Chiesa

Come la riforma nella continuità si realizza nel ministero presbiterale

sacerdoti stesidi AGOSTINO MARCHETTO

Il cardinale François Marty, nel suo Vatican II. Les prêtres, formation, ministère et vie, già nel 1968 indicava con chiarezza come i due decreti conciliari riguardanti il sacerdozio — Presbyterorum ordinissul ministero e la vita dei presbiteri e Optatam totius sulla formazione sacerdotale — non possano venire letti separatamente.
I due decreti, scriveva il porporato francese, sono inseparabili «e l’insieme degli studi che si riferiscono più direttamente al primo valgono per la corretta comprensione del secondo. Così il decreto sulla formazione sacerdotale ne sottolinea la finalità pastorale, ma è quello sul ministero e la vita dei preti che ci manifesta soprattutto il vero contenuto della pastorale, il suo orientamento essenzialmente missionario, la duplice dimensione teocentrica e antropocentrica, l’esigenza di presenza fra gli uomini [e le donne] che esso comporta, la maniera di nutrire e unificare tutta la vita del presbitero». Una sottolineatura di cui è utile tenere conto se si vuole comprendere il tema della riforma (o del rinnovamento) nella continuità dell’unico soggetto Chiesa indicata da Benedetto XVIcome la corretta ermeneutica conciliare, nel famoso discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005. In questo senso, è anche importante soffermarsi su quanto è scritto nel proemio di P re s b y t e ro r u m o rd i n i s : «Più di una volta questo sacro sinodo ha ricordato a tutti l’alta dignità dell’ordine dei presbiteri. Ma poiché questo ordine ha un compito estremamente importante e sempre più arduo da svolgere nell’ambito del rinnovamento della Chiesa di Cristo, è parsa di sommo interesse una trattazione più completa e più approfondita sui presbiteri». Per comprendere chi sono i presbiteri bisogna quindi mantenere gli occhi fissi su Cristo, mediatore unico. Essi sono, infatti, i ministri di Cristo Capo, servitori del Popolo di Dio, ministri nella Chiesa (cfr. P re -sbyterorum ordinis, 1), cooperatori dell’ordine episcopale (cfr. P re s b y t e ro -rum ordinis, 2, 4, 5, 7, 14, 15). Da ciò nasce anche la necessità di una comunione che è definita gerarchica. Un aggettivo, quest’ultimo, che non è più usato anche quando si parla della Chiesa–comunione, concetto e mistero-chiave nella visione conciliare, come risulta dall’ermeneutica che ci fu proposta dal Sinodo dei vescovi del 1985, convocato appunto in occasione del ventesimo anniversario della conclusione del Vaticano II. In effetti, però, solo con tale qualifica si possono mettere insieme il primo e il secondo millennio di vita della Chiesa cattolica. E il termine appare anche altrove e pure nella Nota explicativa praevia al terzo capitolo della Lumen gentium che riuscì a creare finalmente la quasi unanimità tra i padri conciliari anche sul tema dibattuto della collegialità. Un altro punto di riforma (o rinnovamento) nella continuità, nel contesto del primo ufficio presbiterale, quello dell’annuncio del Vangelo (finalità dello stesso Vaticano II), è l’attenzione stabilita per la Chiesa particolare (locale) e universale, a un tempo, legata pure alla questione della incardinazione. Qui ci troviamo davanti a un’altra caratteristica del concilio, proprio nella linea della riforma nella continuità, e cioè dell’et-et, congiunzione eminentemente cattolica, che conferma appunto quella continuità dell’unico soggetto Chiesa a cui ci riferiamo nella corretta ermeneutica conciliare che non è di rottura e discontinuità. Nella stessa linea penso vada il riflesso su Presbyterorum ordinisdella rivalutazione conciliare dei rapporti diciamo Chiesa-mondo contemporaneo. I presbiteri non sono dei separati perché devono «vivere con gli altri uomini come fratelli» (n. 3), ma per il celibato (n. 16), la povertà volontaria (n. 17) e l’obbedienza, basata sull’umiltà (n. 15) non sono del mondo (cfr.Giovanni, 17, 14-16, P re -sbyterorum ordinis, 17). Da rilevare è pure che essi, i presbiteri, formano il “p re s b i t e r i o ”, un corpo, un o rd o sacerdotale attorno al vescovo. Un altro punto di rilievo è poi il fatto che Presbyterorum ordinis mostra, sì, con chiarezza un ministero presbiteriale interamente ordinato all’evangelizzazione, ma che scaturisce e trova il suo compimento nella celebrazione del sacrificio di Cristo. Vi è qui (al n. 2) il legame inscindibile tra consacrazione e missione e pure, come si può costatare, la presenza di quel et-et. In questo senso, si può pertanto rilevare come il dinamismo pastorale del decreto risolverebbe anche la questione della frammentarietà quotidiana della vita dei presbiteri che troveranno in esso