Messaggio del Santo Padre Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale, 29.01.2021

nuovo veicolo per i missionari in OrissaPubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre Francesco per la 95.ma Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domenica 24 ottobre 2021:

Messaggio del Santo Padre

«Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20)

Cari fratelli e sorelle,

quando sperimentiamo la forza dell’amore di Dio, quando riconosciamo la sua presenza di Padre nella nostra vita personale e comunitaria, non possiamo fare a meno di annunciare e condividere ciò che abbiamo visto e ascoltato. La relazione di Gesù con i suoi discepoli, la sua umanità che ci si rivela nel mistero dell’Incarnazione, nel suo Vangelo e nella sua Pasqua ci mostrano fino a che punto Dio ama la nostra umanità e fa proprie le nostre gioie e le nostre sofferenze, i nostri desideri e le nostre angosce (cfr CONC. ECUM. VAT. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Tutto in Cristo ci ricorda che il mondo in cui viviamo e il suo bisogno di redenzione non gli sono estranei e ci chiama anche a sentirci parte attiva di questa missione: «Andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli» (Mt 22,9). Nessuno è estraneo, nessuno può sentirsi estraneo o lontano rispetto a questo amore di compassione.

L’esperienza degli Apostoli

La storia dell’evangelizzazione comincia con una ricerca appassionata del Signore che chiama e vuole stabilire con ogni persona, lì dove si trova, un dialogo di amicizia (cfr Gv 15,12-17). Gli Apostoli sono i primi a riferirci questo, ricordando perfino il giorno e l’ora in cui lo incontrarono: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39). L’amicizia con il Signore, vederlo curare i malati, mangiare con i peccatori, nutrire gli affamati, avvicinarsi agli esclusi, toccare gli impuri, identificarsi con i bisognosi, invitare alle beatitudini, insegnare in maniera nuova e piena di autorità, lascia un’impronta indelebile, capace di suscitare stupore e una gioia espansiva e gratuita che non si può contenere. Come diceva il profeta Geremia, questa esperienza è il fuoco ardente della sua presenza attiva nel nostro cuore che ci spinge alla missione, benché a volte comporti sacrifici e incomprensioni (cfr 20,7-9). L’amore è sempre in movimento e ci pone in movimento per condividere l’annuncio più bello e fonte di speranza: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41).

Con Gesù abbiamo visto, ascoltato e toccato che le cose possono essere diverse. Lui ha inaugurato, già oggi, i tempi futuri ricordandoci una caratteristica essenziale del nostro essere umani, tante volte dimenticata: «siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore» (Enc. Fratelli tutti, 68). Tempi nuovi che suscitano una fede in grado di dare impulso a iniziative e plasmare comunità, a partire da uomini e donne che imparano a farsi carico della fragilità propria e degli altri, promuovendo la fraternità e l’amicizia sociale (cfr ibid., 67). La comunità ecclesiale mostra la sua bellezza ogni volta che ricorda con gratitudine che il Signore ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,19). La «predilezione amorosa del Signore ci sorprende, e lo stupore, per sua natura, non può essere posseduto né imposto da noi. […] Solo così può fiorire il miracolo della gratuità, del dono gratuito di sé. Anche il fervore missionario non si può mai ottenere in conseguenza di un ragionamento o un calcolo. Il mettersi “in stato di missione” è un riflesso della gratitudine» (Messaggio alle Pontificie Opere Missionarie, 21 maggio 2020).

Tuttavia, i tempi non erano facili; i primi cristiani incominciarono la loro vita di fede in un ambiente ostile e arduo. Storie di emarginazione e di prigionia si intrecciavano con resistenze interne ed esterne, che sembravano contraddire e perfino negare ciò che avevano visto e ascoltato; ma questo, anziché essere una difficoltà o un ostacolo che li avrebbe potuti portare a ripiegarsi o chiudersi in sé stessi, li spinse a trasformare ogni inconveniente, contrarietà e difficoltà in opportunità per la missione. I limiti e gli impedimenti diventarono anch’essi luogo privilegiato per ungere tutto e tutti con lo Spirito del Signore. Niente e nessuno poteva rimanere estraneo all’annuncio liberatore.

Abbiamo la testimonianza viva di tutto questo negli Atti degli Apostoli, libro che i discepoli missionari tengono sempre a portata di mano. È il libro che narra come il profumo del Vangelo si diffuse al suo passaggio suscitando la gioia che solo lo Spirito ci può donare. Il libro degli Atti degli Apostoli ci insegna a vivere le prove stringendoci a Cristo, per maturare la «convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti» e la certezza che «chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 279).

