Documenti catechesi

L’eredità del Card. Bagnasco

bagnasco2Valorizzando l’incontro con il Santo Padre, il Card. Angelo Bagnasco, al termine del proprio mandato alla guida della CEI, consegna ai Vescovi alcune priorità: la missione della Chiesa, costituita “dall’evangelizzazione e dalla promozione umana”; i giovani (“Intendiamo sollecitare le nostre comunità affinché facciano spazio ai ragazzi e ai giovani, e questi possano sentirsi non solo accolti, ma anche desiderati e amati”); la famiglia (“Siate la risposta concreta e alternativa all’individualismo radicale che respiriamo”); i poveri e i sofferenti (“Non si può vivere a lungo senza sentirsi utili e autonomi”); i sacerdoti (“Grazie per il vostro generoso apostolato che si declina nella prossimità alla gente, nella fedeltà agli impegni sacerdotali, nella dedizione più forte degli anni, nell’obbedienza di fede”).

Infine il Card. Bagnasco ha rivolto un “profondo e commosso ringraziamento” ai Vescovi per questi dieci anni passati insieme, in una condivisione di fondo che è, citando le parole di Papa Francesco consegnate nella meditazione, “la via costitutiva della Chiesa, la cifra che ci permette di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio, la condivisione per seguire il Signore Gesù ed essere servi della vita in questo tempo ferito”.

Mercoledì 24 maggio il Cardinale ha presieduto la celebrazione della Santa Messa. In allegato il testo della sua Omelia.


 

