Scripturae Sacrae affectus

parola di Dio e preghiera


Lettera apostolica

Scripturae Sacrae affectus

DEL SANTO PADRE

FRANCESCO

NEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN GIROLAMO

Un affetto per la Sacra Scrittura, un amore vivo e soave per la Parola di Dio scritta è l’eredità che San Girolamo ha lasciato alla Chiesa attraverso la sua vita e le sue opere. Le espressioni tratte dalla memoria liturgica del Santo[1] ci offrono una chiave di lettura indispensabile per conoscere, nel XVI centenario dalla morte, la sua imponente figura nella storia della Chiesa e il suo grande amore per Cristo. Questo amore si dirama, come un fiume in tanti rivoli, nella sua opera di infaticabile studioso, traduttore, esegeta, profondo conoscitore e appassionato divulgatore della Sacra Scrittura; di raffinato interprete dei testi biblici; di ardente e talvolta impetuoso difensore della verità cristiana; di ascetico e intransigente eremita oltre che di esperta guida spirituale, nella sua generosità e tenerezza. Oggi, milleseicento anni dopo, la sua figura rimane di grande attualità per noi cristiani del XXI secolo.

Introduzione

Il 30 settembre del 420 Girolamo concludeva a Betlemme, nella comunità da lui fondata presso la grotta della Natività, la sua vicenda terrena. Si affidava, così, a quel Signore che aveva sempre cercato e conosciuto nella Scrittura, lo stesso che come Giudice aveva già incontrato, febbricitante, in una visione, forse nella Quaresima del 375. In quell’avvenimento, che segnò una svolta decisiva nella sua vita, momento di conversione e cambiamento di prospettiva, egli si sentì trascinato alla presenza del Giudice: «interrogato circa la mia condizione, risposi che ero cristiano. Ma colui che presiedeva soggiunse: “Tu mentisci! Sei ciceroniano, non cristiano”».[2] Girolamo, infatti, aveva amato fin da giovane la limpida bellezza dei testi classici latini, al cui confronto gli scritti della Bibbia gli apparivano, inizialmente, rozzi e sgrammaticati, troppo aspri per il suo raffinato gusto letterario.

Quell’episodio della sua vita favorisce la decisione di dedicarsi interamente a Cristo e alla sua Parola, consacrando la sua esistenza a rendere sempre più accessibili le lettere divine agli altri, con il suo infaticabile lavoro di traduttore e commentatore. Quell’evento imprime alla sua vita un nuovo e più deciso orientamento: diventare servitore della Parola di Dio, come innamorato della “carne della Scrittura”. Così, nella ricerca continua che ha caratterizzato la sua vita, valorizza i suoi studi giovanili e la formazione ricevuta a Roma, riordinando il suo sapere nel più maturo servizio a Dio e alla comunità ecclesiale.

Per questo, San Girolamo entra a pieno titolo tra le grandi figure della Chiesa antica, nel periodo definito il secolo d’oro della Patristica, vero ponte tra Oriente e Occidente: è amico di gioventù di Rufino di Aquileia, incontra Ambrogio e intrattiene una fitta corrispondenza con Agostino. In Oriente conosce Gregorio di Nazianzo, Didimo il Cieco, Epifanio di Salamina. La tradizione iconografica cristiana lo consacra rappresentandolo, insieme ad Agostino, Ambrogio e Gregorio Magno, tra i quattro grandi dottori della Chiesa di Occidente.

Già i miei predecessori hanno voluto ricordare la sua figura in diverse circostanze. Un secolo fa, in occasione del quindicesimo centenario della morte, Benedetto XV dedicò a lui la Lettera enciclica Spiritus Paraclitus (15 settembre 1920), presentandolo al mondo come «doctor maximus explanandis Scripturis».[3] In tempi più recenti, Benedetto XVI ha presentato in due catechesi successive la sua personalità e le sue opere.[4] Ora, nel sedicesimo centenario della morte, desidero anch’io ricordare San Girolamo e riproporre l’attualità del suo messaggio e dei suoi insegnamenti, a partire dal suo grande affetto per le Scritture.

In questo senso, egli può essere posto in connessione ideale, come guida sicura e testimone privilegiato, con la XII Assemblea del Sinodo dei Vescovi, dedicata alla Parola di Dio,[5] e con l’Esortazione Apostolica Verbum Domini (VD) del mio predecessore Benedetto XVI, pubblicata proprio nella festa del Santo, il 30 settembre 2010.[6]

Da Roma a Betlemme

La vita e l’itinerario personale di San Girolamo si consumano lungo le strade dell’impero romano, tra l’Europa e l’Oriente. Nato intorno al 345 a Stridone, al confine tra la Dalmazia e la Pannonia, nel territorio dell’odierna Croazia o Slovenia, riceve una solida educazione in una famiglia cristiana. Secondo l’uso dell’epoca, è battezzato in età adulta negli anni che lo vedono a Roma studente di retorica, tra il 358 e il 364. Proprio in questo periodo romano diventa insaziabile lettore dei classici latini, che studia sotto la guida dei più illustri maestri di retorica del tempo.

Conclusi gli studi, intraprende un lungo viaggio in Gallia che lo porta nella città imperiale di Treviri, oggi in Germania. È là che viene a contatto, per la prima volta, con l’esperienza monastica orientale diffusa da Sant’Atanasio. Matura così un desiderio profondo che lo accompagna ad Aquileia dove inizia, con alcuni suoi amici, «un coro di beati»,[7] un periodo di vita comune.

Verso l’anno 374, passando per Antiochia, decide di ritirarsi nel deserto della Calcide, per realizzare, in maniera sempre più radicale, una vita ascetica in cui grande spazio è riservato allo studio delle lingue bibliche, prima del greco e poi dell’ebraico. Si affida a un fratello ebreo, diventato cristiano, che lo introduce alla conoscenza della nuova lingua ebraica e dei suoni che definisce «striduli e aspirati».[8]

Il deserto, con la conseguente vita eremitica, viene scelto e vissuto da Girolamo nel suo significato più profondo: come luogo delle scelte esistenziali fondamentali, di intimità e di incontro con Dio, dove attraverso la contemplazione, le prove interiori, il combattimento spirituale, arriva alla conoscenza della fragilità, con una maggiore consapevolezza del limite proprio e altrui, riconoscendo l’importanza delle lacrime.[9] Così, nel deserto, avverte la concreta presenza di Dio, il necessario rapporto dell’essere umano con Lui, la sua consolazione misericordiosa. Mi piace al riguardo ricordare un aneddoto, di tradizione apocrifa. Girolamo chiede al Signore: “Cosa vuoi da me?”. Ed Egli risponde: “Ancora non mi hai dato tutto”. “Ma Signore, io ti ho dato questo, questo e questo...” - “Manca una cosa” - “Che cosa?” - “Dammi i tuoi peccati perché io possa avere la gioia di perdonarli ancora”.[10]

Lo ritroviamo ad Antiochia, dove è ordinato sacerdote dal Vescovo Paolino, poi a Costantinopoli, verso il 379, dove conosce Gregorio di Nazianzo e dove prosegue i suoi studi, si dedica alla traduzione in latino di importanti opere dal greco (omelie di Origene e la cronaca di Eusebio), respira il clima del Concilio celebrato in quella città nel 381. In questi anni è nello studio che si rivelano la sua passione e la sua generosità. È una benedetta inquietudine a guidarlo e a renderlo instancabile e appassionato nella ricerca: «Ogni tanto mi disperavo, più volte mi arresi; ma poi riprendevo per l’ostinata decisione d’imparare», condotto dal “seme amaro” di tali studi a raccogliere “frutti saporosi”.[11]

Nel 382 Girolamo torna a Roma, mettendosi a disposizione di Papa Damaso che, apprezzando le sue grandi qualità, ne fa un suo stretto collaboratore. Qui Girolamo si impegna in una incessante attività senza dimenticare la dimensione spirituale: sull’Aventino, grazie al sostegno di donne aristocratiche romane desiderose di scelte radicali evangeliche, come Marcella, Paola e la figlia di lei Eustochio, crea un cenacolo fondato sulla lettura e sullo studio rigoroso della Scrittura. Girolamo è esegeta, docente, guida spirituale. In questo tempo intraprende una revisione delle precedenti traduzioni latine dei Vangeli, forse anche di altre parti del Nuovo Testamento; continua il suo lavoro come traduttore di omelie e commenti scritturistici di Origene, dispiega una frenetica attività epistolare, si confronta pubblicamente con autori eretici, a volte con eccessi e intemperanze, ma sempre mosso sinceramente dal desiderio di difendere la vera fede e il deposito delle Scritture.

Questo intenso e proficuo periodo si interrompe con la morte di Papa Damaso. Si vede costretto a lasciare Roma e, seguito da amici e da alcune donne desiderose di continuare l’esperienza spirituale e di studio biblico avviata, parte alla volta dell’Egitto – dove incontra il grande teologo Didimo il Cieco – e della Palestina, per stabilirsi definitivamente a Betlemme nel 386. Riprende i suoi studi filologici, ancorati ai luoghi fisici che di quelle narrazioni erano stati lo scenario.

L’importanza data ai luoghi santi è evidenziata non solo dalla scelta di vivere in Palestina, dal 386 fino alla morte, ma anche dal servizio per i pellegrinaggi. Proprio a Betlemme, luogo per lui privilegiato, presso la grotta della Natività fonda due monasteri “gemelli”, maschile e femminile, con ospizi per l’accoglienza dei pellegrini giunti ad loca sancta, rivelando la sua generosità nell’ospitare quanti giungevano in quella terra per vedere e toccare i luoghi della storia della salvezza, unendo così la ricerca culturale a quella spirituale.[12]

È nella Sacra Scrittura che, mettendosi in ascolto, Girolamo trova sé stesso, il volto di Dio e quello dei fratelli, e affina la sua predilezione per la vita comunitaria. Da qui il suo desiderio di vivere con gli amici, come già dai tempi di Aquileia, e di fondare comunità monastiche, perseguendo l’ideale cenobitico di vita religiosa che vede il monastero come “palestra” in cui formare persone «che si ritengono inferiori a tutti per essere primi fra tutti», felici nella povertà e capaci di insegnare con il proprio stile di vita. Ritiene formativo, infatti, il vivere «sotto il governo di un unico superiore e in compagnia di molti» per apprendere l’umiltà, la pazienza, il silenzio e la mansuetudine, nella consapevolezza che «la verità non ama gli angoli oscuri, e non cerca i sussurratori».[13] Confessa, inoltre, di «anelare alle cellette del monastero, […] desiderare quella sollecitudine delle formiche, dove si lavora insieme e non esiste niente che sia proprietà di qualcuno, ma tutto è di tutti».[14]

Nello studio Girolamo non trova un effimero diletto fine a sé stesso, ma un esercizio di vita spirituale, un mezzo per arrivare a Dio, e così anche la sua formazione classica viene riordinata nel più maturo servizio alla comunità ecclesiale. Pensiamo all’aiuto dato al Papa Damaso, all’insegnamento che dedica alle donne, specie per l’ebraico, sin dal primo cenacolo sull’Aventino, tanto da fare entrare Paola e Eustochio «nei combattimenti dei traduttori»[15] e, cosa inaudita per il tempo, garantire loro di poter leggere e cantare i Salmi nella lingua originale.[16]

Una cultura, la sua, messa a servizio e ribadita come necessaria ad ogni evangelizzatore. Così ricorda all’amico Nepoziano: «La parola del sacerdote deve prendere sapore grazie alla lettura delle Scritture. Non voglio che tu sia un declamatore o un ciarlatano dalle molte parole, ma uno che comprende la sacra dottrina (mysterii) e conosce fino in fondo gli insegnamenti (sacramentorum) del tuo Dio. È tipico degli ignoranti rigirare le parole e accattivarsi l’ammirazione del popolo inesperto con il parlare velocemente. Chi è senza pudore spesso spiega ciò che non conosce e pretende di essere un grande esperto solo perché riesce a persuadere gli altri».[17]

A Betlemme Girolamo vive, fino alla sua morte nel 420, il periodo più fecondo e intenso della sua vita, completamente dedicato allo studio della Scrittura, impegnato nella monumentale opera della traduzione di tutto l’Antico Testamento a partire dall’originale ebraico. Nello stesso tempo, commenta i libri profetici, i salmi, le opere paoline, scrive sussidi per lo studio della Bibbia. Il prezioso lavoro confluito nelle sue opere è frutto di confronto e di collaborazione, dalla copiatura e collazione dei manoscritti alla riflessione e discussione: «Non mi sono fidato mai delle mie proprie forze per studiare i volumi divini, […] ho l’abitudine di porre questioni, anche a proposito di ciò che credevo sapere, a più ragione su ciò di cui non ero sicuro».[18] Perciò, consapevole del proprio limite, chiede continuo sostegno nella preghiera di intercessione per la riuscita della sua traduzione dei testi sacri «nello stesso Spirito con cui furono scritti»,[19] senza dimenticare di tradurre anche opere di autori indispensabili per il lavoro esegetico, come Origene, in modo da «mettere a disposizione di chi vuole approfondire gli studi scientifici questo materiale».[20]

Lo studio di Girolamo si rivela come uno sforzo compiuto nella comunità e a servizio della comunità, modello di sinodalità anche per noi, per i nostri tempi e per le diverse istituzioni culturali della Chiesa, perché siano sempre «luogo dove il sapere diventa servizio, perché senza un sapere che nasce dalla collaborazione e sfocia nella cooperazione non c’è sviluppo genuinamente e integralmente umano».[21] Fondamento di tale comunione è la Scrittura, che non possiamo leggere da soli: «La Bibbia è stata scritta dal Popolo di Dio e per il Popolo di Dio, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Solo in questa comunione col Popolo di Dio possiamo realmente entrare con il “noi” nel nucleo della verità che Dio stesso ci vuol dire».[22]

La robusta esperienza di vita, nutrita dalla Parola di Dio, fa sì che Girolamo, attraverso una fitta corrispondenza epistolare, diventi guida spirituale. Egli si fa compagno di viaggio, convinto che «non c’è arte che s’impari senza maestro», come scrive a Rustico: «ciò che desidero farti capire, prendendoti per mano, come se io fossi un marinaio che, fatta ormai l’esperienza di parecchi naufragi, tenta d’istruire un navigante inesperto».[23] Da quell’angolo pacifico di mondo segue l’umanità in un’epoca di grandi capovolgimenti, segnata da eventi come il sacco di Roma del 410 che lo colpì profondamente.

Alle lettere affida le polemiche dottrinali, sempre nella difesa della retta fede, rivelandosi uomo di relazioni, vissute con forza e con dolcezza, con pieno coinvolgimento, senza forme edulcorate, sperimentando che «l’amore non ha prezzo».[24] Così vive i suoi affetti con impeto e sincerità. Questo coinvolgersi nelle situazioni in cui vive e opera si riscontra anche nel fatto che egli offre il suo lavoro di traduzione e di commento come munus amicitiae. È un dono prima di tutto per gli amici, destinatari e dedicatari delle sue opere e ai quali chiede di leggerle con occhio amichevole piuttosto che critico, e poi per i lettori, i suoi contemporanei e quelli di ogni tempo.[25]

Consuma gli ultimi anni della sua vita nella lettura orante personale e comunitaria della Scrittura, nella contemplazione, nel servizio ai fratelli attraverso le sue opere. Tutto questo a Betlemme, accanto alla grotta dove il Verbo fu partorito dalla Vergine, consapevole che è «felice colui che porta nel suo intimo la croce, la risurrezione, il luogo della nascita e dell’ascensione di Cristo! Felice chi ha Betlemme nel suo cuore, nel cui cuore Cristo nasce ogni giorno!».[26]

La chiave sapienziale del suo ritratto

Per una piena comprensione della personalità di San Girolamo è necessario coniugare due dimensioni caratteristiche della sua esistenza di credente: da un lato, l’assoluta e rigorosa consacrazione a Dio, con la rinuncia a qualsiasi umana soddisfazione, per amore di Cristo crocifisso (cfr 1 Cor 2,2; Fil 3,8.10); dall’altro, l’impegno di studio assiduo, volto esclusivamente a una sempre più piena comprensione del mistero del Signore. È proprio questa duplice testimonianza, mirabilmente offerta da San Girolamo, che viene proposta come modello: per i monaci, innanzitutto, perché chi vive di ascesi e di preghiera venga sollecitato a dedicarsi all’assiduo travaglio della ricerca e del pensiero; per gli studiosi, poi, che devono ricordare che il sapere è valido religiosamente solo se fondato sull’amore esclusivo per Dio, sulla spoliazione di ogni umana ambizione e di ogni mondana aspirazione.

Tali dimensioni sono state recepite nel campo della storia dell’arte, dove la presenza di San Girolamo è frequente: grandi maestri della pittura occidentale ci hanno lasciato le loro raffigurazioni. Potremmo organizzare le varie tipologie iconografiche lungo due linee distinte. L’una lo definisce soprattutto come monaco e penitente, con un corpo scolpito dal digiuno, ritirato in zone desertiche, in ginocchio o prostrato a terra, in molti casi stringendo un sasso nella destra per battersi il petto, e con gli occhi rivolti al Crocifisso. In questa linea si pone il toccante capolavoro di Leonardo da Vinci conservato nella Pinacoteca Vaticana. Un altro modo di raffigurare Girolamo è quello che ce lo mostra in veste di studioso, seduto al suo scrittoio, intento a tradurre e commentare la Sacra Scrittura, attorniato da volumi e pergamene, investito della missione di difendere la fede attraverso il pensiero e lo scritto. Albrecht Dürer, per citare un altro esempio illustre, lo ha raffigurato più di una volta in questo atteggiamento.

I due aspetti sopra evocati si ritrovano congiunti nella tela del Caravaggio, alla Galleria Borghese di Roma: in un’unica scena, infatti, viene presentato l’anziano asceta, sommariamente rivestito da un panno rosso, che sul tavolo ha un cranio, simbolo della vanità delle realtà terrene; ma assieme è pure potentemente raffigurata la qualità dello studioso, che tiene gli occhi fissi sul libro, mentre la sua mano intinge la penna nel calamaio nell’atto caratteristico dello scrittore.

In modo analogo – un modo che chiamerei sapienziale – dobbiamo comprendere il duplice profilo del percorso biografico di Girolamo. Quando, da vero «Leone di Betlemme», esagerava nei toni, lo faceva per la ricerca di una verità della quale era pronto a farsi incondizionato servitore. E come lui stesso spiega nel primo dei suoi scritti, Vita di San Paolo, eremita di Tebe, i leoni sono capaci di “potenti ruggiti” ma anche di lacrime.[27] Per questo motivo, quelle che nella sua figura appaiono due fisionomie giustapposte sono, in realtà, elementi con i quali lo Spirito Santo gli ha permesso di maturare la sua unità interiore.

Amore per la Sacra Scrittura

Il tratto peculiare della figura spirituale di San Girolamo rimane senza dubbio il suo amore appassionato per la Parola di Dio, trasmessa alla Chiesa nella Sacra Scrittura. Se tutti i Dottori della Chiesa – e in particolare quelli della prima epoca cristiana – hanno attinto esplicitamente dalla Bibbia i contenuti del loro insegnamento, Girolamo lo ha fatto in modo più sistematico e per certi versi unico.

Gli esegeti negli ultimi tempi hanno scoperto la genialità narrativa e poetica della Bibbia, esaltata proprio per la sua qualità espressiva; Girolamo, invece, sottolineava piuttosto nella Scrittura il carattere umile del rivelarsi di Dio ed espresso nella natura aspra e quasi primitiva della lingua ebraica, paragonata alla raffinatezza del latino ciceroniano. Non è dunque per un gusto estetico che egli si dedica alla Sacra Scrittura, ma – come è ben noto – solamente perché essa lo porta a conoscere Cristo, perché l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo.[28]

Girolamo ci insegna che non vanno studiati solo i Vangeli, e non è solo la tradizione apostolica, presente negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere, a dover essere commentata, perché tutto l’Antico Testamento è indispensabile per penetrare nella verità e nella ricchezza del Cristo.[29] Le stesse pagine evangeliche lo attestano: esse ci parlano di Gesù come Maestro che, per spiegare il suo mistero, ricorre a Mosè, ai profeti e ai Salmi (cfr Lc 4,16-21; 24,27. 44-47). Anche la predicazione di Pietro e Paolo, negli Atti, si radica emblematicamente nelle antiche Scritture; senza di esse non può essere pienamente compresa la figura del Figlio di Dio, il Messia Salvatore. L’Antico Testamento non deve essere considerato come un vasto repertorio di citazioni che dimostrano il compiersi delle profezie nella persona di Gesù di Nazaret; più radicalmente, invece, è solo alla luce delle “figure” anticotestamentarie che è possibile conoscere in pienezza il senso dell’evento di Cristo, compiutosi nella sua morte e risurrezione. Da qui la necessità di riscoprire, nella prassi catechetica e nella predicazione, come anche nelle trattazioni teologiche, l’apporto indispensabile dell’Antico Testamento, che va letto e assimilato come nutrimento prezioso (cfr Ez 3,1-11; Ap 10,8-11).[30]

La dedizione totale di Girolamo alla Scrittura si manifesta in una forma espressiva appassionata, simile a quella degli antichi profeti. È da loro che il nostro Dottore attinge il fuoco interiore che diventa verbo impetuoso e dirompente (cfr Ger 5,14; 20,9; 23,29; Ml 3,2; Sir 48,1; Mt 3,11; Lc 12,49), necessario per esprimere lo zelo ardente del servitore per la causa di Dio. Nella scia di Elia, di Giovanni Battista e anche dell’apostolo Paolo, lo sdegno nei confronti della menzogna, dell’ipocrisia e delle false dottrine infiamma il discorso di Girolamo rendendolo provocatorio e apparentemente aspro. La dimensione polemica dei suoi scritti si comprende meglio se letta come una sorta di calco e di attualizzazione della più autentica tradizione profetica. Girolamo, dunque, è modello di inflessibile testimonianza della verità, che assume la severità del rimprovero per indurre a conversione. Nell’intensità delle locuzioni e delle immagini si manifesta il coraggio del servitore che non vuole compiacere gli uomini ma esclusivamente il suo Signore (Gal 1,10), per il quale egli ha consumato ogni energia spirituale.

Lo studio della Sacra Scrittura

L’amore appassionato di San Girolamo per le divine Scritture è intriso di obbedienza. Innanzitutto nei confronti di Dio, che si è comunicato in parole che esigono ascolto riverente,[31] e, di conseguenza, obbedienza anche a coloro che nella Chiesa rappresentano la vivente tradizione interpretativa del messaggio rivelato. La «obbedienza della fede» (Rm 1,5; 16,26) non è però una mera recezione passiva di ciò che è noto; essa esige, al contrario, l’impegno attivo della personale ricerca. Possiamo considerare San Girolamo un servitore della Parola, fedele e laborioso, consacrato interamente a favorire nei suoi fratelli di fede una più adeguata comprensione del «deposito» sacro loro affidato (cfr 1 Tm 6,20; 2 Tm 1,14). Senza intelligenza di ciò che è stato scritto dagli autori ispirati, la stessa Parola di Dio è priva di efficacia (cfr Mt 13,19) e l’amore per Dio non può scaturire.

Ora, le pagine bibliche non sempre sono immediatamente accessibili. Come è detto in Isaia (29,11), anche per coloro che sanno “leggere” – che hanno cioè avuto una sufficiente formazione intellettuale – il libro sacro appare “sigillato”, chiuso ermeticamente all’interpretazione. È, perciò, necessario che intervenga un testimone competente ad apportare la chiave liberatoria, quella del Cristo Signore, il solo capace di sciogliere i sigilli e aprire il libro (cfr Ap 5,1-10), così da svelare il prodigioso effondersi della grazia (cfr Lc 4,17-21). Molti poi, anche fra i cristiani praticanti, dichiarano apertamente di non essere capaci di leggere (cfr Is 29,12), non per analfabetismo, ma perché impreparati al linguaggio biblico, ai suoi modi espressivi e alle tradizioni culturali antiche, per cui il testo biblico risulta indecifrabile, come se fosse scritto in un alfabeto sconosciuto e in una lingua astrusa.

Si rende dunque necessaria la mediazione dell’interprete che eserciti la sua funzione “diaconale”, mettendosi al servizio di chi non riesce a comprendere il senso di ciò che è stato scritto profeticamente. L’immagine che può essere evocata, al proposito, è quella del diacono Filippo, suscitato dal Signore per andare incontro all’eunuco che sul suo carro sta leggendo un passo di Isaia (53,7-8), senza però poterne dischiudere il significato. «Capisci quello che leggi?», domanda Filippo; e l’eunuco risponde: «E come potrei capire se nessuno mi guida?» (At 8,30-31).[32]

Girolamo è la nostra guida sia perché, come ha fatto Filippo (cfr At 8,35), conduce ogni lettore al mistero di Gesù, sia perché assume responsabilmente e sistematicamente le mediazioni esegetiche e culturali necessarie per una corretta e proficua lettura delle Sacre Scritture.[33] La competenza nelle lingue in cui la Parola di Dio è stata trasmessa, l’accurata analisi e valutazione dei manoscritti, la puntuale ricerca archeologica, oltre alla conoscenza della storia dell’interpretazione, tutte le risorse metodologiche, insomma, che nella sua epoca storica erano disponibili, vengono da lui utilizzate, concordemente e sapientemente, per orientare a una giusta comprensione della Scrittura ispirata.

Una tale dimensione esemplare dell’attività di San Girolamo è quanto mai importante anche nella Chiesa di oggi. Se, come insegna la Dei Verbum, la Bibbia costituisce «come l’anima della sacra teologia»[34] e come il nerbo spirituale della pratica religiosa cristiana,[35] è indispensabile che l’atto interpretativo della Bibbia sia sorretto da specifiche competenze.

A questo scopo servono certamente i centri di eccellenza della ricerca biblica (come il Pontificio Istituto Biblico di Roma, e a Gerusalemme l’École Biblique e lo Studium Biblicum Franciscanum) e patristica (come l’Augustinianum di Roma), ma anche ogni Facoltà di Teologia deve impegnarsi affinché l’insegnamento della Sacra Scrittura sia programmato in modo da assicurare agli studenti una competente capacità interpretativa, sia nell’esegesi dei testi, sia nelle sintesi di teologia biblica. La ricchezza della Scrittura è purtroppo da molti ignorata o minimizzata, perché a loro non sono state fornite le basi essenziali di conoscenza. Accanto quindi a un incremento degli studi ecclesiastici, indirizzati a sacerdoti e a catechisti, che valorizzino in modo più adeguato la competenza nelle Sacre Scritture, va promossa una formazione estesa a tutti i cristiani, perché ciascuno diventi capace di aprire il libro sacro e di trarne i frutti inestimabili di sapienza, di speranza e di vita.[36]

Vorrei qui ricordare quanto espresso dal mio Predecessore nell’Esortazione apostolica Verbum Domini: «La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati. […] Sull’atteggiamento da avere sia nei confronti dell’Eucaristia, che della Parola di Dio, San Girolamo afferma: “Noi leggiamo le sante Scritture. Io penso che il Vangelo è il Corpo di Cristo; io penso che le sante Scritture sono il suo insegnamento. E quando egli dice: Chi non mangerà la mia carne e berrà il mio sangue (Gv 6,53), benché queste parole si possano intendere anche del Mistero [eucaristico], tuttavia il corpo di Cristo e il suo sangue è veramente la parola della Scrittura, è l’insegnamento di Dio”».[37]

Purtroppo in molte famiglie cristiane nessuno si sente in grado – come invece è prescritto nella Tôrah (cfr Dt 6,6) – di far conoscere ai figli la Parola del Signore, con tutta la sua bellezza, con tutta la sua forza spirituale. Per questo ho voluto istituire la Domenica della Parola di Dio,[38] incoraggiando la lettura orante della Bibbia e la familiarità con la Parola di Dio.[39] Ogni altra manifestazione di religiosità sarà così arricchita di senso, sarà guidata nella gerarchia di valori e sarà indirizzata a ciò che costituisce il vertice della fede: l’adesione piena al mistero di Cristo.

La Vulgata

Il “frutto più dolce dell’ardua semina”[40] di studio del greco e dell’ebraico, compiuto da Girolamo, è la traduzione dell’Antico Testamento in latino a partire dall’originale ebraico. Fino a quel momento i cristiani dell’impero romano potevano leggere integralmente la Bibbia solo in greco. Mentre i libri del Nuovo Testamento erano stati scritti in greco, per quelli dell’Antico esisteva una versione completa, la cosiddetta Septuaginta (ossia la versione dei Settanta) fatta dalla comunità ebraica di Alessandria attorno al secolo II a.C. Per i lettori di lingua latina, invece, non vi era una versione completa della Bibbia nella loro lingua, bensì solo alcune traduzioni, parziali e incomplete, a partire dal greco. A Girolamo, e dopo di lui ai suoi continuatori, spetta il merito di aver intrapreso una revisione e una nuova traduzione di tutta la Scrittura. Iniziata a Roma la revisione dei Vangeli e dei Salmi, con l’incoraggiamento di Papa Damaso, Girolamo diede poi inizio nel suo ritiro di Betlemme alla traduzione di tutti i libri anticotestamentari, direttamente dall’ebraico: un’opera protrattasi per anni.

Per portare a termine questo lavoro di traduzione, Girolamo mise a frutto la sua conoscenza del greco e dell’ebraico, nonché la sua solida formazione latina, e si servì degli strumenti filologici che aveva a disposizione, in particolare delle Hexapla di Origene. Il testo finale coniugava la continuità nelle formule, ormai entrate nell’uso comune, con una maggiore aderenza al dettato ebraico, senza sacrificare l’eleganza della lingua latina. Il risultato è un vero monumento che ha segnato la storia culturale dell’Occidente, modellandone il linguaggio teologico. La traduzione di Girolamo, superati alcuni rifiuti iniziali, diventò subito patrimonio comune sia dei dotti, sia del popolo cristiano, donde il nome Vulgata.[41] L’Europa del medioevo ha imparato a leggere, a pregare e a ragionare sulle pagine della Bibbia tradotta da Girolamo. Così «la Sacra Scrittura è diventata una sorta di “immenso vocabolario” (P. Claudel) e di “atlante iconografico” (M. Chagall), a cui hanno attinto la cultura e l’arte cristiana».[42] La letteratura, le arti, e anche il linguaggio popolare hanno costantemente attinto alla versione geronimiana della Bibbia lasciandoci tesori di bellezza e di devozione.

È in ossequio a questo fatto incontestabile che il Concilio di Trento stabilì il carattere «autentico» della Vulgata nel decreto Insuper rendendo omaggio all’uso secolare che la Chiesa ne aveva fatto e attestandone il valore come strumento per lo studio, la predicazione e le dispute pubbliche.[43] Tuttavia, esso non cercava di minimizzare l’importanza delle lingue originali, come Girolamo non smetteva di ricordare, né, tantomeno, di vietare in futuro nuove imprese di traduzione integrale. San Paolo VI, raccogliendo il mandato dei Padri del Concilio Vaticano II, volle che il lavoro di revisione della traduzione della Vulgata fosse portato a compimento e messo a disposizione di tutta la Chiesa. È così che San Giovanni Paolo II, nella Costituzione apostolica Scripturarum thesaurus,[44] ha promulgato l’edizione tipica chiamata Neovulgata nel 1979.

La traduzione come inculturazione

Con questa sua traduzione, Girolamo è riuscito a “inculturare” la Bibbia nella lingua e nella cultura latina e questa sua operazione è diventata un paradigma permanente per l’azione missionaria della Chiesa. In effetti, «quando una comunità accoglie l’annuncio della salvezza, lo Spirito Santo ne feconda la cultura con la forza trasformante del Vangelo»,[45] e si instaura così una sorta di circolarità: come la traduzione di Girolamo è debitrice della lingua e della cultura dei classici latini, le cui impronte sono ben visibili, così essa, con il suo linguaggio e il suo contenuto simbolico e immaginifico, è diventata a sua volta elemento creatore di cultura.

L’opera di traduzione di Girolamo ci insegna che i valori e le forme positive di ogni cultura rappresentano un arricchimento per tutta la Chiesa. I diversi modi in cui la Parola di Dio è annunciata, compresa e vissuta ad ogni nuova traduzione, arricchiscono la Scrittura stessa, poiché essa, secondo la nota espressione di Gregorio Magno, cresce con il lettore,[46] ricevendo lungo i secoli nuovi accenti e nuove sonorità. L’inserimento della Bibbia e del Vangelo nelle diverse culture fa sì che la Chiesa si manifesti sempre più quale «sponsa ornata monilibus suis» (Is 61,10). E attesta, nello stesso tempo, che la Bibbia ha bisogno di essere costantemente tradotta nelle categorie linguistiche e mentali di ogni cultura e di ogni generazione, anche nella cultura secolarizzata globale del nostro tempo.[47]

È stato ricordato, a ragione, che è possibile stabilire un’analogia fra la traduzione, in quanto atto di ospitalità linguistica, e altre forme di accoglienza.[48] Per questo la traduzione non è un lavoro che riguarda unicamente il linguaggio, ma corrisponde, in verità, a una decisione etica più ampia, che si connette con l’intera visione della vita. Senza traduzione, le differenti comunità linguistiche sarebbero nell’impossibilità di comunicare tra loro; noi chiuderemmo gli uni agli altri le porte della storia e negheremmo la possibilità di costruire una cultura dell’incontro.[49] Senza traduzione, in effetti, non si dà ospitalità, e anzi si rafforzano le pratiche di ostilità. Il traduttore è un costruttore di ponti. Quanti giudizi avventati, quante condanne e conflitti nascono dal fatto che ignoriamo la lingua degli altri e che non ci applichiamo, con tenace speranza, a questa interminabile prova d’amore che è la traduzione!

Anche Girolamo dovette contrastare il pensiero dominante del suo tempo. Se agli albori dell’Impero romano conoscere il greco era relativamente comune, alla sua epoca già si trattava di una rarità. Egli venne comunque a essere uno dei migliori conoscitori della lingua e della letteratura greca cristiana e intraprese un ancor più arduo viaggio in solitaria quando si diede allo studio dell’ebraico. Se, come è stato scritto, «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo»,[50] possiamo dire che dobbiamo al poliglottismo di San Girolamo una comprensione del cristianesimo più universale e, al tempo stesso, più coerente con le sue fonti.

Con la celebrazione del centenario della morte di San Girolamo, lo sguardo si volge alla straordinaria vitalità missionaria espressa dalla traduzione della Parola di Dio in più di tremila lingue. Tanti sono i missionari ai quali si deve la preziosa opera di pubblicazione di grammatiche, dizionari e altri strumenti linguistici che offrono i fondamenti alla comunicazione umana e sono un veicolo per il «sogno missionario di arrivare a tutti».[51] È necessario valorizzare tutto questo lavoro e investire su di esso, contribuendo al superamento delle frontiere della incomunicabilità e del mancato incontro. C’è ancora tanto da fare. Come è stato affermato, non esiste comprensione senza traduzione:[52] non comprenderemmo noi stessi né gli altri.

Girolamo e la Cattedra di Pietro

Girolamo ha avuto sempre un particolare rapporto con la città di Roma: Roma è il porto spirituale al quale torna continuamente; a Roma si è formato l’umanista e si è forgiato il cristiano; egli è homo romanus. Questo legame avviene, in modo del tutto peculiare, nella lingua dell’Urbe, il latino, di cui è stato maestro e cultore, ma è soprattutto legato alla Chiesa di Roma e, segnatamente, alla cattedra di Pietro. La tradizione iconografica, in modo anacronistico, lo ha raffigurato con la porpora cardinalizia, a segnalare la sua appartenenza al presbiterio di Roma accanto a Papa Damaso. È a Roma che ha iniziato la revisione della traduzione. E anche quando le invidie e le incomprensioni lo hanno forzato a lasciare l’Urbe, è rimasto sempre fortemente legato alla cattedra di Pietro.

Per Girolamo, la Chiesa di Roma è il terreno fecondo dove il seme di Cristo porta frutto abbondante.[53] In un’epoca convulsa, in cui la tunica inconsutile della Chiesa è spesso lacerata dalle divisioni tra i cristiani, Girolamo guarda alla cattedra di Pietro come punto di riferimento sicuro: «Io che non seguo nessuno se non il Cristo, mi associo in comunione alla Cattedra di Pietro. So che su quella roccia è edificata la Chiesa». Nel pieno delle dispute contro gli ariani, scrive a Damaso: «Chi non raccoglie con te, disperde, chi non è del Cristo, è dell’anticristo».[54] Perciò può anche affermare: «Chi è unito alla cattedra di Pietro, è dei miei».[55]

Girolamo si è visto spesso coinvolto in aspre dispute per la causa della fede. Il suo amore per la verità e la difesa ardente di Cristo lo hanno forse portato a eccedere nella violenza verbale nelle sue lettere e nei suoi scritti. Egli, però, vive orientato alla pace: «La pace la voglio anch’io; e non solo la desidero ma la imploro! Ma intendo la pace di Cristo, la pace autentica, una pace senza residui di ostilità, una pace che non covi in sé la guerra; non la pace che soggioga gli avversari, ma quella che ci unisce in amicizia!».[56]

Il nostro mondo ha bisogno più che mai della medicina della misericordia e della comunione. Permettetemi di ripetere ancora una volta: diamo una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa.[57] «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È quello che ha chiesto con intensa preghiera Gesù al Padre: «Siano una sola cosa […] in noi […] perché il mondo creda» (Gv 17,21).

Amare ciò che Girolamo amò

A conclusione di questa Lettera, desidero rivolgere un ulteriore appello a tutti. Tra i tanti elogi tributati dai posteri a San Girolamo vi è quello che egli non fu semplicemente considerato uno dei massimi cultori della “biblioteca” di cui si nutre il cristianesimo nel corso del tempo, a cominciare dal tesoro delle Sacre Scritture; a lui si può applicare ciò che egli stesso scriveva di Nepoziano: «Con la lettura assidua e la meditazione costante aveva fatto del suo cuore una biblioteca di Cristo».[58] Girolamo non risparmiò sforzi al fine di arricchire la propria biblioteca, nella quale sempre vide un laboratorio indispensabile all’intelligenza della fede e alla vita spirituale; e in questo egli costituisce un mirabile esempio anche per il presente. Ma egli andò oltre. Per lui, lo studio non rimase confinato agli anni giovanili della formazione, fu un impegno costante, una priorità di ogni giorno della sua vita. Possiamo insomma affermare che assimilò un’intera biblioteca e divenne dispensatore di sapere per molti altri. Postumiano, che nel IV secolo viaggiò per l’Oriente alla scoperta dei movimenti monastici, fu testimone oculare dello stile di vita di Girolamo, presso il quale soggiornò alcuni mesi, e così lo descrisse: «Egli è tutto nella lettura, tutto nei libri; non riposa né giorno né notte; sempre legge o scrive qualcosa».[59]

A questo proposito penso spesso all’esperienza che può fare oggi un giovane entrando in una libreria della sua città, o in un sito internet, e cercandovi il settore dei libri religiosi. È un settore che, quando esiste, nella maggior parte dei casi è non solo marginale, ma sguarnito di opere sostanziose.

Esaminando quegli scaffali, o quelle pagine in rete, difficilmente un giovane potrebbe comprendere come la ricerca religiosa possa essere un’avventura appassionante che unisce pensiero e cuore; come la sete di Dio abbia infiammato grandi menti lungo tutti i secoli fino a oggi; come la maturazione della vita spirituale abbia contagiato teologi e filosofi, artisti e poeti, storici e scienziati. Uno dei problemi odierni, non solo della religione, è l’analfabetismo: scarseggiano le competenze ermeneutiche che ci rendano interpreti e traduttori credibili della nostra stessa tradizione culturale. Specialmente ai giovani voglio lanciare una sfida: partite alla ricerca della vostra eredità. Il cristianesimo vi rende eredi di un insuperabile patrimonio culturale di cui dovete prendere possesso. Appassionatevi di questa storia, che è vostra. Osate fissare lo sguardo su quell’inquieto giovane Girolamo che, come il personaggio della parabola di Gesù, vendette tutto quanto possedeva per acquistare «la perla di grande valore» (Mt 13,46).

Davvero Girolamo è la «Biblioteca di Cristo», una biblioteca perenne che sedici secoli più tardi continua a insegnarci che cosa significhi l’amore di Cristo, amore che è indissociabile dall’incontro con la sua Parola. Per questo l’attuale centenario rappresenta una chiamata ad amare ciò che Girolamo amò, riscoprendo i suoi scritti e lasciandoci toccare dall’impatto di una spiritualità che può essere descritta, nel suo nucleo più vitale, come il desiderio inquieto e appassionato di una conoscenza più grande del Dio della Rivelazione. Come non ascoltare, nel nostro oggi, ciò a cui Girolamo spronava incessantemente i suoi contemporanei: «Leggi spesso le Divine Scritture; anzi le tue mani non depongano mai il libro sacro»?[60]

Esempio luminoso è la Vergine Maria, da Girolamo evocata, soprattutto nella sua maternità verginale ma anche nel suo atteggiamento di lettrice orante della Scrittura. Maria meditava in cuor suo (cfr Lc 2,19.51) «perché era santa e aveva letto le Sacre Scritture, conosceva i profeti e ricordava ciò che l’angelo Gabriele le aveva annunciato e ciò che era stato vaticinato dai profeti […], vedeva il neonato che era suo figlio, il suo unico figlio che giaceva e vagiva in quel presepe, ma chi veramente vedeva giacente era il Figlio di Dio, ciò che lei vedeva lo paragonava con quanto aveva letto e sentito».[61] Affidiamoci a lei, che meglio di ogni altro può insegnarci come leggere, meditare, pregare e contemplare Dio che si fa presente nella nostra vita senza mai stancarsi.

Roma, San Giovanni in Laterano, 30 settembre, memoria di San Girolamo, dell’anno 2020, ottavo del mio pontificato.

FRANCESCO

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[1] «Deus qui beato Hieronymo presbitero suavem et vivum Scripturae Sacrae affectum tribuisti, da, ut populus tuus verbo tuo uberius alatur et in eo fontem vitae inveniet», Collecta Missae Sancti Hieronymi, Missale Romanum, editio typica tertia, Civitas Vaticana 2002.

[2] Epistula (in seguito Ep.) 22,30: CSEL 54, 190.

[3] AAS 12 (1920), 385-423.

[4] Cfr Udienze Generali 7 e 14 novembre 2007: Insegnamenti, III, 2 (2007), 553-556; 586-591.

[5] Sinodo dei Vescovi, Messaggio al Popolo di Dio della XII assemblea generale ordinaria (24 ottobre 2008).

[6] Cfr AAS 102 (2010) 681-787.

[7] Chronicum 374: PL 27, 697-698.

[8] Ep. 125,12: CSEL 56, 131.

[9] Cfr Ep. 122,3: CSEL 56, 63.

[10] Cfr Meditazione mattutina, 10 dicembre 2015. L’aneddoto è riportato in A. Louf, Sotto la guida dello Spirito, Qiqaion, Magnano (BI) 1990, 154-155.

[11] Cfr Ep. 125,12: CSEL 56, 131.

[12] Cfr VD, 89: AAS 102 (2010), 761-762.

[13] Cfr Ep. 125,9.15.19: CSEL 56, 128.133-134.139.

[14] Vita Malchi monachi captivi 7,3: PL 23, 59-60; Opere storiche e agiografiche, a cura di B. Degórski, Opere di Girolamo XV, Città Nuova, Roma 2014, 196-199.

[15] Praef. Esther 2: PL 28, 1505.

[16] Cfr Ep. 108,26: CSEL 55, 344-345.

[17] Ep. 52,8: CSEL 54, 428-429; cfr VD, 60: AAS 102 (2010), 739.

[18] Praef. Paralipomenon LXX, 1.10-15: SCh 592, 340.

[19] Praef. in Pentateuchum: PL 28, 184.

[20] Ep. 80,3: CSEL 55, 105.

[21] Messaggio in occasione della XXIV solenne Seduta pubblica delle Pontificie Accademie, 4 dicembre 2019: L’Osservatore Romano, 6 dicembre 2019, p. 8.

[22] VD, 30: AAS 102 (2010), 709.

[23] Ep. 125,15.2: CSEL 56, 133.120.

[24] Ep. 3,6: CSEL 54, 18.

[25] Cfr Praef. Josue, 1, 9-12: SCh 592, 316.

[26] Homilia in Psalmum 95: PL 26, 1181; cfr S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (1-115), a cura di A. Capone, Opere di Girolamo IX/1, Città Nuova, Roma 2018, 357.

[27] Cfr Vita S. Pauli primi eremitae, 16,2: PL 23, 28; Opere storiche e agiografiche, cit., 111.

[28] Cfr In Isaiam Prol.: PL 24, 17; S. Girolamo, Commento a Isaia (1-4), a cura di R. Maisano, Opere di Girolamo IV/1, Città Nuova, Roma 2013, 52-53.

[29] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 14.

[30] Cfr ibid.

[31] Cfr ibid., 7.

[32] Cfr S. Girolamo, Ep. 53,5: CSEL 54, 451; Le lettere, a cura di S. Cola, II, Città Nuova, Roma 1997, 54.

[33] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 12.

[34] Ibid., 24.

[35] Cfr ibid., 25.

[36] Cfr ibid., 21.

[37] N. 56; cfr In Psalmum 147: CCL 78, 337-338; S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (119-149), a cura di A. Capone, Opere di Girolamo IX/2, Città Nuova, Roma 2018, 171.

[38] Cfr Lett. ap. in forma di Motu Proprio Aperuit illis, 30 settembre 2019.

[39] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 152.175: AAS 105 (2013), 1083-1084.1093.

[40] Cfr Ep. 52,3: CSEL 54, 417.

[41] Cfr VD, 72: AAS 102 (2010), 746-747.

[42] S. Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti (4 aprile 1999), 5: AAS 91 (1999), 1159-1160.

[43] Cfr Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 1506.

[44] 25 aprile 1979: AAS LXXI (1979), 557-559.

[45] Esort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[46] Homilia in Ezech. I, 7: PL 76, 843D.

[47] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[48] Cfr P. Ricœur, Sur la traduction, Bayard, Paris 2004.

[49] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24: AAS 105 (2013), 1029-1030.

[50] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6.

[51] Esort. ap. Evangelii gaudium, 31: AAS 105 (2013), 1033.

[52] Cfr G. Steiner, After Babel. Aspects of Language and Translation, Oxford University Press, New York 1975.

[53] Cfr Ep. 15,1: CSEL 54, 63.

[54] Ibid., 15,2: CSEL 54, 62-64.

[55] Ibid., 16,2: CSEL 54, 69.

[56] Ibid., 82,2: CSEL 55, 109.

[57] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 99: AAS 105 (2013), 1061.

[58] Ep. 60,10: CSEL 54, 561.

[59] Sulpicius Severus, Dialogus I, 9, 5: SCh 510, 136-138.

[60] Ep. 52,7: CSEL 54, 426.

[61] Homilia de nativitate Domini IV: PL Suppl. 2, 191.

[01133-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua latina

FRANCISCI PP.

SUMMI PONTIFICIS

EPISTULA APOSTOLICA

Scripturae Sacrae affectus

XVI SAECULIS ELAPSIS AB OBITU SANCTI HIERONYMI

Scripturae Sacrae affectus, viva et suavis dilectio Verbi Dei scripti, hereditas est quam sanctus Hieronymus Ecclesiae per suam vitam suaque opera reliquit. Verba sumpta de memoria liturgica Sancti[1] praebent nobis clavem lectionis necessariam ut cognoscantur, XVI saeculis elapsis ab eius obitu, eius eminens figura in Ecclesiae historia eiusque magnus amor in Christum. Hic amor dividitur, veluti flumen in tot rivulos, in operam eius indefessi studiosi viri, traductoris, exegetae, egregii cognitoris et ferventis vulgatoris Sacrae Scripturae; sublimis interpretis textuum biblicorum; ardentis atque aliquando impetuosi defensoris christianae veritatis; ascetici et severi eremitae, aeque ac periti moderatoris spiritus, sua in magnanimitate ac suavitate. Hodie, post mille sescentis annis, eius figura perstat admodum praesens nobis christianis XXI saeculi.

Exordium

Die XXX mensis Septembris anno CDXX Hieronymus explevit Bethlehem, in communitate ab eo instituta iuxta Specum Nativitatis, suam terrenam vicissitudinem. Itaque illi Domino se commisit quem iugiter quaesiverat et cognoverat in Scripturis, eundem quem febricitans iam convenerat uti Iudicem in quadam visione, forsitan tempore Quadragesimae anni CCCLXXV. In quo eventu, qui commutavit penitus eius vitam ac fuit tempus conversionis et mutationis mentis, ipse sensit se in Iudicis conspectum petrahi: «Interrogatus condicionem Christianum me esse respondi. Et ille, qui residebat: “Mentiris”, ait, “Ciceronianus es, non Christianus”».[2] Nam Hieronymus a iuventute amaverat perspicuam pulchritudinem textuum classicorum Latinorum, prae quibus primo tempore scripta Bibliorum videbantur ei rustica et mendosa, nimis aspera pro expolito eius iudicio litterarum.

Hic eventus vitae eius effecit ut ipse decerneret omnino se Christo eiusque Verbo dedicare, vires suas impendens quo divinae Litterae aliis usque magis paterent, suo labore indefatigabili traductoris et explanatoris. Hic eventus tribuit vitae eius novam et promptiorem directionem: Verbi Dei famulus fieri, veluti “Scripturae carnis” amator. Itaque, in continua inquisitione quae insignivit eius vitam, magni aestimavit sua studia iuvenilia atque institutionem Romae receptam, eruditionem suam denuo disponens in perfectiorem famulatum Deo et communitati ecclesiali.

Quapropter sanctus Hieronymus inter magnos viros Ecclesiae antiquae pleno iure ascitus est, aetate quae appellatur saeculum aureum Patristicae, verus pons factus inter Orientem et Occidentem: est amicus iuventutis Rufini Aquileiensis, occurrit Ambrosio Mediolanensi et habuit frequens epistolare commercium cum Augustino. In Oriente novit Gregorium Nazianzenum, Didymum Caecum, Epiphanium Salaminensem. Christiana traditio iconographica sacravit eum, cum inscriberet eum – una cum Augustino, Ambrosio et Gregorio Magno – inter quattuor magnos Doctores Ecclesiae Occidentis.

Iam Decessores Nostri variis in rerum adiunctis voluerunt memorare eius figuram. Unum abhinc saeculum, occasione data quintae decimae centenariae memoriae eius obitus, Benedictus XV dedicavit ei Litteras encyclicas Spiritus Paraclitus (diei XV Septembris MCMXX), ubi ipse est demonstratus mundo uti «doctor maximus explanandis Scripturis».[3] Recentioribus autem temporibus Benedictus XVI in duabus sequentibus catechesibus eius personam et opera exhibuit.[4] Nunc, decimo sexto centenario expleto ab eius obitu, cupimus etiam Nos memorare sanctum Hieronymum et denuo proponere validum eius nuntium ac doctrinam, incipientes ab eius magno affectu Scripturarum.

Hoc sensu, quadam in perfecta coniunctione ipse poni potest, tamquam dux certus ac testis praecipuus, cum XII Coetu Synodi Episcoporum, dicato Verbo Dei,[5] atque cum Adhortatione Apostolica Verbum Domini (VD) Decessoris Nostri Benedicti XVI, publici iuris facta ipsa in memoria Sancti, die XXX mensis Septembris anno MMX.[6]

Roma usque Bethlehem

Vita et itinerarium personale sancti Hieronymi peragebantur per vias imperii Romani, inter Europam et Orientem. Natus circiter anno CCCXLV Stridone, inter fines Dalmatiae et Pannoniae, in regione quae hodie pertinet ad Croatiam vel Sloveniam, in christiana familia solidam educationem recepit. Secundum suae aetatis consuetudinem baptizatus est adultus, tempore quo Romae rhetoricae studio incubuit, inter annos CCCLVIII et CCCLXIV. Hoc ipso tempore factus est lector avidissimus classicorum latinorum, quorum studio operam dedit, ducentibus illustrissimis magistris rhetoricae illius aevi.

Completis studiis, longum iter fecit in Galliam, quo pervenit Augustam Trevirorum, tunc sedem imperialem, hodie urbem Germaniae. Ibi primum orientalem vitam monasticam expertus est, a sancto Athanasio diffusam. Itaque altum desiderium excoluit, quod eum comitabatur Aquileiam, ubi inchoavit aliquibus cum amicis «chorum beatorum»,[7] tempus vitae communis.

Circiter anno CCCLXXIV, cum transiret Antiochiam, decrevit secedere in desertum Chalcidis, ubi ageret vitam asceticam asperis moribus insignitam, in qua magnum spatium reservabatur studio linguarum biblicarum, primum Graecae deindeque Hebraicae. Se cuidam fratri Hebraeo commisit, qui christianus factus erat, ut eum initiaret cognitioni ignotae linguae Hebraicae eiusque sonorum, quos definivit «stridentia anhelantiaque verba».[8]

Deserta, ubi deinde egit vitam eremiticam, electa sunt a Hieronymo in altiore sensu: sicut locus praecipuarum electionum vitae, interioris conversationis et occursus cum Deo, ubi per contemplationem, tentationes interiores, certamen spirituale, pervenit ad cognitionem infirmitatis, magis sibi conscius limitis sui et alterius, agnoscens «quanta magnitudo sit fletuum».[9] Ita in desertis animadvertit Deum re adesse, hominis necessarium nexum cum Eo, eius misericordem consolationem. De hac re placet Nobis memorare dictum, in apocryphis relatum. Hieronymus quaesivit a Domino: “Quid vis a me?”, et Ipse respondit: “Nondum mihi omnia dedisti”. “Sed Domine, ego dedi tibi hoc et illud, et illud…” – “Aliquid deest”. – “Quid?” – “Da mihi peccata tua, ut Ego gaudere possim adhuc ea dimittens”.[10]

Reversus est Antiochiam, ubi presbyter ordinatus est ab Episcopo Paulino, inde petivit Constantinopolim, circiter anno CCCLXXIX, ubi novit Gregorium Nazianzenum ac prosecutus est studia sua, incumbens versioni in Latinum sermonem e Graeco maioris momenti operum (homiliarum Origenis et chronicorum Eusebii), temperie gaudens Concilii, celebrati hac in urbe anno CCCLXXXI. Illis annis in studio patefactae sunt eius affectio et magnanimitas. Quaedam benedicta inquietudo duxit eum et indefatigatum effecit ac ardentem in exquisitione: «Quotiens desperaverim, quotiensque cessaverim et contentione discendi rursus inceperim [...] quod de amaro semine litterarum dulces fructus» caperem.[11]

Anno CCCLXXXII Hieronymus Romam reversus est, Papae Damasi voluntati se committens qui, magnas eius dotes magni aestimans, eum sibi proximum operis socium elegit. Hic Hieronymus incubuit indesinenti actuositati, haud oblitus partem spiritualem: in Aventino, opem ferentibus Romanis matronis, quae cupiebant radicitus Evangelium eligere, ut Marcella, Paula eiusque filia Eustochium, cenaculum condidit institutum in lectione et studio diligenti Scripturae. Hieronymus fuit exegeta, magister, moderator spiritus. Hoc tempore incohavit revisionem anteriorum versionum Latinarum Evangeliorum, forsitan etiam aliarum partium Novi Testamenti; prosecutus est opus traductoris Origenis homiliarum et commentariorum in Scripturas, explicavit frequens epistolare commercium, publice disputavit cum auctoribus haereticis, aliquando cum intemperantiis et immoderationibus, sed iugiter sincere motus desiderio defendendi veram fidem ac Scripturarum depositum.

Hoc intentum ac proficiens tempus intermisit Papae Damasi obitus. Sensit se cogi Romam relinquere et, in comitatu amicorum ac nonnullarum mulierum cupientium prosequi spiritualem experientiam et biblicum studium inceptum, profectus est in Aegyptum – ubi occurrit magno theologo Didymo Caeco – et in Palaestinam, ubi denique sedem sibi delegit Bethlehem anno CCCLXXXVI. Iterum coepit incumbere studiis philologicis, quae nectebantur cum locis quae narrationum biblicarum memorias servabant.