Così anche noi: nemmeno l’attuale momento storico è facile. La situazione della pandemia ha evidenziato e amplificato il dolore, la solitudine, la povertà e le ingiustizie di cui già tanti soffrivano e ha smascherato le nostre false sicurezze e le frammentazioni e polarizzazioni che silenziosamente ci lacerano. I più fragili e vulnerabili hanno sperimentato ancora di più la propria vulnerabilità e fragilità. Abbiamo vissuto lo scoraggiamento, il disincanto, la fatica; e perfino l’amarezza conformista, che toglie la speranza, ha potuto impossessarsi dei nostri sguardi. Noi, però, «non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù» (2 Cor 4,5). Per questo sentiamo risuonare nelle nostre comunità e nelle nostre famiglie la Parola di vita che riecheggia nei nostri cuori e ci dice: «Non è qui, è risorto» (Lc 24,6); Parola di speranza che rompe ogni determinismo e, a coloro che si lasciano toccare, dona la libertà e l’audacia necessarie per alzarsi in piedi e cercare con creatività tutti i modi possibili di vivere la compassione, “sacramentale” della vicinanza di Dio a noi che non abbandona nessuno ai bordi della strada. In questo tempo di pandemia, davanti alla tentazione di mascherare e giustificare l’indifferenza e l’apatia in nome del sano distanziamento sociale, è urgente la missione della compassione capace di fare della necessaria distanza un luogo di incontro, di cura e di promozione. «Quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20), la misericordia che ci è stata usata, si trasforma nel punto di riferimento e di credibilità che ci permette di recuperare la passione condivisa per creare «una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni» (Enc. Fratelli tutti, 36). È la sua Parola che quotidianamente ci redime e ci salva dalle scuse che portano a chiuderci nel più vile degli scetticismi: “tanto è lo stesso, nulla cambierà”. E di fronte alla domanda: “a che scopo mi devo privare delle mie sicurezze, comodità e piaceri se non posso vedere nessun risultato importante?”, la risposta resta sempre la stessa: «Gesù Cristo ha trionfato sul peccato e sulla morte ed è ricolmo di potenza. Gesù Cristo vive veramente» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 275) e vuole anche noi vivi, fraterni e capaci di ospitare e condividere questa speranza. Nel contesto attuale c’è bisogno urgente di missionari di speranza che, unti dal Signore, siano capaci di ricordare profeticamente che nessuno si salva da solo.

Come gli Apostoli e i primi cristiani, anche noi diciamo con tutte le nostre forze: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Tutto ciò che abbiamo ricevuto, tutto ciò che il Signore ci ha via via elargito, ce lo ha donato perché lo mettiamo in gioco e lo doniamo gratuitamente agli altri. Come gli Apostoli che hanno visto, ascoltato e toccato la salvezza di Gesù (cfr 1 Gv 1,1-4), così noi oggi possiamo toccare la carne sofferente e gloriosa di Cristo nella storia di ogni giorno e trovare il coraggio di condividere con tutti un destino di speranza, quella nota indubitabile che nasce dal saperci accompagnati dal Signore. Come cristiani non possiamo tenere il Signore per noi stessi: la missione evangelizzatrice della Chiesa esprime la sua valenza integrale e pubblica nella trasformazione del mondo e nella custodia del creato.

Un invito a ciascuno di noi

Il tema della Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno, «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20), è un invito a ciascuno di noi a “farci carico” e a far conoscere ciò che portiamo nel cuore. Questa missione è ed è sempre stata l’identità della Chiesa: «essa esiste per evangelizzare» (S. PAOLO VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). La nostra vita di fede si indebolisce, perde profezia e capacità di stupore e gratitudine nell’isolamento personale o chiudendosi in piccoli gruppi; per sua stessa dinamica esige una crescente apertura capace di raggiungere e abbracciare tutti. I primi cristiani, lungi dal cedere alla tentazione di chiudersi in un’élite, furono attratti dal Signore e dalla vita nuova che Egli offriva ad andare tra le genti e testimoniare quello che avevano visto e ascoltato: il Regno di Dio è vicino. Lo fecero con la generosità, la gratitudine e la nobiltà proprie di coloro che seminano sapendo che altri mangeranno il frutto del loro impegno e del loro sacrificio. Perciò mi piace pensare che «anche i più deboli, limitati e feriti possono essere [missionari] a modo loro, perché bisogna sempre permettere che il bene venga comunicato, anche se coesiste con molte fragilità» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 239).

Nella Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra ogni anno nella penultima domenica di ottobre, ricordiamo con gratitudine tutte le persone che, con la loro testimonianza di vita, ci aiutano a rinnovare il nostro impegno battesimale di essere apostoli generosi e gioiosi del Vangelo. Ricordiamo specialmente quanti sono stati capaci di mettersi in cammino, lasciare terra e famiglia affinché il Vangelo possa raggiungere senza indugi e senza paure gli angoli di popoli e città dove tante vite si trovano assetate di benedizione.

