Santa Messa con Rito di benedizione e imposizione delle Ceneri, 17.02.2021

imposizione delle ceneriAlle ore 9.30 di questa mattina, all’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa con Rito di benedizione e imposizione delle Ceneri.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

Omelia del Santo Padre

Iniziamo il cammino della Quaresima. Esso si apre con le parole del profeta Gioele, che indicano la direzione da seguire. C’è un invito che nasce dal cuore di Dio, che con le braccia spalancate e gli occhi pieni di nostalgia ci supplica: «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ritornate a me. La Quaresima è un viaggio di ritorno a Dio. Quante volte, indaffarati o indifferenti, gli abbiamo detto: “Signore, verrò da Te dopo, aspetta… Oggi non posso, ma domani comincerò a pregare e a fare qualcosa per gli altri”. E così un giorno dopo l’altro. Ora Dio fa appello al nostro cuore. Nella vita avremo sempre cose da fare e avremo scuse da presentare, ma, fratelli e sorelle, oggi è il tempo di ritornare a Dio.

Ritornate a me, dice, con tutto il cuore. La Quaresima è un viaggio che coinvolge tutta la nostra vita, tutto noi stessi. È il tempo per verificare le strade che stiamo percorrendo, per ritrovare la via che ci riporta a casa, per riscoprire il legame fondamentale con Dio, da cui tutto dipende. La Quaresima non è una raccolta di fioretti, è discernere dove è orientato il cuore. Questo è il centro della Quaresima: dove è orientato il mio cuore? Proviamo a chiederci: dove mi porta il navigatore della mia vita, verso Dio o verso il mio io? Vivo per piacere al Signore, o per essere notato, lodato, preferito, al primo posto e così via? Ho un cuore “ballerino”, che fa un passo avanti e uno indietro, ama un po’ il Signore e un po’ il mondo, oppure un cuore saldo in Dio? Sto bene con le mie ipocrisie, o lotto per liberare il cuore dalle doppiezze e dalle falsità che lo incatenano?

Il viaggio della Quaresima è un esodo, è un esodo dalla schiavitù alla libertà. Sono quaranta giorni che ricordano i quarant’anni in cui il popolo di Dio viaggiò nel deserto per tornare alla terra di origine. Ma quanto fu difficile lasciare l’Egitto! È stato più difficile lasciare l’Egitto del cuore del popolo di Dio, quell’Egitto che portavano sempre dentro, che lasciare la terra d’Egitto… È molto difficile lasciare l’Egitto. Sempre, durante il cammino, c’era la tentazione di rimpiangerne le cipolle, di tornare indietro, di legarsi ai ricordi del passato, a qualche idolo. Anche per noi è così: il viaggio di ritorno a Dio è ostacolato dai nostri malsani attaccamenti, è trattenuto dai lacci seducenti dei vizi, dalle false sicurezze dei soldi e dell’apparire, dal lamento vittimista che paralizza. Per camminare bisogna smascherare queste illusioni.

Ma ci domandiamo: come procedere allora nel cammino verso Dio? Ci aiutano i viaggi di ritorno che la Parola di Dio ci racconta.

Guardiamo al figlio prodigo e capiamo che pure per noi è tempo di ritornare al Padre. Come quel figlio, anche noi abbiamo dimenticato il profumo di casa, abbiamo dilapidato beni preziosi per cose da poco e siamo rimasti con le mani vuote e il cuore scontento. Siamo caduti: siamo figli che cadono in continuazione, siamo come bimbi piccoli che provano a camminare ma vanno in terra, e hanno bisogno di essere rialzati ogni volta dal papà. È il perdono del Padre che ci rimette sempre in piedi: il perdono di Dio, la Confessione, è il primo passo del nostro viaggio di ritorno. Ho detto alla Confessione, mi raccomando i confessori: siate come il padre, non con la frusta, con l’abbraccio.

Poi abbiamo bisogno di ritornare a Gesù, di fare come quel lebbroso risanato che tornò a ringraziarlo. In dieci erano stati guariti, ma lui solo fu anche salvato, perché era tornato da Gesù (cfr Lc 17,12-19). Tutti, tutti abbiamo delle malattie spirituali, da soli non possiamo guarirle; tutti abbiamo dei vizi radicati, da soli non possiamo estirparli; tutti abbiamo delle paure che ci paralizzano, da soli non possiamo sconfiggerle. Abbiamo bisogno di imitare quel lebbroso, che tornò da Gesù e si buttò ai suoi piedi. Ci serve la guarigione di Gesù, serve mettergli davanti le nostre ferite e dirgli: “Gesù, sono qui davanti a Te, con il mio peccato, con le mie miserie. Tu sei il medico, Tu puoi liberarmi. Guarisci il mio cuore”.

Ancora: la Parola di Dio ci chiede di ritornare al Padre, ci chiede di ritornare a Gesù, e siamo chiamati a ritornare allo Spirito Santo. La cenere sul capo ci ricorda che siamo polvere e in polvere torneremo. Ma su questa nostra polvere Dio ha soffiato il suo Spirito di vita. Allora non possiamo vivere inseguendo la polvere, andando dietro a cose che oggi ci sono e domani svaniscono. Torniamo allo Spirito, Datore di vita, torniamo al Fuoco che fa risorgere le nostre ceneri, a quel Fuoco che ci insegna ad amare. Saremo sempre polvere ma, come dice un inno liturgico, polvere innamorata. Ritorniamo a pregare lo Spirito Santo, riscopriamo il fuoco della lode, che brucia le ceneri del lamento e della rassegnazione.

Fratelli e sorelle, questo nostro viaggio di ritorno a Dio è possibile solo perché c’è stato il suo viaggio di andata verso di noi. Altrimenti non sarebbe stato possibile. Prima che noi andassimo da Lui, Lui è sceso verso di noi. Ci ha preceduti, ci è venuto incontro. Per noi è sceso più in basso di quanto potevamo immaginare: si è fatto peccato, si è fatto morte. È quanto ci ha ricordato San Paolo: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore» (2 Cor 5,21). Per non lasciarci soli e accompagnarci nel cammino è sceso dentro al nostro peccato e alla nostra morte, ha toccato il peccato, ha toccato la nostra morte. Il nostro viaggio, allora, è un lasciarci prendere per mano. Il Padre che ci chiama a tornare è Colui che esce di casa per venirci a cercare; il Signore che ci guarisce è Colui che si è lasciato ferire in croce; lo Spirito che ci fa cambiare vita è Colui che soffia con forza e dolcezza sulla nostra polvere.

Ecco allora la supplica dell’Apostolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (v. 20). Lasciatevi riconciliare: il cammino non si basa sulle nostre forze; nessuno può riconciliarsi con Dio con le proprie forze, non può. La conversione del cuore, con i gesti e le pratiche che la esprimono, è possibile solo se parte dal primato dell’azione di Dio. A farci ritornare a Lui non sono le nostre capacità e i nostri meriti da ostentare, ma la sua grazia da accogliere. Ci salva la grazia, la salvezza è pura grazia, pura gratuità. Gesù ce l’ha detto chiaramente nel Vangelo: a renderci giusti non è la giustizia che pratichiamo davanti agli uomini, ma la relazione sincera con il Padre. L’inizio del ritorno a Dio è riconoscerci bisognosi di Lui, bisognosi di misericordia bisognosi della sua grazia. Questa è la via giusta, la via dell’umiltà. Io mi sento bisognoso o mi sento autosufficiente?

Oggi abbassiamo il capo per ricevere le ceneri. Finita la Quaresima ci abbasseremo ancora di più per lavare i piedi dei fratelli. La Quaresima è una discesa umile dentro di noi e verso gli altri. È capire che la salvezza non è una scalata per la gloria, ma un abbassamento per amore. È farci piccoli. In questo cammino, per non perdere la rotta, mettiamoci davanti alla croce di Gesù: è la cattedra silenziosa di Dio. Guardiamo ogni giorno le sue piaghe, le piaghe che Lui ha portato in Cielo e fa vedere al Padre, tutti i giorni, nella sua preghiera di intercessione. Guardiamo ogni giorno le sue piaghe. In quei fori riconosciamo il nostro vuoto, le nostre mancanze, le ferite del peccato, i colpi che ci hanno fatto male. Eppure proprio lì vediamo che Dio non ci punta il dito contro, ma ci spalanca le mani. Le sue piaghe sono aperte per noi e da quelle piaghe siamo stati guariti (cfr 1 Pt 2,25; Is 53,5). Baciamole e capiremo che proprio lì, nei buchi più dolorosi della vita, Dio ci aspetta con la sua misericordia infinita. Perché lì, dove siamo più vulnerabili, dove ci vergogniamo di più, Lui ci è venuto incontro. E ora che ci è venuto incontro, ci invita a ritornare a Lui, per ritrovare la gioia di essere amati.

