Viaggio Apostolico in Lituania: Incontro con i giovani

giovani lituaniaPiazza antistante la Cattedrale di Vilnius (Lituania)
Sabato, 22 settembre 2018

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Buonasera a tutti voi!

Grazie, Monica e Jonas, per la vostra testimonianza! L’ho accolta come un amico, come se fossimo seduti insieme, in qualche bar, a raccontarci le cose della vita, prendendo una birra o una gira, dopo essere stati al “Jaunimo teatras”.

La vostra vita, però, non è un’opera teatrale, è reale, concreta, come quella di ognuno di noi che siamo qui, in questa bella piazza situata tra questi due fiumi. E chissà che tutto questo ci serva per rileggere le vostre storie e scoprirvi il passaggio di Dio... Perché Dio passa sempre nella nostra vita. Passa sempre. E un grande filosofo diceva: “Io ho paura, quando Dio passa! Paura di non accorgermene!”.

Come questa chiesa cattedrale, voi avete sperimentato situazioni che vi facevano crollare, incendi dai quali sembrava che non avreste potuto riprendervi. Più volte questo tempio è stato divorato dalle fiamme, è crollato, e tuttavia ci sono sempre stati quelli che hanno deciso di edificarlo di nuovo, che non si sono fatti vincere dalle difficoltà, non si sono lasciati cadere le braccia. C’è un bel canto alpino che dice così: “Nell’arte di salire, il segreto non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto”. Ricominciare di nuovo sempre, e così salire. Come questa cattedrale. Anche la libertà della vostra Patria è costruita sopra quelli che non si sono lasciati abbattere dal terrore e dalla sventura. La vita, la condizione e la morte di tuo papà, Monica; la tua malattia, Jonas, avrebbero potuto devastarvi... E tuttavia siete qui, a condividere la vostra esperienza con uno sguardo di fede, facendoci scoprire che Dio vi ha dato la grazia per sopportare, per rialzarvi, per continuare a camminare nella vita.

E io mi domando: come si è riversata in voi questa grazia di Dio? Non dall’aria, non magicamente, non c’è la bacchetta magica per la vita. Questo è accaduto mediante persone che hanno incrociato la vostra vita, gente buona che vi ha nutrito con la sua esperienza di fede. Sempre c’è gente, nella vita, che ci dà una mano per aiutarci ad alzarci. Monica, tua nonna e tua mamma, la parrocchia francescana, sono state per te come la confluenza di questi due fiumi: così come il Vilnia si unisce al Neris, tu ti sei aggregata, ti sei lasciata condurre da questa corrente di grazia. Perché il Signore ci salva rendendoci parte di un popolo. Il Signore ci salva rendendoci parte di un popolo. Ci inserisce in un popolo, e la nostra identità, alla fine, sarà l’appartenenza ad un popolo. Nessuno può dire: “io mi salvo da solo”, siamo tutti interconnessi, siamo tutti “in rete”. Dio ha voluto entrare in questa dinamica di relazioni e ci attrae a Sé in comunità, dando alla nostra vita un pieno senso d’identità e di appartenenza (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Anche tu, Jonas, hai trovato negli altri, in tua moglie e nella promessa fatta il giorno del matrimonio il motivo per andare avanti, per lottare, per vivere. Non permettete che il mondo vi faccia credere che è meglio camminare da soli. Da soli non si arriva mai. Sì, potrai arrivare ad avere un successo nella vita, ma senza amore, senza compagni, senza appartenenza a un popolo, senza quell’esperienza tanto bella che è rischiare insieme. Non si può camminare da soli. Non cedete alla tentazione di concentrarvi su voi stessi, guardandovi la pancia, alla tentazione di diventare egoisti o superficiali davanti al dolore, alle difficoltà o al successo passeggero. Affermiamo ancora una volta che “quello che succede all’altro, succede a me”, andiamo controcorrente rispetto a questo individualismo che isola, che ci fa diventare egocentrici, che ci fa diventare vanitosi, preoccupati solamente dell’immagine e del proprio benessere. Preoccupati dell’immagine, di come apparire. È brutta la vita davanti allo specchio, è brutta. Invece è bella la vita con gli altri, in famiglia, con gli amici, con la lotta del mio popolo… Così la vita è bella!

Siamo cristiani e vogliamo puntare sulla santità. Puntate sulla santità a partire dall’incontro e dalla comunione con gli altri, attenti alle loro necessità (cfr ibid., 146). La nostra vera identità presuppone l’appartenenza a un popolo. Non esistono identità “di laboratorio”, non esistono, né identità “distillate”, identità “purosangue”: queste non esistono. Esiste l’identità del camminare insieme, del lottare insieme, amare insieme. Esiste l’identità appartenere a una famiglia, a un popolo. Esiste l’identità che ti dà l’amore, la tenerezza, preoccuparti per gli altri… Esiste l’identità che ti dà la forza per lottare e nello stesso tempo la tenerezza per accarezzare. Ognuno di noi conosce la bellezza e anche la stanchezza – è bello che i giovani si stanchino, è segno che lavorano – e molte volte il dolore di appartenere a un popolo, voi conoscete questo. Qui è radicata la nostra identità, non siamo persone senza radici. Non siamo persone senza radici!