Contemplare la loro testimonianza missionaria ci sprona ad essere coraggiosi e a pregare con insistenza «il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Lc 10,2); infatti siamo consapevoli che la vocazione alla missione non è una cosa del passato o un ricordo romantico di altri tempi. Oggi, Gesù ha bisogno di cuori che siano capaci di vivere la vocazione come una vera storia d’amore, che li faccia andare alle periferie del mondo e diventare messaggeri e strumenti di compassione. Ed è una chiamata che Egli rivolge a tutti, seppure non nello stesso modo. Ricordiamo che ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia. C’è anche un aspetto dell’apertura universale dell’amore che non è geografico bensì esistenziale. Sempre, ma specialmente in questi tempi di pandemia, è importante aumentare la capacità quotidiana di allargare la nostra cerchia, di arrivare a quelli che spontaneamente non li sentiremmo parte del “mio mondo di interessi”, benché siano vicino a noi (cfr Enc. Fratelli tutti, 97). Vivere la missione è avventurarsi a coltivare gli stessi sentimenti di Cristo Gesù e credere con Lui che chi mi sta accanto è pure mio fratello e mia sorella. Che il suo amore di compassione risvegli anche il nostro cuore e ci renda tutti discepoli missionari.

Maria, la prima discepola missionaria, faccia crescere in tutti i battezzati il desiderio di essere sale e luce nelle nostre terre (cfr Mt 5,13-14).

Roma, San Giovanni in Laterano, 6 gennaio 2021, Solennità dell’Epifania del Signore.

FRANCESCO

Traduzione in lingua francese

« Il nous est impossible de nous taire sur ce que nous avons vu et entendu » (Ac 4, 20)

Chers frères et sœurs,

Quand nous expérimentons la force de l’amour de Dieu, quand nous reconnaissons sa présence de Père dans notre vie personnelle et communautaire, il nous est impossible de ne pas annoncer et partager ce que nous avons vu et entendu. La relation de Jésus avec ses disciples, son humanité qui se révèle à nous dans le mystère de l’incarnation, dans son Évangile et dans sa Pâque nous font voir jusqu’à quel point Dieu aime notre humanité et fait siennes nos joies et nos souffrances, nos désirs et nos angoisses (cf. Conc. œcum. Vat. II, Const. past. Gaudium et spes, n. 22). Tout dans le Christ nous rappelle que le monde dans lequel nous vivons et son besoin de rédemption ne lui sont pas étrangers et nous invite également à nous sentir partie active de cette mission: « Allez donc aux croisées des chemins : tous ceux que vous trouverez, invitez-les » (Mt 22, 9); personne n’est étranger, personne ne peut se sentir étranger ou éloigné de cet amour de compassion.

L’expérience des apôtres

L’histoire de l’évangélisation commence par une recherche passionnée du Seigneur qui appelle et veut engager avec chaque personne, là où elle se trouve, un dialogue d’amitié (cf. Jn 15, 12-17). Les Apôtres sont les premiers à nous rapporter cela, se rappelant même le jour et l’heure où ils le rencontrèrent: « C’était vers quatre heures de l’après-midi » (Jn 1, 39). L’amitié avec le Seigneur, le voir guérir les malades, manger avec les pécheurs, nourrir les affamés, s’approcher des exclus, toucher les personnes impures, s’identifier aux nécessiteux, inviter aux béatitudes, enseigner d’une manière nouvelle et pleine d’autorité, laisse une empreinte indélébile capable de susciter l’étonnement et une joie expansive et gratuite qui ne peut être contenue. Comme le disait le prophète Jérémie, cette expérience est le feu ardent de sa présence active dans notre cœur qui nous pousse à la mission, même si elle comporte parfois des sacrifices et des incompréhensions (cf. 20, 7-9). L’amour est toujours en mouvement et nous met en mouvement pour partager l’annonce la plus belle, source d’espérance: « Nous avons trouvé le Messie» (Jn 1, 41).

Avec Jésus, nous avons vu, entendu et senti que les choses peuvent être différentes. Il a inauguré, déjà aujourd’hui, les temps à venir en nous rappelant une caractéristique essentielle de notre nature humaine, si souvent oubliée: «nous avons été faits pour la plénitude qui n’est atteinte que dans l’amour» (cf. Lettre enc. Fratelli tutti, n. 68). Des temps nouveaux qui suscitent une foi capable de promouvoir des initiatives et de forger des communautés à partir d’hommes et de femmes qui apprennent à prendre en charge leur propre fragilité et celle des autres, en promouvant la fraternité et l’amitié sociale (cf. ibid., n. 67). La communauté ecclésiale montre sa beauté chaque fois qu’elle rappelle avec gratitude que le Seigneur nous a aimé le premier (cf.1Jn 4,19). Cette « prédilection aimante du Seigneur nous surprend et l'émerveillement, de par sa nature, ne peut pas être possédé ou imposé par nous. […] Ce n'est que de cette manière que le miracle de la gratuité, du don gratuit de soi-même, peut s’accomplir. Même la ferveur missionnaire ne peut jamais être obtenue à la suite d'un raisonnement ou d'un calcul. Le fait de se mettre “en état de mission” est un reflet de la gratitude » (Message aux Œuvres Pontificales Missionnaires, 21 mai 2020).