[00212-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Nous commençons le cheminement du Carême. Il s’ouvre par les paroles du prophète Joël, qui indiquent la direction à suivre. C’est une invitation qui naît du cœur de Dieu qui, avec les bras grands ouverts et les yeux pleins de nostalgie nous supplie: « Revenez à moi de tout votre cœur » (Jl 2, 12). Revenez à moi. Le Carême est un voyage de retour à Dieu. Que de fois, affairés ou indifférents, lui avons-nous dit: "Seigneur, je viendrai vers toi après, attends... Aujourd’hui je ne peux pas, mais demain je commencerai à prier et à faire quelque chose pour les autres". Et ainsi un jour après l’autre. Maintenant Dieu fait appel à notre cœur. Dans la vie nous aurons toujours des choses à faire et nous aurons des excuses à présenter, mais, frères et sœurs, aujourd’hui c’est le temps de revenir à Dieu.

Revenez à moi, dit-il, de tout votre cœur. Le Carême est un voyage qui implique toute notre vie, tout notre être. C’est le temps pour vérifier les chemins que nous sommes en train de parcourir, pour retrouver la voie qui nous ramène à la maison, pour redécouvrir le lien fondamental avec Dieu, de qui dépend toute chose. Le Carême n’est pas une collecte de bonnes actions, c’est discerner vers où est orienté notre cœur. Cela est le centre du Carême: vers où est orienté mon cœur? Essayons de nous demander: où me mène le navigateur de ma vie, vers Dieu ou vers mon moi ? Est-ce que je vis pour plaire au Seigneur, ou pour être remarqué, loué, préféré, à la première place et ainsi de suite ? Ai-je un cœur “qui danse”, qui fait un pas en avant et un pas en arrière, qui aime un peu le Seigneur et un peu le monde, ou bien un cœur ferme en Dieu? Suis-je bien avec mes hypocrisies, ou est-ce que je lutte pour libérer mon cœur des duplicités et des faussetés qui l’enchaînent?

Le voyage du Carême est un exode, un exode de l’esclavage à la liberté. Ce sont quarante jours qui rappellent les quarante années durant lesquelles le peuple de Dieu a voyagé dans le désert pour retourner à sa terre d’origine. Mais comme il a été difficile de quitter l’Egypte! Il a été plus difficile de quitter l’Egypte de cœur du peuple de Dieu, cette Egypte qu’ils portaient toujours en eux, que de quitter la terre d’Egypte … Il est très difficile de laisser l’Egypte. Durant la marche, il y avait toujours la tentation de regretter les oignons, de revenir en arrière, de se lier aux souvenirs du passé, à quelque idole.Pour nous aussi, il en est ainsi: le voyage de retour à Dieu est entravé par nos attachements malsains, il est retenu par les liens séduisants des vices, par les fausses sécurités de l’argent et du paraître, par la lamentation d’être victime, qui paralyse.Pour marcher, il faut démasquer ces illusions.

Mais demandons-nous: comment alors procéder dans le cheminement vers Dieu? Les voyages de retour, que nous raconte la Parole de Dieu, nous viennent en aide.

Regardons le fils prodigue et comprenons qu’il est temps pour nous aussi de revenir vers le Père. Comme ce fils, nous avons, nous aussi oublié le parfum de la maison, nous avons dilapidé des biens précieux pour des choses de moindre valeur et nous sommes restés les mains vides et le cœur mécontent.Nous sommes tombés: nous sommes des enfants qui tombent continuellement, nous sommes comme des petits enfants qui essayent de marcher mais tombent par terre, et qui ont besoin d’être relevés à chaque fois par le papa.C’est le pardon du Père qui nous remet toujours debout : le pardon de Dieu, la Confession, est le premier pas de notre voyage de retour. J’ai dit la Confession, je recommande aux confesseurs: soyez comme le père, non avec le fouet, avec l’accolade.

Nous avons ensuite besoin de revenir vers Jésus, de faire comme ce lépreux purifié qui revint pour le remercier. Ils étaient dix à avoir été guéris, mais lui seul a été aussi sauvé, parce qu’il est revenu vers Jésus (cf. Lc 17, 12-19). Tous, tous nous avons des maladies spirituelles, nous ne pouvons pas les guérir tout seuls; nous avons tous des vices enracinés, nous ne pouvons pas les éradiquer tout seuls ;nous avons tous des peurs qui nous paralysent, nous ne pouvons les vaincre tout seuls.Nous avons besoin d’imiter ce lépreux qui revint vers Jésus et se jeta à ses pieds.Nous avons besoin de la guérison de Jésus, il nous faut mettre devant lui nos blessures et lui dire: “Jésus, je suis ici devant toi, avec mon péché, avec mes misères.Tu es le médecin, tu peux me libérer.Guéris mon cœur”.

Encore: la Parole de Dieu nous demande de revenir au Père, nous demande de revenir à Jésus, et nous sommes appelés à revenir à l’Esprit Saint. La cendre sur la tête nous rappelle que nous sommes poussière et que nous retournerons en poussière. Mais sur notre poussière, Dieu a soufflé son Esprit de vie. Alors nous ne pouvons pas vivre en poursuivant la poussière, en suivant des choses qui aujourd’hui existent et qui demain disparaitront. Revenons à l’Esprit, dispensateur de vie, revenons au Feu qui fait renaître nos cendres, à ce Feu qui nous enseigne à aimer. Nous serons toujours poussière mais, comme dit une hymne liturgique, poussière amoureuse. Retournons prier l’Esprit Saint, redécouvrons le feu de la louange, qui brûle les cendres de la lamentation et de la résignation.

Frères et sœurs, notre voyage de retour à Dieu est possible seulement parce que son voyage aller vers nous a eu lieu. Autrement il n’aurait pas été possible. Avant que nous n’allions à lui, lui est descendu vers nous. Il nous a précédés, il est venu à notre rencontre. Pour nous, il est descendu plus bas que ce que nous pouvions imaginer: il s’est fait péché, il s’est fait mort. C’est ce que nous a rappelé Saint Paul: «Celui qui n’a pas connu le péché, Dieu l’a pour nous identifié au péché» (2 Co 5, 21). Afin de ne pas nous laisser seuls et pour nous accompagner dans notre marche, il est descendu dans notre péché et dans notre mort, il a touché le péché, il a touché notre mort. Alors notre voyage consiste à nous laisser prendre par la main. Le Père qui nous appelle à revenir est Celui qui sort de la maison pour venir nous rechercher; le Seigneur qui nous guérit est Celui qui s’est laissé blesser en croix ; l’Esprit qui nous fait changer de vie est Celui qui souffle avec force et douceur sur notre poussière.

Voici alors la supplication de l’Apôtre: «Laissez-vous réconcilier avec Dieu» (v. 20). Laissez-vous réconcilier: le chemin ne se fonde pas sur nos forces; personne ne peut se réconcilier avec Dieu par ses propres forces, il ne peut pas. La conversion du cœur, avec les gestes et les pratiques qui l’expriment, n’est possible que si elle part de la primauté de l’action de Dieu.Ce ne sont pas nos capacités et nos mérites à exhiber qui nous font revenir à lui, mais sa grâce à accueillir.La grâce nous sauve, le salut est pure grâce, pure gratuité. Jésus nous l’a dit clairement dans l’Evangile: ce n’est pas la justice que nous pratiquons devant les hommes qui nous rend justes, mais la relation sincère avec le Père. Le début du retour à Dieu c’est de reconnaître que nous avons besoin de lui, que nous avons besoin de miséricorde, besoin de sa grâce. C’est la voie juste, la voie de l’humilité. Est-ce que je sens que j’ai besoin ou est-ce que je me sens autosuffisant?

Aujourd’hui nous baissons la tête pour recevoir les cendres. A la fin du Carême, nous nous abaisserons encore plus pour laver les pieds de nos frères. Le Carême est une descente humble au-dedans de nous-mêmes et vers les autres. C’est comprendre que le salut n’est pas une escalade pour la gloire, mais un abaissement par amour. C’est nous faire petits.Sur ce chemin, pour ne pas perdre la route, mettons-nous devant la croix de Jésus: c’est la cathèdre silencieuse de Dieu. Regardons chaque jour ses plaies, les plaies qu’il a portées au Ciel et qu’il fait voir au Père, tous les jours, dans sa prière d’intercession.Regardons chaque jour ses plaies. Dans ces ouvertures, reconnaissons notre vide, nos manques, les blessures du péché, les coups qui nous ont fait mal.Et pourtant, justement là, nous voyons que Dieu ne pointe pas le doigt contre nous, mais qu’il nous ouvre tout grand les mains. Ses plaies sont ouvertes pour nous et par ces plaies nous avons été guéris (cf. 1 P 2, 25; Is 53, 5). Embrassons-les et nous comprendrons que c’est justement là, dans les vides de la vie les plus douloureux, que Dieu nous attend avec sa miséricorde infinie. Parce que là, là où nous sommes plus vulnérables, là où nous avons le plus honte, il est venu à notre rencontre. Et maintenant qu’il est venu à notre rencontre, il nous invite à revenir à lui, pour retrouver la joie d’être aimés.

[00212-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

We are now embarking on our Lenten journey, which opens with the words of the prophet Joel. They point out the path we are to follow. We hear an invitation that arises from the heart of God, who with open arms and longing eyes pleads with us: “Return to me with all your heart” (Joel 2:12). Return to me. Lent is a journey of return to God. How many times, in our activity or indifference, have we told him: “Lord, I will come to you later, just wait a little... I can’t come today, but tomorrow I will begin to pray and do something for others”. We do this, time and time again. Right now, however, God is speaking to our hearts. In this life, we will always have things to do and excuses to offer, but right now, brothers and sisters, right now is the time to return to God.