RELAZIONE

DEL CARDINALE PRESIDENTE
Cari Amici,
abbiamo negli occhi e nel cuore l’incontro disteso, che ci ha donato ieri sera il Santo Padre: un lungo momento di ascolto, confronto e consolazione, di cui rendiamo grazie al Signore, anima e custode della nostra comunione.
A mia volta, nel rinnovare a ciascuno di voi un saluto cordiale e fraterno, ringrazio della sua presenza il Nunzio apostolico in Italia, S.E. Mons. Adriano Bernardini. Insieme diamo il benvenuto ai Confratelli, che rappresentano le Conferenze Episcopali di numerosi Paesi; con loro salutiamo fraternamente anche gli invitati – presbiteri, consacrati, laici – che partecipano ai nostri lavori.
Siamo lieti di accogliere quanti nell’ultimo periodo sono stati chiamati all’episcopato e partecipano per la prima volta alla nostra Assemblea Generale:
S.E.R. Mons. Francesco Sirufo, Arcivescovo di Acerenza
S.E.R. Mons. Gianmarco Busca, Vescovo di Mantova
S.E.R. Mons. Domenico Battaglia, Vescovo di Cerreto Sannita - Telese - Sant'Agata de' Goti
S.E.R. Mons. Giovanni Accolla, Arcivescovo di Messina - Lipari - Santa Lucia del Mela
S.E.R. Mons. Giuseppe Giuliano, Vescovo di Lucera – Troia
S.E.R. Mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona - Noli
S.E.R. Mons. Giovanni Intini, Vescovo di Tricarico
S.E.R. Mons. Cristiano Bodo, Vescovo di Saluzzo
S.E.R. Mons. Daniele Gianotti, Vescovo di Crema
S.E.R. Mons. Giovanni Checchinato, Vescovo di San Severo
S.E.R. Mons. Guglielmo Giombanco, Vescovo di Patti
S.E.R. Mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo eletto di Ferrara – Comacchio
S.E. Mons. Ovidio Vezzoli, Vescovo eletto di Fidenza
S.E. Mons. Fabio Dal Cin, Arcivescovo-Prelato eletto di Loreto.
Sentiamo vicini e partecipi i Confratelli Vescovi che, pur avendo lasciato la guida pastorale delle loro diocesi, continuano a condividere con noi la sollecitudine per il bene della Chiesa:
S.E.R. Mons. Roberto Busti, Vescovo emerito di Mantova
S.E.R. Mons. Diego Coletti, Vescovo emerito di Como
S.E.R. Mons. Michele De Rosa, Vescovo emerito di Cerreto Sannita - Telese - Sant'Agata de' Goti
S.E.R. Mons. Beniamino Depalma, Arcivescovo-Vescovo emerito di Nola
S.E.R. Mons. Giuseppe Guerrini, Vescovo emerito di Saluzzo
S.E.R. Mons. Vittorio Lupi, Vescovo emerito di Savona - Noli
S.E.R. Mons. Carlo Mazza, Vescovo emerito e Amministratore Apostolico di Fidenza
S.E.R. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito e Amministratore Apostolico di
Ferrara – Comacchio
S.E.R. Mons. Mario Oliveri, Vescovo emerito di Albenga - Imperia
S.E.R. Mons. Lucio Renna, Vescovo emerito di San Severo
S.E.R. Mons. Gianfranco Todisco, Vescovo emerito e Amministratore Apostolico di Melfi - Rapolla - Venosa
S.E.R. Mons. Giovanni Tonucci, Arcivescovo-Prelato emerito e Amministratore Apostolico di Loreto
S.E.R. Mons. Ignazio Zambito, Vescovo emerito di Patti.
Infine, non può mancare il nostro grato e affettuoso ricordo dei Confratelli che in questi ultimi mesi hanno concluso la loro esistenza terrena:
S.E.R. Mons. Andrea Maria Erba, Vescovo emerito di Velletri – Segni
S.E.R. Mons. Giacomo Barabino, Vescovo emerito di Ventimiglia - San Remo
S.Em. Card. Loris Francesco Capovilla, Arcivescovo-Prelato emerito di Loreto
S.Em. Card. Silvano Piovanelli, Arcivescovo emerito di Firenze
S.E.R. Mons. Mansueto Bianchi, Vescovo emerito di Pistoia, già Assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana
S.E.R. Mons. Ercole Lupinacci, Vescovo emerito di Lungro
S.E.R. Mons. Francesco Sgalambro, Vescovo emerito di Cefalù
S.E.R. Mons. Girolamo Grillo, Vescovo emerito di Civitavecchia – Tarquinia
S.E.R. Mons. Antonio Nuzzi, Arcivescovo-Vescovo emerito di Teramo – Atri
S.E.R. Mons. Karl Golser, Vescovo emerito di Bolzano - Bressanone, Bozen – Brixen
S.E.R. Mons. Pietro Bottaccioli, Vescovo emerito di Gubbio
S.E.R. Mons. Carmelo Cassati, Arcivescovo emerito di Trani - Barletta – Bisceglie
S.E.R. Mons. Antonio Ciliberti, Arcivescovo emerito di Catanzaro - Squillace
S.Em. Card. Attilio Nicora, Arcivescovo-Vescovo emerito di Verona
S.E.R. Mons. Diego Natale Bona, Vescovo emerito di Saluzzo.
A questo punto, penso sia mio dovere dire una parola a conclusione di questi dieci anni nei quali sono stato chiamato a servire l’Episcopato Italiano in qualità di Presidente. Il sentimento dominante è la gratitudine ai Papi che mi hanno dato fiducia, da Benedetto XVI al Santo Padre Francesco. Al Romano Pontefice, con il quale il nostro Episcopato gode di un legame unico, rinnovo a nome mio e dell’intero Corpo Episcopale leale obbedienza e sincero affetto. La sua parola e la sua testimonianza sono per noi indirizzo e sprone, e per il Presidente riferimento sicuro. In questo orizzonte, spesso ho detto che il mio programma sono i Confratelli da ascoltare con umiltà e rispetto, attento a promuovere il dialogo, lo scambio, la fiducia e a proporre sintesi alte. Da subito, ho concepito il mio compito come “un servizio alla fraternità” e alla comunione, rispetto alle quali la CEI è una “struttura di  servizio”. Un ringraziamento cordiale, al riguardo, lo rivolgo ai Segretari Generali che si sono succeduti – da S.Em.za Card. Giuseppe Betori, a S.E. Mons. Mariano Crociata e a S.E. Mons. Nunzio Galantino: senza di loro il servizio sia alla Presidenza che all’intero Corpo episcopale sarebbe rimasto inefficace –; con loro, quindi, un grazie sincero a direttori, aiutanti di studio e personale tutto dei nostri Uffici.