Cependant, les temps n’ont pas toujours été faciles ; les premiers chrétiens ont commencé leur vie de foi dans un environnement hostile et difficile. Des histoires de marginalisation et de captivité s’entremêlaient avec des résistances internes et externes qui paraissaient contredire et même nier ce qu’ils avaient vu et entendu ; mais cela, loin d’être une difficulté ou un obstacle qui les aurait porté à se replier ou à se renfermer sur eux-mêmes, les a poussés à transformer tout désagrément, contrariété et difficulté en opportunité pour la mission. Les limites et les obstacles devinrent eux aussi un lieu privilégié pour oindre toute chose et chacun avec l’Esprit du Seigneur. Rien ni personne ne pouvait rester étranger à l’annonce libératrice.

Nous avons le témoignage vivant de tout cela dans les Actes des Apôtres, livre que les disciples missionnaires tiennent toujours à portée de main. C’est le livre qui raconte comment le parfum de l’Évangile s’est répandu sur son passage, suscitant la joie que seul l’Esprit peut nous offrir. Le livre des Actes des Apôtres nous enseigne à vivre les épreuves en nous attachant au Christ, afin de mûrir la « conviction que Dieu peut agir en toutes circonstances, même au milieu des échecs apparents » et la certitude que « celui qui se donne et s’en remet à Dieu par amour sera certainement fécond » (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 279).

Ainsi, pour nous aussi : le moment actuel de notre histoire n’est pas facile non plus. La pandémie a mis en évidence et amplifié la douleur, la solitude, la pauvreté et les injustices dont tant de personnes souffraient déjà, et a démasqué nos fausses sécurités et les divisions et polarisations qui nous déchirent silencieusement. Les plus fragiles et les plus vulnérables ont expérimenté encore plus leur vulnérabilité et leur fragilité. Nous avons vécu le découragement, le désenchantement, la fatigue; et même l’amertume conformiste qui ôte l’espérance a pu s’emparer de nos regards. Mais nous, « ce que nous proclamons, ce n’est pas nous-mêmes ; c’est ceci : Jésus Christ est le Seigneur ; et nous sommes vos serviteurs, à cause de Jésus» (cf. 2 Co 4, 5). C’est pourquoi nous entendons résonner dans nos communautés et dans nos familles la Parole de vie qui retentit dans nos cœurs et nous dit: « Il n’est pas ici, il est ressuscité » (Lc 24, 6); Parole d’espérance qui rompt tout déterminisme et, à ceux qui se laissent toucher, donne la liberté et l’audace nécessaires pour se tenir debout et chercher de façon créative toutes les manières possibles de vivre la compassion, ce “sacramental” de la proximité de Dieu avec nous qui n’abandonne personne au bord du chemin. En ce temps de pandémie, face à la tentation de masquer et de justifier l’indifférence et l’apathie au nom d’une saine distanciation sociale, la mission de la compassion, capable de faire de la distance nécessaire un lieu de rencontre, de soin et de promotion, est urgente. « Ce que nous avons vu et entendu » (Ac 4, 20), la miséricorde avec laquelle nous avons été traités, se transforme en un point de référence et de crédibilité qui nous permet de retrouver la passion partagée pour créer « une communauté d’appartenance et de solidarité à laquelle nous consacrerons du temps, des efforts et des biens » (Lettre enc. Fratelli tutti, n. 36). C’est sa Parole qui nous rachète quotidiennement et nous sauve des excuses qui nous conduisent à nous enfermer dans le plus vil des scepticismes : “peu importe, rien ne changera”. Et face à la question : “pourquoi vais-je me priver de mes sécurités, de mon confort et de mes plaisirs si je ne peux voir aucun résultat important ?” ; la réponse reste toujours la même : «Jésus Christ a vaincu le péché et la mort et il est plein de puissance. Jésus Christ vit vraiment» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 275) et il nous veut aussi vivants, fraternels et capables d’accueillir et de partager cette espérance. Dans le contexte actuel, il y a un besoin urgent de missionnaires d’espérance qui, oints par le Seigneur, soient capables de rappeler prophétiquement que personne ne se sauve tout seul.

Comme les Apôtres et les premiers chrétiens, nous disons nous aussi de toutes nos forces: « Il nous est impossible de nous taire sur ce que nous avons vu et entendu » (Ac 4, 20). Tout ce que nous avons reçu, tout ce que le Seigneur nous a accordé au fur et à mesure, il nous l’a donné pour que nous le mettions en jeu et le donnions gratuitement aux autres. Comme les Apôtres qui ont vu, entendu et touché le salut de Jésus (cf. 1 Jn 1, 1-4), ainsi nous pouvons aujourd’hui toucher la chair souffrante et joyeuse du Christ dans l’histoire de chaque jour et nous encourager à partager avec tous un destin d’espérance, cette caractéristique indubitable qui naît du fait de nous savoir accompagnés par le Seigneur. Comme chrétiens nous ne pouvons pas garder le Seigneur pour nous-mêmes : la mission évangélisatrice de l’Église exprime sa valeur complète et publique dans la transformation du monde et dans la sauvegarde de la création.

