Chiesa

La Chiesa mezzo secolo dopo

card jean louis tauranPubblichiamo ampi stralci di una conferenza tenuta dal cardinale presi-dente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso nell’ambito del convegno «La France et le Concile Vatican II» che si è svolto presso il Centro di archivi diplomatici a La Courneuve.

di JEAN-LOUIS TAURAN

Sono arrivato a Roma nell’ottobre 1963, per studiare all’Università Gregoriana. Il pontificio seminario francese accoglieva allora più della metà dei vescovi francesi che partecipavano al concilio e per favorire l’ospitalità eravamo in due per ogni camera. Devo dire che, durante le sessioni conciliari, lo studio e il raccoglimento risentivano un po’ di quel sovraffollamento.
Eravamo comunque testi-moni della libertà interiore di quei vescovi che erano indubbiamente consapevoli della grandezza degli eventi di cui erano i protagonisti, pur non osando “p re v e d e re ” quello che sarebbe stato “il dopo-con-cilio”. Ho conservato una cartolina che il mio arcivescovo, il cardinale Paul Richaud, alla fine dei lavori conci-liari mi aveva inviato a Beirut, dove svolgevo il servizio militare. Mi scriveva: «Il concilio si è appena concluso e sono tornato a Bor-deaux. Come mi dispiace che lei non sia potuto stare con noi per la chiusura: il trionfo della santa Chiesa». Una cosa era certa: Papa Giovanni XXIII aveva specificato bene che il concilio non aveva co-me fine quello di disprezzare il mondo moderno, di lamentarsi di ciò che andava male, ma doveva più in generale «utilizzare la medi-cina della benevolenza piuttosto che quella della severità», evitando il più possibile «il linguaggio della condanna». «Il concilio — disse — vuole tra-smettere pura e integra la dottrina cattolica, senza attenuazioni o tra-visamenti (...) Ma nelle circostanze attuali il nostro dovere è che la dottrina cristiana nella sua interez-za sia accolta da tutti (...) Bisogna che questa dottrina certa e immuta-bile, alla quale è dovuto ossequio fedele, sia esplorata ed esposta nel-la maniera che l’epoca nostra richiede. Altra è la sostanza del depo-situm fidei(...) ed altro è il modo in cui vengono enunciate» (allocuzio-ne dell’11 ottobre 1962). Durante le sessioni, gli studenti del seminario si recavano spesso al centro culturale Saint-Louis per ascoltare le conferenze di padre Congar, di padre Chenu o di mon-signor Haubtmann. Ci rendevamo allora conto della differenza che c’era tra ciò che ci veniva insegnato alla Gregoriana e le idee che ger-mogliavano nell’aula conciliare. Dal 1960 al 1969 monsignor Pao-lo Bertoli fu nunzio in Francia. Un nunzio attento e cordiale. Fin dal mio arrivo nel Consiglio per gli Af-fari Pubblici della Chiesa, nel lu-glio 1983, mi invitò a incontrarlo per ascoltare le mie impressioni sul-la situazione in Libano, dove avevo appena servito per quattro anni nella nunziatura apostolica. Amava quel Paese dove era stato nunzio apostolico. In quegli incontri mi parlò spesso della sua missione a Parigi. Fu così che mi raccontò che il capo dello Stato, il generale de Gaulle, era solito invitarlo due vol-te all’anno a pranzare con lui. Fu durante uno di quegli incontri che il generale gli confidò che, a suo parere, il concilio Vaticano II era l’evento più importante del XXse-colo, non solo per la Chiesa ma per il mondo, per i valori offerti al mondo (libertà, giustizia, pace), ma anche per il coraggio di fare un esame di coscienza. In questo cam-po nessuna società umana era an-data così lontano. Comunque sia, tutti ammettono che il Vaticano II è stato l’evento religioso più importante del XXse-colo. Duemilaottocento vescovi hanno accettato di considerare in-sieme come guidare la Chiesa in modo più collegiale. Hanno adottato un atteggiamento di benevo-lenza nei loro rapporti con il mon-do: bastava rammentare il principio della libertà religiosa, l’opp ortunità di un dialogo ecumenico e del dia-logo interreligioso. Come non ri-cordare i messaggi che i padri con-ciliari hanno rivolto alla fine del concilio: ai governi, agli uomini del pensiero e della scienza, agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai poveri, ai malati, a tutti coloro che soffro-no, ai