Locos sacros magni aestimavit, quod intellegitur non solum quia in Palaestina morari elegit ab anno CCCLXXXVI usque ad mortem, sed etiam de ministerio peregrinationibus oblato. Bethlehem, ipsimet peculiari loco, apud specum Nativitatis instituit duo gemina monasteria, virorum et mulierum, ubi peregrini venientes ad loca sancta hospitio acciperentur, suam cum ostenderet magnanimitatem in accipiendis hanc terram petentibus ut viderent ac tangerent loca historiae salutis, ita inquisitionem culturalem una et spiritualem coniungens.[12]

In ipsa Sacra Scriptura, cum eam audiret, Hieronymus invenit seipsum, vultum Dei atque fratrum, et excoluit suam dilectionem vitae communis. Inde eius desiderium manabat vivendi cum amicis, sicut iam fecerat tempore acto Aquileiae, et communitates monasticas instituendi, persequendo coenobiticam formam religiosae vitae quae monasterium habuit uti ludum ubi homines efformandi erant «qui omnium fuerunt minimi, ut primi omnium fierent, [...] qui paupertate laetantur, quorum habitus [...] doctrina virtutum est». Nam ad institutionem idoneum censebat «vivere debere in monasterio sub unius disciplina patris consortioque multorum», ut discerentur humilitas, patientia, silentium et mansuetudo, itemque constaret quod «veritas angulos non amat nec quaerit susurrones».[13] Insuper confessus est se «monasterii cellulas quaerere, ac formicarum illarum desiderare similitudinem, ubi laboratur in medium, cumque nihil cuiusquam proprium sit, omnium omnia sunt».[14]

In studio Hieronymus non invenit fugax delectamentum ex se ipso cupiendum, sed vitae spiritualis exercitationem, instrumentum conducens ad Deum, et pariter eius institutio classica denuo composita est ad communitatem ecclesialem impensius iuvandam. Memoramus auxilium praebitum Papae Damaso, institutionem oblatam mulieribus, praesertim in lingua Hebraica ediscenda, a primo quidem cenaculo in Aventino, ita ut Paula et Eustochium attingerent «interpretum certamina»[15] et, quod illo tempore permirum erat, praestaret ut ipsae Psalmos Hebraice legerent et canerent.[16]

Humanus cultus eius fuit oblatus in servitium et propositus uti necessarius cuique evangelizatori. Sic admonuit amicum Nepotianum: «Sermo presbyteri Scripturarum lectione conditus sit. Nolo te declamatorem esse et rabulam garrulumque, sed mysterii peritum et sacramentorum Dei tui eruditissimum. Verba volvere et celeritate dicendi apud inperitum vulgus admirationem sui facere indoctorum hominum est. Adtrita frons interpretatur saepe, quod nescit, et, cum aliis suaserit, sibi quoque usurpat scientiam».[17]

Bethlehem Hieronymus vixit, usque ad suam mortem anno CCCCXX, temporis spatium fecundissimum et impensum suae vitae, prorsus dicatum studio Scripturae, cum incumberet ingenti operae versionis totius Veteris Testamenti ex authentico sermone Hebraico. Eodem tempore exaravit commentaria in libros propheticos, Psalmos, Epistulas sancti Pauli, scripsit subsidia pro studio Bibliorum. Pretiosus labor positus in eius operibus fuit fructus comparationis et cooperationis, a transcriptione et collatione manuscriptorum ad considerationem et disputationem: «Fateor [...] numquam me in divinis Voluminibus propriis viribus credidisse nec habuisse magistram opinionem meam, sed etiam ea de quibus scire me arbitrabar, interrogare me solitum, quanto magis de his super quibus anceps eram».[18] Idcirco, conscius sui limitis, petiit constans sustentaculum precum intercessionis pro perficienda versione textuum sacrorum «eodem spiritu quo scripti sunt»,[19] haud oblitus convertenda esse etiam opera auctorum qui maximi momenti sunt pro opere exegetico, uti Origenes, ita «ut proficere ad scientiam rerum volentibus materiam» praeberet.[20]

Hieronymi studium apparuit uti nisus in communitate et ad communitatem inserviendam expletus, synodalitatis exemplar etiam pro nobis, pro nostra aetate necnon pro diversis Ecclesiae culturalibus institutis, ut semper sint «loca ubi scientia fit servitium, quoniam sine scientia quae oritur ex collaboratione et se effundit in cooperatione non habetur progressus sincere et integre humanus».[21] Huiusmodi communionis fundamentum est Sacra Scriptura, quam soli legere nequimus: «Biblia scripta sunt a Dei Populo et pro Dei Populo, sub Spiritus Sancti afflatu. Tantummodo in hac communione cum Populo Dei vere ingredi possumus “nobiscum” in nucleum veritatis quam ipse Deus nobis dicere cupit».[22]

Solida vitae experientia, Verbo Dei alita, effecit ut Hieronymus, per frequens epistolare commercium, fieret moderator spiritus. Is in itinere comes factus est, persuasus quod «nulla ars absque magistro discitur», sicut scripsit Rustico: «Totum, quod adprehensa manu insinuare tibi cupio, quod quasi doctus nauta post multa naufragia rudem conor instruere vectorem».[23] Ex illo pacifico prospectu orbis secutus est genus humanum aetate magnarum eversionum, signata eventibus sicut Romae vastatione anno CCCCX, quae eum funditus permovit.

Epistulis commisit doctrinales controversias, semper ad rectam fidem defendendam, se revelans vir necessitudinum, quas fortiter ac suaviter coluit, in eas plane pertractus, sine fucatis formis, experiens quod «dilectio pretium non habet».[24] Itaque vixit suos affectus vehementer et sincere. Haec implicatio in rerum adiunctis ubi vixit et operatus est apparuit etiam in eo quod suum laborem interpretationis et commentationis obtulit uti munus amicitiae. Ante omnia donum est amicis, quibus destinavit ac dedicavit sua opera et a quibus quaesivit ut ea legerent oculis amici potius quam censoris, deindeque lectoribus, contemporaneis iisque cuiusque aetatis.[25]

Postremos annos vitae suae complevit in personali et communitaria lectione orante Scripturae, in contemplatione, in serviendo fratribus per sua opera. Omnia haec Bethlehem fecit, iuxta specum ubi Verbum caro factum est, conscius quod est «felix qui crucem, et resurrectionem, et locum nativitatis Christi, et locum ascensionis portat in pectore suo. Felix est qui Bethlehem habet in corde suo: in cuius corde Christus cotidie nascitur».[26]

Clavis sapientialis eius effigiei

Ut plane intellegatur persona sancti Hieronymi necessarium est coniungantur duae eius rationes propriae vivendi uti credentis: hinc absoluta et observans consecratio Deo, recusata qualibet humana delectatione, ob Christi crucifixi amorem (cfr 1 Cor 2,2; Phil 3,8.10); illinc autem, munus assidui studii, intenti tantummodo ad usque plenius mysterium Domini intellegendum. Ipsa duplex testificatio, mirabiliter oblata a sancto Hieronymo, proposita est uti speculum: potissimum monachis, ut viventes in ascesi et oratione incitarentur ad sedulum laborem inquisitionis et meditationis; studiosis inde viris, qui recordentur oportet scientiam religiose valere tantum si fundatam amore exclusivo erga Deum, recusatione cuiusque humanae ambitionis omnisque mundanae affectationis.

Huiusmodi rationes receptae sunt in historia artis, ubi sancti Hieronymi effigies sunt frequentes: picturae occidentalis magni magistri reliquerunt nobis suas imagines. Varios typos iconographicos disponere possumus in duas denotatas series. Altera designat eum praesertim ut monachum et paenitentem, cum corpore sculpto ieiuniis, abditum in desertis, genu flexum vel in terra stratum, plerumque tenentem in dextera lapidem ad percutiendum sibi pectus, et cum oculis conversis ad Crucifixum. In hac serie ponitur commovens perinsigne opus Leonardi Vincii, quod servatur in Pinacotheca Vaticana. Altera ratio effingendi imaginem Hieronymi est illa quae eum nobis ostendit studiosum virum, sedentem ad suam scriptoriam mensam, intentum ad convertendam et commentandam Sacram Scripturam, circumdatum voluminibus et membranis, sustinentem missionem defendendi fidem dissertationibus et scriptis. Saepius effinxit eum hoc habitu – ut alterum exemplum illustris pictoris adducamus – Albertus Durerus.

Duae rationes supra memoratae inveniuntur copulatae in tela picta a Caravagio, servata in Pinacotheca Burghesia Romae: nam in una imagine ostenditur senex asceta, summatim vestitus panno rubro, qui in mensa habet calvam, symbolum vanitatis rerum terrestrium; sed item manifestatur etiam fortiter studiosi qualitas, qui oculos in librum fixit, dum manus eius plumam intingit in calamario, in actu proprio scriptoris.

Simili modo – quem quidem dicere possumus sapientialem – intellegere debemus duplicem seriem curriculi biographici Hieronymi. Cum, uti verus «Leo de Bethlehem», elatis tonis effundebatur, id agebat ob inquirendam veritatem, cuius paratus fuit famulus fieri sine condicione. Et sicut ipse enarravit in prima sua opera, Vita Sancti Pauli, eremitae Thebani, leones emittere possunt “potentes rugitus”, sed non lacrimas.[27] Hanc ob rationem, qui in eius figura videntur duo vultus iuxta positi re vera sunt elementa quibus Spiritus Sanctus concessit ei maturare suam interiorem unitatem.

Dilectio Sacrae Scripturae

Notio peculiaris figurae spiritualis sancti Hieronymi sine dubio fuit eius flagrans dilectio Verbi Dei, concrediti Ecclesiae in Sacra Scriptura. Si omnes Doctores Ecclesiae – ac praecipue prima aetate christiana – hauriebant explicite ex Bibliis suae doctrinae argumenta, Hieronymus id fecit modo magis ordinato et quodammodo unico.

Exegetae novissimis temporibus detegerunt narrativum et poëticum singulare ingenium Bibliorum, quod nempe exaltant ob eius significantem indolem. Hieronymus autem ostendit potius in Sacra Scriptura rationem humilem revelationis Dei, quae natura aspera et fere pristina linguae Hebraicae exprimitur, si comparatur cum subtilitate sermonis Latini Ciceronis. Non ergo propter gustum excultum ipse sese dicavit Sacrae Scripturae, sed – sicut valde notum est – tantum quia ad Christum cognoscendum ea illum duxit, quoniam ignorantia Scripturarum ignorantia Christi est.[28]

Hieronymus docuit nobis incumbendum esse non solum Evangeliis, nec tantum traditionem apostolicam, in Actibus Apostolorum et Epistulis enarratam, commentandam esse, quia totum Vetus Testamentum necessarium est ad veritatem perspiciendam ac divitias Christi.[29] Id attestantur ipsae paginae evangelicae: quae loquuntur nobis de Iesu tamquam Magistro qui, ut mysterium suum enarraret, memoravit Moysen, prophetas et Psalmos (cfr Lc 4,16-21; 24,27.44-47). Etiam praedicatio Petri et Pauli in Actibus Apostolorum significanter innititur in antiquis Scripturis: sine quibus plane intellegi non potest figura Filii Dei, Messiae Salvatoris. Vetus Testamentum haud considerandum est uti latum repertorium prolatorum textuum qui demonstrant adimpletas esse prophetias in persona Iesu Nazareni; e contra, tantum sub lumine figurarum Veteris Testamenti magis radicitus cognosci potest in plenitudine sensus eventus Christi, qui adimpletus est in eius morte et resurrectione. Inde necessitas datur detegendi in catechesi tradenda et in praedicatione, sicut etiam in tractatibus theologicis, necessarium tributum Veteris Testamenti, quod legendum et assumendum est uti pretiosum alimentum (cfr Ez 3,1-11; Apc 10,8-11).[30]

Plena Hieronymi deditio Sacrae Scripturae manifestatur quadam flagranti elocutione, simili ac antiquorum prophetarum. Ab eis Doctor noster percepit ignem interiorem qui fit verbum impetuosum et dirumpens (cfr Ier 5,14; 20,9; 23,29; Mal 3,2; Eccli 48,1; Mt 3,11; Lc 12,49), necessarium ad expromendum ardentem zelum servi causae Dei. Sequens vestigia Eliae, Ioannis Baptistae et etiam apostoli Pauli, indignatio in conspectu mendacii, simulationis et falsarum doctrinarum inflammabat sermonem Hieronymi, efficiens eum provocatorium et in speciem asperum. Polemica ratio scriptorum eius melius intellegi potest si consideratur uti species simulacri ubi antiquior traditio prophetica ad hodiernam rationem perducitur. Hieronymus igitur est exemplar inexorabilis testificationis veritatis, quae assumit severitatem reprehensionis ut ad conversionem inducat. Vehementia locutionum et imaginum manifestatur animus servi qui non hominibus vult placere, sed solummodo suo Domino (cfr Gal 1,10), cui totum spiritualem suum vigorem insumpsit.

Sacrae Scripturae studium

Sancti Hieronymi amor fervidus divinarum Scripturarum oboedientia repletus est. Praesertim erga Deum, qui se communicavit verbis quae auscultationem reverentem postulant,[31] ac consequenter oboedientiam etiam erga eos qui in Ecclesia constituunt viventem traditionem in nuntio revelato explicando. Attamen «oboeditio fidei» (Rom 1,5; 16,26) non est tantum passiva susceptio illius quod notum est; illa, e contra, postulat actuosum studium propriae investigationis. Sanctum Hieronymum considerare possumus “ministrum” Verbi, fidelem et sedulum, omnino deditum fovendae in suis fratribus in fide congruentiori intellegentiae sacri «depositi» iis concrediti (cfr 1 Tim 6,20; 2 Tim 1,14). Nisi intellegitur quod ab auctoribus inspiratis scriptum est, ipsum Verbum Dei caret efficientia (cfr Mt 13,19) et Dei dilectio manare non potest.

Modo paginae biblicae non semper extemplo patent. Sicut in Isaia dictum est (29,11), etiam iis qui “litteras” sciunt – id est, qui acceperunt sufficientem intellectus institutionem – liber sacer apparet “signatus”, artissime interpretationi clausus. Quocirca necesse est ut quidam callens testis se interponat ad clavem liberantem afferendam, illam videlicet Christi Domini, qui solus dignus est aperire librum et solvere signacula eius (cfr Apc 5,1-10), et itaque revelare mirificam gratiae effusionem (cfr Lc 4,17-21). Multi deinde, etiam ex christianis qui fidem exercent, palam declarant se aptos non esse ad legendum (cfr Is 29,12), non quia nescientes litteras, sed quia haud parati ad verba biblica intellegenda, itidem ad modos loquendi et ad traditiones culturales antiquas, quare textus biblicus apparet intellectu carens, sicut in litteris ignotis et in lingua abstrusa scriptus fuerit.

Necessaria ergo fit mediatio interpretis qui suo “diaconali” munere fungatur, se in ministerium ponens eorum qui nequeunt intellegere sensum rerum quae prophetice scriptae sunt. Imago quae convenienter evocari potest, est diaconi Philippi, incitati a Domino ut occurreret eunucho qui in curro legebat locum prophetae Isaiae (53,7-8), tamen haud poterat aperire sensum. «Putas intellegis, quae legis?», interrogavit Philippus; et eunuchus respondit: «Et quomodo possum, nisi me aliquis docuerit?» (Act 8,30-31).[32]

Hieronymus est moderator noster, sive quia – sicut fecit Philippus (cfr Act 8,35) – conducit quemque legentem ad Iesu mysterium, sive quia scienter atque ordinate assumit mediationes exegeticas et culturales necessarias ad rectam et proficientem lectionem Sacrarum Scripturarum.[33] Peritia in linguis quibus Verbum Dei est traditum, diligenti analysi et aestimatione manuscriptorum, accurata inquisitione archaeologica, aeque ac cognitione historiae interpretationis – brevi cunctis auxiliis methodologicis quae eius aetate praesto erant – concorditer sapienterque ipse usus est ad dirigendam congruam intellegentiam Scripturae inspiratae.

Huiusmodi exemplaris ratio industriae sancti Hieronymi maximi est ponderis etiam hodie in Ecclesia. Si quidem, sicut docet Dei Verbum, Biblia sunt «veluti anima sacrae theologiae»[34] et veluti nervi spirituales religiosae conversationis christianae,[35] omnino necessarium est ut actus interpretationis Bibliorum sustineatur praecipuis peritiis.

Ad hunc finem consequendum haud dubie perutiles sunt excellentes sedes inquisitionis biblicae (sicut Romae Pontificium Institutum Biblicum et Hierosolymis Schola Biblica Hierosolymitana atque Studium Biblicum Franciscanum) et patristicae (sicut Institutum Patristicum Augustinianum Romae), sed etiam quaeque Facultas Theologiae necesse est ut operam det ad munus docendi Sacram Scripturam ita disponendum ut studentibus praebeatur idoneitas competentis interpretationis, sive in textuum exegesi sive in theologiae biblicae synthesi apparanda. Divitiae Scripturarum, pro dolor, a multis ignorantur vel ad minimum rediguntur, quoniam non sunt iis praebita essentialia fundamenta cognitionis. Praeter igitur studiorum ecclesiasticorum incrementum, quae congruentius aestiment peritiam in Sacris Scripturis et ad sacerdotes et catechistas convertantur, promoveatur oportet institutio in omnes christianos extenta, ut quisque librum sacrum aperire atque ex eo inaestimabiles fructus sapientiae, spei et vitae trahere valeat.[36]

Hic recordari volumus quae scripta sunt a Decessore Nostro in Adhortatione apostolica Verbum Domini: «Qualitas sacramentalis Verbi ita intellegi potest in analogia cum praesentia reali Christi sub speciebus panis et vini consecratis. [...] De modo se gerendi erga Eucharistiam atque erga Verbum Dei sanctus Hieronymus affirmat: “Legimus sanctas Scripturas. Ego corpus Iesu Evangelium puto; sanctas Scripturas puto doctrinam eius. Et quando dicit: Qui non comederit carnem meam et biberit sanguinem meum (Io 6,53), licet et in Mysterio [eucharistico] possit intellegi, tamen vere corpus Christi et sanguis eius sermo Scripturarum est, doctrina divina est”».[37]

Pro dolor, in multis christianis familiis nemo se idoneum sentit – sicut vero est mandatum in Tôrah (cfr Dt 6,6-7) – ut filiis Verbum Domini proponat, cum omni eius pulchritudine, cum omni eius vigore spirituali. Hac de causa decrevimus Dominicam Verbi Dei instituere,[38] adhortantes ad lectionem orantem Bibliorum et consuetudinem cum Verbo Dei.[39] Ita quaecumque alia devotionis manifestatio sensu locupletabitur, in bonorum ordinem dirigetur atque convertetur ad illud quod culmen fidei constituit, videlicet ad plenam Christi mysterio adhaesionem.

Vulgata

“Dulcissimus fructus laboriosi satus”[40] studii linguae Graecae et Hebraicae expleti a Hieronymo est conversio Veteris Testamenti in linguam Latinam ex Hebraico textu authentico. Usque ad illud tempus Romani imperii christiani Biblia in totum legere poterant tantum in lingua Graeca. Nam libri Novi Testamenti Graece scripti sunt, dum Veteris Testamenti exstitit versio Graeca integra, appellata a Septuaginta (id est versio a Septuaginta viris facta), pro Hebraica communitate Alexandrina circiter II saeculo a.Chr.n. exarata. Lectoribus autem linguae Latinae non erat praesto Bibliorum versio integra in eorum sermone, sed tantum quaedam partiales et incompletae versiones ex lingua Graeca translatae. Hieronymi, et postea eorum qui opus eius prosecuti sunt, laus est susceptae revisionis novaeque versionis totius Scripturae. Romae incepta revisione Evangeliorum et Psalmorum, hortante Papa Damaso, Hieronymus inde suo in recessu Bethlehem incohavit conversionem omnium librorum Veteris Testamenti directo ex lingua Hebraica: quae opera per annos continuata est.

Ad hunc laborem consummandum, Hieronymus usus est sua cognitione linguae Graecae et Hebraicae necnon solida institutione in litteris Latinis, itemque instrumentis philologis quae ei praesto erant, praesertim Hexapla Origenis. Textus postremus coniunxit continuitatem in formulis, quae iam in usum communem erant ingressae, cum maiore adhaesione textui Hebraico, haud neglecta elegantia linguae Latinae. Hic fructus verum est monumentum quod historiam culturalem Occidentis signavit, conformans eius linguam theologicam. Versio Hieronymi, victis quibusdam initialibus recusationibus, statim facta est commune patrimonium tum doctorum, cum populi christiani, unde suscepit nomen Vulgata.[41] Europa media aetate didicit legere, orare et cogitare ex paginis Bibliorum, quae conversa sunt a Hieronymo. Itaque «Sacra Scriptura facta est in speciem “immensi lexici” (P. Claudel) et “atlantis iconographici” (M. Chagall), unde hauserunt culturam et artem christianam».[42] Litterae, artes et etiam sermo vulgaris constanter hauriebant ex versione Hieronymi Bibliorum, ac reliquerunt nobis thesauros pulchritudinis ac devotionis.

Huic rei indubitabili obsequens, Concilium Tridentinum statuit «authenticam» indolem Vulgatae per decretum Insuper, honorem tribuens saeculari usui quem Ecclesia de ea fecerat eiusque valorem attestans uti instrumenti studii, praedicationis et publicarum disputationum.[43] Attamen, illud noluit magnum momentum originis linguarum minimi facere, sicut Hieronymus plerumque recordabatur, et nihilominus futuro tempore vetare nova incepta integrae versionis. Sanctus Paulus VI, mandatum suscipiens Patrum Concilii Oecumenici Vaticani II, voluit ut opera versionis Vulgatae revisendae ad finem adduceretur et universae Ecclesiae offerretur. Itaque sanctus Ioannes Paulus II anno MCMLXXIX per Constitutionem apostolicam Scripturarum thesaurus promulgavit editionem typicam Novae Vulgatae.[44]

Opus convertendi tamquam inculturatio

Hac sua versione Hieronymus valuit “inculturare” Biblia in linguam et culturam Latinam, et haec eius opera facta est paradigma permanens pro actione missionaria Ecclesiae. Etenim «cum communitas accipit nuntium salutis, Spiritus Sanctus fecundat eius culturam per transformantem Evangelii vim»,[45] et sic instauratur quaedam species circularitatis: sicut versio Hieronymi debet linguae et culturae classicorum Latinorum, quorum vestigia clare reperiuntur, ita ipsa, suo sermone et nuntio symbolorum et imaginum, vicissim facta est elementum efficiens culturam.

Opera versionis Hieronymi nos docet valores formasque bonas cuiusque culturae posse augere divitias universae Ecclesiae. Diversi modi quibus Verbum Dei annuntiatur, intellegitur et perficitur in quaque nova versione, augent divitias ipsius Scripturae, quoniam ea, secundum celebrem sententiam Gregorii Magni, crescit cum lectore,[46] per saecula recipiens novos accentus et sonos. Inclusio Bibliorum et Evangelii in varias culturas vult Ecclesiam manifestari usque magis «quasi sponsam ornatam monilibus suis» (Is 61,10). Et testatur eodem tempore Biblia indigere ut constanter convertantur in genera linguarum et mentium cuiusque culturae et cuiusque generationis, etiam in saecularizata globali cultura nostrae aetatis.[47]

Memoratum est, et recte quidem, posse similitudinem institui inter versionem, uti actum hospitalitatis linguisticae, et alias formas receptionis.[48] Quapropter conversio haud est opus quod pertinet tantummodo ad linguam, sed revera congruit cum ampliore iudicio ethico, quod nectitur cum universa vitae visione. Sine versione diversae communitates linguisticae non possent inter se communicare; nos alii aliis clauderemus historiae portas et tolleremus facultatem culturam occursus construendi.[49] Etenim sine versione non datur hospitalitas, immo, augentur usus hostilitatis. Interpres pontes efficit. Quot iudicia praecipitia, quot damnationes et contentiones nascuntur ex eo quod ignoramus linguam aliorum et non incumbimus firma spe huic continuae demonstrationi amoris quae est versio!

Etiam Hieronymus menti principi sui temporis pugnare oportuit. Si in primordiis Romani imperii cognoscere linguam Graecam res satis communis fuit, eius aetate iam rara facta est. Ipse utique annumeratus est inter meliores linguae et litterarum Graecarum christianarum peritos, et adhuc magis arduum iter suscepit solitarius cum studio linguae Hebraicae se dicavit. Si quidem, sicut scriptum est, «fines mei sermonis sunt fines mei orbis»,[50] dicere possumus nos plurium linguarum scientiae sancti Hieronymi debere magis universalem intellegentiam christianismi ac eodem tempore magis congruentem eius cum fontibus.

Cum celebratur sexta decima centenaria memoria ab obitu sancti Hieronymi, respicitur extraordinaria vitalitas missionaria demonstrata versione Verbi Dei in plus quam tria milia linguarum. Plurimi sunt missionarii quibus debentur pretiosa opera editionis librorum grammaticae, lexicorum aliorumve instrumentorum linguae quae praebent fundamenta communicationi humanae et sunt vehicula pro «somnio missionario perveniendi ad omnes».[51] Necesse est haec omnia opera magni aestimare et fovere, operam dando ad superandos fines ubi fieri non possunt communicatio et occursus. Adhuc multa sunt agenda. Sicut affirmatum est, non haberi intellegentiam sine conversione:[52] non enim intellegere posse nos ipsos nec alios.

Hieronymus et Cathedra Petri

Hieronymus semper peculiarem necessitudinem cum Romana urbe habuit: Roma fuit spiritualis portus ubi constanter reversus est; Romae humanam institutionem accepit et christianus factus est; ipse fuit homo Romanus. Singulari prorsus modo hic nexus evenit in lingua Urbis, sermone Latino, cuius fuit magister et cultor, sed fuit ante omnia iunctus Ecclesiae Romanae, et praesertim cathedrae Petri. Traditio iconographica, etsi modo anachronico, ostendit eum cum purpura cardinalitia, ita significans eum pertinuisse ad presbyterium Romanum apud Papam Damasum. Romae coepit opus revisionis et conversionis Bibliorum. Et etiam cum invidiae et simultates coëgerunt eum ut Urbem derelinqueret, semper mansit firmiter iunctus cathedrae Petri.

Hieronymo Ecclesia Romana fuit terra fecunda ubi semen Christi fert multum fructum.[53] Aetate inquieta, qua inconsutilis tunica Ecclesiae saepius divisionibus inter christianos lacerata est, Hieronymus respexit cathedram Petri uti securam rationem: «Ego nullum primum nisi Christum sequens, [...] cathedrae Petri communione consocior. Super illam petram aedificatam Ecclesiam scio». In mediis disputationibus contra Arianos scripsit Damaso: «Quicumque tecum non colligit, spargit, hoc est, qui Christi non est, antichristi est».[54] Idcirco potuit etiam affirmare: «Si quis cathedrae Petri iungitur, meus est».[55]

Hieronymus saepe tractus est in asperas disputationes fidei causa. Eius veritatis dilectio ardensque Christi defensio induxerunt eum forsitan ut excederet vehementia verborum suis in epistulis aliisque scriptis. Ipse tamen vixit ad pacem conversus: «Volumus et nos pacem, et non solum volumus, sed rogamus, sed pacem Christi, pacem veram, pacem sine inimicitiis, pacem, in qua non sit bellum involutum, pacem, quae non adversarios subicit, sed amicos iungit!».[56]

Noster mundus maxime indiget medicina misericordiae et communionis. Sinite ut iterum dicamus: testificemur communionem fraternam quae fiat attrahens et luminosa.[57] «In hoc cognoscent omnes quia mei discipuli estis: si dilectionem habueritis ad invicem» (Io 13,35). Hoc intenta oratione rogavit Iesus a Patre: «Ut omnes [...] in nobis unum sint: ut mundus credat» (Io 17,21).

Amare quod Hieronymus amavit

In conclusione huius Epistulae cupimus ad omnes postremam cohortationem convertere. Inter tot laudes a posterioribus sancto Hieronymo tributa est quod ipse non est consideratus simpliciter unus ex maioribus cultoribus “bibliothecae”, qua alitur christiana religio decurrentibus temporibus, initio sumpto a thesauro Sacrarum Scripturarum; de eo vere dici potest quod ipse scripsit de Nepotiano: «Lectione adsidua et meditatione diuturna pectus suum bibliothecam fecerat Christi».[58] Hieronymus non pepercit conatibus ut locupletaret suam bibliothecam, in qua semper vidit officinam necessariam ad fidem intellegendam vitamque spiritualem colendam; et hac in re ipse est mirum exemplar etiam nostrae aetati. Sed ipse ultra progressus est. Ipsius studium non est circumscriptum intra iuveniles annos institutionis, fuit constans munus, prioritas omnis diei eius vitae. In summa affirmare possumus eum sumpsisse totam quandam bibliothecam et factum esse dispensatorem scientiae plurimis aliis. Postumianus, qui IV saeculo peregrinatus est in Orientem ut motus monasticos cognosceret, fuit testis ocularis vitae moris Hieronymi, apud quem aliquot menses moratus est, et sic eum descripsit: «Totus semper in lectione, totus in libris est; non die neque nocte requiescit: aut legit aliquid semper aut scribit».[59]

In hac re saepe cogitamus de experientia quam nostro tempore facere potest quidam iuvenis ingrediens aliquam librariam suae urbis, vel paginam interretis, et quaerens ibi partem librorum religiosorum. Est pars quae, si exstat, saepenumero non solum est neglecta, sed carens operibus valentibus. Perquirens illa plutea, vel illas paginas interretis, difficulter iuvenis potuerit intellegere quomodo religiosa inquisitio possit ardentem eventum efficere qui coniungit mentem et cor; quomodo sitis Dei accenderit egregias mentes cuncta per saecula usque ad hodie; quomodo vitae spiritualis maturatio contagio infecerit theologos et philosophos, cultores artium et poëtas, historicos et doctos viros. Magna quaestio hodierna, non tantum religionis, est litterarum ignorantia: deficiunt peritiae hermeneuticae quae valeant nos interpretes et traductores credibiles efficere ipsius nostrae traditionis culturalis. Praesertim ad iuvenes volumus provocationem dirigere: proficiscemini ad requirendam vestram hereditatem. Christianismus vos facit heredes insuperabilis patrimonii culturalis, cuius debetis possessionem usurpare. Inflammamini hac historia, quae est vestra. Audete figere oculos vestros in illum inquietum iuvenem Hieronymum qui, sicut homo negotiator de parabola Iesu, vendidit omnia quae habuit, ut acquireret margaritam pretiosam (cfr Mt 13,46).

Revera, Hieronymus est «Bibliotheca Christi», bibliotheca perennis, quae sedecim post saecula prosequitur docere nos quid sibi velit dilectio Christi, dilectio quae seiungi non potest ab occursu cum eius Verbo. Qua de causa haec centenaria memoria constituit invitationem ad amandum quod Hieronymus amavit, detegendo eius scripta, dum sinit ut tangamur spiritualitate quae describi potest, in eius nucleo vitalissimo, tamquam desiderium inquietum et ardens magis cognoscendi Dei Revelationem. Quidni auscultemus hac nostra aetate illud ad quod Hieronymus incessanter excitabat homines aetatis suae: «Divinas Scripturas saepius lege, immo numquam de manibus tuis sacra lectio deponatur»?[60]

Splendidum exemplum est Virgo Maria, invocata a Hieronymo, potissimum in eius maternitate virginali, sed etiam in eius habitu lectricis orantis Scripturae. Maria meditabatur omnia, «conferens in corde suo (cfr Lc 2,19.51): quoniam sancta erat, et sanctas Scripturas legerat, et sciebat prophetas, recordabatur quod angelus Gabriel sibi dixerat illa, quae dicta sunt in prophetis. [...] Videbat iacentem puerum, videbat in praesepe puerum vagientem, iacentem Dei Filium, suum Filium, unum Filium: videbat iacentem, et conferebat quae audierat, quaeque legerat, cum his quae videbat».[61] Committamus nos Ei quae melius quam quivis alius potest nos docere quomodo legere, meditari, orare et contemplari Deum qui adest in nostra vita usque mansurus.

Datum Romae, Laterani, die XXX mensis Septembris, anno MMXX, Pontificatus Nostri octavo.

FRANCISCUS

 

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[1] «Deus qui beato Hieronymo presbytero suavem et vivum Scripturae Sacrae affectum tribuisti, da, ut populus tuus verbo tuo uberius alatur et in eo fontem vitae inveniet», collecta Missae Sancti Hieronymi, Missale Romanum, editio typica tertia, Civitas Vaticana 2002.

[2] Ep. 22,30: CSEL 54, 190.

[3] AAS 12 (1920), 385-423.

[4] Cfr Audientiae Generales diebus 7 et 14 Novembris 2007: Insegnamenti, III, 2 (2007), 553-556; 586-591.

[5] Synodus Episcoporum, Nuntius ad Populum Dei XII Coetus Generalis ordinarii (24 Octobris 2008).

[6] Cfr AAS 102 (2010), 681-787.

[7] Chronicum 374: PL 27, 697-698.

[8] Ep. 125,12: CSEL 56, 131.

[9] Ep. 122,3: CSEL 56, 63.

[10] Cfr Meditatio matutina, 10 Decembris 2015. Dictum relatum est in: A. Louf, Sotto la guida dello Spirito, Qiqaion, Magnano (BI) 1990, 154-155.

[11] Cfr Ep. 125,12: CSEL 56, 131.

[12] Cfr VD, 89: AAS 102 (2010), 761-762.

[13] Cfr Ep. 125,9.15.19: CSEL 56, 128.133-134.139.

[14] Vita Malchi monachi captivi 7,3: PL 23, 59-60; Opere storiche e agiografiche, a cura di B. Degórski, Opere di Girolamo, XV, Città Nuova, Roma 2014, 196-199.

[15] Praef. Esther 2: PL 28, 1505.

[16] Cfr Ep. 108,26: CSEL 55, 344-345.

[17] Ep. 52,8: CSEL 54, 428-429; cfr VD, 60: AAS 102 (2010), 739.

[18] Praef. Paralipomenon LXX, 1.10-15: SCh 592, 340.

[19] Praef. in Pentateuchum: PL 28, 184.

[20] Ep. 80,3: CSEL 55, 105.

[21] Nuntius occasione data XXIV sollemnis Sessionis publicae Pontificiarum Academiarum, 4 Decembris 2019: L’Osservatore Romano, 6 Decembris 2019, p. 8.

[22] VD, 30: AAS 102 (2010), 709.

[23] Ep. 125,15.2: CSEL 56, 133.120.

[24] Ep. 3,6: CSEL 54, 18.

[25] Cfr Praef. Iosue, 1,9-12: SCh 592, 316.

[26] Homilia in Psalmum XCV: PL 26, 1181; cfr S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (1-115), a cura di A. Capone, Opere di Girolamo, IX/1, Città Nuova, Roma 2018, 357.

[27] Cfr Vita S. Pauli primi eremitae, 16,2: PL 23, 28; Opere storiche e agiografiche, op. cit., p. 111.

[28] Cfr In Isaiam Prol.: PL 24, 17; S. Girolamo, Commento a Isaia (1-4), a cura di R. Maisano, Opere di Girolamo, IV/1, Città Nuova, Roma 2013, 52-53.

[29] Cfr Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. Dei Verbum, 14.

[30] Cfr ibid.

[31] Cfr ibid., 7.

[32] Ep. 53,5: CSEL 54, 451; S. Girolamo, Le lettere, a cura di S. Cola, II, Città Nuova, Roma 1997, 54.

[33] Cfr Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. Dei Verbum, 12.

[34] Ibid., 24.

[35] Cfr ibid., 25.

[36] Cfr ibid., 21.

[37] N. 56; cfr In Psalmum CXLVII: CCL 78, 337-338; S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (119-149), a cura di A. Capone, Opere di Girolamo, IX/2, Città Nuova, Roma 2018, p. 171.

[38] Cfr Litt. ap. motu proprio datae Aperuit illis (30 Septembris 2019).

[39] Cfr Adhort. ap. Evangelii gaudium, 152.175: AAS 105 (2013), 1083-1084.1093.

[40] Cfr Ep. 52,3: CSEL 54, 417.

[41] Cfr VD, 72: AAS 102 (2010), 746-747.

[42] Ioannes Paulus II, Epistula ad artis cultores (4 Aprilis 1999), 5: AAS 91 (1999), 1159-1160.

[43] Cfr Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 1506.

[44] 25 Aprilis 1979: AAS LXXI (1979), 557-559.

[45] Adhort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[46] Hom. in Ezech. I, 7: PL 76, 843D.

[47] Cfr Adhort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[48] Cfr P. Ricoeur, Sur la Traduction, Bayard, Paris 2004.

[49] Cfr Adhort. ap. Evangelii gaudium, 24: AAS 105 (2013), 1029-1030.

[50] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6.

[51] Adhort. ap. Evangelii gaudium, 31: AAS 105 (2013), 1033.

[52] Cfr G. Steiner, After Babel. Aspects of Language and Translation, Oxford University Press, New York 1975.

[53] Cfr Ep. 15,1: CSEL 54, 63.

[54] Ibid., 15,2: CSEL 54, 62-64.

[55] Ibid., 16,2: CSEL 54, 69.

[56] Ibid., 82,2: CSEL 55, 109.

[57] Cfr Adhort. ap. Evangelii gaudium, 99: AAS 105 (2013), 1061.

[58] Ep. 60,10: CSEL 54, 561.

[59] Sulpicius Severus, Dialogus I, 9, 5: SCh 510, 136-138.

[60] Ep. 52,7: CSEL 54, 426.

[61] Homilia de nativitate Domini IV: PL Suppl. 2,191.

[01133-LA.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

LETTRE APOSTOLIQUE

Scripturae Sacrae affectus

DU SAINT-PÈRE

FRANÇOIS

À L’OCCASION DU XVIÈME CENTENAIRE DE LA MORT DE SAINT JÉRÔME

Une affection pour la Sainte Écriture, un amour suave et ardent pour la Parole de Dieu écrite, c’est l’héritage que saint Jérôme a laissé à l’Église à travers sa vie et ses œuvres. Les expressions tirées de la mémoire liturgique du saint[1] nous offrent une clé de lecture indispensable pour connaître, en ce XVIème centenaire de sa mort, sa figure imposante dans l’histoire de l’Église et son grand amour pour le Christ. Cet amour se subdivise comme un fleuve en de nombreux petits ruisseaux dans son œuvre d’infatigable chercheur, traducteur, exégète, profond connaisseur et vulgarisateur passionné de la Sainte Écriture ; d’interprète raffiné des textes bibliques ; d’ardent et parfois impétueux défenseur de la vérité chrétienne ; d’ermite ascétique intransigeant et de guide spirituel expérimenté, dans sa générosité et dans sa tendresse. Aujourd’hui, mille six cents ans après, sa figure demeure d’une grande actualité pour nous chrétiens du XXIème siècle.

Introduction

Le 30 septembre de l’année 420, Jérôme achevait son parcours terrestre à Bethléem, dans la Communauté qu’il avait fondée près de la grotte de la Nativité. Il se confiait ainsi à ce Seigneur qu’il avait toujours cherché et connu dans l’Écriture, le même qu’il avait déjà rencontré, souffrant de fièvre, comme Juge, dans une vision, peut être pendant le Carême 375. Lors de cet évènement qui marque un tournant décisif dans sa vie, un moment de conversion et de changement de perspectives, il se sent traîné en présence du Juge : « Interrogé à propos de ma condition, j’ai répondu que j’étais chrétien. Mais celui qui siégeait ajouta “Tu mens ! tu es cicéronien, non pas chrétien” »[2]. En effet, Jérôme avait aimé dès son plus jeune âge la limpide beauté des textes classiques latins, en comparaison desquels les écrits de la Bible lui paraissaient, initialement, bruts et incorrects, trop rudes pour son goût littéraire raffiné.

Cet épisode de sa vie favorise sa décision de se dédier entièrement au Christ et à sa Parole, en consacrant son existence à rendre toujours plus accessibles aux autres les lettres divines, par son infatigable travail de traducteur et de commentateur. Cet évènement imprime à sa vie une nouvelle et plus décisive orientation : devenir serviteur de la Parole de Dieu, comme amoureux de la « chair de l’Écriture ». Ainsi, dans la recherche continue qui caractérise sa vie, il met en valeur ses études de jeunesse et la formation reçue à Rome, en réorganisant son savoir au service plus mature de Dieu et de la communauté ecclésiale.

C’est pourquoi saint Jérôme entre de plein droit parmi les grandes figures de l’Église antique, dans la période qui est définie comme le siècle d’or de la Patristique, un véritable pont entre Orient et Occident : il est un ami de jeunesse de Rufin d’Aquilée, il rencontre Ambroise et entretient une abondante correspondance avec Augustin. En Orient, il connaît Grégoire de Nazianze, Didyme l’Aveugle, Epiphane de Salamine. La tradition iconographique chrétienne le consacre en le représentant avec Augustin, Ambroise et Grégoire le Grand, parmi les quatre grands docteurs de l’Église d’Occident.

Mes prédécesseurs ont déjà voulu rappeler sa figure en diverses circonstances. Il y a un siècle, à l’occasion du quinzième centenaire de sa mort, Benoît XV lui a dédié la Lettre encyclique Spiritus Paraclitus (15 septembre 1920), en le présentant au monde comme « doctor maximus explanandis Scripturis »[3]. Plus récemment, Benoît XVI a présenté dans deux catéchèses successives sa personnalité et ses œuvres[4]. À présent, pour le seizième centenaire de sa mort, je désire moi aussi rappeler saint Jérôme et proposer à nouveau l’actualité de son message et de ses enseignements, à partir de sa grande affection pour les Écritures.

En ce sens, il peut être mis en parfaite relation, comme guide sûr et témoin privilégié, avec la 12ème Assemblée du Synode des Evêques consacrée à la Parole de Dieu[5], et avec l’Exhortation Apostolique Verbum Domini (VD) de mon prédécesseur Benoît XVI, publiée juste ment en la fête du Saint, le 30 septembre 2010[6].

De Rome à Bethléem

La vie et l’itinéraire personnel de saint Jérôme se consument le long des routes de l’empire romain, entre l’Europe et l’Orient. Né autour des années 345 à Stridon, aux confins de la Dalmatie et de la Pannonie, dans le territoire actuel de la Croatie ou de la Slovénie, il reçoit une solide éducation dans une famille chrétienne. Selon l’usage de l’époque, il est baptisé à l’âge adulte dans les années où il est étudiant en rhétorique à Rome, entre l’an 358 et l’an 364. Il devient pendant cette période romaine un insatiable lecteur des textes classiques latins qu’il étudie sous la conduite des plus illustres maîtres en rhétorique du temps.

Ses études terminées, il entreprend un long voyage en Gaule qui le conduit dans la cité impériale de Trèves, aujourd’hui en Allemagne. C’est là qu’il entre en contact, pour la première fois, avec l’expérience monastique orientale diffusée par saint Athanase. Il mûrit ainsi un désir profond qui l’accompagne à Aquilée où il initie, avec des amis, « un chœur de bienheureux »[7], une période de vie commune.

Vers l’an 374, passant par Antioche, il décide de se retirer dans le désert de Chalsis pour mener une vie ascétique plus radicale dans laquelle une grande place est réservée à l’étude des langues bibliques, d’abord le grec et ensuite l’hébreu. Il se confie à un frère, juif devenu chrétien, qui l’introduit dans la connaissance nouvelle de la langue hébraïque et des sons qu’il trouve « stridents et aspirés »[8].

Le désert, et la vie érémitique qui en résulte, est choisi et vécu par Jérôme dans son sens le plus profond : le lieu des choix existentiels fondamentaux, d’intimité et de rencontre avec Dieu, où, dans la contemplation, les épreuves intérieures, le combat spirituel, il arrive à la connaissance de la fragilité avec une conscience plus grande de ses limites et de celles d’autrui, et en reconnaissant l’importance des larmes[9]. Il sent ainsi dans le désert la présence concrète de Dieu, la relation nécessaire de l’être humain avec lui, sa consolation miséricordieuse. J’aime rappeler à ce propos une anecdote de tradition apocryphe. Jérôme demande au Seigneur « Que veux-tu de moi ? ». Et il répond : « Tu ne m’as pas encore tout donné ». « Mais Seigneur, moi je t’ai donné ceci, ceci et ceci… » - « Il manque une chose » - « Quoi ? » - « Donne-moi tes péchés pour que je puisse avoir la joie de les pardonner encore »[10].

Nous le retrouvons à Antioche où il est ordonné prêtre par l’évêque Paulin, puis à Constantinople, vers l’an 379, où il fait connaissance de Grégoire de Nazianze et où il poursuit ses études, s’adonne à la traduction en latin d’importantes œuvres grecques (les homélies d’Origène et la Chronique d’Eusèbe), respirant le climat du Concile célébré dans cette ville en 381. Durant ces années, c’est à travers l’étude que sa passion et sa générosité se révèlent. Une inquiétude sacrée le guide et le rend infatigable et passionné dans la recherche : « Parfois je désespérais, plusieurs fois j’ai abandonné ; mais ensuite je reprenais grâce à la décision obstinée d’apprendre », conduit, par « la semence amère » de ces études, à en recueillir « des fruits savoureux »[11].

Jérôme revient à Rome en 382 et se met à la disposition du Pape Damase qui, appréciant ses grandes qualités, en fait un proche collaborateur. Là, Jérôme s’engage dans une incessante activité sans oublier la dimension spirituelle : sur l’Aventin, grâce au soutien de femmes de l’aristocratie romaine désireuses de choix évangéliques radicaux, comme Marcella, Paula et sa fille Eustochia, il crée un cénacle fondé sur la lecture et l’étude rigoureuse de l’Écriture. Jérôme est exégète, enseignant et guide spirituel. Il entreprend en même temps une révision des précédentes traductions latines des Évangiles, peut être aussi d’autres parties du Nouveau Testament; il continue son travail de traducteur des homélies et des commentaires scripturaires d’Origène, déploie une activité épistolaire frénétique, se confronte publiquement avec des auteurs hérétiques, quelquefois avec excès et intempérance mais toujours guidé sincèrement par le désir de défendre la vraie foi et le dépôt des Écritures.

Cette intense et fructueuse période est interrompue par la mort du Pape Damase. Il se voit contraint de laisser Rome et, suivi par des amis et quelques femmes désireuses de continuer l’expérience spirituelle de l’étude biblique commencée, il part pour l’Égypte – où il rencontre le grand théologien Didyme l’Aveugle – et la Palestine, pour s’établir définitivement à Bethléem en 386. Il reprend ses études philologiques, ancrées aux lieux physiques qui ont été le cadre de ces récits. L’importance donnée au lieux saints est mise en évidence non seulement par son choix de vivre en Palestine, de 386 jusqu’à sa mort, mais aussi par son service des pèlerinages. À Bethléem justement, lieu pour lui privilégié, il fonde près de la grotte de la Nativité deux monastères “jumeaux”, l’un masculin et l’autre féminin, avec des hospices pour l’accueil des pèlerins qui arrivent ad loca sancta, révélant sa générosité à accueillir ceux qui viennent dans cette terre pour voir et toucher les lieux de l’histoire du salut, unissant ainsi la recherche culturelle à la recherche spirituelle[12].

C’est dans la Sainte Écriture que, en se mettant à l’écoute, Jérôme se trouve lui-même, trouve le visage de Dieu et celui des frères, et qu’il affine sa prédilection pour la vie communautaire. D’où son désir de vivre avec des amis, comme déjà au temps d’Aquilée, et de fonder des communautés monastiques, poursuivant l’idéal cénobitique de vie religieuse qui voit le monastère comme un “gymnase” dans lequel il faut former les personnes « qui se considèrent comme inférieures à tous afin d’être les premières parmi tous », heureuses dans la pauvreté et capables d’enseigner par leur style de vie. En effet, il estime formateur le fait de vivre « sous la direction d’un unique supérieur et en compagnie de plusieurs » pour apprendre l’humilité, la patience, le silence et la mansuétude, dans la conscience que la « vérité n’aime pas les angles obscurs, et ne cherche pas les chuchoteurs »[13]. Il confesse également « soupirer après les cellules du monastère, […] désirer mener, à l’exemple de la sollicitude de ces fourmis, une vie où l’on travaille en commun, où nul ne possède rien en propre mais où tout est à tous »[14].

Jérôme n’a pas cherché dans l’étude un plaisir éphémère pour lui-même, mais un exercice de vie spirituelle, un moyen pour arriver à Dieu. Il a de même réorganisé sa formation classique pour un service plus mûr de la communauté ecclésiale. Pensons à l’aide qu’il a donnée au Pape Damase, à l’enseignement qu’il a consacré aux femmes, en particulier l’hébreu, depuis le premier cénacle sur l’Aventin, au point de faire entrer Paula et Eustochia « dans les combats des traducteurs »[15] et, chose sans précédent en ce temps, leur permettant de pouvoir lire et chanter les Psaumes dans la langue d’origine[16].

Une culture, la sienne, est mise au service et réaffirmée comme nécessaire à tout évangélisateur. Il rappelle ainsi à son ami Népotien: « La parole du prêtre doit prendre sa saveur grâce à la lecture des Écritures. Je ne veux pas que tu sois un déclamateur ou un charlatan par beaucoup de paroles, mais quelqu’un qui comprend la sainte doctrine (mysterii) et qui connaît parfaitement les enseignements (sacramentorum) de ton Dieu. C’est typique des ignorants de retourner les paroles et de s’accaparer l’admiration du peuple inexpérimenté en parlant rapidement. Celui qui est sans pudeur explique souvent ce qu’il ne connaît pas et prétend être un grand expert seulement parce qu’il réussit à persuader les autres »[17].

Jusqu’à sa mort, en 420, Jérôme vit à Bethléem la période la plus féconde et la plus intense, complètement consacrée à l’étude de l’Écriture, occupé par l’œuvre monumentale de traduction de tout l’Ancien Testament à partir de l’original hébreu. En même temps, il commente les livres prophétiques, les psaumes, les œuvres pauliniennes, il rédige des aides pour l’étude de la Bible. Le précieux travail qui a conflué dans ses œuvres est le fruit de confrontations et de collaborations, en partant de la transcription et de la collection des manuscrits jusqu’à la réflexion et la discussion : « Je n’ai jamais fait confiance à mes propres forces pour étudier les volumes divins, […] j’ai l’habitude de poser des questions, même concernant ce que je croyais savoir, à plus forte raison sur ce dont je n’étais pas sûr »[18]. C’est pourquoi, conscient de ses limites, il demande un soutien continuel dans la prière d’intercession pour la réussite de sa traduction des textes sacrés « dans le même Esprit où ils furent écrits »[19]. Il n’oublie pas de traduire aussi des œuvres d’auteurs indispensables pour le travail exégétique, comme Origène, de façon à « mettre ce matériel à disposition de qui veut approfondir les études scientifiques »[20].

L’étude de Jérôme est considérée comme un effort accompli au sein de la communauté et au service de la communauté, un modèle de synodalité aussi pour nous, pour notre temps et pour les diverses institutions culturelles de l’Église, afin qu’elles soient toujours « un lieu où le savoir devient service, parce que sans un savoir qui naît de la collaboration et qui aboutit à la coopération, il n’y a pas de développement véritablement et intégralement humain »[21]. Le fondement de cette communion est l’Écriture que nous ne pouvons pas lire seuls : « La Bible a été écrite par le Peuple de Dieu et pour le Peuple de Dieu, sous l’inspiration de l’Esprit Saint. C’est seulement dans cette communion avec le Peuple de Dieu, dans ce “nous” que nous pouvons réellement entrer dans le cœur de la vérité que Dieu lui-même veut nous dire »[22].

La robuste expérience de vie nourrie de la Parole de Dieu a fait que Jérôme est devenu un guide spirituel à travers une abondante correspondance épistolaire. Il se fait compagnon de voyage, convaincu qu’« il n’y a pas d’art qui s’apprend sans un maître ». Comme il l’écrit à Rustique : « Cela je désire te le faire comprendre en te prenant par la main, comme si j’étais un marin qui, ayant fait l’expérience de nombreux naufrages, tente d’instruire un navigateur inexpérimenté »[23]. De ce coin pacifique du monde, il suit l’humanité à une époque de grands bouleversements, marquée par des événements comme le sac de Rome de 410 qui l’a profondément affecté.

Il confie aux Lettres les polémiques doctrinales, toujours pour la défense de la vraie foi, se révélant homme de relations vécues avec force et douceur, avec un plein engagement, sans formes édulcorées, et faisant l’expérience que « l’amour n’a pas de prix »[24]. Il vit ainsi ses affections avec fougue et sincérité. Cette implication dans les situations dans lesquelles il vit et œuvre s’observe aussi dans le fait qu’il offre son travail de traduction et de commentaire comme munus amicitiæ. C’est un don qu’il fait avant tout aux amis destinataires et dédicataires de ses œuvres, amis auxquels il demande de les lire avec un œil amical plutôt que critique, et aussi aux lecteurs, ses contemporains et ceux de tous les temps[25].

Il achève les dernières années de sa vie dans la lecture orante personnelle et communautaire de l’Écriture, dans la contemplation, dans le service des frères à travers ses œuvres. Tout cela à Bethléem, près de la grotte où le Verbe fut enfanté par la Vierge, conscient qu’est « heureux celui qui porte dans son intimité la croix, la résurrection, le lieu de la naissance et de l’ascension du Christ ! Heureux celui qui a Bethléem dans son cœur, cœur dans lequel le Christ naît chaque jour ! »[26].

La clé sapientielle de son portrait

Pour une meilleure compréhension de la personnalité de saint Jérôme, il est nécessaire de conjuguer deux dimensions caractéristiques de son existence de croyant : d’un côté, l’absolue et rigoureuse consécration à Dieu, avec le renoncement à toute satisfaction humaine par amour du Christ crucifié (cf. 1Co 2, 2 ; Phil 3, 8.10) ; de l’autre, l’engagement pour l’étude assidue, visant exclusivement une compréhension toujours plus profonde du mystère du Seigneur. C’est justement ce double témoignage, admirablement offert par saint Jérôme, qui est proposé comme modèle : avant tout aux moines, afin que celui qui vit d’ascèse et de prière soit invité à se consacrer à l’enfantement assidu de la recherche et de la pensée ; puis aux chercheurs qui doivent se rappeler que le savoir est religieusement valide seulement s’il se fonde sur l’amour exclusif de Dieu, sur le dépouillement de toute ambition humaine et de toute aspiration mondaine.

Ces dimensions ont été transposées dans le domaine de l’histoire de l’art où la présence de saint Jérôme est fréquente : de grands maîtres de la peinture occidentale nous ont laissé leurs représentations. Nous pourrions organiser les diverses typologies iconographiques suivant deux lignes distinctes. L’une le définit surtout comme moine et pénitent, avec un corps sculpté par le jeûne, retiré dans des zones désertiques, à genoux ou prosterné à terre, dans de nombreux cas serrant une pierre dans la main droite pour se frapper la poitrine, et les yeux tournés vers le crucifix. Dans cette ligne se situe le touchant chef-d’œuvre de Léonard de Vinci conservé à la Pinacothèque Vaticane. Une autre façon de représenter Jérôme est celle qui nous le montre en vêtements de chercheur, assis à son écritoire pour traduire et commenter la Sainte Écriture, entouré de volumes et de parchemins, investi de la mission de défendre la foi à travers la pensée et l’écrit. Albrecht Dürer, pour citer un autre exemple illustre, l’a représenté plus d’une fois dans cette attitude.

Les deux aspects évoqués ci-dessus se retrouvent liés dans la toile du Caravage qui se trouve galerie Borghèse à Rome : dans une scène unique, le vieil ascète est présenté sommairement vêtu d’un tissu rouge, avec un crane sur la table, symbole de la vanité des réalités terrestres ; mais en même temps est aussi puissamment représentée la qualité du chercheur qui tient les yeux fixés sur le livre pendant que sa main trempe la plume dans l’encrier, geste caractéristique de l’écrivain.

De manière analogue – une manière que j’appellerais sapientielle – nous devons comprendre le double profil du parcours biographique de Jérôme. Quand, en vrai “Lion de Bethléem”, il exagérait dans les tons, il le faisait pour la recherche d’une vérité dont il était prêt à se faire le serviteur inconditionnel. Et comme il l’explique lui-même dans le premier de ses écrits, Vie de Saint Paul, ermite de Thèbes, les lions sont capables d’« énormes rugissements » mais aussi de larmes[27]. Pour ce motif, ces deux physionomies qui apparaissent comme juxtaposées sont en réalité des éléments avec lesquels l’Esprit Saint lui a permis de mûrir son unité intérieure.

Amour pour la Sainte Écriture

Le trait particulier de la figure spirituelle de saint Jérôme demeure certainement son amour passionné pour la Parole de Dieu transmise à l’Église dans la Sainte Écriture. Si tous les Docteurs de l’Église – et en particulier ceux de la première époque chrétienne – ont puisé explicitement dans la Bible les contenus de leurs enseignements, Jérôme l’a fait de façon plus systématique et, pour certains aspects, unique.

Les exégètes ont découvert ces derniers temps le génie narratif et poétique de la Bible, exaltée à juste titre pour sa qualité expressive. Jérôme souligne au contraire dans l’Écriture le caractère plutôt humble de la révélation de Dieu, exprimée dans la nature rude et presque primitive de la langue hébraïque en comparai son au raffinement du latin cicéronien. Ce n’est donc pas par goût esthétique qu’il se consacre à l’étude de la Sainte Écriture mais seulement – comme on le sait bien – pour qu’elle l’amène à connaître le Christ, parce que l’ignorance des Écritures est ignorance du Christ[28].

Jérôme nous enseigne qu’il ne faut pas étudier seulement les Évangiles, et ce n’est pas seulement la tradition apostolique présente dans les Actes des Apôtres et dans les Lettres qui doit être commentée. En effet, l’Ancien Testament est tout entier indispensable pour pénétrer dans la vérité et dans la richesse du Christ[29]. Les pages évangéliques elles-mêmes l’attestent : elles nous parlent de Jésus comme d’un Maître qui, pour expliquer son mystère, recourt à Moïse, aux Prophètes et aux Psaumes (cf. Lc 4, 16-21 ; 24, 27.44-47). La prédication de Pierre et de Paul, dans les Actes des Apôtres, s’enracine aussi de façon emblématique dans les anciennes Écritures. Sans elles la figure du Fils de Dieu, le Messie Sauveur, ne peut pas être pleinement comprise. L’Ancien Testament ne doit pas être considéré comme un vaste répertoire de citations qui démontrent l’accomplissement des prophéties en la personne de Jésus de Nazareth. Plus radicalement, c’est seulement à la lumière des “figures” vétérotestamentaires qu’il est possible de connaître en plénitude le sens de l’évènement du Christ qui s’est accompli dans sa mort et dans sa résurrection. D’où la nécessité de redécouvrir, dans la pratique catéchétique et dans la prédication tout comme dans les traités théologiques, l’apport indispensable de l’Ancien Testament qui doit être lu et assimilé comme une précieuse nourriture (cf. Ez 3, 1-11 ; Ap 10, 8-11)[30].

Le dévouement total de Jérôme à l’Écriture se manifeste sous une forme expressive passionnée, semblable à celle des anciens prophètes. C’est chez eux que notre Docteur puise le feu intérieur qui devient un verbe impétueux et explosif (cf. Jr 5, 14 ; 20, 9 ; 23, 29 ; Ml 3, 2 ; Sir 48, 1 ; Mt 3, 11 ; Lc 12, 49), nécessaire pour exprimer le zèle ardent du serviteur pour la cause de Dieu. Dans le sillage d’Élie, de Jean Baptiste et de l’apôtre Paul, l’indignation envers le mensonge, l’hypocrisie et les fausses doctrines enflamme le discours de Jérôme, le rendant provocateur et rude en apparence. La dimension polémique de ses écrits se comprend mieux s’ils sont lus comme une sorte de moulage et d’actualisation de la plus authentique tradition prophétique. Jérôme est donc un modèle de témoignage inflexible de la vérité, qui assume la sévérité du reproche pour mener à la conversion. Par l’intensité des locutions et des images, le courage du serviteur se manifeste qui ne veut pas plaire aux hommes mais exclusivement à son Seigneur (Ga 1, 10) pour lequel il a consumé toute son énergie spirituelle.