Une invitation à chacun de nous

Le thème de la Journée Mondiale des Missions de cette année, « Il nous est impossible de nous taire sur ce que nous avons vu et entendu » (Ac 4, 20), est une invitation à chacun d’entre nous à "assumer cette charge" et à faire connaître ce que nous avons dans le cœur. Cette mission est et a toujours été l’identité de l’Église : «Elle existe pour évangéliser» (S. Paul VI, Exhort. ap. Evangelii nuntiandi, n. 14). Notre vie de foi s’affaiblit, perd prophétie et capacité d’émerveillement et de gratitude dans l’isolement personnel ou en s’enfermant en petits groupes. Par sa propre dynamique, elle exige une ouverture croissante capable d’atteindre et d’embrasser tout le monde. Les premiers chrétiens, loin de céder à la tentation de s’enfermer dans une élite, ont été attirés par le Seigneur et par la vie nouvelle qu’il offrait pour aller parmi les nations et témoigner de ce qu’ils avaient vu et entendu : le Règne de Dieu est tout proche. Ils l’ont fait avec la générosité, la gratitude et la noblesse de ceux qui sèment en sachant que d’autres mangeront le fruit de leur engagement et de leur sacrifice. C’est pourquoi j’aime penser que « même les plus fragiles, les plus limités et les plus blessés peuvent être [missionnaires] à leur manière, parce qu’il faut toujours laisser le bien se communiquer, même s’il coexiste avec de nombreuses fragilités» (Exhort. ap. postsin. Chritus vivit, n. 239).

En la Journée Mondiale des Missions, qui se célèbre chaque année le avant-dernier dimanche d’octobre, nous nous souvenons avec reconnaissance de toutes les personnes dont le témoignage de vie nous aide à renouveler notre engagement baptismal à être des apôtres généreux et joyeux de l’Évangile. Nous nous souvenons en particulier de ceux qui ont été capables de se mettre en chemin, de quitter leur terre et leur famille pour que l’Évangile puisse atteindre sans délai et sans crainte les peuples et les villes les plus éloignés où tant de vies sont assoiffées de bénédiction.

Contempler leur témoignage missionnaire nous encourage à être courageux et à prier avec insistance le « maître de la moisson d’envoyer des ouvriers pour sa moisson » (Lc 10, 2). En effet nous sommes conscients que la vocation à la mission n’est pas quelque chose du passé ou un souvenir romantique d’autrefois. Aujourd’hui, Jésus a besoin de cœurs capables de vivre leur vocation comme une véritable histoire d’amour, qui les fasse sortir aux périphéries du monde et devenir des messagers et des instruments de compassion. Et c’est un appel qu’il adresse à tous, même si ce n’est pas de la même manière. Rappelons-nous qu’il y a des périphéries qui sont proches de nous, au centre d’une ville, ou dans sa propre famille. Il y a aussi un aspect d’ouverture universelle de l’amour qui n’est pas géographique mais existentiel. Toujours, mais spécialement en ces temps de pandémie, il est important de développer la capacité quotidienne d’élargir notre cercle, d’atteindre ceux qui spontanément nous ne sentirions pas comme faisant partie de "nos centre d’intérêts", même s’ils sont proches de nous. (cf. Lettre enc. Fratelli tutti, n. 97). Vivre la mission, c’est s’aventurer à développer les sentiments mêmes du Christ Jésus et croire avec lui que celui qui est à mes côtés est aussi mon frère et ma sœur. Que son amour de compassion réveille aussi notre cœur et nous rende tous disciples missionnaires.

Que Marie, la première disciple missionnaire, fasse croître chez tous les baptisés le désir d’être sel et lumière sur nos terres (cf. Mt 5, 13-14).

Saint Jean de Latran, 6 janvier 2021, Solennité de l’Épiphanie du Seigneur.

FRANÇOIS

Traduzione in lingua inglese

“We cannot but speak about what we have seen and heard” (Acts 4:20)

Dear Brothers and Sisters,

Once we experience the power of God’s love, and recognize his fatherly presence in our personal and community life, we cannot help but proclaim and share what we have seen and heard. Jesus’ relationship with his disciples and his humanity, as revealed to us in the mystery of his Incarnation, Gospel and Paschal Mystery, shows us the extent to which God loves our humanity and makes his own our joys and sufferings, our hopes and our concerns (cf. Gaudium et Spes, 22). Everything about Christ reminds us that he knows well our world and its need for redemption, and calls us to become actively engaged in this mission: “Go therefore to the highways and byways, and invite everyone you find” (Mt 22:9). No one is excluded, no one need feel distant or removed from this compassionate love.

The experience of the Apostles

The history of evangelization began with the Lord’s own passionate desire to call and enter into friendly dialogue with everyone, just as they are (cf. Jn 15:12-17). The Apostles are the first to tell us this; they remembered even the day and the hour when they first met him: “It was about four o’clock in the afternoon” (Jn 1:39). Experiencing the Lord’s friendship, watching him cure the sick, dine with sinners, feed the hungry, draw near to the outcast, touch the unclean, identify with the needy, propose the Beatitudes and teach in a new and authoritative way, left an indelible mark on them, awakening amazement, expansive joy and a profound sense of gratitude. The prophet Jeremiah describes this experience as one of a consuming awareness of the Lord’s active presence in our heart, impelling us to mission, regardless of the sacrifices and misunderstandings it may entail (cf. 20:7-9). Love is always on the move, and inspires us to share a wonderful and hope-filled message: “We have found the Messiah” (Jn 1:41).

