Nuovo perché fondato in Cristo

angelus-san-pietro-1Il progressivo affermarsi della co-scienza teologica e giuridica del primato della sedes apostolica (così la definisce Papa Liberio scrivendo a Eusebio di Vercelli nel 354) nei seco-li della tardoantichità e dell’alto me-dioevo, passa attraverso la complessa evoluzione della definizione del ministero petrino, il cui significato pare arricchirsi e illuminarsi proprio in occasione di ogni nuova elezione.
Così, dall’ingresso nel lessico cano-nistico della plenitudo potestatis di Leone I (445) all’auctoritas sacrata pontificumdi Gelasio I (494) l’idea di fondo di una funzione posta a servizio della «cura della Chiesa univer-sale» sarà la più grande àncora di salvataggio nelle tempeste delle lotte con i dominatori germanici prima e con la sempre più invadente autorità imperiale poi. Proprio nel corso del braccio di ferro con i carolingi si af-ferma la nuova prassi elettiva stabili-ta da un sinodo Laterano nel 769, che cercava di escludere l’i n g e re n z a del potere politico nella successione apostolica: il Papa deve essere scelto dal solo clero romano, senza alcun intervento dei laici, a cui spetta sol-tanto la ratifica per acclamazione, in una seconda fase. Tuttavia una Costi-tuzione romana dell’imperatore Lotario nell’824 (ratificata da un sinodo laterano nell’826 e ancora a fine se-colo da Giovanni IX, all’indomani del processo al cadavere di Papa Formoso) riuscirà ad avere ragione di questa esclusione reintroducendo la partecipazione attiva dei laici ro-mani nella scelta del Papa, che avrebbe dovuto essere consacrato al-la presenza dei legati imperiali depu-tati a ricevere il giuramento di fedel-tà all’imperatore da parte del neoe-letto. È bene ricordare come il tanto ci-tato decreto di Niccolò II ( p ro m u l -gato con la bolla In nomine Dominiil 13 aprile 1059) che riserva ai soli car-dinali vescovi l’elezione del Papa non sia che l’esito — più teorico e di principio che pratico — di un progressivo percorso di riaffermazione e garanzia, ad intraead extra, della libertas ecclesiae, passato per un consolidamento del rapporto con l’episcopato voluto da LeoneIX e risonante negli scritti di san Pier Damiani, così come nelle opere giuridiche di Burcardo di Worms e Umberto di Silva Candida. La riaffermazione del primato romano, anche nei confronti del doloroso scisma orientale del 1054, passava quindi formalmente at-traverso la rivendicazione della pote-stà elettiva a una parte del collegio cardinalizio che, stabiliva il decreto, ovunque fosse radunato «là sarebbe stata la Chiesa di Roma». Che l’obiettivo fosse ancora lonta-no dall’essere raggiunto, però, ci vie-ne segnalato dalla prima elezione av-venuta all’indomani della promulga-zione del decreto, quella di Alessan-dro II, resa possibile solo con il so-stegno delle armi normanne, ma so-prattutto dal caso di Ildebrando di Soana, imposto al soglio pontificio nel 1073 per acclamazione della folla (e non secondo le regole canoniche) con il nome di Gregorio VII, primo campione della lunga teoria di Papi giuristi e teocrati che guideranno la Chiesa medievale. Le fosche nebbie della lotta politica tra Papato e Im-pero non riuscivano evidentemente a far filtrare i raggi illuminanti della riforma se ancora nel 1179, dopo il consumarsi di scismi interni e l’avvi-cendarsi di Papi e antipapi, si sentì l’esigenza di riformare la disciplina elettiva in un concilio ecumenico, il III Lateranense, inaugurato dal cano-ne Licet de evitanda discordiacon cui si volle precisare la responsabilità esclusiva dell’intero collegio cardina-lizio (abolendo la distinzione tra cardinali vescovi e non), escludendo ogni forma di partecipazione del cle-ro e del popolo romano e stabilendo l’obbligo della maggioranza, tutt’og-gi vigente, dei due terzi dei presenti (a meno che non si fosse addivenuti a «unanime concordia»). Queste norme furono effettiva-mente efficaci per garantire elezioni rapide, in momenti difficili per la Chiesa, ma soprattutto legittimarono l’adesione al nuovo modello giuridi-cizzato di Chiesa della matura età medievale: parte della storiografia fa risalire all’8 gennaio 1198 la prima autosegregazione volon-taria dei cardinali, riuniti nell’antico edificio impe-riale di Settimio Severo, il septizonium, per elegge-re il trentasettenne cano-nista InnocenzoIII, allie-vo di Uguccione, che da un lato portò alla massi-ma estensione la forza della “pienezza della potestà” papale ma dall’altro — in con-tinuità con la feconda tradizione dei pontificati medievali — mostrò una lungimirante attenzione nei confron-ti della religiosità popolare e dei na-scenti movimenti pauperistici (fu lui a concedere la facoltà della predica-zione itinerante a san Francesco). Proprio in occasione di un sermo-ne pronunciato nel primo anniversa-rio della propria elezione (22 feb-braio 1199) Innocenzo III, che rende-rà stabile l’utilizzo per sé e i suoi successori del titolo di vicarius Chri-sti, definirà le fasi del perfeziona-mento dell’elezione papale utilizzan-do l’allegoria nuziale del matrimonio mistico tra il Papa e la sua Chiesa, mentre Innocenzo IV completerà l’identificazione del papato con la sede romana nella costituzione Quia f re q u e n t e r (1246): «Dove è il Papa, lì è Roma». Il processo di transizione al siste-ma di elezione attuale si completa dopo il famoso e famigerato concla-ve di Viterbo, apertosi il 28 novem-bre 1268 e terminato solo il 1° set-tembre 1271 con l’elezione di Grego-rio X. Fu a seguito della tormentata e inconcludente clausura nel palazzo pontificio (dapprima volontaria, poi coartata dal podestà Corrado di Al-viano) del collegio cardinalizio, tra cui «grandissimo era il disaccordo», che i cittadini viterbesi giunsero i primi di giugno del 1270 a scoper-chiare parte del tetto sovrastante le camere dei cardinali per affrettare l’elezione che avrebbe tardato a ve-nire ancora più di un anno e che si sarebbe risolta in realtà con un com-promesso, cioè con la scelta del nuo-vo Papa affidata a soli sei cardinali. Come è ovvio il neoeletto provvi-de subito a regolamentare le elezioni con la costituzioneUbi periculumvo-tata il 7 luglio 1274 dal II concilio di Lione e che resta a oggi la prima (ecco il tanto ricercato “primato”) disciplina ufficiale del conclave: do-po un periodo di dieci giorni dalla morte del Papa, i cardinali avrebbero dovuto riunirsi in un luogo chiuso «con la chiave» la cui inviolabilità deve essere garantita dal cardinale Camerlengo e lì condurre vita in co-mune, senza contatto alcuno con l’esterno a pena di scomunica. Trascorse tuttavia quasi un ven-tennio, tra sospensioni e reintrodu-zioni, prima che la nuova normativa trovasse effettiva applicazione. E se, a causa di una sospensione dellaUbi periculum, per eleggere Celestino Vci vollero ventisette mesi di conclave, la riconferma del provvedimento da questi operata con la bollaQuia in futurum (28 settembre 1294) e l’estensione dell’efficacia anche al ca-so di re n u n t i a t i o papale permisero al suo successore Bonifacio VIIIdi ad-divenire alla contestata elezione in meno di ventiquattr’ore (24 dicem-bre 1294). E non si deve dimenticare che pure in questo momento di forte contestazione giuridica della validità dell’elezione di Benedetto Caetani, la continuità del papato romano non fu mai messa in discussione, neppu-re da un accanito oppositore come Dante pronto al contempo a dichia-rare spiritualmente la sede vacante per indegnità (P a ra d i s o , XXVII, 22-27) così come a difenderne la legitti-mità nella successione apostolica (P u rg a t o r i o , XX, 86-90). Ma l’elezione di