La domanda incomprimibile è se potevo fare di più e meglio per amare tutti e ciascuno: altri risponderanno meglio di me. Comunque, quando nulla si cerca, nel segreto dell’anima prendono casa la serenità e la pace. A noi Pastori spetta il compito di lavorare con retta intenzione e con tutto l’impegno possibile: il risultato è nelle mani di Dio che tutto vede e feconda.
Insieme abbiamo camminato e parlato alle nostre comunità e al Paese. La vicinanza alle persone ci ha permesso di conoscerne la vita reale e di dar voce a speranze, preoccupazioni e dolori del popolo. Questa prossimità ci ha consentito, a volte, di anticipare gli eventi, come quando – nel 2007 – abbiamo registrato pubblicamente che erano tornati i “pacchi viveri” nelle nostre parrocchie, segno di ciò che sarebbe presto accaduto: la grande crisi. In questo senso, la gente ha sempre riconosciuto che i loro Vescovi ci sono e sanno farsi eco rispettosa e autorevole in ogni sede, senza interessi personali o di parte. Sempre ci hanno accompagnato le parole di sant’Agostino: “Dio parla in tutta libertà anche per mezzo di uomini timidi”.
1.         La missione della Chiesa
L’attenzione all’evangelizzazione ha attraversato i nostri incontri, portandoci a misurarci sulla sfida educativa con gli Orientamenti pastorali del decennio. Tale emergenza è sempre più urgente e importante, decisiva per il bene dei giovani e della società. Essa ha costituito il fuoco di verifica e di rilancio con il Convegno Ecclesiale di Firenze, dove il Santo Padre Francesco ha offerto alla nostra Chiesa un’ampia e profonda parola di riflessione e di indirizzo. Il bene e lo sviluppo integrale delle persone ci hanno portato a essere sempre attenti alle dinamiche delle nostre comunità e del vivere sociale, consapevoli che il mistero di Cristo, Figlio di Dio e Redentore dell’uomo, è sorgente di quel nuovo umanesimo che l’Occidente europeo sta dimenticando; al suo posto emerge un individuo sciolto da legami, apolide, senza casa né patria, illusoriamente libero, in realtà prigioniero delle proprie solitudini. Come non rimanere preoccupati a fronte dello scioglimento delle relazioni in famiglia, nel lavoro, nei corpi intermedi, nella società, e perfino nelle comunità cristiane? Il ‘noi’ sempre più viene prevaricato da un ‘io’ autoreferenziale, con tutte le conseguenze che abbiamo puntualmente denunciato a livello sociale, economico e legislativo.
Insieme a tutti gli Episcopati d’Europa, riteniamo sempre più grave la metamorfosi antropologica, che il Santo Padre chiama “ecologia integrale” (cfr Laudato sì, cap. IV). Quanto più, infatti, l’individuo si isola dagli altri, tanto più diventa preda di manipolazioni politiche, economiche, finanziarie. Una società disaggregata, fatta di punti isolati, è debole, indifesa di fronte alle logiche del mercato selvaggio e del profitto fine a se stesso. Il potere, inteso come prevaricazione, ne vive.
L’altra faccia della medaglia mostra in tutto il Continente europeo la presenza di un marcato populismo, che – mentre afferma di voler semplificare problemi complessi e di promuovere nuove forme di partecipazione – si rivela superficiale nell’analisi come nella proposta, interprete di una democrazia solo apparente. Ci si chiede, pertanto, se serva veramente la gente, oppure se ne voglia servire; se intenda veramente affrontare i problemi o non piuttosto usarli per affermarsi. Con questo, il populismo non può essere snobbato con sufficienza: va considerato con intelligenza, se non altro perché raccoglie sentimenti diffusi che non nascono sempre da preconcetti, ma da disagi reali e, a volte, pure gravi.
Basterebbe, a questo proposito, accennare – e l’abbiamo fatto infinite volte – alla caduta libera della demografia: non è possibile che le politiche familiari siano sempre nel segno di piccoli rimedi, quando sono necessarie cure radicali. E che dire del dramma della disoccupazione? Il compito di mantenere le nostre aziende e di crearne di nuove è certamente di molti. Ma la politica in solido ha la responsabilità primaria non delegabile di creare le condizioni di possibilità e di incentivare in ogni modo la geniale capacità dei nostri lavoratori. Non si tratta solo di assicurare stipendi, ma anche di riconoscere la dignità professionale e produttiva del nostro popolo. Tempi così nuovi e così drammatici richiedono anzitutto uno sforzo di umiltà e di approfondimento che ci aiuti ad approdare a nuove