giovani. Yves Congar ha spiegato bene che cosa distingue un concilio da un resoconto scritto dell’episcopa-to: «La forma sinodale è molto più di una consultazione, è una comu-nione». D’altronde lo stile dei do-cumenti conciliari è rivelatore. Le parole che appaiono più spesso non sono parole di condanna, ma di benevolenza: «fraternità, coope-razione, amicizia, collaborazione, dialogo, collegialità». Certo, sono parole che appartengono al tesoro della Chiesa, ma che sembravano risuonare per la prima volta nella navata della basilica di San Pietro. A dire il vero, alla fine del concilio, nel 1965, regnava un clima di ottimismo come era accaduto nella fase preparatoria dal 1959 al 1962: si credeva a un per-corso lineare, senza di-scontinuità, senza ritorno al passato. Giovanni XXIII non aveva infatti parlato di «primavera» della Chiesa e di «nuova Penteco-ste»? In realtà, il dopo-concilio ha indubbiamente conosciuto un rin-novamento, ma anche molte derive. Per il cristiano comune o per l’os-servatore disinteressato il primo ef-fetto visibile di quel concilio sono stati i cambiamenti in materia di li-turgia (uso della lingua vernacola-re, sacerdote rivolto verso l’assem-blea, importanza conferita alla li-turgia della Parola). Cinque anni prima sarebbe stato impensabile. In una conferenza pronunciata nel 1992, il cardinale Joseph Ratzinger identificava tre fasi del dopo-concilio: una prima fase di euforia (1965-1968), un periodo di delusione (1970-1980) e un periodo di sintesi, a partire dal 1990. Quali sono i risultati positivi ge-nerati da questo concilio? Ci sono sicuramente la (ri)sco-perta della Bibbia letta nelle lingue moderne, soprattutto nell’ambito della liturgia rinnovata, e una visio-ne della Chiesa quale popolo di Dio, dove accanto alla gerarchia tutti i battezzati sono chiamati a essere membri attivi. La caratteristi-ca principale di questo concilio è che non venne convocato per risol-vere problemi ma per essere una celebrazione della Chiesa nel mon-do e per il mondo. Per la prima volta nella storia, i cattolici veniva-no invitati a instaurare relazioni cordiali con i cristiani non cattolici e addirittura a pregare con loro: la Chiesa entrava in dialogo con altre Chiese. Per la prima volta il Magi-stero riconosceva che la santità si poteva trovare anche nelle altre re-ligioni e che queste potevano ap-portare «un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (No-stra aetate, n. 2). Certo, già nel II secolo, Giustino aveva parlato dei «semi del Verbo» sparsi ovunque nel mondo, ma la sua dottrina era stata in parte dimenticata. A tale proposito, permettete che il presidente del Consiglio per il Dialogo Interreligioso ricordi che la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristia-ne (Nostrae aetate) non è stata adot-tata facilmente. Ha persino rischia-to di essere ritirata dall’agenda, mentre era stato lo stesso Giovanni XXIII a inserirvela. In una prima versione, il testo affrontava solo il tema della responsabilità dei cri-stiani di fronte alla Shoah, il che suscitò obiezioni per motivi teolo-gici e politici: un documento sugli ebrei non sarebbe stato interpreta-to, nei Paesi arabi, come una tappa verso il riconoscimento dello Stato d’Israele da parte della Santa Se-de? Fu necessario assicurare che la Nostra aetatenon aveva nulla a che vedere con Israele perché alla fine il documento fosse adottato, dopo averlo però allargato ad altri grup-pi religiosi, in particolare ai musul-mani. Quei musulmani che siamo invitati a conoscere meglio e a capi-re meglio per «difendere e promuo-vere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (ibidem, n. 3). Noto en passant che pochi de-creti del concilio risultano altrettan-to opportuni dopo quanto accadu-to l’11 settembre 2001. Questo testo conferisce ai cattolici un ruolo par-ticolare di attori della riconciliazio-ne nell’attuale situazione interna-zionale. A tale proposito, Benedet-to XVIsta rendendo un servizio im-menso alla causa del dialogo inter-religioso, con i suoi gesti, le sue vi-site e i suoi discorsi. Gli ambiti che da cinquant’anni mobilitano i responsabili della Chiesa sono stati dunque la liturgia e la catechesi. La