L’étude de la Sainte Écriture

L’amour passionné de saint Jérôme pour les divines Écritures est empreint d’obéissance. Obéissance avant tout envers Dieu qui s’est communiqué par des paroles qui exigent une écoute respectueuse[31], et, en conséquence, obéissance envers ceux qui représentent dans l’Église la tradition vivante interprétative du message révélé. « L’obéissance de la foi » (Rm 1, 5 ; 16, 26) toutefois n’est pas une simple réception passive de ce qui est connu. Elle exige au contraire l’engagement actif de la recherche personnelle. On peut considérer saint Jérôme comme un “serviteur” de la Parole, fidèle et laborieux, consacré entièrement à favoriser chez ses frères dans la foi une compréhension plus adéquate du “dépôt” sacré qui leur est confié (cf. 1Tm 6, 20 ; 2Tm 1, 14). Sans l’intelligence de ce qui a été écrit par les auteurs inspirés, la parole de Dieu elle-même est privée d’efficacité (cf. Mt 13, 19) et l’amour pour Dieu ne peut en résulter.

Aujourd’hui, les pages bibliques ne sont pas toujours immédiatement accessibles. Comme il est dit dans Isaïe (29, 11), même pour ceux qui savent “lire” – c’est-à-dire qui ont eu une formation intellectuelle suffisante – le livre sacré apparaît “scellé”, fermé hermétiquement à l’interprétation. C’est pourquoi il est nécessaire qu’intervienne un témoin compétent qui apporte la clé libératrice, celle du Christ Seigneur, le seul capable de briser les sceaux et d’ouvrir le livre (cf. Ap 5, 1-10) afin de révéler la prodigieuse effusion de la grâce (cf. Lc 4, 17-21). Nombreux – même parmi les chrétiens pratiquants – sont ceux qui déclarent ouvertement ne pas être capables de lire (cf. Is 29, 12), non par analphabétisme mais parce qu’ils ne sont pas préparés au langage biblique, à ses modes d’expression et aux traditions culturelles antiques. C’est pourquoi le texte biblique s’avère indéchiffrable, comme s’il avait été écrit dans un alphabet inconnu et dans une langue obscure.

La médiation de l’interprète s’avère donc nécessaire, qui exerce sa fonction “diaconale” en se mettant au service de celui qui ne réussit pas à comprendre le sens de ce qui a été écrit prophétiquement. À ce propos, l’image qui peut être évoquée est celle du diacre Philippe, suscité par le Seigneur pour aller à la rencontre de l’eunuque qui, sur son char, est en train de lire un passage d’Isaïe (53, 7-8) mais sans pouvoir en percer le sens. « Comprends-tu donc ce que tu lis ? », demande Philippe; et l’eunuque répond : « Et comment le pourrais-je, si personne ne me guide? » (Ac 8, 30-31)[32].

Jérôme est notre guide tant parce que, comme l’a fait Philippe (cf. Ac 8, 35), il conduit chaque lecteur au mystère de Jésus, que parce qu’il assume de façon responsable et systématique les méditations exégétiques et culturelles nécessaires pour une lecture correcte et fructueuse des Saintes Écritures[33]. Il a utilisé de manière concordante et sage toutes les ressources méthodologiques qui étaient disponibles à son époque historique pour orienter vers une juste compréhension de l’Écriture inspirée : la compétence dans les langues dans lesquelles la Parole de Dieu a été transmise, l’analyse soignée et l’évaluation des manuscrits, la recherche archéologique ponctuelle, en plus de la connaissance de l’histoire de l’interprétation.

Une telle dimension exemplaire de l’activité de saint Jérôme est plus que jamais importante, même dans l’Église d’aujourd’hui. Si, comme nous l’enseigne Dei Verbum, la Bible constitue pour « la théologie sacrée comme son âme »[34] et comme le nerf spirituel de la pratique religieuse chrétienne[35], alors il est indispensable que l’action interprétative de la Bible soit soutenue par des compétences spécifiques.

À cette fin, les centres d’excellence de recherche biblique (comme l’Institut Pontifical Biblique de Rome, et, à Jérusalem, l’École Biblique et le Studium Biblicum Franciscanum) et patristique (comme l’Agostinianum de Rome) sont certainement utiles, mais chaque faculté de théologie doit aussi s’engager afin que l’enseignement de la Sainte Écriture soit programmé de manière à assurer aux étudiants une capacité interprétative compétente, soit dans l’exégèse des textes, soit dans les synthèses de théologie biblique. La richesse de l’Écriture est malheureusement ignorée ou minimisée par beaucoup, parce que les bases essentielles de connaissance ne leur ont pas été fournies. À côté d’un développement des études ecclésiastiques destinées aux prêtres et aux catéchistes qui valorisent de manière plus adéquate la compétence dans les Saintes Écritures, il faut donc promouvoir une formation étendue à tous les chrétiens, pour que chacun devienne capable d’ouvrir le livre sacré et d’en tirer les fruits inestimables de sagesse, d’espérance et de vie[36].

Je voudrais rappeler ici ce qui a été dit par mon prédécesseur dans l’Exhortation apostolique Verbum Domini : « La sacramentalité de la Parole se comprend alors par analogie à la présence réelle du Christ sous les espèces du pain et du vin consacrés […] Sur l’attitude à avoir aussi bien envers l’Eucharistie qu’envers la Parole de Dieu, saint Jérôme affirme : “Nous lisons les Saintes Écritures. Je pense que l’Évangile est le Corps du Christ ; je pense que les Saintes Écritures sont son enseignement. Et quand il dit : si vous ne mangez pas la chair du Fils de l’homme, et si vous ne buvez pas son sang (Jn 6, 53), ses paroles se réfèrent au Mystère [eucharistique], toutefois, le corps du Christ et son sang sont vraiment la Parole de l’Écriture, c’est l’enseignement de Dieu” »[37].

Malheureusement, dans de nombreuses familles chrétiennes, personne ne se sent en mesure – comme c’est au contraire prescrit dans la Torah (cf. Dt 6, 6) – de faire connaître la Parole de Dieu aux enfants dans toute sa beauté, avec toute sa force spirituelle. C’est pourquoi j’ai voulu instituer le Dimanche de la Parole de Dieu[38], en encourageant la lecture orante de la Bible et la familiarité avec la Parole de Dieu[39]. Toute autre manifestation de religiosité sera ainsi enrichie de sens, sera guidée dans la hiérarchie des valeurs et sera orientée vers ce qui constitue le sommet de la foi : la pleine adhésion au mystère du Christ.

La Vulgate

Le « fruit le plus doux des semailles difficiles »[40] de l’étude du grec et de l’hébreu effectuée par Jérôme est la traduction de l’Ancien Testament en latin à partir de l’original hébreu. Jusque-là, les chrétiens de l’empire romain pouvaient lire intégralement la Bible seulement en grec. Les livres du Nouveau Testament avaient été écrits en grec, et il existait une version complète de l’Ancien Testament, appelée Septuaginta (autrement dit, la version des 70) faite par la communauté hébraïque d’Alexandrie autour du IIème siècle avant J.C. Par contre, pour les lecteurs de langue latine, il n’y avait pas de version complète de la Bible dans cette langue, mais seulement quelques traductions, partielles ou incomplètes, à partir du grec. Il revient le mérite à Jérôme, et après lui à ses continuateurs, d’avoir entrepris une révision et une nouvelle traduction de toute l’Écriture. Ayant initié à Rome la révision des Évangiles et des Psaumes, avec l’encouragement du Pape Damase, Jérôme commença dans sa retraite de Bethléem la traduction de tous les livres vétérotestamentaires, directement à partir de l’hébreu : une œuvre poursuivie durant des années.

Pour mener à bien ce travail de traduction, Jérôme mit à profit sa connaissance du grec et de l’hébreu ainsi que sa solide formation latine, et il se servit des instruments philologiques qu’il avait à disposition, en particulier les Hexapla d’Origène. Le texte final conjuguait la continuité dans les formules, désormais entrées dans l’usage commun, avec une fidélité plus grande à la dictée hébraïque, sans sacrifier l’élégance de la langue latine. Le résultat est un vrai monument qui a marqué l’histoire culturelle de l’Occident en en modelant le langage théologique. La traduction de Jérôme, certains refus initiaux ayant été dépassés, est immédiatement devenue un patrimoine commun aussi bien des savants que du peuple chrétien, d’où le nom de Vulgate[41]. L’Europe du Moyen Age a appris à lire, à prier et à raisonner sur les pages de la Bible traduite par Jérôme. « La Sainte Écriture est devenue ainsi une sorte d’“immense vocabulaire” (P. Claudel) et d’“atlas iconographique” (M. Chagall), où la culture et l’art chrétien ont puisé »[42]. La littérature, les arts, et aussi le langage populaire ont puisé constamment dans la version de la Bible de Jérôme en nous laissant des trésors de beauté et de dévotion.

C’est par rapport à ce fait incontestable que le Concile de Trente a établi le caractère “authentique” de la Vulgate dans le décret Insuper en rendant hommage à l’usage séculaire que l’Église en avait fait et en en attestant la valeur comme instrument pour l’étude, la prédication et les discussions publiques[43]. Toutefois, il ne cherchait pas à minimiser l’importance des langues originales, comme Jérôme ne cessait de le rappeler, ni encore moins à interdire à l’avenir de nouvelles entreprises de traduction intégrale. Saint Paul VI, en recueillant le mandat des Pères du Concile Vatican II, a voulu que le travail de révision de la traduction de la Vulgate soit mené à terme et mis à la disposition de toute l’Église. C’est ainsi que saint Jean-Paul II, dans la Constitution apostolique Scripturarum thesaurus[44], a promulgué l’édition typique appelée Neovulgate en 1979.

La traduction comme inculturation

Avec sa traduction, Jérôme a réussi à “inculturer” la Bible dans la langue et dans la culture latines, et son opération est devenue un paradigme permanent pour l’action missionnaire de l’Église. En effet, « quand une communauté accueille l’annonce du salut, l’Esprit Saint féconde sa culture avec la force transformante de l’Évangile »[45], et il s’instaure ainsi une sorte de circularité : de même que la traduction de Jérôme est débitrice de la langue et de la culture des classiques latins dont les marques sont bien visibles, elle est devenue à son tour, avec son langage et son contenu symbolique et imagé, un élément créateur de culture.

L’œuvre de traduction de Jérôme nous enseigne que les valeurs et les formes positives de chaque culture représentent un enrichissement pour toute l’Église. Les divers modes selon lesquels la Parole de Dieu est annoncée, comprise et vécue à chaque nouvelle traduction, enrichissent l’Écriture elle-même, puisque, selon la fameuse expression de Grégoire Le Grand, elle grandit avec le lecteur[46] en recevant tout au long des siècles de nouveaux accents et de nouvelles sonorités. L’intégration de la Bible et de l’Évangile dans les diverses cultures fait que l’Église se manifeste de plus en plus comme « l’épouse qui se pare de ses bijoux (sponsa ornata monilibus suis) » (Is 61, 10). Et elle atteste en même temps que la Bible a besoin d’être constamment traduite dans les catégories linguistiques et mentales de chaque culture et de chaque génération, y compris dans la culture sécularisée globale de notre temps[47].

Il a été rappelé, à raison, qu’il est possible d’établir une analogie entre la traduction en tant qu’acte d’hospitalité linguistique, et d’autres formes d’accueil[48]. C’est pourquoi la traduction n’est pas un travail qui regarde uniquement le langage, mais qui correspond, en vérité, à une décision éthique plus ample qui se connecte à la vision entière de la vie. Sans traduction, les différentes communautés linguistiques seraient dans l’impossibilité de communiquer entre elles. Nous fermerions les uns aux autres les portes de l’histoire et nous nierions la possibilité de construire une culture de la rencontre[49]. En effet, sans traduction, on ne donne pas hospitalité, au contraire, les pratiques d’hostilité se renforcent. Le traducteur est un constructeur de ponts. Que de jugements inconsidérés, que de condamnations et de conflits naissent du fait que nous ignorons la langue des autres et que nous ne nous appliquons pas, avec une espérance tenace, à cette preuve d’amour sans fin qu’est la traduction !

Jérôme a dû aussi contester la pensée dominante de son temps. Si, à l’aube de l’empire romain connaître le grec était relativement commun, cela était devenu quelque chose de rare, déjà à son époque. Il a pu cependant être un des meilleurs connaisseurs de la langue et de la littérature grecques chrétiennes et il a entrepris un voyage encore plus difficile en solitaire quand il s’est consacré à l’étude de l’hébreu. Si, comme il a été écrit, « les limites de mon langage sont les limites de mon monde »[50], nous pouvons dire que nous devons au polyglottisme de saint Jérôme une compréhension plus universelle du christianisme et, en même temps, plus cohérente avec ses sources.

Avec la célébration du centenaire de la mort de saint Jérôme, le regard se tourne vers l’extraordinaire vitalité missionnaire exprimée par la traduction de la Parole de Dieu en plus de trois mille langues. Nombreux sont les missionnaires auxquels on doit la précieuse œuvre de publication de grammaires, de dictionnaires et autres instruments linguistiques qui offrent les fondements à la communication humaine et sont un véhicule pour le « rêve missionnaire d’arriver à tous »[51]. Il est nécessaire de valoriser tout ce travail et d’y investir, en contribuant au dépassement des frontières de l’incommunicabilité et de l’absence de rencontre. Il reste beaucoup à faire. Comme il a été affirmé, il n’existe pas de compréhension sans traduction[52] : nous ne nous comprendrions pas nous-mêmes ni les autres.

Jérôme et la Chaire de Pierre

Jérôme a toujours eu un rapport particulier avec la ville de Rome : Rome est le port spirituel auquel il retourne continuellement. À Rome s’est formé l’humaniste et s’est forgé le chrétien ; il est homo romanus. Ce lien se réalise de façon tout à fait particulière par le latin, la langue de l’Urbe, dont il a été maître et amateur. Mais Jérôme est surtout lié à l’Église de Rome et, plus particulièrement, à la Chaire de Pierre. La tradition iconographique l’a représenté de façon anachronique avec la pourpre cardinalice pour signaler son appartenance au presbyterium de Rome à côté du Pape Damase. C’est à Rome qu’il a commencé la révision de la traduction. Et quand les jalousies et les incompréhensions l’ont forcé à laisser l’Urbe, il est resté toujours fortement lié à la Chaire de Pierre.

Pour Jérôme, l’Église de Rome est le terrain fécond où la semence du Christ porte du fruit en abondance[53]. Dans une époque mouvementée où la tunique sans couture de l’Église est souvent déchirée par les divisions entre chrétiens, Jérôme regarde la Chaire de Pierre comme un point de référence sûr : « Moi qui ne vais à la suite de personne si ce n’est du Christ, je m’unis en communion à la Chaire de Pierre. Je sais que l’Église est édifiée sur ce roc ». En pleine dispute contre les ariens, il écrit à Damase : « Celui qui ne rassemble pas avec toi, disperse, celui qui n’est pas du Christ, est de l’antéchrist »[54]. C’est pourquoi il peut aussi affirmer : « Celui qui est uni à la Chaire de Pierre, est des miens »[55].

Jérôme s’est souvent vu impliqué dans de violentes disputes pour la cause de la foi. Son amour pour la vérité et l’ardente défense du Christ l’ont peut-être porté à exagérer dans la violence verbale, dans ses lettres et dans ses écrits. Cependant, il a vécu orienté vers la paix : « La paix je la veux moi aussi ; non seulement je la désire mais je l’implore ! Mais j’entends par là la paix du Christ, la paix authentique, une paix sans résidus d’hostilité, une paix qui ne couve pas en soi la guerre ; non pas la paix qui assujettit les adversaires, mais celle qui unit dans l’amitié ! »[56].

Notre monde a besoin plus que jamais du médicament de la miséricorde et de la communion. Permettez-moi de répéter une fois encore : donnons un témoignage de communion fraternelle qui devienne attrayant et lumineux[57]. « A ceci tous reconnaîtront que vous êtes mes disciples : si vous avez de l’amour les uns pour les autres » (Jn 13, 35). C’est ce que Jésus a demandé dans une prière intense au Père : « Qu’ils soient un […] en nous, afin que le monde croie » (Jn 17, 21).

Aimer ce que Jérôme a aimé

En conclusion de cette lettre, je désire adresser un dernier appel à chacun. Parmi les nombreux éloges postérieurs rendus à saint Jérôme, il y a celui du fait qu’il n’est pas simplement considéré comme un des plus grands amateurs de la “bibliothèque” dont se nourrit le christianisme au fil du temps, à commencer par le trésor des Saintes Écritures. On peut lui appliquer ce que lui-même écrivait de Népotien : « Avec la lecture assidue et la méditation constante, il avait fait de son cœur une bibliothèque du Christ »[58]. Jérôme n’a ménagé aucun effort pour enrichir sa propre bibliothèque dans laquelle il a toujours vu un laboratoire indispensable à l’intelligence de la foi et à la vie spirituelle. En cela, il constitue un exemple admirable pour le présent. Mais il est allé au-delà. Pour lui, l’étude ne s’est pas limitée aux années de jeunesse de la formation, elle a été un engagement constant, une priorité de chaque jour de sa vie. En somme, nous pouvons affirmer qu’il a assimilé une bibliothèque entière et qu’il est devenu un dispensateur du savoir pour beaucoup d’autres. Postumien, qui a voyagé en Orient au IVème siècle à la découverte des mouvements monastiques, a été un témoin oculaire du style de vie de Jérôme auprès duquel il a séjourné pendant quelques mois, et il l’a décrit ainsi : « Il est tout entier dans la lecture, tout entier dans les livres ; il ne se repose ni de jour ni de nuit ; toujours il lit ou écrit quelque chose »[59].

À ce propos, je pense souvent à l’expérience qu’un jeune peut faire aujourd’hui en entrant dans une bibliothèque de sa ville, ou sur un site internet, y cherchant le secteur des livres religieux. C’est un secteur qui, lorsqu’il existe, est non seulement marginal dans la plupart des cas mais aussi dépourvu d’œuvres consistantes. En examinant ces rayons, ou ces pages en ligne, un jeune pourra difficilement comprendre comment la recherche religieuse peut être une aventure passionnante qui unit la pensée et le cœur ; comment la soif de Dieu a enflammé de grand esprits tout au long des siècles jusqu’aujourd’hui ; comment la maturation de la vie spirituelle a contaminé des théologiens et des philosophes, des artistes et des poètes, des historiens et des scientifiques. Un des problèmes actuels, et pas seulement de la religion, est l’analphabétisme : le manque de connaissances herméneutiques qui nous rendent interprètes et traducteurs crédibles de notre propre tradition culturelle. Je veux lancer spécialement aux jeunes un défi : partez à la recherche de votre héritage. Le christianisme vous rend héritiers d’un patrimoine culturel inégalable dont vous devez prendre possession. Passionnez-vous de cette histoire qui est vôtre. Osez fixer le regard sur Jérôme, ce jeune inquiet qui, comme le personnage de la parabole de Jésus, vend tout ce qu’il possède pour acheter « la perle de grand prix » (Mt 13, 46).

Vraiment, Jérôme est la « Bibliothèque du Christ », une bibliothèque pérenne, qui, seize siècles plus tard, continue à nous enseigner ce que signifie l’amour du Christ, un amour indissociable de la rencontre avec sa Parole. C’est pourquoi le centenaire actuel est un appel à aimer ce que Jérôme a aimé, en redécouvrant ses écrits et en se laissant toucher par l’impact d’une spiritualité qui peut être décrite, dans son noyau le plus vital, comme le désir inquiet et passionné d’une connaissance plus grande du Dieu de la Révélation. Comment ne pas entendre, aujourd’hui, ce à quoi Jérôme incitait incessamment ses contemporains : « Lis souvent les Divines Écritures ; ou plutôt, que tes mains ne déposent jamais le livre saint »[60] !

Un exemple lumineux est la Vierge Marie, évoquée par Jérôme surtout dans sa maternité virginale mais aussi dans son attitude de lectrice orante de l’Écriture. Marie méditait dans son cœur (cf. Lc 2, 19.51) « parce qu’elle était sainte et avait lu les Saintes Écritures, elle connaissait les prophètes et se rappelait ce que l’ange Gabriel lui avait annoncé et ce qui avait été prédit par les prophètes […], elle voyait le nouveau-né qui était son enfant, son fils unique qui était couché et pleurait dans cette crèche, mais celui qu’elle voyait vraiment couché était le Fils de Dieu, ce qu’elle voyait elle le comparait avec ce qu’elle avait lu et entendu »[61]. Confions-nous à elle, qui, mieux que tout autre, peut nous enseigner comment lire, méditer, prier et contempler Dieu qui se fait présent dans notre vie sans jamais se lasser.

Donné à Rome, Saint Jean de Latran, le 30 septembre 2020, mémoire de saint Jérôme, en la huitième année de mon pontificat.

FRANÇOIS

[1] « Deus qui beato Hieronymo presbitero suavem et vivum Scripturae sacrae affectum tribuisti, da, ut populus tuus verbo tuo uberius alatur et in eo fontem vitae inveniet », Collecta Missae Sancti Hieronymi, Missale Romanum, editio typica tertia, Civitas Vaticana 2002.

[2] Epistula (Ep. dans la suite) 22, 30 : CSEL 54, p. 190.

[3] AAS 12 (1920), pp. 385-423.

[4] Cf. Audiences Générales des 7 et 14 novembre 2007 : Insegnamenti, III, 2 (2007), pp. 553-556 ; 586-591.

[5] Synode des Evêques, Message au Peuple de Dieu de la 12ème assemblée générale ordinaire (24 octobre 2008).

[6] Cf. AAS 102 (2010), pp. 681-787.

[7] Chronicum 374 : PL 27, 697-698.

[8] Ep. 125, 12 : CSEL 56, p. 131.

[9] Cf. Ep. 122, 3 : CSEL 56, p. 63.

[10] Cf. Méditation matinale, 10 décembre 2015. L’anecdote est rapportée dans A. Louf, Sotto la guida dello Spirito, Qiqaion, Magnano (BI) 1990, pp. 154-155.

[11] Cf. Ep. 125, 12 : CSEL 56, p. 131.

[12] Cf. VD, n. 89 : AAS 102 (2010), pp. 761-762.

[13] Ep. 125, 9.15.19 : CSEL 56, pp. 128.133-134.139.

[14] Vita Malchi monachi captivi, 7, 3 : PL 23, 59-60 ; in Trois vies de moines (Paul, Malchus, Hilarion). Sources Chrétiennes 508, p. 203.

[15] Praef. Esther 2 : PL 28, 1505.

[16] Cf. Ep. 108, 26 : CSEL 55, pp. 344-345.

[17] Ep. 52, 8 : CSEL 54, pp. 428-429 ; cf VD, n. 60 : AAS 102 (2010), p. 739.

[18] Praef. Paralipomenon LXX, 1.10-15 : Sources chrétiennes, 592, p. 340.

[19] Praef. in Pentateuchum : PL 28, 184.

[20] Ep. 80, 3 : CSEL 55, p. 105.

[21] Message à l’occasion de la 24ème séance solennelle publique des Académies Pontificales, 4 décembre 2019 : L’Osservatore Romano, 6 décembre 2019, p. 8.

[22] VD, n. 30 : AAS 102 (2010), p. 709.

[23] Ep. 125, 15.2 : CSEL 56, pp. 133.120.

[24] Ep. 3, 6 : CSEL 54, p. 18.

[25] Cf. Praef. Josue, 1, 9-12 : Sources chrétiennes 592, p. 316.

[26] Homilia in Psalmum 95 : PL 26, 1181. cf. S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (1-115), a cura di A. Capone, Opere di Gerolamo IX/1, Città Nuova, Roma 2018, p. 357.

[27] Cf. Vita S. Pauli primi eremitae, 16, 2 : PL 23, 28 ; in Trois vies de moines, Sources chrétiennes 508, pp.177-178.

[28] Cf. In Isaiam Prol. : PL 24, 17. S. Girolamo, Commento a Isaia (1-4), a cura di R. Maisano, Opere di Girolamo IV/1, Città Nuova, Roma 2013, pp. 52-53.

[29] Cf. Conc. Œcum. VAT. II, Const. dogm. Dei Verbum, n. 14.

[30] Cf. ibid..

[31] Cf. ibid., n. 7.

[32] Cf. S. Girolamo, Ep. 53, 5 : CSEL 54, 451 : Le Lettere, a cura di S. Cola, II, Città Nuova, Roma 1997, p. 54.

[33] Cf. Conc. Œcum. Vat. II, Const. Dogm. Dei Verbum, n. 12.

[34] Ibid., n. 24.

[35] Cf. Ibid., n. 25.

[36] Cf. ibid., n. 21.

[37] N. 56 ; cf. In Psalmum 147 : CCL 78, 337-338. Cf. S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (119-149), a cura di a. Capone, Opere di Girolamo IX/2, Città Nuova, Roma 2018, p. 171.

[38] Cf. Lett. ap. en forme de Motu Proprio Aperuit illis, 30 septembre 2019.

[39] Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, nn.152.175 : AAS 105 (2013), pp. 1083-1084.1093.

[40] Cf. Ep. 52,3 : CSEL 54, p. 417.

[41] Cf. VD, n. 72 : AAS 102 (2010), pp. 746-747.

[42] S. Jean Paul II, Lettre aux artistes (4 avril 1999), 5 : AAS 91 (1999), pp. 1159-1160.

[43] Cf. Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, n. 1506.

[44] 25 avril 1979 : AAS 71 (1979), pp. 557-559.

[45] Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 116 : AAS 105 (2013), p. 1068.

[46] Hom. In Ezech. I, 7 : PL 76, 843D.

[47] Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 116 : AAS 105 (2013), p. 1068.

[48] Cf. P. Ricœur, Sur la traduction, Bayard, Paris 2004

[49] Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 24 : AAS 105 (2013), pp. 1029-1030.

[50] L. Wittgenstein, Tractus logico-philosophicus, 5.6.

[51] Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 31 : AAS 105 (2013), p. 1033.

[52] Cf. G. Steiner, After babel. Aspects of language and translation, Oxford University press, New York 1975.

[53] Cf. Ep. 15, 1 : CSEL 54, p. 63.

[54] Ibid., 15, 2 : CSEL 54, pp. 62-64.

[55] Ibid., 16, 2 : CSEL 54, p. 69.

[56] Ibid., 82, 2 : CSEL 55, p. 109.

[57] Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 99 : AAS 105 (2013), p. 1061.

[58] Ep. 60, 10 : CSEL 54, p. 561.

[59] Sulpicius Severus, Dialogus I, 9,5 : Sources Chrétiennes 510, pp. 136-138.

[60] Ep. 52, 7 : CSEL 54, p. 426.

[61] Homilia de nativitate Domini IV : PL Suppl. 2, 191.

[01133-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

APOSTOLIC LETTER

Scripturae Sacrae Affectus

OF THE HOLY FATHER

FRANCIS

ON THE SIXTEEN HUNDREDTH ANNIVERSARY OF THE DEATH OF SAINT JEROME

Devotion to sacred Scripture, a “living and tender love” for the written word of God: this is the legacy that Saint Jerome bequeathed to the Church by his life and labours. Now, on the sixteen hundredth anniversary of his death, those words taken from the opening prayer of his liturgical Memorial[1]give us an essential insight into this outstanding figure in the Church’s history and his immense love for Christ.That “living and tender love” flowed, like a great river feeding countless streams, into his tireless activity as a scholar, translator and exegete.Jerome’s profound knowledge of the Scriptures, his zeal for making their teaching known, his skill as an interpreter of texts, his ardent and at times impetuous defence of Christian truth, his asceticism and harsh eremitical discipline, his expertise as a generous and sensitive spiritual guide – all these make him, sixteen centuries after his death, a figure of enduring relevance for us, the Christians of the twenty-first century.

Introduction

On 30 September420, Saint Jerome died in Bethlehem, in the community that he had founded near the grotto of the Nativity.He thus entrusted himself to the Lord whom he had always sought and known in the Scriptures, the same Lord whom, as a Judge, he had already encountered in a feverish dream, possibly during the Lenten season of 375.That dream proved to be a decisive turning point in his life, an occasion of conversion and change in outlook.He saw himself dragged before the Judge.As he himself recalled: “Questioned about my state, I responded that I was a Christian.But the Judge retorted: ‘You lie!You are a Ciceronian, not a Christian’”.[2]Jerome had loved from his youth the limpid beauty of the Latin classics, whereas the writings of the Bible had initially struck him as uncouth and ungrammatical, too harsh for his refined literary taste.

That experience inspired Jerome to devote himself entirely to Christ and his word, and to strive through his translations and commentaries to make the divine writings increasingly accessible to others.It gave his life a new and more decisive orientation: he was to become a servant of the word of God, in love, as it were, with the “flesh of Scripture”.Thus, in the pursuit of knowledge that marked his entire life, he put to good use his youthful studies and Roman education, redirecting his scholarship to the greater service of God and the ecclesial community.

As a result, Saint Jerome became one of the great figures of the ancient Church in the period known as the golden age of patristics.He served as a bridge between East and West.A youthful friend of Rufinus of Aquileia, he knew Ambrose and was frequently in correspondence with Augustine.In the East, he knew Gregory of Nazianzus, Didymus the Blind and Epiphanius of Salamis.The Christian iconographic tradition presents him, in the company of Augustine, Ambrose and Gregory the Great, as one of the four great Doctors of the Western Church.

My predecessors have honoured Saint Jerome on various occasions.A century ago, on the fifteenth centenary of his death, Benedict XV dedicated his Encyclical LetterSpiritus Paraclitus(15 September 1920) to Jerome, presenting him to the world as“doctor maximus explanandis Scripturis”.[3]More recently, Benedict XVI devoted two successive catecheses to his person and works.[4]Now on the 1600th anniversary of his death, I too desire to commemorate Saint Jerome and to emphasize once more the timeliness of his message and teachings, beginning with his immense love for the Scriptures.

Indeed, as a sure guide and authoritative witness, Jerome in some sense dominated both the XII Assembly of the Synod of Bishops devoted to the Word of God,[5]and the Apostolic ExhortationVerbum Dominiof my predecessor Benedict XVI, published on the feast day of the Saint, 30 September 2010.[6]

From Rome to Bethlehem

The journey of Saint Jerome’s life traversed the roads of the Roman Empire between Europe and the East.Born around 345 in Stridon, on the border between Dalmatia and Pannonia, in present-day Croatia and Slovenia, he received a solid upbringing in a Christian family.As was the custom in those times, he was baptized as an adult sometime between 358 and 364, while studying rhetoric in Rome.During his Roman sojourn, he became an insatiable reader of the Latin classics, studying under the most celebrated teachers of rhetoric then living.

Following his studies, he undertook a long journey through Gaul, which brought him to the imperial city of Trier, now in Germany.There he first encountered Eastern monasticism as disseminated by Saint Athanasius.The result was a deep and enduring desire for that experience, which led him to Aquileia, where, with a few of his friends, “a choir of the blessed”,[7]he inaugurated a period of life in common.

Around the year 374, passing through Antioch, he decided to retire to the desert of Chalcis, in order to realize in an ever more radical manner an ascetical life in which great space was reserved for the study of the biblical languages, first Greek and then Hebrew.He studied under a Christianized Jew who introduced him to the knowledge of Hebrew and its sounds, which he found “harsh and aspirate”.[8]

Jerome consciously chose the desert and the eremitic life for their deeper meaning as a locus of fundamental existential decisions, of closeness and encounter with God.There, through contemplation, interior trials and spiritual combat, he came to understand more fully his own weakness, his own limits and those of others.There too, he discovered the importance of tears.[9]The desert taught him sensitivity to God’s presence, our necessary dependence on him and the consolations born of his mercy.Here, I am reminded of an apocryphal story in which Jerome asks the Lord: “What do you want of me?”To which Christ replies: “You have not yet given me everything”.“But Lord, I have given you all sorts of things”.“One thing you have not given me”.“What is that?”“Give me your sins, so that I may rejoice in forgiving them once more”.[10]

We then find him in Antioch, where he was ordained a priest by the bishop of that city, Paulinus, and later, about 379, in Constantinople, where he met Gregory of Nazianzus and continued his studies.He translated from Greek into Latin several important works (the homilies of Origen and the Chronicle of Eusebius) and was present for the Council celebrated there in 381.Those years of study revealed his generous enthusiasm and a blessed thirst for knowledge that made him tireless and passionate in his work.As he put it: “From time to time I despaired; often I gave up, but then I went back out of a stubborn will to learn”.The “bitter seed” of his studies was to produce “savoury fruits”.[11]

In 382, Jerome returned to Rome and placed himself at the service of Pope Damasus who, appreciating his outstanding gifts, made him one of his close associates.There Jerome engaged in a constant activity, without however neglecting spiritual matters.On the Aventine, supported by aristocratic Roman women intent on a radically evangelical life, like Marcella, Paula and her daughter Eustochium, he created a cenacle devoted to the reading and the rigorous study of Scripture.Jerome acted as exegete, teacher and spiritual guide.At this time, he undertook a revision of the earlier Latin translations of the Gospels and perhaps other parts of the New Testament as well.He continued his work of translating Origen’s homilies and biblical commentaries, engaged in a flurry of letter writing, publically refuted heretical writers, at times intemperately but always moved by the sincere desire to defend the true faith and the deposit of Scripture.

This intense and productive period was interrupted by the death of Pope Damasus.Jerome found himself forced to leave Rome and, followed by friends and some women desirous of continuing the experience of spiritual life and biblical study already begun, left for Egypt, where he met the great theologian Didymus the Blind.He then travelled to Palestine and in 386 settled definitively in Bethlehem.He resumed his study of the biblical texts, texts now anchored in the very places of which they spoke.

The importance he attributed to the holy places is seen not only by his decision to live in Palestine from 386 until his death, but also by the assistance he gave to pilgrims.In Bethlehem, a place close to his heart, he founded in the environs of the grotto of the Nativity, “twin” monasteries, male and female, with hospices to provide lodging for pilgrims to the holy places.This was yet another sign of his generosity, for he made it possible for many others to see and touch the places of salvation history, and to find both cultural and spiritual enrichment.[12]

In his attentive listening to the Scriptures, Jerome came to know himself and to find the face of God and of his brothers and sisters.He was also confirmed in his attraction to community life.His desire to live with friends, as he had in Aquileia, led him to establish monastic communities in order to pursue the cenobitic ideal of religious life.There, the monastery is seen as a “palaestra” for training men and women “who consider themselves least of all, in order to be first among all”, content with poverty and capable of teaching others by their own style of life.Jerome considered it a formative experience to live “under the governance of a single superior and in the company of many” in order to learn humility, patience, silence and meekness, in the awareness that “the truth does not love dark corners and does not seek grumblers”.[13]He also confessed that he “yearned for the close cells of the monastery” and “desired the eagerness of ants, where all work together, nothing belongs to any individual, and everything belongs to everyone”.[14]

Jerome saw his studies not as a pleasant pastime and an end unto itself, but rather as a spiritual exercise and a means of drawing closer to God.His classical training was now directed to the deeper service of the ecclesial community.We think of the assistance he gave to Pope Damasus and his commitment to the instruction of women, especially in the study of Hebrew, from the time of the first cenacle on the Aventine.In this way, he enabled Paula and Eustochium to “enter the serried ranks of translators”,[15]and, something unheard of in those days, to read and chant the Psalms in the original language.[16]

His great erudition was employed in offering a necessary service to those called to preach the Gospel.As he reminded his friend Nepotianus: “the word of the priest must be flavoured by the reading of Scripture.I do not wish that you be a disclaimer or charlatan of many words, but one who understands the sacred doctrine (mysterii) and knows deeply the teachings (sacramentorum) of your God.It is typical of the ignorant to play around with words and to garner the admiration of inexpert people by speaking quickly.Those who are shameless often explain that which they do not know and pretend to be a great expert only because they succeed in persuading others”.[17]

Jerome’s years in Bethlehem, to the time of his death in 420, were the most fruitful and intense period of his life, completely dedicated to the study of Scripture and to the monumental work of translating the entire Old Testament on the basis of the original Hebrew.At the same time, he commented on the prophetic books, the Psalms and the letters of Paul, and wrote guides to the study of the Bible.The deep learning that flowed over into his works was the fruit of a collaborative effort, from the copying and collating of manuscripts to further reflection and discussion.As he put it: “I have never ever trusted in my own powers to study the divine volumes… I have the habit of asking questions, also about that which I thought I knew and even more so about that of which I was not sure”.[18]Conscious of his limitations, he asked for constant prayer and intercession for his efforts to translate the sacred texts “in the same Spirit by whom they were written”.[19]Nor did he fail to translate works by authors indispensable for exegesis, such as Origen, “in order to make them available to those who would like to study this material more deeply and systematically”.[20]

As an enterprise carried out within the community and at the service of the community, Jerome’s scholarly activity can serve as an example of synodality for us and for our own time.It can also serve as a model for the Church’s various cultural institutions, called to be “places where knowledge becomes service, for no genuine and integral human development can occur without a body of knowledge that is the fruit of cooperation and leads to greater cooperation”.[21]The basis of such communion is Scripture, which we cannot read merely on our own: “The Bible was written by the People of God for the People of God, under the inspiration of the Holy Spirit.Only in this communion with the People of God can we truly enter as a ‘we’ into the heart of the truth that God himself wishes to convey to us”.[22]

His solid experience of a life nurtured by the word of God enabled Jerome, through the many letters he wrote, to become a spiritual guide.He became a fellow traveller to many, for he was convinced that “no skill can be learned without a teacher”.Thus he wrote to Rusticus: “This is what I would like to make you understand, taking you by the hand like an ancient mariner, the survivor of several shipwrecks, attempting to teach a young sailor”.[23]From his peaceful corner of the world, he followed the course of human affairs in an age of great upheaval, marked by events like the sack of Rome in 410, which affected him deeply.

In those letters he dealt with doctrinal controversies, constantly in defence of sound doctrine.His letters also show the value he placed on relationships.Jerome could be forceful but also gentle, sincerely concerned for others, and, since “love is priceless”,[24]enthusiastic in showing genuine affection.This can also be seen from the fact that he offered his works of translation and commentary as amunus amicitiae.They were to be a gift above all for his friends, correspondents and those to whom his works were dedicated – all of whom he begged to read them with a friendly rather than a critical eye – but also for his readers, his contemporaries and those who would come after them.[25]

Jerome spent the last years of his life in the prayerful reading of Scripture, both privately and in community, in contemplation and in serving his brothers and sisters through his writings.All this in Bethlehem, near the grotto where the eternal Word was born of the Virgin Mary.For he was convinced that “they are blessed who bear within them the cross, the resurrection, the places of Christ’s nativity and ascension!Blessed are they who have Bethlehem in their heart, in whose heart Christ is born each day!”.[26]

The “sapiential” aspect of Jerome’s life

To understand Saint Jerome’s personality fully, we need to unite two dimensions that characterized his life as a believer: on the one hand, an absolute and austere consecration to God, renouncing all human satisfaction for love of Christ crucified (cf. 1 Cor 2:2; Phil 3:8.10), and on the other, a commitment to diligent study, aimed purely at an ever deeper understanding of the Christian mystery.This double witness, wondrously offered by Saint Jerome, can serve as a model above all for monks, since all who live a life of asceticism and prayer are urged to devote themselves to the exacting labour of research and reflection.It is likewise a model for scholars, who should always keep in mind that knowledge has religious value only if it is grounded in an exclusive love for God, apart from all human ambition and worldly aspiration.

These two aspects of his life have found expression in the history of art.Saint Jerome was frequently depicted by great masters of Western painting following two distinct iconographic traditions.One can be described as primarily monastic and penitential, showing Jerome with a body emaciated by fasting, living in the desert, kneeling or prostrate on the ground, in many cases clutching a rock and beating his breast, his eyes turned towards the crucified Lord.In this line, we find the moving masterpiece of Leonardo da Vinci now in the Vatican Museums.Another tradition shows Jerome in the garb of a scholar, seated at his writing desk, intent on translating and commenting on the sacred Scriptures, surrounded by scrolls and parchments, devoted to defending the faith through his erudition and his writings.Albrecht Dürer, to cite one famous example, portrayed him more than once in this pose.

The two aspects are brought together in the painting by Caravaggio located in the Borghese Gallery in Rome: indeed in a single scene the elderly ascetic is shown dressed simply in a red robe with a skull on his table, a symbol of the vanity of earthly realities; but at the same time he is evidently depicted as a scholar, his eyes fixed on a book as his hand dips a quill into an inkwell – the typical act of a writer.

These two “sapiential” aspects were very much evident in Jerome’s own life.If, as a true “Lion of Bethlehem”, he could be violent in his language, it was always in the service of a truth to which he was unconditionally committed.As he explained in the first of his writings, theLife of Saint Paul, Hermit of Thebes, lions can roar but also weep.[27]What might at first appear as two separate aspects of Saint Jerome’s character were joined by the Holy Spirit through a process of interior maturation.

Love for sacred Scripture

The distinctive feature of Saint Jerome’s spirituality was undoubtedly his passionate love for the word of God entrusted to the Church in sacred Scripture.All the Doctors of the Church – particularly those of the early Christian era – drew the content of their teaching explicitly from the Bible.Yet Jerome did so in a more systematic and distinctive way.

Exegetes in recent times have come to appreciate the narrative and poetic genius of the Bible and its great expressive quality.Jerome instead emphasized in sacred Scripture the humble character of God’s revelation, set down in the rough and almost primitive cadences of the Hebrew language in comparison to the refinement of Ciceronian Latin.He devoted himself to the study of sacred Scripture not for aesthetic reasons, but – as is well known – only because Scripture had led him to know Christ.Indeed, ignorance of Scripture is ignorance of Christ.[28]

Jerome teaches us that not only should the Gospels and the apostolic Tradition present in the Acts of the Apostles and in the Letters be studied and commented on, but that the entire Old Testament is indispensable for understanding the truth and the riches of Christ.[29]The Gospel itself gives evidence of this: it speaks to us of Jesus as the Teacher who appeals to Moses, the Prophets and the Psalms (cf. Lk 4:16-21; 24:27.44-47) in order to explain his own mystery.The preaching of Peter and Paul in the Acts of the Apostles is likewise rooted in the Old Testament, apart from which we cannot fully understand the figure of the Son of God, the Messiah and Saviour.Nor should the Old Testament be thought of merely as a vast repertoire of citations that prove the fulfilment of the ancient prophecies in the person of Jesus of Nazareth.Rather, only in light of the Old Testament prefigurements is it possible to know more profoundly the meaning of the Christ event as revealed in his death and resurrection.Today we need to rediscover, in catechesis and preaching, as well as in theological exposition, the indispensable contribution of the Old Testament, which should be read and digested as a priceless source of spiritual nourishment (cf. Ez 3:1-11; Rev 10:8-11).[30]

Jerome’s complete devotion to Scripture is shown by his impassioned way of speaking and writing, similar to that of the ancient prophets.From them, this Doctor of the Church drew the inner fire that became a vehement and explosive word (cf. Jer 5:14; 20:9; 23:29; Mal 3:2; Sir 48:1;Mt 3:11; Lk 12:49) necessary for expressing the burning zeal of one who serves the cause of God.As with Elijah, John the Baptist and the Apostle Paul, indignation at lies, hypocrisy and false teaching inflamed Jerome’s speech, making it provocative and seemingly harsh.We can better understand the polemical dimension of his writings if we read them in the light of the most authentic prophetic tradition.Jerome thus emerges as a model of uncompromising witness to the truth that employs the harshness of reproof in order to foster conversion.By the intensity of his expressions and images, he shows the courage of a servant desirous not of pleasing others, but his Lord alone (Gal 1:10), for whose sake he expended all his spiritual energy.

The study of sacred Scripture

Saint Jerome’s impassioned love for the divine Scriptures was steeped in obedience.First, to God who revealed himself in words that demand a reverent hearing,[31] and, then to those in the Church who represent the living Tradition that interprets the revealed message.The “obedience of faith” (Rom 1:5; 16:26) is not, however, a mere passive reception of something already known; on the contrary it demands an active personal effort to understand what was spoken.We can think of Saint Jerome as a “servant” of the word, faithful and industrious, entirely devoted to fostering in his brothers and sisters in faith a more adequate understanding of the sacred “deposit” entrusted to them (cf. 1 Tim 6:20; 2 Tim 1:14).Without an understanding of what was written by the inspired authors, the word of God itself is deprived of its efficacy (cf. Mt 13:19) and love for God cannot spring up.

Biblical passages are not always immediately accessible.As Isaiah said (29:11), even for those who know how to “read” – that is, those who have had a sufficient intellectual training – the sacred book appears “sealed”, hermetically closed to interpretation.A witness is needed to intervene and provide the key to its liberating message, which is Christ the Lord.He alone is able to break the seal and open the book (cf. Rev 5:1-10) and in this way unveil its wondrous outpouring of grace (Lk 4:17-21).Many, even among practising Christians, say openly that they are not able to read it (cf. Is 29:12), not because of illiteracy, but because they are unprepared for the biblical language, its modes of expression and its ancient cultural traditions.As a result the biblical text becomes indecipherable, as if it were written in an unknown alphabet and an esoteric tongue.

This shows the need for the mediation of an interpreter, who can exercise a “diaconal” function on behalf of the person who cannot understand the meaning of the prophetic message.Here we think of the deacon Philip, sent by the Lord to approach the chariot of the eunuch who was reading a passage from Isaiah (53:7-8), without being able to unlock its meaning.“Do you understand what you are reading?” asked Philip, and the eunuch replied: “How can I, unless someone guides me?” (Acts 8:30-31).[32]

Jerome can serve as our guide because, like Philip (cf.Acts8:35), he leads every reader to the mystery of Jesus, while responsibly and systematically providing the exegetical and cultural information needed for a correct and fruitful reading of the Scriptures.[33]In an integrated and skilful way he employed all the methodological resources available in his day – competence in the languages in which the word of God was handed down, careful analysis and examination of manuscripts, detailed archeological research, as well as knowledge of the history of interpretation – in order to point to a correct understanding of the inspired Scriptures.

This outstanding aspect of the activity of Saint Jerome is also of great importance for the Church in our own time.If, as Dei Verbum teaches, the Bible constitutes as it were “the soul of sacred theology”[34]and the spiritual support of the Christian life,[35]the interpretation of the Bible must necessarily be accompanied by specific skills.

Centres of excellence for biblical research – such as the Pontifical Biblical Institute in Rome, and the École Biblique and the Studium Biblicum Franciscanum in Jerusalem – and for patristic research, like the Augustinianum in Rome, certainly serve this purpose, but every Faculty of Theology should strive to ensure that the teaching of sacred Scripture is carried out in such a way that students are provided with necessary training in interpretative skills, both in the exegesis of texts and in biblical theology as a whole.Sadly, the richness of Scripture is neglected or minimized by many because they were not afforded a solid grounding in this area.Together with a greater emphasis on the study of Scripture in ecclesiastical programmes of training for priests and catechists, efforts should also be made to provide all the faithful with the resources needed to be able to open the sacred book and draw from it priceless fruits of wisdom, hope and life.[36]

Here I would recall an observation made by Pope Benedict XVI in the Apostolic Exhortation Verbum Domini: “The [sacramental nature] of the word can be understood by analogy with the real presence of Christ under the appearances of the consecrated bread and wine… Saint Jerome speaks of the way we ought to approach both the Eucharist and the word of God: ‘We are reading the sacred Scriptures.For me, the Gospel is the body of Christ; for me, the holy Scriptures are his teaching.And when he says:whoever does not eat my flesh and drink my blood(Jn 6:53), even though these words can also be understood of the [Eucharistic] Mystery, Christ’s body and blood are really the word of Scripture, God’s teaching’”.[37]

Sadly, many Christian families seem unable – as was prescribed in the Torah (cf. Dt 6:6) – to introduce their children to the word of the Lord in all its beauty and spiritual power.This led me to institute the Sunday of the Word of God[38]as ameans of encouraging the prayerful reading of the Bible and greater familiarity with God’s word.[39]All other expressions of piety will thus be enriched with meaning, placed in their proper perspective and directed to the fulfilment of faith in complete adherence to the mystery of Christ.

The Vulgate

The “sweetest fruit of the arduous cultivation”[40]of Jerome’s study of Greek and Hebrew was his translation of the Old Testament into Latin from the original Hebrew.Up to that time, Christians of the Roman empire could read the Bible in its entirety only in Greek.The books of the New Testament had been written in Greek; a complete Greek version of the Old Testament also existed, the so-called Septuagint, the translation made by the Jewish community of Alexandria around the second century before Christ.Yet for readers of Latin, there was no complete version of the Bible in their language; only some partial and incomplete translations from the Greek.To Jerome and those who continued his work belongs the merit of undertaking a revision and a new translation of the whole of Scripture.Having begun the revision of the Gospels and the Psalms in Rome with the encouragement of Pope Damasus, Jerome, from his cell in Bethlehem, then started the translation of all the Old Testament books directly from the Hebrew.This work lasted for many years.

To complete this labour of translation, Jerome put to good use his knowledge of Greek and Hebrew, as well as his solid training in Latin, employing the philological tools he had at his disposal, in particular Origen’sHexapla.The final text united continuity in formulas by now in common use with a greater adherence to the Hebrew style, without sacrificing the elegance of the Latin language.The result was a true monument that marked the cultural history of the West, shaping its theological language.Jerome’s translation, after initially encountering some rejection, quickly became the common patrimony of both scholars and ordinary believers; hence the name “Vulgate”.[41]Medieval Europe learned to read, pray and think from the pages of the Bible translated by Jerome.In this way, “sacred Scripture became a sort of ‘immense lexicon’ (Paul Claudel) and ‘iconographic atlas’ (Marc Chagall), from which both Christian culture and art could draw”.[42]Literature, art and even popular language have continually been shaped by Jerome’s translation of the Bible, leaving us great treasures of beauty and devotion.

It was due to this indisputable fact that the Council of Trent, in its decreeInsuper, affirmed the “authentic” character of the Vulgate, thus attesting to its use in the Church through the centuries and bearing witness to its value as a tool for the purpose of study, preaching and public disputation.[43]Yet the Council did not seek to minimize the importance of the original languages, as Jerome never stopped insisting, much less forbid undertaking a comprehensive translation in the future.Saint Paul VI, following the indication of the Fathers of the Second Vatican Council, desired that the work of revising the Vulgate be brought to completion and placed at the service of the whole Church.Thus in 1979 Saint John Paul II, in the Apostolic Constitution Scripturarum Thesaurus,[44]promulgated the typical edition called the “Neo-Vulgate”.

Translation as inculturation

By his translation, Jerome succeeded in “inculturating” the Bible in the Latin language and culture.His work became a permanent paradigm for the missionary activity of the Church.In effect, “whenever a community receives the message of salvation, the Holy Spirit enriches its culture with the transforming power of the Gospel ”.[45]Here a kind of circularity is established: just as Jerome’s translation is indebted to the language and culture of classical Latin, whose influence is very evident, so his translation, by its language and its symbolic and highly imaginative content, became in turn an impetus to the creation of a new culture.

Jerome’s work of translation teaches us that the values and positive forms of every culture represent an enrichment for the whole Church.The different ways by which the word of God is proclaimed, understood and experienced in each new translation enrich Scripture itself since, according to the well-known expression of Gregory the Great, Scripture grows with the reader,[46]taking on new accents and new resonance throughout the centuries.The entrance of the Bible and the Gospel into different cultures renders the Church ever more clearly “a bride bedecked with jewels” (Is 61:10).At the same time it witnesses to the fact that the Bible continually needs to be translated into the linguistic and mental categories of each culture and generation, also in the secularized global culture of our time.[47]

It has been rightly pointed out that an analogy exists between translation as an act of “linguistic” hospitality and other forms of hospitality.[48]This is why translation does not concern language alone but really reflects a broader ethical decision connected with an entire approach to life.Without translation, different linguistic communities would be unable to communicate among themselves; we would close the doors of history to one another and negate the possibility of building a culture of encounter.[49]In effect, without translation there can be no such hospitality; indeed hostility would increase.A translator is a bridge builder.How many hasty judgments are made, how many condemnations and conflicts arise from the fact that we do not understand the language of other persons and fail to apply ourselves, with firm hope, to the endless demonstration of love that translation represents.

Jerome too had to counter the dominant thought of his time.If the knowledge of Greek was relatively common at the dawn of the Roman Empire, by his time it was already becoming a rarity.He came to be one of the best experts in Greco-Christian language and literature and he undertook a still more arduous and solitary journey when he undertook the study of Hebrew.If, as it has been said, “the limits of my language are the limits of my world”[50], we can say that we owe to Saint Jerome’s knowledge of languages a more universal understanding of Christianity and one steeped more deeply in its sources.

With the celebration of this anniversary of the death of Saint Jerome, our gaze turns to the extraordinary missionary vitality expressed by the fact that the the word of God has been translated into more than three thousand languages.To how many missionaries do we owe the invaluable publication of grammars, dictionaries and other linguistic tools that enable greater communication and become vehicles for “the missionary aspiration of reaching everyone”![51]We need to support this work and invest in it, helping to overcome limits in communication and lost opportunities for encounter.Much remains to be done.It has been said that without translation there can be no understanding:[52]we would understand neither ourselves nor others.

Jerome and the Chair of Peter

Jerome always had a special relationship with the city of Rome: Rome was the spiritual haven to which he constantly returned.In Rome he was trained as a humanist and formed as a Christian; Jerome was ahomo Romanus.This bond arose in a very particular way from the Latin language of which he was a master and which he deeply loved, but above all from the Church of Rome and especially the Chair of Peter.The iconographic tradition anachronistically depicts him wearing the robes of a cardinal as a sign of his being a priest of Rome under Pope Damasus.In Rome he began to revise the earlier translation.Even when jealousies and misunderstandings forced him to leave the city, he always remained strongly linked to the Chair of Peter.

For Jerome, the Church of Rome is the fertile ground where the seed of Christ bears abundant fruit.[53]At a turbulent time in which the seamless garment of the Church was often torn by divisions among Christians, Jerome looked to the Chair of Peter as a sure reference point.“As I follow no leader save Christ, so I communicate with none but Your Holiness, that is, with the Chair of Peter.For this, I know, is the rock on which the Church is built”.At the height of the controversy with the Arians, he wrote to Damasus: “He that does not gather with you scatters; he that is not of Christ is of antichrist”.[54]Consequently Jerome could also state: “He who is united to the Chair of Peter is one with me”.[55]

Jerome was often involved in bitter disputes for the cause of the faith.His love for the truth and his ardent defence of Christ perhaps led him to an excess of verbal violence in his letters and writings.Yet he lived for peace: “I wish for peace as much as others; and not only do I wish for it, I ask for it.But the peace which I want is the peace of Christ; a true peace, a peace without rancour, a peace which does not involve war, a peace which will not reduce opponents but will unite friends”.[56]

Today more than ever, our world needs the medicine of mercy and communion.Here I would like to say once again: let us offer a radiant and attractive witness of fraternal communion.[57]“By this all will know that you are my disciples, if you have love for one another” (Jn13:35).This is what Jesus, with intense prayer, asked of the Father: “that they may all be one… in us… so that the world may believe” (Jn17:21).

Loving what Jerome loved

At the conclusion of this Letter, I wish to address an appeal to everyone.Among the many tributes paid to Saint Jerome by later generations, one is that he was not simply one of the greatest scholars of the “library” from which Christianity was enriched over the course of time, beginning from the treasury of sacred Scripture.It could also be said of Jerome that, as he himself said of Nepotianus, “by assiduous reading and constant meditation he made his heart a library of Christ”.[58]Jerome spared no effort in expanding his own library, which he always viewed as an indispensable workshop for understanding the faith and the spiritual life; in this way he serves as a fine example also for the present time.But he did not stop there.For him, study was not limited to the years of his youthful training, but a continual commitment, a daily priority.We can say that he became himself a library and a source of knowledge for countless others.Postumianus, who traveled throughout the East in the fourth century in order to explore the growth of monasticism and spent some months with Jerome, saw this with his own eyes.As he wrote: “[Jerome] is always occupied in reading, always at his books: he takes no rest day or night; he is perpetually either reading or writing something”.[59]

In this regard, I often think of the experience a young person can have today entering a bookshop in his or her city, or visiting an Internet site, to look for the section on religious books.In most cases, this section, when it exists, is not only marginal but poorly stocked with works of substance.Looking at those bookshelves or webpages, it is difficult for a young person to understand how the quest of religious truth can be a passionate adventure that unites heart and mind; how the thirst for God has inflamed great minds throughout the centuries up to the present time; how growth in the spiritual life has influenced theologians and philosophers, artists and poets, historians and scientists.One of the problems we face today, not only in religion, is illiteracy: the hermeneutic skills that make us credible interpreters and translators of our own cultural tradition are in short supply.I would like to pose a challenge to young people in particular: begin exploring your heritage.Christianity makes you heirs of an unsurpassed cultural patrimony of which you must take ownership.Be passionate about this history which is yours.Dare to fix your gaze on the young Jerome who, like the merchant in Jesus’ parable, sold all that he had in order to buy the “pearl of great price” (Mt 13:46).

Jerome can truly be called the “library of Christ”, a perennial library that, sixteen centuries later, continues to teach us the meaning of Christ’s love, a love that is inseparable from an encounter with his word.This is why the present anniversary can be seen as a summons to love what Jerome loved, to rediscover his writings and to let ourselves be touched by his robust spirituality, which can be described in essence as a restless and impassioned desire for a greater knowledge of the God who chose to reveal himself.How can we not heed, in our day, the advice that Jerome unceasingly gave to his contemporaries: “Read the divine Scriptures constantly; never let the sacred volume fall from your hand”?[60]

A radiant example of this is the Virgin Mary, evoked by Jerome above all as Virgin and Mother, but also as a model of prayerful reading of the Scriptures.Mary pondered these things in her heart (cf. Lk 2:19.51) “because she was a holy woman, had read the sacred Scriptures, knew the prophets, and recalled that the angel Gabriel had said to her the same things that the prophets had foretold… She looked at her newborn child, her only son, lying in the manger and crying.What she saw was, in fact, the Son of God; she compared what she saw with all that she had read and heard”.[61]Let us, then, entrust ourselves to Our Lady who, more than anyone, can teach us how to read, meditate, contemplate and pray to God, who tirelessly makes himself present in our lives.