soluzioni per promuovere bene comune e dignità della persona; per non arrenderci alle logiche inique di un’economia scivolata nella finanza, ma poter favorire quanto meno un mercato sociale, come ci ricordava ieri sera il Santo Padre. Con le Settimane Sociali – e lo sguardo va al percorso verso l’appuntamento di fine ottobre a Cagliari – le comunità del Paese si sono impegnate in un percorso di questo tipo, che ci ha portato ad identificare ad oggi, nel territorio italiano, più di 300 buone pratiche in materia di lavoro, di cui approfondire caratteristiche e punti di forza. Dalla ricognizione sulle buone pratiche sta nascendo una nuova proposta per l’Italia e per l’Europa, in grado di dare gambe alle potenzialità e alle opportunità inscritte in questi nuovi semi di speranza.
Il volto dell’uomo che ogni giorno siamo chiamati a scoprire lo contempliamo in Gesù Cristo, volto misericordioso del Padre, fondamento dell’evangelizzazione e della promozione umana, che costituiscono la missione del nostro essere Chiesa.
2.         I giovani
In questa Assemblea i giovani saranno al centro della nostra attenzione: a partire dalla realtà odierna e in sintonia con il prossimo Sinodo dei Vescovi, vivremo un confronto corale per incoraggiare le nuove generazioni a incontrare il Signore che è la via della gioia piena. Intendiamo sollecitare le nostre comunità affinché facciano spazio ai ragazzi e ai giovani, e questi possano sentirsi non solo accolti, ma anche desiderati e amati: adulti e giovani, infatti, hanno bisogno gli uni degli altri. Si tratta di favorire un ponte tra generazioni, che – ci diceva ancora Papa Francesco – congiunga soprattutto anziani e ragazzi, a beneficio di entrambi. È stata significativa anche la consegna a non lasciare gli Oratori, ma a viverli con una presenza che sappia ascoltare, motivare e coinvolgere i giovani, rendendoli protagonisti di iniziative fatte insieme.
A voi, cari giovani, vogliamo dire una parola da Pastori e – se volete – da amici. La vostra è l’età  degli slanci e dei sogni; nel vostro ardore pieno di energie, siete protesi verso un futuro carico di speranze, spesso ancora indeterminate ma attraenti; avete la forza dell’ardimento, l’immaginazione creativa, il coraggio e la voglia di osare, di scoprire strade nuove.
Noi – come gli Apostoli, dei quali siamo successori – non abbiamo né oro né argento, ma abbiamo il tesoro che vale più di ogni cosa: si chiama Gesù. Voi ne avete sentito parlare, forse già lo conoscete, ma – vi preghiamo, in forza dell’amore che vi portiamo – lasciatelo sempre più entrare nella vostra vita. Egli, con discrezione divina, bussa alla porta del vostro cuore: fategli posto ed egli si metterà a tavola nel convito dell’amicizia e dell’amore. Insieme con lui, voi – impazienti amanti della vita – ne troverete la via e scoprirete la verità di chi siete, la bellezza della vostra anima, il destino del vostro andare terreno. Diventerete così portatori della luce, messaggeri di speranza in un mondo attraversato dall’angoscia. A nostra volta, come vorremmo non deludervi mai! Sappiate che, se a volte – in forza del mandato di Cristo – diciamo dei “no”, essi sono sempre il risvolto di grandiosi “sì” alla bellezza sublime che il vostro cuore cerca e all’eroismo che affascina.
Molte volte abbiamo sollecitato la politica e la società civile perché abbiano una più giusta e concreta attenzione verso di voi: l’educazione integrale, l’accesso al lavoro, l’ascolto della vostra età, leggi che abbiano a cuore il futuro della società – un futuro che siete anzitutto voi stessi –… Tutto questo e altro ancora ci sta a cuore. È voce, la nostra, che resta spesso inascoltata, proprio come quella dei profeti di un tempo, ma noi continueremo a parlare. Ricordate: la Chiesa vi è vicina e vi vuole bene, vuole il vostro bene e sul suo volto – nonostante i peccati di noi uomini –fiammeggia il volto del Signore. 
3.         Il tesoro della famiglia
Una parola, piena di ammirazione e affetto, la rivolgiamo a voi famiglie. A voi la Chiesa ha dedicato due Sinodi, tanto siete al cuore dell’umanità. Da sempre noi Vescovi abbiamo parlato di voi e per voi, poiché siete il fondamento dell’edificio, la cellula viva dell’organismo sociale, l’icona del mistero della Chiesa sposa di Cristo: voi siete la Chiesa nella casa, la Chiesa domestica che ogni giorno celebra la liturgia della vita e dell’amore. Dio continua in voi il miracolo della vita, vi chiama ad una missione straordinaria: generare non solo dei corpi, ma delle persone, ecco l’educazione. Quante volte abbiamo detto che la cultura oggi disprezza la famiglia e la politica la maltratta! Come se questo nucleo, questo microcosmo, fosse vecchio e superato, e si dovesse viaggiare trionfalmente verso nuove forme, più aggiornate – si dice – più efficaci e libere. Come se le relazioni fossero una opzione, e non la via per essere veramente persone; come se i legami mortificassero la libertà, e non invece la condizione per essere veramente liberi; come se le scelte definitive fossero contrarie allo slancio vitale dell’individuo, anche nella sfera degli affetti più intimi. Ma questa smania che rincorre ogni alito di vento, che è insofferente del quotidiano e del normale, non è forse segno del vuoto interiore, del male di vivere?