Return to me, he says, with all your heart. Lent is a journey that involves our whole life, our entire being. It is a time to reconsider the path we are taking, to find the route that leads us home and to rediscover our profound relationship with God, on whom everything depends. Lent is not just not about the little sacrifices we make, but about discerning where our hearts are directed. This is the core of Lent: asking where our hearts are directed. Let us ask: Where is my life’s navigation system taking me – towards God or towards myself? Do I live to please the Lord, or to be noticed, praised, put at the head of line…? Do I have a “wobbly” heart, which takes a step forwards and then one backwards? Do I love the Lord a bit and the world a bit, or is my heart steadfast in God? Am I content with my hypocrisies, or do I work to free my heart from the duplicity and falsehood that tie it down?

The journey of Lent is an exodus, an exodus from slavery to freedom. These forty days correspond to the forty years that God’s people trekked through the desert to return to their homeland. How difficult it was to leave Egypt! It was more difficult for God’s people to leave the Egypt of the heart, that Egypt they carried within them, than to leave the land of Egypt. It is hard to leave Egypt behind. During their journey, there was an ever-present temptation to yearn for leeks, to turn back, to cling to memories of the past or to this or that idol. So it is with us: our journey back to God is blocked by our unhealthy attachments, held back by the seductive snares of our sins, by the false security of money and appearances, by the paralysis of our discontents. To embark on this journey, we have to unmask these illusions.

But we can ask ourselves: how do we then proceed on our journey back to God? We can be guided by return journeys described in the word of God.

We can think of the prodigal son and realize that, for us too, it is time to return to the Father. Like that son, we too have forgotten the familiar scent of our home, we have squandered a precious inheritance on paltry things and have ended up with empty hands and an unhappy heart. We have fallen down, like little children who constantly fall, toddlers who try to walk but keep falling and need, time and time again, to be picked up by their father. It is the Father’s forgiveness that always set us back on our feet. God’s forgiveness – Confession – is the first step on our return journey. In mentioning Confession, I ask confessors to be like fathers, offering not a rod but an embrace.

We then need to return to Jesus, like the leper who, once cured, returned to give him thanks. Although ten had been healed, he was the only one saved, because he returned to Jesus (cf. Lk 17:12-19). All of us have spiritual infirmities that we cannot heal on our own. All of us have deep-seated vices that we cannot uproot alone. All of us have paralyzing fears that we cannot overcome alone. We need to imitate that leper, who came back to Jesus and threw himself at his feet. We need Jesus’ healing, we need to present our wounds to him and say: “Jesus, I am in your presence, with my sin, with my sorrows. You are the physician. You can set me free. Heal my heart”.

Once again, the word of God asks us to return to the Father, to return to Jesus. It also calls us to return to the Holy Spirit. The ashes on our head remind us that we are dust and to dust we will return. Yet upon this dust of ours, God blew his Spirit of life. So we should no longer live our lives chasing dust, chasing things that are here today and gone tomorrow. Let us return to the Spirit, the Giver of Life; let us return to the Fire that resurrects our ashes, to the Fire who teaches us to love. We will always be dust, but as a liturgical hymn says, “dust in love”. Let us pray once more to the Holy Spirit and rediscover the fire of praise, which consumes the ashes of lamentation and resignation.

Brothers and sisters, our return journey to God is possible only because he first journeyed to us. Otherwise, it would be impossible. Before we ever came to him, he came down to us. He preceded us; he came down to meet us. For our sake, he lowered himself more than we can ever imagine: he became sin, he became death. So Saint Paul tells us: “For our sake God made him to be sin” (2 Cor 5:21). Not to abandon us but to accompany us on our journey, he embraced our sin and our death. He touched our sin; he touched our death. Our journey then is about letting him take us by the hand. The Father who bids us come home is the same who left home to come looking for us; the Lord who heals us is the same who let himself suffer on the cross; the Spirit who enables us to change our lives is the same who breathes softly yet powerfully on our dust.

This, then, is the Apostle’s plea: “Be reconciled to God” (v. 20). Be reconciled: the journey is not based on our own strength. No one can be reconciled to God on his or her own. Heartfelt conversion, with the deeds and practices that express it, is possible only if it begins with the primacy of God’s work. What enables us to return to him is not our own ability or merit, but his offer of grace. Grace saves us; salvation is pure grace, pure gratuitousness. Jesus says this clearly in the Gospel: what makes us just is not the righteousness we show before others, but our sincere relationship with the Father. The beginning of the return to God is the recognition of our need for him and his mercy, our need for his grace. This is the right path, the path of humility. Do I feel in need, or do I feel self-sufficient?

Today we bow our heads to receive ashes. At the end of Lent, we will bow even lower to wash the feet of our brothers and sisters. Lent is a humble descent both inwards and towards others. It is about realizing that salvation is not an ascent to glory, but a descent in love. It is about becoming little. Lest we go astray on our journey, let us stand before the cross of Jesus: the silent throne of God. Let us daily contemplate his wounds, the wounds that he brought to heaven and shows daily to the Father in his prayer of intercession. Let us daily contemplate those wounds. In them, we recognize our emptiness, our shortcomings, the wounds of our sin and all the hurt we have experienced. Yet there too, we see clearly that God points his finger at no one, but rather opens his arms to embrace us. His wounds were inflicted for our sake, and by those wounds we have been healed (cf. 1 Pet 2:25; Is 53:5). By kissing those wounds, we will come to realize that there, in life’s most painful wounds, God awaits us with his infinite mercy. Because there, where we are most vulnerable, where we feel the most shame, he came to meet us. And having come to meet us, he now invites us to return to him, to rediscover the joy of being loved.

[00212-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Wir beginnen den Weg der Fastenzeit. An seinem Anfang stehen die Worte des Propheten Joël, welche die Richtung angeben, der wir folgen sollen. Es ist eine Einladung, die aus dem Herzen Gottes kommt, der uns mit weit geöffneten Armen und mit sehnlich blickenden Augen anfleht: »Kehrt um zu mir von ganzem Herzen« (Joël 2,12). Kehrt um zu mir. Die Fastenzeit ist eine Rückkehr zu Gott. Wie oft haben wir, vor lauter Beschäftigung oder aus Gleichgültigkeit, zu ihm gesagt: „Herr, ich werde später zu dir kommen, warte ... Heute kann ich nicht, aber morgen werde ich anfangen, zu beten und etwas für die anderen zu tun.“ Und so geht es einen Tag nach dem anderen. Jetzt appelliert Gott an unser Herz. Im Leben werden wir immer irgendwelche Dinge zu tun haben und Ausreden finden, aber, Brüder und Schwestern, heute ist es an der Zeit, zu Gott zurückzukehren.

Kehrt um zu mir – sagt er – von ganzem Herzen. Die Fastenzeit ist eine Reise, die unser ganzes Leben, uns als Ganze miteinbezieht. Es ist eine Zeit, um die Wege zu überprüfen, die wir gehen, eine Zeit, um wieder den Pfad zu finden, der uns nach Hause zurückführt, und um die grundlegende Verbindung mit Gott wiederzuentdecken, von dem alles abhängt. Die Fastenzeit ist nicht eine Reihe von Opfervorsätzen, sie lässt uns erkennen, worauf das Herz gerichtet ist. Das ist der Kern der Fastenzeit: Worauf ist mein Herz gerichtet? Versuchen wir uns zu fragen: Wohin führt mich das Navigationsgerät meines Lebens – zu Gott oder zu meinem eigenen Ich? Lebe ich, um dem Herrn zu gefallen oder um beachtet, gelobt, bevorzugt zu werden, an erster Stelle zu stehen und so weiter? Habe ich ein „flatterhaftes“ Herz, das einen Schritt vorwärts und einen Schritt rückwärts macht, das ein wenig den Herrn und ein wenig die Welt liebt, oder habe ich ein Herz, das fest in Gott steht? Fühle ich mich wohl mit meinen Scheinheiligkeiten, oder kämpfe ich darum, mein Herz von aller Falschheit und Unwahrheit zu befreien, die es anketten?

Die Reise der Fastenzeit ist ein Auszug aus der Knechtschaft in die Freiheit. Es sind vierzig Tage; sie erinnern an die vierzig Jahre, in denen das Volk Gottes durch die Wüste zog, um in sein Herkunftsland zurückzukehren. Aber wie schwer war es, Ägypten zurückzulassen! Es war viel schwieriger, das Ägypten im Herzen des Volkes Gottes, dieses Ägypten, das sie immer in sich trugen, zurückzulassen als das Land Ägypten selbst … Es ist sehr schwierig, Ägypten hinter sich zu lassen. Während der Reise gab es stets die Versuchung, den Zwiebeln nachzutrauern (vgl. Num 11,5), zurückzugehen, sich an die Erinnerungen der Vergangenheit zu klammern, an irgendein Idol. Auch für uns ist es so: Die Rückkehr zu Gott wird durch unsere krankhaften Anhänglichkeiten behindert, sie wird aufgehalten durch die verführerischen Schlingen des Lasters, durch die falsche Sicherheit des Geldes und des Scheins, durch das lähmende Gejammer, sich als Opfer zu sehen. Um den Weg gehen zu können, müssen wir diese Illusionen entlarven.

