Nel messaggio di Natale del patriarca Bartolomeo. Salvare i giovani dai falsi paradisi

Patriarca Bartolomeo meditazione«Non attendiamo che i giovani e le giovani vengano a noi, ma andiamo noi incontro a loro, non come giudici ma come amici, imitando il “buon pastore”, che “dà la propria vita per le pecore” (Giovanni, 10, 11)». È dedicato alle nuove generazioni il messaggio di Natale del patriarca ecumenico, Bartolomeo, che ricorda come il pastore «si trova sempre all’erta e in guardia, conosce le necessità spirituali dei giovani e del loro ambiente sociale e agisce di conseguenza».
La sua azione pastorale «attinge ispirazione e senso dalla tradizione della Chiesa, offrendo ai giovani non semplicemente un “aiuto”, ma la “verità” della libertà, “per la quale Cristo ci rende liberi” (cfr. Galati, 5, 1)». L’arcivescovo di Costantinopoli dà poi un annuncio: «Proclamiamo il 2020 “anno di rinnovamento pastorale e di debita cura per la gioventù”, chiamando tutto quanto il nostro sacro clero e il popolo fedele a prendere parte e a sostenere questo impegno ispirato da Dio».
L’obiettivo della Chiesa ortodossa è «la crescita di una “pastorale scelta” con immaginazione e visione, con fede incrollabile nella grazia sempre sgorgante di Dio e con fiducia nella forza della libertà dell’uomo. Questa pastorale con al centro la persona — scrive Bartolomeo — deve volgere i giovani dal “cercare le cose per se stessi” e dal “soddisfare se stessi” all’amore “che non cerca le cose per se stesso” e per “piacere a Dio”, dalle “cose buone” al “Buono”, dall’“avere bisogno di molte cose” all’“una sola cosa che è necessaria”, contribuendo a mettere in risalto i carismi di ciascuno di loro», perché «colui che è veramente libero è nato per offrirsi a noi stessi». Giunti alla grande festa del Natale, «glorifichiamo con inni e canti spirituali il Signore che ha svuotato se stesso per noi uomini e ha assunto la nostra carne per redimerci dalla “schiavitù del nemico” e per aprire le porte del Paradiso alla stirpe degli uomini. Si rallegra la Chiesa di Cristo, vivendo in modo liturgico l’intero mistero della divina economia, pregustando la gloria del regno escatologico e dando in un modo adatto a Cristo la buona testimonianza della fede, della speranza e dell’amore nel mondo». Per il patriarca ecumenico, «il carattere “non del mondo” della Chiesa non solo non la recide dalla realtà storica e sociale, ma ispira e rafforza la sua testimonianza. Così, la Chiesa, in rapporto sempre al destino eterno dell’uomo, serve le sue necessità esistenziali, versa, come il buon samaritano, “olio e vino” sulle piaghe, divenendo “il prossimo” di chiunque “incappa nei briganti” (cfr. Luca, 10, 25-37), guarendo le attuali “malattie della civiltà”, illuminando le menti e i cuori degli uomini». La spiritualità, «quale presenza dello Spirito Santo nella vita dei fedeli», significa «dare testimonianza in parole e opere della speranza che è in noi e non ha relazione con un’introversione sterile. Lo Spirito Santo è datore di vita, fonte di bontà, godimento di carismi, vita e luce. Il cristiano è un uomo illuminato, pio, amico degli uomini, amante del bello, attivo e operante». Un messaggio che deve farsi strada tra non pochi ostacoli: «Il Vangelo di Natale si ode anche quest’anno in un ambiente culturale dove valore più alto viene ritenuto il “diritto individuale”. L’egocentrismo e l’illusione dell’autorealizzazione abbassano la coesione sociale, indeboliscono lo spirito altruista e la solidarietà e strumentalizzano le relazioni interpersonali. L’economismo sfrenato e la secolarizzazione rendono profondo il vuoto esistenziale e conducono alla riduzione delle forze creative dell’uomo». La Chiesa non può ignorare queste dinamiche, «le cui conseguenze prima di tutto le subiscono i giovani, veicolate dagli affascinanti meccanismi della cultura tecnologica e da ogni sorta di promesse di “falsi paradisi”», osserva l’arcivescovo di Costantinopoli, che ricorda come il concilio della Chiesa ortodossa, a Creta nel 2016, abbia chiamato i giovani con enfasi «a prendere coscienza che sono forieri della secolare e benedetta tradizione della Chiesa ortodossa, e allo stesso tempo sono anche i suoi continuatori, a partecipare attivamente alla vita della Chiesa, a custodire con coraggio e a coltivare con forza gli eterni valori dell’ortodossia, per rendere una testimonianza cristiana vivificante» (Enciclica, § 8 e 9).
Ed è proprio in questo spirito, conformemente all’esortazione del concilio e «con riferimento alla recente elezione dei nuovi arcivescovi di America, Australia e Thyatira e Gran Bretagna nelle tre grandi eparchie del trono ecumenico nella diaspora», che avviene la proclamazione del 2020 ad “anno di rinnovamento pastorale e di debita cura per la gioventù”». Lo sguardo del patriarca ecumenico è al futuro: «Fondamento per il risveglio della coscienza cristiana permane anche oggi il vivere e il comprendere il significato del culto cristiano, il suo carattere comunitario, eucaristico ed escatologico. I giovani devono prendere coscienza che la Chiesa non è un’associazione di cristiani, ma “Corpo di Cristo”». Di qui l’invito al clero della Chiesa di Cristo ovunque nel mondo a «una mobilitazione pastorale “kenotica” (di spogliamento)». Il messaggio di Bartolomeo si conclude con l’augurio, «dal Fanar solennemente in festa», che «siano benedetti i santi dodici giorni e fecondo il nuovo anno di salvezza che ormai è alle porte, invocando su di voi la grazia sempre viva e la grande misericordia di Cristo salvatore, il “Dio con noi”, che è disceso fra la stirpe degli uomini».

© Osservatore Romano - 21 dicembre 2019


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