With Jesus, we too have seen, heard and experienced that things can be different. Even now, he has inaugurated future times, reminding us of an often forgotten dimension of our humanity, namely, that “we were created for a fulfilment that can only be found in love” (Fratelli Tutti, 68). A future that awakens a faith capable of inspiring new initiatives and shaping communities of men and women who, by learning to accept their own frailty and that of others, promote fraternity and social friendship (cf. ibid., 67). The ecclesial community reveals its splendour whenever it recalls with gratitude that the Lord loved us first (cf. 1 Jn 4:19). “The loving predilection of the Lord surprises us, and surprise by its very nature cannot be owned or imposed by us… Only in this way can the miracle of gratuitousness, the gratuitous gift of self, blossom. Nor can missionary fervour ever be obtained as a result of reasoning or calculation. To be ‘in a state of mission’ is a reflection of gratitude” (Message to the Pontifical Mission Societies, 21 May 2020).

Even so, things were not always easy. The first Christians began the life of faith amid hostility and hardship. Experiences of marginalization and imprisonment combined with internal and external struggles that seemed to contradict and even negate what they had seen and heard. Yet, rather than a difficulty or an obstacle leading them to step back or close in on themselves, those experiences impelled them to turn problems, conflicts and difficulties into opportunities for mission. Limitations and obstacles became a privileged occasion for anointing everything and everyone with the Spirit of the Lord. Nothing and no one was to be excluded from the message of liberation.

We have a vivid testimony to all this in the Acts of the Apostles, a book which missionary disciples always have within easy reach. There we read how the fragrance of the Gospel spread as it was preached, awakening the joy that the Spirit alone can bestow. The Book of Acts teaches us to endure hardship by clinging firmly to Christ, in order to grow in the “conviction that God is able to act in any circumstance, even amid apparent setbacks” and in the certainty that “all those who entrust themselves to God will bear good fruit” (Evangelii Gaudium, 279).

The same holds true for us: our own times are not easy. The pandemic has brought to the fore and amplified the pain, the solitude, the poverty and the injustices experienced by so many people. It has unmasked our false sense of security and revealed the brokenness and polarization quietly growing in our midst. Those who are most frail and vulnerable have come to feel even more so. We have experienced discouragement, disillusionment and fatigue; nor have we been immune from a growing negativity that stifles hope. For our part, however, “we do not proclaim ourselves, but Jesus Christ as Lord and ourselves as your slaves for Jesus’ sake” (2 Cor 4:5). As a result, in our communities and in our families, we can hear the powerful message of life that echoes in our hearts and proclaims: “He is not here, but has risen (Lk 24:6)! This message of hope shatters every form of determinism and, to those who let themselves be touched by it, bestows the freedom and boldness needed to rise up and seek with creativity every possible way to show compassion, the “sacramental” of God’s closeness to us, a closeness that abandons no one along the side of the road.

In these days of pandemic, when there is a temptation to disguise and justify indifference and apathy in the name of healthy social distancing, there is urgent need for the mission of compassion, which can make that necessary distancing an opportunity for encounter, care and promotion. “What we have seen and heard” (Acts 4:20), the mercy we have experienced, can thus become a point of reference and a source of credibility, enabling us to recover a shared passion for building “a community of belonging and solidarity worthy of our time, our energy and our resources (Fratelli Tutti, 36). The Lord’s word daily rescues and saves us from the excuses that can plunge us into the worst kind of skepticism: “Nothing changes, everything stays the same”. To those who wonder why they should give up their security, comforts and pleasures if they can see no important result, our answer will always remain the same: “Jesus Christ has triumphed over sin and death and is now almighty. Jesus Christ is truly alive” (Evangelii Gaudium, 275) and wants us to be alive, fraternal, and capable of cherishing and sharing this message of hope. In our present circumstances, there is an urgent need for missionaries of hope who, anointed by the Lord, can provide a prophetic reminder that no one is saved by himself.

Like the Apostles and the first Christians, we too can say with complete conviction: “We cannot but speak about what we have seen and heard” (Acts 4:20). Everything we have received from the Lord is meant to be put to good use and freely shared with others. Just as the Apostles saw, heard and touched the saving power of Jesus (cf. 1 Jn 1:1-4), we too can daily touch the sorrowful and glorious flesh of Christ. There we can find the courage to share with everyone we meet a destiny of hope, the sure knowledge that the Lord is ever at our side. As Christians, we cannot keep the Lord to ourselves: the Church’s evangelizing mission finds outward fulfilment in the transformation of our world and in the care of creation.