Given in Rome, at the Basilica of Saint John Lateran, on 30 September, the Memorial of Saint Jerome, in the year 2020, the eighth of my Pontificate.

FRANCIS

______________________

[1]“Deus qui beato Hieronymo presbitero suavem et vivum Scripturae Sacrae affectum tribuisti, da, ut populus tuus verbo tuo uberius alatur et in eo fontem vitae inveniet”.Collecta Missae Sanctae Hieronymi,Missale Romanum, editio typica tertia, Civitas Vaticana, 2002.

[2]Epistula(hereafterEp.)22, 30: CSEL 54, 190.

[3]AAS 12 (1920), 385-423.

[4]Cf. General Audiences of 7 and 14 November 2007:Insegnamenti, III, 2 (2007), 553-556; 586-591.

[5]SYNOD OF BISHOPS,Twelfth Ordinary General Assembly,Message to the People of God(24 October 2008).

[6]Cf. AAS 102 (2010), 681-787.

[7]Chronicum374: PL 27, 697-698.

[8]Ep. 125, 12: CSEL 56, 131.

[9]Cf.Ep.122, 3: CSEL 56, 63.

[10]Cf.Morning Meditation, 10 December 2015.The anecdote is related in A. LOUF,Sotto la guida dello Spirito, Qiqaion, Mangano (BI), 1990, 154-155.

[11]Cf.Ep.125, 12: CSEL 56, 131.

[12]Cf. Apostolic ExhortationVerbum Domini, 89: AAS 102 (2010), 761-762.

[13]Cf.Ep.125, 9.15.19: CSEL 56, 128.133-134.139.

[14]Vita Malchi monachi captivi, 7, 3: PL 23, 59-60.

[15]Praefatio in LibrumEsther, 2: PL 28, 1505.

[16]Cf.Ep. 108, 26: CSEL 55, 344-345.

[17]Ep.52, 8: CSEL 54, 428-429; cf.Verbum Domini, 60: AAS 102 (2010), 739.

[18]Praefatio in Librum Paralipomenon LXX, 1.10-15:Sources Chrétiennes592, 340.

[19]Praefatio in Pentateuchum: PL 28, 184.

[20]Ep. 80, 3: CSEL 55, 105.

[21]Message on the Occasion of the Twenty-fourth Public Session of the Pontifical Academies, 4 December 2019:L’Osservatore Romano, 6 December 2019, p. 8.

[22]Verbum Domini, 30: AAS 102 (2010), 709.

[23]Ep.125, 15.2: CSEL 56, 133.120.

[24]Ep.3, 6: CSEL 54, 18.

[25]Cf.Praefatio in Librum Iosue, 1, 9-12: SCh 592, 316.

[26]Homilia in Psalmum 95: PL 26, 1181.

[27]Cf.Vita S. Pauli primi eremitae, 16, 2: PL 23, 28.

[28]Cf.In Isaiam Prologus: PL 24, 17.

[29]Cf. SECOND VATICAN ECUMENICAL COUNCIL, Dogmatic Constitution on Divine RevelationDei Verbum, 14.

[30]Cf. ibid.

[31]Cf. ibid., 7.

[32]Cf. SAINT JEROME,Ep.53, 5: CSEL 54, 451.

[33]Cf. SECOND VATICAN ECUMENICAL COUNCIL, Dogmatic Constitution on Divine RevelationDei Verbum, 12.

[34]Ibid., 24.

[35]Cf. ibid., 25.

[36]Cf. ibid., 21.

[37]N. 56; cf.In Psalmum 147: CCL 78, 337-338.

[38]Cf. Apostolic Letter Motu ProprioAperuit Illis, 30 September 2019.

[39]Cf. Apostolic ExhortationEvangelii Gaudium, 152.175: AAS 105 (2013), 1083-1084.1093.

[40]Cf.Ep. 52, 3: CSEL 54, 417.

[41]Cf. Apostolic ExhortationVerbum Domini, 72: AAS 102 (2010), 746-747.

[42]SAINT JOHN PAUL II,Letter to Artists(4 April 1999), 5: AAS 91 (1999), 1159-1160.

[43]Cf. DENZIGER-SCHÖNMETZER,Enchiridion Symbolorum, ed. 43, 1506.

[44]25 April 1979: AAS 71 (1979), 557-559.

[45]Apostolic ExhortationEvangelii Gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[46]Homilia in EzechielemI, 7: PL 76, 843D.

[47]Cf. Apostolic ExhortationEvangelii Gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[48]Cf. P. RICOEUR,Sur la traduction, Paris, 2004.

[49]Cf. Apostolic ExhortationEvangelii Gaudium, 24: AAS 105 (2013), 1029-1030.

[50]L. WITTGENSTEIN,Tractatus Logico-Philosophicus, 5.6.

[51]Apostolic ExhortationEvangelii Gaudium,31: AAS 105 (2013), 1033.

[52]Cf. G. STEINER,After Babel.Aspects of Language and Translation, New York, 1975.

[53]Cf.Ep.15, 1: CSEL 54, 63.

[54]Ibid., 15, 2: CSEL 54, 62-64.

[55]Ibid., 16, 2: CSEL 54, 69.

[56]Ibid., 82, 2: CSEL 55, 109.

[57]Cf. Apostolic ExhortationEvangelii Gaudium, 99: AAS 105 (2013), 1061.

[58]Ep.60, 10; CSEL 54, 561.

[59]SULPICIUS SEVERUS,DialogusI, 9, 5: SCh510, 136-138.

[60]Ep.52, 7: CSEL 54, 426.

[61]Homilia de Nativitate DominiIV: PL Suppl. 2, 191.

[01133-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

APOSTOLISCHES SCHREIBEN

Scripturae Sacrae affectus

VON PAPST

FRANZISKUS

ANLÄSSLICH DES 1600. TODESTAGES DES HEILIGEN HIERONYMUS

Eine leidenschaftliche Liebe zur Heiligen Schrift, eine aufrichtige und zärtliche Liebe zum geschriebenen Wort Gottes ist das Erbe, das der heilige Hieronymus der Kirche durch sein Leben und seine Werke hinterlassen hat. Diese Worte, die dem liturgischen Gedenktag des Heiligen entnommenen sind[1], bieten uns einen unverzichtbaren Interpretationsschlüssel, um anlässlich des 1600. Todestages seine herausragende Gestalt in der Kirchengeschichte und seine große Liebe zu Christus kennenzulernen. Diese Liebe durchzieht – wie ein Fluss, der sich in viele Bäche verästelt – sein Werk als unermüdlicher Gelehrter, Übersetzer, Exeget, profunder Kenner und leidenschaftlicher Verbreiter der Heiligen Schrift; als feinsinniger Ausleger der biblischen Texte; als glühender, zuweilen auch vehementer Verteidiger der christlichen Wahrheit; als asketischer und unnachgiebiger Eremit und erfahrener Seelenführer, in seiner Großherzigkeit und Zärtlichkeit. Heute, nach 1600 Jahren, ist seine Gestalt für uns Christen des 21. Jahrhunderts auch weiterhin hochaktuell.

Einleitung

Am 30. September 420 beendete Hieronymus in Betlehem in der von ihm in der Nähe der Geburtsgrotte gegründeten Gemeinschaft sein irdisches Leben. So vertraute er sich dem Herrn an, den er in der Schrift immer gesucht und kennengelernt hatte und dem er als Richter bereits begegnet war, fiebernd, in einer Vision, vielleicht in der Fastenzeit des Jahres 375. Bei jenem Ereignis, das eine entscheidende Wende in seinem Leben darstellte, einen Moment der Umkehr und des Perspektivwechsels, fühlte er sich vor den Richterstuhl geschleppt: »Nach meinem Stande befragt, gab ich zur Antwort, ich sei Christ. Der auf dem Richterstuhl saß, sprach zu mir: „Du lügst, du bist ein Ciceronianer, aber kein Christ.“«[2] Denn Hieronymus hatte von Jugend an die klare Schönheit der klassischen lateinischen Texte geliebt, verglichen mit denen die Schriften der Bibel ihm anfangs grob und grammatisch fehlerhaft erschienen, zu herb für seinen kultivierten literarischen Geschmack.

Jene Episode seines Lebens trägt zu der Entscheidung bei, sich vollkommen Christus und seinem Wort zu widmen. So setzte er sich ganz durch seine unermüdliche Arbeit als Übersetzer und Kommentator dafür ein, die göttlichen Schriften den anderen immer besser zugänglich zu machen. Jenes Ereignis gibt seinem Leben eine neue und entschiedenere Richtung: Diener des Wortes Gottes zu werden, verliebt in das „Fleisch der Schrift“. In der unablässigen Forschung, die sein Leben gekennzeichnet hat, macht er sich so die Studien seiner Jugendzeit und die in Rom erhaltene Bildung zunutze und ordnet sein Wissen auf den reiferen Dienst an Gott und an der kirchlichen Gemeinschaft hin.

Daher zählt der heilige Hieronymus mit Fug und Recht zu den großen Gestalten der Alten Kirche, in jener Epoche, die als das goldene Zeitalter der Patristik bezeichnet wird, als wahre Brücke zwischen Ost und West: Er ist ein Jugendfreund des Rufinus von Aquileia, begegnet Ambrosius und führt eine umfangreiche Korrespondenz mit Augustinus. Im Osten lernt er Gregor von Nazianz, Didymus den Blinden und Epiphanios von Salamis kennen. Die christliche Ikonographie lässt ihm seit jeher besondere Verehrung zuteilwerden, indem sie ihn zusammen mit Augustinus, Ambrosius und Gregor dem Großen als einen der vier großen westlichen Kirchenlehrer darstellt.

Bereits meine Vorgänger haben seine Gestalt bei mehreren Gelegenheiten in Erinnerung gerufen. Vor einem Jahrhundert, anlässlich seines 1500. Todestages, widmete Benedikt XV. ihm die Enzyklika Spiritus Paraclitus (15. September 1920), in der er ihn als »doctor maximus explanandi Scripturis« bezeichnete.[3] In jüngerer Zeit hat Benedikt XVI. seine Person und sein Werk in zwei aufeinanderfolgenden Katechesen vorgestellt.[4] Nun an seinem 1600. Todestag möchte auch ich an den heiligen Hieronymus erinnern und ausgehend von seiner großen Liebe zu den Schriften die Aktualität seiner Botschaft und seiner Lehren erneut vor Augen führen.

In diesem Sinne kann er als sicherer Wegweiser und privilegierter Zeuge mit der XII. Ordentlichen Vollversammlung der Bischofssynode, die dem Wort Gottes gewidmet war,[5] in geistige Verbindung gebracht werden wie auch mit dem Apostolischen Schreiben Verbum Domini (VD) meines Vorgängers Benedikt XVI., das genau am Gedenktag des Heiligen, am 30. September 2010 veröffentlicht wurde.[6]

Von Rom nach Betlehem

Das Leben und der persönliche Weg des heiligen Hieronymus finden auf den Straßen des Römischen Reiches, zwischen Europa und dem Orient, statt. Geboren um 345 in Stridon, an der Grenze zwischen Dalmatien und Pannonien, im Gebiet des heutigen Kroatien oder Slowenien, erhält er eine solide Erziehung und Bildung in einer christlichen Familie. Wie es damals üblich war, wird er im Erwachsenenalter getauft, in den Jahren, in denen er sich als Student der Rhetorik in Rom aufhält, zwischen 358 und 364. In dieser römischen Periode wird er auch zum unersättlichen Leser der lateinischen Klassiker, die er unter der Anleitung der berühmtesten Lehrmeister der Rhetorik seiner Zeit studiert.

Nach Abschluss der Studien unternimmt er eine lange Reise nach Gallien, die ihn in die heute in Deutschland gelegene Kaiserstadt Trier führt. Dort kommt er zum ersten Mal mit dem östlichen Mönchtum in Kontakt, das vom heiligen Athanasius verbreitet worden war. So reift in ihm ein tiefer Wunsch heran, der ihn nach Aquileia begleitet, wo er mit einigen Freunden einen »Chor der Seligen«,[7] eine Zeit des Gemeinschaftslebens beginnt.

Um das Jahr 374 beschließt er nach seiner Ankunft in Antiochia, sich in die Wüste Chalkis zurückzuziehen, um ein immer radikaleres asketisches Leben zu führen, in dem das Studium der biblischen Sprachen, vor allem Griechisch und dann Hebräisch, einen wichtigen Stellenwert einnimmt. Er vertraut sich einem jüdischen Bruder an, der Christ geworden ist, und dieser führt ihn in die Kenntnis der für ihn neuen Sprache Hebräisch und der Laute ein, die er als »Zisch- und Kehllaute« bezeichnet.[8]

Hieronymus wählt die Wüste und somit das Einsiedlerleben und erfährt sie in ihrer tiefsten Bedeutung: als Ort grundlegender existentieller Entscheidungen, der Vertrautheit und der Begegnung mit Gott, wo er durch Betrachtung, innere Prüfungen, geistlichen Kampf zur Erkenntnis der Schwäche gelangt, mit einem größeren Bewusstsein um die eigenen Grenzen und die Grenzen anderer; er erkennt die große Bedeutung der Tränen.[9] So spürt er in der Wüste die konkrete Gegenwart Gottes, die Notwendigkeit der Beziehung des Menschen zu ihm und seinen barmherzigen Trost. In diesem Zusammenhang möchte ich gern eine Anekdote aus der apokryphen Überlieferung in Erinnerung rufen. Hieronymus fragt den Herrn: „Was willst du von mir?“ Und dieser antwortet: „Du hast mir noch nicht alles gegeben.“ – „Aber Herr, ich habe dir doch dies und das und jenes gegeben …“ – „Es fehlt etwas“ – „Was?“ – „Gib mir deine Sünden, damit ich die Freude habe, sie noch einmal zu vergeben.“[10]

Wir finden ihn in Antiochia wieder, wo er von Bischof Paulinus zum Priester geweiht wird, und dann gegen 379 in Konstantinopel. Dort lernt er Gregor von Nazianz kennen, setzt er seine Studien fort, widmet er sich der Übersetzung wichtiger Werke aus dem Griechischen ins Lateinische (Predigten des Origenes und die Chronik des Eusebius) und atmet er die Atmosphäre des Konzils, das im Jahr 381 in jener Stadt abgehalten wurde. In diesen Jahren werden in den Studien seine Leidenschaft und seine Großherzigkeit offenbar. Eine gesegnete Unruhe treibt ihn an und macht ihn unermüdlich und leidenschaftlich in der Forschung: »Oft verzweifelte ich, oft gab ich die Sache dran und nahm sie voller Lernbegierde wieder auf«, um von der »bitteren Buchstabensaat« dieser Studien geführt »so herrliche Früchte« zu ernten.[11]

Im Jahr 382 kehrt Hieronymus nach Rom zurück und stellt sich Papst Damasus zur Verfügung, der seine großen Qualitäten erkennt und ihn zu seinem engen Mitarbeiter macht. Hier stürzt sich Hieronymus unaufhörlich in die Arbeit, ohne die geistliche Dimension zu vergessen: Auf dem Aventin gründet er mit Unterstützung adliger römischer Frauen, die radikal nach dem Evangelium leben möchten, wie Marcella, Paula und ihre Tochter Eustochium, einen Kreis, der sich in erster Linie der Lektüre und dem genauen Studium der Heiligen Schrift widmet. Hieronymus ist Exeget, Lehrer und Seelenführer. In dieser Zeit nimmt er eine Revision der früheren lateinischen Übersetzungen der Evangelien und vielleicht auch anderer Teile des Neuen Testaments vor, setzt seine Tätigkeit als Übersetzer von Predigten und Schriftkommentaren des Origenes fort, führt eine umfangreiche Korrespondenz, setzt sich öffentlich mit häretischen Autoren auseinander – zuweilen übertrieben und maßlos, aber immer aufrichtig beseelt von dem Wunsch, den wahren Glauben und den überlieferten Schatz der Schriften zu verteidigen.

Diese intensive und fruchtbare Zeit geht mit dem Tod von Papst Damasus zu Ende. Hieronymus sieht sich gezwungen, Rom zu verlassen. Gefolgt von Freunden und einigen Frauen, die den Wunsch haben, das begonnene geistliche Leben und das Bibelstudium fortzusetzen, bricht er nach Ägypten – dort begegnet er dem großen Theologen Didymus dem Blinden – und Palästina auf, um sich dann im Jahr 386 endgültig in Betlehem niederzulassen. Er nimmt seine philologischen Studien vor dem Hintergrund der konkreten Orte, die Schauplatz jener Berichte waren, wieder auf.

Die große Bedeutung, die er den heiligen Stätten zumisst, kommt nicht nur durch die Entscheidung zum Ausdruck, von 386 bis zu seinem Tod in Palästina zu leben, sondern auch durch den Dienst an den Pilgern. In seinem Lieblingsort Betlehem gründet er bei der Geburtsgrotte zwei „Zwillingsklöster“: ein Frauen- und ein Männerkloster mit Hospizen für die Aufnahme der Pilger, die ad loca sancta kommen. So zeigt sich seine großherzige Gastfreundschaft für jene, die in diese Region kamen, um die Orte der Heilsgeschichte zu sehen und zu berühren und so die kulturelle mit der geistlichen Forschung zu verbinden.[12]

Im Hören auf die Heilige Schrift findet Hieronymus sich selbst, das Angesicht Gottes und das der Brüder und Schwestern und vertieft seine Liebe zum Gemeinschaftsleben. Daraus entspringt sein Wunsch, wie schon in den Zeiten von Aquileia zusammen mit Freunden zu leben und Mönchsgemeinschaften zu gründen. Dabei verfolgt er das koinobitische Ideal des Ordenslebens, das das Kloster als „Übungsstätte“ zur Herausbildung von Menschen betrachtet, »die sich unter allen die Niedrigsten dünken, um so die ersten unter allen zu werden«, die in der Armut glücklich sind und durch den eigenen Lebensstil lehren können. Denn für ihn ist es der Bildung zuträglich, »unter der Zucht eines Abtes, […] in Gesellschaft vieler« zu leben, um Demut, Geduld, Schweigen und Sanftmut zu lernen, im Bewusstsein, dass »die Wahrheit keine Winkelzüge kennt und sich nicht der Ohrenbläser bedient«.[13] Außerdem gesteht er, sich »nach den Klosterzellen zu sehnen. Jenen Ameisen wünschte ich gleich zu werden, bei denen man für das Wohl des Ganzen arbeitete, wo dem Einzelwesen nichts eignet, vielmehr allen alles gehört«.[14]

Das Studium ist für Hieronymus kein vorübergehendes Vergnügen als Selbstzweck, sondern eine Übung des geistlichen Lebens, ein Mittel, um zu Gott zu gelangen. Und so erfährt auch seine klassische Bildung im reiferen Dienst an der kirchlichen Gemeinschaft eine neue Ausrichtung. Denken wir an die Hilfe, die er Papst Damasus geleistet hat, an die Unterweisung, die er den Frauen seit den ersten regelmäßigen Zusammenkünften auf dem Aventin gibt, insbesondere im Hebräischen: So nimmt er Paula und Eustochium sogar »in die Kämpfe der Übersetzer«[15] hinein und versetzt sie in die Lage – in der damaligen Zeit etwas völlig Neues –, die Psalmen in der Originalsprache zu lesen und zu singen.[16]

Er stellt seine Bildung in den Dienst anderer und erachtet sie als notwendig für jeden, der das Evangelium verkündet. So erinnert er seinen Freund Nepotian: »Das Wort des Priesters soll die Würze der Schrift offenbaren. Du sollst kein Deklamator sein, auch kein geschwätziger Zungendrescher, hinter dessen Worten nichts steckt. Vielmehr soll sich heilige Wissenschaft (mysterii) und Vertrautheit mit den Geheimnissen (sacramentorum) deines Gottes in deiner Predigt kundtun. Überlassen wir es den Ungebildeten, mit leeren Worten um sich zu werfen und durch Zungenfertigkeit die Bewunderung des unerfahrenen Volkes auf sich zu lenken. Eine leider nicht seltene Anmaßung bedeutet es, das zu erklären, was man selbst nicht versteht; und am Ende hält man sich selbst für ein Licht, wenn man anderen etwas weisgemacht hat«.[17]

In Betlehem verbringt Hieronymus bis zu seinem Tod im Jahr 420 die fruchtbarste und intensivste Zeit seines Lebens. Er widmet sich ganz dem Studium der Heiligen Schrift und ist mit dem monumentalen Werk der Übersetzung des ganzen Alten Testaments aus dem hebräischen Original befasst. Gleichzeitig kommentiert er die Bücher der Propheten, die Psalmen sowie die paulinischen Werke und verfasst Hilfsmittel für das Bibelstudium. Die kostbare Arbeit, die er auf seine Werke verwendet hat, ist Frucht der Auseinandersetzung und der Zusammenarbeit, vom Kopieren und Sammeln der Handschriften bis hin zur Reflexion und Diskussion: »Ich habe bei der Untersuchung der göttlichen Bücher nie auf meine eigenen Kräfte vertraut […]. Ich habe die Gewohnheit, Fragen zu stellen, auch zu dem, was ich zu wissen glaubte, und erst recht zu dem, worüber ich mir nicht sicher war«[18]. Im Bewusstsein um seine eigenen Grenzen bittet er beständig um Unterstützung durch das Gebet für das Gelingen seiner Übersetzung der heiligen Texte »im selben Geist, in dem sie geschrieben wurden«.[19] Dabei vergisst er nicht, auch Werke von Autoren zu übersetzen, die für die exegetische Tätigkeit unverzichtbar sind, wie Origenes, um »dieses Material allen verfügbar zu machen, die die wissenschaftlichen Studien vertiefen wollen«.[20]

Hieronymus’ Studien erweisen sich als eine in der Gemeinschaft und im Dienst an der Gemeinschaft unternommene Anstrengung, als Vorbild der Synodalität auch für uns, für unsere Zeit und für die verschiedenen kulturellen Einrichtungen der Kirche, damit diese stets ein Ort sein mögen, »wo aus dem Wissen ein Dienst wird, denn ohne ein Wissen, das aus der Zusammenarbeit entsteht und in sie mündet, gibt es keinen echten, ganzheitlich menschlichen Fortschritt«[21]. Die Grundlage einer solchen Gemeinschaft ist die Schrift, die wir nicht alleine lesen können: »Die Bibel wurde vom Volk Gottes und für das Volk Gottes unter der Eingebung des Heiligen Geistes geschrieben. Nur in dieser Gemeinschaft mit dem Volk Gottes können wir wirklich mit dem „Wir“ in den Kern der Wahrheit eintreten, die Gott selbst uns mitteilen will«.[22]

Dank seiner großen, vom Wort Gottes genährten Lebenserfahrung wird Hieronymus durch eine umfangreiche Korrespondenz zum Seelenführer. Er macht sich zum Weggefährten, in der Überzeugung, dass man »keine Kunst ohne Meister lernt«, wie er an Rusticus schreibt: »Alles, was ich Dir in aller Freundschaft zu sagen habe, alles versuche ich, der erfahrene Seemann, der in manchem Sturm Schiffbruch gelitten hat, dem Anfänger ans Herz zu legen.«[23] Von jenem friedlichen Flecken Erde aus verfolgt er die Geschehnisse einer Zeit, die von großen Umbrüchen und Ereignissen wie der Plünderung Roms im Jahr 410 geprägt ist, die ihn zutiefst erschüttert hat.

In seinen Briefen bringt er die Auseinandersetzungen in der Lehre zur Sprache und verteidigt stets den rechten Glauben. Er erweist sich hier als Mann der Beziehungen, die er mit Nachdruck und Güte lebt, in die er sich ganz einbringt, ohne etwas zu schönen, wobei er die Erfahrung macht, dass »die Liebe keinen Marktpreis hat«.[24] So lebt er das, was er liebt, mit Eifer und Aufrichtigkeit. Dieser Einsatz in allen Lebens- und Wirkungsbereichen wird auch daraus ersichtlich, dass er seine Übersetzungsarbeit und seine Kommentare als munus amicitiae allen zur Verfügung stellt. Es ist ein Geschenk – in erster Linie für seine Freunde, an die seine Werke gerichtet und denen sie gewidmet sind und die er bittet, sie eher mit freundschaftlichem als mit kritischem Blick zu lesen, und dann auch für die Leser, seine Zeitgenossen und die aller Zeiten.[25]

Die letzten Jahre seines Lebens verbringt er im betenden persönlichen und gemeinschaftlichen Lesen der Heiligen Schrift, in der kontemplativen Betrachtung, im Dienst an den Brüdern und Schwestern durch seine Werke. Und all das tut er in Betlehem bei der Grotte, wo das Göttliche Wort aus der Jungfrau Maria geboren wurde, im Bewusstsein, dass »glücklich [ist], wer das Kreuz, die Auferstehung, den Ort der Geburt und der Himmelfahrt Christi in seiner Seele trägt. Glückselig, wer Bethlehem in seinem Herzen hat, in dessen Herz Christus täglich geboren wird«.[26]

Der weisheitliche Verständnisschlüssel zu seinem Leben

Um die Persönlichkeit des heiligen Hieronymus vollständig zu verstehen, müssen zwei bezeichnende Dimensionen seines Glaubenslebens miteinander verbunden werden: einerseits die absolute und rigorose Hingabe an Gott, unter Verzicht auf jegliches menschliche Wohlgefallen, aus Liebe zum gekreuzigten Christus (vgl. 1 Kor 2,2; Phil 3,8.10); andererseits die beharrliche Forschungstätigkeit, die ausschließlich auf ein immer tieferes Verständnis des Geheimnisses des Herrn ausgerichtet ist. Dieses zweifache Zeugnis, das der heilige Hieronymus wunderbar ablegt, kann ein Vorbild sein: in erster Linie für die Mönche, damit alle, die von Askese und Gebet leben, angespornt werden, sich beharrlich der Mühsal des Forschens und Denkens zu widmen; und außerdem für die Gelehrten, die daran denken sollten, dass das Wissen auf religiöser Ebene nur dann einen Wert hat, wenn es auf der ausschließlichen Liebe zu Gott, auf dem Verzicht auf jeglichen menschlichen Ehrgeiz und alles weltliche Streben gründet.

Diese Dimensionen wurden im Bereich der Kunstgeschichte aufgegriffen, wo der heilige Hieronymus häufig anzutreffen ist: Große Meister der westlichen Malerei haben uns ihre Darstellungen hinterlassen. Man könnte die verschiedenen ikonografischen Typen in zwei verschiedene Linien einordnen. Die eine sieht ihn vor allem als Mönch und Büßer, mit einem vom Fasten ausgemergelten Leib, zurückgezogen in der Wüste, kniend oder auf dem Boden kauernd, oft mit einem Stein in der Rechten, um sich auf die Brust zu schlagen, und den Blick auf den Gekreuzigten gerichtet. In diese Linie gehört das ergreifende Meisterwerk von Leonardo da Vinci, das in der Vatikanischen Pinakothek aufbewahrt wird. Eine andere Art der Darstellung zeigt uns Hieronymus im Gewand des Gelehrten, an seinem Schreibtisch sitzend, um die Heilige Schrift zu übersetzen und zu kommentieren, umgeben von Büchern und Pergamenten, mit der Sendung beauftragt, durch das Denken und das Schreiben den Glauben zu verteidigen. Albrecht Dürer, um ein weiteres berühmtes Beispiel anzuführen, hat ihn mehrfach in dieser Haltung dargestellt.

Die beiden eben erwähnten Aspekte sind auf dem Gemälde von Caravaggio in der Galleria Borghese in Rom miteinander verbunden: In ein und derselben Szene ist der alte Asket dargestellt, spärlich mit einem roten Tuch bekleidet, auf dem Tisch ein Totenschädel als Symbol der Eitelkeit der irdischen Wirklichkeiten; zugleich ist jedoch auch seine Eigenschaft als Gelehrter eindrücklich dargestellt, den Blick fest auf das Buch geheftet, während seine Hand die Feder in das Tintenfass taucht, mit der typischen Geste des Schriftstellers.

Auf ähnliche Weise – ich würde sie als „weisheitlich“ bezeichnen – müssen wir das zweifache Profil von Hieronymus’ biographischem Weg verstehen. Wenn er – als wahrer „Löwe von Betlehem“ – übertriebene Töne anschlug, dann tat er dies im Streben nach einer Wahrheit, der er bereitwillig und bedingungslos dienen wollte. Und wie er selbst in seiner ersten Schrift Leben des heiligen Paulus, des ersten Einsiedlers erklärt, sind Löwen fähig zu „fürchterlichem Gebrüll“, aber auch zur Trauer.[27] Daher sind jene, die bei ihm zwei parallel verlaufende Charakterzüge zu sein scheinen, in Wirklichkeit Elemente, mit denen der Heilige Geist seine innere Einheit hat heranreifen lassen.

Liebe zur Heiligen Schrift

Der besondere Wesenszug der geistlichen Gestalt des heiligen Hieronymus ist und bleibt zweifellos seine leidenschaftliche Liebe zum Wort Gottes, das der Kirche in der Heiligen Schrift überliefert ist. Wenn alle Kirchenlehrer – und insbesondere jene des frühen Christentums – ihre Lehrinhalte ausdrücklich aus der Bibel geschöpft haben, so hat Hieronymus dies auf eine systematischere und gewissermaßen einzigartige Weise getan.

Die Exegeten haben in jüngerer Zeit die narrative und poetische Genialität der Bibel entdeckt und gerade aufgrund ihrer Ausdrucksstärke gepriesen. Hieronymus dagegen hob in der Schrift vielmehr den demütigen Charakter der göttlichen Offenbarung hervor, die in der herben und beinahe primitiven Natur der hebräischen Sprache zum Ausdruck kommt, verglichen mit der Erlesenheit des ciceronischen Lateins. Er widmet sich der Heiligen Schrift also nicht aus ästhetischen Gründen, sondern bekanntlich nur, weil sie ihn dahin bringt, Christus kennenzulernen, denn Unkenntnis der Schriften ist Unkenntnis Christi.[28]

Hieronymus lehrt uns, dass nicht nur die Evangelien studiert werden müssen und nicht nur die apostolische Überlieferung, die in der Apostelgeschichte und in den Briefen enthalten ist, kommentiert werden muss: Denn das ganze Alte Testament ist unverzichtbar, um in die Wahrheit und in den Reichtum Christi einzudringen.[29] Das bezeugen die Evangelien selbst: Sie berichten uns von Jesus als Lehrer, der, um sein Geheimnis zu erklären, auf Mose, die Propheten und die Psalmen zurückgreift (vgl. Lk 4,16-21; 24,27.44-47). Auch die Predigttätigkeit von Petrus und Paulus in der Apostelgeschichte ist bezeichnenderweise in den alten Schriften verwurzelt; ohne sie kann man die Gestalt des Gottessohnes, des Heilands, nicht in ganzer Fülle verstehen. Das Alte Testament darf nicht als große Ansammlung von Zitaten betrachtet werden, die die Erfüllung der Prophezeiungen in der Person Jesu von Nazaret belegen; vielmehr ist es nur im Licht der alttestamentlichen „Gestalten“ möglich, den Sinn des Christusereignisses, das in Christi Tod und Auferstehung seine Vollendung fand, in ganzer Fülle zu erkennen. Daher die Notwendigkeit, in der katechetischen Praxis und in der Predigt ebenso wie in den theologischen Abhandlungen den unverzichtbaren Beitrag des Alten Testaments neu zu entdecken, das man lesen und in sich aufnehmen muss wie eine wertvolle Nahrung (vgl. Ez 3,1-11; Offb 10,8-11).[30]

Hieronymus’ völlige Hingabe an die Schrift zeigt sich in einer leidenschaftlichen Ausdrucksform, die der der Propheten des Alten Bundes ähnelt. Aus ihnen schöpft unser Kirchenlehrer das innere Feuer, das zum gewaltig hereinbrechenden Wort wird (vgl. Jer 5,14; 20,9; 23,29; Ml 3,2; Sir 48,1; Mt 3,11; Lk 12,49), das nötig ist, um den glühenden Eifer dessen zum Ausdruck zu bringen, der der Sache Gottes dient. Wie bei Elija, Johannes dem Täufer und auch beim Apostel Paulus entflammt die Empörung über Lüge, Heuchelei und falsche Lehren Hieronymus’ Rede und macht sie provokativ und scheinbar hart. Man versteht die polemische Dimension seiner Schriften besser, wenn man sie als eine Art Abbild der echten prophetischen Tradition betrachtet, die in die eigene Zeit übertragen wird. Hieronymus ist also ein Vorbild des unbeugsamen Zeugnisses für die Wahrheit, die die Form strenger Zurechtweisung annimmt, um zur Umkehr zu bewegen. In der Intensität der Worte und der Bilder kommt der Mut des Dieners zum Ausdruck, der nicht den Menschen, sondern ausschließlich seinem Herrn gefallen will (vgl. Gal 1,10), für den er all seine geistliche Kraft eingesetzt hat.

Das Studium der Heiligen Schrift

Die leidenschaftliche Liebe des heiligen Hieronymus zu den göttlichen Schriften ist vom Gehorsam durchtränkt. Vor allem gegenüber Gott, der sich in Worten mitgeteilt hat, die mit Ehrfurcht gehört werden müssen,[31] und folglich Gehorsam auch gegenüber jenen, die in der Kirche für die lebendige Auslegungstradition der offenbarten Botschaft stehen. Der »Glaubensgehorsam« (Röm 1,5; 16,26) ist jedoch keine rein passive Annahme des Bekannten, sondern verlangt im Gegenteil den aktiven Einsatz in der persönlichen Suche. Wir können den heiligen Hieronymus als treuen und emsigen Diener des Wortes sehen, der ganz darauf aus ist, bei seinen Brüdern und Schwestern im Glauben ein besseres Verständnis des ihnen anvertrauten heiligen „Gutes“ zu fördern (vgl. 1 Tim 6,20; 2 Tim 1,14). Wenn man das, was von den inspirierten Autoren geschrieben wurde, nicht versteht, bleibt das Wort Gottes wirkungslos (vgl. Mt 13,19), und die Liebe zu Gott kommt nicht zum Vorschein.

Nun sind nicht alle Bibelstellen immer unmittelbar zugänglich. Wie es bei Jesaja (29,11) heißt, scheint das heilige Buch auch jenen, die „lesen“ können – die also eine ausreichende intellektuelle Bildung erhalten haben – „versiegelt“ zu sein, hermetisch verschlossen für die Auslegung. Daher muss ein sachkundiger Zeuge eingreifen, der den befreienden Schlüssel bringt, den Schlüssel Christi, des Herrn, der allein in der Lage ist, die Siegel zu lösen und das Buch zu öffnen (vgl. Offb 5,1-10), um die wunderbare Ausgießung der Gnade zu offenbaren (vgl. Lk 4,17-21). Außerdem erklären auch viele praktizierende Christen offen, dass sie nicht in der Lage sind zu lesen (vgl. Jes 29,12) – nicht weil sie Analphabeten wären, sondern weil sie auf die biblische Sprache, ihre Ausdrucksformen und die antiken kulturellen Traditionen nicht vorbereitet sind. Daher ist der biblische Text nicht zu entziffern, so als wäre er in einem unbekannten Alphabet und in einer unverständlichen Sprache geschrieben.

Es wird also die Vermittlung des Auslegers notwendig, der seine „diakonale“ Funktion ausübt, indem er sich in den Dienst derer stellt, die den Sinn dessen, was prophetisch geschrieben wurde, nicht verstehen können. Dies wird am Diakon Philippus gut sichtbar, der vom Herrn aufgefordert wurde, dem Eunuchen entgegenzugehen, der auf seinem Wagen einen Abschnitt aus dem Buch Jesaja liest (53,7-3), ohne jedoch seine Bedeutung erschließen zu können. »Verstehst du auch, was du liest?«, fragt Philippus; und der Eunuch antwortet: »Wie könnte ich es, wenn mich niemand anleitet?« (Apg 8,30-31).[32]

Hieronymus ist unser Wegweiser, weil er wie Philippus (vgl. Apg 8,35) jeden Leser zum Geheimnis Jesu führt, und weil er die für ein korrektes und fruchtbares Verständnis der Heiligen Schriften notwendige exegetische und kulturelle Vermittlung verantwortungsvoll und systematisch annimmt.[33] Die Kenntnis der Sprachen, in denen das Wort Gottes überliefert wurde, die genaue Analyse und Auswertung der Handschriften, die sorgfältige archäologische Forschung und auch die Kenntnis der Auslegungsgeschichte: Alle methodologischen Mittel also, die seinerzeit zur Verfügung standen, werden passend und weise von ihm genutzt, um für ein richtiges Verständnis der inspirierten Schrift Orientierung zu geben.

Eine solche vorbildliche Dimension der Tätigkeit des heiligen Hieronymus ist auch in der Kirche von heute äußerst wichtig. Wenn, wie Dei Verbum lehrt, die Bibel »gleichsam die Seele der heiligen Theologie«[34] und sozusagen das geistliche Rückgrat der christlichen Religionsausübung ist,[35] dann muss sich die Auslegung der Bibel unbedingt auf besondere Sachkenntnis stützen.

Zu diesem Zweck dienen natürlich die Spitzenforschungszentren für Bibelwissenschaft (wie das Päpstliche Institut Biblicum in Rom sowie die École Biblique und das Studium Biblicum Franciscanum in Jerusalem) und Patristik (wie das Augustinianum in Rom), aber auch jede andere Theologische Fakultät muss sich dafür einsetzen, dass die Heilige Schrift so gelehrt wird, dass den Studierenden die Fähigkeit zu kompetenter Bibelauslegung vermittelt wird, sowohl was die Textexegese als auch die Synthese der Biblischen Theologie betrifft. Der Reichtum der Schrift wird leider von vielen nicht erkannt oder geringgeschätzt, weil ihnen die wesentlichen Wissensgrundlagen nicht vermittelt wurden. Neben vermehrten kirchlichen Studien für Priester und Katecheten, die der Fachkenntnis im Bereich der Heiligen Schriften einen höheren Stellenwert einräumen sollen, muss eine Bildung für alle Christen gefördert werden, damit jeder befähigt wird, das heilige Buch zu öffnen und ihm die unschätzbaren Früchte der Weisheit, der Hoffnung und des Lebens zu entnehmen.[36]

Ich möchte an dieser Stelle in Erinnerung rufen, was mein Vorgänger im Apostolischen Schreiben Verbum Domini zum Ausdruck brachte: »Die Sakramentalität des Wortes lässt sich so in Analogie zur Realpräsenz Christi unter den Gestalten des konsekrierten Brotes und Weines verstehen. […] Über die Haltung, die sowohl gegenüber der Eucharistie als auch gegenüber dem Wort Gottes einzunehmen ist, sagt der heilige Hieronymus: „Wir lesen die Heiligen Schriften. Ich denke, dass das Evangelium der Leib Christi ist; ich denke, dass die Heiligen Schriften seine Lehre sind. Und wenn er sagt: Wer mein Fleisch nicht isst und mein Blut nicht trinkt ( Joh 6,53), dann kann man zwar diese Worte auch in Bezug auf das [eucharistische] Mysterium verstehen; dennoch ist der Leib Christi und sein Blut wahrhaft das Schriftwort, die Lehre Gottes.“«[37]

Leider fühlt sich in vielen christlichen Familien keiner in der Lage – wie es dagegen in der Thora vorgeschrieben ist (vgl. Dtn6,6) –, den Kindern das Wort des Herrn zu vermitteln, in all seiner Schönheit, in all seiner geistlichen Kraft. Aus diesem Grund habe ich den „Sonntag des Wortes Gottes“ eingeführt[38] und zum betenden Lesen der Bibel und zur Vertrautheit mit dem Wort Gottes ermutigt.[39] So wird jede andere Ausdrucksform der Religiosität mit Sinn bereichert, nach der Hierarchie der Werte geordnet und auf das ausgerichtet, was den Höhepunkt des Glaubens darstellt: die volle Zustimmung zum Geheimnis Christi.

Die Vulgata

Die süße Frucht der Anstrengungen[40] des von Hieronymus unternommenen Studiums des Griechischen und des Hebräischen ist die Übersetzung des Alten Testaments ins Lateinische aus dem hebräischen Original. Bis dahin konnten die Christen des Römischen Reiches die Bibel in ihrer Gesamtheit nur auf Griechisch lesen. Während die Bücher des Neuen Testaments auf Griechisch geschrieben waren, gab es für die Bücher des Alten Testaments eine vollständige Übersetzung, die sogenannte Septuaginta (oder Übersetzung der Siebzig), die von der jüdischen Gemeinde von Alexandria um das 2. Jahrhundert herum erstellt worden war. Für die Leser lateinischer Sprache gab es dagegen keine vollständige Übersetzung der Bibel in ihre Sprache, sondern nur einige unvollständige Teilübersetzungen aus dem Griechischen. Hieronymus und denen, die dann sein Werk fortgesetzt haben, kommt das Verdienst zu, eine Revision und eine Neuübersetzung der ganzen Schrift vorgenommen zu haben. Nachdem er in Rom, ermutigt von Papst Damasus, mit der Revision der Evangelien und der Psalmen begonnen hatte, nahm Hieronymus dann an seinem Rückzugsort in Betlehem die Übersetzung aller alttestamentlichen Bücher direkt aus dem Hebräischen in Angriff – eine Arbeit, die sich über Jahre hinzog.

Um diese Übersetzungsarbeit zum Abschluss zu bringen, machte sich Hieronymus seine Kenntnis des Griechischen und des Hebräischen sowie seine solide lateinische Bildung zunutze und bediente sich der philologischen Mittel, die ihm zur Verfügung standen, insbesondere der Hexapla des Origenes. Der endgültige Text verband die Kontinuität in den Formulierungen, die bereits in den allgemeinen Gebrauch eingegangen waren, mit einer größeren Treue zum hebräischen Wortlaut, ohne die Eleganz der lateinischen Sprache zu opfern. Das Ergebnis ist ein wahres Monument, das die Kulturgeschichte des Westens geprägt und ihre theologische Sprache geformt hat. Die Übersetzung des Hieronymus wurde, nach Überwindung einer gewissen Ablehnung, die anfangs vorhanden war, sofort zum Gemeingut sowohl der Gelehrten als auch des christlichen Volkes, daher der Name Vulgata.[41] Das Europa des Mittelalters hat anhand der von Hieronymus übersetzten Bibel lesen, beten und argumentieren gelernt. »Die Heilige Schrift ist so gleichsam zu einem „unermesslichen Wortschatz“ (P. Claudel) und „Bilderatlas“ (M. Chagall) geworden, aus welchen die christliche Kultur und Kunst geschöpft haben.«[42] Die Literatur, die Künste und auch die Volkssprache haben beständig aus der hieronymianischen Bibelübersetzung geschöpft und uns Schätze der Schönheit und der Frömmigkeit hinterlassen.

Aus Ehrfurcht gegenüber dieser unbestreitbaren Tatsache hat das Konzil von Trient im Dekret Insuper erklärt, dass die Vulgata als »authentisch« gelten soll, und hat so ihre jahrhundertelange Verwendung in der Kirche gewürdigt und ihren Wert als Werkzeug für das Studium, die Predigt und die öffentlichen Disputationen bezeugt.[43] Es war jedoch nicht sein Bestreben, die Bedeutung der Originalsprachen geringzuschätzen, die Hieronymus immer wieder in Erinnerung gerufen hatte, und schon gar nicht, zukünftige neue Projekte einer Gesamtübersetzung zu verbieten. Der heilige Paul VI. griff die Bestimmung der Väter des Zweiten Vatikanischen Konzils auf und wollte, dass die Arbeiten zur Revision der Vulgata-Übersetzung abgeschlossen und der ganzen Kirche zur Verfügung gestellt werden sollten. So hat der heilige Johannes Paul II. in der Apostolischen Konstitution Scripturarum thesaurus[44] im Jahr 1979 die Editio typica promulgiert, die als Neovulgatabezeichnet wird.

Übersetzung als Inkulturation

Durch seine Übersetzung ist es Hieronymus gelungen, die Bibel in die lateinische Sprache und Kultur zu „inkulturieren“, und sein Wirken ist zum bleibenden Vorbild für die missionarische Tätigkeit der Kirche geworden. Denn »wenn eine Gemeinschaft die Verkündigung des Heils aufnimmt, befruchtet der Heilige Geist ihre Kultur mit der verwandelnden Kraft des Evangeliums«[45], und so entsteht eine Art Kreislauf: So wie Hieronymus’ Übersetzung der Sprache und der Kultur der lateinischen Klassiker, deren Spuren deutlich sichtbar sind, viel zu verdanken hat, so ist sie selbst mit ihrer Sprache und ihrem symbolischen und bildhaften Inhalt ihrerseits zum kulturschaffenden Element geworden.

Hieronymus̕ Übersetzungswerk lehrt uns, dass die Werte und die positiven Formen jeder Kultur eine Bereicherung für die ganze Kirche darstellen. Die unterschiedlichen Formen, in denen das Wort Gottes bei jeder neuen Übersetzung verkündigt, verstanden und gelebt wird, bereichern die Schrift selbst, denn diese wächst mit dem Leser, wie ein bekanntes Wort Gregors des Großen lautet,[46] und bekommt im Laufe der Jahrhunderte neue Akzente und neue Klänge. Die Aufnahme der Bibel und des Evangeliums in die verschiedenen Kulturen sorgt dafür, dass die Kirche sich immer mehr als »sponsa ornata monilibus suis« (Jes 61,10) zeigt. Und sie bezeugt gleichzeitig, dass die Bibel immer wieder in die sprachlichen und geistigen Kategorien jeder Kultur und jeder Generation übersetzt werden muss, auch in die der globalen säkularisierten Kultur unserer Zeit.[47]

Es ist zu Recht gesagt worden,[48] dass sich eine Analogie zwischen der Übersetzung als Akt sprachlicher Gastfreundschaft und anderen Formen der Gastfreundschaft herstellen lässt. Daher betrifft die Übersetzungsarbeit nicht einzig und allein die Sprache, sondern sie entspricht in Wahrheit einer umfassenderen ethischen Entscheidung, die sich mit der ganzen Weltsicht verbindet. Ohne Übersetzung könnten die verschiedenen sprachlichen Gemeinschaften nicht miteinander kommunizieren; wir würden die Türen der Geschichte voreinander verschließen und die Möglichkeit ausschließen, eine Kultur der Begegnung aufzubauen.[49] Tatsächlich gibt es ohne Übersetzung keine Gastfreundschaft; feindselige Verhaltensweisen würden sich sogar verstärken. Der Übersetzer ist ein Brückenbauer. Wie viele Vorurteile, wie viele Verurteilungen und Konflikte entstehen aus der Tatsache, dass wir die Sprache der anderen nicht kennen und uns nicht mit hartnäckiger Hoffnung um diesen unendlichen Liebesbeweis, die Übersetzung, bemühen!

Auch Hieronymus musste dem vorherrschenden Denken seiner Zeit entgegenwirken. Während in der Anfangszeit des Römischen Reiches Griechisch weithin verstanden wurde, so war dies zu seiner Zeit bereits seltener der Fall. Er war auf jeden Fall einer der besten Kenner der christlichen griechischen Sprache und Literatur und unternahm im Alleingang einen noch schwierigeren Weg, als er sich dem Studium des Hebräischen widmete. Wenn, wie geschrieben wurde, »die Grenzen meiner Sprache die Grenzen meiner Welt bedeuten«[50], dann können wir sagen, dass wir der Vielsprachigkeit des heiligen Hieronymus ein universaleres Verständnis des Christentums verdanken, das gleichzeitig seinen Quellen besser entspricht.

Mit der feierlichen Begehung des Todestages des heiligen Hieronymus richtet sich der Blick auf die außerordentliche missionarische Kraft, die durch die Übersetzung des Wortes Gottes in über dreitausend Sprachen zum Ausdruck kommt. Vielen Missionaren ist das kostbare Werk der Veröffentlichung von Grammatiken, Wörterbüchern und anderen sprachlichen Hilfsmitteln zu verdanken, die die Grundlagen für die menschliche Kommunikation bieten und ein Mittel sind für den »missionarischen Traum, alle zu erreichen«.[51] Es ist notwendig, diese ganze Arbeit zu würdigen und weiter zu verfolgen, um so zur Überwindung der Grenzen mangelnder Kommunikation und Begegnung beizutragen. Es gibt noch viel zu tun. Wie jemand gesagt hat,[52] gibt es kein Verstehen ohne Übersetzung: Wir würden weder uns selbst noch die anderen verstehen.

Hieronymus und der Stuhl Petri

Hieronymus hatte immer eine besondere Beziehung zur Stadt Rom: Rom ist der geistliche Hafen, zu dem er immer wieder zurückkehrt; in Rom wurde der Humanist ausgebildet und der Christ geprägt; er ist ein homo romanus. Diese Bindung geschieht auf ganz besondere Weise in der Sprache der Stadt, dem Lateinischen, deren Meister und Förderer er gewesen ist, aber vor allem ist er mit der Kirche von Rom und insbesondere mit dem Stuhl Petri verbunden. Die ikonografische Tradition hat ihn anachronistisch mit dem Kardinalspurpur dargestellt, um auf seine Zugehörigkeit zum Presbyterium von Rom an der Seite von Papst Damasus hinzuweisen. In Rom begann er mit der Revision der Übersetzung. Und auch als Neid und Unverständnis ihn zwangen, die Stadt Rom zu verlassen, ist er immer eng mit dem Stuhl Petri verbunden geblieben.

Für Hieronymus ist die Kirche von Rom der fruchtbare Boden, wo der Same Christi reiche Frucht trägt.[53] In einer unruhigen Zeit, in der das nahtlose Gewand der Kirche oft von Spaltungen zwischen den Christen zerrissen ist, blickt Hieronymus auf den Stuhl Petri als sicheren Bezugspunkt: »Wie ich außer Christus keinem nachfolge, so fühle ich mich mit dem Stuhle Petri in Glaubensgemeinschaft verbunden. Weiß ich doch sehr gut, dass die Kirche Christi auf diesen Felsen gebaut ist.« Mitten in der Auseinandersetzung mit den Arianern schreibt er an Damasus: »Wer nicht mit dir sammelt, der zerstreut. Wer es nicht mit Christus hält, der hält es mit dem Antichrist.«[54] Daher kann er auch sagen: »Zu mir gehört, wer mit dem Stuhle Petri in kirchlicher Gemeinschaft steht!«[55]

Hieronymus war oft in erbitterte Auseinandersetzungen um den Glauben verwickelt. Vielleicht ließen seine Wahrheitsliebe und die glühende Verteidigung Christi ihn in seinen Briefen und Schriften mit heftigen Worten über das Ziel hinausschießen. Sein Leben war jedoch auf den Frieden ausgerichtet: »Auch wir wünschen den Frieden, ja wir wünschen ihn nicht bloß, sondern wir bitten darum. Aber um den Frieden Christi bitten wir, um den wahren Frieden, um einen Frieden ohne Feindseligkeit, um einen Frieden, der nicht den Kriegskeim in sich birgt, um einen Frieden, der nicht Gegner unterjocht, sondern in Freundschaft vereinigt.«[56]

Unsere Welt braucht mehr denn je das Heilmittel der Barmherzigkeit und der Gemeinschaft. Gestattet mir, noch einmal zu wiederholen: Geben wir ein Zeugnis des brüderlichen Miteinanders, das anziehend und erhellend wird.[57] »Daran werden alle erkennen, dass ihr meine Jünger seid: wenn ihr einander liebt« (Joh 13,35). Es ist das, worum Jesus den Vater inständig gebeten hat: »Alle sollen eins sein […] in uns […], damit die Welt glaubt« (Joh 17,21).

Lieben, was Hieronymus geliebt hat

Zum Abschluss dieses Schreibens möchte ich einen weiteren Aufruf an alle richten. Dem heiligen Hieronymus wurde von der Nachwelt viel Lob gezollt. So gilt er nicht nur als einer der größten Förderer der „Bibliothek“, aus der sich das Christentum die Zeit hindurch nährt – angefangen beim Schatz der Heiligen Schriften –, sondern auf ihn lässt sich auch das anwenden, was er selbst über Nepotian geschrieben hat: »Durch fleißige Lesung und tägliche Betrachtung machte er aus seinem Herzen eine Bibliothek Christi.«[58] Hieronymus scheute keine Mühen, die eigene Bibliothek zu bereichern, in der er stets ein unverzichtbares Laboratorium für das Verständnis des Glaubens und das geistliche Leben sah; und darin ist er ein wunderbares Vorbild auch für die Gegenwart. Er ging aber noch darüber hinaus. Das Studium blieb für ihn nicht auf die Ausbildungsjahre in seiner Jugend beschränkt, sondern es war eine ständige Verpflichtung, eine tägliche Priorität seines Lebens. Außerdem können wir sagen, dass er eine ganze Bibliothek in sich aufnahm und ein Wissensquell für viele andere war. Als Postumianus im 4. Jahrhundert den Orient bereiste, um monastische Bewegungen kennenzulernen, wurde er Augenzeuge von Hieronymus’ Lebensstil. Er hielt sich einige Monate bei ihm auf und beschrieb ihn folgendermaßen: »Immer ist er am Lesen, immer mit Büchern beschäftigt; weder bei Tag noch bei Nacht gönnt er sich Ruhe, immer liest oder schreibt er etwas.«[59]

Ich denke in diesem Zusammenhang oft an die Erfahrung, die ein junger Mensch heute machen kann, wenn er eine Buchhandlung seiner Stadt betritt oder eine Website besucht und dort die Abteilung der religiösen Bücher sucht. Wenn eine solche Abteilung vorhanden ist, dann nimmt sie in den meisten Fällen nicht nur einen marginalen Platz ein, sondern enthält auch keine gehaltvollen Werke. Beim Stöbern in diesen Regalen oder Internetseiten mag ein junger Mensch kaum verstehen, dass die religiöse Suche ein begeisterndes Abenteuer sein kann, das Verstand und Herz gleichermaßen betrifft; dass das Verlangen nach Gott in allen Jahrhunderten bis heute große Geister entflammt hat; dass das Heranreifen des geistlichen Lebens Theologen und Philosophen, Künstler und Dichter, Historiker und Wissenschaftler angesteckt hat. Eines der Probleme der heutigen Zeit, nicht nur in der Religion, ist der Analphabetismus: Es mangelt an hermeneutischen Fähigkeiten, die uns zu glaubwürdigen Auslegern und Übersetzern unserer eigenen kulturellen Tradition machen. Besonders die jungen Menschen möchte ich gerne auffordern: Macht euch auf die Suche nach eurem Erbe. Das Christentum macht euch zu Erben eines unübertrefflichen kulturellen Schatzes, den ihr euch zu eigen machen solltet. Begeistert euch für diese Geschichte, sie ist die eure. Wagt es, den Blick fest auf jenen unruhigen jungen Hieronymus zu richten, der wie der Mann aus dem Gleichnis Jesu alles verkaufte, was er besaß, um die »besonders wertvolle Perle« zu kaufen (Mt 13,46).

Hieronymus ist wirklich die „Bibliothek Christi“: eine immerwährende Bibliothek, die auch uns nach 16 Jahrhunderten weiterhin lehrt, was die Liebe Christi bedeutet – eine Liebe, die sich nicht trennen lässt von der Begegnung mit seinem Wort. Daher ist das gegenwärtige Jubiläum ein Aufruf, das zu lieben, was Hieronymus geliebt hat, indem wir seine Schriften neu entdecken und uns berühren lassen von der Wirkung einer Spiritualität, die in ihrem wesentlichen Kern beschrieben werden kann als das unruhige und leidenschaftliche Verlangen, den Gott der Offenbarung besser kennenzulernen. Wie sollten wir in unserer heutigen Zeit nicht das hören, wozu Hieronymus seine Zeitgenossen unablässig anspornte: »Lies fleißig in der Heiligen Schrift, nie sollen deine Hände die heilige Lesung beiseitelegen«?[60]

Das leuchtende Vorbild darin ist Maria, die Hieronymus uns vor allem in ihrer jungfräulichen Mutterschaft, aber auch in ihrer Haltung als betende Leserin der Schrift vor Augen stellt. Maria erwog die Worte in ihrem Herzen (vgl. Lk 2,19; 3,15), und »weil sie heilig war und die heiligen Schriften gelesen hatte und mit den Propheten vertraut war, da erinnerte sie sich, dass der Engel Gabriel zu ihr gesprochen hatte, was sich bei den Propheten geweissagt findet. […] Sie sah den Knaben daliegen, sie sah den Knaben in der Krippe weinen, sie sah den Sohn Gottes vor sich liegen, ihren Sohn, ihren einzigen Sohn. Wie sie ihn da liegen sah, verglich sie, was sie gehört hatte, mit dem, was sie gelesen hatte und was sie persönlich wahrnahm.«[61]Ihr wollen wir uns anvertrauen. Sie kann uns am besten lehren, Gottes Wort zu lesen und zu meditieren, zu Gott zu beten und ihn zu betrachten, der sich in unserem Leben unermüdlich gegenwärtig macht.

Gegeben zu Rom, bei St. Johannes im Lateran, am 30. September, dem Gedenktag des heiligen Hieronymus, im Jahr 2020, dem achten meines Pontifikats.

FRANZISKUS

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[1] »Deus qui beato Hieronymo presbitero suavem et vivum Scripturae Sacrae affectum tribuisti, da, ut populus tuus verbo tuo uberius alatur et in eo fontem vitae inveniet«, Collecta Missae Sancti Hieronymi, Missale Romanum, Editio typica tertia, Civitas Vaticana 2002.