Siate voi, famiglie, a proclamare – nella diuturna riconquista del vostro amore e del vostro sacramento – la bellezza del matrimonio e della famiglia come il vero fondamento del vivere sociale; siate voi a testimoniare la bellezza della paziente dedizione ai figli; la possibilità di vivere insieme tutta la vita. Siate la risposta concreta e alternativa all’individualismo radicale che respiriamo, e che spinge a vivere isolati gli uni dagli altri in nome di una autonomia che ci distrugge. Quante volte abbiamo messo in guardia dalle derive antropologiche: esse, in nome dell’uomo, lo negano con costumi e leggi che sembrano rispettare la libertà, ma in fondo sono convenienti all’economia. Le famiglie – sul piano sociale – si sentono sostanzialmente abbandonate: sono urgenti politiche familiari consistenti nelle risorse e semplici nelle condizioni e nelle regole. Non sostenere la famiglia è suicida. Ne è parte anche il sostegno alla scuola paritaria, puntualmente messo in discussione da un pregiudizio ideologico: eppure, nella laica Europa questi muri sono caduti, per cui si riconosce il valore culturale della scuola paritaria nell’assicurare la memoria dei nostri Paesi, come pure la stessa ricchezza che ne deriva per la libertà educativa e il pluralismo. In Italia, invece, sembra non valere nemmeno il criterio dell’investimento, che consente allo Stato di risparmiare ogni anno – al netto del contributo – ben 6 miliardi di euro.
Care famiglie, noi Vescovi vi assicuriamo di pregare e di far pregare, convinti che in cima alla preghiera cristiana oggi ci siete voi famiglie, collaboratori del miracolo della vita, scuola di società, messaggeri di una visione alta e nobile, benefica e seria della vita e della morte, del mondo e del destino.
4.         I poveri e i sofferenti
E ai poveri e ai sofferenti che cosa possiamo dire? Davanti a voi, fratelli e sorelle segnati dalla sofferenza, noi ci inginocchiamo perché siete sacramento speciale di Cristo. La storia della Chiesa italiana è nota a tutti, e si è dilatata in questi lunghi e durissimi anni di crisi perdurante. La povertà è cresciuta, il solco delle disuguaglianze è più profondo, la piaga della non occupazione è terribilmente diffusa e lacerante per giovani, impossibilitati a fare un progetto di vita, per gli adulti umiliati a essere inerti e a dover dipendere dai genitori o da altri. Non si può vivere a lungo senza sentirsi utili e autonomi. Il nostro sguardo di pastori non si è mai stancato di guardarvi e di scorgere i segni dei vostri disagi fisici, sociali, morali, emotivi. Le nostre forze si sono moltiplicate con l’aiuto di moltissimi, con le reti virtuose delle parrocchie, delle aggregazioni, dei volontari; con le nostre Caritas, gli Uffici per i migranti, la Pastorale del lavoro e della salute… L’Italia ha davvero una lunga e consolidata tradizione di capillare presenza e di intervento; è forte di una tradizione consolidata di volontariato – come ha riconosciuto il Santo Padre –; un volontariato nato e sostanziato per lo più dal Vangelo e dall’appartenenza ecclesiale.
Va in questa direzione la campagna ‘Liberi di partire, liberi di restare’: è un segno della Chiesa italiana, perché cresca la consapevolezza delle storie dei migranti, si sperimenti un percorso di accoglienza, tutela, promozione e integrazione dei migranti che arrivano tra noi, non si dimentichi il diritto di ogni persona a vivere nella propria terra.
Noi siamo figli di operai e non pochi hanno conosciuto disagi e ristrettezze nelle loro case. Il vostro mondo non ci è sconosciuto, per questo vi diciamo una parola con rispetto e umiltà: a voi, che soffrite nella carne preoccupazioni e pene. Il lavoro, la malattia, la fuga disperata da fame, guerra, persecuzione, la solitudine che uccide, il male di vivere, il traffico di esseri umani… e ogni forma di indigenza che compone la condizione umana, trovano eco nei nostri cuori che hanno ricevuto il sigillo del cuore di Gesù. A voi tutti rinnoviamo la nostra vicinanza concreta, sapendo che non è nelle nostre mani il sistema sociale. Continueremo però nella nostra missione, che è l’onore di annunciare la salvezza di Cristo e di partecipare al bene comune. Proprio questo orizzonte ci ha fatto prendere le distanze dal disegno di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento: l’abbiamo fatto a tutela del malato e dei suoi famigliari, e del loro rapporto con i medici, i quali non possono vedersi ridotti a meri esecutori.
5.         I nostri Sacerdoti