Aber fragen wir uns: Wie können wir also auf unserem Weg zu Gott vorankommen? Dabei helfen uns die Beispiele von Rückkehren, von denen uns das Wort Gottes erzählt.

Schauen wir auf den verlorenen Sohn, und wir verstehen, dass es auch für uns an der Zeit ist, zum Vater zurückzukehren. Wie der verlorene Sohn haben auch wir den Geruch von Zuhause vergessen, wir haben kostbare Güter für belanglose Dinge verschleudert und stehen mit leeren Händen und einem unzufriedenen Herzen da. Wir sind gefallen: Wir sind Kinder, die ständig fallen, wir sind wie kleine Kinder, die zu laufen versuchen, aber hinfallen und jedes Mal von ihrem Vater aufgerichtet werden müssen. Es ist die Vergebung des Vaters, die uns immer wieder auf die Beine bringt: Die Vergebung Gottes, die Beichte, ist der erste Schritt auf unserer Rückkehr. Zur Beichte habe ich gesagt: Ich bitte die Beichtväter, seid wie ein Vater, nicht mit der Peitsche, sondern mit der Umarmung.

Dann müssen wir zu Jesus zurückkehren, wir müssen es wie der Aussätzige machen, der geheilt wurde und umkehrte, um ihm zu danken. Alle zehn waren geheilt worden, aber nur er ist auch gerettet worden, weil er zu Jesus zurückkehrte (vgl. Lk 17,12-19). Wir alle haben Leiden im geistlichen Bereich, doch allein können wir sie nicht heilen; wir alle haben tiefsitzende Laster, doch allein können wir sie nicht ausrotten; wir alle haben Ängste, die uns lähmen, doch allein können wir sie nicht überwinden. Wir müssen diesen Aussätzigen nachahmen, der umkehrte und sich vor den Füßen Jesu zu Boden warf. Wir brauchen die Heilung durch Jesus, wir müssen unsere Wunden vor ihn hinlegen und ihm sagen: „Jesus, hier bin ich vor dir, mit meiner Sünde, mit meinem Elend. Du bist der Arzt, du kannst mich befreien. Heile mein Herz.“

Noch einmal: Das Wort Gottes fordert uns auf, zum Vater zurückzukehren, es bittet uns, zu Jesus zurückzukehren, und wir sind aufgerufen, zum Heiligen Geist zurückzukehren. Die Asche auf unserem Haupt erinnert uns daran, dass wir Staub sind und zum Staub zurückkehren werden. Aber unserem Staub hat Gott seinen Geist des Lebens eingehaucht. Wir können also nicht leben, indem wir dem Staub nachjagen und Dingen hinterherlaufen, die heute sind und morgen vergehen. Kehren wir zurück zum Geist, der lebendig macht, kehren wir zurück zum Feuer, das unsere Asche wiederauferstehen lässt, zu dem Feuer, das uns lehrt zu lieben. Wir werden immer Staub sein, aber, wie ein liturgischer Hymnus sagt, „verliebter“ Staub. Beten wir wieder zum Heiligen Geist, entdecken wir wieder neu das Feuer des Lobpreises, das die Asche des Jammers und der Resignation verbrennt.

Brüder und Schwestern, unsere Rückkehr zu Gott ist nur möglich, weil es seine Hinkehr zu uns gegeben hat. Andernfalls wäre sie nicht möglich. Bevor wir zu ihm gekommen sind, ist er zu uns herabgestiegen. Er kam uns zuvor und ging uns entgegen. Für uns ist er tiefer herabgestiegen, als wir es uns vorstellen konnten: Er hat sich zur Sünde gemacht, er hat sich zum Tod gemacht. Genau daran hat uns der heilige Paulus erinnert: »[Gott] hat den, der keine Sünde kannte, für uns zur Sünde gemacht« (2Kor 5,21). Um uns nicht allein zu lassen und um uns auf unserem Weg zu begleiten, ist er in unsere Sünde und unseren Tod hinabgestiegen, hat er die Sünde berührt, hat er unseren Tod berührt. Unsere Reise bedeutet also, uns an der Hand nehmen lassen. Der Vater, der uns zur Rückkehr ruft, ist derjenige, der das Haus verlässt, um uns zu suchen; der Herr, der uns heilt, ist derjenige, der sich am Kreuz verwunden ließ; der Heilige Geist, der uns dazu bringt, unser Leben zu ändern, ist derjenige, der kräftig und sanft unserem Staub Leben einhaucht.

Darum also die Bitte des Apostels: »Lasst euch mit Gott versöhnen!« (V. 20). Lasst euch versöhnen: Der Weg beruht nicht auf unserer eigenen Kraft; keiner kann sich aus eigener Kraft mit Gott versöhnen, es ist nicht möglich. Die Bekehrung des Herzens – mit den Zeichen und Handlungen, die sie zum Ausdruck bringen – ist nur möglich, wenn sie vom Primat des Handelns Gottes ausgeht. Wir kehren zu ihm nicht durch unsere Fähigkeiten und Verdienste zurück, die wir herausstellen, sondern durch seine Gnade, die wir annehmen. Die Gnade rettet uns, das Heil ist reine Gnade, reines Geschenk. Jesus hat es uns im Evangelium klar gesagt: Was uns gerecht macht, ist nicht unsere vor den Menschen geübte Gerechtigkeit, sondern unsere aufrichtige Beziehung zum Vater. Der Anfang unserer Rückkehr zu Gott ist die Erkenntnis, dass wir seiner bedürfen, dass wir seiner Barmherzigkeit bedürfen, seiner Gnade. Dies ist der richtige Weg, der Weg der Demut. Merke ich, dass ich seiner bedarf, oder genüge ich mir selbst?

Heute neigen wir unser Haupt, um die Asche zu empfangen. Am Ende der Fastenzeit werden wir uns noch mehr hinabbeugen, um die Füße unserer Brüder und Schwestern zu waschen. Fastenzeit heißt demütig hinabsteigen in uns selbst und zu den anderen. Sie bedeutet zu verstehen, dass die Erlösung nicht ein Hinaufsteigen zum Ruhm ist, sondern ein Hinabsteigen aus Liebe. Fastenzeit heißt, dass wir uns klein machen. Um auf diesem Weg nicht vom Kurs abzukommen, stellen wir uns vor das Kreuz Jesu – es ist der stille Lehrstuhl Gottes. Schauen wir jeden Tag auf seine Wundmale, auf die Wundmale, die er in den Himmel mitgenommen hat und die er dem Vater immer zeigt, wenn er Fürbitte für uns einlegt. Schauen wir jeden Tag auf seine Wundmale. In diesen Öffnungen erkennen wir unsere Leere, unsere Versäumnisse, die Wunden der Sünde, die Schläge, die uns wehgetan haben. Doch genau da sehen wir, dass Gott nicht mit dem Finger auf uns zeigt, sondern seine Hände weit für uns öffnet. Seine Wunden sind offen für uns, und durch diese Wunden sind wir geheilt (vgl. 1Petr 2,24; Jes 53,5). Küssen wir sie, und wir werden verstehen, dass genau dort, in den schmerzhaftesten Wunden des Lebens, Gott mit seiner unendlichen Barmherzigkeit auf uns wartet. Denn dort, wo wir am verletzlichsten sind, wo wir uns am meisten schämen, ist er uns entgegengekommen. Und jetzt, da er uns entgegengekommen ist, lädt er uns ein, zu ihm zurückzukehren, um die Freude wieder zu finden, dass wir geliebt sind.

[00212-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Iniciamos el camino de la cuaresma. Este se abre con las palabras del profeta Joel, que indican la dirección a seguir. Hay una invitación que nace del corazón de Dios, que con los brazos abiertos y los ojos llenos de nostalgia nos suplica: «Vuélvanse a mí de todo corazón» (Jl 2,12). Vuélvanse a mí. La cuaresma es un viaje de regreso a Dios. Cuántas veces, ocupados o indiferentes, le hemos dicho: “Señor, volveré a Ti después, espera… Hoy no puedo, pero mañana empezaré a rezar y a hacer algo por los demás”. Y así un día después de otro. Ahora Dios llama a nuestro corazón. En la vida tendremos siempre cosas que hacer y tendremos excusas para dar, pero, hermanos y hermanas, hoy es el tiempo de regresar a Dios.

Vuélvanse a mí, dice, con todo el corazón. La cuaresma es un viaje que implica toda nuestra vida, todo lo que somos. Es el tiempo para verificar las sendas que estamos recorriendo, para volver a encontrar el camino de regreso a casa, para redescubrir el vínculo fundamental con Dios, del que depende todo. La cuaresma no es hacer un ramillete espiritual, es discernir hacia dónde está orientado el corazón. Este es el centro de la cuaresma: ¿Hacia dónde está orientado mi corazón? Preguntémonos: ¿Hacia dónde me lleva el navegador de mi vida, hacia Dios o hacia mi yo? ¿Vivo para agradar al Señor, o para ser visto, alabado, preferido, puesto en el primer lugar y así sucesivamente? ¿Tengo un corazón “bailarín”, que da un paso hacia adelante y uno hacia atrás, ama un poco al Señor y un poco al mundo, o un corazón firme en Dios? ¿Me siento a gusto con mis hipocresías, o lucho por liberar el corazón de la doblez y la falsedad que lo encadenan?