[2] Epistula (im Folgenden Ep.) 22,30: CSEL 54, 190.

[3] AAS 12 (1920), 385-423.

[4] Vgl. Generalaudienzen am 7. und am 14. November 2007: Insegnamenti, III, 2 (2007), 553-556; 586-591.

[5] Bischofssynode, Botschaft an das Gottesvolk bei der XII. Ordentlichen Vollversammlung der Bischofssynode (24. Oktober 2008).

[6] Vgl. AAS 102 (2010) 681-787.

[7] Chronicum 374: PL 27, 697-698.

[8] Ep. 125,12: CSEL 56, 131.

[9] Vgl. Ep. 122,3: CSEL 56, 63.

[10] Vgl. Tagesmeditation, 10. Dezember 2015. Die Anekdote ist wiedergegeben in: A. Louf, Sotto la guida dello Spirito, Qiqaion, Magnano (BI) 1990, 154-155.

[11] Vgl. Ep. 125,12: CSEL 56, 131.

[12] Vgl. VD, 89: AAS 102 (2010), 761-762.

[13] Vgl. Ep. 125,9.15.19: CSEL 56, 128.133-134.139.

[14] Vita Malchi monachi captivi, 7,3: PL 23, 59-60.

[15] Praef. Esther 2: PL 28, 1505.

[16] Vgl. Ep. 108,26: CSEL 55, 344-345.

[17] Ep. 52,8: CSEL 54, 428-429; vgl. VD, 60: AAS 102 (2010), 739.

[18] Praef. Paralipomenon LXX, 1.10-15: SCh 592, 340.

[19] Praef. in Pentateuchum: PL 28, 184.

[20] Ep. 80,3: CSEL 55, 105.

[21] Botschaft an die Teilnehmer der 24. Öffentlichen Sitzung der Päpstlichen Akademien, 4. Dezember 2019: L’Osservatore Romano (dt.), Jg. 50 (2020), Nr. 1/2 (10. Januar 2020), 13.

[22] VD, 30: AAS 102 (2010), 709.

[23] Ep. 125,15.2: CSEL 56, 133.120.

[24] Ep. 3,6: CSEL 54, 18.

[25] Vgl. Praef. Josue, 1,9-12: SCh 592, 316.

[26] Homilia in Psalmum 95: PL 26, 1181.

[27] Vgl. Vita S. Pauli primi eremitae, 16,2: PL 23, 28.

[28] Vgl. In Isaiam Prol.: PL 24, 17.

[29] Vgl. Zweites Vatikanisches Ökumenisches Konzil, Dogmatische Konstitution Dei Verbum, 14.

[30] Vgl. ebd.

[31] Vgl. ebd., 7.

[32] Vgl. Hieronymus, Ep. 53,5: CSEL 54, 451.

[33] Vgl. Zweites Vatikanisches Ökumenisches Konzil, Dogmatische Konstitution Dei Verbum, 12.

[34] Ebd., 24.

[35] Vgl. ebd., 25.

[36] Vgl. ebd., 21.

[37] Nr. 56; vgl. Hieronymus, In Psalmum 147: CCL 78, 337-338.

[38] Vgl. Apostolisches Schreiben in Form eines »Motu proprio« Aperuit illis, 30. September 2019.

[39] Vgl. Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 152.175: AAS 105 (2013), 1083-1084.1093.

[40] Vgl. Ep. 52,3: CSEL 54, 417.

[41] Vgl. VD, 72: AAS 102 (2010), 746-747.

[42] Johannes Paul II., Brief an die Künstler (4. April 1999): AAS 91 (1999), 1159-1160.

[43] Vgl. Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 1506.

[44] 25. April 1979: AAS LXXI (1979), 557-559.

[45] Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[46] Hom. in Ezech. I, 7: PL 76, 843D.

[47] Vgl. Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[48] Vgl. P. Ricœur, Sur la traduction, Bayard, Paris 2004.

[49] Vgl. Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 24: AAS 105 (2013), 1029-1030.

[50] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6.

[51] Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 31: AAS 105 (2013), 1033.

[52] Vgl. G. Steiner, After Babel. Aspects of language and translation, Oxford University Press, New York 1975.

[53] Vgl. Ep. 15,1: CSEL 54, 63.

[54] Ebd., 15,2: CSEL 54, 62-64.

[55] Ebd., 16,2: CSEL 54, 69.

[56] Ebd., 82,2: CSEL 55, 109.

[57] Vgl. Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 99: AAS 105 (2013), 1061.

[58] Ep. 60,10: CSEL 54, 561.

[59] Sulpicius Severus, Dialogus I, 9: PL 20, 190; SCh 510, 136-138.

[60] Ep. 52,7: CSEL 54, 426.

[61] Homilia de nativitate Domini IV: PL Suppl. 2, 191.

[01133-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

CARTA APOSTÓLICA

Scripturae Sacrae affectus

DEL SANTO PADRE

FRANCISCO

EN EL XVI CENTENARIO DE LA MUERTE DE SAN JERÓNIMO

Una estima por la Sagrada Escritura, un amor vivo y suave por la Palabra de Dios escrita es la herencia que san Jerónimo ha dejado a la Iglesia a través de su vida y sus obras. Las expresiones, tomadas de la memoria litúrgica del santo[1], nos ofrecen una clave de lectura indispensable para conocer, en el XVI centenario de su muerte, su admirable figura en la historia de la Iglesia y su gran amor por Cristo. Este amor se extiende, como un río en muchos cauces, a través de su obra de incansable estudioso, traductor, exegeta, profundo conocedor y apasionado divulgador de la Sagrada Escritura; fino intérprete de los textos bíblicos; ardiente y en ocasiones impetuoso defensor de la verdad cristiana; ascético y eremita intransigente, además de experto guía espiritual, en su generosidad y ternura. Hoy, mil seiscientos años después, su figura sigue siendo de gran actualidad para nosotros, cristianos del siglo XXI.

Introducción

El 30 de septiembre del año 420, Jerónimo concluía su vida terrena en Belén, en la comunidad que fundó junto a la gruta de la Natividad. De este modo se confiaba a ese Señor que siempre había buscado y conocido en la Escritura, el mismo que como Juez ya había encontrado en una visión, cuando padecía fiebre, quizá en la Cuaresma del año 375. En ese acontecimiento, que marcó un viraje decisivo en su vida, un momento de conversión y cambio de perspectiva, se sintió arrastrado a la presencia del Juez: «Interrogado acerca de mi condición, respondí que era cristiano. Pero el que estaba sentado me dijo: “Mientes; tú eres ciceroniano, tú no eres cristiano”».[2] San Jerónimo, en efecto, había amado desde joven la belleza límpida de los textos clásicos latinos y, en comparación, los escritos de la Biblia le parecían, inicialmente, toscos e imprecisos, demasiado ásperos para su refinado gusto literario.

Ese episodio de su vida favoreció la decisión de consagrarse totalmente a Cristo y a su Palabra, dedicando su existencia a hacer que las palabras divinas, a través de su infatigable trabajo de traductor y comentarista, fueran cada vez más accesibles a los demás. Ese acontecimiento dio a su vida una orientación nueva y más decidida: convertirse en servidor de la Palabra de Dios, como enamorado de la “carne de la Escritura”. Así, en la búsqueda continua que caracterizó su vida, revalorizó sus estudios juveniles y la formación recibida en Roma, reordenando su saber en un servicio más maduro a Dios y a la comunidad eclesial.

Por eso, san Jerónimo entra con pleno derecho entre las grandes figuras de la Iglesia de la época antigua, en el periodo llamado el siglo de oro de la patrística, verdadero puente entre Oriente y Occidente: fue amigo de juventud de Rufino de Aquilea, visitó a Ambrosio y mantuvo una intensa correspondencia con Agustín. En Oriente conoció a Gregorio Nacianceno, Dídimo el Ciego, Epifanio de Salamina. La tradición iconográfica cristiana lo consagró representándolo, junto con Agustín, Ambrosio y Gregorio Magno, entre los cuatro grandes doctores de la Iglesia de Occidente.

Mis predecesores también quisieron recordar su figura en diversas circunstancias. Hace un siglo, con ocasión del decimoquinto centenario de su muerte, Benedicto XV le dedicó la Carta encíclica Spiritus Paraclitus (15 septiembre 1920), presentándolo al mundo como «doctor maximus explanandis Scripturis».[3] En tiempos más recientes, Benedicto XVI expuso su personalidad y sus obras en dos catequesis sucesivas.[4] Ahora, en el decimosexto centenario de su muerte, también yo deseo recordar a san Jerónimo y volver a proponer la actualidad de su mensaje y de sus enseñanzas, a partir de su gran estima por las Escrituras.

En este sentido, puede conectarse perfectamente, como guía segura y testigo privilegiado, con la XII Asamblea del Sínodo de los Obispos, dedicada a la Palabra de Dios,[5] y con la Exhortación apostólica Verbum Domini (VD) de mi predecesor Benedicto XVI, publicada precisamente en la fiesta del santo, el 30 de septiembre de 2010.[6]

De Roma a Belén

La vida y el itinerario personal de san Jerónimo se consumaron por las vías del imperio romano, entre Europa y Oriente. Nació alrededor del año 345 en Estridón, frontera entre Dalmacia y Panonia, en el territorio de la actual Croacia y Eslovenia, y recibió una sólida educación en una familia cristiana. Según el uso de la época, fue bautizado en edad adulta, en los años en que estudió retórica en Roma, entre el 358 y el 364. Precisamente en este periodo romano se convirtió en un lector insaciable de los clásicos latinos, que estudiaba bajo la guía de los maestros de retórica más ilustres de su tiempo.

Al finalizar los estudios emprendió un largo viaje a la Galia, que lo llevó a la ciudad imperial de Tréveris, hoy Alemania. Allí entró en contacto, por primera vez, con la experiencia monástica oriental difundida por san Atanasio. De este modo maduró un deseo profundo que lo acompañó a Aquilea donde inició con algunos de sus amigos «un coro de bienaventurados»[7], un periodo de vida en común.

Hacia el año 374, pasando por Antioquía, decidió retirarse al desierto de Calcis, para realizar, de forma cada vez más radical, una vida ascética, en la que estaba reservado un amplio espacio al estudio de las lenguas bíblicas, primero del griego y después del hebreo. Se confió a un hermano judío, convertido al cristianismo, que lo introdujo en el conocimiento de la nueva lengua hebrea y de los sonidos, que definió «palabras fricativas y aspiradas».[8]

Jerónimo eligió y vivió el desierto, con la consiguiente vida eremítica, en su significado más profundo: como lugar de las elecciones existenciales fundamentales, de intimidad y encuentro con Dios, donde a través de la contemplación, las pruebas interiores y el combate espiritual llegó al conocimiento de la fragilidad, con una mayor conciencia de los límites propios y ajenos, reconociendo la importancia de las lágrimas.[9] Así, en el desierto, experimentó concretamente la presencia de Dios, la necesaria relación del ser humano con Él, su consolación misericordiosa. A este respecto, me gusta recordar una anécdota, de tradición apócrifa. Jerónimo le dijo al Señor: “¿Qué quieres de mí?” Y Él le respondió: “Todavía no me has dado todo”. “Pero, Señor, yo te di esto, esto y esto…” —“Falta una cosa” —“¿Qué cosa?” —“Dame tus pecados, para que pueda tener la alegría de perdonarlos otra vez”.[10]

Volvemos a encontrarlo en Antioquía, donde fue ordenado sacerdote por el obispo Paulino, después en Constantinopla, hacia el año 379, donde conoció a Gregorio Nacianceno y prosiguió sus estudios; se dedicó a traducir del griego al latín importantes obras (las homilías de Orígenes y la crónica de Eusebio), respiró el clima del Concilio celebrado en esa ciudad en el año 381. En esos años, su pasión y su generosidad se revelaron en el estudio. Una bendita inquietud lo guiaba y lo volvía incansable y apasionado en la búsqueda: «Cuántas veces me desanimé, cuántas desistí para empezar de nuevo en mi empeño de aprender», conducido por la “amarga semilla” de semejantes estudios para poder recoger “dulces frutos”.[11]

En el año 382 Jerónimo volvió a Roma y se puso a disposición del papa Dámaso quien, valorando sus grandes cualidades, lo nombró su estrecho colaborador. Aquí Jerónimo se dedicó a una actividad incesante, sin olvidar la dimensión espiritual. En el Aventino, gracias al apoyo de mujeres aristocráticas romanas, deseosas de elecciones evangélicas radicales, como Marcela, Paula y su hija Eustoquio, creó un cenáculo fundado en la lectura y el estudio riguroso de la Escritura. Jerónimo fue exegeta, docente, guía espiritual. En ese tiempo comenzó una revisión de las anteriores traducciones latinas de los Evangelios, y quizá también de otras partes del Nuevo Testamento; continuó su trabajo como traductor de homilías y comentarios escriturísticos de Orígenes, desplegó una intensa actividad epistolar, se confrontó públicamente con autores heréticos, a veces con excesos e intransigencias, pero siempre movido sinceramente por el deseo de defender la verdadera fe y el depósito de las Escrituras.

Este periodo intenso y prolífico se interrumpió con la muerte del papa Dámaso. Se vio obligado a dejar Roma y, seguido por algunos amigos y mujeres deseosas de continuar la experiencia espiritual y el estudio bíblico que habían comenzado, partió hacia Egipto —donde conoció al gran teólogo Dídimo el Ciego— y Palestina, para establecerse definitivamente en Belén en el año 386. Retomó sus estudios filológicos, arraigados en los lugares físicos que habían sido escenario de esas narraciones.

La importancia que daba a los lugares santos se evidencia no sólo por la elección de vivir en Palestina, desde el año 386 hasta su muerte, sino también por el servicio a las peregrinaciones. Precisamente en Belén, lugar privilegiado para él, cerca de la gruta de la Natividad fundó dos monasterios “gemelos”, masculino y femenino, con albergues para acoger a los peregrinos venidos ad loca sancta, manifestando así su generosidad para alojar a cuantos llegaban a aquella tierra para ver y tocar los lugares de la historia de la salvación, uniendo de este modo la búsqueda cultural a la espiritual.[12]

Poniéndose a la escucha, Jerónimo se encontró a sí mismo en la Sagrada Escritura, como también el rostro de Dios y de los hermanos, y afinó su predilección por la vida comunitaria. De ahí su deseo de vivir con los amigos, como en los tiempos de Aquilea, y de fundar comunidades monásticas, persiguiendo el ideal cenobítico de vida religiosa que ve al monasterio como “lugar de entrenamiento” donde formar personas «que se hayan hecho los más insignificantes de todos para merecer ser los primeros», felices en la pobreza y capaces de enseñar con el propio estilo de vida. De hecho, consideraba formativo vivir «bajo la disciplina de un solo padre y en compañía de muchos hermanos» para aprender la humildad, la paciencia, el silencio y la mansedumbre, consciente de que «a la verdad no le gustan los rincones ni le hacen falta los chismosos».[13] Además, confiesa que comenzó a «sentir […] nostalgia de las celdas del monasterio y a echar de menos la similitud de aquellas hormigas con los monjes, entre los cuales se trabaja en común y, aunque nada sea propiedad de cada cual, todos lo tienen todo».[14]

Jerónimo no encontró en el estudio un deleite efímero centrado en sí mismo, sino un ejercicio de vida espiritual, un medio para llegar a Dios y, de este modo, su formación clásica se reordenó también en un servicio más maduro a la comunidad eclesial. Pensemos en la ayuda que dio al papa Dámaso, en la enseñanza que dedicó a las mujeres, especialmente para el hebreo, desde el primer cenáculo en el Aventino, hasta hacer entrar a Paula y Eustoquio en «las discrepancias de los traductores»[15] y, algo inaudito para ese tiempo, permitirles que pudieran leer y cantar los Salmos en la lengua original.[16]

Una cultura, la suya, puesta al servicio y confirmada como necesaria para todo evangelizador. Así le recordaba al amigo Nepociano: «La palabra del presbítero está inspirada por la lectura de las Escrituras. No te quiero ni declamador, ni deslenguado, ni charlatán, sino conocedor del misterio e instruido en los designios de tu Dios. Hablar con engolamiento o precipitadamente para suscitar admiración ante el vulgo ignorante es propio de hombres incultos. El hombre de frente altanera se lanza con frecuencia a interpretar lo que ignora, y si logra convencer a los demás, se arroga para sí mismo el saber».[17]

Hasta su muerte en el año 420, Jerónimo transcurrió en Belén el periodo más fecundo e intenso de su vida, completamente dedicado al estudio de la Escritura, comprometido en la monumental obra de traducción de todo el Antiguo Testamento a partir del original hebreo. Al mismo tiempo, comentaba los libros proféticos, los salmos, las obras paulinas, escribía subsidios para el estudio de la Biblia. El trabajo valioso que se encuentra en sus obras es fruto del diálogo y la colaboración, desde la copia y el análisis de los manuscritos hasta su reflexión y discusión: Para estudiar «los libros divinos yo nunca he confiado en mis propias fuerzas ni he tenido como maestra mi propia opinión, sino que he solido preguntar incluso sobre aquellas cosas que yo creía saber, ¡cuánto más sobre aquellas de las que yo estaba dudoso!».[18] Por eso, consciente de sus propios límites, pedía auxilio continuamente en la oración de intercesión, para que la traducción de los textos sagrados estuviera hecha «con el mismo espíritu con que fueron escritos los libros»[19], sin olvidar traducir también otras obras de autores como Orígenes, indispensables para el trabajo exegético, para «procurar materiales a quienes quieran adelantar en el conocimiento de las cosas».[20]

El estudio de Jerónimo se reveló como un esfuerzo realizado en la comunidad y al servicio de la comunidad, modelo de sinodalidad también para nosotros, para nuestro tiempo y para las diversas instituciones culturales de la Iglesia, con vistas a que sean siempre «lugar donde el saber se vuelve servicio, porque sin el saber nacido de la colaboración y que se traduce en la cooperación no hay desarrollo humano genuino e integral»[21]. El fundamento de esa comunión es la Escritura, que no podemos leer por nuestra cuenta: «La Biblia ha sido escrita por el Pueblo de Dios y para el Pueblo de Dios, bajo la inspiración del Espíritu Santo. Sólo en esta comunión con el Pueblo de Dios podemos entrar realmente, con el “nosotros”, en el núcleo de la verdad que Dios mismo quiere comunicarnos».[22]

La vigorosa experiencia de vida de Jerónimo, alimentada por la Palabra de Dios, hizo que se convirtiera en guía espiritual, a través de una intensa correspondencia epistolar. Se hizo compañero de viaje, convencido de que «ningún arte se aprende sin maestro», como escribe a Rústico: «Todo lo que pretendo insinuarte, tomándote de la mano, todo lo que pretendo inculcarte, como el experto marino que ha pasado por muchos naufragios lo haría con un remero bisoño».[23] Desde aquel rincón tranquilo del mundo acompañaba a la humanidad en una época de grandes cambios, marcada por acontecimientos como el saqueo de Roma del año 410, que lo afectó profundamente.

Confiaba en sus cartas las polémicas doctrinales, siempre en defensa de la recta fe, revelándose como hombre de relaciones vividas con fuerza y con dulzura, involucrado totalmente, sin formas edulcoradas, experimentando que «el amor no tiene precio».[24] Así vivía sus afectos, con ímpetu y sinceridad. Esta implicación en las situaciones en las que vivía y actuaba se constata también con el hecho de que ofrecía su trabajo de traducción y crítica como munus amicitiae. Era un don ante todo para los amigos, a quienes destinaba y dedicaba sus obras, y a quienes les pedía que las leyeran con ojos amigables más que críticos, y luego para los lectores, sus contemporáneos y los de todos los tiempos.[25]

Dedicó los últimos años de su vida a la lectura orante personal y comunitaria de la Escritura, a la contemplación, al servicio a los hermanos a través de sus obras. Todo esto en Belén, junto a la gruta donde la Virgen dio a luz al Verbo, consciente de que es «dichoso aquel que porta en su pecho la cruz, la resurrección y el lugar del nacimiento de Cristo y el de la ascensión. Dichoso aquel que tiene a Belén en su corazón, y en cuyo corazón Cristo nace a diario».[26]

La clave sapiencial de su retrato

Para una plena comprensión de la personalidad de san Jerónimo es necesario conjugar dos dimensiones características de su existencia como creyente. Por un lado, su absoluta y rigurosa consagración a Dios, con la renuncia a cualquier satisfacción humana, por amor a Cristo crucificado (cf. 1 Co 2,2; Flp 3,8.10); por otro lado, el esfuerzo de estudio asiduo, dirigido exclusivamente a una comprensión del misterio del Señor cada vez más profunda. Es precisamente este doble testimonio ofrecido de modo admirable por san Jerónimo, el que se propone como modelo, sobre todo, para los monjes, quienes viven de ascesis y oración, con vistas a que se dediquen al trabajo asiduo de la investigación y del pensamiento; después, para los estudiosos, que deben recordar que el saber sólo es válido religiosamente si está fundado en el amor exclusivo a Dios, y expoliado de toda ambición humana y aspiración mundana.

Tales dimensiones fueron incorporadas en el campo de la historia del arte, donde la presencia de san Jerónimo es frecuente: grandes maestros de la pintura occidental nos han dejado sus representaciones. Podríamos organizar las diversas tipologías iconográficas en dos líneas distintas. Una lo define sobre todo como monje y penitente, con un cuerpo marcado por el ayuno, retirado en zonas desérticas, de rodillas o postrado en tierra, en muchos casos apretando una piedra en la mano derecha para golpearse el pecho, y con los ojos vueltos al Crucificado. En esta línea se sitúa la conmovedora obra maestra de Leonardo da Vinci conservada en la Pinacoteca Vaticana. Otro modo de representar a Jerónimo es el que lo muestra vestido como un estudioso, sentado en su escritorio, dedicado a la traducción y al comentario de la Sagrada Escritura, rodeado de libros y pergaminos, consagrado a la misión de defender la fe a través del pensamiento y la escritura. Albrecht Dürer, por citar otro ejemplo ilustre, lo representó más de una vez en esta actitud.

Los dos aspectos evocados anteriormente se encuentran unidos en el lienzo de Caravaggio, en la Galería Borghese de Roma. En una única escena se representa al anciano asceta, vestido ligeramente con un manto rojo, que tiene un cráneo sobre la mesa, símbolo de la vanidad de las realidades terrenas; pero al mismo tiempo también se manifiesta con vehemencia su cualidad de estudioso, que tiene los ojos fijos en el libro, mientras su mano mete la pluma en el tintero, como acto que caracteriza al escritor.

De manera análoga —que llamaría sapiencial— debemos comprender el doble perfil del itinerario biográfico de Jerónimo. Cuando, como un verdadero «León de Belén», exageraba en los tonos, lo hacía por la búsqueda de una verdad que estaba dispuesto a servir incondicionalmente. Y como él mismo explica en el primero de sus escritos, Vida de san Pablo, ermitaño de Tebas, los leones son capaces de «desaforados rugidos», pero también de lágrimas.[27] Por este motivo, las dos fisonomías contrapuestas que aparecen en su figura son, en realidad, elementos con los que el Espíritu Santo le permitió madurar su unidad interior.

Amor por la Sagrada Escritura

El rasgo peculiar de la figura espiritual de san Jerónimo sigue siendo, sin duda, su amor apasionado por la Palabra de Dios, transmitida a la Iglesia en la Sagrada Escritura. Si todos los Doctores de la Iglesia —y en particular los de la época cristiana primitiva— obtuvieron explícitamente de la Biblia el contenido de sus enseñanzas, Jerónimo lo hizo de una manera más sistemática y en algunos aspectos única.

En los últimos tiempos los exegetas han descubierto el genio narrativo y poético de la Biblia, exaltado precisamente por su calidad expresiva. Jerónimo, en cambio, lo que enfatizaba de las Escrituras era más bien el carácter humilde con el que Dios se reveló, expresándose en la naturaleza áspera y casi primitiva de la lengua hebrea, comparada con el refinamiento del latín ciceroniano. Por tanto, no se dedicaba a la Sagrada Escritura por un gusto estético, sino —como es bien conocido— sólo porque lo llevaba a conocer a Cristo, porque ignorar las Escrituras es ignorar a Cristo.[28]

Jerónimo nos enseña que no sólo se deben estudiar los Evangelios, y que no es solamente la tradición apostólica, presente en los Hechos de los Apóstoles y en las Cartas, la que hay que comentar, sino que todo el Antiguo Testamento es indispensable para penetrar en la verdad y la riqueza de Cristo.[29] Las mismas páginas del Evangelio lo atestiguan: nos hablan de Jesús como Maestro que, para explicar su misterio, recurre a Moisés, a los profetas y a los Salmos (cf. Lc 4,16-21; 24,27.44-47). Incluso la predicación de Pedro y Pablo, en los Hechos, se fundamenta emblemáticamente en las antiguas Escrituras; sin ellas, no puede entenderse plenamente la figura del Hijo de Dios, el Mesías Salvador. El Antiguo Testamento no debe considerarse como un vasto repertorio de citas que demuestran el cumplimiento de las profecías en la persona de Jesús de Nazaret. En cambio, más radicalmente, sólo a la luz de las “figuras” veterotestamentarias es posible comprender plenamente el significado del acontecimiento de Cristo, cumplido en su muerte y resurrección. De ahí la necesidad de redescubrir, en la práctica catequética y en la predicación, así como en las discusiones teológicas, el aporte indispensable del Antiguo Testamento, que debe ser leído y asimilado como alimento precioso (cf. Ez 3,1-11; Ap 10,8-11).[30]

La dedicación total de Jerónimo a las Escrituras se manifestó en una forma de expresión apasionada, semejante a la de los antiguos profetas. De ellos sacaba nuestro Doctor su fuego interior, que se convertía en palabra impetuosa y explosiva (cf. Jr 5,14; 20,9; 23,29; Ml 3,2; Si 48,1; Mt 3,11; Lc 12,49), necesaria para expresar el celo ardiente del servidor de la causa de Dios. Siguiendo los pasos de Elías, Juan el Bautista e incluso el apóstol Pablo, el desdén ante la mentira, la hipocresía y las falsas doctrinas enciende el discurso de Jerónimo haciéndolo provocativo y aparentemente duro. La dimensión polémica de sus escritos se comprende mejor si se lee como una especie de calco y actualización de la tradición profética más auténtica. Jerónimo, por tanto, es un modelo de testimonio inflexible de la verdad, que asume la severidad del reproche para inducir a la conversión. En la intensidad de las locuciones e imágenes se manifiesta la valentía del siervo que no quiere agradar a los hombres sino sólo a su Señor (Ga 1,10), por quien ha consumido toda la energía espiritual.

El estudio de la Sagrada Escritura

El amor apasionado de san Jerónimo por las divinas Escrituras está impregnado de obediencia. En primer lugar respecto a Dios, que se ha comunicado con palabras que exigen una escucha reverente[31] y, en consecuencia, también la obediencia a quienes en la Iglesia representan la tradición interpretativa viva del mensaje revelado. Sin embargo, la «obediencia de la fe» (Rm 1,5; 16,26) no es una mera recepción pasiva de lo que es conocido; al contrario, requiere el compromiso activo de la investigación personal. Podemos considerar a san Jerónimo como un “servidor” de la Palabra, fiel y trabajador, completamente consagrado a favorecer en sus hermanos de fe una comprensión más adecuada del «depósito» sagrado que les ha sido confiado (cf. 1 Tm 6,20; 2 Tm 1,14). Si no se entiende lo escrito por los autores inspirados, la misma Palabra de Dios carece de eficacia (cf. Mt 13,19) y el amor a Dios no puede surgir.

Ahora bien, las páginas bíblicas no siempre son accesibles de inmediato. Como se dice en Isaías (29,11), incluso para aquellos que saben “leer” —es decir, que han tenido una formación intelectual suficiente— el libro sagrado aparece “sellado”, cerrado herméticamente a la interpretación. Por tanto, es necesario que intervenga un testigo competente para proporcionar la llave liberadora, la de Cristo Señor, único capaz de desatar los sellos y abrir el libro (cf. Ap 5,1-10), para revelar la prodigiosa efusión de la gracia (cf. Lc 4,17-21). Muchos entonces, incluso entre los cristianos practicantes, declaran abiertamente que no saben leer (cf. Is 29,12), no por analfabetismo, sino porque no están preparados para el lenguaje bíblico, sus modos expresivos y las tradiciones culturales antiguas, por lo que el texto bíblico resulta indescifrable, como si estuviera escrito en un alfabeto desconocido y en una lengua poco comprensible.

Se vuelve necesario, por tanto, la mediación del intérprete, ejerciendo su función “diaconal”, al ponerse al servicio de quienes no pueden comprender el sentido de lo escrito proféticamente. La imagen que se puede evocar, a este respecto, es la del diácono Felipe, impulsado por el Señor para ir en ayuda del eunuco que está leyendo un pasaje de Isaías en su carroza (53,7-8), pero sin poder comprender su significado: «¿Crees entender lo que estás leyendo?», pregunta Felipe; y el eunuco responde: «¿Cómo voy a entender si nadie me lo explica?» (Hch 8,30-31).[32]

Jerónimo es nuestro guía sea porque, como lo hizo Felipe (cf. Hch 8,35), lleva a quien lee al misterio de Jesús, sea también porque asume responsable y sistemáticamente las mediaciones exegéticas y culturales necesarias para una lectura correcta y fecunda de la Sagrada Escritura[33]. La competencia en las lenguas en las que se transmitió la Palabra de Dios, el cuidadoso análisis y evaluación de los manuscritos, la investigación arqueológica precisa, además del conocimiento de la historia de la interpretación, en definitiva, todos los recursos metodológicos que estaban disponibles en su época histórica los supo utilizar armónica y sabiamente, para orientar hacia una comprensión correcta de la Escritura inspirada.

Una dimensión tan ejemplar de la actividad de san Jerónimo es muy importante incluso en la Iglesia de hoy. Como nos enseña la Dei Verbum, si la Biblia es «como el alma de la sagrada teología»[34] y la columna vertebral espiritual de la práctica religiosa cristiana[35], es indispensable que el acto interpretativo de la misma esté sostenido por competencias específicas.

A este propósito sirven ciertamente los centros especializados para la investigación bíblica —como el Pontificio Instituto Bíblico en Roma y L’École Biblique y el Studium Biblicum Franciscanum en Jerusalén— y patrística —como el Augustinianum en Roma—, pero también las Facultades de Teología deben esforzarse para que la enseñanza de la Sagrada Escritura esté programada de tal manera que se asegure a los estudiantes una capacidad interpretativa competente, tanto en la exégesis de los textos como en la síntesis de la teología bíblica. La riqueza de las Escrituras es desafortunadamente ignorada o minimizada por muchos, porque no se les han proporcionado las bases esenciales del conocimiento. Por tanto, junto a un incremento de los estudios eclesiásticos dirigidos a sacerdotes y catequistas, que valoricen de manera más adecuada la competencia en la Sagrada Escritura, se debe promover una formación extendida a todos los cristianos, para que cada uno sea capaz de abrir el libro sagrado y extraer los frutos inestimables de sabiduría, esperanza y vida.[36]

Aquí quisiera recordar lo que expresó mi predecesor en la Exhortación apostólica Verbum Domini: «La sacramentalidad de la Palabra se puede entender en analogía con la presencia real de Cristo bajo las especies del pan y del vino consagrados. […] Sobre la actitud que se ha de tener con respecto a la Eucaristía y la Palabra de Dios, dice san Jerónimo: “Nosotros leemos las Sagradas Escrituras. Yo pienso que el Evangelio es el Cuerpo de Cristo; yo pienso que las Sagradas Escrituras son su enseñanza. Y cuando él dice: ‛Quien no come mi carne y bebe mi sangre’ (Jn 6,53), aunque estas palabras puedan entenderse como referidas también al Misterio [eucarístico], sin embargo, el cuerpo de Cristo y su sangre es realmente la palabra de la Escritura, es la enseñanza de Dios”».[37]

Lamentablemente, en muchas familias cristianas nadie se siente capaz —como en cambio está prescrito en la Torá (cf. Dt 6,6)— de dar a conocer a sus hijos la Palabra del Señor, con toda su belleza, con toda su fuerza espiritual. Por eso quise establecer el Domingo de la Palabra de Dios,[38] animando a la lectura orante de la Biblia y a la familiaridad con la Palabra de Dios.[39] Todas las demás manifestaciones de la religiosidad se enriquecerán así de sentido, estarán orientadas por una jerarquía de valores y se dirigirán a lo que constituye la cumbre de la fe: la adhesión plena al misterio de Cristo.

La Vulgata

El “fruto más dulce de la ardua siembra”[40] del estudio del griego y el hebreo, realizado por Jerónimo, es la traducción del Antiguo Testamento del hebreo original al latín. Hasta ese momento, los cristianos del imperio romano sólo podían leer la Biblia en griego en su totalidad. Mientras que los libros del Nuevo Testamento se habían escrito en griego, para los del Antiguo existía una traducción completa, la llamada Septuaginta (es decir, la versión de los Setenta) realizada por la comunidad judía de Alejandría alrededor del siglo II a.C. Para los lectores de lengua latina, sin embargo, no había una versión completa de la Biblia en su propio idioma, sino sólo algunas traducciones, parciales e incompletas, que procedían del griego. Jerónimo, y después de él sus seguidores, tuvieron el mérito de haber emprendido una revisión y una nueva traducción de toda la Escritura. Con el estímulo del papa Dámaso, Jerónimo comenzó en Roma la revisión de los Evangelios y los Salmos, y luego, en su retiro en Belén, empezó la traducción de todos los libros veterotestamentarios, directamente del hebreo; una obra que duró años.

Para completar este trabajo de traducción, Jerónimo hizo un buen uso de sus conocimientos de griego y hebreo, así como de su sólida formación latina, y utilizó las herramientas filológicas que tenía a su disposición, en particular las Hexaplas de Orígenes. El texto final combinó la continuidad en las fórmulas, ahora de uso común, con una mayor adherencia al estilo hebreo, sin sacrificar la elegancia de la lengua latina. El resultado es un verdadero monumento que ha marcado la historia cultural de Occidente, dando forma al lenguaje teológico. Superados algunos rechazos iniciales, la traducción de Jerónimo se convirtió inmediatamente en patrimonio común tanto de los eruditos como del pueblo cristiano, de ahí el nombre de Vulgata.[41] La Europa medieval aprendió a leer, orar y razonar en las páginas de la Biblia traducidas por Jerónimo. «La Sagrada Escritura se ha convertido así en una especie de “inmenso vocabulario” (P. Claudel) y de “Atlas iconográfico” (M. Chagall) del que se han nutrido la cultura y el arte cristianos».[42] La literatura, las artes e incluso el lenguaje popular se han inspirado constantemente en la versión jeronimiana de la Biblia, dejándonos tesoros de belleza y devoción.

En relación a este hecho indiscutible, el Concilio de Trento estableció el carácter «auténtico» de la Vulgata en el decreto Insuper, rindiendo homenaje al uso secular que la Iglesia había hecho de ella y certificando su valor como instrumento de estudio, predicación y discusión pública.[43] Sin embargo, no pretendía minimizar la importancia de las lenguas originales, como no dejaba de recordar Jerónimo, ni mucho menos prohibir nuevos trabajos de traducción integral en el futuro. San Pablo VI, asumiendo el mandato de los Padres del Concilio Vaticano II, quiso que la revisión de la traducción de la Vulgata se completara y se pusiera a disposición de toda la Iglesia. Así es como san Juan Pablo II, en la Constitución apostólica Scripturarum thesaurus,[44] promulgó en 1979 la edición típica llamada Neovulgata.

La traducción como inculturación

Con su traducción, Jerónimo logró “inculturar” la Biblia en la lengua y la cultura latina, y esta obra se convirtió en un paradigma permanente para la acción misionera de la Iglesia. En efecto, «cuando una comunidad acoge el anuncio de la salvación, el Espíritu Santo fecunda su cultura con la fuerza transformadora del Evangelio»[45], y de este modo se establece una especie de circularidad: así como la traducción de Jerónimo está en deuda con la lengua y la cultura de los clásicos latinos, cuyas huellas son claramente visibles, así ella, con su lengua y su contenido simbólico y de imágenes, se ha convertido a su vez en un elemento creador de cultura.

El trabajo de traducción de Jerónimo nos enseña que los valores y las formas positivas de cada cultura representan un enriquecimiento para toda la Iglesia. Los diferentes modos en que la Palabra de Dios se anuncia, se comprende y se vive con cada nueva traducción enriquecen la Escritura misma, puesto que —según la conocida expresión de Gregorio Magno— crece con el lector,[46] recibiendo a lo largo de los siglos nuevos acentos y nueva sonoridad. La inserción de la Biblia y del Evangelio en las diferentes culturas hace que la Iglesia se manifieste cada vez más como «sponsa ornata monilibus suis» (Is 61,10). Y atestigua, al mismo tiempo, que la Biblia necesita ser traducida constantemente a las categorías lingüísticas y mentales de cada cultura y de cada generación, incluso en la secularizada cultura global de nuestro tiempo.[47]

Ha sido recordado, con razón, que es posible establecer una analogía entre la traducción, como acto de hospitalidad lingüística, y otras formas de hospitalidad.[48] Por eso, la traducción no es un trabajo que concierne únicamente al lenguaje, sino que corresponde, de hecho, a una decisión ética más amplia, que está relacionada con toda la visión de la vida. Sin traducción, las diferentes comunidades lingüísticas no podrían comunicarse entre sí; nosotros cerraríamos las puertas de la historia y negaríamos la posibilidad de construir una cultura del encuentro.[49] En efecto, sin traducción no hay hospitalidad y se fortalecen las acciones de hostilidad. El traductor es un constructor de puentes. ¡Cuántos juicios temerarios, cuántas condenas y conflictos surgen del hecho de ignorar el idioma de los demás y de no esforzarnos, con tenaz esperanza, en esta prueba infinita de amor que es la traducción!

Jerónimo también tuvo que oponerse al pensamiento dominante de su época. Si en los albores del imperio romano, el saber griego era relativamente común, en ese momento ya era una rareza. Sin embargo, llegó a ser uno de los mejores conocedores de la lengua y literatura griega cristiana y se embarcó solo en un viaje aún más arduo cuando se dedicó al estudio del hebreo. Como fue escrito, si «los límites de mi lenguaje son los límites de mi mundo»,[50] podemos decir que le debemos al poliglotismo de san Jerónimo una comprensión más universal del cristianismo y, al mismo tiempo, más acorde con sus fuentes.

Con la celebración del centenario de la muerte de san Jerónimo, nuestra mirada se vuelve hacia la extraordinaria vitalidad misionera expresada por la traducción de la Palabra de Dios a más de tres mil idiomas. Muchos son los misioneros a quienes debemos la preciosa labor de publicar gramáticas, diccionarios y otras herramientas lingüísticas que ofrecen las bases de la comunicación humana y son un vehículo del «sueño misionero de llegar a todos».[51] Es necesario valorar todo este trabajo e invertir en él, contribuyendo a superar las fronteras de la incomunicabilidad y de la falta de encuentro. Todavía queda mucho por hacer. Como ha sido afirmado, no existe comprensión sin traducción;[52] no nos comprenderemos a nosotros mismos, ni a los demás.

Jerónimo y la cátedra de Pedro

Jerónimo siempre tuvo una relación especial con la ciudad de Roma: Roma es el puerto espiritual al que regresó continuamente; en Roma se formó el humanista y se forjó el cristiano; él era homo romanus. Este vínculo se daba, de manera muy peculiar, en la lengua de la Urbe, el latín, del que fue maestro y conocedor, pero estuvo sobre todo vinculado a la Iglesia de Roma y, en especial, a la cátedra de Pedro. La tradición iconográfica, de manera anacrónica, lo representaba con la púrpura cardenalicia, para señalar su pertenencia al presbiterio de Roma junto al papa Dámaso. Fue en Roma donde comenzó la revisión de la traducción; e incluso cuando la envidia y la incomprensión lo obligaron a abandonar la ciudad, siempre permaneció fuertemente vinculado a la cátedra de Pedro.

Para Jerónimo, la Iglesia de Roma era el terreno fértil donde la semilla de Cristo da fruto abundante.[53] En una época agitada, en la que la túnica inconsútil de la Iglesia se veía a menudo desgarrada por las divisiones entre los cristianos, Jerónimo consideraba la cátedra de Pedro como un punto de referencia seguro: «Yo, que no sigo más primacía que la de Cristo, me uno por la comunión a tu beatitud, es decir, a la cátedra de Pedro. Sé que la Iglesia está edificada sobre esa roca». En medio de las disputas contra los arrianos, escribió a Dámaso: «Quien no recoge contigo, desparrama; es decir, el que no es de Cristo es del anticristo».[54] Por eso podía afirmar también: «El que se adhiera a la cátedra de Pedro es mío».[55]

Jerónimo a menudo se vio involucrado en discusiones ásperas a causa de la fe. Su amor por la verdad y la ardiente defensa de Cristo quizá lo llevaron a exagerar la violencia verbal en sus cartas y escritos. Sin embargo, vivía orientado a la paz: «También nosotros queremos la paz, y no sólo la queremos, sino que la pedimos suplicantes. Pero la paz de Cristo, la paz verdadera, una paz sin enemistades, una paz que no lleve escondida la guerra, una paz que no esclavice a los adversarios, sino que los una como amigos».[56]

Nuestro mundo necesita más que nunca la medicina de la misericordia y la comunión. Permítanme repetir una vez más: Demos un testimonio de comunión fraterna que sea atractivo y luminoso.[57] «En esto conocerán todos que sois discípulos míos: si os amáis unos a otros» (Jn 13,35). Es lo que pidió intensamente Jesús con su oración al Padre: «Para que todos sean uno […] en nosotros, para que el mundo crea» (Jn 17,21).

Amar lo que Jerónimo amó

Como conclusión de esta Carta, quisiera hacer un nuevo llamamiento a todos. Entre los muchos elogios que la posteridad le rinde a san Jerónimo está el de no ser considerado solamente uno de los más grandes estudiosos de la “biblioteca” de la que el cristianismo se nutre a lo largo del tiempo, comenzando por el tesoro de las Sagradas Escrituras; sino que también se le puede aplicar lo que él mismo escribió sobre Nepociano: «Por la asidua lectura y la meditación prolongada, había hecho de su corazón una biblioteca de Cristo».[58] Jerónimo no escatimó esfuerzos para enriquecer su biblioteca, en la que siempre vio un laboratorio indispensable para la comprensión de la fe y la vida espiritual; y en esto constituye un maravilloso ejemplo también para el presente. Pero, además, fue más lejos. Para él, el estudio no se limitaba a sus primeros años juveniles de formación, sino que era un compromiso constante, una prioridad de todos los días de su vida. En definitiva, podemos decir que asimiló toda una biblioteca y se convirtió en dispensador de conocimiento para muchos otros. Postumiano, que en el siglo IV viajó a Oriente para descubrir los movimientos monásticos, fue testigo ocular del estilo de vida de Jerónimo, con quien permaneció unos meses, y lo describió de la siguiente manera: «Él es todo en la lectura, todo en los libros; no descansa ni de día ni de noche; siempre lee o escribe algo».[59]

En este sentido, a menudo pienso en la experiencia que puede tener un joven hoy al entrar en una librería de su ciudad, o en una página de internet, y buscar el sector de libros religiosos. Es un espacio que, cuando existe, en la mayoría de los casos no sólo es marginal, sino carente de obras sustanciales. Al examinar esos estantes, o esas páginas en la red, es difícil para un joven comprender cómo la investigación religiosa pueda ser una aventura emocionante que une pensamiento y corazón; cómo la sed de Dios haya encendido grandes mentes a lo largo de los siglos hasta hoy; cómo la maduración de la vida espiritual haya contagiado a teólogos y filósofos, artistas y poetas, historiadores y científicos. Uno de los problemas actuales, no sólo de religión, es el analfabetismo: escasean las competencias hermenéuticas que nos hagan intérpretes y traductores creíbles de nuestra propia tradición cultural. Deseo lanzar un desafío, de modo particular, a los jóvenes: Vayan en busca de su herencia. El cristianismo los convierte en herederos de un patrimonio cultural insuperable del que deben tomar posesión. Apasiónense de esta historia, que es de ustedes. Atrévanse a fijar la mirada en Jerónimo, ese joven inquieto que, como el personaje de la parábola de Jesús, vendió todo lo que tenía para comprar «la perla de gran valor» (Mt 13,46).

Verdaderamente, Jerónimo es la «biblioteca de Cristo», una biblioteca perenne que dieciséis siglos después sigue enseñándonos lo que significa el amor de Cristo, un amor que no se puede separar del encuentro con su Palabra. Por esta razón, el centenario actual representa una llamada a amar lo que Jerónimo amó, redescubriendo sus escritos y dejándonos tocar por el impacto de una espiritualidad que puede describirse, en su núcleo más vital, como el deseo inquieto y apasionado de un conocimiento más profundo del Dios de la Revelación. ¿Cómo no escuchar, en nuestros días, lo que Jerónimo exhortaba incesantemente a sus contemporáneos: «Lee muy a menudo las Divinas Escrituras, o mejor, nunca el texto sagrado se te caiga de las manos»?[60]

Un ejemplo luminoso es la Virgen María, evocada por Jerónimo sobre todo como madre virginal, pero también en su actitud de lectora orante de la Escritura. María meditaba en su corazón (cf. Lc 2,19.51) porque «era santa y había leído las Sagradas Escrituras, conocía a los profetas y recordaba lo que el ángel Gabriel le había anunciado y lo que se le había augurado por boca de los profetas. […] Veía a Aquel recién nacido, que era su Hijo, su único Hijo, acostado y dando vagidos, en ese pesebre, pero a quien en realidad estaba viendo allí acostado era al Hijo de Dios; y lo que ella estaba viendo andaba comparándolo con cuanto había oído y leído».[61] Encomendémonos a ella, que mejor que nadie puede enseñarnos a leer, meditar, rezar y contemplar a Dios, que se hace presente en nuestra vida sin cansarse jamás.

Roma, San Juan de Letrán, 30 de septiembre, memoria de san Jerónimo, del año 2020, octavo de mi pontificado.

FRANCISCO

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[1] «Deus qui beato Hieronymo presbitero suavem et vivum Scripturae Sacrae affectum tribuisti, da, ut populus tuus verbo tuo uberius alatur et in eo fontem vitae inveniet» (Collecta Missae Sancti Hieronymi, Missale Romanum, editio typica tertia, Civitas Vaticana 2002). Traducción en lengua española: «Oh, Dios, que concediste al presbítero san Jerónimo un amor suave y vivo a la Sagrada Escritura, haz que tu pueblo se alimente de tu palabra con mayor abundancia y encuentre en ella la fuente de la vida» (Oración colecta Memoria litúrgica de san Jerónimo, Misal Romano, Madrid 2017).

[2] Epistula (en adelante: Ep.) 22, 30: CSEL 54, 190.

[3] AAS 12 (1920), 385-423.

[4] Cf. Audiencias Generales 7 y 14 noviembre 2007: L’Osservatore Romano, ed. semanal en lengua española (9 noviembre 2007), p. 12; ibíd. (16 noviembre 2007), p. 16.

[5] Sínodo de los Obispos, Mensaje al Pueblo de Dios de la XII Asamblea general ordinaria (24 octubre 2008).

[6] Cf. AAS 102 (2010), 681-787.

[7] Chronicum 374: PL 27, 697-698.

[8] Ep. 125, 12: CSEL 56, 131.

[9] Cf. Ep. 122, 3: CSEL 56, 63.

[10] Cf. Homilía en la Santa Misa, Domus Sanctae Marthae (10 diciembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. semanal en lengua española (18 diciembre 2015), p. 13. La anécdota se encuentra en A. Louf, Sotto la guida dello Spirito, Qiqaion, Magnano (BI) 1990, 154-155.

[11] Cf. Ep. 125, 12: CSEL 56, 131.

[12] Cf. VD, 89: AAS 102 (2010), 761-762.

[13] Cf. Ep. 125, 9.15.19: CSEL 56, 128.133-134.139.

[14] Vita Malchi monachi captivi 7, 3: PL 23, 59-60; S. Jerónimo, Vidas de tres monjes: Obras completas, edición bilingüe, vol. II, ed. BAC, Madrid 2002, 631.

[15] Praef. Esther 2: PL 28, 1505.

[16] Cf. Ep. 108, 26: CSEL 55, 344-345.

[17] Ep. 52, 8: CSEL 54, 428-429; cf. VD, 60: AAS 102 (2010), 739.

[18] Praef. Paralipomenon LXX 1.10-15: SCh 592, 340.

[19] Praef. in Pentateuchum: PL 28, 184.

[20] Ep. 80, 3: CSEL 55, 105.

[21] Mensaje con motivo de la XXIV solemne Sesión pública de las Academias Pontificias (4 diciembre 2019): L’Osservatore Romano (6 diciembre 2019), p. 8.

[22] VD, 30: AAS 102 (2010), 709.

[23] Ep. 125, 15.2: CSEL 56, 133.120.

[24] Ep. 3, 6: CSEL 54, 18.

[25] Cf. Praef. Josue 1, 9-12: SCh 592, 316.

[26] Homilia in Psalmum 95: PL 26, 1181; cf. S. Jerónimo, Obras homiléticas. Comentario a los Salmos: Obras completas, edición bilingüe, vol. I, ed. BAC, Madrid 1999, 359.

[27] Cf. Vita S. Pauli primi eremitae, 16, 2: PL 23, 28; S. Jerónimo, Vida de tres monjes: Obras completas, edición bilingüe, vol. II, ed. BAC, Madrid 2002, 615.

[28] Cf. In Isaiam Prol.: PL 24, 17. S. Jerónimo, Comentario a Isaías (Libros I-XII): Obras completas, edición bilingüe, vol. VIa, ed. BAC, Madrid 2007, 5.

[29] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. dogm. Dei Verbum, sobre la divina revelación, 14.

[30] Cf. ibíd.

[31] Cf. ibíd., 7.

[32] Cf. Ep. 53, 5: CSEL 54, 451; S. Jerónimo, Epistolario I (Cartas 1-85): Obras completas, edición bilingüe, vol. Xa, ed. BAC, Madrid 2013, 505.

[33] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. dogm. Dei Verbum, sobre la divina revelación, 12.

[34] Ibíd., 24.

[35] Cf. ibíd., 25.

[36] Cf. ibíd., 21.

[37] N. 56; cf. In Psalmum 147: CCL 78, 337-338; S. Jerónimo, Obras homiléticas. Comentario a los Salmos: Obras completas, edición bilingüe, vol. I, ed. BAC, Madrid 1999, 635-636.

[38] Cf. Carta. ap. en forma de Motu Proprio Aperuit illis (30 septiembre 2019).

[39] Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, 152.175: AAS 105 (2013), 1083-1084.1093.

[40] Cf. Ep. 52,3: CSEL 54, 417.

[41] Cf. VD, 72: AAS 102 (2010), 746-747.

[42] S. Juan Pablo II, Carta a los artistas (4 abril 1999), 5: AAS 91 (1999), 1159-1160.

[43] Cf. Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 1506.

[44] (25 abril 1979): AAS 71 (1979), 557-559.

[45] Exhort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[46] Homilia in Ezech. I, 7: PL 76, 843D.

[47] Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[48] Cf. P. Ricœur, Sur la traduction, Bayard, París 2004.

[49] Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, 24: AAS 105 (2013), 1029-1030.

[50] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6.

[51] Exhort. ap. Evangelii gaudium, 31: AAS 105 (2013), 1033.

[52] Cf. G. Steiner, After Babel. Aspects of language and translation, Oxford University Press, Nueva York 1975.

[53] Cf. Ep. 15, 1: CSEL 54, 63.

[54] Ibíd., 15, 2: CSEL 54, 62-64.

[55] Ibíd., 16, 2: CSEL 54, 69.

[56] Ibíd., 82, 2: CSEL 55, 109.

[57] Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, 99: AAS 105 (2013), 1061.

[58] Ep. 60, 10: CSEL 54, 561.

[59] Sulpicius Severus, Dialogus I, 9, 5: SCh 510, 136-138.

[60] Ep. 52, 7: CSEL 54, 426.

[61] Homilia de nativitate Domini IV: PLSuppl. 2, 191; S. Jerónimo, Obras homiléticas. Comentario a los Salmos: Obras completas, edición bilingüe, vol. I, ed. BAC, Madrid 1999, 961.

[01133-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

CARTA APOSTÓLICA

Scripturæ Sacræ Affectus

DO SANTO PADRE

FRANCISCO

NO XVI CENTENÁRIO DA MORTE DE SÃO JERÓNIMO

O afeto à sagrada escritura, um terno e vivo amor à Palavra de Deus escrita é a herança que São Jerónimo, com a sua vida e as suas obras, deixou à Igreja. Tais expressões, tiradas da memória litúrgica do Santo,[1] dão-nos uma chave de leitura indispensável para conhecermos, no XVI centenário da morte, a sua figura saliente na história da Igreja e o seu grande amor a Cristo. Este amor ramifica-se, como um rio em muitos canais, na sua obra de incansável estudioso, tradutor, exegeta, profundo conhecedor e apaixonado divulgador da Sagrada Escritura; na sua obra de intérprete primoroso dos textos bíblicos; de defensor ardente e por vezes impetuoso da verdade cristã; de eremita asceta e intransigente, bem como de sábia guia espiritual, na sua generosidade e ternura. Passados mil e seiscentos anos, a sua figura continua a ser de grande atualidade para nós, cristãos do século XXI.

Introdução

A 30 de setembro de 420, terminava a vida terrena de Jerónimo em Belém, na comunidade que ele fundara na gruta da Natividade. Assim se entregava àquele Senhor que nunca cessara de procurar e conhecer na Escritura; o mesmo que ele, febricitante, tinha contemplado como Juiz, numa visão, talvez na Quaresma de 375. Naquele acontecimento, que marcou uma viragem decisiva na sua vida, momento de conversão e mudança de perspetiva, sentiu-se arrastado até à presença do Juiz. «Interrogado sobre a minha condição, respondi que era cristão. Mas, Aquele que presidia retorquiu: “Mentes… Tu és ciceroniano; não, cristão!”».[2] Na realidade, desde muito jovem, Jerónimo apreciara a beleza cristalina dos textos clássicos latinos, em comparação dos quais os escritos da Bíblia, num primeiro tempo, se lhe apresentavam rudes e sem sintaxe, grosseiros demais para os seus refinados gostos literários.

Aquele episódio da sua vida concorre para a decisão de se dedicar inteiramente a Cristo e à sua Palavra, consagrando a sua existência a tornar as palavras divinas cada vez mais acessíveis aos outros, com o seu trabalho incansável de tradutor e comentador. Aquele acontecimento imprime na sua vida uma orientação nova e mais convicta: tornar-se servidor da Palavra de Deus, como enamorado da «carne da Escritura». Assim, na investigação contínua que caraterizou a sua vida, valoriza os seus estudos da juventude e a formação recebida em Roma, orientando o seu saber para um serviço mais maturo a Deus e à comunidade eclesial.

Por isso, São Jerónimo conta-se, a pleno título, entre as grandes figuras da Igreja antiga, no período definido como o século áureo da Patrística, verdadeira ponte entre o Oriente e o Ocidente: é amigo de juventude de Rufino de Aquileia, encontra Ambrósio e troca intensa correspondência com Agostinho. No Oriente, conhece Gregório Nazianzeno, Dídimo o Cego, Epifânio de Salamina. Assim o consagra a tradição iconográfica cristã ao representá-lo, juntamente com Agostinho, Ambrósio e Gregório Magno, entre os quatro grandes doutores da Igreja do Ocidente.

Já os meus antecessores quiseram, em várias circunstâncias, lembrar a sua figura. Há um século, por ocasião do décimo quinto centenário da morte, Bento XV dedicou-lhe a carta encíclica Spiritus Paraclitus (15 de setembro de 1920), apresentando-o ao mundo como «doctor maximus explanandis Scripturis – doutor eminente na interpretação das Escrituras».[3] Mais recentemente, Bento XVI apresentou a personalidade dele e as suas obras, em duas catequeses sucessivas.[4] Agora, no décimo sexto centenário da morte, desejo também eu recordar São Jerónimo e repropor a atualidade da sua mensagem e ensinamentos, a começar pelo seu grande afeto às Escrituras.

Neste sentido, é possível relacioná-lo idealmente, como guia seguro e testemunha privilegiada, com a XII Assembleia do Sínodo dos Bispos, dedicada à Palavra de Deus,[5] e com a exortação apostólica Verbum Domini do meu predecessor Bento XVI, publicada precisamente na memória do Santo, em 30 de setembro de 2010.[6]

De Roma a Belém

A vida e o itinerário pessoal de São Jerónimo consumam-se ao longo das estradas do Império Romano, entre a Europa e o Oriente. Nascido por volta de 345 em Estridão, na fronteira entre a Dalmácia e a Panónia, no território atual da Croácia ou da Eslovénia, recebe uma sólida educação na sua família cristã. Segundo o costume de então, é batizado em idade adulta, nos anos que transcorre em Roma como estudante de retórica, entre 358 e 364. É precisamente neste período romano que se torna leitor insaciável dos clássicos latinos, que estuda sob a orientação dos mestres de retórica mais ilustres da época.

Terminados os estudos, empreende uma longa viagem pela Gália que o leva à cidade imperial de Tréveris, hoje na Alemanha. Aqui entra em contacto, pela primeira vez, com a experiência monástica oriental, difundida por Santo Atanásio. Amadurece assim nele um desejo profundo que o impele até Aquileia, onde com alguns amigos seus – «um coro de bem-aventurados»[7] – começa um período de vida comunitária.

Por volta do ano 374, passando por Antioquia, decide retirar-se para o deserto de Cálcida, a fim de se entregar, de forma cada vez mais radical, a uma vida ascética em que se reserva grande espaço para o estudo das línguas bíblicas: primeiro, o grego e, depois, o hebraico. Confia-se a um irmão judeu, batizado, que o introduz no conhecimento da nova língua – o hebraico – e dos seus sons, que define «estridentes e aspirados»[8].