Un’ultima parola a voi, sacerdoti, che siete i nostri primi collaboratori ed amici! Vi rinnoviamo la nostra gratitudine e il nostro affetto di Padri e Pastori. Sono sentimenti, questi, non di circostanza, voi lo sapete! Né sono dettati primariamente dal fatto che ben poco potremmo fare noi senza di voi. Nascono piuttosto dalla coscienza di ciò che Cristo ha fatto in noi e di noi: una cosa sola con Lui, Sacerdote unico ed eterno. Ci ha sigillati con il sigillo del suo Spirito, configurandoci a Lui e permettendoci di deporre la nostra vita nelle Sue mani, così da dover agire nella sua stessa persona. E ci ha incorporati facendo di ognuno di noi un solo corpo con il rispettivo Vescovo, così che noi apparteniamo a voi come voi appartenete a noi: non possiamo concepirci isolati, figli di noi stessi, sacerdoti solitari. Non abbiamo da inventarci, ci ha inventati Cristo.
Da questo sguardo di appartenenza e di gratitudine muove anche il Sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente, che rende disponibile il frutto del lavoro collegiale che ci ha visti coinvolti nel recente passato per mettere a punto proposte qualificate e percorsi di comunione necessari a realizzarle.
Il nostro grazie, però, si invera anche per il generoso apostolato che si declina nella prossimità alla gente, nella fedeltà agli impegni sacerdotali, nella dedizione più forte degli anni, nell’obbedienza di fede. Voi siete così, e nessuna ombra – per quanto dolorosa – di limite o di peccato, potrà offuscare o infangare questa realtà. Continuate a starci vicini, così come noi desideriamo con voi, e aiutateci ad esservi Padri e Pastori: ciò è sempre possibile quando in ciascuno vi è umiltà – che è spazio d’amore – libertà da se stessi, amore a Cristo e alla Chiesa. In questo orizzonte, qualunque tentazione, difficoltà, presunzione, tutto si dimensiona poiché sbiadisce di fronte alla luce.
Cari Fratelli nell’Episcopato, accogliamo l’ora presente come dono di Dio, abbracciamola con il trasporto di Cristo buon Pastore. La Chiesa non ci garantisce la tranquillità, ma insieme a Gesù ci ripete: “Non temete… non vi lascio soli… io sono con voi”. Non ci nascondiamo le contraddizioni, l’avanzata del secolarismo e il rischio che l’umano si dissolva: “La creatura senza il Creatore svanisce” (Gaudium et spes, 36). L’uomo occidentale appare confuso e smarrito sulla proprio identità  e sul suo stesso destino. Ma dentro a questo groviglio, è presente una opportunità che – pian piano – emerge dalla coscienza distratta, si fa voce, si trasforma in attesa, diventa invocazione: è l’alba del risveglio! Ecco la grazia che non deve cogliere noi come Pastori assonnati, stanchi, inerti. Sì, è l’ora del risveglio della coscienza, il risveglio dell’anima. La confusione, l’angoscia diffusa possono indurre a una più intensa distrazione per paura di pensare, ma possono invece condurre a risvegliarsi e porre le domande decisive. Il risveglio sarà a volte timido e intermittente come la rugiada che penetra, a volte improvviso e tumultuoso come un fulmine. Ma il processo è iniziato e nessuno potrà fermarlo, perché l’uomo non può vivere a lungo senza verità. E pensare porta prima o poi a decidere, a scegliere. Su questo tornante, noi non possiamo mancare, come sentinelle del mattino, vigili e generose, pronte a indicare il nuovo giorno.
Cari Amici, concludo questi dieci anni con un profondo e commosso ringraziamento a ciascuno di voi: abbiamo camminato insieme, arricchendoci vicendevolmente. Ho sentito – crescente negli anni – la conoscenza nostra aumentare e impastarsi di stima, benevolenza e amicizia vicendevole. Tutto, allora, è diventato più facile e leggero, anche più bello. I momenti più delicati ci hanno aiutato a stringerci di più gli uni agli altri – come i discepoli sulla barca nel mare in tempesta – e guardare a Lui, il Signore, il Timoniere della Chiesa e della storia. E, sempre più uniti, abbiamo compiuto la traversata a cui l’ora ci chiamava. Come scrive il Santo Padre nel testo che ci ha consegnato ieri sera, è davvero questa condivisione di fondo “la via costitutiva della Chiesa, la cifra che ci permette di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio, la condizione per seguire il Signore Gesù ed essere servi della vita in questo tempo ferito”.
La Chiesa ci manda disarmati, araldi dell’amore in un mondo ferito dall’odio, profeti dello spirito in un mercato della materia, sentinelle attente che scrutano l’orizzonte, eredi di una tradizione viva e annunciatori di un futuro in un mondo senza ieri e senza domani, teso alla conquista del successo presente. Noi, insieme, continueremo a dire con umile audacia: debole è la nostra voce, ma fa eco a quella dei secoli. Voi tutti, uomini che ci ascoltate, la nostra gioia è la più grande di tutte: ha un nome e un volto, che riconducono alla Persona di Gesù Cristo.
Angelo Card. Bagnasco
                                                                             Arcivescovo di Genova
   Presidente della CEI