non solo l’unità e l’armonia nel loro agire, ma anche la santificazione. Si tratta di «carità pastorale» che ha la sua fonte anzitutto (da ciò, al n. 13, la viva raccomandazione della messa quotidiana) nel sacrificio eucaristico, centro e radice di tutta la vita dei presbiteri, la cui celebrazione dev’essere sempre più messa a fuoco nella preghiera (n. 5), con menzione anche all’Ufficio divino (nn. 5 e 13). È interessante adesso notare come il decreto Optatam totiuscorrisp onda ai capisaldi segnalati per P re s b y t e ro -rum ordinis. Sottolineerei anzitutto «la funzione ecclesiale d’iniziazione al ministero», richiamando qui una convinzione profonda di Romano Guardini: «La scelta cristiana non viene propriamente compiuta riguardo alla concezione di Dio e nemmeno alla figura di Cristo, bensì riguardo alla Chiesa. Un’autentica efficacia è possibile soltanto in unione con essa. Ciò che può convincere l’uomo moderno non è un cristianesimo modernizzato in senso storico o psicologico o in qualsivoglia altro modo, ma soltanto l’annuncio senza limiti e interruzioni della rivelazione. Naturalmente è poi compito di chi insegna porre questo annuncio in relazione ai problemi e alle necessità del nostro tempo. Ciò che l’uomo contemporaneo desidera udire è il totale e puro annuncio cristiano. Forse risponderà negativamente all’annuncio, ma almeno sa di che cosa si tratta». Questo va nella linea dell’edificazione di una Chiesa missionaria. In effetti gli aspiranti al sacerdozio contribuiscono a rinnovare la Chiesa nel suo slancio missionario introducendo al centro della sua vita un’aria di esigenze nuove. È un dato spirituale di cui bisogna trovare le componenti psicosociologiche e storiche. Si può dunque dire, a quest’ultimo riguardo, che le ragioni della entrata in seminario maggiore sono per lo più missionarie, corrispondono cioè all’ideale di sacerdote di P re s b y t e ro -rum ordinis e che la funzione ecclesiale d’«iniziare all’ordine offre una possibilità permanente di rinnovarsi nella coscienza della sua missione». Quali le condizioni per l’e s e rc i z i o di questa funzione ecclesiale? Émile Marcus sintetizza così: «Il sacramento dell’ordine aggrega all’ordine dei ministri, a titolo di cooperatori dei vescovi, per il servizio del Popolo di Dio in crescita. Tale servizio è suscettibile di assumere dei volti diversi, tenuto conto delle condizioni nelle quali si esercita, in particolare per quanto concerne i rapporti Chiesa – mondo». Ma la vita dei presbiteri deve unificarsi nella carità pastorale in riferimento a Cristo pastore, concretamente soprattutto nella rettitudine delle sue relazioni con i diversi “p ro s s i m i ” che risultano, dallo stesso Optatam totius, alla luce dei cerchi di dialogo indicati dall’Ecclesiam suam. La formazione dovrà quindi essere a carattere pastorale, ma accettare al tempo stesso che siano apertamente poste le questioni più fondamentali sulla fede in un percorso che tocchi l’insieme del mistero cristiano, nel primo ciclo degli studi. In questo senso varrà dare un equipaggiamento piuttosto che un bagaglio, un metodo di lavoro. In genere però i preti trovano abbastanza difficoltà nell’impegno intellettuale. L’invenzione (creatività) pastorale, poi, dimensione della carità pastorale, non può che realizzarsi “nella Chiesa”. Essa ha delle norme alle quali i seminaristi devono imparare a sottomettersi. Ne segnalo due fra le più importanti, e cioè l’agire in unione con gli altri membri del p re s b y t e r i u m del vescovo e la lucidità teologica. Né la struttura gerarchica della Chiesa, né quella collegiale permettono d’inventare da soli. Il progredire della pastorale suppone un confronto permanente dei membri del p re s b y t e r i u m sotto la presidenza del vescovo (nel fedele ossequio all’autorità del vescovo dice Optatam totius, 4). Per quanto riguarda la lucidità teologica cito ancora Marcus su un tema a me caro: la continuità nella tradizione vivente della Chiesa. Egli attesta: «È particolarmente urgente educare a questa lucidità [teologica] nella necessità in cui ci troviamo, in tempi di cambiamenti, di render conto dell’unità della Tradizione vivente della Chiesa. Si preverrebbero [dunque] delle difficoltà [per dei fedeli spaesati] se si mostrasse in che [e come] la Chiesa, attraverso discipline che evolvono, mette in opera il mistero della salvezza. Allora anche quando i pastori fanno prova di spirito creativo, devono render conto di questa continuità: un solo Corpo di Cristo che cresce lungo lo scorrere dei secoli». A tale proposito, anche nel decreto Optatam totiussi possono individuare alcuni punti in cui è presente quel et-et che abbiamo già visto in Presbyterorum