O deserto, com a subsequente vida eremita, é escolhido e vivido por Jerónimo no seu significado mais profundo: o lugar das opções existenciais fundamentais, de intimidade e encontro com Deus, onde, através da contemplação, das provações interiores, do combate espiritual, chega ao conhecimento da fragilidade, com uma maior consciência das limitações próprias e alheias, reconhecendo a importância das lágrimas.[9] Deste modo, no deserto, sente a presença concreta de Deus, a necessidade do relacionamento do ser humano com Ele, a sua misericordiosa consolação. A propósito, gosto de lembrar uma história, de tradição apócrifa. Jerónimo pergunta ao Senhor: «Que quereis de mim?». E Ele responde: «Ainda não Me deste tudo». «Mas, Senhor, já Vos dei isto… isto… e isto…» – «Falta uma coisa!» – «O quê?» – «Dá-Me os teus pecados, para que Eu possa ter a alegria de voltar a perdoá-los».[10]

Em seguida vamos encontrá-lo em Antioquia, onde é ordenado sacerdote pelo bispo Paulino; depois em Constantinopla por volta do ano 379, onde conhece Gregório Nazianzeno e onde continua os seus estudos, dedica-se à tradução em latim de importantes obras do grego (homilias de Orígenes e a crónica de Eusébio), respira o clima do Concílio celebrado naquela cidade em 381. Nestes anos, é no estudo que se revelam a sua paixão e a sua generosidade. Trata-se duma bendita inquietude, que o guia e torna incansável e apaixonado na investigação: «De vez em quando desesperava-me; várias vezes desisti; mas depois retomava pela obstinada decisão de aprender», levado pela «semente amarga» de tais estudos a colher «frutos saborosos».[11]

Em 382, Jerónimo volta a Roma, colocando-se à disposição do Papa Dâmaso que, apreciando as suas grandes qualidades, faz dele seu estreito colaborador. Aqui Jerónimo empenha-se numa atividade incessante, sem esquecer a dimensão espiritual: no Aventino, graças ao apoio de mulheres da aristocracia romana desejosas de radicais opções evangélicas, como Marcela, Paula e sua filha Eustóquia, ele cria um cenáculo baseado na leitura e estudo rigoroso da Escritura. Jerónimo é exegeta, professor, guia espiritual. Neste período, empreende uma revisão das traduções latinas anteriores dos Evangelhos, e mesmo talvez doutras partes do Novo Testamento; continua o seu trabalho como tradutor de homilias e comentários das Escrituras de Orígenes, desdobra-se numa frenética atividade epistolar, discute publicamente com autores heréticos, por vezes com excessos e rispidez, mas sempre movido sinceramente pelo desejo de defender a verdadeira fé e o depósito das Escrituras.

Este período intenso e fecundo interrompe-se com a morte do Papa Dâmaso. Vê-se forçado a deixar Roma e, seguido por amigos e algumas mulheres desejosas de continuar a experiência espiritual e de estudo bíblico iniciada, parte para o Egito – onde encontra o grande teólogo Dídimo o Cego – e depois a Palestina, acabando por se estabelecer definitivamente em Belém no ano 386. Retoma os seus estudos filológicos, ancorados aos lugares físicos que foram o cenário daquelas narrações.

A importância dada aos Lugares Santos é evidenciada não só pela escolha de morar na Palestina, de 386 até à morte, mas também pelo serviço a favor das peregrinações. Precisamente em Belém, lugar privilegiado para ele, junto da gruta da Natividade funda dois mosteiros «gémeos», masculino e feminino, com hospedarias para o acolhimento dos peregrinos que vinham ad loca sancta, revelando a sua generosidade em hospedar as pessoas que chegavam àquela terra para ver e tocar os lugares da história da salvação, unindo assim a investigação cultural com a espiritual.[12]

Colocando-se à escuta na Sagrada Escritura, Jerónimo encontra-se a si mesmo, encontra o rosto de Deus e o dos irmãos, e apura a sua predileção pela vida comunitária. Daqui o seu desejo de viver com os amigos, como sucedia já no período de Aquileia, e fundar comunidades monásticas, encalçando o ideal cenobítico de vida religiosa que vê o mosteiro como «ginásio» onde formar pessoas «que, para ser a primeira de todas, se consideram inferiores a todas», felizes na pobreza e capazes de ensinar com o próprio estilo de vida. Na verdade, considera formativo viver «sob o governo de um único superior e na companhia de muitos» para aprender a humildade, a paciência, o silêncio e a mansidão, na consciência de que «a verdade não gosta dos cantos escuros, nem escolhe os murmuradores».[13] Além disso, confessa «ansiar pelas pequenas celas do mosteiro, (...) desejar a solicitude das formigas, onde se trabalha juntos e nada há que seja propriedade duma pessoa, mas tudo é de todos».[14]

No estudo, Jerónimo encontra, não um deleite efémero como fim em si mesmo, mas um exercício de vida espiritual, um meio para chegar a Deus; e, assim, a própria formação clássica dele ordena-se para um serviço mais maturo à comunidade eclesial. Pensemos na ajuda prestada ao Papa Dâmaso, no ensino que dedica às mulheres, especialmente do hebraico, desde o primeiro cenáculo no Aventino, a ponto de fazer entrar Paula e Eustóquia «nas lutas dos tradutores»[15] e, coisa então inaudita, garantir-lhes a possibilidade de ler e cantar os Salmos na língua original.[16]

A sua é uma cultura colocada ao serviço dos outros, insistindo na necessidade dela para todo o evangelizador. Assim o recorda ao amigo Nepociano: «A palavra do sacerdote deve ganhar sabor graças à leitura das Escrituras. Não quero que sejas um declamador ou um charlatão com muitas palavras, mas alguém que entende a doutrina sagrada (mysterii) e conhece profundamente os ensinamentos (sacramentorum) do teu Deus. É típico dos ignorantes jogar com as palavras e ganhar a admiração do povo inexperiente com uma declamação rápida. Os desavergonhados muitas vezes explicam o que não conhecem e pretendem ser grandes peritos só porque conseguem persuadir os outros».[17]

Em Belém, Jerónimo vive – até à morte, em 420 – o período mais fecundo e intenso da sua vida, totalmente dedicado ao estudo da Escritura, empenhado na obra monumental da tradução de todo o Antigo Testamento a partir do original hebraico. Ao mesmo tempo, comenta os livros proféticos, os salmos, as obras paulinas; escreve subsídios para o estudo da Bíblia. O precioso trabalho recolhido nas suas obras é fruto de comparação e colaboração, desde copiar e agrupar manuscritos até à reflexão e debate: «Nunca me fiei das minhas próprias forças para estudar os livros divinos, (...) tenho o hábito de questionar-me mesmo sobre o que eu pensava saber e, com maior razão, sobre aquilo que não tinha certeza».[18] Por isso, ciente das próprias limitações, pede apoio contínuo na oração de intercessão pelo bom sucesso da sua tradução dos textos sagrados «no mesmo Espírito com que foram escritos»,[19] sem se esquecer de traduzir também obras de autores indispensáveis ao trabalho exegético, como Orígenes, para «colocar este material à disposição de quem deseja aprofundar os estudos científicos».[20]

O estudo de Jerónimo aparece como um esforço realizado em comunidade e ao serviço da comunidade, modelo de sinodalidade também para nós, para os nossos dias e para as diferentes instituições culturais da Igreja, para que sejam sempre «um lugar onde o conhecimento se torna serviço, porque, sem conhecimento nascido da colaboração e resultando em cooperação, não há desenvolvimento humano genuíno e integral».[21] O fundamento de tal comunhão é a Escritura, que não podemos ler sozinhos: «A Bíblia foi escrita pelo Povo de Deus e para o Povo de Deus, sob a inspiração do Espírito Santo. Somente com o “nós”, isto é, nesta comunhão com o Povo de Deus podemos realmente entrar no núcleo da verdade que o próprio Deus nos quer dizer».[22]

Aquela robusta experiência de vida, alimentada pela Palavra de Deus, faz com que Jerónimo, por meio duma intensa correspondência epistolar, se torne guia espiritual. Faz-se companheiro de viagem, convencido de que «não há arte que se aprenda sem mestre», como escreve a Rústico: isto mesmo «desejo fazer-te compreender, tomando-te pela mão, como se eu fosse um marinheiro que, tendo já passado pela experiência de vários naufrágios, tenta instruir um navegante inexperiente».[23] A partir daquele pacífico recanto do mundo, acompanha a humanidade numa época de grandes convulsões, marcada por acontecimentos como o saque de Roma, em 410, que o abalou profundamente.

Às cartas confia as polémicas doutrinais, sempre na defesa da reta fé, revelando-se homem de relações, vividas com força e doçura, num envolvimento pleno, sem formas adocicadas, experimentando que «o amor não tem preço».[24] Vive os seus afetos assim com ímpeto e sinceridade. Este envolvimento nas situações em que vive e labuta constata-se também no facto de oferecer o seu trabalho de tradução e comentário como munus amicitiæ. É um dom, em primeiro lugar, para os amigos, destinatários a quem dedica as suas obras pedindo-lhes que as leiam com um olhar mais benévolo do que crítico; e, depois, para os leitores, seus contemporâneos e de todos os tempos.[25]

Gasta os últimos anos da sua vida na leitura orante, pessoal e comunitária, da Escritura, na contemplação, no serviço aos irmãos através das suas obras. E realiza tudo isto em Belém, junto da gruta onde o Verbo foi dado à luz pela Virgem, ciente de que «feliz é aquele que carrega no seu íntimo a cruz, a ressurreição, o lugar do nascimento e da ascensão de Cristo! Feliz é aquele que tem Belém no seu coração, em cujo coração nasce Cristo cada dia!»[26]

A chave sapiencial do seu retrato

Para uma plena compreensão da personalidade de São Jerónimo, é necessário combinar duas dimensões caraterísticas da sua existência de crente: por um lado, a consagração absoluta e rigorosa a Deus, renunciando a qualquer satisfação humana, por amor de Cristo crucificado (cf. 1 Cor 2, 2; Flp 3, 8.10); por outro, o empenho assíduo no estudo, visando exclusivamente uma compreensão cada vez maior do mistério do Senhor. É precisamente este duplo testemunho, admiravelmente oferecido por São Jerónimo, que se propõe como modelo, antes de tudo, para os monges, a fim de encorajar quem vive de ascese e oração a dedicar-se ao labor assíduo da pesquisa e do pensamento; e, depois, para os estudiosos a fim de se recordarem que o conhecimento só é válido religiosamente se estiver fundado no amor exclusivo a Deus, no despojamento de toda a ambição humana e de toda a aspiração mundana.

Estas dimensões foram recebidas no campo da história da arte, onde é frequente a presença de São Jerónimo: grandes mestres da pintura ocidental deixaram-nos as suas representações. Poderíamos organizar as várias tipologias iconográficas segundo duas linhas distintas. Uma define-o sobretudo como monge e penitente, com um corpo macerado pelo jejum, retirado no deserto, de joelhos ou prostrado por terra, em muitos casos segurando uma pedra na mão direita para bater no peito e com os olhos voltados para o Crucifixo; coloca-se nesta linha a tocante obra-prima de Leonardo da Vinci conservada na Pinacoteca do Vaticano. Outra forma de representar Jerónimo é a que no-lo mostra nas vestes de estudioso, sentado à sua escrivaninha, empenhado a traduzir e comentar a Sagrada Escritura, rodeado de livros e pergaminhos, investido na missão de defender a fé através do pensamento e da escrita. Albrecht Dürer – para citar outro exemplo ilustre – representou-o mais de uma vez nesta postura.

Os dois aspetos evocados encontram-se reunidos na pintura de Caravaggio, na Galeria Borghese de Roma: com efeito, numa única cena, o idoso asceta é apresentado sumariamente coberto por um pano vermelho, tendo sobre a mesa uma caveira, símbolo da vaidade das realidades terrenas, mas ao mesmo tempo é poderosamente representada também a qualidade do estudioso, que conserva os olhos fixos no livro enquanto a sua mão, no ato caraterístico do escritor, molha a pena no tinteiro.

De modo análogo – um modo que se poderia designar sapiencial –, devemos compreender o duplo perfil da trajetória biográfica de Jerónimo. Quando, como verdadeiro «Leão de Belém», exagerava nos tons, fazia-o em prol duma verdade da qual se considerava servidor incondicional. E, como ele próprio explica no primeiro dos seus escritos – A Vida de São Paulo, Eremita de Tebas –, os leões são capazes de «fortes rugidos», mas também de lágrimas.[27] Por isso, as duas fisionomias que aparecem justapostas na sua figura, na realidade, são elementos com os quais o Espírito Santo lhe permitiu maturar a sua unidade interior.

Amor à Sagrada Escritura

O traço peculiar da figura espiritual de São Jerónimo é, sem dúvida, o seu amor apaixonado à Palavra de Deus, transmitida à Igreja na Sagrada Escritura. Se todos os Doutores da Igreja – e de forma particular os da primeira época cristã – extraíram explicitamente da Bíblia os conteúdos do seu ensinamento, Jerónimo fê-lo de maneira mais sistemática e, de certa forma, única.

Nos últimos tempos, os exegetas descobriram a genialidade narrativa e poética da Bíblia, exaltada precisamente pela sua qualidade expressiva; Jerónimo, ao contrário, destacava mais, na Escritura, o caráter humilde com que Deus Se revelou expressando-se na natureza áspera e quase primitiva da língua hebraica, quando comparada com o primor do latim ciceroniano. Portanto, não é por um gosto estético que ele se dedica à Sagrada Escritura, mas apenas – como é bem sabido – porque ela o leva a conhecer Cristo, pois a ignorância das Escrituras é ignorância de Cristo.[28]

Jerónimo ensina-nos que não se hão de estudar apenas os Evangelhos, nem se deve comentar só a tradição apostólica presente nos Atos dos Apóstolos e nas Cartas, uma vez que todo o Antigo Testamento é indispensável para penetrar na verdade e na riqueza de Cristo.[29] As próprias páginas do Evangelho o atestam: falam-nos de Jesus como Mestre que, para explicar o seu mistério, recorre a Moisés, aos profetas e aos Salmos (cf. Lc 4, 16-21; 24, 27.44-47). Também nos Atos, a pregação de Pedro e Paulo radica-se emblematicamente nas antigas Escrituras; sem elas, não se pode compreender plenamente a figura do Filho de Deus, o Messias Salvador. O Antigo Testamento não deve ser visto como um amplo repertório de citações que demonstram o cumprimento das profecias na pessoa de Jesus de Nazaré; pelo contrário, e mais radicalmente, só à luz das «figuras» veterotestamentárias é possível conhecer em plenitude o sentido do evento de Cristo, que se realizou na sua morte e ressurreição. Daí a necessidade de redescobrir, na práxis catequética e na pregação bem como nos estudos teológicos, a contribuição indispensável do Antigo Testamento, que há de ser lido e assimilado como alimento precioso (cf. Ez 3, 1-11; Ap 10, 8-11).[30]

A dedicação total de Jerónimo à Escritura manifesta-se numa forma de expressão apaixonada, semelhante à dos antigos profetas. É deles que o nosso Doutor extrai o fogo interior, que se torna palavra impetuosa e explosiva (cf. Jr 5, 14; 20, 9; 23, 29; Ml 3, 2; Sir 48, 1; Mt 3, 11; Lc 12, 49), necessária para expressar o zelo ardente do servidor pela causa de Deus. Na esteira de Elias, de João Batista e também do apóstolo Paulo, a indignação de Jerónimo perante a mentira, a hipocrisia e as falsas doutrinas inflama o seu discurso, tornando-o provocatório e aparentemente rude. A dimensão polémica dos seus escritos compreende-se melhor, se for lida como uma espécie de cópia e atualização da mais autêntica tradição profética. Assim, Jerónimo é modelo de testemunho inflexível da verdade, que assume a severidade da censura para induzir à conversão. Na intensidade das frases e imagens, manifesta-se a coragem do servidor que deseja agradar, não aos homens, mas exclusivamente ao seu Senhor (cf. Gal 1, 10), por amor de quem gastou todas as suas energias espirituais.

O estudo da Sagrada Escritura

O amor apaixonado de São Jerónimo às divinas Escrituras está imbuído de obediência: antes de tudo, obediência a Deus, que Se comunicou em palavras que exigem escuta reverente[31] e, consequentemente, obediência também a quantos na Igreja representam a tradição interpretativa viva da mensagem revelada. Entretanto a «obediência da fé» (Rm 1, 5; 16, 26) não é uma mera receção passiva daquilo que é conhecido; mas exige o empenho ativo da investigação pessoal. Podemos considerar São Jerónimo um «servidor» da Palavra, fiel e diligente, inteiramente consagrado a favorecer nos seus irmãos de fé uma compreensão mais adequada do «depósito» sagrado que lhes foi confiado (cf. 1 Tim 6, 20; 2 Tim 1, 14). Sem compreender o que foi escrito pelos autores inspirados, a própria Palavra de Deus carece de eficácia (cf. Mt 13, 19) e o amor a Deus não pode brotar.

Ora, as páginas bíblicas nem sempre são imediatamente acessíveis. Como se diz em Isaías (29, 11), mesmo para quantos sabem «ler» – isto é, aqueles que receberam uma suficiente formação intelectual – o livro sagrado apresenta-se «selado», hermeticamente fechado à interpretação. Por isso, é necessário que intervenha uma testemunha habilitada para trazer a chave libertadora, a de Cristo Senhor, o único capaz de quebrar os selos e abrir o livro (cf. Ap 5, 1-10), para desvendar a prodigiosa efusão da graça (cf. Lc 4, 17-21). Aliás muitos, mesmo entre os cristãos praticantes, declaram-se abertamente incapazes de ler (cf. Is 29, 12), não por analfabetismo, mas por não estarem preparados para a linguagem bíblica, os seus modos de se expressar e as tradições culturais antigas, pelo que o texto bíblico resulta indecifrável, como se estivesse escrito num alfabeto desconhecido e numa língua enigmática.

Por isso, torna-se necessária a mediação do intérprete que exerça a sua função «diaconal», colocando-se ao serviço de quem não consegue compreender o sentido daquilo que foi escrito profeticamente. A figura que se pode evocar, a este respeito, é a do diácono Filipe, solicitado pelo Senhor para ir ao encontro do eunuco que, sentado no seu carro, está a ler uma passagem de Isaías (53, 7-8), mas sem poder desvendar o seu significado. «Compreendes verdadeiramente o que estás a ler?»: pergunta Filipe; e o eunuco responde: «E como poderei compreender, sem alguém que me oriente?» (At 8, 30-31).[32]

Jerónimo é o nosso guia, porque conduz cada leitor ao mistério de Jesus, como Filipe fez (cf. At 8, 35), e adota responsável e sistematicamente as mediações exegéticas e culturais necessárias para uma leitura correta e enriquecedora da Sagrada Escritura.[33] A competência nas línguas em que foi comunicada a Palavra de Deus, a análise e avaliação acuradas dos manuscritos, a investigação arqueológica exata, para além do conhecimento da história da interpretação, enfim todos os recursos metodológicos então disponíveis são utilizados por ele, de forma harmoniosa e erudita, em ordem a uma justa compreensão da Escritura inspirada.

Esta dimensão exemplar da atividade de São Jerónimo é muito importante também na Igreja de hoje. Se a Bíblia, conforme ensina a Dei Verbum, constitui «como que a alma da sagrada teologia»[34] e a espinha dorsal espiritual da prática religiosa cristã,[35] é indispensável que a ação de interpretar a Bíblia seja sustentada por específicas competências.

Para isso, servem certamente os centros especializados da investigação bíblica (como o Pontificio Istituto Biblico de Roma e, em Jerusalém, a École Biblique e o Studium Biblicum Franciscanum) e patrística (como o Augustinianum de Roma), mas também cada Faculdade de Teologia deve empenhar-se para que o ensino da Sagrada Escritura se encontre de tal modo programado que garanta aos alunos uma capacidade interpretativa competente, tanto na exegese dos textos como nas sínteses de teologia bíblica. Infelizmente, a riqueza da Escritura é ignorada ou minimizada por muitos, porque não lhes foram fornecidas as bases essenciais para o seu conhecimento. Por conseguinte, a par dum incremento dos estudos eclesiásticos, dirigidos a sacerdotes e catequistas, que proporcionem de forma mais adequada a competência na Sagrada Escritura, deve ser promovida uma formação alargada a todos os cristãos, para que cada um se torne capaz de abrir o livro sagrado e colher os seus frutos inestimáveis de sabedoria, esperança e vida.[36]

Quero lembrar aqui o que o meu Predecessor deixou expresso na exortação apostólica Verbum Domini: «É possível compreender a sacramentalidade da Palavra através da analogia com a presença real de Cristo sob as espécies do pão e do vinho consagrados. (…) Referindo-se à atitude que se deve adotar tanto em relação à Eucaristia como à Palavra de Deus, São Jerónimo afirma: “Lemos as Sagradas Escrituras. Eu penso que o Evangelho é o Corpo de Cristo; penso que as santas Escrituras são o seu ensinamento. E quando Ele fala em ‘comer a minha carne e beber o meu sangue’ (Jo 6, 53), embora estas palavras se possam entender do Mistério [Eucarístico], todavia também a palavra da Escritura, o ensinamento de Deus, é verdadeiramente o corpo de Cristo e o seu sangue”».[37]

Infelizmente, em muitas famílias cristãs – ao contrário do que se prescreve na Torah (cf. Dt 6, 6) –, não há ninguém que se sinta capaz de dar a conhecer aos filhos a Palavra do Senhor com toda a sua beleza e força espiritual. Por isso, quis instituir o Domingo da Palavra de Deus,[38] para encorajar a leitura orante da Bíblia e a familiaridade com a Palavra de Deus.[39] Assim todas as outras manifestações de religiosidade serão enriquecidas de sentido, orientadas segundo a hierarquia dos valores e dirigidas para o vértice da fé, ou seja, a plena adesão ao mistério de Cristo.

A Vulgata

O «fruto mais doce da árdua sementeira»[40] que foi o estudo do grego e do hebraico, feito por Jerónimo, é a tradução do Antigo Testamento em latim a partir do original hebraico. Até então, os cristãos do Império Romano podiam ler integralmente a Bíblia apenas em grego: quanto aos livros do Novo Testamento, foram escritos em grego; para os do Antigo, havia uma versão completa, a chamada Septuaginta (ou seja, a versão dos Setenta), feita pela comunidade judaica de Alexandria por volta do século II (a.C.). Mas, para os leitores de língua latina, não existia uma versão completa da Bíblia na sua língua; havia apenas algumas traduções, parciais e incompletas, feitas a partir do grego. Cabe a Jerónimo – e, depois dele, aos seus continuadores – o mérito de ter empreendido uma revisão e uma nova tradução de toda a Escritura. Tendo começado em Roma, com o encorajamento do Papa Dâmaso, a revisão dos Evangelhos e dos Salmos, depois, já no seu retiro em Belém, lançou-se à tradução de todos os livros veterotestamentários diretamente do hebraico; uma obra, que se prolongou por vários anos.

Na realização deste trabalho de tradução, Jerónimo pôs a render o seu conhecimento do grego e do hebraico, bem como a sua sólida formação latina, e serviu-se dos instrumentos filológicos que tinha à sua disposição, em particular as Hexapla de Orígenes. O texto final combinava a continuidade nas fórmulas já de uso comum com uma maior aderência ao ditame hebraico, sem sacrificar a elegância da língua latina. O resultado é um verdadeiro monumento que marcou a história cultural do Ocidente, modelando a sua linguagem teológica. Superadas algumas repulsas iniciais, a tradução de Jerónimo tornou-se imediatamente património comum tanto dos eruditos como do povo cristão: daí o nome de Vulgata.[41] A Europa da Idade Média aprendeu a ler, rezar e raciocinar nas páginas da Bíblia traduzida por Jerónimo. «A Sagrada Escritura tornou-se, assim, uma espécie de “dicionário imenso” (P. Claudel) e de “atlas iconográfico” (M. Chagall), onde foram beber a cultura e a arte cristã».[42] A literatura, as artes e a própria linguagem popular inspiraram-se constantemente na versão jeronimiana da Bíblia, deixando-nos tesouros de beleza e devoção.

Reconhecendo este facto incontestável, o Concílio de Trento estabeleceu o carácter «autêntico» da Vulgata no decreto Insuper, prestando homenagem ao uso secular que a Igreja dela fizera e atestando o seu valor como instrumento para o estudo, a pregação e as controvérsias públicas.[43] Com isso, porém, não se procurava minimizar a importância das línguas originais, como aliás Jerónimo não cessava de lembrar, e muito menos proibir novos empreendimentos de tradução integral no futuro. São Paulo VI, assumindo o mandato dos Padres do Concílio Vaticano II, quis que o trabalho de revisão da tradução da Vulgata fosse concluído e colocado à disposição de toda a Igreja. E, em 1979, São João Paulo II, mediante a constituição apostólica Scripturarum thesaurus,[44] promulgou a edição típica chamada Neovulgata.

A tradução como inculturação

Com esta sua tradução, Jerónimo conseguiu «inculturar» a Bíblia na língua e cultura latinas, tornando-se esta operação um paradigma permanente para a ação missionária da Igreja. Na verdade, «quando uma comunidade acolhe o anúncio da salvação, o Espírito Santo fecunda a sua cultura com a força transformadora do Evangelho»,[45] estabelecendo-se assim uma espécie de circularidade: se a tradução de Jerónimo é devedora à língua e à cultura dos clássicos latinos, cujos vestígios são bem visíveis, por sua vez ela, com a sua linguagem e o seu conteúdo simbólico e rico de imagens, tornou-se um elemento criador de cultura.

A obra de tradução de Jerónimo ensina-nos que os valores e as formas positivas de cada cultura constituem um enriquecimento para toda a Igreja. As várias maneiras, em que é anunciada, compreendida e vivida a Palavra de Deus em cada nova tradução, enriquecem a própria Escritura, pois esta, segundo a conhecida expressão de Gregório Magno, cresce com o leitor,[46] recebendo novas acentuações e tonalidades ao longo dos séculos. A inserção da Bíblia e do Evangelho nas diferentes culturas faz com que a Igreja se manifeste cada vez mais como «sponsa ornata monilibus suis – uma noiva que se adorna com as suas joias» (Is 61, 10). E simultaneamente atesta que a Bíblia precisa de ser constantemente traduzida nas categorias linguísticas e mentais de cada cultura e de cada geração, mesmo na cultura secularizada global do nosso tempo.[47]

Foi lembrado, justamente, que é possível estabelecer uma analogia entre a tradução, enquanto ato de hospitalidade linguística, e outras formas de acolhimento.[48] Por isso, a tradução não é um trabalho que tem a ver unicamente com a linguagem, mas corresponde verdadeiramente a uma decisão ética mais ampla, que está ligada com a visão inteira da vida. Sem tradução, as diferentes comunidades linguísticas ver-se-iam impossibilitadas de comunicar entre si; fecharíamos as portas da história uns aos outros e negaríamos a possibilidade de construir uma cultura do encontro.[49] Com efeito, sem tradução, não se dá hospitalidade, antes pelo contrário, reforçam-se as ações de hostilidade. O tradutor é um construtor de pontes. Quantos juízos precipitados, quantas condenações e conflitos nascem do facto de ignorarmos a língua dos outros e de não nos aplicarmos, com tenaz esperança, a esta prova de amor infindável que é a tradução!

O próprio Jerónimo teve de se opor ao pensamento dominante do seu tempo. Se, nos alvores do Império Romano, era relativamente comum saber grego, já no tempo dele isso constituía uma raridade. E, contudo, ele tornou-se um dos melhores conhecedores da língua e literatura grecocristãs e empreendeu uma viagem ainda mais árdua quando, sozinho, se dedicou ao estudo do hebraico. Se, como está escrito, «os limites da minha linguagem são os limites do meu mundo»,[50] pode-se dizer que devemos ao poliglotismo de São Jerónimo uma compreensão do cristianismo mais universal e, simultaneamente, mais coerente com as suas fontes.

Com a celebração do centenário da morte de São Jerónimo, o olhar volta-se para a vitalidade missionária extraordinária que se manifesta na tradução da Palavra de Deus em mais de três mil línguas. Muitos são os missionários, a quem se deve o precioso trabalho de publicação de gramáticas, dicionários e outros instrumentos linguísticos que proporcionam as bases para a comunicação humana e são um veículo para o «sonho missionário de chegar a todos».[51] É necessário valorizar todo este trabalho e investir nele, contribuindo para a superação das fronteiras da incomunicabilidade e falta de encontro. Ainda há muito que fazer. Como foi dito, não existe entendimento sem tradução:[52] não nos compreenderíamos a nós mesmos nem aos outros.

Jerónimo e a Cátedra de Pedro

Jerónimo teve sempre uma relação particular com a cidade de Roma: Roma é o porto espiritual aonde volta continuamente; em Roma, formou-se o humanista e forjou-se o cristão; ele é homo romanus. Esta ligação verifica-se, de modo muito peculiar, com a língua da cidade, o latim, de que foi mestre e cultor, mas verifica-se sobretudo com a Igreja de Roma, designadamente a Cátedra de Pedro. Embora anacronicamente, a tradição iconográfica retratou-o com a púrpura cardinalícia, para evidenciar a sua pertença ao presbitério de Roma junto do Papa Dâmaso. Foi em Roma que começou a revisão da tradução. E mesmo quando as invejas e incompreensões o forçaram a deixar a cidade, sempre permaneceu intensamente ligado à Cátedra de Pedro.

Para Jerónimo, a Igreja de Roma é o terreno fecundo onde a semente de Cristo produz fruto abundante.[53] Num período turbulento, em que a túnica inconsútil da Igreja muitas vezes acaba dilacerada pelas divisões entre os cristãos, Jerónimo olha para a Cátedra de Pedro como ponto de referência seguro: «Eu, que não sigo mais ninguém senão Cristo, uno-me em comunhão com a Cátedra de Pedro. Eu sei que sobre esta pedra está edificada a Igreja». No meio das disputas com os arianos, escreve a Dâmaso: «Quem não junta contigo, desperdiça; quem não é de Cristo, é do anticristo».[54] Por isso, pode também afirmar: «Eu estou com todo aquele que estiver na cátedra de Pedro».[55]

Jerónimo encontrou-se frequentemente envolvido em ásperas disputas pela causa da fé. O seu amor à verdade e a defesa ardente de Cristo talvez o tenham levado a algum excesso de violência verbal nas suas cartas e livros. Contudo o objetivo que guia a sua vida é a paz: «A paz, quero-a também eu; e não só a desejo, mas imploro-a! Entendo, porém, a paz de Cristo, a paz autêntica, uma paz sem resíduos de hostilidade, uma paz que não abrigue em si a guerra; não a paz que subjuga os adversários, mas a que nos une em amizade!»[56]

O nosso mundo precisa, mais do que nunca, do remédio da misericórdia e da comunhão. Deixai-me repetir uma vez mais: ofereçamos um testemunho de comunhão fraterna, que se torne fascinante e luminoso.[57] «Por isto é que todos conhecerão que sois meus discípulos: se vos amardes uns aos outros» (Jo 13, 35). Foi o pedido que Jesus fez ao Pai numa intensa oração: «Que todos sejam um só (...) em Nós e o mundo creia» (Jo 17, 21).

Amar o que Jerónimo amou

Ao concluir esta Carta, desejo fazer mais um apelo a todos. Entre muitos elogios feitos a São Jerónimo pelos seus vindouros, encontra-se este: não foi considerado simplesmente um dos maiores cultores da «biblioteca» de que se nutre o cristianismo ao longo dos tempos, a começar pelo tesouro da Sagrada Escritura, mas aplica-se-lhe aquilo que ele mesmo escreveu sobre Nepociano: «Com a leitura assídua e a meditação constante, fizera do seu coração uma biblioteca de Cristo».[58] Jerónimo não poupou esforços para enriquecer a sua biblioteca, vendo nela um laboratório indispensável para a compreensão da fé e para a vida espiritual; e, nisto, constitui um exemplo admirável também para o presente. Mas ele foi mais longe! O estudo não se limitou aos anos juvenis da formação, mas foi um compromisso constante, uma prioridade de cada dia da sua vida. Enfim, podemos dizer que ele assimilou uma biblioteca inteira e tornou-se dispensador de ciência para muitos outros. No século IV, Postumiano, que viajou pelo Oriente para descobrir movimentos monásticos, foi testemunha ocular do estilo de vida de Jerónimo, com quem viveu alguns meses, tendo-o descrito assim: «Encontra-se todo embrenhado na leitura, todo embrenhado nos livros; não descansa de dia nem de noite; sempre está a ler ou a escrever qualquer coisa».[59]

A propósito, penso muitas vezes na experiência que pode fazer hoje um jovem quando entra numa livraria da sua cidade ou num site da Internet e procura lá o setor dos livros religiosos. Quando existe, na maioria dos casos trata-se de um setor que não só é marginal, mas carece de obras substanciosas. Examinando aquelas estantes ou as páginas em rede, dificilmente um jovem poderia compreender como a investigação religiosa seja uma aventura apaixonante que une pensamento e coração; como a sede de Deus tenha inflamado grandes mentes no decurso dos séculos até hoje; como o amadurecimento da vida espiritual tenha contagiado teólogos e filósofos, artistas e poetas, historiadores e cientistas. Um dos problemas atuais – e não só da religião – é o analfabetismo: faltam as habilitações hermenêuticas que nos tornem intérpretes e tradutores credíveis da nossa própria tradição cultural. De forma especial aos jovens, quero lançar um desafio: parti à procura da vossa herança. O cristianismo torna-vos herdeiros dum património cultural insuperável, do qual deveis tomar posse. Apaixonai-vos por esta história, que é vossa. Tende a ousadia de fixar o olhar naquele jovem inquieto que foi Jerónimo; ele, como a personagem da parábola de Jesus, vendeu tudo quanto possuía para comprar a «pérola de grande valor» (Mt 13, 46).

Verdadeiramente Jerónimo é a «Biblioteca de Cristo», uma biblioteca perene que, passados dezasseis séculos, continua a ensinar-nos o que significa o amor de Cristo, um amor inseparável do encontro com a sua Palavra. Por isso, o centenário atual constitui um apelo a amar o que Jerónimo amou, redescobrindo os seus escritos e deixando-se tocar pelo impacto duma espiritualidade que se pode descrever, no seu núcleo mais vital, como o desejo inquieto e apaixonado dum conhecimento maior do Deus da Revelação. Como podemos deixar de ouvir, em nossos dias, aquilo a que Jerónimo instigava sem cessar os seus contemporâneos: «Lede com muita frequência as divinas Escrituras; aliás, que o Livro Sagrado nunca seja deposto das vossas mãos»?[60]

Exemplo luminoso é a Virgem Maria, evocada por Jerónimo sobretudo na sua maternidade virginal, mas também na sua atitude de leitora orante da Escritura. Maria meditava no seu coração (cf. Lc 2, 19.51) «porque era santa e lera a Sagrada Escritura, conhecia os profetas e lembrava-se do que o anjo Gabriel Lhe anunciara e fora vaticinado pelos profetas (...), via o recém-nascido que era seu filho, o seu único filho que jazia e chorava naquele presépio, mas verdadeiramente a quem Ela via ali deitado era o Filho de Deus. O que Ela via comparava-o com quanto lera e ouvira».[61] Confiemo-nos a Ela, que pode, melhor do que ninguém, ensinar-nos como ler, meditar, rezar e contemplar a Deus que Se faz presente na nossa vida, sem nunca Se cansar.

Roma, em São João de Latrão, na Memória litúrgica de São Jerónimo, 30 de setembro do ano 2020, oitavo do meu pontificado.

FRANCISCO

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[1] «Deus qui beato Hieronymo presbitero suavem et vivum Scripturæ Sacræ affectum tribuisti, da, ut populus tuus verbo tuo uberius alatur et in eo fontem vitae inveniet – Ó Deus, que destes ao presbítero São Jerónimo um terno e vivo afeto à Sagrada Escritura, fazei que o vosso povo se alimente cada vez mais com a vossa palavra e encontre nela a fonte da vida»: Oração Coleta da Missa de São Jerónimo, Missale Romanum, editio typica tertia (Cidade do Vaticano 2002).

[2] São Jerónimo, Epistula 22, 30: CSEL 54, 190.

[3] Cf. AAS 12 (1920), 385-423.

[4] Audiências Gerais de 7 e 14 de novembro de 2007: Insegnamenti, III/2 (2007), 553-556; 586-591.

[5] Cf. Sínodo dos Bispos – XII Assembleia Geral Ordinária, Mensagem ao Povo de Deus (24 de outubro de 2008).

[6] Cf. AAS 102 (2010), 681-787.

[7] São Jerónimo, Chronicum 374: PL 27, 697-698.

[8] Idem, Epistula 125, 12: CSEL 56, 131.

[9] Cf. Epistula 122, 3: CSEL 56, 63.

[10] Cf. Francisco, Homilia na Missa matutina (10 de dezembro de 2015). A história é contada por A. Louf, Sotto la guida dello Spirito (Qiqajon, Magnano-BI 1990), 154-155.

[11] São Jerónimo, Epistula 125, 12: CSEL 56, 131.

[12] Cf. Bento XVI, Exort. ap. pós-sinodal Verbum Domini, 89: AAS 102 (2010), 761-762.

[13] São Jerónimo, Epistula 125, 9.15.19: CSEL 56, 128.133-134.139.

[14] Idem, Vita Malchi monachi captivi 7, 3: PL 23, 59-60; ou então B. Degórski (ed.), Opere storiche e agiografiche, vol. XV da coletânea «Opere di San Girolamo» (Città Nuova, Roma 2014), 196-199.

[15] São Jerónimo, Praef. Esther, 2: PL 28, 1505.

[16] Cf. Idem, Epistula 108, 26: CSEL 55, 344-345.

[17] Idem, Epistula 52, 8: CSEL 54, 428-429; cf. Bento XVI, Exort. ap. pós-sinodal Verbum Domini, 60: AAS 102 (2010), 739.

[18] São Jerónimo, Praef. Paralipomenon LXX, 1.10-15: SCh 592, 340.

[19] São Jerónimo, Praef. in Pentateuchum: PL 28, 184.

[20] Idem, Epistula 80, 3: CSEL 55, 105.

[21] Francisco, Mensagem por ocasião da XXIV Sessão Pública solene das Academias Pontifícias (4 de dezembro de 2019): L’Osservatore Romano (ed. portuguesa de 10/XII/2019), 16.

[22] Bento XVI, Exort. ap. pós-sinodal Verbum Domini, 30: AAS 102 (2010), 709.

[23] São Jerónimo, Epistula 125, 15.2: CSEL 56, 133.

[24] Idem, Epistula 3, 6: CSEL 54, 18.

[25] Cf. São Jerónimo, Praef. Josue 1, 9-12: SCh 592, 316.

[26] São Jerónimo, Homilia in Psalmum 95: PL 26, 1181; ou então A. Capone (ed.), 59 Omelie sui Salmi (1-115), vol. IX/1 da coletânea «Opere di San Girolamo» (Città Nuova, Roma 2018), 357.

[27] Idem, Vita S. Pauli primi eremitae, 16, 2: PL 23, 28; ou então B. Degórski (ed.), Opere storiche e agiografiche, vol. XV da coletânea «Opere di San Girolamo» (Città Nuova, Roma 2014), 111.

[28] Cf. São Jerónimo, In Isaiam Prol.: PL 24, 17; ou então R. Maisano (ed.), Commento a Isaia (1-4), vol. IV/1 da coletânea «Opere di San Girolamo» (Città Nuova, Roma 2013), 52-53.

[29] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. dogm. Dei Verbum, 14.

[30] Cf. ibidem.

[31] Cf. ibid., 7.

[32] Cf. São Jerónimo, Epistula 53, 5: CSEL 54, 451; ou então S. Cola (ed.), Le Lettere, vol. II da coletânea «Opere di San Girolamo» (Città Nuova, Roma 1997), 54.

[33] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. dogm. Dei Verbum, 12.

[34] Ibid., 24.

[35] Cf. ibid., 25.

[36] Cf. ibid., 21.

[37] N.º 56. A citação de São Jerónimo encontra-se In Psalmum 147: CCL 78, 337-338; ou então A. Capone (ed.), 59 Omelie sui Salmi (119-149), vol. IX/2 da coletânea «Opere di San Girolamo» (Città Nuova, Roma 2018), 171.

[38] Cf. Carta ap. sob forma de motu proprio Aperuit illis (30 de setembro de 2019).

[39] Cf. Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 152; 175: AAS 105 (2013), 1083-1084; 1093.

[40] São Jerónimo, Epistula 52, 3: CSEL 54, 417.

[41] Cf. Bento XVI, Exort. ap. pós-sinodal Verbum Domini, 72: AAS 102 (2010), 746-747.

[42] São João Paulo II, Carta aos artistas (4 de abril de 1999), 5: AAS 91 (1999), 1159-1160.

[43] Cf. Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 1506.

[44] Publicada em 25 de abril de 1979; cf. AAS 71 (1979), 557-559.

[45] Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[46] Cf. Hom. in Ezech. I, 7: PL 76, 843D.

[47] Cf. Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[48] Cf. P. Ricœur, Sur la traduction (Bayard, Paris 2004).

[49] Cf. Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 24: AAS 105 (2013), 1029-1030.

[50] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6.

[51] Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 31: AAS 105 (2013), 1033.

[52] Cf. G. Steiner, After Babel. Aspects of language and translation (Oxford University Press, New York 1975).

[53] Cf. São Jerónimo, Epistula 15, 1: CSEL 54, 63.

[54] Idem, Epistula 15, 2: CSEL 54, 62-64.

[55] Idem, Epistula 16, 2: CSEL 54, 69.

[56] Idem, Epistula 82, 2: CSEL 55, 109.

[57] Cf. Exort. ap. Evangelii gaudium, 99: AAS 105 (2013), 1061.

[58] São Jerónimo, Epistula 60, 10: CSEL 54, 561.

[59] Sulpicius Severus, Dialogus I, 9, 5: SCh 510, 136-138.

[60] São Jerónimo, Epistula 52, 7: CSEL 54, 426.

[61] Idem, Homilia de nativitate Domini IV: PLSuppl. 2, 191.

[01133-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

LIST APOSTOLSKI

Scripturae Sacrae Affectus

OJCA ŚWIĘTEGO

FRANCISZKA

w XVI stulecie śmierci św. Hieronima

Umiłowanie Pisma świętego, żywa i głęboka miłość spisanego słowa Bożego, to dziedzictwo, jakie św. Hieronim pozostawił Kościołowi poprzez swoje życie i dzieła. Szesnaście wieków od śmierci świętego, te wyrażenia zaczerpnięte z jego liturgicznego wspomnienia[1] dają nam klucz niezbędny do zrozumienia jego wybitnej postaci w dziejach Kościoła i jego wielkiego umiłowania Chrystusa. Ta miłość rozlewa się, jak rzeka w wielu potokach, w jego dziele niestrudzonego uczonego, tłumacza, egzegety, głębokiego znawcy i namiętnego propagatora Pisma świętego; wyśmienitego interpretatora tekstów biblijnych; żarliwego i niekiedy porywczego obrońcy prawdy chrześcijańskiej; ascetycznego i bezkompromisowego eremity, jak również doświadczonego przewodnika duchowego, w jego wielkoduszności i czułości. Dziś, dla nas, chrześcijan dwudziestego pierwszego wieku, żyjących tysiąc sześćset lat później, jego postać jest nadal bardzo aktualna.

Wprowadzenie

Hieronim zakończył bieg swego życia ziemskiego 30 września 420 roku w Betlejem, w założonej przez siebie wspólnocie przy Grocie Narodzenia Pańskiego. W ten sposób powierzył siebie temu Panu, którego zawsze poszukiwał i poznawał w Piśmie świętym, temu samemu, którego jako Sędziego już spotkał, rozgorączkowany, w pewnej wizji, być może w Wielkim Poście 375 roku. W tym wydarzeniu, które stanowiło decydujący punkt zwrotny w jego życiu, moment nawrócenia i zmiany perspektywy, poczuł się postawiony przed trybunałem Sędziego: „Zapytany o stan swój, odpowiedziałem, że jestem chrześcijaninem. A ów, który siedział na przedzie, rzekł: «Kłamiesz! Jesteś cyceronianinem, nie chrześcijaninem»”[2]. Istotnie, od najmłodszych lat Hieronim miłował czyste piękno klasycznych tekstów łacińskich, w porównaniu z którymi pisma biblijne zdawały się mu początkowo surowe i niegramatyczne, zbyt szorstkie jak na jego wyrafinowany gust literacki.

Ten epizod jego życia sprzyja decyzji, by całkowicie oddać się Chrystusowi i Jego słowu, poświęcając swoje życie na czynienie Bożych pism bardziej dostępnymi dla innych, poprzez swą niestrudzoną pracę tłumacza i komentatora. To wydarzenie nadaje jego życiu nowy, bardziej zdecydowany kierunek: stawać się sługą słowa Bożego, zakochanym w „ciele Pisma świętego”. Tak więc, w nieustannym poszukiwaniu charakteryzującym jego życie, udoskonala swoje młodzieńcze studia i formację otrzymaną w Rzymie, na nowo porządkując swoją wiedzę w najbardziej dojrzałej służbie Bogu i wspólnocie kościelnej.

Z tego względu św. Hieronim staje się jedną z wielkich postaci starożytnego Kościoła, w okresie nazywanym złotym wiekiem patrystyki, prawdziwym mostem między Wschodem a Zachodem: jest przyjacielem z młodości Rufina z Akwilei, spotyka Ambrożego i prowadzi bogatą korespondencję z Augustynem. Na Wschodzie zna Grzegorza z Nazjanzu, Dydyma Aleksandryjskiego, Epifaniusza z Salaminy. Chrześcijańska tradycja ikonograficzna czyni go świętym, ukazując go wraz z Augustynem, Ambrożym i Grzegorzem Wielkim, wśród czterech wielkich doktorów Kościoła Zachodniego.

Już moi poprzednicy zechcieli w różnych okolicznościach przypomnieć jego postać. Sto lat temu, w piętnaste stulecie jego śmierci, Benedykt XV poświęcił mu encyklikę Spiritus Paraclitus (15 września 1920 r.), przedstawiając go światu jako „doctor maximus explanandis Scripturis[3]. W ostatnich latach Benedykt XVI ukazał w dwóch kolejnych katechezach jego osobowość i twórczość[4]. Obecnie, w szesnaste stulecie jego śmierci, ja również pragnę przypomnieć św. Hieronima i aktualność jego przesłania i nauki, zaczynając od jego wielkiego umiłowania Pisma świętego.

Zatem można go przedstawić w doskonałym powiązaniu, jako pewnego przewodnika i uprzywilejowanego świadka, z XII Zgromadzeniem Synodu Biskupów, poświęconym słowu Bożemu[5], oraz z adhortacją apostolską Verbum Domini (VD) mojego poprzednika Benedykta XVI, wydaną właśnie we wspomnienie Świętego, 30 września 2010 roku[6].

Z Rzymu do Betlejem

Życie i osobisty szlak św. Hieronima przebiegają drogami Cesarstwa Rzymskiego, między Europą a Wschodem. Urodzony około 345 roku w Strydonie, na granicy Panonii z Dalmacją, na terenie dzisiejszej Chorwacji lub Słowenii, otrzymuje solidne wykształcenie w rodzinie chrześcijańskiej. Według ówczesnego zwyczaju zostaje ochrzczony jako dorosły, będąc studentem retoryki w Rzymie, w latach 358-364. To właśnie w tym okresie staje się nienasyconym czytelnikiem klasyki łacińskiej, studiującym pod okiem najwybitniejszych mistrzów ówczesnej retoryki.

Po ukończeniu studiów odbywa długą podróż do Galii, która prowadzi go do cesarskiego miasta Trewir, znajdującego się obecnie w Niemczech. To właśnie tam po raz pierwszy spotyka się ze wschodnim doświadczeniem monastycznym, szerzonym przez św. Atanazego. W ten sposób dojrzewa głębokie pragnienie, które towarzyszy mu w Aquilei, gdzie wraz z kilkoma przyjaciółmi inicjuje „chór błogosławionych”[7], okres życia wspólnego.

Około roku 374, przemierzając Antiochię, postanawia udać się na pustynię Chalkis, aby praktykować w coraz bardziej radykalny sposób życie ascetyczne, w którym wiele miejsca przeznacza na naukę języków biblijnych, najpierw greckiego, a następnie hebrajskiego. Powierza się pewnemu bratu pochodzenia żydowskiego, który został chrześcijaninem i wprowadza go w poznanie nowego języka hebrajskiego i dźwięków, które nazywa „syczącymi i przydechowymi”[8].

Wraz z późniejszym życiem eremity, Hieronim wybiera pustynię w jej najgłębszym znaczeniu: jako miejsce fundamentalnych wyborów egzystencjalnych, intymności i spotkania z Bogiem, gdzie poprzez kontemplację, doświadczenia wewnętrzne, walkę duchową dochodzi do poznania kruchości, z większą świadomością ograniczeń własnych i innych ludzi, doceniając znaczenie łez[9]. Tak na pustyni dostrzega konkretną obecność Boga, konieczność relacji człowieka z Nim, Jego miłosierne pocieszenie. W tym kontekście chciałbym przypomnieć anegdotę z tradycji apokryficznej. Hieronim pyta Pana Boga: „Czego chcesz ode mnie?” – On odpowiada: „Jeszcze nie dałeś mi wszystkiego”. – „Ale Panie, dałem ci to, i to i tamto…” – „Czegoś brakuje”. – „Czego?” – „Daj mi twoje grzechy, abym mógł mieć radość przebaczenia ich na nowo”[10].

Odnajdujemy go w Antiochii, gdzie został wyświęcony na kapłana przez biskupa Paulina, następnie w Konstantynopolu, około 379 roku, gdzie poznaje Grzegorza z Nazjanzu i gdzie kontynuuje studia, poświęca się tłumaczeniu z języka greckiego na łacinę ważnych dzieł (Homilie Orygenesa i Kronikę Euzebiusza z Cezarei), oddycha atmosferą Soboru, który odbywał się w tym mieście w 381 roku. W tych latach, to właśnie w studium ujawniają się jego pasja i szczodrość. To błogosławiony niepokój, który prowadzi go i sprawia, że jest niestrudzony i pełen pasji w swoich badaniach: „Ile razy zwątpiłem, ile razy ustawałem i z gorącego pragnienia, żeby się nauczyć, znów zaczynałem”, prowadzony przez „gorzkie nasienie” takich studiów do zbierania „słodkich owoców”[11].

W 382 roku Hieronim powraca do Rzymu, oddając się do dyspozycji papieża Damazego, który docenia jego wielkie zalety i czyni go swoim bliskim współpracownikiem. Hieronim prowadzi tu nieustanną działalność, nie zapominając o wymiarze duchowym: na Awentynie, dzięki wsparciu rzymskich arystokratek, takich jak Marcella, Paula i jej córka Eustochia, pragnących radykalnych wyborów ewangelicznych, tworzy krąg oparty na lekturze i dokładnym studiowaniu Pisma świętego. Hieronim jest egzegetą, nauczycielem, przewodnikiem duchowym. W tym okresie podejmuje się rewizji wcześniejszych łacińskich tłumaczeń Ewangelii, być może także innych części Nowego Testamentu; kontynuuje pracę jako tłumacz homilii i komentarzy biblijnych Orygenesa, prowadzi niezwykle żywą działalność epistolarną, toczy publiczne spory z autorami heretyckimi, czasami dopuszczając się przesady i nieumiarkowania, ale zawsze szczerze poruszony pragnieniem obrony prawdziwej wiary i depozytu Pisma świętego.

Ten intensywny i owocny okres zostaje przerwany przez śmierć papieża Damazego. Hieronim, zmuszony do opuszczenia Rzymu, w towarzystwie idących za nim przyjaciół i niektórych kobiet, pragnących kontynuować rozpoczęte przez niego doświadczenia duchowe i studia biblijne, wyjeżdża wpierw do Egiptu – gdzie spotyka wielkiego teologa Dydyma Aleksandryjskiego – a następnie do Palestyny, aby ostatecznie osiedlić się w Betlejem w 386 roku. Podejmuje na nowo studia filologiczne, zakotwiczone w konkretnych miejscach, które były scenerią studiowanych opowiadań.

Znaczenie przypisywane miejscom świętym jest podkreślone nie tylko przez jego wybór życia w Palestynie, od 386 roku aż do śmierci, ale także przez posługę dla pielgrzymek. Właśnie w Betlejem, miejscu dla niego uprzywilejowanym, w pobliżu Groty Narodzenia Pańskiego, zakłada dwa „bliźniacze” klasztory, męski i żeński, z hospicjami dla pielgrzymów, którzy przybywają do miejsc świętych i okazuje tym samym swoją wielkoduszność w goszczeniu tych, którzy odwiedzali tę ziemię, by zobaczyć i dotknąć miejsc historii zbawienia, łącząc w ten sposób poszukiwania kulturowe i duchowe[12].

To właśnie wsłuchując się w Pismo święte, Hieronim odnajduje samego siebie, oblicze Boga i oblicze swoich braci, oraz udoskonala swoje upodobanie do życia wspólnotowego. Stąd jego pragnienie, by żyć z przyjaciółmi, jak za czasów Akwilei, i zakładać wspólnoty monastyczne, realizując cenobityczny ideał życia zakonnego, gdzie klasztor postrzega się jako „siłownię”, w której kształtuje się ludzi, „którzy ze wszystkich byli najmniejsi, aby mogli być ze wszystkich pierwszymi”, szczęśliwych w ubóstwie i zdolnych do nauczania swoim sposobem życia. Uważa, że życie „poddane kierownictwu jednego ojca w towarzystwie wielu”, ma znaczenie formacyjne, aby nauczyć się pokory, cierpliwości, milczenia i łagodności, świadomości, że „prawda nie lubi kątów i nie szuka zauszników”[13]. Wyznaje też, że „tęskni za celami klasztoru, [...] pragnie naśladować gorliwość tych mrówek, gdzie pracuje się wspólnie i gdzie nie istnieje nic, co byłoby czyjąkolwiek własnością, lecz wszystko należy do wszystkich”[14].

Hieronim nie szuka w studium przelotnego zadowolenia jako celu samego w sobie, ale traktuje je jako ćwiczenie życia duchowego, środek dotarcia do Boga. Zatem również jego formacja klasyczna zostaje podporządkowana bardziej dojrzałej służbie dla wspólnoty kościelnej. Pomyślmy o pomocy udzielonej papieżowi Damazemu, o nauczaniu, które głosił kobietom, zwłaszcza w języku hebrajskim, od pierwszego kręgu na Awentynie, do tego stopnia, że Paula i Eustochia weszły w „zmagania tłumaczy”[15] i, co było wówczas niesłychane – miały zapewnione możliwości czytania i śpiewania Psalmów w języku oryginału[16].

Jego kultura zostaje oddana na służbę i jest przywoływana jako niezbędna dla każdego ewangelizatora. Tak oto przypomina swojemu przyjacielowi Nepocjanowi: „Mowa kapłanów niech się opiera na czytaniu Pisma świętego. Chcę, żebyś był nie deklamatorem, krzykaczem plotącym bez sensu, ale świadomym tajemnicy (mysterii) i w sakramentach (sacramentorum) Boskich bardzo wykształconym. Potokiem słów i szybkością mowy wywoływać podziw u niedoświadczonego pospólstwa jest oznaką ludzi nieuczonych. Człowiek bezczelny tłumaczy często to, czego sam nie wie, a przekonawszy innych, sobie również przypisuje wiedzę”[17].

W Betlejem, aż do swej śmierci w 420 roku, Hieronim przeżywa najbardziej owocny i intensywny okres swego życia, całkowicie oddany studium Pisma świętego, zaangażowany w monumentalne dzieło przekładu całego Starego Testamentu z oryginału hebrajskiego. Jednocześnie komentuje księgi prorockie, Psalmy, dzieła św. Pawła i pisze podręczniki do studiowania Biblii. Cenna praca zespolona w jego dziełach, jest owocem konfrontacji i współpracy, od kopiowania i zestawiania ze sobą manuskryptów, po refleksję i dyskusję: „Nigdy nie ufałem własnym siłom, by studiować tomy Boże, [...] mam w zwyczaju zadawać pytania, nawet odnośnie do tego, co, jak sądziłem, wiedziałem, a tym bardziej odnośnie do tego, czego nie byłem pewien”[18]. Zdając sobie zatem sprawę z własnych ograniczeń, prosi o nieustanne wsparcie w modlitwie wstawienniczej w intencji powodzenia jego przekładu tekstów świętych „w tym samym Duchu, w którym zostały napisane”[19], nie zapominając również o przekładaniu dzieł autorów niezbędnych dla pracy egzegetycznej, takich jak Orygenes, aby „dostarczyć materiału tym, którzy pragną czynić postępy w poznaniu rzeczy”[20].

Studium Hieronima ukazuje się jako wysiłek podejmowany we wspólnocie i w służbie dla wspólnoty, będąc wzorcem synodalności również dla nas, dla naszych czasów i dla różnych instytucji kulturalnych Kościoła, tak aby zawsze były „miejscem, gdzie wiedza staje się służbą, gdyż bez wiedzy, która rodzi się ze współpracy i prowadzi do współdziałania, nie ma prawdziwego i integralnego rozwoju ludzkiego”[21]. Fundamentem tej komunii jest Pismo święte, którego nie możemy czytać sami: „Biblia została napisana przez lud Boży i dla ludu Bożego, pod natchnieniem Ducha Świętego. Jedynie w tej komunii z ludem Bożym możemy rzeczywiście dotrzeć z naszym «my» do istoty prawdy, którą Bóg chce nam przekazać”[22].

Solidne doświadczenie życia, karmione słowem Bożym, sprawia, że Hieronim, za sprawą obszernej wymiany korespondencji, staje się przewodnikiem duchowym. Staje się towarzyszem w drodze, przekonany, że „nie ma takiej sztuki, której można by się nauczyć bez mistrza”, jak pisze do Rustyka: „wszystko to pragnę ci wpoić, trzymając cię za rękę, podobnie jak doświadczony marynarz po wielu zatonięciach usiłuje pouczyć niedoświadczonego żeglarza”[23]. Z tego spokojnego zakątka świata śledzi ludzkość w epoce wielkich wstrząsów, naznaczonej wydarzeniami takimi jak złupienie Rzymu w 410 roku, które głęboko go poruszyło.

