensare la morte” si debba necessariamente “pensare l’eutanasia”. Ma il modello della “buona morte”, evocato dal termine di origine greca, sembra avere ormai un solo significato, di una fine indolore, sottratta al tempo dell’angoscia e della sofferenza, anestetizzata e medicalizzata. In questo senso essa si pone come alternativa all’ideale di una morte “buona”, caratterizzata dalla consapevolezza del significato e del valore dell’esistenza stessa che si sta abbandonando. L’antica formula religiosa che recitava, «Signore liberaci dalla morte improvvisa», si è trasformata nella richiesta del suo opposto, nel desiderio di una morte che sopraggiunga senza essere né annunciata né pensata. La morte sembra far meno paura della vita, della malattia, della dipendenza. Ma ciò accade perché non è affatto posta a tema la morte nella sua radicale dimensione personale, nella sua contraddizione palese con l’esistenza del soggetto. La morte, descritta con i parametri delle varie scienze empiriche, con le parole della biologia, della medicina, della statistica, finisce con l’essere uno dei tanti fenomeni della vita. “Si” muore in modo anonimo nelle statistiche, nei referti medici, nella casistica: “si” muore per lo più in ospedale, accompagnati dai gesti di un professionista, di un infermiere o di un medico, che solo all’ultimo lasciano uno spazio e un tempo per gli affetti e per le relazioni umane. Sotto questo aspetto si può dire che esiste una rimozione della morte, ma non perché non se ne parla, o ci sia il silenzio o l’omertà, ma, al contrario, perché se ne parla spesso e fin troppo, perché si fanno discussioni televisive, si pubblicano libri, si firmano manifesti, si invocano leggi che la tutelino. ll dibattito sul cosiddetto diritto di morire, l’accoglienza positiva riservata ai temi dell’eutanasia, del suicidio assistito, della sospensione volontaria dei trattamenti sanitari, mettono in luce che non si sta pensando alla morte, ma alle diverse, spesso difficili e pesanti, condizioni della vita e della malattia che la precedono e da cui si vuole uscire. Chiunque invoca la propria morte, di fatto desidera qualcosa di diverso: la morte, infatti, è il nulla della soggettività e lo sa bene l’omicida che vuole eliminare proprio l’a l t ro . La morte è l’impensabile del soggetto, il suo annullamento e come tale non può mai essere voluta in sé, se soltanto si sa di che si sta parlando. Non è una questione in primo luogo etica, ma ontologica e perciò gnoseologica: la morte è il nulla del soggetto, il suo non esserci più e perciò non può essere voluta in sé perché il nulla non può essere voluto. Volere nulla significa non volere. E affermare che la morte non è pensabile non significa affatto affermare che non dia da pensare e da riflettere. Chi vuole la morte vuole fortemente uscire dalla situazione in cui esiste, ma così facendo censura il fatto che ciò che ottiene è di non esserci più e di non poter apprezzare la liberazione dai propri mali e dalle proprie sofferenze. La situazione paradossale è che ci si può procurare la morte, si può chiedere che altri la causino per noi, credendo sinceramente di volerla, ma tutte le motivazioni che vengono addotte debbono ignorare che, per annullare ciò che non si vuole, si annulla il soggetto. La morte appare come il nulla del soggetto. Se si assume l’oggetto formale della biologia, la morte si predica di tutto ciò che è vivo, della parte come dell’intero, della cellula, dell’organo e dell’o rg a n i smo, della pianta come dell’animale. La morte diventa naturale come la vita. Che questo avvenga anche per l’uomo come appartenente alla specie homo sapiens, non fa perciò problema, non desta scandalo. Ma il modo d’essere della vita del soggetto, ciò che chiamiamo “esistenza”, non “sopp orta”, né teoricamente né praticamente una simile impostazione. L’uomo è l’unico vivente che non si rassegna alla morte in modo spontaneo, ha bisogno di elaborare un complesso sistema teorico per farle spazio nella sua storia. Perciò, naturalizzare la morte significa, in un certo senso, “addomesticarla”, sia quando la si presenta nella sua ineluttabilità fattuale, sia quando se ne prospetta un possibile superamento attraverso tutti i complessi sistemi di differimento che l’uomo ha “inventato”: dalla millenaria lotta contro la malattia, alle complesse trasformazioni biologiche che passano attraverso la pratica di trapianto di cellule e di organi, per giungere all’impegno prospettico che prevede di bloccare l’invecchiamento cellulare. Ricerche di grande impegno che sfruttano l’idea naturalistica della vita proprio nel momento in cui si oppongono alla sua conversione nella morte. Ma se la morte non è un’obiezione alla vita — visto che nei processi naturali vita e morte riescono a succedersi e, per così dire, a integrarsi, come ognuno può constatare nella più elementare esperienza dell’alimentazione — lo è rispetto all’esistenza personale, cioè al significato che la vita assume dentro la soggettività umana. E così