El viaje de la cuaresma es un éxodo, es un éxodo de la esclavitud a la libertad. Son cuarenta días que recuerdan los cuarenta años en los que el pueblo de Dios viajó en el desierto para regresar a su tierra de origen. Pero, ¡qué difícil es dejar Egipto! Fue más difícil dejar el Egipto que estaba en el corazón del pueblo de Dios, ese Egipto que se llevaron siempre dentro, que dejar la tierra de Egipto… Es muy difícil dejar el Egipto. Siempre, durante el camino, estaba la tentación de añorar las cebollas, de volver atrás, de atarse a los recuerdos del pasado, a algún ídolo. También para nosotros es así: el viaje de regreso a Dios se dificulta por nuestros apegos malsanos, se frena por los lazos seductores de los vicios, de las falsas seguridades del dinero y del aparentar, del lamento victimista que paraliza. Para caminar es necesario desenmascarar estas ilusiones.

Pero nos preguntamos: ¿cómo proceder entonces en el camino hacia Dios? Nos ayudan los viajes de regreso que nos relata la Palabra de Dios.

Miramos al hijo pródigo y comprendemos que también para nosotros es tiempo de volver al Padre. Como ese hijo, también nosotros hemos olvidado el perfume de casa, hemos despilfarrado bienes preciosos por cosas insignificantes y nos hemos quedado con las manos vacías y el corazón infeliz. Hemos caído: somos hijos que caen continuamente, somos como niños pequeños que intentan caminar y caen al suelo, y siempre necesitan que su papá los vuelva a levantar. Es el perdón del Padre que vuelve a ponernos en pie: el perdón de Dios, la confesión, es el primer paso de nuestro viaje de regreso. He dicho la confesión, por favor, los confesores, sean como el padre, no con el látigo, sino con el abrazo.

Después necesitamos volver a Jesús, hacer como aquel leproso sanado que volvió a agradecerle. Diez fueron curados, pero sólo él fue también salvado, porque volvió a Jesús (cf. Lc 17,12-19). Todos, todos tenemos enfermedades espirituales, solos no podemos curarlas; todos tenemos vicios arraigados, solos no podemos extirparlos; todos tenemos miedos que nos paralizan, solos no podemos vencerlos. Necesitamos imitar a aquel leproso, que volvió a Jesús y se postró a sus pies. Necesitamos la curación de Jesús, es necesario presentarle nuestras heridas y decirle: “Jesús, estoy aquí ante Ti, con mi pecado, con mis miserias. Tú eres el médico, Tú puedes liberarme. Sana mi corazón”.

Además, la Palabra de Dios nos pide que volvamos al Padre, nos pide que volvamos a Jesús, y estamos llamados a volver al Espíritu Santo. La ceniza sobre la cabeza nos recuerda que somos polvo y al polvo volveremos. Pero sobre este polvo nuestro Dios ha infundido su Espíritu de vida. Entonces, no podemos vivir persiguiendo el polvo, detrás de cosas que hoy están y mañana desaparecen. Volvamos al Espíritu, Dador de vida, volvemos al Fuego que hace resurgir nuestras cenizas, a ese Fuego que nos enseña a amar. Seremos siempre polvo, pero, como dice un himno litúrgico, polvo enamorado. Volvamos a rezar al Espíritu Santo, redescubramos el fuego de la alabanza, que hace arder las cenizas del lamento y la resignación.

Hermanos y hermanas: Nuestro viaje de regreso a Dios es posible sólo porque antes se produjo su viaje de ida hacia nosotros. De otro modo no habría sido posible. Antes que nosotros fuéramos hacia Él, Él descendió hacia nosotros. Nos ha precedido, ha venido a nuestro encuentro. Por nosotros descendió más abajo de cuanto podíamos imaginar: se hizo pecado, se hizo muerte. Es cuanto nos ha recordado san Pablo: «A quien no cometió pecado, Dios lo asemejó al pecado por nosotros» (2 Co 5,21). Para no dejarnos solos y acompañarnos en el camino descendió hasta nuestro pecado y nuestra muerte, ha tocado el pecado, ha tocado nuestra muerte. Nuestro viaje, entonces, consiste en dejarnos tomar de la mano. El Padre que nos llama a volver es Aquel que sale de casa para venir a buscarnos; el Señor que nos cura es Aquel que se dejó herir en la cruz; el Espíritu que nos hace cambiar de vida es Aquel que sopla con fuerza y dulzura sobre nuestro barro.

He aquí, entonces, la súplica del Apóstol: «Déjense reconciliar con Dios» (v. 20). Déjense reconciliar: el camino no se basa en nuestras fuerzas; nadie puede reconciliarse con Dios por sus propias fuerzas, no se puede. La conversión del corazón, con los gestos y las obras que la expresan, sólo es posible si parte del primado de la acción de Dios. Lo que nos hace volver a Él no es presumir de nuestras capacidades y nuestros méritos, sino acoger su gracia. Nos salva la gracia, la salvación es pura gracia, pura gratuidad. Jesús nos lo ha dicho claramente en el Evangelio: lo que nos hace justos no es la justicia que practicamos ante los hombres, sino la relación sincera con el Padre. El comienzo del regreso a Dios es reconocernos necesitados de Él, necesitados de misericordia, necesitados de su gracia. Este es el camino justo, el camino de la humildad. ¿Yo me siento necesitado o me siento autosuficiente?

Hoy bajamos la cabeza para recibir las cenizas. Cuando acabe la cuaresma nos inclinaremos aún más para lavar los pies de los hermanos. La cuaresma es un abajamiento humilde en nuestro interior y hacia los demás. Es entender que la salvación no es una escalada hacia la gloria, sino un abajamiento por amor. Es hacerse pequeños. En este camino, para no perder la dirección, pongámonos ante la cruz de Jesús: es la cátedra silenciosa de Dios. Miremos cada día sus llagas, las llagas que Él ha llevado al Cielo y muestra al Padre todos los días en su oración de intercesión. Miremos cada día sus llagas. En esos agujeros reconocemos nuestro vacío, nuestras faltas, las heridas del pecado, los golpes que nos han hecho daño. Sin embargo, precisamente allí vemos que Dios no nos señala con el dedo, sino que abre los brazos de par en par. Sus llagas están abiertas por nosotros y en esas heridas hemos sido sanados (cf. 1 P 2,24; Is 53,5). Besémoslas y entenderemos que justamente ahí, en los vacíos más dolorosos de la vida, Dios nos espera con su misericordia infinita. Porque allí, donde somos más vulnerables, donde más nos avergonzamos, Él viene a nuestro encuentro. Y ahora que ha venido a nuestro encuentro, nos invita a regresar a Él, para volver a encontrar la alegría de ser amados.

[00212-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Principiamos o caminho da Quaresma, que se abre com as palavras do profeta Joel indicando-nos a direção a tomar. Trata-se dum convite que brota do coração de Deus, suplicando-nos de braços abertos e olhos cheios de nostalgia: «Convertei-vos a Mim de todo o vosso coração» (Jl 2, 12). Convertei-vos a Mim. A Quaresma é uma viagem de regresso a Deus. Quantas vezes, atarefados ou indiferentes, Lhe dissemos: «Senhor, espera! Virei encontrar-Vos mais tarde... Hoje não posso, mas amanhã começarei a rezar e a fazer algo pelos outros». E assim dia após dia… Agora Deus lança um apelo ao nosso coração. Na vida, sempre teremos coisas a fazer e desculpas a apresentar, mas, irmãos e irmãs, hoje é o tempo de regressar a Deus.

Convertei-vos a Mim – diz Ele – de todo o vosso coração. A Quaresma é uma viagem que envolve toda a nossa vida, tudo de nós mesmos. É o tempo para verificar as estradas que estamos a percorrer, para encontrar o caminho que nos leva de volta a casa, para redescobrir o vínculo fundamental com Deus, do qual tudo depende. A Quaresma não é compor um ramalhete espiritual; é discernir para onde está orientado o coração. Aqui está o centro da Quaresma: para onde está orientado o meu coração? Tentemos saber: Para onde me leva o «navegador» da minha vida, para Deus ou para mim mesmo? Vivo para agradar ao Senhor, ou para ser notado, louvado, preferido, no primeiro lugar e assim por diante? Tenho um coração «dançarino» que dá um passo para a frente e outro para trás, amando ora o Senhor ora o mundo, ou um coração firme em Deus? Sinto-me bem com as minhas hipocrisias ou luto para libertar o coração da simulação e das falsidades que o têm prisioneiro?

