Un Concilio ancora attuale

8 Dicembre 1869 - 2019 / 150 anni dall’apertura del Concilio Vaticano I

Paolo VI all’udienza generale del 10 dicembre 1969

Pubblichiamo il discorso pronunciato da Paolo VI durante l’udienza generale del 10 dicembre 1969, in cui parla dell’attualità del concilio Vaticano I nel centenario della sua apertura.

Diletti Figli e Figlie! Abbiamo commentato, nel giorno della festa dell’Immacolata, il centenario dell’apertura del Concilio Vaticano primo, che Pio IX, dopo qualche anno di riflessione e di preparazione, aveva indetto ufficialmente con la Bolla «Aeterni Patris» del 29 giugno 1868.

Il Concilio ebbe breve storia, perché, dopo Sédan e dopo l’annessione di Roma all’Italia (9 ottobre 1870), Pio IX lo sospese e lo prorogò «sine die» (20 ottobre 1870); ma fu una storia, come sapete, molto movimentata per le grandi discussioni, che ne caratterizzarono lo svolgimento, e molto importante sia per il fatto della sua convocazione: da tre secoli, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), non s’era più riunito un Concilio ecumenico; e sia soprattutto per le dottrine, che nel Vaticano primo furono trattate e furono definite dogmaticamente, cioè con atti solenni e straordinari del magistero ecclesiastico, e dichiarate così quali verità di fede della Chiesa.

Merita tale avvenimento d’essere commemorato? Certamente, come fatto storico. Ma lo merita ancor più per la sua attualità, cioè per l’importanza che il Concilio Vaticano primo conserva nel tempo nostro, non solo per la connessione, ch’esso ha col Concilio Vaticano secondo, come tutti sanno, ma altresì per gli insegnamenti da quello allora proclamati, i quali hanno anche ai nostri giorni un grande ed operante rilievo. Questo vorremmo ricordarvi quest’oggi, senza alcuna pretesa accademica: l’attualità del Concilio Vaticano primo.

I dogmi

Attuale, perché? Per le sue dottrine. Ora bisogna ricordare che i dogmi della Chiesa possono essere attuali sotto un duplice aspetto: sotto un aspetto relativo al loro contenuto di verità rivelata, in quanto cioè sono definizioni autorevoli di un insegnamento divino contenuto nella Sacra Scrittura, o derivato a noi dalla predicazione apostolica, per via di Tradizione (cfr. Dei Verbum, 8, 9); sono la fede pensata, vissuta, celebrata dalla Chiesa, come Popolo di Dio animato dallo Spirito Santo e ammaestrato da una testimonianza autorizzata e qualificata, il Papa e i Vescovi con lui; e sotto questo aspetto i dogmi della Chiesa sono sempre attuali, cioè sono sempre veri di quella verità divina e soprannaturale, alla quale essi si riferiscono. La verità divina non cambia; perciò i dogmi della fede sono sempre attuali, sono sempre veri.

Ma essi possono essere attuali anche sotto un altro aspetto, quello contingente, relativo al tempo e alle condizioni storiche, che ne provocarono la definizione, che prestarono alla definizione stessa il linguaggio e che ne giustificarono l’opportunità. Questo aspetto può venir meno col cambiamento delle condizioni storiche e culturali, alle quali i dogmi, nel momento preciso della loro formulazione, portavano lume di verità e rimedio canonico d’autorità. Perciò possono essere classificati secondo il processo storico, che li portò alla coscienza soggettiva della Chiesa, e che li chiama cronologicamente antichi o moderni secondo questo rapporto antico o moderno, cioè attuale con la vita temporale della Chiesa.

Ora a Noi pare che gli insegnamenti del Concilio Vaticano primo conservano non solo l’attualità perenne della loro verità oggettiva, ma conservano altresì l’attualità contingente della loro opportunità relativa al tempo nostro. Potrebbe qualcuno pensare che il Concilio Vaticano secondo abbia confinato nella storia passata, negli archivi dell’erudizione ecclesiastica, il Vaticano primo; e che quel Concilio di Pio IX non abbia più nulla da dire, in tema d’attualità soggettiva, d’opportunità contingente alla nostra sensibilità spirituale e alla nostra maturità culturale. Invece non è così.

Non è così, perché come è stato spiegato, i due Concili Vaticani, primo e secondo, sono complementari. Il primo doveva essere completato; è stato bruscamente interrotto; e si pone logicamente e storicamente alla base del secondo; i richiami, con cui questo secondo si collega al primo, lo dimostrano chiaramente. Perciò, se è attuale il secondo, come infatti lo è, attuale è e dev’essere parimente il primo, anche se l’uno differisca non poco dall’altro per tanti motivi.

E non è così (cioè non è tramontata l’attualità del Concilio Vaticano primo) per un’altra più forte ragione; per la ragione cioè che le verità affermate da quel primo Concilio Vaticano sono presentissime alla nostra moderna mentalità, sia pure per essere impugnate, discusse, sperimentate, professate in piena coscienza ai giorni nostri.