An invitation to each of us

The theme of this year’s World Mission Day – “We cannot but speak about what we have seen and heard” (Acts 4:20), is a summons to each of us to “own” and to bring to others what we bear in our hearts. This mission has always been the hallmark of the Church, for “she exists to evangelize” (SAINT PAUL VI, Evangelii Nuntiandi, 14). Our life of faith grows weak, loses its prophetic power and its ability to awaken amazement and gratitude when we become isolated and withdraw into little groups. By its very nature, the life of faith calls for a growing openness to embracing everyone, everywhere. The first Christians, far from yielding to the temptation to become an elite group, were inspired by the Lord and his offer of new life to go out among the nations and to bear witness to what they had seen and heard: the good news that the Kingdom of God is at hand. They did so with the generosity, gratitude and nobility typical of those who sow seeds in the knowledge that others will enjoy the fruit of their efforts and sacrifice. I like to think that “even those who are most frail, limited and troubled can be missionaries in their own way, for goodness can always be shared, even if it exists alongside many limitations” (Christus Vivit, 239).

On World Mission Day, which we celebrate each year on the penultimate Sunday of October, we recall with gratitude all those men and women who by their testimony of life help us to renew our baptismal commitment to be generous and joyful apostles of the Gospel. Let us remember especially all those who resolutely set out, leaving home and family behind, to bring the Gospel to all those places and people athirst for its saving message.

Contemplating their missionary witness, we are inspired to be courageous ourselves and to beg “the Lord of the harvest to send out labourers into his harvest” (Lk 10:2). We know that the call to mission is not a thing of the past, or a romantic leftover from earlier times. Today too Jesus needs hearts capable of experiencing vocation as a true love story that urges them to go forth to the peripheries of our world as messengers and agents of compassion. He addresses this call to everyone, and in different ways. We can think of the peripheries all around us, in the heart of our cities or our own families. Universal openness to love has a dimension that is not geographical but existential. Always, but especially in these times of pandemic, it is important to grow in our daily ability to widen our circle, to reach out to others who, albeit physically close to us, are not immediately part of our “circle of interests” (cf. Fratelli Tutti, 97). To be on mission is to be willing to think as Christ does, to believe with him that those around us are also my brothers and sisters. May his compassionate love touch our hearts and make us all true missionary disciples.

May Mary, the first missionary disciple, increase in all the baptized the desire to be salt and light in our lands (cf. Mt 5:13-14).

Rome, Saint John Lateran, 6 January 2021, Solemnity of the Epiphany of the Lord.

FRANCIS

Traduzione in lingua tedesca

»Wir können unmöglich schweigen über das, was wir gesehen und gehört haben« (Apg 4,20)

Liebe Brüder und Schwestern,

wenn wir die Macht der Liebe Gottes erfahren, wenn wir seine väterliche Gegenwart in unserem persönlichen und gemeinschaftlichen Leben erkennen, dann können wir nicht anders, als zu verkünden und weiterzugeben, was wir gesehen und gehört haben. Die Beziehung Jesu zu seinen Jüngern und seine Menschheit, die sich uns im Geheimnis der Menschwerdung, in seinem Evangelium und seinem Paschamysterium offenbart, zeigen uns, wie sehr Gott uns Menschen liebt und sich unsere Freuden und Leiden, unsere Sehnsüchte und Ängste zu eigen macht (vgl. Zweites Vatikanisches Konzil, Pastoralkonstitution Gaudium et spes, 22). Alles an Christus erinnert uns daran, dass ihm die Welt, in der wir leben, und ihre Erlösungsbedürftigkeit nicht fremd sind; er ruft uns auch dazu auf, dass wir uns als aktiver Teil dieser Sendung fühlen: »Geht also an die Kreuzungen der Straßen und ladet alle, die ihr trefft, [...] ein!« (Mt 22,9). Niemand ist fremd, niemand kann sich in Bezug auf diese mitfühlende Liebe fremd oder fern fühlen.

Die Erfahrung der Apostel

Die Geschichte der Evangelisierung beginnt mit einer leidenschaftlichen Suche des Herrn, der ruft und mit jedem Menschen dort, wo er ist, einen freundschaftlichen Dialog aufnehmen will (vgl. Joh 15,12-17). Die Apostel erzählen uns als erste davon, während sie sich sogar an den Tag und die Stunde erinnern, als sie ihm begegnet sind: »Es war um die zehnte Stunde« (Joh 1,39). Die Freundschaft mit dem Herrn, ihn zu sehen, wie er Kranke heilt, mit Sündern isst, Hungrige speist, sich Ausgeschlossenen nähert, Unreine berührt, sich mit den Bedürftigen identifiziert, zu den Seligpreisungen einlädt und auf eine neue Art und Weise mit Vollmacht lehrt – das hinterlässt einen unauslöschlichen Eindruck, der ein Staunen und eine offenherzige und ungezwungene Freude zu wecken vermag, die man nicht zurückhalten kann. Diese Erfahrung ist, wie der Prophet Jeremia sagte, das brennende Feuer seiner wirksamen Gegenwart in unseren Herzen, das uns zur Mission antreibt, obwohl dies mitunter mit Opfern und Missverständnissen verbunden ist (vgl. 20,7-9). Die Liebe ist immer in Bewegung und setzt uns in Bewegung, um die schönste Botschaft und Quelle der Hoffnung weiterzugeben: »Wir haben den Messias gefunden« (Joh 1,41).