BonifacioVIIIse-gnava già il passo al contempo al culmine e al tramonto di una certa icona dell’ecclesiologia ierocratica che doveva ora attraversare le grandi tempeste della cattività avignonese e dello scisma d’Occidente, in cui la concezione plurisecolare della “pie-nezza della potestà” papale, sulla scia delle riflessioni del Defensor pa-cis di Marsilio da Padova, sarebbe stata messa in discussione in favore della stessa negoziazione dell’attri-buzione divina dell’autorità con il potere imperiale. L’ostinatezza di Urbano VI, che neppure l’invito di santa Caterina da Siena a fare dei cardinali le «vere colonne che aiutas-sero a sostenere il peso delle molte fatiche» riuscì a piegare, aprì quella grande frattu-ra che consumò la Chiesa occidentale per quasi un quarantennio, tra Papi e antipapi irregolarmente eletti dai concili (l’ultimo fu Felice V nel 1440) e teorie collegiali concilia-riste che a Costanza ten-tarono di imporre un nuovo modello ecclesiale proprio intervenendo sulla disciplina elettiva. Secondo il decreto Ad lau-dem del 30 ottobre 1417, il Papa avrebbe dovuto essere eletto dai ven-tidue cardinali presenti e da sei rap-presentanti per ognuna delle cinque nazioni partecipanti al concilio. Il fallimento del conciliarismo e la riunificazione della Chiesa romana erano pronte a essere consegnate alla modernità: l’appannamento dell’uni-versalismo delle due autorità sovra-statuali, Chiesa e Impero, in favore dell’ascesa degli Stati nazionali e la nuova cesura teologica e istituziona-le operata dall’antigiuridicismo della Riforma protestante dovevano far emergere da un conclave di soli due giorni (il primo privo di capitolazio-ne elettorale) il settantasettenne Pao-lo III Farnese (1534-1549), ideatore e primo attuatore del programma della Riforma cattolica portato avanti con il concilio di Trento. Tuttavia lo stes-so rinnovamento tridentino, operato dalla feconda sinergia tra una ridefi-nizione canonistica delle istituzioni ecclesiali quanto dell’espressione di una pietà laicale e della santità che da Ignazio di Loyola e Teresa d’Avi-la giunge fino a Giovanni della Cro-ce, Carlo Borromeo e Filippo Neri, sarebbe stato travolto, nello spazio di due secoli, dalle ondivaghe cor-renti giurisdizionaliste e illuministi-che che, dopo la Rivoluzione france-se e la temporanea occupazione di Roma nel 1798 parevano aver dissol-to il nesso di continuità del papato ro m a n o . «Il papato non è altro che lo spet-tro del defunto impero romano assi-so sulla sua tomba con la corona in mano» chiosava Thomas Hobbes nel Leviatanoa cui faceva eco il sem-pre caustico, ma realista, Voltaire: «il Papa è un idolo a cui si legano le mani e si baciano i piedi» (Le Sotti-s i e r, 1880, postumo). L’anticlericali-smo liberale ottocentesco e la prepa-razione della debellatio dello Stato pontificio del 20 settembre 1870, pur in una controinterazione involonta-ria, avrebbero ancora consentito e stimolato una riflessione sulla fun-zione petrina: dalla sottolineatura del verticismo papale del Sillabodi Pio IX (1864) a una più matura e ar-ticolata ridefinizione dell’«intera pie-nezza della suprema potestà» conte-nuta nella costituzione Pastor aeter-nusdel concilio VaticanoI (18 luglio 1870). L’immagine della societas iuridice perfecta che il VaticanoI andava ela-borando non fu però così in contra-sto come si potrebbe credere con il rinnovamento voluto del VaticanoII: il conclave apertosi durante i lavori conciliari dopo la morte di Giovanni XXIII(come già era accaduto a Co-stanza nel 1417, nel corso del Latera-nense V e quattro volte durante il Tridentino) elesse Papa il 21 giugno 1963 Giovanni Battista Montini, il quale già nel 1965 ricordava ai cardi-nali di essere «uniti al primato del Papa da un fortissimo legame di ne-cessità, poiché per legge canonica spetta