W listach prowadzi spory doktrynalne, zawsze broniąc prawdziwej wiary, okazując się człowiekiem relacji przeżywanych z mocą i łagodnością, z pełnym zaangażowaniem, bez form przesłodzonych, doświadczając, że „umiłowanie nie ma ceny”[24]. W ten sposób przeżywa on swoje uczucia z ożywieniem i szczerością. To zaangażowanie w sytuacje, w których żyje i pracuje, przejawia się również w tym, że ofiaruje swoją pracę tłumacza i komentatora jako munus amicitiae [posługę przyjaźni]. Jest to przede wszystkim dar dla przyjaciół, odbiorców i adresatów jego dzieł, których prosi, by czytali je raczej przyjaznym niż krytycznym okiem, a następnie dla czytelników, jemu współczesnych i wszystkich czasów[25].

Ostatnie lata życia spędza na osobistej i wspólnotowej modlitewnej lekturze Pisma świętego, na kontemplacji, w służbie braciom poprzez swoje dzieła. Wszystko to w Betlejem, obok groty, w której Dziewica zrodziła Słowo, ze świadomością, że „szczęśliwy, kto w swoim sercu nosi krzyż, zmartwychwstanie, miejsce narodzenia Chrystusa i miejsce Jego wniebowstąpienia! Szczęśliwy, kto w swoim sercu ma Betlejem i w czyim sercu Chrystus rodzi się każdego dnia!”[26].

Klucz mądrościowy do jego portretu

Dla pełnego zrozumienia osobowości św. Hieronima konieczne jest połączenie dwóch charakterystycznych wymiarów jego egzystencji jako człowieka wierzącego: z jednej strony absolutne i bezwzględne poświęcenie się Bogu, z wyrzeczeniem się wszelkich przyjemności ludzkich dla miłości Chrystusa ukrzyżowanego (por. 1Kor 2, 2; Flp 3, 8.10); z drugiej zaś strony, trud wytrwałego studiowania, ukierunkowanego wyłącznie na coraz pełniejsze rozumienie tajemnicy Pana. I właśnie to podwójne świadectwo, składane po mistrzowsku przez Hieronima, jest proponowane jako wzór: przede wszystkim dla mnichów, by ci, którzy żyją ascezą i modlitwą, byli zachęcani do oddania się żmudnej pracy badawczej i intelektualnej; potem dla uczonych, którzy muszą pamiętać, że wiedza jest wartościowa pod względem religijnym tylko wówczas, gdy opiera się na wyłącznym umiłowaniu Boga, na ogołoceniu z wszelkich ambicji ludzkich i wszelkich dążeń światowych.

Wymiary takie znalazły wyraz w historii sztuki, w której św. Hieronim jest często obecny: wielcy mistrzowie malarstwa zachodniego pozostawili nam jego podobizny. Możemy wyodrębnić gatunki ikonograficzne według dwóch odrębnych sposobów przedstawiania go. Jeden przedstawia go przede wszystkim jako mnicha i pokutnika, z ciałem wyrzeźbionym postem, ukrytego na terenach pustynnych, klęczącego lub leżącego krzyżem na ziemi, w wielu przypadkach ściskającego w prawej ręce kamień, żeby bić się w pierś, i z oczami zwróconymi ku Ukrzyżowanemu. W tę linię wpisuje się wzruszające arcydzieło Leonarda da Vinci zachowane w Pinakotece Watykańskiej. Inny sposób przedstawienia Hieronima, to ukazanie go jako uczonego, siedzącego przy biurku, zamierzającego tłumaczyć i komentować Pismo święte, otoczonego woluminami i zwojami, zaangażowanego w misję obrony wiary poprzez myśl i pismo. W tej postawie – by zacytować inny znakomity przykład – przedstawiał go niejednokrotnie Albrecht Dürer.

Dwa przywołane wyżej aspekty można znaleźć złączone ze sobą na płótnie Caravaggia, w Gallerii Borghese w Rzymie: w tej samej scenie jest bowiem przedstawiony stary asceta, niedbale okryty czerwoną tkaniną, który trzyma na stole czaszkę, symbol próżności spraw doczesnych; ale jednocześnie mocno ukazany jest także charakter uczonego, którego oczy utkwione są w księdze, podczas gdy jego ręka zanurza pióro w kałamarzu, w geście charakterystycznym dla pisarza.

W podobny sposób – który nazwałbym mądrościowym – musimy rozumieć podwójny profil drogi życiowej Hieronima. Kiedy jako prawdziwy „Lew Betlejemski” przesadzał w tonie swoich wypowiedzi, czynił to w poszukiwaniu prawdy, której był gotów stać się bezwarunkowym sługą. I jak sam to wyjaśnia w pierwszym ze swoich pism pt. Żywot św. Pawła tebańskiego, pustelnika, lwy są zdolne do „potężnych ryków”, ale także do łez[27]. Z tego powodu to, co pojawia się w jego postaci jako dwie przeciwstawne cechy, to w istocie elementy, z pomocą których Duch Święty pozwolił mu na dojrzewanie w wewnętrznej jedności.

Umiłowanie Pisma świętego

Szczególną cechą osobowości duchowej św. Hieronima pozostaje bez wątpienia jego żarliwe umiłowanie słowa Bożego, przekazanego Kościołowi w Piśmie świętym. O ile wszyscy doktorzy Kościoła – a w szczególności ci z pierwszych wieków chrześcijaństwa – wyraźnie czerpali treść swego nauczania z Biblii, to Hieronim czynił to w sposób bardziej systematyczny i w pewnym sensie wyjątkowy.

W ostatnich czasach egzegeci odkryli narracyjny i poetycki geniusz Biblii, podkreślany właśnie ze względu na jej wyrazistość. Natomiast Hieronim podkreślił w Piśmie świętym raczej pokorny charakter objawiania się Boga, wyrażony w surowej i niemal prymitywnej naturze języka hebrajskiego, w porównaniu z wyrafinowaniem łaciny cyceroniańskiej. Poświęcił się więc Pismu świętemu nie ze względu na gust estetyczny, ale – jak dobrze wiadomo – tylko dlatego, że prowadziło go ono do poznania Chrystusa, ponieważ nieznajomość Pisma świętego jest nieznajomością Chrystusa[28].

Hieronim uczy nas, że nie tylko Ewangelie powinny być studiowane, i nie tylko tradycja apostolska, obecna w Dziejach Apostolskich i Listach, powinna być komentowana, ponieważ cały Stary Testament jest niezbędny do wniknięcia w prawdę i bogactwo Chrystusa[29]. Świadczą o tym same karty Ewangelii: mówią nam o Jezusie jako Nauczycielu, który, aby wyjaśnić swoją tajemnicę, odwołuje się do Mojżesza, proroków i Psalmów (por. Łk 4, 16-21; 24, 27.45-47). Także przepowiadanie Piotra i Pawła w Dziejach Apostolskich jest również znacząco zakorzenione w Piśmie świętym Starego Testamentu; bez nich nie można w pełni zrozumieć postaci Syna Bożego, Mesjasza Zbawiciela. Starego Testamentu nie należy uważać za obszerny wykaz cytatów, które udowadniają wypełnienie się proroctw w osobie Jezusa z Nazaretu. Natomiast – bardziej radykalnie – jedynie w świetle postaci starotestamentalnych można w pełni poznać sens wydarzenia Chrystusa, dokonanego w Jego śmierci i zmartwychwstaniu. Stąd potrzeba ponownego odkrycia w praktyce katechetycznej i kaznodziejskiej, a także w traktatach teologicznych, niezbędnego wkładu Starego Testamentu, który należy odczytywać i przyswajać jako cenny pokarm (por. Ez 3, 1-11; Ap 10, 8-11)[30].

Całkowite poświęcenie się Hieronima Pismu świętemu przejawia się w żarliwej formie wyrazu, podobnej do starożytnych proroków. To od nich nasz Doktor czerpie wewnętrzny ogień, który staje się słowem żywiołowym i wstrząsającym (por. Jr 5, 14; 20, 9; 23, 29; Ml 3, 2; Syr 48, 1; Mt 3, 11; Łk 12, 49), koniecznym do wyrażenia żarliwej gorliwości sługi dla sprawy Bożej. W ślad za Eliaszem, Janem Chrzcicielem, a także Apostołem Pawłem, oburzenie kłamstwem, obłudą i fałszywymi doktrynami rozpala dyskurs Hieronima, czyniąc go prowokacyjnym i pozornie srogim. Polemiczny wymiar jego pism jest lepiej rozumiany, gdy czyta się je jako rodzaj zapożyczenia i urzeczywistnienia najbardziej autentycznej tradycji prorockiej. Hieronim jest zatem wzorcem nieustępliwego świadectwa prawdy, które sięga po surowość wyrzutów, by doprowadzić do nawrócenia. W intensywności wyrażeń i obrazów przejawia się odwaga sługi, który nie chce się przypodobać ludziom, ale wyłącznie swojemu Panu (por. Ga 1, 10), dla którego strawił całą energię duchową.

Studium Pisma świętego

Namiętna miłość św. Hieronima do Pisma świętego przepojona jest posłuszeństwem. Przede wszystkim wobec Boga, który wyraził Siebie słowami wymagającymi słuchania pełnego czci[31], a w konsekwencji posłuszeństwa również wobec tych, którzy w Kościele reprezentują żywą tradycję interpretacji orędzia objawionego. „Posłuszeństwo wierze” (Rz 1, 5; 16, 26) nie jest jednak jedynie biernym odbiorem tego, co jest znane. Wręcz przeciwnie, wymaga ono czynnego zaangażowania w osobiste poszukiwanie. Można uznać św. Hieronima za wiernego i pracowitego „sługę” Słowa, całkowicie oddanego krzewieniu wśród swoich braci w wierze bardziej adekwatnego rozumienia powierzonego im świętego „depozytu” (por. 1Tm6, 20; 2Tm 1, 14). Bez zrozumienia tego, co zostało napisane przez natchnionych autorów, samo słowo Boże pozbawione jest skuteczności (por. Mt 13, 19), i nie może wypływać zeń miłość do Boga.

Jednakże karty biblijne nie zawsze są bezpośrednio dostępne. Jak mówi Księga Izajasza (29, 11), nawet dla tych, którzy potrafią „czytać” – to znaczy, którzy mają wystarczającą formację intelektualną – święta księga wydaje się „zapieczętowana”, hermetycznie zamknięta dla interpretacji. Trzeba zatem, aby wkroczył kompetentny świadek i przyniósł uwalniający klucz, klucz Chrystusa Pana, jedynego, który może złamać pieczęcie i otworzyć księgę (por. Ap 5, 1-10), aby odsłonić cudowne wylanie łaski (por. Łk 4, 17-21). Wielu, nawet wśród praktykujących chrześcijan, otwarcie deklaruje, że nie umie czytać (por. Iz 29, 12), nie z powodu analfabetyzmu, lecz dlatego, że nie są przygotowani do rozumienia języka biblijnego, jego sposobów wyrażania i starożytnych tradycji kulturowych, wobec czego tekst biblijny okazuje się nieczytelny, jakby był napisany w nieznanym alfabecie i w niezrozumiałym języku.

Konieczne jest zatem pośrednictwo tłumacza, który wypełniałby swoją funkcję „diakonalną”, oddając się na służbę tym, którzy nie mogą zrozumieć znaczenia tego, co zostało proroczo napisane. Można w tym względzie przywołać obraz diakona Filipa, którego Pan pobudził do spotkania z eunuchem, który czytał Izajasza (53,7-8) na swoim rydwanie, ale nie miał możliwości zrozumienia sensu tego tekstu. „Czy ty rozumiesz, co czytasz?”, zapytał Filip, a eunuch odpowiedział: „Jakżeż mogę [rozumieć], jeśli mi nikt nie wyjaśni?” (Dz 8, 30-31)[32].

Hieronim jest naszym przewodnikiem ponieważ, podobnie jak Filip (por. Dz 8, 35), prowadzi każdego czytelnika do tajemnicy Jezusa, jak i dlatego, że w sposób odpowiedzialny i systematyczny podejmuje pośrednictwo egzegetyczne i kulturowe niezbędne do poprawnego i owocnego odczytywania Pisma świętego[33]. Kompetencje w dziedzinie języków, w których zostało przekazane słowo Boże, uważna analiza i ocena rękopisów, systematyczne badania archeologiczne, jak również znajomość historii interpretacji, jednym słowem wszystkie narzędzia metodologiczne, które były dostępne w jego epoce historycznej, były przez niego wykorzystywane stosownie i mądrze, by zwrócić się ku właściwemu zrozumieniu natchnionego Pisma.

Taki wzorcowy wymiar działalności św. Hieronima jest niezwykle ważny także w Kościele dnia dzisiejszego. Jeśli, jak naucza nas Dei Verbum, Biblia jest „niejako duszą świętej teologii”[34] i jakby duchową kwintesencją chrześcijańskiej praktyki religijnej[35], konieczne jest, aby interpretowanie Biblii było wsparte specyficznymi umiejętnościami.

Temu celowi służą z pewnością ośrodki doskonalenia badań biblijnych (jak Papieski Instytut Biblijny w Rzymie, a w Jerozolimie École Biblique i Studium Biblicum Franciscanum) oraz patrystycznych (jak Augustinianum w Rzymie), ale również każdy wydział teologiczny musi się starać, żeby nauczanie Pisma świętego było zaprogramowane w taki sposób, żeby zapewnić studentom kompetentne umiejętności interpretacji, zarówno w egzegezie tekstów, jak i w syntezie teologii biblijnej. Bogactwo Pisma świętego jest niestety przez wielu nieznane lub pomniejszane, ponieważ nie zapewniono im niezbędnych podstaw wiedzy. Dlatego też, oprócz zwiększenia liczby studiów kościelnych dla kapłanów i katechetów, które lepiej wykorzystywałyby kompetencje w zakresie rozumienia Pisma świętego, należy promować formację obejmującą wszystkich chrześcijan, tak aby każdy z nich mógł otworzyć świętą księgę i czerpać z niej bezcenne owoce mądrości, nadziei i życia[36].

W tym miejscu chciałbym przypomnieć to, co mój Poprzednik wyraził w adhortacji apostolskiej Verbum Domini: „Sakramentalność słowa staje się zatem zrozumiała przez analogię do rzeczywistej obecności Chrystusa pod konsekrowanymi postaciami chleba i wina. [...] Na temat sposobu, w jaki należy odnosić się zarówno do Eucharystii, jak i słowa Bożego, św. Hieronim pisze: «Czytamy Pisma święte. Myślę, że Ewangelia jest ciałem Chrystusa; myślę, że Pisma święte to Jego nauczanie. A kiedy On mówi: Jeżeli nie będziecie jedli Ciała Syna Człowieczego ani pili Krwi Jego (J 6, 53), to chociaż te słowa można rozumieć w odniesieniu do Tajemnicy [eucharystycznej], niemniej jednak ciało Chrystusa i Jego krew są prawdziwie słowem Pisma, są nauczaniem Bożym»”[37].

Niestety, w wielu rodzinach chrześcijańskich nikt nie czuje się zdolny – jak to zostało natomiast zapisane w Torze (por. Pwt 6, 6) – do przekazania swoim dzieciom słowa Bożego, z całym jego pięknem, z całą jego mocą duchową. Z tego powodu ustanowiłem Niedzielę Słowa Bożego[38], zachęcając do modlitewnego czytania Biblii i poznawania słowa Bożego[39]. Każdy inny wyraz religijności będzie dzięki temu ubogacony sensem, będzie umiejscowiony w hierarchii wartości i będzie ukierunkowany na to, co stanowi szczyt wiary: pełne przylgnięcie do tajemnicy Chrystusa.

Wulgata

„Najsłodszym owocem żmudnego siewu”[40] studiowania języka greckiego i hebrajskiego, dokonanego przez Hieronima, jest tłumaczenie Starego Testamentu na język łaciński, na podstawie oryginału hebrajskiego. Do tego czasu chrześcijanie Cesarstwa Rzymskiego mogli czytać całą Biblię jedynie w języku greckim. Podczas gdy księgi Nowego Testamentu zostały napisane w języku greckim, dla ksiąg starotestamentowych istniała pełna wersja, tak zwana Septuaginta(czyli wersja siedemdziesięciu), opracowana przez wspólnotę żydowską Aleksandrii ok. II w. przed Chrystusem. Dla czytelników posługujących się łaciną, w ich języku nie było jednak pełnej wersji Biblii, a jedynie kilka częściowych i niepełnych tłumaczeń z języka greckiego. Zasługą Hieronima, a następnie jego spadkobierców, jest podjęcie rewizji i nowego przekładu całego Pisma świętego. Po rozpoczęciu w Rzymie, za zachętą papieża Damazego, poprawiania tłumaczenia Ewangelii i Psalmów, Hieronim podjął w swojej samotni w Betlejem tłumaczenie wszystkich ksiąg starotestamentowych, bezpośrednio z języka hebrajskiego: dzieło, które trwało latami.

Do wykonania tej pracy tłumaczeniowej Hieronim wykorzystał swoją znajomość języka greckiego i hebrajskiego, a także solidne wykształcenie łacińskie, oraz posłużył się narzędziami filologicznymi, jakimi dysponował, w szczególności Hexapla Orygenesa. Ostateczny tekst łączył w sobie kontynuację formuł, które weszły już do powszechnego użytku, z większą wiernością oryginałowi hebrajskiemu, nie rezygnując z elegancji języka łacińskiego. W rezultacie powstał prawdziwy pomnik, który naznaczył historię kultury Zachodu, kształtując jego język teologiczny. Tłumaczenie Hieronima, po przezwyciężeniu pewnych początkowych odrzuceń, od razu stało się wspólnym dziedzictwem zarówno uczonych, jak i ludu chrześcijańskiego, stąd jego nazwa Wulgata[41]. Europa w średniowieczu nauczyła się czytać, modlić się i rozumować, korzystając ze stron Biblii przetłumaczonej przez Hieronima. „Pismo święte stało się zatem swego rodzaju «ogromnym słownikiem» (P. Claudel) i «atlasem ikonograficznym» (M. Chagall), z którego czerpała chrześcijańska kultura i sztuka”[42]. Literatura, sztuka, a nawet język potoczny nieustannie czerpały z Hieronimowej wersji Biblii, pozostawiając nam kolejne skarby piękna i pobożności.

To właśnie z uwagi na ten niepodważalny fakt Sobór Trydencki określił w dekrecie Insuper „autentyczny” charakter Wulgaty, oddając hołd wielowiekowemu wykorzystywaniu jej przez Kościół, i potwierdzając jej wartość jako narzędzia do studiowania, kaznodziejstwa i publicznych dysput[43]. Nie oznaczało to jednak umniejszania znaczenia języków oryginalnych, ponieważ Hieronim nie tylko nie zakazywał podejmowania w przyszłości nowych przedsięwzięć w zakresie pełnego tłumaczenia, ale też nieustannie o nich przypominał. Św. Paweł VI, z upoważnienia Ojców Soboru Watykańskiego II, chciał, aby prace nad rewizją tłumaczenia Wulgaty zostały zakończone i udostępnione całemu Kościołowi. I tak oto św. Jan Paweł II w Konstytucji apostolskiej Scripturum thesaurus[44] ogłosił w 1979 roku wydanie typiczne zwane Neowulgatą.

Tłumaczenie jako inkulturacja

Poprzez to tłumaczenie Hieronimowi udało się „inkulturować” Biblię do języka i kultury łacińskiej, a ta jego praca stała się trwałym wzorcem dla działania misyjnego Kościoła. Istotnie, „gdy jakaś wspólnota przyjmuje orędzie zbawienia, Duch Święty zapładnia jej kulturę przemieniającą mocą Ewangelii”[45] i w ten sposób powstaje swego rodzaju obieg zamknięty: tak jak tłumaczenie Hieronima jest dłużnikiem języka i kultury klasyków łacińskich, których ślady są wyraźnie widoczne, tak i ono, wraz ze swoim językiem i swoją treścią symboliczną i wyobraźnią, stało się z kolei twórczym elementem kultury.

Dzieło translatorskie Hieronima uczy nas, że pozytywne wartości i formy każdej kultury stanowią ubogacenie dla całego Kościoła. Różne sposoby, w jakie słowo Boże jest głoszone, rozumiane i przeżywane w każdym nowym tłumaczeniu, ubogacają samo Pismo święte, ponieważ według znanego wyrażenia Grzegorza Wielkiego wzrasta ono wraz z czytelnikiem[46], otrzymując na przestrzeni wieków nowe akcenty i nowe brzmienia. Włączenie Biblii i Ewangelii do różnych kultur sprawia, że Kościół coraz częściej jawi się jako «sponsa ornata monilibus suis» (Iz 61, 10) [oblubienica strojna w swe klejnoty]. I jednocześnie zaświadcza, że Biblia musi być stale przekładana na język i mentalność każdej kultury i każdego pokolenia, także na globalną zsekularyzowaną kulturę naszych czasów[47].

Słusznie przypomniano, że możliwe jest wskazanie analogii między tłumaczeniem, jako aktem otwartości językowej, a innymi formami gościnności[48]. Z tego powodu tłumaczenie nie jest pracą, która dotyczy jedynie języka, lecz odpowiada w istocie szerszej decyzji etycznej, która wiąże się z całą wizją życia. Bez tłumaczenia różne wspólnoty językowe nie byłyby w stanie porozumieć się ze sobą; zamknęlibyśmy jedni przed drugimi bramy historii i zaprzeczylibyśmy możliwości budowania kultury spotkania[49]. Bez tłumaczenia bowiem, nie udziela się gościnności, a wręcz przeciwnie, umacniają się praktyki wrogości. Tłumacz jest budowniczym mostów. Ileż pochopnych sądów, ile potępień i konfliktów wynika z tego, że nie znamy języka innych i nie przykładamy się, z wytrwałą nadzieją, do tej niekończącej się próby miłości, jaką jest tłumaczenie!

Także Hieronim musiał przeciwstawić się dominującej myśli swoich czasów. Podczas gdy u zarania Cesarstwa Rzymskiego znajomość języka greckiego była stosunkowo powszechna, w jego czasach była już ona rzadkością. On jednak stał się jednym z najlepszych znawców języka greckiego i chrześcijańskiej literatury greckiej, a podjął jeszcze bardziej żmudną, samotną podróż, kiedy poświęcił się studium języka hebrajskiego. Jeśli, jak zostało napisane, „granice mego języka wskazują granice mego świata”[50], to możemy powiedzieć, że wielojęzyczności św. Hieronima zawdzięczamy bardziej powszechne rozumienie chrześcijaństwa, a jednocześnie bardziej spójne z jego źródłami.

Wraz z obchodami kolejnego stulecia śmierci św. Hieronima, nasze spojrzenie zwraca się ku niezwykłej żywotności misyjnej wyrażonej przez tłumaczenie słowa Bożego na ponad trzy tysiące języków. Wielu misjonarzom zawdzięczamy cenne dzieło, polegające na publikowaniu gramatyk, słowników i innych narzędzi językowych, które dają podstawy ludzkiej komunikacji i są nośnikiem „misyjnego marzenia o dotarciu do wszystkich”[51]. Należy docenić całą tę pracę i w nią zainwestować, przyczyniając się do przezwyciężenia granic niekomunikatywności i braku spotkania. Jest jeszcze wiele do zrobienia. Jak już powiedziano, nie ma zrozumienia bez tłumaczenia[52]: nie zrozumielibyśmy ani siebie samych, ani też innych.

Hieronim a Stolica Piotrowa

Hieronim miał zawsze szczególny stosunek do Rzymu: Rzym był duchowym portem, do którego nieustannie powracał; w Rzymie uformował się jako humanista i ukształtował jako chrześcijanin; jest homo romanus. Ta więź odzwierciedla się w bardzo szczególny sposób, w języku tego Miasta, łacinie, której był mistrzem i miłośnikiem, ale przede wszystkim jest związana z Kościołem Rzymskim, a w szczególności ze Stolicą Piotrową. Tradycja ikonograficzna, w sposób anachroniczny przedstawia go w purpurze kardynalskiej, aby wskazać jego przynależność do prezbiterium Rzymu u boku papieża Damazego. To właśnie w Rzymie rozpoczęła się rewizja tłumaczenia przygotowanego przez Hieronima. I nawet kiedy zazdrość i niezrozumienie zmusiły go do opuszczenia miasta, zawsze pozostawał mocno związany ze Stolicą Piotrową.

Dla Hieronima Kościół Rzymski jest żyzną glebą, na której ziarno Chrystusa przynosi obfite owoce[53]. W burzliwych czasach, w których niepodzielną tunikę Kościoła często rozdzierały podziały między chrześcijanami, Hieronim spoglądał na Stolicę Piotrową jako na pewny punkt odniesienia: „Ja postępując tylko za Chrystusem, łączę się w komunii ze Stolicą Piotra. Wiem, że na tej Opoce zbudowany jest Kościół”. W pełni sporów z arianami napisał do Damazego: „Ktokolwiek nie gromadzi z Tobą, rozprasza, kto nie należy do Chrystusa, należy do Antychrysta”[54]. Dlatego też może również powiedzieć: „Z tym trzymam, kto jednoczy się ze stolicą Piotra”[55].

Hieronim często angażował się w ostre spory z powodu wiary. Jego umiłowanie prawdy i jego żarliwa obrona Chrystusa być może doprowadziły go do przesady w słownej gwałtowności w jego listach i pismach. Był on jednak nastawiony pokojowo: „Chcę pokoju i nie tylko chcę, lecz o niego proszę, ale o pokój Chrystusowy, pokój prawdziwy, pokój bez nieprzyjaźni, pokój, w którym by nie było ukrytej wojny, pokój który by nie ujarzmiał ludzi jako przeciwników, lecz łączył jako przyjaciół”[56].

Nasz świat potrzebuje bardziej niż kiedykolwiek lekarstwa, jakim jest miłosierdzie i jedność. Pozwólcie, że powtórzę raz jeszcze: dawajmy świadectwo braterskiej komunii, które stanie się pociągające i oświecające[57]. „Po tym wszyscy poznają, żeście uczniami moimi, jeśli będziecie się wzajemnie miłowali” (J 13, 35). O to właśnie Jezus prosił Ojca w przejmującej modlitwie: „aby wszyscy stanowili jedno [...] w nas [...], aby świat uwierzył” (J 17, 21).

Umiłować to, co miłował Hieronim

Na zakończenie tego listu chciałbym jeszcze raz skierować apel do wszystkich. Wśród wielu pochwał składanych św. Hieronimowi przez potomnych jest i ta, że nie był on uważany tylko za jednego z największych miłośników owej „biblioteki”, którą karmi się przez cały czas chrześcijaństwo, poczynając od skarbu Pisma świętego. Można do niego odnieść to, co on sam napisał o Nepocjanie: „Przez ciągłe czytanie i długotrwałe rozmyślanie uczynił serce swe biblioteką Chrystusową”[58]. Hieronim nie szczędził wysiłków, aby wzbogacić swoją bibliotekę, w której zawsze widział laboratorium niezbędne dla zrozumienia wiary i życia duchowego. Także i w tym jest godnym podziwu przykładem dla współczesności. On jednak poszedł dalej. Dla niego studia nie ograniczały się do lat młodzieńczych jego formacji; były stałym zaangażowaniem, priorytetem każdego dnia jego życia. Krótko mówiąc, możemy powiedzieć, że przyswoił on całą bibliotekę i stał się szafarzem wiedzy dla wielu innych. Postumian, który w IV wieku podróżował po Wschodzie, aby odkryć ruchy monastyczne, był naocznym świadkiem stylu życia Hieronima, z którym przebywał kilka miesięcy, i tak go opisał: „Pozostaje zawsze zajęty lekturą, cały pogrążony w książkach. Nie spoczywa ani za dnia, ani w nocy; wciąż albo coś czyta albo pisze”[59].

W związku z tym, często myślę o doświadczeniu, jakie może mieć dziś młody człowiek, wchodząc do księgarni w swoim mieście lub na stronę internetową i szukając tam książek religijnych. Jest to dział, który, jeśli istnieje, w większości przypadków jest nie tylko marginalny, ale brakuje w nim znaczących dzieł. Patrząc na te półki, albo na te strony w sieci, trudno młodemu człowiekowi zrozumieć, że poszukiwania religijne mogą być ekscytującą przygodą, która łączy myśl i serce; że pragnienie Boga rozpalało wielkie umysły na przestrzeni wieków aż do dnia dzisiejszego; że dojrzewanie życia duchowego udzielało się teologom i filozofom, artystom i poetom, historykom i naukowcom. Jednym z dzisiejszych problemów, nie tylko religijnych, jest analfabetyzm: brakuje nam umiejętności hermeneutycznych, które uczyniłyby nas wiarygodnymi tłumaczami naszej własnej tradycji kulturowej. W szczególności chcę rzucić wyzwanie ludziom młodym: wyjdźcie na poszukiwanie waszego dziedzictwa. Chrześcijaństwo czyni was spadkobiercami niezrównanego dziedzictwa kulturowego, które musicie objąć w posiadanie. Bądźcie pasjonatami tej historii, która jest waszą. Ośmielcie się spojrzeć na tego niespokojnego młodzieńca Hieronima, który, jak postać z przypowieści Jezusa, sprzedał wszystko, co posiadał, aby nabyć „drogocenną perłę” (Mt 13, 46).

Istotnie, Hieronim jest „Biblioteką Chrystusa”, niewyczerpaną biblioteką, która szesnaście wieków później nadal nas uczy, co oznacza miłość Chrystusa, miłość, która jest nierozerwalnie związana ze spotkaniem z Jego słowem. Z tego powodu obecna rocznica stanowi wezwanie do umiłowania tego, co miłował Hieronim, do ponownego odkrycia jego pism i do tego, by dać się poruszyć wpływem duchowości, którą można opisać w jej najistotniejszym rdzeniu jako niespokojne i pełne pasji pragnienie pełniejszego poznania Boga Objawienia. Jakże nie słuchać w naszych czasach tego, do czego Hieronim nieustannie namawiał swoich współczesnych: „Pismo Boże często czytaj; a raczej świętej lektury nigdy z rąk swych nie wypuszczaj”[60]?

Jaśniejącym przykładem jest Dziewica Maryja, przywoływana przez Hieronima, zwłaszcza w jej dziewiczym macierzyństwie, ale także w Jej postawie rozmodlonej czytelniczki Pisma świętego. Maryja rozważała w swoim sercu (por. Łk2, 19.51), „ponieważ jako święta czytała Pismo święte i znała proroków, porównywała to, co Jej powiedział anioł Gabriel, z tym, co przepowiedzieli prorocy [...]. Widziała nowonarodzonego swego Syna, swego jedynego Syna, spoczywającego i płaczącego w żłóbku, ale Tym, którego prawdziwie widziała, był Syn Boży. To, co widziała, porównywała z tym, co czytała i słyszała”[61]. Powierzmy się Jej, która lepiej niż ktokolwiek inny może nas nauczyć jak czytać, rozważać, modlić się i kontemplować Boga niestrudzenie uobecniającego się w naszym życiu.

Rzym, u św. Jana na Lateranie, dnia 30 września 2020, we wspomnienie św. Hieronima, w ósmym roku mego Pontyfikatu.

FRANCISZEK

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[1] „Boże, Ty dałeś świętemu Hieronimowi żywe i głębokie umiłowanie Pisma świętego, spraw, aby Twój lud obficie karmił się Twoim słowem i znajdował w nim źródło życia”, Kolekta Mszy św., wspomnienie św. Hieronima: Mszał rzymski, Poznań 1986.

[2] List 22, 30: CSEL 54, 190.

[3] AAS 12 (1920), 385-423.

[4] Por. Audiencje Generalne z 7 i 14 listopada 2007: L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 1 (299)/2008, ss. 50-52.

[5] Synod Biskupów, Orędzie do Ludu Bożego XII Zwyczajnego Zgromadzenia Ogólnego Synodu Biskupów (4 października 2008): L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 1 (309)/2009, s. 24 nn.

[6] Por. AAS 102 (2010) 681-787.

[7] Chronicum 374: PL 27, 697-698.

[8] List 125, 12: CSEL 56, 131.

[9] Por. List 122, 3: CSEL 56, 63.

[10] Por. Homilia w Domu Św. Marty (10 grudnia 2015). Anegdota jest cytowana w A. LOUF, Sotto la guida dello Spirito,Magnano (BI) 1990, 154-155.

[11] Por. List 125, 12: CSEL 56, 131.

[12] Por. VD, 89: AAS 102 (2010), 761-762.

[13] Por. List 125, 9.15.19: CSEL 56, 128.133-134.139; Św. Hieronim, Żywoty Mnichów, przekł. B. Degórski, Kraków-Tyniec 1995, s. 190.

[14] Vita Malchi monchi captivi 7, 3: PL 23, 59-60; Opere storiche e agiografiche, a cura di B. Degórski, Opere di Girolamo XV, Roma 2014, 196-199.

[15] Pref. Esther 2: PL 28, 1505.

[16] Por. List 108, 26: CSEL 55, 344-345.

[17] List 52, 8: CSEL 54, 428-429; por. VD, 60; AAS 102 (2010), 739.

[18] Pref. Paralipomenon LXX, 1.10-15: SCh 592, 340.

[19] Pref. in Pentateuchum: PL 28, 184.

[20] List 80, 3: CSEL 55, 105.

[21] Messaggio in occasione della XXIV solenne Seduta pubblica delle Pontificie Accademie (4 grudnia 2019): L’Osservatore Romano, 6 grudnia 2019, s. 8.

[22] VD, 30: AAS 102 (2010), 709.

[23] List 125, 15.2: CSEL 56, 133.120.

[24] List 3, 6: CSEL 54, 18.

[25] Pref. Josue, 1, 9-12: SCh 592, 316.

[26] Homilia in Psalmum 95: PL 26, 1181; por. Orygenes – Hieronim, Homilie o Księdze Psalmów, przekł. S. Kalinkowski, Kraków 2004, s. 155.

[27] Por. Vita S. Pauli primi eremitae, 16, 2: PL 23, 28; Opere storiche e agiografiche, dz. cyt., s. 111.

[28] Por. In Isaiam Prol.: PL 24, 17; Św. Hieronim, Komentarz do Księgi Izajasza. Prolog, CCL 73, Turnholti 1963, s. 1:Ignoratio Scripturarum, ignoratio Christi est, tłum. według: Liturgia Godzin t. 4 (dalej: LG), Poznań 1988, s. 1226.

[29] Por. Sobór Wat. II, Konstytucja dogmatyczna Dei Verbum, 14.

[30] Por. tamże.

[31] Por. tamże, 7.

[32] Por. Św. Hieronim, List 53, 5: CSEL 54, 451: Le lettere, red. S. Cola, II, Roma 1997, 54.

[33] Por. Sobór Wat. II: Konst. dogm. Dei Verbum, 12.

[34] Sobór Wat. II, Konst. dogm. Dei Verbum, 24.

[35] Por. tamże, 25.

[36] Por. tamże, 21.

[37] Nr 56; por. In Psalmum 147: CCL 78, 337-338; S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (119-149), red. Capone, Opere di Girolamo IX/2, Roma 2018, 171.

[38] Por. List apost. w formie Motu proprio Aperuit illis (30 września 2019).

[39] Por. Adhort. apost. Evangelii gaudium, 152.175: AAS 105 (2013), 1083-1084.1093.

[40] Por. List 52, 3: CSEL 54, 417.

[41] Por. VD, 72: AAS 102 (2010), 746-747.

[42] Św. Jan Paweł II, List do artystów (4 kwietnia 1999), 5: AAS 91 (1999), 1159-116.

[43] Por. Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 1506.

[44] 25 kwietnia 1979, AAS LXXI (1979), 557-559.

[45] Adhort. apost. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[46] Hom. in Ezech. I, 7: PL 76, 843D.

[47] Por. Adhort. apost. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[48] Por. P. Ricoeur, O tłumaczeniu, Gdańsk 2008.

[49] Por. Adhort. apost. Evangelii gaudium, 24: AAS 105 (2013), 1029-1030.

[50] L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, 5.6, Warszawa 1970, przekł. B. Wolniewicz.

[51] Adhort. apost. Evangelii gaudium, 31: AAS 105 (2013), 1033.

[52] Por. G. Steiner, Po wieży Babel: problemy języka i przekładu, przekł. O. i W. Kubińscy, Warszawa 2018.

[53] Por. List 15, 1; CESL 54, 63.

[54] List 15, 2: CESL 54, 62-64.

[55] List 16, 2; CESL 54, 69.

[56] List 82, 2; CSEL 55, 109.

[57] Por. Adhort. apost. Evangelii gaudium, 99: AAS 105 (2013), 1061.

[58] List 60, 10: CESL 54, 561.

[59] Sulpicius Severus, Dialogus I, 9, 5: SCh 510, 136-138; Sulpicjusz Sewer, Pisma o św. Marcinie z Tours. Żywot, Listy, Dialogi, Kraków 1995, s. 119.

[60] List 52, 7: CESL 54, 426.

[61] Homilia de nativitate Domini IV: PL Suppl. 2, 191.

[01133-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة بابوية

للحبر الأعظم البابا فرنسيس

حبُّ الكتاب المقدّس

في الذكرى المئوية السادسة عشرة لوفاة القديس هيرُونمُس

حبُّ الكتابِ المقدس، حبٌّ حيٌّ وعذْبٌ لكلمةِ الله المكتوبة، هذا هو الإرثُ الذي تركَهُ القديس هيرُونمُس للكنيسة، بحياتِه وأعمالِه. نجِدُ في العباراتِ التي تستخدِمُها الليتورجيا في ذكرى عيدِه[1] مفتاحَ قراءةٍ لا غِنى عنه لنفهمَ شخصيَّتَه الجليلة في تاريخِ الكنيسة، في الذكرى المئويّةِ السادسةَ عشرةَ بعدَ وفاتِه، ومحبَّتَه الكبيرةَ للمسيح. ويتفرَّعُ حبُّه مثلَ النهر إلى عِدّةِ فروع، في دراساتِه، فهو باحِثٌ لا يَكِلّ، ومترجِمٌ، ومفسِّرٌ، وعالمٌ متعمِّقٌ، مُولَعٌ بنشرِ الكتابِ المقدس. وهو شارِحٌ دقيقٌ لنصوصِ الكتاب المقدس، ومدافِعٌ متحمِّسٌ ومهاجِمٌ عنيفٌ أحيانًا، للدفاعِ عن الحقيقةِ المسيحيّة. وهو ناسكٌ وزاهدٌ متشدِّدٌ، بالإضافة إلى كونِهِ مرشدًا روحيًّا خبيرًا في عطائِه وحنانه. اليومَ، بعد ألفٍ وستِّمِئةِ سنة، ما زالَتْ صورتُه ذاتَ أهميَّةٍ كبيرةٍ لنا نحن مسيحيِّي القرنِ الحادي والعشرين.

مقدمة

في 30 سبتمبر/أيلول من عام 420، أنهى هيرُونمُس حياتَه الأرضيَّةَ في بيتَ لحم، في الجماعةِ النُّسكيةِ التي أسَّسَها بالقربِ من مغارةِ الميلاد، مُودِعًا نفسَه إلى الرّبّ الذي ظلَّ يبحَثُ عنه دائمًا، وعرَفَه في الكتابِ المقدس. هو نفسُه الذي التقاه ديّانًا فيما قبل، في رؤيا، وهو مصابٌ يومًا بحُمَّى، ربما في الصومِ الكبيرِ عام 375. في هذا الحدَثِ، الذي كانَ نقطةَ تحوُّلٍ حاسمٍ في حياتِه، ولحظةَ توبةٍ وتغيُّرٍ في توَجُّهِهِ، شعرَ وكأنّه يُجَرُّ أمام الديّان: "عندما سُئِلتُ عن حالتي، أجَبتُ أنّي مسيحي. لكن المترَئِّسَ قال: أنت تكذِب! أنت تابعٌ لشيشرو (Cicero)، لستَ مسيحيًا"[2]. في الواقع، كان هيرُونمُس قد أحبَّ منذ صغرِهِ جمالَ وصفاءَ النصوصِ الكلاسيكيَّةِ اللاتينية، بالمقارنةِ مع أسفارِ الكتاب المقدس التي بدَتْ له، في البدايةِ، خَشْنةً لا-نحويّة، وجافّةً جدًا لذوقِه الأدبيِّ الرفيع.

حملَه ذلك الحدَثُ على اتخاذِ قرارِه لتكريسِ نفسِه بصورةٍ كاملةٍ للمسيح ولكلمتِه. واجتهدَ كلَّ حياتِه لكي يجعلَ الرسائلَ الإلهيّةَ أقربَ إلى الفَهم، وذلك من خلال عملِه الدَّؤُوبِ كمترجمٍ وشارح. كان هذا الحدَثُ بدايةَ توجُّهٍ جديدٍ حاسمٍ في حياته: صارَ خادمًا لكلمةِ الله، وكأنّه مُغرَمٌ "بجسد الكتاب المقدس". وهكذا، في البحثِ المستمِرِّ الذي ميَّزَ حياتَه، زاد اهتَمامًا لدراستِه في شبابِه وللتنشئةِ التي تلقَّاها في روما، وأعادَ ترتيبَ معارفِه، في سبيلِ خدمةٍ ناضجةٍ لله وللجماعةِ الكنسيّة.

لهذا السبب، دخلَ القديس هيرُونمُس بكلِّ جدارةٍ بينَ الشخصيّات الكبيرةِ في كنيسةِ العصور الأولّى، في الفترة التي عُرِفَت بأنّها العصرُ الذهبيُّ لآباءِ الكنيسة، وكانَ فيها جسرًا حقيقيًّا بينَ الشرقِ والغربِ. كانَ في فترةِ شبابِه صديقًا لروفينُس من أكويليا، والتقى أمبروزيوس، وله مراسلة كثيفة مع أغسطينس. وعَرَفَ في الشرقِ غريغوريوس النازيانزي، وديديموس الأعمى، وإبيفانيوس من سلامينا. وفي تقليد الأيقونات المسيحي نجدُ صورتَه دائمًا في صُحبةِ أغسطينس وأمبروزيوس وغريغوريوس الكبير، واحدًا من كبارِ العلماءِ الأربعةِ في الكنيسةِ الغربيّة.

أرادَ أسلافي مِن قبلُ أن يذكروا شخصيَّتَه في ظروفٍ مختلفة. قبلَ قرنٍ من الزمان، في مناسبةِ الذكرى المئويّةِ الخامسةَ عشرةَ لوفاتِه، كرَّسَ البابا بنديكتُس الخامسَ عشَر له رسالةً بابويةً عامّة، بعنوان "الروح البراقليط" Spiritus Paraclitus (15 سبتمبر/أيلول 1920)، قدّمه فيها للعالَمِ على أنه "المعلِّمُ الأكبرُ في شرحِ الكتابِ المقدس"[3]. في الآونةِ الأخيرة، قدَّم البابا بنديكتُس السادسَ عشر شخصيَّتَه وأعمالَه في درسَيْن متتاليَيْن من دروسِه في التعليمِ المسيحي[4]. الآن، في الذكرى المئويةِ السادسةَ عشرةَ لوفاته، أوَدُّ أنا أيضًا أن أذكُرَ القديس هيرُونمُس وأبيِّنَ من جديد أهميّةَ رسالتِه وتعاليمِه في الوقتِ الحاضر، انطلاقًا من محبتِهِ الكبيرةِ للكتاب المقدس.

بهذا المعنى، يمكنُ أن نربِطَه بصورةٍ مثاليّةٍ، كدليلٍ أكيدٍ وشاهدٍ مميَّزٍ، مع الجمعيّةِ الثانيةَ عشْرَةَ لسينودس الأساقفة، المخصَّصةِ لكلمةِ الله[5]، ومع الإرشادِ الرسولي "كلمةُ الله" Verbum Domini، لسلفي البابا بنديكتُس السادسَ عشر، والذي صَدَرَ في عيدِ القديس في 30 سبتمبر/أيلول 2010 [6] .

من روما إلى بيت لحم

قضى القديس هيرُونمُس حياتَه ومسيرتَه الشخصيّةَ على طُرُقِ الإمبراطوريةِ الرومانية، بين أوروبا والشرق. وُلِدَ حوالي سنة 345 في ستريدون، الواقعةِ على الحدودِ بين دالماسيا وبانونيا، في منطقةِ كرواتيا أو سلوفينيا اليوم. وتلقَّى تربيةً متينةً في عائلةٍ مسيحية. وفقًا للعُرفِ السائدِ في ذلك الوقت، قبِلَ سرَّ المعمودية، في سِنِّ الرُّشد، في السنواتِ التي كانَ فيها في روما طالبًا في علمِ البلاغة، بين سنة 358 و 364. في هذه الفترةِ الرومانيّةِ على وجهِ التحديد، أصبح قارئًا لا يرتوي للنصوصِ اللاتينيةِ الكلاسيكية، التي درسَها على يدِ أشهَرِ أساتذةِ علمِ البلاغةِ في ذلك الوقت.

بعد الانتهاء من دراسته، شرعَ في رحلةٍ طويلة إلى بلادِ الغال، أوصلَتْه إلى مدينةِ تْرِير الإمبراطورية، اليوم في ألمانيا. هناك تعرّف، لأوّل مرة، على الخبرةِ النُّسكيَةِ الشرقيّةِ التي نشرَها القديس أثناسيوس. وهكذا نضجَتْ فيه رغبةٌ عميقةٌ رافقَتْه إلى أكويليا حيث بدأ فترةَ حياةٍ مشترَكةٍ مع بعضِ أصدقائِه، "جوقةِ المبارَكين"[7].

نحوَ عام 374، مرَّ بأنطاكية وقرَّر الانعزال في صحراءِ خالكيذا، ليحقِّقَ، بمزيدٍ من الراديكالية، حياةَ الزُّهد، وقد خصَّص فيها مساحةً كبيرةً لدراسةِ لغاتِ الكتابِ المقدس، أولًا اليونانية ثّم العبرية. وطلب من أخٍ يهودي، صار مسيحيًا، أن يعلِّمه، فمهَّدَ له معرفةَ اللغةِ العبريّةِ الجديدة والأصواتِ التي يسمِّيها الأحرفَ "الحادّة والحلقيّة"[8].

اختارَ هيرُونمُس الصحراءَ والحياةَ النُّسكيّةَ وعاشَها بأعمقِ معانيها: فهي مكانٌ للاختياراتِ الوجوديّةِ الأساسيّة، والحميمة، واللقاءِ مع الله. فيها، من خلال التأملِ والتجاربِ الداخلية والجهادِ الرّوحي، توصَّلَ هيرونموس إلى معرفةِ ضعفِه، وإلى وعيٍ أكبر لحدوده وحدودِ غيرِه، وأدرك أهميَّة الدموع[9]. في الصحراء، شعرَ وعرفَ حضورَ الله، وأهميّةَ علاقةِ الإنسان به، وبتعزيتِه الرحيمة. في هذا الصدد، أَوَدُّ أن أذكرَ حكايةً من تقليدٍ منحول. سألَ هيرُونمُس الرّبَّ يسوع: "ماذا تريدُ منّي؟". أجاب يسوع: " لم تُعطِني بعدُ كلَّ شيء". "لكن، يا ربّ، أعطيتُكَ هذا وهذا وهذا..." - "ينقُصُ شيءٌ واحد" - "ما هو؟" - "أعطِني خطاياك حتى أُسَرَّ بمغفرتِها مرةً أخرى"[10].

نجد هيرونمُس مرّةً ثانيةً في أنطاكية حيث رُسِم كاهنًا على يدِ الأسقف باولينُس. ثم نجدُه في القسطنطينية، حوالي سنة 379، حيث التقى غريغوريوس النازيانزي، وواصلَ دراستَه، وكرّسَ جَهدَه لترجمةِ مؤلَّفاتٍ شهيرةٍ من اليونانية إلى اللاتينية (عظات أوريجانُس وكتاب التاريخ لأوسابيوس)، وتنسَّمَ روحَ المجمعِ الذي أقيم في تلك المدينة سنة 381. في هذه السنوات، ظهر شغَفُه وعطاؤُه في الدراسة. إنّه القلَقُ المبارك الذي أرشدَه وجعلَه دؤوبًا وشغوفًا في البحث: «كنتُ أشعرُ أحيانًا باليأس، واستسلمْتُ عدّةَ مرّات. ثم كنتُ أعودُ بقرارٍ عنيدٍ إلى التعلُّم". قادَتْني "البِذرَةُ المرّةُ" في هذه الدراساتِ إلى قَطفِ "الثمار اللذيذة"[11].

في سنة 382، عادَ هيرُونمُس إلى روما، ووضعَ نفسَه تحتَ تصرُّفِ البابا دامازُس الذي قدَّرَ صفاتِه العديدة، وجعلَه معاونًا قريبًا له. بدأ هيرُونمُس هنا حياةَ نشاطٍ متواصلٍ من غيرِ أن يُهمِل البُعدَ الروحي: على تلّةِ الأفَنتِين في روما، وبفضلِ دعمِ بعضِ النساءِ الأرستقراطيّات الرومانياتِ الراغباتِ في خياراتٍ إنجيليةٍ راديكالية، مثل مارسيلا وباولا وابنتها أوستوكيو، أنشأ جماعةً تهتمُّ بالقراءةِ والدراسةِ الدقيقةِ للكتاب المقدس. كانَ مفسِّرًا ومعلِّمًا ومرشِدًا روحيًّا. في هذا الوقتِ قامَ بمراجعةِ الترجماتِ اللاتينيّة السابقةِ للأناجيل، وربما أيضًا أجزاءَ أخرى من العهدِ الجديد، وواصلَ عملَه كمترجمٍ لعظاتِ أوريجانُس وشروحاتهِ للكتابِ المقدس، وبدأ بمراسلاتٍ عديدة، وواجَهَ المؤلِّفين الهراطقة علانيَةً، أحيانًا بغضبٍ ومبالغة، لكنْ كانَ دائمًا مندفعًا بمشاعرَ صادقةٍ للدفاعِ عن الإيمانِ الحقيقيِّ وعن وديعةِ الكتاب المقدس.

انتهَتْ هذه الفترةُ المكثَّفةُ والمفيدةُ بوفاةِ البابا دامازُس. وأُجبِرَ هيرُونمُس على مغادرةِ روما، وتبعَه أصدقاءٌ وبعضُ النساءِ اللواتي رغِبْنَ في مواصلةِ الخبرةِ الروحيّةِ ودراسات الكتابِ المقدس التي بدأْنْ بها. غادرَ إلى مصر - حيث التقى العالِمَ اللاهوتيَّ الكبير ديديمُس الأعمى – ثم توجَّهَ إلى فلسطين، واستقرَّ نهائيًا في بيت لحم سنة 386. استأنفَ هنا دراساتِه اللغوية، مرتكزًا على الأماكنِ نفسِها التي كانَتْ مسرحًا لتلك الروايات.

ظهرَت أهميّةُ الأماكنِ المقدَّسةِ في حياتِه في اختيارِه أن يعيشَ في فلسطين، منذ سنة 386 حتى وفاته، وفي خدمتِه للحُجّاج. وفي بيتَ لحم بالتحديد، المكانِ المميَّزِ بالنسبة له، بالقُربِ من مغارةِ الميلاد، أسَّسَ ديرَيْن "توأمَيْن"، للرجالِ والنساء، وهيّأَ أماكنَ لاستقبالِ الحجّاجِ الذين كانوا يأتون إلى الأماكنِ المقدسة، فأظهرَ كرمَه في استضافةِ القادِمين إلى تلك الأرضِ، لرؤيةِ ولمسِ أماكنِ تاريخِ الخلاص. وهكذا جمعَ بينَ طلبِ الثقافةِ وطلبِ الحياةِ الروحية[12].

في الاصغاءِ إلى الكتابِ المقدس، وجدَ هيرُونمُس نفسَه، ووجهَ الله وإخوتَه، ونَقَّى حبَّهُ للحياةِ الجماعيّة. من هنا جاءَتْ رغبتُه في أن يعيشَ مع الأصدقاء، كما فعلَ لمـَّا كانَ في أكويليا، وأن يؤسّسَ جماعاتٍ رهبانيّة، متَّبِعًا المثَلَ الأعلى للحياةِ الرهبانيّة الجماعيّةِ الذي يعتبرُ الديرَ "مكانَ تدريبٍ" لتنشئة أناس "يعتبرون أنفسَهم أدنى من الجميعِ حتى يكونوا أوائلَ بينَ الجميع"، سعداءَ في الفقر، وقادرين على أن يعلِّموا بأسلوبِ حياتِهم الخاصّ. في الواقع، يعتقد هيرُونمُس أنَّ العيشَ "تحتَ قيادةِ رئيسٍ واحدٍ، وفي صُحبةِ الكثيرين"، هو أسلوبُ تنشئةٍ صحيحٍ لتعلُّمِ التواضعِ والصبرِ والصمتِ والوداعةِ والوعيِ بأنَّ "الحقيقةَ لا تحِبُّ الزوايا المظلمة، ولا تَبحَثُ عن الوشوشات"[13]. ويعترفُ أيضًا أنّه "يتوقُ إلى قِلَّاياتِ الدير، [...] ويرغَبُ في طريقةِ عملِ النَّملِ، حيث يعملُ الجميعُ معًا ولا يوجدُ شيءٌ يخصُّ أحدًا، وكلُّ شيءٍ هو للجميع"[14].

لم يجِدْ هيرُونمُس في دراستِه متعةً عابرةً لنفسِه، بل تدريبًا في الحياةِ الروحيّة، ووسيلةً للوصولِ إلى الله، وبالتالي أيضًا إعادةَ ترتيبٍ لتنشئتِه الكلاسيكيّة لمـَّا زادَ نُضجُه وأخذَ يخدِمُ الجماعةَ الكنسيّة. لنفكِّرْ في المساعدةِ التي قدَّمَها إلى البابا دامازُس، وفي التعليمِ الذي وفَّرَه للنساء، وخاصّةً في اللغةِ العبرية، منذ أوّلِ عِلِيَّةٍ على تَلَّةِ الأفنتين، لدرجةِ أنّ باولا وابنتَها أوستوكيو دخلتا "في اجتهادات المترجمين"[15]، وضَمِنَ لهنَّ القدرةَ على قراءةِ وإنشادِ المزاميرِ في اللغة الأصليّة، وهو شيءٌ لم يُسمَعْ بمِثلِه في ذلك الوقت[16].

ثقافتُه هي للخدمة، وقد أكَّدَ مرارًا أنها ضروريّة لكلّ مبشِّر. هذا ما ذكّر به هيرُونمُس صديقَه نيبوتسيانو: "يجبُ أن تكتسبَ كلمةُ الكاهنِ نَكهةً من قراءةِ الكتابِ المقدس. لا أريدُك أن تكونَ خطيبًا أو مخادعًا كثيرَ الكلام، بل أريدُكَ أن تفهمَ العقيدةَ المقدَّسةَ (أسرارَ العقيدة)، وتعرِفَ معرفةً عميقةً تعاليمَ إلهِكَ (الأسرار السبعة). عادةُ الجُهّالِ أن يتلاعبوا بالكلماتِ لينالوا إعجابَ الشعبِ غيرِ الخبيرِ بالكلامِ المتدفِّق. من كانَ بلا حياءٍ يَشرحُ ما لا يعرفُه ويدَّعِي أنه خبيرٌ كبيرٌ فقط لأنه نجحَ في إقناعِ الآخرين"[17].

عاشَ هيرُونمُس في بيتَ لحم، حتى وفاتِه في سنة 420، أكثرَ فَتَراتِ حياتِه إنتاجًا ونشاطًا، مكرِّسًا نفسَه بصورةٍ كاملةٍ لدراسةِ الكتابِ المقدس، وقد أَكَبَّ على العملِ الهائلِ الذي بدأه لترجمةِ العهدِ القديمِ بأكمله، انطلاقًا من اللغةِ العبريّةِ الأصليّة. وفي الوقتِ نفسِه، فسَّرَ أسفار الأنبياءِ والمزاميرَ ورسائلَ بولسَ الرسول، وكتبَ كُتبًا مساعِدةً لدراسةِ الكتابِ المقدَّس. إنّ العملَ الثمينَ الذي تجمَّع في مؤلَّفاتِه هو ثمرةُ مقارنةٍ وتعاوُنٍ، ونَسخِ وترتيبِ مخطوطات، وتأمُّلٍ ومناقشة: "لم أثِق قط بقوَّتي الخاصّة لدراسةِ الكتبِ الإلهيّة، [...] أنا معتادٌ على طرحِ الأسئلة، حتى في ما كنتُ أعتقدُ أنّي أعرِفٌه، وبحُجَّةٍ أَولَى في ما لم أكُنْ متأكِّدًا منه"[18]. لذلك، لأنّه كانَ يَعرِفُ حدودَه، طلبَ دائمًا العونَ في الصلاةِ من أجلِ نجاحِ ترجمتِه للنصوصِ المقدَّسة "بنَفسِ الروحِ التي كُتبَتْ فيها"[19]. دون أن ينسى بأن يُترجمَ أيضًا كتاباتِ بعضِ المؤلِّفين الضروريّةَ في مجالِ التفسير، مِثلَ أوريجانُس، من أجل "توفيرِ هذه المادّةِ لمن يريدُ أن يتعمَّقَ في الدراساتِ العلميّة"[20].