A viagem da Quaresma é um êxodo: é um êxodo da escravidão para a liberdade. São quarenta dias que recordam os quarenta anos em que o povo de Deus caminhou pelo deserto para voltar à terra de origem. Mas, como foi difícil deixar o Egito! Mais difícil do que deixar a terra foi tirar o Egito do coração do povo de Deus, aquele Egito que traziam dentro… É muito difícil deixar o Egito! Ao longo do caminho, nos seus lamentos, sempre se sentiam tentados pelas cebolas, tentados a voltar para trás, presos às memórias do passado, a qualquer ídolo. O mesmo se passa connosco: a viagem de regresso a Deus vê-se dificultada pelos nossos apegos doentios, impedida pelos laços sedutores dos vícios, pelas falsas seguranças do dinheiro e da ostentação, pela lamúria que paralisa. Para caminhar, é preciso desmascarar estas ilusões.

Interroguemo-nos então: Como avançar no caminho para Deus? Ajudam-nos as viagens de regresso narradas pela Palavra de Deus.

Olhamos para o filho pródigo e compreendemos que é tempo também para nós de regressar ao Pai. Como aquele filho, também nós esquecemos o ar de casa, delapidamos bens preciosos em troca de coisas sem valor e ficamos com as mãos vazias e o coração insatisfeito. Caímos: somos filhos que caem continuamente, somos como criancinhas que tentam andar, mas estatelam-se no chão precisando uma vez e outra de ser levantadas pelo papá. É o perdão do Pai que sempre nos coloca de pé: o perdão de Deus, a Confissão, é o primeiro passo da nossa vigem de regresso. Ao dizer Confissão, recomendo aos confessores: Sede como o pai, não com o chicote, mas com o abraço.

Depois precisamos de regressar a Jesus, fazer como aquele leproso curado que voltou para Lhe agradecer. Curados foram dez, mas só ele foi também salvo, porque voltara para Jesus (cf. Lc 17, 12-19). Todos, todos nós temos enfermidades espirituais: sozinhos, não podemos curá-las; todos temos vícios arraigados: sozinhos, não podemos extirpá-los; todos temos medos que nos paralisam: sozinhos, não podemos vencê-los. Precisamos de imitar aquele leproso, que voltou para Jesus e se prostrou aos seus pés. Temos necessidade da cura de Jesus, precisamos de colocar diante d’Ele as nossas feridas e dizer-Lhe: «Jesus, estou aqui diante de Vós, com o meu pecado, com as minhas misérias. Vós sois o médico; podeis libertar-me. Curai o meu coração».

Mais ainda! A palavra de Deus pede-nos para regressar ao Pai, pede-nos para voltar a Jesus, e somos chamados também a regressar ao Espírito Santo. As cinzas na cabeça lembram-nos que somos pó e em pó nos havemos de tornar. Mas, sobre este pó que somos nós, Deus soprou o seu Espírito de vida. Então não podemos viver seguindo o pó, indo atrás de coisas que hoje existem e amanhã desaparecem. Voltemos ao Espírito, Dador de vida! Voltemos ao Fogo que faz ressurgir as nossas cinzas, àquele Fogo que nos ensina a amar. Continuaremos sempre a ser pó, mas – como diz um hino litúrgico – pó enamorado. Voltemos a rezar ao Espírito Santo, redescubramos o fogo do louvor, que queima as cinzas das lamúrias e da resignação.

Irmãos e irmãs, esta nossa viagem de regresso a Deus só é possível, porque houve a sua vinda até junto de nós. Caso contrário, não teria sido possível. Antes de irmos até Ele, desceu Ele até nós. Precedeu-nos, veio ao nosso encontro. Por nós, desceu até mais fundo de quanto pudéssemos imaginar: fez-Se pecado, fez-Se morte. Isto mesmo no-lo recordou São Paulo: «Aquele que não havia conhecido o pecado, Deus O fez pecado por nós» (2 Cor 5, 21). Para não nos deixar sozinhos e acompanhar-nos no caminho, Ele desceu dentro do nosso pecado e da nossa morte. Tocou o pecado, tocou a nossa morte. Então a nossa viagem é deixar-se tomar pela mão. O Pai que nos chama a voltar é Aquele que sai de casa e vem procurar-nos; o Senhor que nos cura é Aquele que Se deixou ferir na cruz; o Espírito que nos faz mudar de vida é Aquele que sopra com força e suavidade sobre o nosso pó.

Daí a súplica do Apóstolo: «Deixai-vos reconciliar com Deus» (2 Cor 5, 20). Deixai-vos reconciliar: o caminho não se apoia nas nossas forças; com as próprias forças, ninguém pode reconciliar-se com Deus; não consegue. A conversão do coração, com os gestos e práticas que a exprimem, só é possível se partir do primado da ação de Deus. O que nos faz regressar a Ele não são as nossas capacidades nem os méritos que ostentamos, mas a sua graça que temos de acolher. Salva-nos a graça. A salvação é pura graça, pura gratuidade. Disse-o claramente Jesus no Evangelho: o que nos torna justos não é a justiça que praticamos diante dos homens, mas a relação sincera com o Pai. O início do regresso a Deus é reconhecermo-nos necessitados d’Ele, necessitados de misericórdia, necessitados da sua graça. O caminho certo é este: o caminho da humildade. Como me sinto eu: necessitado ou autossuficiente?

Hoje inclinamos a cabeça para receber as cinzas. No termo da Quaresma, abaixar-nos-emos ainda mais para lavar os pés dos irmãos. A Quaresma é uma descida humilde dentro de nós e rumo aos outros. É compreender que a salvação não é uma escalada para a glória, mas um abaixamento por amor. É fazer-nos humildes. Neste caminho, para não perder o rumo, coloquemo-nos diante da cruz de Jesus: é a cátedra silenciosa de Deus. Contemplemos cada dia as suas chagas, as chagas que Ele levou para o Céu e todos os dias, na sua oração de intercessão, faz ver ao Pai. Contemplemos cada dia as suas chagas. Naqueles buracos, reconheçamos o nosso vazio, as nossas faltas, as feridas do pecado, os golpes que nos fizeram sofrer. E contudo, mesmo ali, vemos que Deus não aponta o dedo contra nós, mas abre-nos os braços. As suas chagas estão abertas para nós e, por aquelas chagas, fomos curados (cf. 1 Ped 2, 24; Is 53, 5). Beijemo-las e compreenderemos que precisamente lá, nos buracos mais dolorosos da vida, Deus nos espera com a sua infinita misericórdia. Porque ali, onde somos mais vulneráveis, onde mais nos envergonhamos, Ele veio ao nosso encontro. E agora que veio ter connosco, convida-nos a regressar a Ele, para voltarmos a encontrar a alegria de ser amados.

[00212-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Rozpoczynamy drogę Wielkiego Postu. Otwierają ją słowa proroka Joela, wskazujące kierunek, w którym należy podążać. Jest to zachęta wypływająca z serca Boga, który z szeroko otwartymi ramionami i oczami pełnymi tęsknoty błaga nas: „Nawróćcie się do Mnie całym swym sercem” (Jl 2, 12). Nawróćcie się do Mnie. Wielki Post jest podróżą powrotną do Boga. Ileż to razy, zabiegani czy obojętni, mówiliśmy Mu: „Panie, przyjdę do Ciebie później, zaczekaj... Dziś nie mogę, ale jutro zacznę się modlić i uczynię coś dla innych”. I tak dzień za dniem. Teraz Bóg apeluje do naszych serc. W życiu zawsze będziemy mieli coś do zrobienia i będziemy mieli wymówki do przedstawienia, ale, bracia i siostry, dziś jest czas, by powrócić do Boga.

Nawróćcie się do Mnie – powiada - całym swym sercem. Wielki Post jest podróżą, która angażuje całe nasze życie, całe nasze ja. Jest to czas na zweryfikowanie dróg, którymi podążamy, by odnaleźć drogę, która prowadzi nas na powrót do domu, aby odkryć na nowo podstawową więź z Bogiem, od którego wszystko zależy. Post nie jest zbieraniem pobożnych postanowień, ale jest rozeznawaniem ku czemu skierowane jest serce. To jest istota Wielkiego Postu: ku czemu skierowane jest moje serce? Spróbujmy zadać sobie pytanie: dokąd prowadzi mnie nawigator mojego życia, w stronę Boga czy w stronę swego „ja”? Czy żyję po to, by podobać się Panu, czy po to, by być zauważonym, chwalonym, faworyzowanym, na pierwszym miejscu i tak dalej? Czy mam serce „tancerza”, robiące krok do przodu i krok do tyłu, kochające trochę Pana, a trochę świat, czy też serce mocne w Bogu? Czy dobrze się czuję z moimi obłudami, czy też walczę o uwolnienie mojego serca od krępujących je dwulicowości i fałszu?