ordinis. E questo fin dal proemio in cui riaffermando «le leggi già collaudate dall’esp erienza dei secoli», si ingiunge di inserire «elementi nuovi rispondenti al tenore dei decreti e delle costituzioni conciliari e alle mutate condizioni dei tempi». È il segno della riforma nella continuità che è il filo rosso della nostra ricerca e che mette anche insieme i principi di formazione sacerdotale applicabile a tutti i Paesi, l’universale dunque (presente al n. 20), e l’adattamento alle necessità pastorali delle varie regioni (nn. 1 e 2), perciò il locale. Ciò vale pure per l’opera che favorisce le vocazioni sacerdotali per la quale il decreto in primo luogo raccomanda i mezzi «tradizionali di comune cooperazione, nonché una istruzione cristiana anche con i vari mezzi di comunicazione sociale» (Optatam totius, 2). Il discorso dell’adattamento è ripreso altresì, in relazione ai seminari minori, per quanto riguarda la direzione spirituale e quella dei superiori per i quali si richiamano «le norme di una sana psicologia» (Optatam totius, 3). Il decreto prosegue così al n. 6: «Con vigile cura, proporzionata all’età dei singoli (…) si indaghi sulla retta intenzione e la libera volontà dei candidati, sulla loro idoneità spirituale, morale e intellettuale, sulla necessaria salute fisica e psichica, considerando anche le eventuali inclinazioni ereditarie. Si ponderi altresì la capacità dei candidati a sopportare gli oneri sacerdotali e ad esercitare i doveri pastorali». Lo stesso spirito del mettere insieme nova et vetera troviamo nell’auspicata formazione spirituale di cui al n. 8, nel quale si incoraggiano «gli esercizi di pietà raccomandati dalla veneranda tradizione della Chiesa, ma si eviterà che la formazione spirituale consista solo in questi esercizi, né si diriga al solo sentimento religioso. Gli alunni imparino piuttosto a vivere secondo il Vangelo, a radicarsi nella fede, nella speranza e nella carità in modo che attraverso di queste virtù possano acquistare lo spirito di preghiera, ottengano forza e difesa per la loro vocazione, rinvigoriscano le altre virtù e crescano nello zelo di guadagnare tutti gli uomini a Cristo». In questo contesto osserviamo che tutto il n. 10 è dedicato alla «tradizione venerabile» del celibato sacerdotale per il regno dei cieli. Vi è qui un unicum, rispetto a tutti i testi conciliari, che desidero notare, vale a dire «la superiorità della verginità consacrata a Cristo» in relazione al matrimonio cristiano. Pure il n. 11 congiunge nova et veteranell’invito a osservare scrupolosamente (nel contesto del dominio di sé, della disciplina, della maturità) «le norme della educazione cristiana, convenientemente perfezionate coi dati recenti della sana psicologia e pedagogia». Al n. 16 è introdotto altresì l’aspetto ecumenico e pure un altro unicum, nel contesto della conoscenza delle altre religioni, e cioè la finalità del «riconoscere quel che per disposizione di Dio, vi è in esse di buono e di vero», ma con l’aggiunta «imparino a confutare gli errori, e siano in grado di comunicarne la pienezza della verità a coloro che non la possiedono». Imparino a confutare gli errori è un unicum. La conclusione del decreto ritorna a mettere insieme Tradizione e riforma o rinnovamento, così: «I Padri di questo sacro concilio, proseguendo l’opera iniziata dal concilio Tridentino, mentre con fiducia affidano ai superiori e maestri dei seminari il compito di formare i futuri sacerdoti di Cristo secondo lo spirito di rinnovamento promosso dal concilio stesso, esortano vivamente coloro che si preparano al ministero sacerdotale, affinché abbiano piena consapevolezza che la speranza della Chiesa e la salvezza delle anime sono affidate in mano loro». Cioè nelle mani dei seminaristi. Una conferma, infine, della giustezza del nostro parlare di riforma nella continuità la si può trovare consultando le note di Optatam totius, dove la citazione di Pio XIIè prevalente. Non è caratteristica di questo solo documento poiché il predecessore di Giovanni XXIII è l’autore più citato nei testi conciliari, dopo le Sacre Scritture. È un ulteriore elemento atto a sgonfiare il mito della novità in pur ben noti interpreti del concilio, come se esso fosse vero e ricevibile solo nei suoi aspetti di novità. Giustamente oggi, poco a poco, le cose si stanno riequilibrando nella ricerca di una storia conciliare veritiera e di una corretta ermeneutica per una giusta ricezione del concilio ecumenico Vaticano II.

© Osservatore Romano - 10 - 11 maggio 2013

Venerdì della XIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Maksymilian Maria Kolbe, O.F.M. Conv. martire († 1941)

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