liturgia per prima, in quanto è il pri-mo ambito istituzionale in cui la Chiesa si esprime: modificare la liturgia vuol dire modi-ficare l’idea che abbia-mo di Dio, del sacerdo-te e della Chiesa. Non meraviglia che sia di-ventato un campo di battaglia. Nella liturgia si sono scontrati i diversi modi d’i n t e n d e re i ministeri, la partecipazione alla vi-ta della Chiesa, la concezione della Chiesa come popolo di Dio, le re-lazioni della Chiesa con il mondo e con gli altri cristiani. Poi la catechesi, ambito simboli-co per eccellenza, ambito di forma-zione e di trasmissione. Anch’essa generò molte battaglie che ebbero inizio in Olanda. Fu necessario at-tendere il 1992 per avere il Catechi-smo della Chiesa cattolica. Bisogna però menzionare anche un terzo tema che mobilitò la Chiesa del dopo-concilio, il gover-no: la figura del Papa e il ruolo della curia romana, la figura del parroco e della parrocchia. Con il Vaticano II e l’affermazione della collegialità, l’istituzione del Sinodo dei vescovi, la creazione delle Con-ferenze episcopali, la valorizzazione dei consigli e dei sinodi diocesani hanno posto in modo radicale la questione dei rapporti della Chiesa locale con la Chiesa universale. Questi cambiamenti sono stati presentati all’opinione pubblica grazie ai media. Durante il concilio, giornalisti specializzati nell’informazione religiosa non hanno so-lo informato ma talvolta hanno an-che influenzato, anzi condizionato, i vescovi e gli esperti. Come non ri-cordare quanto dichiarato dalla co-stituzione dogmatica Lumen gen-tium: «Esistono legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità, tute-la le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudi-chi l’unità, ma piuttosto la serva» (n. 13). Il Vaticano II è il pri-mo concilio ad avere po-sto in modo sistematico la questione dei rapporti della Chiesa con le co-munità cristiane separate e con le religioni non cristiane. Si capisce allo-ra perché la costituzione Lumen gentiuminizi defi-nendo la Chiesa come sacramento, «ossia il se-gno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n. 1). Il valore di un conci-lio non si basa tanto sui decreti quanto sulla loro applicazione. Paolo VI, Giovanni Paolo II e Be-nedetto XVIhanno avuto il coraggio di mantenere questa rotta. La riforma liturgica; la pubblicazione di un nuovo codi-ce di diritto canonico (1983); la convocazione di assemblee sinoda-li; l’impulso dato alle Conferenze episcopali; l’importanza attribuita alle Chiese locali (sinodi diocesa-ni); l’aumento delle relazioni diplo-matiche della Santa Sede; la pro-mozione del laicato; l’immagine più fraterna del sacerdote; il dialo-go ecumenico; il dialogo interreli-gioso: tutto ciò è frutto del concilio Vaticano II. Ma molti ostacoli e cedimenti hanno oscurato il quadro: la secola-rizzazione e il consumismo, che hanno favorito l’indifferenza reli-giosa e contribuito a ridurre il nu-mero dei praticanti; la contestazio-ne interna alla Chiesa tra conserva-tori a oltranza e fautori di un rin-novamento troppo rapido; la defe-zione di numerosi sacerdoti, religio-si e religiose; la diminuzione delle vocazioni; l’instabilità politica di molti Paesi. Poi, nel 1978, soprag-giungono inattese l’elezione a Som-mo Pontefice dell’arcivescovo di Cracovia e nel 1989 e la riapertura dei Paesi del Centro e dell’Est dell’Europa. Giovanni PaoloII e la caduta del Muro di Berlino mostra-rono la debolezza di un sistema che alcuni consideravano invincibi-le, e la forza della resistenza religiosa. In cinquant’anni siamo passati dal regime di cristianità a una Chiesa-comunione. Il problema che si pone oggi è di sapere come la Chiesa deve esse-re presente nel mondo attuale. Non si tratta per la Chiesa di costruire un mondo cristiano accanto a un mondo agnostico, ma di rendere cristiano il mondo così come si co-struisce, così come noi lo forgiamo. La Chiesa è sempre stata nel mon-do e la costituzione Gaudium et spes ricorda che essa «cammina in-sieme con l’umanità tutta e speri-menta assieme al mondo la medesi-ma sorte terrena» (n. 40). La Chie-sa deve agire come un lievito, ma riceve dal mondo tanto quanto dà. Il concilio Vaticano II «offre