a loro il diritto di eleggere il successore di Pietro»; gli esiti della legislazione postconciliare si consoli-deranno nei due documenti che re-golano l’elezione papale: il motupro-prio Ingravescentem aetatem del 21 novembre 1970 e la costituzione apo-stolica Romano Pontifici eligendo, del 1° ottobre 1975 che accoglie, nella continuità teologica ed ecclesiologica del papato stesso, l’istanza parteci-pativa della Chiesa alla scelta della sua guida: «Così l’elezione del nuo-vo pontefice non sarà un fatto isola-to dal Popolo di Dio e riguardante il solo collegio degli elettori, ma, in un certo senso, un’azione di tutta la Chiesa». Le istanze di Paolo VI sono poi state sostanzialmente recepite e con-fermate nella costituzione U n i v e rs i dominici gregisdi Giovanni PaoloII (1996) e nel motuproprio De aliqui-bus mutationibus di Benedetto XVI (2007) ulteriormente integrati dalle disposizioni del motuproprio Nor-mas nonnullasdel 22 febbraio 2013. Dunque da sempre la Chiesa eleg-ge — tramite i cardinali, per tradizio-ne «parte del corpo del Papa» — il suo Papa e il Papa esprime la Chiesa che lo ha eletto. Ogni neo-eletto re-ca in sé, pur nella continuità della successione apostolica, un’originalità magisteriale, un nuovo modello di Chiesa che è chiamato a servire e guidare come sommo Pastore nella piena libertà di esercizio dei tria mu-n e ra (docendi, re g e n d i , sanctificandi), in comunione con il collegio episco-pale: «La consacrazione episcopale conferisce pure, con l’ufficio di san-tificare, gli uffici di insegnare e go-vernare; questi però, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col capo e con le membra del collegio» (Gau-dium et spes, 21). La costituzione sul-la Chiesa del Vaticano II risalda i due percorsi che spesso, nel corso dei secoli, la storia aveva disgiunto: «Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si conce-pisce unito al Pontefice romano, suc-cessore di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli. Infatti il Romano Pontefice, in forza del suo Ufficio, cioè di Vi-cario di Cristo e Pastore di tutta la Chiesa, ha su questa una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente» (Gaudium et spes, 22). Il nesso tra il fondamento sacramentale del mini-stero papale e la sua funzione giuri-dica di governo trova evidentemente la propria sintesi nell’elezione cano-nica che conferisce un ruolo giuridi-co primaziale a un cristiano ordinato vescovo con un atto sacramentale. Ma allora quale “nuovo” Papa per quale “nuova” Chiesa? Il sopravveni-re della «società liquida» e della globalizzazione anche del fenomeno religioso consegna all’oggi la sfida dell’applicazione dei princìpi della tradizione confluiti nel Vaticano II e oggi messi a rischio dalla base irri-nunciabile dell’autosussistenza indi-vidualistica e soggettivista della sen-sibilità postmoderna. Lo scollamento tra coscienza individuale dei credenti e magistero morale della Chiesa, la defezione giovanile nella frequenza ai sacramenti, la difficile armonizza-zione dell’applicazione dei princìpi postconciliari con la dilagante cultu-ra secolarizzata, la sfida dell’incultu-razione delle Chiese dell’Africa, la crisi istituzionale e vocazionale, la prosecuzione del dialogo interreli-gioso e del cammino dell’ecumeni-smo non sono — non tutti — banchi di prova “nuovi” che il papato con-segnatoci dal settantacinquesimo conclave dovrà affrontare: la storia ce lo insegna. Nuovo, ma di quella “novità” che ha fondamento in Cri-sto, primo e unico pastore della Chiesa, che fa «nuove tutte le cose» (Ap o c a l i s s e , 21, 5) potrà essere il primato del nuovo successore di Pietro, un primato della carità, «che non avrà mai fine» (1 Corinzi, 13, 8).

© Osservatore Romano - 134 marzo 2013


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