تظهرُ لنا دراسةُ هيرُونمُس على أنّها جَهدٌ مبذولٌ في الجماعةِ وفي خدمةِ الجماعة. هي نموذجٌ للروحِ السينوديّةِ لنا أيضًا، ولزمَنِنا وللمؤسَّساتِ الثقافيّةِ الكنسيّةِ المختلفة، حتى تكونَ دائمًا "مكانًا حيثُ المعرفةُ تصيرُ خدمةً، لأنّه بدونِ معرفةٍ تنشأُ من التعاون وتؤدِّي إلى التعاون، لا يوجَدُ تطوُّرٌ بشرِيٌّ حقيقِيٌّ ومتكامل"[21]. أساسُ هذه الشركةِ الروحية هو الكتابُ المقدّس، الذي لا يمكنُنا أن نقرأَه وحدَنا: " كُتِبَ الكتابُ المقدّسُ على يدِ شعبِ الله ومن أجلِ شعبِ الله، بوَحيٍ من الرّوحِ القدس. في هذه الشركةِ الروحية فقط مع شعبِ الله، يمكنُنا أن ندخُلَ حقًا "نحن" كلُّنا في نواةِ الحقيقةِ التي يريدُ الله نفسُه أن يقولَها لنا"[22].

خبرةُ حياته الزاخرةٍ، التي تُغَذِّيها كلمةُ الله، جعلَتْ هيرُونمُس، من خلالِ مراسلاتٍ كثيفة، مرشدًا روحيًّا. صار رفيقَ سَفَر، مقتنعًا بأنه "لا يوجَدُ فنٌّ يمكِنُ تعلُّمُه من دونِ معلِّم"، كما كتبَ لروستيقُس: "ما أريدُ أن أجعلَكَ تفهمُه هو هذا: أَني أُمسِكُ بيدِكَ، كما لو كنتُ أنا بحّارًا، واجهتُ العديدَ من تحطُّمِ السُّفُن، وأحاولُ إرشادَ بحّارِ قليلِ الخبرة"[23]. من تلك الزاويةِ المسالمةِ من العالم، تابعَ هيرُونمُس البشريَّةَ في عصرٍ تقلُّباتٍ كبيرة، حدثَ فيها أحداث ٌمثلُ نهب روما سنة 410، تركَتْ في نفسِه أثَرًا عميقًا.

تركَ لنا في رسائلِه مناقشاتِه في التعليمِ والعقائد. كانَتْ دائمًا دفاعًا عن الإيمان الصحيح. وظهرَ فيها أنه رجلٌ صاحبُ علاقاتٍ، تتَّسِمُ بالقوّةِ واللِين، والتزامٍ كاملٍ، من دونِ مواربةٍ أو مجاملة، وقد اختبرَ أنّ "المحبةَ لا تُقدَّرُ بثمن"[24]. عاشَ عواطفَه باندفاعٍ وصِدقٍ. ونجد أيضًا التزامَه في الأوضاعِ التي يعيشُ فيها، في أنّه قدَّمَ عملَه في الترجمةِ والتفسيرِ على أنه "مُهِمّةُ صداقة". فهو عطاء أولًا للأصدقاء، الذين يكتبُ إليهم أو يُهدِي إليهم كتاباتِه، والذين يطلُبُ منهم قراءتَها بنظرةٍ وِدِّيّةٍ لا نقديّة، وثانيًا، هو عطاء للقُرَّاءِ معاصرِيه، وفي كلِّ الأزمنة[25].

قضى السنواتِ الأخيرةَ من حياتِه في القراءةِ المصلِّيَة مع الكتابِ المقدّس، وحدَه أو مع الجماعة. قضاها في التأمُّل، وفي خدمةِ إخوتِه من خلالِ كتاباتِه. كان كلُّ ذلكَ في بيتَ لحم، في جوارِ المغارةِ، حيث الكلمةُ وُلِدَ من العذراء، مدركًا أنه "مغبوطٌ هو مَن يَحمِلُ في قلبِهِ الصليبَ والقيامةَ ومكانَ ميلادِ المسيحِ وصعودِه! ومغبوطٌ مَن يملِكُ في قلبِه بيتَ لحم، وفي قلبِه يولَدُ المسيحُ كلَّ يوم!"[26].

مفتاح الحكمة لفهم شخصيته

لِنفهَمَ فَهمًا كاملًا شخصيّةَ القدّيسِ هيرُونمُس، من الضّروريِّ أن نجمعَ بين سِمَتَيْن تميِّزان حياتَه كمؤمن: من ناحية، تكريسٌ مطلَقٌ وحازِمٌ لله، مع التخلِّي عن كلِّ مسرَّةٍ بشريّة، حبًّا للمسيح المصلوب (را. 1 قور 2، 2؛ فل 3، 8. 10)؛ ومن ناحيةٍ أخرى، الالتزامُ بدراسةٍ جادّةٍ، فقط من أجلِ المزيدِ من الفَهم لسِرِّ الرّبِّ يسوع. هذه الشهادةُ المزدوجةُ على وجهِ التحديد، التي قدَّمها القديسُ هيرُونمُس بصورةٍ عجيبةٍ، هي النموذجُ المقدَّمُ لنا: أولاً وقبلَ كلِّ شيءٍ للرهبان، حتى يُشجَّعَ الذي يعيشُ في الزُّهدِ والصلاةِ على تكريسِ ذاتِه للعملِ الجادِّ في البحثِ والفكرِ، وثانيًا للعلماءِ، حتى يتذكَّروا أنّ المعرفةَ صالحةٌ دينيًّا فقط إذا كانَتْ مؤسَّسةً على محبةِ الله لا غير، وعلى التجرُّدِ من كلِّ طمعٍ بشريٍّ وتطلُّعاتٍ أرضيّة.

تَمَّ دَمجُ هذَيْن البُعدَيْن في تاريخِ الفنّ، حيث نجدُ رسوماتِ كثيرة للقديسِ هيرُونمُس: وقد تركَ لنا معلِّمون كبارٌ في الرَّسم الغربيّ رسوماتِهم فيه. يمكنُنا أن ننظِّمَ أنواعَ الرسوماتِ في صِنفَيْن مختلفَيْن. يَصِفُه الصِّنفُ الأوّل بأنه راهِبٌ وتائِبٌ، وبجسَدٍ نحَتَهُ الصوم، منعزلًا في المناطقِ الصحراويّة، راكعًا أو ساجدًا على الأرض، وفي كثيرٍ من المرّاتِ يُمسِكُ حَجرًا بيدِه اليُمنَى ليَضرِبَ به صدرَه، وعيناه تحدِّقان إلى الصليب. في هذا الخطّ نجدُ التحفةَ المؤثِّرةَ لليوناردو دا فنشي المحفوظةَ في متحف الصورِ في الفاتيكان. الصنفُ الثاني، يصوِّرُ هيرُونمُس في صورة دارسٍ، جالسًا على مكتبِه، منحنيًا على ترجمةِ الكتابِ المقدّس وشرحِه، محاطًا بالمجلَّداتِ والمخطوطات، منهمكًا في مهمّة الدفاعِ عن الإيمانِ بفكرِه وكتابتِه. ومثال آخر شهير، الفنان ألبرخت دورِر الذي صوَّره أكثرَ من مرَة في هذا الموقف.

نجِدُ المظهرَيْن المذكورَيْن أعلاه في لوحةِ كارافاجيو، في معرضٍ بورغيزي في روما: صوّرَه الفنّانُ في الواقع في مشهدٍ واحدٍ، زاهدًا مُسِنًّا، تَغطِّيه جزئيًا قطعةُ قماشٍ حمراء، وعلى مكتبِهِ جمجمةٌ، رمزُ غرورِ الأمورِ الأرضيّة، وفي الوقت نفسه، صوَّرَه دارسًا، عيناه مُثبَتَتان في الكتاب، ويده تَغمِسُ الريشةَ في المحبرة، - العمَلُ المميِّزُ للكاتب.

في الواقع، يجبُ أن نفهمَ وَجهَيْ مسيرةِ حياةِ هيرُونمُس، بطريقةٍ مماثلةٍ، يمكنُ أن أسمِّيَها حِكَميّةً. عندما، كانَ يتكلَّمُ كـ"أسَدِ بيتَ لحم"، ويبالغُ في لهجتِه، كانَ يفعلُ ذلك بحثًا عن الحقيقةِ التي كانَ مستعدًّا لأن يكونَ خادمًا لها من غير قيدٍ أو شرط. ويشرحُ هو نفسُه في أُولى كتاباتِه، في حياة القديس بولس، ناسك طيبة، فيقولُ إنّ الأسُودَ قادرةٌ على "زئيرٍ قويّ" ولكنَّها قادرةٌ على الدموع أيضًا[27]. لهذا، ما يظهرُ في شخصيّتِه مثل مِيزَتَيْن متراكبتَيْن إنما هو في الواقع، عناصرُ أتـاحَ له الرّوحُ القدّسُ أن يُنَضِّجَ بها وحدتَه الداخليّة.

محبة الكتاب المقدّس

السِّمَةُ المميِّزَةُ لصورةِ القديسِ هيرُونمُس الروحيّةِ، هي بلا شكٍّ محبّتُه الشديدةُ لكلمةِ الله، المسلَّمَةِ للكنيسةِ في الكتابِ المقدّس. كانَ جميعُ معلِّمي الكنيسة - ولا سيَّما في الحقبةِ الأولى للمسيحيّة – يستمدُّون محتوياتِ تعاليمِهم صراحةً من الكتابِ المقدّس. أما القديسُ هيرُونمُس فقد فعلَ ذلك بطريقةٍ أكثرَ منهجيّةً، وبأسلوبٍ ٍ فريدٍ في بعض الآيات.

اكتشفَ المفسِّرون مؤخرًا العبقريَّةَ في الروايةِ والشعرِ في الكتابِ المقدّس، ويُمتدَحُ اليومَ بسببِ جُودتِه التعبيريّة. أمّا هيرُونمُس فقد ركَّزَ بالأحرى في الكتابِ المقدّس على طابَعِ التواضعِ في وحيِ الله عن ذاته، إذ عبَّر عنه في الأطُرِ القاسيةِ والبدائيّةِ للغَةِ العبريّة، مقارنةً مع رِقّةِ لغةِ شيشرون اللاتينية. فهو لا يكرِّسُ نفسه للكتاب المقدّس، للبحث عن الجمال الأدبي، بل - كما هو معروف –كرَّسَ نفسَه للكتابِ المقدّس فقط لأنه يقودُه إلى معرفةِ المسيح، لأنّ جهلَ الكتُبِ المقدّسةِ هو جَهلٌ للمسيح[28].

يعلّمُنا هيرُونمُس أنه ينبغي ألّا نَدرسَ فقط الأناجيل، ولا نفسِّرَ فقط التقليدَ الرسوليَّ وحدَه الموجودَ في سفرِ أعمالِ الرسلِ والرسائل. لأنه لا غنًى عن العهدِ القديمِ كلِّه لإدراكِ حقيقةِ وغنى المسيح[29]. تشهدُ صفحاتُ الإنجيلِ نفسُها على هذا: فهي تحدِّثُنا عن يسوع المعلِّمِ الذي لجأَ إلى موسى والأنبياءِ والمزاميرِ لشرحِ سِرِّه (را. لو 4، 16-21؛ 24، 27. 45-47). كذلك بشارةُ بطرس وبولس، في سفرِ أعمالِ الرسل، كلُّها متجذِّرةٌ بشكلٍ رمزيٍّ في الأسفارِ المقدَّسةِ القديمة. بدونِها لا يمكنُ فهمُ صورةِ ابنِ الله، المسيحِ المخلِّص، فهمًا كاملًا. يجبُ ألّا يُعتبَرَ العهدُ القديمُ على أنه فقط مجموعةٌ كبيرةٌ من الاقتباساتِ التي تُثبِتُ تحقيقَ النبوءاتِ في شخصِ يسوعَ الناصريِّ، بل تَلزَمُ قراءةٌ معمّقةٌ أكثرَ من ذلك، نجدُ فيها أنه فقط في ضوءِ "شخصيّاتِ" العهدِ القديم، يمكنُنا أن نفهمَ تمامًا معنى الحدَثِ الذي هو المسيح، والذي تمّ في موتِه وقيامتِه. ومن هنا، ضرورةُ إعادةِ اكتشافِ الاسهام الذي يقدّمه العهدِ القديم، في التعليمِ المسيحيّ وفي عمل البشارة، وكذلك في الدراساتِ اللاهوتيّةِ، واكتشافُ غناه ودورِه، وضرورةُ قراءتِه واستيعابِه بمثابةِ غذاءٍ ثمين (حز 3، 1-11؛ رؤ 10، 8-11)[30].

كرَّسَ هيرُونمُس نفسَه تكريسًا كاملًا للكتاب المقدّس، تجلَّى بصورةٍ معبِّرةٍ ومندفعة، على غرار الأنبياء القدامى. ومنهم استمدَّ النارَ الداخليّةَ التي أصبحَتْ كلمةً مندفعةً ومدوِّيةً (را. إر 5، 14؛ 20، 9؛ 23، 29؛ ملا 3، 2؛ سي 48، 1؛ متى 3، 11؛ لو 12، 49)، ضروريَّةً للتعبيرِ عن غَيْرةِ الخادمِ المتَّقدةِ في سبيلِ الله. في أعقابِ إيليا، ويوحنا المعمدان، وحتى بولس الرسول، فإنَّ الغضبَ أمامَ الأكاذيبِ والنفاقِ والتعاليمِ الزائفةِ يُوقِدُ خطابَ هيرُونمُس، ويجعلُه استفزازيًا وقاسيًا في ظاهرِه. يمكنُ فَهمُ اللهجةِ الجدَليّةِ في كتاباتِه بشكلٍ أفضلَ إذا نظرْنا إليها مثلَ نَسخٍ وتحقيقٍ للتقليدِ النبويِّ الأصيل. هيرُونمُس هو نموذجٌ لشهادةٍ للحقيقةِ لا تنثني، ويلجأُ لذلك إلى التنديدِ العنيفِ ليَحمِلَ على الاهتداء. في شدَّةِ أسلوبِ الكلامِ والصُّوَرِ، تتجلَّى شجاعةُ الخادمِ الذي لا يريدُ إرضاءَ الناس بل الرّبَّ يسوع فقط (غل ١، ١٠)، الذي من أجله استنفد هيرونمُس كلَّ طاقتِه الروحيّة.

دراسة الكتاب المقدّس

محبَّةُ القديسِ هيرُونمُس الشديدةُ للكتابِ المقدّس مُشبَعَةٌ بالطاعة. أوّلًا الطاعةُ أمامَ الله، الذي يتواصلُ معنا بكلامٍ يتطلَّبُ الإصغاءَ بوقار[31]، وثانيًا طاعةُ الذين يُمثِّلون في الكنيسةِ تقليدَ التفسيرِ الحيّ للرسالةِ المـُوحَى بها. مع ذلك، فإنّ "طاعَةَ الإِيمان" (ر 1، 5؛ 16، 26) ليسَتْ مجرَّدَ قبولٍ سلبيٍّ لما هو معروف. إنّها تتطلَّبُ، عكسَ ذلك، الالتزامَ الفعّالَ بالاجتهادِ الشخصيِّ. يمكنُنا أن نعتبرَ القديس هيرُونمُس "خادمًا" أمينًا مجتهدًا لكلمةِ الله، ومكرِّسًا نفسَه كاملًا ليوفِّرَ لإخوتِه في الإيمان فهمًا كافيًا "للوديعة" المقدَّسةِ المـُوكَلةِ إليهم (را. 1 طيم 6، 20؛ 2 طيم 1، 14). بدونِ فهمِ ما كتبَه المؤلِّفون المـُلهَمون، تَخلُو كلمةُ الله نفسُها من الفعّالية (را. متى 13، 19) ولا يمكنُ أن تتفجَّرَ منها محبَّةُ الله.

والآن، لا يمكنُ دائمًا فهم صفحاتِ الكتابِ المقدس على الفور. كما قال إشعياء (29، 11)، حتى إلى الذين يعرفون "القراءة" - أي الذين تلقَّوْا تنشئةً فكريّةً كافيةً –يبدو الكتابُ المقدّس، من دون التفسير، "مختومًا" ومُغْلقًا بإحكام. لذلك من الضروريِّ أن يتدخَّلَ شاهدٌ كُفْءٌ ليأتيَ بالمفتاحِ الذي يحرِّرُ، مفتاحِ المسيحِ الرّبّ، الوحيدِ القادرِ على فكِّ الأختامِ وفَتحِ السِّفرِ (را. رؤ 5، 1-10)، فيكشفَ تدفُّقَ النعمةِ المـُذهِل. (را. لو 4، 17-21). ومع ذلك، يُعلِنُ الكثيرون، حتى بينَ المسيحيّين الممارسين لإيمانِهم، أنّهم غيرُ قادرين على القراءة (را. أش 29، 12)، ليس بسببِ الأُمِّيَّة، بل لأنّهم غيرُ مؤهَّلين للغةِ الكتابِ المقدّس، وأنماطِه التعبيريّة والتقاليدِ الثقافيّةِ القديمة، ولهذا من الطبيعي أن يتعذَّرَ فكُّ رموزِ نصِّ الكتابِ المقدَّس، كما لو أنه كُتِبَ بأبجديةٍ غيرِ معروفةٍ ولغةٍ غامضة.

وساطةُ المفسِّرِ إذًا أمرٌ ضروريٌّ، ليمارِسَ مهمَّةَ "الشمّاسِ"، ويضعَ نفسَه في خدمةِ من لا يستطيعُ فَهمَ معنى ما كُتِبَ بصورةٍ نبويّة. الصورةُ التي يمكنُ استحضارُها هنا هي صورةُ الشماسِ فيلبس، الذي أرسلَه الرّبُّ يسوع لمقابلةِ الخصِيّ الذي كانَ يقرأُ فَقرةً من سفرِ إشعياء في عربتِه (53، 7-8)، دون أن يكونَ قادرًا على كشفِ معناها. سألَ فيليبس: "هَل تَفهَمُ ما تَقرَأ؟" فأجابَ الخصِيُّ: كَيفَ لي ذلك، إِن لم يُرشِدْني أَحَد؟" (رسل 8، 30-31)[32].

هيرُونمُس هو مرشدُنا سواء لأنّه يقودُ، مِثلَ فيلبس (رسل 8، 35)، كلَّ قارئٍ إلى سِرِّ يسوع، أو لأنّه يأخُذُ على نفسِه بصورةٍ مسؤولةٍ وبشكلٍ منهجيِّ الوساطةَ التفسيريّةَ والثقافيّةَ اللازمةَ لقراءةٍ صحيحةٍ ومثمرةٍ للكتابِ المقدّس[33]. الكفاءةُ في اللغاتِ التي نُقلَتْ بها كلمة الله، والتحليلُ الدقيقُ للمخطوطاتِ وتقييمُها، والحفريّاتُ الأثَريّةُ الدقيقة، بالإضافةِ إلى معرفةِ تاريخِ التفسير، وجميعِ المراجعِ المنهجيّة، التي كانت متوفِّرةً في عصرِه التاريخيّ، يستخدمُها هيرُونمُس، بتناسقٍ وحكمة، للتوجيهِ نحوَ فَهمِ صحيحٍ للكتابِ المقدّسِ المـُوحَى به.

هذا البعدُ النموذجيُّ لنشاطِ القديسِ هيرُونمُس هو في غايةِ الأهميّةِ في كنيسةِ اليومِ أيضًا. إذا كانَ الكتابُ المقدس، هو، كما تعلِّمُنا الوثيقة "كلمة الله" Dei Verbum، "مِثلَ روحِ علم اللاهوتِ المقدس"[34] ومِثلَ العمودِ الفقرِيِّ الروحيِّ للممارسةِ الدينيّةِ المسيحيّة[35]، فمن الضّروري أنّ تَدعَمَ كفاءاتٌ نوعيّةٌ العملَ التفسيريَّ للكتابِ المقدّسِ.

من المؤكَّدِ أنّ المراكزَ الممتازةَ للدراساتِ الكتابيّةِ تخدُمُ هذا الغرضَ (مثلَ المعهدِ البابويِّ لدراسةِ الكتابِ المقدّسِ في روما، وفي القدس مدرسةُ الكتابِ المقدَسِ للآباءِ الدومينيكان، ومعهدُ الآباءِ الفرنسيسكان للكتابِ المقدس)، وكذلك المراكزُ لدراسةِ آباءِ الكنيسة (مثلَ معهدِ الأغسطينيانوم في روما). ولكنْ أيضًا كلُّ كليّةٍ للاهوتِ يجبُ أن تَسعَى جاهدةً لتعليم الكتابِ المقدّس بحسَبِ برامجَ تضمنُ للطلابِ كفاءةً في التفسير، سواءٌ في تفسيرِ النصوصِ أم في الكتُبِ اللاهوتيّة الكتابيّة. للأسف، يتجاهل الكثيرون غِنى الكتابِ المقدّس أو يقلِّلون من أهميّتِه، لأنّه لم تُوَفَّرْ لهم الأسُسُ الجوهريّةُ للمعرفة. لذلك، بالإضافةِ إلى ازديادِ الدراساتِ الكنسيّةِ الموجَّهةِ إلى الكهنةِ ومعلِّمي التعليمِ المسيحي، والتي تعزِّزُ الكفاءةَ في الكتابِ المقدَّس بطريقةٍ مناسبةٍ، يجبُ العملُ على تنشئةِ جميعِ المسيحيين، بحيث يصبحُ كلُّ واحد قادرًا أن يفتحَ الكتابَ المقدّسَ ويستخرجَ منه ثمارًا لا تُقدّرُ بثمن، ثمارَ حكمةٍ ورجاءٍ وحياة[36].

أوَدُّ هنا أن أذكّرَ بما قالَه سلفي في الإرشادِ الرسولي "كلمةُ الرّبّ" Verbum Domini: "تُفهَمُ أَسراريّة كلمةِ الله مثلَ الحضورِ الحقيقيِّ للمسيحِ تحتَ شكلَيْ الخبزِ والخمرِ المكرَّسَيْن. [...] يقولُ القدّيسُ هيرُونمُس في الموقفِ الذي ينبغي أن نتّخذَه تجاهَ الإِفخارستيّا وتجاهَ كلمةِ الله: "نحنُ نقرأُ الكتُبَ المقدّسة. وأنا أعتقدُ أنّ الإِنجيلَ هو جسدُ المسيح. أنا أعتقدُ أنّ الكتُبَ المقدّسةَ هي تعليمُه. وعندما يقولُ: إِنْ لم تأكلُوا جسدَ ابنِ الإنسانِ وتشرَبوا دمَهُ (يو 6، 53)، فمعَ أنّه يمكنُ فَهمُ هذه الكلمات عن سِرِّ [الإِفخارستيّا]، أنا أعتقد أنّ جسدَ المسيحِ ودمَه هما حقًّا كلمةُ الكتابِ المقدّس، وهما تعليمُ الله"[37].

وللأسف، في العديدِ من العائلاتِ المسيحيّةِ، لا أحدَ يشعُرُ بنفسِه مؤَهَّلًا -كما هو مطلوب في التوراة (را. تث 6، 6) – لأن يُعرِّفَ أولادَهُ كلمةَ الرّبّ بكلّ جمالِها وبكلِّ قوّتِها الروحيّة. لهذا السبب، أردتُ أن أُنشِئَ يومَ "أحدِ كلمةِ الله"[38]، لأشجِّعَ على القراءةِ المصليّة للكتاب المقدّس والتقرُّبِ من كلمةِ الله[39]. كذلك تزدادُ غِنًى كلُّ الممارساتِ الدينيّةِ ويتَّضحُ معناها، وتُوضَعُ في مكانِها بحسب ترتيب القيم، وتُوَجَّهُ إلى ما يشكِّلُ قِمَّةَ الإيمانِ أي: القبولُ الكاملُ لسرِّ المسيح.

(الفولغاتا) أو الترجمة اللاتينية للكتاب المقدّس

"أحلى ثمَرَةٍ للبِذارِ الشّاقّةِ"[40] في دراسةِ اللغَةِ اليونانيّةِ والعبريّةِ، التي أنجزَها هيرُونمُس، هي ترجمةُ العهدِ القديمِ من اللغَةِ العبريّةِ الأصليّةِ إلى اللغةِ اللاتينيّة. حتى ذلك الوقت، كانَ مسيحيّو الإمبراطوريّةِ الرومانيّةِ لا يمكنُهم أن يقرأوا الكتابَ المقدَّسَ كُلَّه إلّا باللغَةِ اليونانيّةِ. أسفارُ العهدِ الجديدِ كُتِبَتْ باللغَةِ اليونانيّةِ، أمّا أسفارُ العهدِ القديمِ فقد جُمِعَتْ كلُّها في النسخةِ السبعينيّةِ (أي نسخةِ السبعينَ مُترجِمًا) التي أعدَّتْها الجماعةُ اليهوديَّةُ في الإسكندريّة، في القرنِ الثاني قبلَ الميلاد. لكن، بالنسبةِ للقُرّاءِ الناطقين باللغَةِ اللاتينيّة، لم تكُنْ لهم نسخَةٌ كاملةٌ للكتابِ المقدّس بلُغَتِهم الخاصّة. وُجِدَتْ فقط بعضُ الترجمات الجزئيّةِ وغيرِ الكاملة، وانطلاقًا من اللغَةِ اليونانية. يعودُ الفضلُ لهيرُونمُس، وأتباعِه من بعدِه، أنّهم قاموا بمراجعةٍ وترجمةٍ جديدةٍ لكلّ الكتابِ المقدّس. بدأَ هيرُونمُس في روما مراجعةَ الأناجيلِ والمزاميرِ، بتشجيعٍ من البابا دامازُس، ثم تابعَ في عزلتِه في بيتَ لحم ترجمةَ جميعِ كتُبِ العهدِ القديمِ مباشرةً من اللغةِ العبريَة: وقد استمرَّ عملُه هذا سنوات.

لإكمالِ عملِ الترجمةِ هذا، استخدَمَ هيرُونمُس معرفتَهُ للغَةِ اليونانيّة والعبريّة، بالإضافةِ إلى تنشئتِه المتينةِ باللغَةِ اللاتينيّة. واستفادَ من الأدواتِ اللُغَوِيَةِ المتوفِّرةِ، ولا سيَّما النسخة السداسيّة لأوريجانوس (Hexapla). وقد جمعَ النصُّ النهائيُّ بين التواصُلِ في العبارات، التي أصبحَتْ جزءًا من اللغةِ العامّةِ الدارجةِ آنذاك، وبين الأمانةِ لأسلوبِ اللغَةِ العبريّة، من دونِ التضحيةِ بجمالِ اللغَةِ اللاتينيّة. فجاءَت النتيجةُ عملًا فنيًّا حقيقيًّا ميَّز التاريخَ الثقافيّ في الغرب، وكوَّنَ لغتَهُ اللاهوتيّة. بعد أن تغلَّبَتْ ترجمةُ هيرُونمُس على بعضِ الرَّفضِ الأوَّلي، أصبحَتْ على الفورِ تراثًا مشتركًا لكلٍّ من العلماءِ والشعبِ المسيحيّ، ومن هنا التسميةُ (الفولغاتا) أي الترجمة الشائعة أو التي درَجَ استعمالُها[41]. تعلَّمَتْ أوروبا في العصورِ الوسطى أن تقرأَ وتصلِّيَ وتفكِّرَ في صفحاتِ الكتابِ المقدَّس التي ترجمَها هيرُونمُس. وهكذا أصبحَ "الكتابُ المقدَّس نوعًا من "كتاب هائل للمفردات" (ب. كلوديل) و"أطلسَ الأيقونات" (م. شاغال)، الذي غَرَفَتْ منه الثقافةُ والفنُّ المسيحي"[42]. ثمَّ ظلَّتْ الآدابُ والفنونُ، وحتى اللغَةُ الشعبيّة، تستمدُّ باستمرارٍ من ترجمةِ هيرُونمُس للكتابِ المقدّس، فتركوا لنا كنوزًا من الجمالِ والتقوى.

اعترافًا بهذه الحقيقةِ التي لا جدالَ فيها، أقرَّ مجمعُ ترنتو صِحّةَ وأصالةَ ترجمةِ "الفولغاتا" بالمرسوم Insuper، معبِّرًا عن تقديرِه لاستخدامِ الكنيسةِ لها مدةَ قرون، ومؤكِّدًا على قيمتِها كأداةٍ للدراسةِ والوعظِ والجدالاتِ العامّة[43]. ومعَ ذلك، لم يحاوِلْ مجمعُ ترِنتو التقليلَ من أهميّةِ اللغاتِ الأصليّة، كما لم يكِفَّ هيرُونمُس عن التذكيرِ بذلك، ولا منَعَ مشاريعَ ترجمةٍ كاملةٍ جديدةٍ في المستقبل. أرادَ القدِّيسُ البابا بولس السادس، استجابةً لتفويضٍ من آباء المجمع الفاتيكاني الثاني، استكمالَ مراجعةِ ترجمةِ "الفولغاتا" وإتاحةَ استخدامِها في الكنيسةِ كلِّها. ولذلك، استطاعَ القديسُ البابا يوحنا بولس الثاني، في الدستورِ الرسوليّ، "كنزُ الكتاب المقدّس"[44]، أن يُعلِنَ رسميًّا نشرَ الطبعةِ الأولّى المسمَّاة "الفولغاتا الجديدة" عام 1979.

الترجمة وسيلة مثاقفة

نجحَ هيرُونمُس، بترجمتِه هذه، في عمليّةِ مثاقفةٍ دمجَتْ الكتابَ المقدّسَ في اللغَةِ والثقافةِ اللاتينيّة، وأصبحَت هذه العمليّةُ نموذجًا دائمًا لعملِ الكنيسةِ الإرساليّ. في الواقع، "عندَما تتقبَّلُ جماعةٌ بُشرَى الخلاص، يُخَصِّبُ الرّوحُ القدسُ ثقافتَها بقدرةِ الإنجيلِ التي تبدِّلُ الأمور"[45]، وبالتالي يَنشأُ نوعٌ من العملِ الدائرِيّ: كما أنّ ترجمةَ هيرُونمُس مدينةٌ للغةِ وثقافةِ العصرِ اللاتينيّ الكلاسيكيّ، التي تظهرُ بصماتُه بوضوح، كذلك أصبحَتْ ترجمتُه، بلُغَتِها ومحتواها الرمزيّ والتصوِيريّ البليغ، عنصرًا خلَّاقًا للثقافة.

تعلِّمُنا ترجمةُ هيرُونمُس أنّ القِيَمَ والأشكالَ الإيجابيّةَ في كلّ ثقافة هي إغناءً للكنيسةِ بأكملِها. إنّ الطرقَ المختلفةَ التي تُعلَنُ فيها كلمةُ الله وتُفهَمُ وتَعاشُ، مع كلِّ ترجمةٍ جديدةٍ، تُغنِي الكتابَ المقدَّسَ نفسَه، لأنّه "يَنمُو مع القارئ"[46]، وَفقًا للقولِ المشهورِ لغريغوريوس الكبير، ذلك لأنه ينالُ على مَرِّ القرون لهجاتٍ وأصواتًا جديدة. إنّ إدخالَ الكتابِ المقدّس والإنجيلِ في ثقافاتٍ مختلفةٍ يجعلُ الكنيسةَ تتجلَّى بشكلٍ متزايدٍ "كالعَروسِ الَّتي تَتَحَلَّى بِزينَتِها" (اش 61، 10). ويشهدُ القارئُ، في نفسِ الوقتِ، على أنّ الكتابَ المقدّسَ يحتاجُ إلى أن يُتَرجَمَ باستمرارٍ إلى المجموعات اللُغَوِيّةِ والذهنيّةِ لكلّ ثقافةٍ وكلِّ جيل، حتى في ثقافةِ عصرِنا العلمانيّةِ والعالميّة[47].

ذكَرْنا، بحقّ، أنّه من الممكِنِ إقامةُ تشابُهٍ بين الترجمةِ، على اعتبارِها عملًا من أعمالِ الضيافةِ اللغويّة، وبين أشكالٍ أخرى من الضيافة[48]. لهذا السبب، ليسَتْ الترجمةُ عملًا متَّصِلًا باللغةِ فقط، بل هي في الواقعِ مرتبطةٌ بقرارٍ أخلاقيٍّ أوسَع، يرتبطُ بدورِه برؤيةٍ الحياةِ بأكملِها. بدونِ ترجمة، لن تتمكَّنَ الجماعاتُ اللغويّةُ المختلفةُ أن تتواصلَ بعضُها مع بعض، وسنُغلِقُ أبوابَ التاريخِ في وجهِ بعضِنا البعض، ونُنكِرُ إمكانيّةَ بناءِ ثقافةِ اللقاء[49]. بدونِ ترجمةٍ لا توجَدُ ضيافة، بل تُعزَّزُ ممارساتُ العَداء. المترجمُ هو باني جسور. كم من الأحكامِ المتهوِّرة، وكم من إدانة وصراعاتٍ نشأتْ لأننا نَجهلُ لغةَ الآخَرين، ولأننا لا نجتهدُ برجاءٍ عنيدٍ للقيامِ بتجربةِ المحبةِ هذه التي لا تنتهي، التي هي الترجمة.

كان على هيرُونمُس أيضًا أن يعارِضَ الفكرَ السائدَ في عصرِه. كانَتْ الثقافةُ اليونانيّةُ في فجرِ الإمبراطوريّةِ الرومانيّةِ شائعةً نسبيًّا، لكن، في عصرِه، كانَ ذلكَ أمرًا نادرًا. ومع ذلك، فقد أصبح هيرُونمُس أحدَ أفضلِ خبراءِ اللغَةِ اليونانيّةِ المسيحيّةِ وآدابِها. ثم شرعَ في رحلةٍ فردية أصعَبَ عندما أكَبَّ على دراسةِ اللغةِ العبريّة. قِيلَ: "حدودُ لغتي هي حدودُ عالمي"[50]، لذلك يمكنُنا أن نقول إننا مَدِينون لتعدُّد اللغاتِ لدى القديس هيرُونمُس في فَهمِ المسيحيّة فهمًا أكثرَ شموليّة، وفي نفسِ الوقتِ أكثرَ ترابطًا مع مصادرِها.

مع الاحتفالِ بالذكرى المئويّةِ لوفاةِ القديس هيرُونمُس، يتَّجهُ نظرُنا إلى حيويّة العملِ الإرساليّ غيرِ العاديّ الذي يظهَرُ في ترجمةِ كلمةِ الله إلى أكثرَ من ثلاثةِ آلافِ لغة. كثيرون هم المبشِّرُون الذين نَدِينُ لهم بالعمل القَيِّمِ الذي قاموا به فنشروا القواعدَ وكتُبَ النحوِ والقواميسَ والأدواتِ اللغويةَ الأخرى التي تُعزِّزُ أسُسَ التواصلِ بينَ البشر، وهي وسيلةٌ من أجلِ "أن يِبلُغَ الحُلمُ الإرساليُّ إلى الجميع"[51]. من الضّروريّ أن ندعَمَ كلَّ هذا العملَ وأن نستثمرَ فيه، فنساهمَ في تجاوزِ حدودِ عدمِ القدرةِ على التواصل، والفشلِ في الالتقاء. ما زالَ أمامَنا عملٌ كثير. كما قيل، لا يوجَدُ تفاهُمٌ بدونِ ترجمة[52]، وكذلك: لن نفهمَ أنفسَنا ولا الآخَرين.

هيرُونمُس وكرسي بطرس

كانَ دائمًا لهيرُونمُس علاقةٌ خاصّةٌ بمدينةِ روما: فهي الميناءُ الروحيُّ الذي كانَ يعودُ إليه باستمرار. فيها نشأَ على مَذهَبِ الإنسانيّة، وترَبّى أن يكونَ مسيحيًّا. هو "روماني". يتأصّلُ ارتباطُه بروما، في اللغةِ، لغةِ "المدينة" اللاتينية، التي علّمَها وعَشِقَها. وارتبطَ، قبلَ كلِّ شيءٍ، بكنيسةِ روما، وبالأخصّ بكرسيِّ بطرس. صوَّرَه تقليدُ الأيقونات، بطريقةٍ سابقةٍ لأوانها، بحُلَّةِ الكاردينال الأرجُوانيّة، للإشارةِ إلى انتمائِه إلى الجِسمِ الكهنوتيِّ في روما في جوارِ البابا دامازُس. وفي روما بدأَ هيرُونمُس مراجعةَ الترجمة. وحتى عندما أجبرَه حسدُ الحُسّادِ وسوءُ الفَهمِ على مغادرةِ المدينة، ظلَّ دائمًا مرتبطًا ارتباطًا قويًّا بكرسيِّ بطرس.

بالنسبةِ إلى هيرُونمُس، كنيسةُ روما هي الأرضُ الخَصْبةُ، فيها تحمِلُ بذارُ المسيح ثمارًا وفيرة[53]. في عصرٍ مضطرِبٍ، تمزَّقَ فيه مرارًا رداءُ الكنيسةِ غيرُ المـَخِيطِ بسببِ الانقساماتِ بينَ المسيحيِّين، ظلَّ هيرونموس ينظُرُ إلى كرسيِّ بطرس، على أنّه المرجَعِيَّةُ الأكيدة: "أنا الذي لا أتبَعُ أحدًا غيرَ المسيح، أُعلِنُ شَرِكتي مع كرسيِّ بطرس. وأعلَمُ أنّه على هذه الصخرةِ بُنِيَتْ الكنيسة". في خضَمِّ الخلافاتِ مع الأريوسيّين، كتبّ إلى البابا دامازُس: "من لا يجمَعْ معَكَ يُفرِّقْ، ومن لا يكونُ مع المسيح، فهو مع المسيحِ الدجَّال"[54]. لذلك أمكنَه أن يؤكِّدَ أيضًا: "كلُّ مَن اتَّحدَ مع كرسيِّ بطرس، فهو من أتباعي"[55].

غالبًا ما كانَ هيرُونمُس طرفًا في نزاعاتٍ مريرةٍ بسببِ الإيمان. ربما قادَه حبُّهُ للحقيقةِ ودفاعُه المتحمِّسُ عن المسيح إلى أن يبالِغَ في العنفِ اللفظِيِّ في رسائلِه وكتاباتِه. ومع ذلك، فقد عاشَ ووِجهتُهُ السلام: "أريدُ السلامَ أنا أيضًا. لا أرغَبُ فيه فقط بل أتوسَّل من أجلِه! لكنّني أَعنِي سلامَ المسيح، السلامَ الحقيقيَّ، سلامًا بدونِ بقايا عِداء، سلامًا لا يُخفِي الحربَ في داخلِه، لا السلامَ الذي يقهَرُ الخصوم، بل السلامَ الذي يوحَّدُنا في الصداقة![56].

يحتاجُ عالمـُنا أكثرَ من أيِّ وقتٍ مضى إلى دواءِ الرحمةِ والشَّرِكة. اسمَحُوا لي أن أكرِّرَ مرّةً أخرى: لنُعطِ شهادةً عن الشَّرِكةِ الأخويّةِ فتٌصبِحَ شهادتُنا جذَّابةً ومنيرة[57]. "إذا أَحَبَّ بَعضُكُم بَعضاً عَرَف النَّاسُ جَميعاً أَنَّكُم تَلاميذي" (يو 13، 35). هذا ما سألَه يسوع من الآب في صلاةٍ عميقة: "فَلْيكونوا بِأَجمَعِهم واحِداً [...] فينا [...] لِيُؤمِنَ العالَم" (يو 17، 21).

نُحِبُّ ما أَحَبَّهُ هيرُونمُس

في ختامِ هذه الرسالة، أوَدُّ أن أوجِّهَ نداءً آخَرَ للجميع. من بينِ المديحِ الكثير الذي وجَّهَه الخَلَفُ للقدّيس هيرُونمُس، أنَّه ليس فقط أحدَ أعظمِ عُشَّاقِ "المكتبةِ" التي تَغذَّتْ منها المسيحيّةُ عبرَ الأجيالِ، بدءًا من كنزِ الكتُبِ المقدَّسة. بل يمكن أن نطبِّقَ عليه ما كتبَه هو نفسُه عن نيبوتسيانُس: "بالقراءةِ الدؤوبةِ والتأمُّلِ المستمِرِّ جعَلَ قلبَه مكتبةَ المسيح"[58]. لم يدَّخِرْ هيرُونمُس أيَّ جَهدٍ لإغناءِ مكتبتِه، التي رأى فيها دائمًا مختبرًا لا غِنًى عنه لفَهمِ الإيمانِ والحياةِ الروحيّة. هو في هذا مثالٌ عجيبٌ لنا اليوم. وذهبَ أبعدَ من ذلك. بالنسبةِ له، لا تقتَصِرُ الدراسةُ على سنواتِ التنشئةِ والشباب، بل هي التزامٌ دائمٌ، وأولويّةٌ في كلّ يومٍ من أيّامِ حياته. باختصارٍ، يمكنُنا أن نؤكِّدَ أنّه استوعبَ مكتبةً كاملةً وأصبحَ موزِّعًا للمعرفةِ لكثيرين غيرِه. بوستوميانس، الذي سافرَ في القرنِ الرابعِ إلى الشرق للتعرُّفِ على الحركاتِ النسكيّةِ، كانَ شاهدَ عيانٍ على أسلوبِ حياةِ هيرُونمُس، وقد مكثَ معه بضعةَ أشهُرٍ. وصفَه على النحوِ التالي: "كانَ كلُّه في القراءةِ، وفي الكتُبِ، لا يستريحُ نهارًا ولا ليلًا، يقرأُ أو يكتُبُ دائمًا شيئًا ما"[59].

في هذا الصدَدِ، أفكِّرُ كثيرًا في التجربةِ التي يمكنُ أن يمُرَّ بها شابٌّ اليومَ عندما يدخلُ مكتبةَ مدينتِه، أو يدخلُ موقعًا إلكترونيًّا، ويبحثُ عن قسمِ الكتبِ الدينيّة. إنّه قسمٌ، إذا وُجِد، في معظَمِ الحالاتِ لا يكونُ فقط هامشيًا، بل ليسَ فيه كتُبٌ أساسيّة. عند تفحُّصِ الرفوُف، أو صَفَحاتِ الإنترنت، يَصعُبُ على الشابِّ أن يَفهمَ كيف يمكنُ أن يكونَ البحثُ الدينيّ مغامرةً جذّابةً توحِّد الفكرَ والقلبَ، وكيف ألهبَ العطشُ إلى الله عقولًا عظيمةً عبرَ القرون حتى اليوم، وكيف أثَّرَ نُضجُ الحياةِ الروحيّةِ في اللاهوتيّين والفلاسفةِ والفنانين والشعراءِ والمؤرِّخين والعلماء. إحدى مشاكلِ اليوم، وليس فقط في الدين، هي الأمِّيّة: هناك نَقصٌ في الكفاءاتِ التأويليّة، التي تؤهّلنا لنكونَ مفسِّرين ومترجِمين صادقين لتقاليدِنا الثقافيّةِ نفسِها. أريدُ أن أُطلِقَ تحدِّيًا للشباب، بشكلٍ خاصّ: انطلقوا للبحث عن تراثِكم. لقد جعلَتْكم المسيحيّةُ ورَثَةً لتراثٍ ثقافيٍّ لا يُعلَى عليه: يجب أن تمتلكوه. تولَّعوا بهذا التاريخ الذي هو تاريخكم. تجرَّؤوا على التحديق في ذلك الشابّ هيرُونمُس الحائِرِ، والذي باعَ، مثل التاجرِ في مثَلِ يسوع، كلَّ ما يَملِكُ ليشتريَ " لُؤلُؤةً ثَمينة" (متى 16، 46).

في الحقيقة ِكانَ هيرُونمُس "مكتبةَ المسيح"، مكتبةً دائمة، ما زالَتْ تعلِّمُنا، بعد ستّةَ عشَرَ قرنًا، ما معنى محبّةِ المسيح، محبَّةٍ لا تنفصلُ عن اللقاءِ مع كلمتِه. لهذا السبب، إنَّ الذكرى المئويَّةَ الحاليَّةَ إنما هي دعوةٌ لنا لنُحِبًّ ما أحبَّه هيرُونمُس، وأن نكتشفَ من جديدٍ كتاباتِه، وأن نترُكَ أنفسَنا نتأثَّرُ بالروحانيّةِ التي يمكنُ وصفُها، في جوهرِها الأكثرِ حيويّة، بأنّها شَوقٌ قَلِقٌ ومندفعٌ لمزيدٍ من المعرفةِ لإلهِ الوحيِ. كيف لا نُصغِي، في أيّامنا هذه، إلى ما حَثَّ عليه هيرُونمُس باستمرارٍ معاصرِيه: "اقرأْ كثيرًا الكتُبَ الإلهيّة، بل لا تَترُكْ يداكَ أبدًا الكتابَ المقدّس"؟[60]

مريمُ العذراءُ هي المثالُ الساطِعُ، التي ابتهلَ إليها هيرُونمُس، خاصّةً لكونِها الأمَّ البتول، ولكن أيضًا لكونِها القارئةَ المصلِّيَةَ للكتُبِ المقدسة. تأمَّلَتْ مريمُ في قلبِها (را. لو 2، 19. 51) "لأنّها كانَتْ قدّيسةً وقرأَتْ الكتُبَ المقدّسة، وعرفَتْ الأنبياءَ، وتذكَّرَتْ ما بشَّرَها به الملاكُ جبرائيل، وما تنبَّأَ به الأنبياء [...]، ورأَتْ المولودَ الجديدَ الذي كانَ ابنَها، ابنَها وحيدَها مُضجَعًا، يَصرخُ في ذلك المذود، لكنّ الذي كانَتْ تراه حقًّا مُضجَعًا هو ابن الله، وما كانَتْ تراه هي، كانَتْ تقارنُه بما قرأَتْ وسمعَتْ"[61]. لنُوكِلْ أنفسَنا لها، لأنّها يمكنُها أن تعلِّمَنا أفضلَ من أيِّ واحدٍ آخَر كيف نقرأُ ونتأمّلُ ونصلِّي ونشاهِدُ الله، الذي يجعلُ نفسَه حاضرًا في حياتِنا دون أن يتعَبَ أبدًا.

أُعطيَ في روما، في بازيليكا القدّيس يوحنا في اللاتران، يوم 30 سبتمبر/أيلول، في تذكار القديس هيرُونمُس، من العام 2020، في السنة الثامنة من حبريتي.

فرنسيس

[01133-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0498-XX.01]

[1] "أيُّها الرّبُّ يسوع، يا من منحت القدّيس هيرُونمُس الكاهن، شغفًا كبيرًا بالكتاب المقدّس، اجعلنا نتغذّى دائمًا بكلمتك القدُّوسة، فنجد فيها منهلًا للحياة"، صلاة الجماعة في قداس القديس هيرُونمُس، كتاب القداس الروماني، الطبعة الثالثة، الفاتيكان 2002.

[2] رسالة القديس هيرُونمُس 22، 30: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 190.

Epistula (in seguito Ep.) 22,30: CSEL 54, 190.

[3] أعمال الكرسي الرسولي 12 (1920)، 385-423. / AAS 12 (1920), 385-423.

[4] را. المقابلة العامة 7 و 14 نوفمبر/تشرين الأوّل 2007: تعاليم، III، 2 (2007)، 553-556؛ 586-591.

Cfr Udienze Generali 7 e 14 novembre 2007: Insegnamenti, III, 2 (2007), 553-556; 586-591.

[5] سينودس الأساقفة، رسالة الحبر الأعظم إلى شعب الله من الجمعية العامة العادية الثانية عشرة (24 أكتوبر/تشرين الأوّل 2008).

Sinodo dei Vescovi, Messaggio al Popolo di Dio della XII assemblea generale ordinaria (24 ottobre 2008).

[6] را. أعمال الكرسي الرسولي 102 (2010)، 681-787. / Cfr AAS 102 (2010) 681-787.

[7] السيرة الشخصية 374: المؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 27، 697-698. / Chronicum 374: PL 27, 697-698.

[8] رسالة القديس هيرُونمُس 125، 12: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 56، 131. / Ep. 125, 12: CSEL 56, 131.

[9] را. نفس المرجع 122، 3: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 56، 63. / Cfr Ibid. 122, 3: CSEL 56, 63.

[10] را. تأمل الصباح، 10 ديسمبر/كانون الأوّل 2015. تم تدوين الحكاية في أ. لوف، بإرشاد من الرّوح القدس، دار نشر كيكاجون، مانيانو 1990، 154-155.

Cfr Meditazione mattutina, 10 dicembre 2015. L’aneddoto è riportato in A. Louf, Sotto la guida dello Spirito, Qiqaion, Magnano (BI) 1990, 154-155.

[11] را. رسالة القديس هيرُونمُس 125، 12: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 56، 131. / Cfr Ep. 125, 12: CSEL 56, 131.

[12] را. بنديكتُس السادس عشر، الإرشاد الرسولي، كلمة الرّبّ، 89؛ أعمال الكرسي الرسولي 102 (2010)، 761-762.

Cfr VD, 89; AAS 102 (2010), 761-762.

[13] رسالة القديس هيرُونمُس 125، 9. 15. 19: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 56، 128. 133-134. 139

Cfr Ep. 125, 9. 15. 19: CSEL 56, 128. 133-134. 139

[14] حياة مالخوس الراهب الأسير 7، 3: المؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 23، 59-60؛ الأعمال التاريخية والسيرة التقديسية، عناية ب. ديغرسكي، أعمال هيرُونمُس في المجلد الخامس عشر، دار نشر المدينة الجديدة، روما 2014، 196-199.

Vita Malchi monachi captivi 7,3: PL 23, 59-60; Opere storiche e agiografiche, a cura di B. Degórski, Opere di Girolamo XV, Città Nuova, Roma 2014, 196-199.

[15] مقدمة في سفر إستير 2: المؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 28، 1505. / Pref. Esther 2: PL 28, 1505.

[16] را. رسالة القديس هيرُونمُس 108، 26: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 55، 344-345.

Cfr Ep. 108, 26: CSEL 55, 344-345.

[17] را. رسالة القديس هيرُونمُس 52، 8: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 428-429؛ را. بنديكتُس السادس عشر، كلمة الرّبّ، 60؛ أعمال الكرسي الرسولي 102 (2010)، 739.

Ep. 52,8: CSEL 54, 428-429; cfr VD, 60: AAS 102 (2010), 739.

[18] مقدمة إلى سفر الأخبار الأول والثاني (الترجمة السبعينية)، 1. 10-15: مصادر مسيحية 592، 340.

Pref. Paralipomenon LXX, 1.10-15: SCh 592, 340.

[19] مقدمة في أسفار التوراه: المؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 28، 184. / Praef. in Pentateuchum: PL 28,184.

[20] رسالة القديس هيرُونمُس 80، 3: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 55، 105. / Ep. 80, 3: CSEL 55, 105.

[21] رسالة الحبر الأعظم في مناسبة الجلسة العامة الرابعة والعشرين للأكاديميات البابوية، 4 ديسمبر/كانون الأوّل 2019: المراقب الروماني، 6 ديسمبر/كانون الأوّل 2019، 8.

Messaggio in occasione della XXIV solenne Seduta pubblica delle Pontificie Accademie, 4 dicembre 2019: L’Osservatore Romano, 6 dicembre 2019, p. 8.

[22] بنديكتُس السادس عشر، كلمة الرّبّ، 30؛ أعمال الكرسي الرسولي 102 (2010)، 709.

VD, 30: AAS 102 (2010), 709.

[23] رسالة القديس هيرُونمُس 125، 15. 2: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 56، 133. 120.

Ep. 125, 15. 2: CSEL 56, 133. 120.

[24] رسالة القديس هيرُونمُس 3، 6: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 18. / Ep. 3, 6: CSEL 54, 18.

[25] را. مقدمة إلى سفر يشوع 1، 9-12: مصادر مسيحية 592، 316. / Cfr Pref. Giosuè, 1, 9-12: SCh 592, 316.

[26] عظة في المزمور 95: المؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 26، 1181؛ را. هيرُونمُس، 59 عظة في المزامير (1-115)، عناية أ. كابوني، أعمال هيرُونمُس في المجلد التاسع/الأوّل، دار نشر المدينة الجديدة، روما 2018، 357.

Omelia sul Salmo 95: PL 26, 1181; Cfr S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (1-115), a cura di A. Capone, Opere di Girolamo IX/1, Città Nuova, Roma 2018, 357.

[27] را. حياة القديس بولس الناسك الأوّل 16، 2: المؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 23، 28؛ الأعمال التاريخية والسيرة التقديسية، اقتباس، 111.

Cfr Vita S. Pauli primi eremitae, 16,2: PL 23, 28; Opere storiche e agiografiche, cit., 111.

[28] را. مقدمة إلى سفر إشعياء: المؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 24، 17؛ هيرُونمُس، تعليق على سفر إشعياء (1-4)، عناية ر.مايزانو، أعمال هيرُونمُس في المجلد الرابع/ الأوّل، دار نشر المدينة الجديدة، روما 2013، 52-53.

Cfr In Isaiam Prol.: PL 24, 17; S. Girolamo, Commento a Isaia (1-4), a cura di R. Maisano, Opere di Girolamo IV/1, Città Nuova, Roma 2013, 52-53.

[29] را. المجمع الفاتيكاني الثاني، دستور عقائدي في الوحي الإلهي، كلمة الله، 14.

Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 14.

[30] را. نفس المرجع.

[31] را. نفس المرجع، 7.

[32] را. هيرُونمُس، رسالة القديس هيرُونمُس 53، 5: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 451؛ الرسائل، عناية س. كولا، II، دار نشر المدينة الجديدة، روما 1997، 54.

Cfr S. Girolamo, Ep. 53,5: CSEL 54, 451; Le lettere, a cura di S. Cola, II, Città Nuova, Roma 1997, 54.

[33] را. المجمع الفاتيكاني الثاني، كلمة الله، 12. / Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 12.

[34] نفس المرجع، 24.

[35] را. نفس المرجع، 25.

[36] را. نفس المرجع، 21.

[37] فرنسيس، فرح الإنجيل، رقم. 56؛ را. المزمور 147: را. مؤلفات مسيحية لاتينية 78، 337-338؛ هيرُونمُس، 59 عظة في المزامير (119-149)، عناية أ. كابوني، أعمال هيرُونمُس في المجلد التاسع/الثاني، دار نشر المدينة الجديدة، روما 2018، 171.

N. 56; cfr In Psalmum 147: CCL 78, 337-338; S. Girolamo, 59 Omelie sui Salmi (119-149), a cura di A. Capone, Opere di Girolamo IX/2, Città Nuova, Roma 2018, 171.

[38] فرنسيس، رسالة بابوية في شكل براءة بابوية، فَتحَ أَذْهانَهم، 30 سبتمبر/أيلول 2019.

[39] را. فرنسيس، فرح الإنجيل، 152. 175؛ أعمال الكرسي الرسولي 105 (2013)، 1083-1084. 1093.

Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 152.175: AAS 105 (2013), 1083-1084.1093.

[40] را. رسالة القديس هيرُونمُس 52، 3: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 417. / Cfr. Ep. 52, 3: CSEL 54, 417.

[41] را. بنديكتُس السادس عشر، كلمة الرّبّ، 72؛ أعمال الكرسي الرسولي 102 (2010)، 746-747.

Cfr VD, 72: AAS 102 (2010), 746-747.

[42] يوحنا بولس الثاني، رسالة إلى الفنانين (4 أبريل/نيسان 1999)، 5؛ أعمال الكرسي الرسولي 91 (1999)، 1159-1160.

S. Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti (4 aprile 1999), 5: AAS 91 (1999), 1159-1160.

[43] را. دينزينجير- سكونميتزير، مصادر العقيدة الكاثوليكية، 1506.

Cfr Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 1506.

[44] 25 أبريل/نيسان 1979: أعمال الكرسي الرسولي 71 (1979)، 557-559.

25 aprile 1979: AAS LXXI (1979), 557-559.

[45] فرنسيس، فرح الإنجيل، 116؛ أعمال الكرسي الرسولي 105 (2013)، 1068.

Esort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[46] عظة في حزقيال 1، 7: المؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 76، 843 د. / Hom. in Ezech. I, 7: PL 76, 843D

[47] را. فرنسيس، فرح الإنجيل، 116؛ أعمال الكرسي الرسولي 105 (2013)، 1068.

Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 116: AAS 105 (2013), 1068.

[48] را. بول ريكور، عن الترجمة، دار نشر بايارد، باريس 2004.

Cfr P. Ricœur, Sur la traduction, Bayard, Paris 2004.

[49] را. فرنسيس، فرح الإنجيل، 24؛ أعمال الكرسي الرسولي 105 (2013)، 1029-1030.

Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24: AAS 105 (2013), 1029-1030.

[50] لودويج ويتجينستين، ترجمة منطقية-فلسفية، 5. 6.

L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6.

[51] را. فرنسيس، فرح الإنجيل، 31؛ أعمال الكرسي الرسولي 105 (2013)، 1033.

Esort. ap. Evangelii gaudium, 31: AAS 105 (2013), 1033.

[52] را. جورج ستاينر، بعد بابل. جوانب اللغة والترجمة، دار نشر جامعة أكسفورد، نيويورك، 1975.

Cfr G. Steiner, After Babel. Aspects of Language and Translation, Oxford University Press, New York 1975.

[53] را. رسالة القديس هيرُونمُس 15، 1: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 63. / Cfr Ep. 15, 1: CSEL 54, 63.

[54] نفس المرجع 15، 2: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 62-64. / Ibid. 15, 2: CSEL 54, 62-64.

[55] نفس المرجع 16، 2: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 69. / Ibid. 16, 2: CSEL 54, 69.

[56] نفس المرجع 82، 2: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 55، 109. / Ibid. 82, 2: CSEL 55, 109.

[57] را. فرنسيس، فرح الإنجيل، 99؛ أعمال الكرسي الرسولي 105 (2013)، 1061.

Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 99: AAS 105 (2013), 1061.

[58] رسالة القديس هيرُونمُس 60، 10: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 561. / Ep. 60, 10: CSEL 54, 561.

[59] Sulpicius Severus, Dialogus I, 9, 5: SCh 510, 136-138

[60] رسالة القديس هيرُونمُس 52، 7: مجموعة الكتابات الكنسية اللاتينية 54، 426. / Ep. 52, 7: CSEL 54, 426.

[61] عظة في ميلاد الرّبّ 4: ملحق لمؤلفات اللاتينية لأباء الكنيسة 2، 191.

Homilia de nativitate Domini IV: PLSuppl. 2, 191


© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 30 settembre 2020

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