Tutt’e due avete anche ricordato la presenza nel coro, la preghiera in famiglia, la Messa, la catechesi e l’aiuto ai più bisognosi; sono armi potenti che il Signore ci dà. La preghiera e il canto, per non chiudersi nell’immanenza di questo mondo: anelando a Dio siete usciti da voi stessi e avete potuto contemplare con gli occhi di Dio quello che accadeva nel vostro cuore (cfr ibid., 147); praticando la musica vi aprite all’ascolto e all’interiorità, vi lasciate in tal modo colpire nella sensibilità e questo è sempre una buona opportunità per il discernimento (cfr Sinodo dedicato ai giovani, Instrumentum laboris, 162). Certo, la preghiera può essere un’esperienza di “combattimento spirituale”, ma è lì che impariamo ad ascoltare lo Spirito, a discernere i segni dei tempi e a recuperare le forze per continuare ad annunciare il Vangelo oggi. In che altro modo potremmo combattere contro lo scoraggiamento di fronte alle difficoltà proprie e altrui, di fronte agli orrori del mondo? Come faremmo senza la preghiera per non credere che tutto dipende da noi, che siamo soli davanti al corpo a corpo con le avversità? “Gesù ed io, maggioranza assoluta!”. Non dimenticatelo, questo lo diceva un santo, sant’Alberto Hurtado. L’incontro con Lui, con la sua Parola, con l’Eucaristia ci ricorda che non importa la forza dell’avversario; non importa se è primo il “Žalgiris Kaunas” o il “Vilnius Rytas” [applausi, ridono]… A proposito, vi domando: qual è il primo? [ride, ridono] Non importa qual è il primo, non importa il risultato, ma che il Signore sia con noi.

Anche a voi è stata di sostegno nella vita l’esperienza di aiutare gli altri, scoprire che vicino a noi ci sono persone che stanno male, anche molto peggio di noi. Monica, ci hai raccontato del tuo impegno con i bambini disabili. Vedere la fragilità degli altri ci colloca nella realtà, ci impedisce di vivere leccandoci le nostre ferite. E’ brutto vivere nelle lamentele, è brutto. E’ brutto vivere leccandosi le ferite! Quanti giovani se ne vanno dal loro Paese per mancanza di opportunità! Quanti sono vittime della depressione, dell’alcol e delle droghe! Voi lo sapete bene. Quante persone anziane sole, senza qualcuno con cui condividere il presente e con la paura che ritorni il passato. Voi, giovani, potete rispondere a queste sfide con la vostra presenza e con l’incontro tra voi e gli altri. Gesù ci invita ad uscire da noi stessi, a rischiare nel “faccia a faccia” con gli altri. È vero che credere in Gesù implica molte volte fare un salto di fede nel vuoto, e questo fa paura. Altre volte ci porta a metterci in discussione, a uscire dai nostri schemi, e questo può farci soffrire e tentare dallo scoraggiamento. Però, siate coraggiosi! Seguire Gesù è un’avventura appassionante che riempie la nostra vita di significato, che ci fa sentire parte di una comunità che ci incoraggia, di una comunità che ci accompagna, che ci impegna nel servizio. Cari giovani, vale la pena seguire Cristo, vale la pena! Non abbiamo paura di partecipare alla rivoluzione a cui Lui ci invita: la rivoluzione della tenerezza (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 88).

Se la vita fosse un’opera di teatro o un videogioco sarebbe ristretta in un tempo preciso, un inizio e una fine, quando si abbassa il sipario o qualcuno vince la partita. Ma la vita si misura con altri tempi, non con i tempi del teatro o del videogioco; la vita si gioca in tempi rapportati al cuore di Dio; a volte si avanza, altre volte si retrocede, si provano e si tentano strade, si cambiano... L’indecisione sembra nascere dalla paura che cali il sipario, o che il cronometro ci lasci fuori dalla partita, dal salire di un livello nel gioco. Invece la vita è sempre un camminare, la vita è in cammino, non è ferma; la vita è sempre un camminare cercando la direzione giusta, senza paura di tornare indietro se ho sbagliato. La cosa più pericolosa è confondere il cammino con un labirinto: quel girare a vuoto attraverso la vita, su sé stessi, senza imboccare la strada che conduce avanti. Per favore, non siate giovani del labirinto, dal quale è difficile uscire, ma giovani in cammino. Niente labirinto: in cammino!

Non abbiate paura di decidervi per Gesù, di abbracciare la sua causa, quella del Vangelo, dell’umanità, degli esseri umani. Perché Egli non scenderà mai dalla barca della vostra vita, sarà sempre all’incrocio delle nostre strade, non smetterà mai di ricostruirci, anche se a volte noi ci impegniamo nel demolirci. Gesù ci regala tempi larghi e generosi, dove c’è spazio per i fallimenti, dove nessuno ha bisogno di emigrare, perché c’è posto per tutti. Molti vorranno occupare i vostri cuori, infestare i campi delle vostre aspirazioni con la zizzania, ma alla fine, se doniamo la vita al Signore, vince sempre il buon grano. La vostra testimonianza, Monica e Jonas, parlava della nonna, della mamma… Io vorrei dirvi – e con questo finisco, state tranquilli! –, vorrei dirvi di non dimenticare le radici del vostro popolo. Pensate al passato, parlate con i vecchi: non è noioso parlare con gli anziani. Andate a cercare i vecchi e fatevi raccontare le radici del vostro popolo, le gioie, le sofferenze, i valori. Così, attingendo dalle radici, voi porterete avanti il vostro popolo, la storia del vostro popolo per un frutto più grande. Cari giovani, se voi volete un popolo grande, libero, prendete dalle radici la memoria e portatelo avanti. Grazie tante!

 


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