al-l’umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d’i n s t a u r a re quella fraternità universale che cor-risponda a tale vocazione» (n. 3). La Chiesa e il mondo sono interdi-p endenti. Questo cinquantesimo anniversa-rio è anche l’occasione per ricor-darci del posto occupato dai concili nella vita della Chiesa. La Chiesa è strutturata gerarchicamente. Gesù ha scelto e istituito i Dodici perché fossero le colonne del tempio spirituale. Si è colpiti nel vedere negli Atti degli apostolicome un regime collegiale si articoli continuamente in una struttura gerarchica. Pensia-mo al concilio di Gerusalemme te-nuto dalla Chiesa cattolica: ci fu una consultazione in vista di una decisione che non fu quella di una singola persona ma dell’intero col-legio. Un concilio non è un Parla-mento. È una manifestazione del-l’unanimità della Chiesa nella fede ereditata dagli Apostoli. I vescovi riuniti in concilio non sono i dele-gati delle comunità che presiedono. Essi le rappresentano un po’ come la testa rappresenta il corpo. Il loro potere non viene dal basso ma dall’alto. Sono testimoni del depo-sito della fede. La legge conciliare, poi, non è quella della maggioranza ma quella dell’unanimità. Certo, in un conci-lio si vota, ma questo voto è un mezzo per raggiungere l’unanimità. Così il concilio non è la somma delle voci particolari, ma la co-scienza della Chiesa che ha trovato la sua espressione. L’unanimità e la comunione sono da attribuire allo Spirito Santo. La formula rituale lo dice bene: «Riuniti nello Spirito Santo». Presieduta invisibilmente da Cristo, davanti alle Sacre Scrit-ture aperte sull’altare: ecco da dove viene l’infallibilità tradizionalmente attribuita ai concili in materia di fe-de e di costumi. Questo anniversario del Vaticano II è infine un’occasione opportuna per ricordarci la trasformazione che ha generato nel modo di pregare, di celebrare, di relazionarsi con i testi fondatori. Ha permesso ai fe-deli di partecipare con i sacerdoti e i vescovi alla missione di testimo-nianza. Ha permesso ai fedeli di esaminare i diversi campi del sape-re, di lavorare al servizio della giu-stizia e della pace anche con perso-ne che non condividono la loro fe-de. Questo concilio non è dunque un evento del passato. Esso orienta sempre il cammino della Chiesa che, come scriveva sant’Agostino, prosegue il suo pellegrinaggio tra consolazioni e tribolazioni. In conclusione, vorrei sottolinea-re la capacità e la libertà che la Chiesa cattolica ha di mettersi in discussione. Poche istituzioni si so-no impegnate allo stesso modo per una reale fraternità e un’autentica riconciliazione. Con che realismo e con che coraggio i vescovi hanno cercato di trovare la maniera più adeguata per raggiungere l’uomo e la donna di oggi, senza però perde-re l’identità cristiana. In un mondo diviso, dove il rancore, l’odio, le guerre sono realtà che sembrano prevalere, consola udire la Chiesa cattolica affermare che: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le ango-sce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Ho appe-na citato l’incipit della costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il concilio si è au-toproclamato concilio pastorale, ma è stato un concilio che ha insegna-to. Non ha promulgato canoni, non ha imposto definizioni, ma ha ispirato un tipo di relazioni che, come è stato scritto, ha fatto passa-re la Chiesa «dal comandamento all’invito, dalla legge all’ideale, dal-la minaccia alla persuasione, dalla costrizione alla coscienza, dal mo-nologo al dialogo, dal comando al servizio, dall’esclusione all’inclusio-ne, dall’ostilità all’amicizia, dal so-spetto alla fiducia, dalla rivalità alla collaborazione» (John O’M a l l e y, «Études», settembre 2012, p. 221). I testi del Vaticano II o f f ro n o una grande visione per il futuro. Giovanni Paolo II lo ha affermato: «La carta dell’esistenza cristiana per il nostro tempo è il concilio Va-ticano II». E il suo successore non ha esitato a paragonarlo a una «bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navi-gare sicura ed arrivare alla meta».

© Osservatore Romano - 12 dicembre 2012

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