Quali sono queste verità, ereditate dal Vaticano primo? Noi ora semplifichiamo assai, come lo esige la semplicità popolare di questo familiare discorso: le verità sono tre (o riguardano tre ordini di scienza religiosa). La prima verità riguarda la fede, la «problematica» della fede. Tema vastissimo, tema delicatissimo, tema attualissimo. Possiamo dire: tema decisivo non meno per i figli del secolo ventesimo, che per quelli del decimonono. È il tema trattato e definito dalla Costituzione, che, com’è costume nei documenti pontifici, prende nome dalle parole con le quali comincia: «Dei Filius», votata all’unanimità dai 667 membri del Concilio Vaticano primo, presenti alla terza sessione pubblica il 24 aprile 1870, nella Basilica di S. Pietro (cfr. Aubert, Le Pontificat de Pie ix, p. 337; Dict. Th. C., XV-ii, 2555 ss). Come lo ha ricordato il Card. Parente nel suo discorso commemorativo, in questa Costituzione: «si conferma la dottrina tradizionale su Dio Uno e Trino, sulla libera creazione dal nulla, sulla Provvidenza che opera nel mondo. Si riafferma il valore soprannaturale della rivelazione come Parola di Dio contenuta nella Bibbia e nella Tradizione.

La fede

«Si difende la razionalità e la soprannaturalità della fede, come ragionevole adesione a Dio e alla sua Parola, sotto l’impulso della grazia.

«Finalmente si definisce la superiorità della rivelazione e della fede sulla ragione e sulle sue capacità, dichiarando però che nessun contrasto può esserci tra verità di fede e verità di ragione, essendo Dio la fonte dell’una e dell’altra...

«La Costituzione Dei Filius definisce che la ragione, con le sue sole forze, può raggiungere la conoscenza certa del Creatore attraverso le creature.

«La Chiesa difende così, nel secolo del razionalismo, il valore della ragione».

Come vedete sono tutte questioni tuttora vivissime. Esse ci invitano a una profonda riflessione sulle crisi religiose dei nostri giorni, dentro e fuori della Chiesa: la questione della Fede è alla loro base e incalza tutto l’ordinamento ecclesiastico per un verso, e tutta la mentalità filosofica e spirituale del mondo moderno per l’altro verso. Nella grande tempesta, tavola di salvezza è la parola del Concilio Vaticano i.

Primato e infallibilità

Le altre due verità, sancite da quel Concilio, riguardano il Papato, al quale, auspice il Vangelo, la parola dei Padri e dei Maestri, la storia della Chiesa, sono riconosciute due somme prerogative, una relativa al governo della Chiesa: il primato pontificio; l’altra relativa al magistero della Chiesa: l’infallibilità pontificia. La definizione di questi due dogmi si ebbe con la promulgazione della Costituzione Pastor Aeternus il 18 luglio 1870 presenti 535 Padri, che l’approvarono all’unanimità, 83 assenti, dopo lunghe, fiere e agitate discussioni (cfr. U. Betti, La Costituzione dogmatica «Pastor Aeternus», Roma 1961). È una pagina drammatica della vita della Chiesa, ma non per questo meno chiara e definitiva. Non è Nostro intento parlarne. Solo vogliamo qui far notare come i due dogmi che il Vaticano i assicura al patrimonio della fede della Chiesa rivestono anch’essi una superlativa attualità, perché l’uno, quello del primato, si riferisce all’unità della Chiesa, a quell’unità, di cui il Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, non è soltanto il vertice e l’espressione, «il centro personificato di questa unità» come già diceva Giovanni Adamo Moehler (Die Einheit in der Kirche, par. 67, Tubinga 1825), ma altresì «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione», come afferma il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 18), facendo propria la dottrina del Vaticano i (cfr. Denz.-Sch. 3050, ss.). La grande, la sofferta, l’attuale questione della ricomposizione di tutti i Cristiani nell’unità voluta da Cristo (Io, 17) non può prescindere da questa verità dello stesso Vaticano i. Lo dichiara il secondo: «Tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del Popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale...» (Lumen gentium, 13).

L’altro, quello dell’infallibilità, analogamente, tocca un punto decisivo della vita della Chiesa, di tutti i Cristiani e del mondo, quello della Verità rivelata. Tutti, oggi più che mai, vi siamo interessati. Voglia Cristo illuminarci a tale riguardo, mostrandoci come tale dogma, ben compreso nei limiti precisi e nei suoi termini consolanti, non è uno scoglio, contro il quale si urta dentro e fuori della Chiesa il pensiero moderno, ma il faro benefico che lo orienta alla sua irrinunciabile conquista: la Verità della salvezza. O Figli carissimi, non badate all’uomo che vi parla, ma al povero e umile Vicario di Cristo, che vi benedice.

© Osservatore Romano - 8 dicembre 2019


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