Chiesa

Una sintesi della missione del Papa

foto Papadi GIOVANNI COPPA

Uno dei cardini della preparazione che abbiamo ricevuto nel seminario di Alba, soprattutto mediante l’op e-ra di un direttore spirituale della statura di monsignor Agostino Vigolungo — autore di opere larga-mente diffuse dedicate alla “formazione dei formatori” — è stato la fedeltà e l’amore al Papa: un amore viscerale per noi giovani, che vede-vamo in quegli anni immediatamen-te seguiti alla guerra l’inizio di una campagna sempre più virulenta contro il Sommo Pontefice, il quale fu perfino accusato di avere le mani macchiate di sangue.
Amare il Papa, in quei tempi ormai lontani, impor-tava una adesione vitale a lui, al suo ministero, alla sua missione. In questa testimonianza di amore era fortemente accentuato il rappor-to tra il Pontefice e l’Eucaristia, che ci veniva poi come sminuzzato nelle meditazioni. Il Papa, ci insegnava-no, è come l’ostia consacrata: è a di-sposizione di tutti, abbraccia tutti, non esclude nessuno, come Gesù eucaristico si mette totalmente nelle nostre mani, anche degli indegni e dei profanatori. I maestri ai quali si attingevano questi insegnamenti era-no di una statura spirituale che con-feriva loro un grande prestigio, e li rendeva a quel tempo ben noti an-che a molti di noi, ancora laici. Il primato era detenuto dal mo-naco benedettino Columba Mar-mion — poi beatificato da Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000 — con la sua grande trilogia; seguivano il teologo Frederick William Faber, il gesuita Léonce de Grandmaison, e soprattutto padre Silvio M. Giraud, missionario di Nostra Signora di La Salette, di cui divorammo la tradu-zione dell’opera Sacerdote e Ostia, pubblicata nel 1944 da Vita e Pen-siero. Sono opere datate, sì, ma non sarebbe male riprenderle in mano e magari ripubblicarle con una ripuli-tura stilistica moderna, perché han-no indubbiamente contenuto e spes-sore, come appare dalla citazione che mi permetto di fare: «Gloria e oscurità; potenza e servitù; beatitu-dine e afflizione: ecco Gesù nel SS. Sacramento, ed ecco pure il Suo Vi-cario, il Papa». Certamente, la ster-minata cultura teologica di Benedet-to XVI passa smisuratamente al di sopra degli orizzonti culturali di quel modesto momento dell’età po-stbellica che ho vissuto, e si è arric-chita da chissà quanti autori e titoli di opere. E infatti la temperie spiri-tuale del Papa, come abbiamo se-guito nei suoi documenti sull’Euca-ristia — soprattutto nell’esortazione apostolica Sacramentum caritatisdel 2007 — ha un’ampiezza teologica, spirituale e sociale che ben si adatta alle esigenze del nostro tempo, glo-balizzato anche negli studi. Ma re-sto convinto che quel pur limitato sottofondo teologico-spirituale, che ci ha dato abbondante linfa ideale negli anni del seminario, si accordi anch’esso tuttora con le parole e col pensiero di Benedetto XVI. Ed è il fascino e la commozione che ha suscitato in me il suo discor-so di commiato di mercoledì 27 feb-braio. È stato un saluto a tutta la Chiesa del mondo, la traccia del suo ministero petrino di questi ultimi e indimenticabili otto anni del suo pontificato, i motivi della sua decisa e sofferta rinuncia all’incarico da Dio affidatogli. E in quelle straordi-narie pagine, scritte e pronunciate per tutto il mondo, non mi è sfuggi-to, al di là del contenuto stesso del messaggio, il nesso profondo con cui Benedetto XVIvede nel ministe-ro di Pietro un ineguagliabile nesso con l’Eucaristia. Tutte le sue omelie hanno una caratteristica e insupera-bile ricchezza di senso, che sug-gerisce, come nelle opere dei Padri della Chiesa, accostamenti e oriz-zonti che vanno al di là del signifi-cato primo e constatabile del conte-sto. Quelle parole mi hanno fatto venire i brividi. Benedetto XVIha dato una gran-de definizione eucaristica del suo servizio alla Chiesa. Nel tratteggiare la sua totale espropriazione nel ser-vizio dell’uomo, parlava certo di se stesso. Ma non parlava forse anche dell’espropriazione di sé che Cristo opera nel sacramento eucaristico? Non parlava forse del non apparte-nere più a sé, ma solo a Dio, come l’ostia eucaristica che si dona e vive solo per gli altri, solo per noi? E, al tempo stesso, nell’accenno al futuro, non dava un’altra definizione “euca-ristica” di sé, non come avveniva nel passato, ma come ha cominciato a essere ora, e sarà nel futuro? Egli sarà come un’ostia che resta in of-ferta perenne presso Cristo crocifis-so. Quella autopresentazione è stata una grandiosa sintesi della missione del Papa, di ogni Papa, nella Chie-sa. Un’ostia che appartiene a tutti, un’ostia che si consuma nell’a m o re per il Crocifisso, nella Chiesa e per la Chiesa. Aveva ragione padre Giraud a scrivere queste ultime parole, che forse oggi ci paiono su di tono, ma sono profondamente vere: «Siccome Gesù Cristo non è meno presente nel Papa (benché in una maniera differente) che nel SS. Sacramento, l’unione col Papa è realmente il complemento dell’unione con Gesù Ostia, e un tal complemento, che dà all’unione con Gesù maggior sem-plicità umiltà e verità». Quella sem-plicità, quell’umiltà, che tutti abbia-mo ammirato nella figura e nell’opera di BenedettoXVI,e cheè sfolgorata l’11 febbraio nella decisio-ne di restare con noi pur nel lasciar-ci; una decisione che ha anch’essa profonde dimensioni eucaristiche. Questi riflessi eucaristici irradiati sulla Chiesa possono aiutarci a esse-re fedeli nella nostra costante pre-ghiera per lui, come per colui che Dio ci darà come suo successore, e successore di Pietro. Perché il Papa è Cristo in terra, sempre, ma specialmente oggi.

© Osservatore Romano - 7 marzo 2013