Chiesa

Lodi a Paolo per la gloria di Pietro

pietro-e-paolo-bacio-santodi CARLO CARLETTI
Prima del pontificato di Damaso il problema del primato della Chiesa di Roma, nella sua connota-zione giurisdizionale e di-sciplinare, non sembra di per sé costituire materia di approfondimento teologico o di dibattito dottrinale. Esso viene progressivamente affermandosi nei fatti prima ancora che nella teoria e la prima tappa di questo percorso può essere in-dicato — al tempo di Papa Giulio (337-352) — nell’ap-pello al padre nelIII ca-none del concilio di Ser-dica (343).
Un successivo sviluppo, anche sul piano della definizione for-male, si registra nel corso del Pontificato di Liberio (352–366), che per la prima volta, in una lettera a Eusebio di Vercelli usa l’e s p re s s i o n e sedes apostolica per definire la Chiesa di Roma. In questo panorama ideolo-gico-religioso il pontificato di Damaso segna un momento fonda-mentale, anche perché è in questo periodo che si possono cogliere i primi tentativi di concettualizzare e istituzionalizzare il problema. Il fon-damento teologico del primato del vescovo di Roma come successore di Pietro e dunque della sede romana, come espressamente sottolineato nel III capitolo del cosiddetto Decreto Gelasiano, viene riconosciuto nel passo diMa t t e o «tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chie-sa» (16, 17–19). È sempre poi l’orizzonte petrino — come già definito nel concilio di Nicea del 325 — che costituisce il re-ferente primario del ruolo di premi-nenza, dopo Roma, delle antichissi-me sedi di Alessandria e di Antio-chia: la prima perché «a nome del beato Pietro è stata consacrata dal suo discepolo ed evangelista Marco» (Patrologia Latina, 19, col. 794), la seconda «per il fatto che egli [Pie-tro] vi abitò prima di venire a Roma e lì per la prima volta sorse il nome di cristiani per il popolo nuovo»: et illic primum nomen Christianorum no-vellae gentis exortum est (P a t ro l o g i a Latina, 19, col. 794). Queste premesse chiariscono come nel corso dell’episcopato damasiano l’espressione sedes apostolica avesse ormai assunto funzione “tecnica”, implicitamente espressiva di un ef-fettivo potere giurisdizionale della sede romana, riconosciuto non solo dagli Occidentali ma anche da quel-le Chiese Orientali tradizionalmente legate a Roma, come in primo luogo Alessandria e Antiochia. In questa strategia, tenacemente perseguita da Damaso, riemerge la figura di san Paolo che, rimasta in ombra soprattutto durante il Pontifi-cato di Giulio, viene riproposta co-me valore sostanziale aggiunto per il consolidamento della sede romana. Il richiamo all’Apostolo delle genti, in un’epoca in cui andavano defi-nendosi le gerarchie delle sedi epi-scopali, consentiva di sgombrare il campo da qualsiasi rivendicazione che, almeno in linea di principio, la Chiesa di Antiochia avrebbe potuto legittimamente avanzare in relazione alla priorità della presenza petrina. Damaso, in tale contesto, oltre che con la solenne iscrizione della via Appia congiuntamente destinata alla coppia apostolica definita nova sidera (Epigrammata Damasiana, rec. et adn. Antonius Ferrua, Città del Vati-cano 1942, n. 20), ripropone alla co-munità romana la storia di san Paolo con una seconda composizione, que-sta volta non destinata a versione epigrafica. È un lungo elogio in esa-metri di 26 versi, pervenutoci per tradizione indiretta, che trova la sua testimonianza più autorevole nel ce-lebre Codex Fuldensis — redatto tra il 514 e il 546 — nel quale occupa l’ulti-mo foglio dopo l’Ap o c a l i s s e , mentre in tutti gli altri numerosissimi codici dei secoliVIII-X, e in particolare in quelli della famiglia ispanica, è sem-pre preposto — in funzione di prefa-zione — al corpus dell’epistolario paolino. Questa biografia spirituale in versi — evidentemente oscurata dalla fama e dalla piena visibilità pubblica ac-quisite nel tempo dagli elogia mar-tyrum epigrafici composti dello stes-so Damaso — è rimasta sostanzial-mente nell’ombra anche nell’ambito della ricerca storica e letteraria. Ma non v’è dubbio che i versus in bea-tum Paulum Apostolum — con questo titolo sono tramandati dal codice fuldense — meritano più di qualche attenzione, perché si propongono come esito diretto e coerente dell’azione, anche letteraria, di Damaso in direzione del consolidamen-to del primato della sede romana. La composizione si articola in tre parti. Damaso apre con un prologo (vv. 1–7) che entra subito nel vivo di una storia di conversione fin dalla sua necessitante premessa, e dunque procede dal Paolo ebreo, ancora cieco, persecutore dei cristiani: «Un tempo Saulo seguendo gli insegna-menti dei suoi maestri, volendo pre-porre le leggi della tradizione al Si-gnore e negando che i santi profeti avessero prefigurato Cristo, con con-tinue violenze bramava sgominare i fedeli. Mentre — come un cieco — disperde le legittime assemblee della santa madre [della Chiesa], meritò dopo le tenebre di conoscere la luce: spronato, provò cosa potesse la glo-ria di Cristo». È la sintesi, com-pressa