Basilica di San Pietro, 24.5.2017

Assemblea Generale della C.E.I.

OMELIA

“Insieme andare al largo”

Cari Confratelli nell’Episcopato, nel Sacerdozio e nel Diaconato

Cari Fratelli e sorelle nel Signore

1.         È sempre motivo di gioia celebrare l’Eucaristia nella Basilica di san Pietro, dove la presenza del Successore del Principe degli Apostoli è particolarmente viva. Ed è motivo di gioia celebrare insieme: portiamo nella preghiera i nostri preti e le comunità di cui conosciamo fatiche, preoccupazioni e speranze. E’ questo il primo atto di quella “carità pastorale” che prende la sua forma più alta ed efficace nel portare tutto e tutti nel sacrificio di Cristo.

L’Apostolo Paolo, nel libro degli Atti, ci dona un esempio, quasi un paradigma della nostra missione di araldi e maestri del Vangelo. L’episodio è noto, e siamo certi di indovinare l’amarezza di Paolo nell’essere rifiutato proprio nel cuore della predicazione cristiana. Ma tutto ci ammaestra.

2.         Mi piace vedere l’Apostolo come in mezzo a un mare vasto, esposto ad ogni vento, dove l’impresa appare difficile e forse impossibile. Atene – città cosmopolita – è attraversata da diverse culture e sensibilità, da costumi molteplici e dalle più disparate aspettative. Ma Paolo, recandosi all’ Areopago, si spinge al largo e confida. Non si lascia intimidire: sa che la sua missione è predicare a tutti senza cercare di compiacere: non cerca il consenso e il plauso, è fedele alla verità ricevuta. Il resto è di Dio. Tiene conto della situazione concreta dell’uditorio non per blandire gli uditori, ma per trovare l’appiglio, il punto di partenza. E lo trova nell’ara con l’iscrizione “al dio ignoto”. Riconosce la religiosità diffusa anche se confusa di quegli ascoltatori incuriositi o annoiati che lo ascoltano. E da quel punto parte per delineare alcuni tratti del Dio dell’universo: egli è il creatore, la vita, la libertà. E’ trascendente e vicino, è vicino ma non banale; è una vicinanza che si fa addirittura compagnia, anzi ci entra dentro in modo unico, poiché “in lui viviamo, ci muoviamo, esistiamo”! Ad ogni frase, la sua voce aumenta, come una vela al largo gonfiata dal vento, e

l’orizzonte si allarga a dismisura, ma nello stesso tempo non si allontana dall’esistenza anzi l’abbraccia, e dona una prospettiva che vince ogni solitudine e disperazione.