Droga Wielkiego Postu jest wyjściem, jest wyjściem z niewoli ku wolności. Jest to czterdzieści dni przypominających czterdzieści lat, gdy lud Boży pielgrzymował przez pustynię, aby powrócić do ziemi, z której pochodził. Ale jakże trudno było opuścić Egipt! Trudniej było opuścić Egipt w sercu ludu Bożego, ten Egipt, który wciąż nieśli w sobie, aniżeli opuścić ziemię egipską… Bardzo trudno jest opuścić Egipt. Zawsze podczas podróży pojawiała się pokusa, by żałować jego cebuli, by zawrócić, by się związać pamięcią przeszłości, z jakimś bożkiem. Jest tak także w naszym przypadku: drogę powrotną do Boga utrudniają nasze niezdrowe przywiązania, powstrzymują ją zwodzące pęta nałogów, fałszywe zabezpieczenia pieniędzy i pozorów, paraliżujące narzekanie człowieka czującego się ofiarą. Aby pielgrzymować, musimy zdemaskować te złudzenia.

Ale zapytajmy się: jak zatem możemy postępować w naszej podróży ku Bogu? Pomagają nam w tym podróże powrotne, o których opowiada nam Słowo Boże.

Spójrzmy na syna marnotrawnego i zrozumiejmy, że i dla nas nadszedł czas powrotu do Ojca. Podobnie jak ów syn, także i my zapomnieliśmy zapach domu, roztrwoniliśmy cenne dobra na drobnostki, i zostaliśmy z pustymi rękami i niezadowolonym sercem. Upadliśmy: jesteśmy dziećmi, które ciągle upadają, jesteśmy jak małe dzieci, które próbują chodzić, ale upadają na ziemię i muszą być za każdym razem podnoszone przez tatusia. To przebaczenie Ojca zawsze stawia nas z powrotem na nogi: Boże przebaczenie, spowiedź, jest pierwszym krokiem naszej drogi powrotnej. Wspomniałem o spowiedzi. Uwrażliwiam spowiedników: bądźcie jak ojcowie, nie z batem, z przytuleniem.

Następnie musimy powrócić do Jezusa, aby uczynić jak ów trędowaty, który został uzdrowiony, wrócił, aby Mu podziękować. Dziesięciu zostało uzdrowionych, ale tylko on został także zbawiony, bo powrócił do Jezusa (por. Łk 17, 12-19). Wszyscy, wszyscy mamy duchowe choroby, których sami nie możemy wyleczyć; wszyscy mamy głęboko zakorzenione wady, których nie możemy sami wyplenić; wszyscy mamy lęki, które nas paraliżują, których nie możemy sami przezwyciężyć. Trzeba nam naśladować tego trędowatego, który powrócił do Jezusa i upadł do Jego stóp. Potrzebujemy uzdrowienia Jezusa, musimy przedstawić Jemu nasze rany i powiedzieć: „Jezu, jestem tu przed Tobą, z moim grzechem, z moimi nędzami. Ty jesteś lekarzem, Ty możesz mnie uwolnić. Uzdrów moje serce, uzdrów moje wargi”.

Ponownie: słowo Boże zaprasza nas do powrotu do Ojca, zaprasza do powrotu do Jezusa, i jesteśmy wezwani, by powrócić do Ducha Świętego. Popiół na naszych głowach przypomina nam, że jesteśmy prochem i w proch się obrócimy. Ale na ten nasz proch Bóg tchnął swojego Ducha życia. Nie możemy zatem żyć, goniąc za prochem, za rzeczami, które są dziś, a jutro znikną. Powróćmy do Ducha, Dawcy życia, powróćmy do Ognia, który sprawia, że nasze prochy zmartwychwstają, do tego Ognia, który uczy nas kochać. Zawsze będziemy prochem, ale – jak mówi hymn liturgiczny – zakochanym prochem. Powróćmy do modlitwy do Ducha Świętego, odkryjmy na nowo ogień uwielbienia, który spala popioły narzekań i rezygnacji.

Bracia i siostry, ta nasza podróż powrotu do Boga jest możliwa tylko dlatego, że wcześniej była Jego podróż ku nam. Inaczej nie byłoby to możliwe. Zanim przyszliśmy do Niego, On zstąpił do nas. On nas uprzedził, wyszedł nam na spotkanie. Dla nas zszedł niżej, niż mogliśmy to sobie wyobrazić: stał się grzechem, stał się śmiercią. Paweł nam przypomina: „On to [Bóg] dla nas grzechem uczynił Tego, który nie znał grzechu” (2 Kor 5, 21). Aby nie zostawić nas samymi i towarzyszyć nam w naszym pielgrzymowaniu, zstąpił w nasz grzech i naszą śmierć, dotknął grzechu, dotknął naszej śmierci. Zatem nasza podróż jest pozwoleniem, by nas wzięto za rękę. Ojciec, który wzywa nas do powrotu, to Ten, który opuszcza dom, aby nas szukać; Pan, który nas uzdrawia, to Ten, który pozwolił się zranić na krzyżu; Duch, który sprawia, że zmieniamy nasze życie, to Ten, który tchnie z mocą i łagodnością na nasz proch.

Oto zatem błaganie apostoła: „pojednajcie się z Bogiem” (w. 20). Pozwólcie pojednać się: pielgrzymowanie nie opiera się na naszych siłach; nikt nie może pojednać się z Bogiem o własnych siłach, nie może. Nawrócenie serca, wraz z gestami i praktykami, które je wyrażają, jest możliwe tylko wtedy, gdy wychodzi się od prymatu działania Boga. To nie nasze zdolności i zasługi, z którymi można się obnosić, sprawiają, że wracamy do Niego, ale Jego łaska, którą możemy przyjąć. Zbawia nas łaska, zbawienie jest czystą łaską, czystym darem. Jezus powiedział nam to jasno w Ewangelii: tym, co czyni nas sprawiedliwymi, nie jest sprawiedliwość, którą praktykujemy wobec ludzi, ale nasza szczera relacja z Ojcem. Początkiem powrotu do Boga jest uznanie, że Go potrzebujemy, że potrzebujemy miłosierdzia, potrzebujemy łaski. To jest właściwa droga, droga pokory. Czuję się potrzebującym, czy szuję się samowystarczalny?

Dziś chylimy głowy, aby przyjąć posypanie popiołem. Pod koniec Wielkiego Postu uniżymy się jeszcze bardziej, aby umyć nogi naszym braciom. Wielki Post jest pokornym zstąpieniem w głąb siebie i ku innym. Jest to zrozumienie, że zbawienie nie jest wspinaniem się dla chwały, ale uniżeniem się z miłości. To czynienie siebie małymi. W tej podróży, aby nie zgubić kursu, stańmy przed krzyżem Jezusa: jest on milczącą katedrą Boga. Patrzmy każdego dnia na Jego rany, rany, które On zaniósł do nieba i ukazuje Ojcu, każdego dnia, w Jego modlitwie wstawienniczej. Patrzmy każdego dnia na Jego rany. Na tym forum rozpoznajemy naszą pustkę, nasze niedostatki, rany zadane przez grzech, ciosy, które przyniosły nam cierpienie. A jednak właśnie tam widzimy, że Bóg nie wytyka nas palcem, ale szeroko otwiera przed nami swoje ręce. Jego rany są dla nas otwarte i tymi ranami zostaliśmy uzdrowieni (por. 1 P 2, 25; Iz 53, 5). Ucałujmy je, a zrozumiemy, że właśnie tam, w najbardziej bolesnych wyrwach życia, czeka na nas Bóg ze swoim nieskończonym miłosierdziem. Ponieważ tam, gdzie jesteśmy najbardziej bezbronni, gdzie najbardziej się wstydzimy, On wyszedł nam na spotkanie. I teraz wychodzi nam na spotkanie, zaprasza nas, abyśmy do Niego powrócili, abyśmy na nowo odkryli radość bycia miłowanymi.

[00212-PL.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

عظة قداسة البابا فرنسيس

في القدّاس الإلهيّ

في أربعاء الرماد

الأربعاء 17 فبراير/شباط 2021

بازليكا القدّيس بطرس

نبدأ مسيرة الصّوم الكبير، بكلمات النبي يوئيل التي تبيِّن لنا الاتجاه الذي يجب أن نسير فيه. إنّها دعوة من قلب الله الذي يناشدنا بذراعَين مفتوحتيَن وعيون مملوءة بالحنين: "ارجعوا إِلَيَّ بكُلِّ قُلوبِكم" (يوء 2، 12). ارجعوا إِلَيَّ. الصّوم هو رحلة الرجوع إلى الله. كم مرة قلنا لله، بسبب انشغالاتنا أو عدم مبالاتنا: "يا ربّ، سآتي إليك فيما بعد، انتظر... اليوم لا أستطيع، لكن غدًا سأبدأ بالصّلاة وسأعمل شيئًا من أجل الآخرين". وهكذا يومًا بعد يوم. الآن، يوجه الله نداءه إلى قلوبنا. في الحياة، سيكون لدينا دائمًا أشياءٌ نفعلها وسيكون لدينا أعذار نقدمها، لكن أيّها الإخوة والأخوات، اليوم هو وقت الرجوع إلى الله.