in unità poetica, di una “p re i s t o r i a ” esistenziale e spirituale, come fissata ne-gli Atti degli apostoli e nelle Epistole paoline. La seconda parte — che è la più estesa (vv. 8–24) — si sviluppa so-stanzialmente in forma di elogio celebrativo. Si apre con l’immagi-ne concretamente pre-gnante dell’ap ostolo che riceve — «nelle orecchie» — la parola e la luce del Signore (auri-bus ut domini vocem lucem-que recepit): è la nascita di una persona nuova, signifi-cata anche formalmente dal mutamento del nome da Saulo a Paolo. L’immediatezza di un cam-biamento radicale, del possesso «mi-racolosamente» acquisito della «vera conoscenza» (verum lumen)e del conseguente affidamento della mis-sione, delinea Paolo come «testimo-ne vivente» (martyr), chiamato ad annunciare la verità ai gentili e ai giudei, gentibus ac populis iussus prae-dicere vera: «Dopo che mutato il no-me, scelse quello di Paolo — cosa meravigliosa a credere — i m p ro v v i s a -mente trasportato oltre l’etere, meri-tò di conoscere quanto valesse il pre-mio di quella vita. Rapito come te-stimone, ascese ai misteri di Cristo (conscendit raptus martyr pene-tralia Christi): la terza sfera del cielo, il paradiso, lo accol-se. Si compiace del colloquio con il Signore e, conservate per sé le cose segrete, riceve il comando di annunciare la veri-tà alle genti e al popolo, di pe-netrare nel profondo del mare [della vita] e notte e giorno leg-gervi dentro, quando già gran cosa sarebbe stato vivere ritirato». La terza parte della composizione (vv. 19–22), si apre con una enfatica descrizione, immaginifica e cruenta nel più puro stile damasiano, delle sofferenze subite dall’apostolo: «Le sferze, i ferri, la fame, le pietre e le fiere rabbiose, lo squallore del carce-re, le verghe i tormenti, le catene, il naufragio, le lacrime, i letali veleni del serpente: non temette di portare sul suo corpo il marchio di Cristo (stigmata Christi) e insegnò ai cre-denti che potevano vincere la morte. Degno dell’amore di Dio vive mae-stro nei secoli». Il sigillo finale che chiude la com-posizione (vv. 25–26) assume caratte-re di vera e propria celebrazione, seppure formalmente modulato con un registro apparentemente collo-quiale. Qui Damaso parla in prima persona, dichiarandosi implicitamen-te esclusivo e privilegiato dedicante: «O beatissimo dottore, o santo, — lo confesso — con questi versi in breve ho voluto mostrare i tuoi trionfi»: e qui il tuos mostrare triumphos traduce perfettamente l’intenctio auctoris, la strategia sottesa alla composizione. L’Apostolo delle genti, già ricono-sciuto — assieme a Pietro — civis ro-manusin virtù del martirio subito a Roma, costituiva un forte valore ag-giunto per consolidare il primato della sede romana: i fedeli che si re-cavano nella basilica Apostolorumdel-la via Appia potevano leggere quan-to già aveva dettato Damaso in una monumentale iscrizione lapidaria (Roma suos potius meruit defendere ci-ves), che in definitiva ufficializzava ed estendeva il patrimonio di devo-zione, già sedimentatosi dalla metà del III secolo nell’ambito della co-munità romana: lo indicavano e lo indicano tuttora centinaia di iscrizio-ni a sgraffio tracciate in un caratteri-stico luogo di incontro (la cosiddetta triclia), dove i fedeli si recavano per manifestare la loro devozione alla coppia apostolica. Nell’intera composizione il refe-rente prioritario sul piano concettua-le e formale — accanto agli Atti degli apostoli — è senza alcun dubbio l’epistolario paolino, che emerge co-stantemente tra le righe del dettato damasiano con riprese e allusioni talmente frequenti da legittimare pienamente la felice considerazione di Ferrua che «Damaso altro non fe-ce che lodare Paolo con le stesse pa-role di Paolo» (Epigrammata Dama-siana, p. 83). L’acquisita societas beatissimi Pauli trovò formale e solenne ratifica nel concilio del 382, laddove alla men-zione del passo diMa t t e o (16, 17–19) seguiva senza interposizioni la di-chiarazione addita est societas beatissi-mi Pauli, vasi electionis,«il quale di-versamente da quanto vanno grac-chiando gli eretici (sicut haeretici gar-riunt), a Roma assieme a Pietro (cum P e t ro ) fu coronato da una morte glo-riosa in una stessa circostanza e in uno stesso giorno al tempo di Cesa-re Nerone» (Patrologia Latina, 19, coll. 793-794). Il fondamento della Chiesa di Ro-ma, già espresso alla fine del I secolo da Clemente Romano con l’immagi-ne “delle due colonne”, è riproposto da Damaso attraverso due diversi ma complementari vettori di comu-nicazione: l’uno affidato all’iscrizio-ne della basilica apostolorum sulla via Appia e dunque esposto in un edifi-cio pubblico alla visibilità e alla frui-zione della collettività, l’altro invece consegnato a una composizione let-teraria molto più estesa e complessa e quindi riservato a una fruizione culturalmente elitaria, la sola che — almeno in teoria — poteva accedere al possesso e alla lettura di un codex.

© Osservatore Romano - 10 - 11 - dicembre 2012

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