3.         Nel secondo passaggio, l’Apostolo entra decisamente nella storia della salvezza, aprendo così una prospettiva inaudita: la storia non nasce con noi, ci precede e ci genera. Non è una prigione, ci garantisce da tortuosità presuntuose e incerte. In questa storia, dove Dio é presente, l’uomo trova senso e speranza: anche il male e la sofferenza trovano misteriosamente uno sbocco. Il misterium iniquitatis – conosciuto dall’umanità di ogni tempo – vede uno spiraglio di luce. L’umanità non cammina nel buio assoluto: la luce di Dio penetra nella notte come da una finestra aperta. Ma - ecco il terzo passaggio - lo sguardo sulla creazione e sull’abbraccio universale di Dio, hanno il loro compimento nel Verbo Eterno, Colui che è risuscitato dai morti. E’, evidentemente, la parola più forte, decisiva e rischiosa per il predicatore: e il fallimento è immediato e bruciante, accompagnato dall’ironia!

4.         Cari Amici, non troviamo descritto anche il nostro tempo, la nostra condizione di missionari del Vangelo? L’Italia è lunga, come si dice, ed è vero, ma ciononostante troviamo non piccole somiglianze, tratti che sono di ogni tempo e di ogni luogo. Il Santo Padre ci invita a stare vicini alla nostra gente e, nello stesso tempo, a prendere il largo della missione, a riconoscere il bene ovunque senza confondere mai la parte con il tutto, a non lasciarci ridurre al silenzio, ad annunciare che Gesù è il Signore. Ci esorta a predicare il suo amore misericordioso, a proclamare la follia della croce che salva, a non temere lo scherno apostolico, ricordando che il grande protagonista è sempre lo Spirito Santo che ha i suoi tempi e le sue vie, e che conduce alla verità piena. Cristo ci ha chiamati ad una missione esaltante, che si scontra con la nostra piccolezza: aiutare i fratelli a intraprendere i sentieri della gioia evangelica.  Ci ha chiamati a riconoscere il Risorto: Gesù è venuto a noi come un uomo che viene da lontano, i cui passi appena appena si sentono. Questi passi si fanno poi più sicuri, finché non si comprende che essi sono la sua presenza. Ed è gioia! Questa attenzione, fatta di desiderio, la dobbiamo tenere desta nel nostro cuore, nel cuore del nostro clero e delle comunità: è un desiderio che spera contro ogni apparenza; che tiene spiegata la vela anche quando i venti sono contrari, e ci sembra di essere avvolti dal sonno del Risorto. Ma il Signore è sempre con noi, vuole solo che ci fidiamo di Lui: “Perché temete, uomini di poca fede?”.

5.         Tornano alla memoria le parole di sant’Agostino: “Voi seminate nelle lacrime, voi raccogliete nella gioia. Come avviene questo, fratelli miei? Quando l’agricoltore passa con l’aratro e getta il seme, talvolta il vento è glaciale, la pioggia l’ostacola. Egli scruta il cielo, lo vede oscuro, trema di freddo ma, ciononostante, intraprende la semina”. Anche noi andiamo avanti, coscienti che solo la certezza di compiere l’opera di Dio ci sostiene, e sapendo che nell’intimo delle anime esiste una singolare attesa, un bisogno di luce e di speranza, una voglia inconscia di verità e di bene. Sapendo che per essere scintille di gioia dobbiamo vivere davanti al roveto ardente che è Cristo; che per amare con il cuore di Dio è necessario lasciarci amare da Lui, e che lasciarci amare è così difficile, poiché si tratta di arrenderci senza condizioni! Cristo ci ha chiamati d essere dei ceri accesi, la cui vita si esprime in una fiamma d’amore e di servizio.

6.         Cari Amici, grazie per avermi permesso di presiedere questa Eucaristia: è un grande dono. E grazie per l’esempio, la parola saggia, l’amore alla Chiesa, che in questi dieci anni ho sempre visto in tutti e in ciascuno. Come ho già detto, è stato per me un grande onore e una grande grazia poter servire – come meglio ho saputo – la nostra Conferenza che ha il dono di un legame unico con il Vescovo di Roma, il Papa. Insieme abbiamo servito le nostre Chiese e il nostro amato Paese. Come sempre, ci affidiamo alla Vergine Maria, la grande Madre di Dio e della Chiesa.

                                                                                 Angelo Card. Bagnasco

                                                                                 Arcivescovo di Genova