lo stesso progresso medico non può sottrarsi, proprio nel momento in cui sembra essere in grado di gestire al meglio la vita e di sottoporla al progetto dell’uomo, alla domanda del perché continuare a vivere. Questa domanda non trova alcuna risposta nella vita stessa, che in sé non pone interrogativi: quando emerge il “perché vivere e perché morire?” si spezza l’incantesimo che alimenta la visione ciclica del processo biologico e si manifesta, dentro la potenza evocativa del termine esistenza, il fatto che la morte è contraddizione esistenziale, negazione della «storia» dell’uomo, di quella individuale così come di quella collettiva, in quanto rende «insignificante» (senza senso, ma con una direzione obbligata) l’opera dell’uomo, consegnandola a un destino di nullificazione. E non è un caso che la cultura abbia cercato di preservare la storia dalla ricaduta nella circolarità della natura coltivando le “memorie” collettive e personali, grazie a riti individuali e generali, in grado di elaborare i lutti e di conservare, come nei cimiteri e nel culto dei morti, la presenza dell’assenza. Nel “si” muore non c’è dramma, perché non c’è storia personale. Soltanto quando emerge la consapevolezza che in quel “si”muore ci sono le persone che amiamo, ci siamo noi stessi, allora la morte diventa questione seria e interrogativo esistenziale. Difficile percepire la drammaticità del l’aborto o dell’eliminazione degli embrioni umani se la questione riguarda il numero e non si intuisce che in quelle morti si è persa per sempre una soggettività umana. Nella rassegnata condiscendenza al fatto che i vecchi muoiano si conferma l’immagine del “si” muore, ma ciò non toglie che è proprio la morte di quel singolo vecchio a determinare la domanda sul senso che ha una soggettività che si progetta dovendo subire la sua fine prima che possa dirsi compiuto il suo fine. La morte è di fatto il nulla impensabile del soggetto: biologicamente conosciamo il vivo e constatiamo il cadavere, il prima e il poi, ma della morte nulla sappiamo. Accertiamo, monitoriamo, descriviamo il processo del morire, sappiamo molto sul prima, e possiamo analizzare il dopo, ma dell’evento della morte in sé nessuno conosce nulla. «Il vecchio — scrive il filosofo francese Vladimir Jankélévitch — arrivato al suo penultimo respiro è, se ancora respira, lontano dalla morte quanto un neonato: certo gli restano solo tre secondi da vivere, ma noi lo sapremo solo dopo. I vecchi, almeno sotto questo aspetto, sono lontani dalla morte quanto i giovani e i giovani sono vicini quanto i vecchi (...) La prossimità, di cui Platone ci parla e che suggerisce l’idea di un’a p p ro s s i mazione graduale è dunque una semplice metafora». La morte spezza una presunta continuità con la vita quando riguarda l’uomo e la sua esistenza. In questo senso, va assunta con serietà l’impietosa osservazione di Jankélévitch quando afferma: «La preparazione alla morte forse non è altro che una fandonia. A che cosa dovrebbe esercitarsi l’apprendista? Non si può apprendere un atto semplice e indivisibile (...) Nell’ipseità della morte non si incontrano né ostacoli né resistenza né materia con cui addestrarsi. Esiste poi un’altra ragione che rende derisoria ogni propedeutica: non si muore che una volta sola. (...) E per finire: in che modo, secondo voi, potrei prepararmi a un evento assolutamente ‘‘inaudito’’, mai visto, mai vissuto, a un istante di cui nessuno quaggiù ha mai avuto la benché minima idea e di cui non si può comprendere in anticipo la natura?». La morte non può e non deve essere neutralizzata nella sua palese contraddizione con il senso stesso dell’esistere, il quale sembra richiedere un qualche compimento, una realizzazione. La morte, che può avvenire in qualsiasi momento dell’esistenza umana, è quella fine, improvvisa, o annunciata nella malattia, che contraddice qualsiasi fine. Se, infatti, l’uomo è un soggetto che progetta la propria esistenza, cioè pone a essa un fine, la morte è quella fine che non può essere voluta proprio perché non comporta alcun compimento, alcuna realizzazione, ma soltanto l’annichilimento di ogni progetto attraverso la nullificazione del soggetto. Lo “scandalo”, il “dramma”, la “disp erazione” che affiorano nella riflessione sulla propria possibile morte, nell’esperienza di quella della persona amata — di un figlio, di un coniuge, di un genitore, di un amico — sono connessi con la soggettività. In un certo senso, si può, infatti, dire che soltanto l’uomo muore perché soltanto con la morte dell’uomo, di ogni uomo, cessa l’irripetibile e l’insostituibile. Il fatto che l’uomo, a differenza dell’animale, non soltanto sappia di dover morire, ma elabori diverse teorie intorno alla sua mortalità, significa che la morte come evento della ciclicità della natura e come dato della finitezza ontologica, non è affatto, per lui, qualcosa di “naturale”, in qualunque modo avvenga.

© Osservatore Romano 5 6 novembre 2012

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