قال: ارجعوا إِلَيَّ بكُلِّ قُلوبِكم. الصّوم هو رحلة تشمل حياتنا كلّها، كلّ ذاتنا. إنّه الزمن الذي نتحقق فيه من الطرق التي نسلكها، لنجد طريق العودة إلى البيت، ولنكتشف من جديد العلاقة الأساسيّة مع الله، والتي يعتمد عليها كلّ شيء. زمن الصّوم ليس زمن قطف بعض الأزهار (بعمل بعض الأعمال الصالحة)، إنّه زمن نميّز فيه ونعرف أين يتجه قلبنا. هذا هو مركز زمن الصّوم: أين يتجه قلبي؟ فلْنحاولْ أن نسأل أنفسنا: أين يأخذني موجِّهُ حياتي، إلى الله أم إلى الأنا فيَّ؟ هل أعيش لإرضاء الله، أم لأظهر أنا، وأكون موضوع مديح وتفضيل وفي المقام الأول وما إلى ذلك؟ هل يشبه قلبي "حركة الرقص"، يخطو خطوة إلى الأمام وأخرى إلى الوراء، يحبّ الله قليلاً والعالم قليلاً، أم قلبي ثابت في الله؟ هل أنا قابل لنفاقي، أم أني أجتهد لتحرير قلبي من الازدواجية والأكاذيب التي تكبله؟

إنّ رحلة الصّوم الكبير هي خروج، هي خروج من العبودية إلى الحرية. أربعون يومًا تذكِّرنا بالأربعين سنة التي ارتحل فيها شعب الله في الصحراء ليرجعوا إلى أرضهم الأولى. لكن كم كان صعبًا عليهم أن يتركوا مصر! كان أكثر صعبًا أن يتركوا مصر من قلب شعب الله، مصر التي حملوها دائما بداخلهم، من ترك أرض مصر... كان من الصعب جدًا أن يتركوا مصر. أثناء مسيرتهم، عاودتهم دائمًا تجربة التحسّر على البصل فيها، وتجربة الرجوع إلى الوراء، والتقيّد بذكريات الماضي، وبعض الأصنام. الأمر كذلك بالنسبة لنا أيضًا: رحلة الرجوع إلى الله تعوقها ارتباطاتنا المعتلة، وتعيقها أشراك الرذائل المغريَة، والضمان الزائف الذي نضعه في المال والمظاهر، والتشكي الذي يشلنا إذ نعتبر أنفسنا دائما الضحيّة. حتى نسير، يجب أن نزيل القناع عن هذه الأوهام.

لكن لنسأل أنفسنا: كيف نمضي إذن في المسيرة نحو الله؟ تساعدنا في هذا مسيرات العودة التي يرويها لنا الكتاب المقدس.

لننظر إلى الابن الضال ولنفهم أنّ الوقت قد حان لنا أيضًا لنرجع إلى الآب. مثل هذا الابن، نسينا نحن أيضًا عطر البيت، وأهدرنا الأشياء الثمينة في أشياء لا قيمة لها، وصارت أيدينا فارغة وقلبنا مجروحًا. لقد وقعنا: نحن أبناء نقع باستمرار. نحن مثل الأطفال الصغار الذين يحاولون السير لكنهم يقعون على الأرض، ويحتاجون أن ينهضهم والدهم في كلّ مرة. إنّ مغفرة الآب هي التي تجعلنا دائمًا نقف على أقدامنا: مغفرة الله، في الاعتراف، هي الخطوة الأولى في رحلة عودتنا. قلت في الاعتراف، أوصي المعترفين: كونوا مثل الأب، لا بالسوط، بل بالاحتضان.

ثم نحتاج أن نرجع إلى يسوع، ونفعل مثل الأبرص الذي شُفي فعاد ليشكره. شُفي عشرة منهم، لكنه هو وحده نال الخلاص أيضًا، لأنّه رجع إلى يسوع (لو 17، 12-19). كلّنا، كلّنا لدينا أمراض روحيّة، ولا يمكننا أن نشفيها وحدنا، وكلّنا لدينا رذائل متجذرة، ولا يمكننا أن نستأصلها وحدنا، وكلّنا لدينا مخاوف تشلنا، ولا يمكننا أن نهزمها وحدنا. نحن بحاجة أن نقتدي بهذا الأبرص الذي رجع إلى يسوع وألقى بنفسه عند قدميه. نحتاج إلى شفاء يسوع، ونحتاج أن نضع جراحنا أمامه ونقولَ له: "يا يسوع، أنا هنا أمامك، مع خطيئتي، وبؤسي. أنت الطبيب، وأنت يمكنك أن تحررني. اشفِ قلبي".

مرة أخرى: كلمة الله تطلب منا أن نرجع إلى الآب، وتطلب منا أن نرجع إلى يسوع، ونحن مدعوون أن نرجع إلى الروح القدس. يُذكرنا الرماد على الرأس بأننا تراب وإلى التراب نعود. ولكن على ترابنا هذا نفخ الله روح الحياة. إذن لا يمكننا أن نعيش ونسعى وراء التراب، أي وراء الأشياء الموجودة اليوم وغدًا تزول. لنرجع إلى الرّوح، واهب الحياة، ولنرجع إلى النار التي تحيّي رمادنا، إلى تلك النار التي تعلمنا أن نحب. سنكون دائمًا ترابًا، لكن كما يقول نشيد ليتورجي، تراب محبوب. لنرجع إلى الصّلاة إلى الرّوح القدس، ولنكتشف نار التسبيح التي تُحرِق رماد التشكي والاستسلام.

أيها الإخوة والأخوات، رحلة عودتنا إلى الله ممكنة فقط لأنّه سبقتها رحلة قدوم الله إلينا. وإلا لما كان ممكنًا. قبل أن نذهب إليه جاء هو إلينا. لقد سبقنا، وجاء للقائنا. بالنسبة لنا، نزل الله أكثر مما يمكن أن نتخيله: فقد صار خطيئة، وصار موتًا. هذا ما ذكّرنا به القديس بولس: "ذاكَ الَّذي لم يَعرِفِ الخَطيئَة جَعَله اللهُ خَطيئَةً مِن أَجْلِنا" (2 قور 5، 21). ولكيلا يتركنا وحدنا وليرافقنا في المسيرة، نزل حتى في داخل خطايانا وموتنا، ولمس الخطيئة، ولمس موتنا. رحلتنا، إذن، هي فقط أن نسمح له بأن يأخذنا بيدنا. الآب الذي يدعونا لنرجع إليه هو الذي غادر البيت وجاء يبحث عنا، والرّبّ الذي يشفينا هو الذي ترك الناس يجرحونه على الصليب، والرّوح الذي يجعلنا نغيّر حياتنا هو الذي ينفخ بقوة ولطف على ترابنا.

هذا هو طلب بولس الرسول منا: "أَن تَدَعوا اللّهَ يُصالِحُكُم" (آية 20). أَن تَدَعوا اللّهَ يُصالِحُكُم: عودتنا لا تعتمد على قوتنا، لا أحد يستطيع أن يتصالح مع الله بقوته الخاصة، لا يمكن. إنّ توبة القلب، بالأعمال والممارسات المعتادة التي بها نعبّر عنها، لا يمكن أن تتم، إلا إن كانت جزءًا من عمل الله نفسه فينا الذي يسبق عملنا. لن نعود إلى الله بقدراتنا أو استحقاق لنا نتباهى به، بل بنعمته التي نقبلها منه. النعمة تخلصنا، والخلاص هو نعمة طاهرة، وعطية طاهرة. قال لنا يسوع بوضوح في الإنجيل: ما يجعلنا أبرارًا ليس البرَّ الذي نمارسه أمام الناس، بل العلاقة الصّادقة مع الآب. بداية العودة إلى الله هي أن نعترف بأنّنا بحاجة إليه، وبحاجة إلى الرحمة وبحاجة إلى نعمته. هذا هو الطريق الصّحيح، طريق التواضع. هل أشعر بالحاجة أم أشعر بالاكتفاء الذاتي؟

اليوم نحني رؤوسنا لنقبل الرماد. بعد الصّوم الكبير سنحني أنفسنا أكثر من ذلك، لنغسل أرجل الإخوة. الصّوم هو نزول متواضع في داخلنا وتجاه الآخرين. هو أن نفهم أنّ الخلاص ليس صعودًا إلى المجد، بل انحدار من أجل المحبّة. هو أن نصير صغارًا. في هذه المسيرة، حتى لا نضيِّعَ طريقنا، لنضع أنفسنا أمام صليب يسوع: إنّه منبر الله الصامت. لننظر إلى جروحه كلّ يوم، الجروح التي حملها إلى السماء وأراها للآب كلّ يوم في صلاة شفاعته. لننظر إلى جروحه كلّ يوم. في هذه الجراح ندرك فراغنا، وعيوبنا، وجروح الخطيئة، والإصابات التي آذتنا. ومع ذلك، نرى هناك أنّ الله لا يوجه إصبع الاتهام إلينا، بل يفتح يديه لنا. جروحه مفتوحة من أجلنا وبجراحه شُفينا (را. 1 بط 2، 25؛ اش 53، 5). لنقبِّلها ولنفهم أنّ الله ينتظرنا هناك برحمته اللامتناهية في أكثر الثغرات إيلامًا في الحياة. لأنّه هناك، في أضعف حالاتنا، وحيث نجد أكثر ما يخجلنا، جاء للقائنا. والآن بعد أن جاء للقائنا، يدعونا أن نرجع إليه، لنكتشف الفرح بأنّه يحبُّنا.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 17 febbraio 2021


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