Mit Jesus haben wir gesehen, gehört und erfahren, dass es auch anders gehen kann. Schon heute hat er die künftigen Zeiten eingeleitet, da er uns an ein Wesensmerkmal unseres Menschseins erinnert, das sehr oft vergessen wird: »Wir sind für die Fülle geschaffen, die man nur in der Liebe erlangt« (Enzyklika Fratelli tutti, 68). Neue Zeiten, die einen Glauben wecken, der imstande ist, Initiativen anzustoßen und Gemeinschaften zu gestalten, angefangen bei Männern und Frauen, die lernen, ihre eigene Zerbrechlichkeit und die der anderen auf sich zu nehmen, indem sie die Geschwisterlichkeit und soziale Freundschaft fördern (vgl. ebd., 67). Die kirchliche Gemeinschaft zeigt ihre Schönheit immer, wenn sie sich in Dankbarkeit daran erinnert, dass der Herr uns zuerst geliebt hat (vgl. 1Joh 4,19). »Die besondere Liebe des Herrn überrascht uns, und das Staunen kann von seinem Wesen her von uns weder besessen noch erzwungen werden. […] Nur so kann das Wunder der Unentgeltlichkeit, der unentgeltlichen Selbsthingabe blühen. Auch den missionarischen Eifer kann man nie durch Erwägung oder Berechnung erlangen. Sich „in den Zustand der Mission“ zu versetzen ist ein Widerschein der Dankbarkeit« (Botschaft an die Päpstlichen Missionswerke, 21. Mai 2020).

Die Zeiten waren jedoch nicht einfach. Die ersten Christen begannen ihr Leben aus dem Glauben in einer feindseligen und schwierigen Umgebung. Geschichten von Ausgrenzung und Gefangenschaft waren verwoben mit inneren und äußeren Widerständen, die dem, was sie gesehen und gehört hatten, zu widersprechen und es sogar zu leugnen schienen. Aber anstatt eine Schwierigkeit oder Hürde darzustellen, die sie dazu hätte bringen können, sich zurückzuziehen oder sich zu verschließen, drängte sie dies dazu, jeden Nachteil, jeden Widerstand und jede Notlage in eine Gelegenheit zur Mission zu verwandeln. Auch Einschränkungen und Hindernisse wurden zu bevorzugten Orten, um alles und jeden mit dem Geist des Herrn zu salben. Nichts und niemand konnte von der befreienden Verkündigung unberührt bleiben.

Ein lebendiges Zeugnis von all dem finden wir in der Apostelgeschichte, einem Buch, das die missionarischen Jünger immer bei der Hand haben. Dieses Buch erzählt, wie sich der Duft des Evangeliums bei seinem Kommen verbreitete und es jene Freude weckte, die nur der Geist uns geben kann. Die Apostelgeschichte lehrt uns, uns in den Prüfungen an Christus festzuhalten; so reifen wir in der »Überzeugung, dass Gott in jeder Situation handeln kann, auch inmitten scheinbarer Misserfolge«, und in der Gewissheit, »dass sicher Frucht bringen wird (vgl. Joh 15,5), wer sich Gott aus Liebe darbringt und sich ihm hingibt« (Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 279).

So auch wir: Der gegenwärtige Moment der Geschichte ist keineswegs einfach. Die Situation der Pandemie hat den Schmerz, die Einsamkeit, die Armut und das Unrecht, unter denen bereits so viele litten, hervorgehoben und verstärkt; sie hat unsere falschen Sicherheiten sowie die Zersplitterung und Polarisierung, die uns lautlos zerreißen, entlarvt. Die ganz Schwachen und Schutzlosen haben ihre eigene Schutzlosigkeit und Schwäche noch mehr erfahren. Wir haben Entmutigung, Ernüchterung, Müdigkeit erlebt; die allgemein um sich greifende Verbitterung, die jede Hoffnung raubt, konnte sich sogar unserer Wahrnehmung bemächtigen. Wir jedoch, »wir verkünden […] nicht uns selbst, sondern Jesus Christus als den Herrn, uns aber als eure Knechte um Jesu willen« (2Kor 4,5). Deshalb hören wir in unseren Gemeinschaften und in unseren Familien das Wort des Lebens erklingen, das in unseren Herzen widerhallt und uns sagt: »Er ist nicht hier, sondern er ist auferstanden« (Lk 24,6). Es ist ein Wort der Hoffnung, das jeden Determinismus durchbricht; allen, die sich davon berühren lassen, schenkt es die Freiheit und den Mut, die notwendig sind, um aufzustehen und kreativ alle erdenklichen Wege zu suchen, um die Barmherzigkeit zu leben, das „Sakramentale“ der Nähe Gottes zu uns, der niemanden am Straßenrand liegen lässt. In dieser Zeit der Pandemie ist angesichts der Versuchung, die Gleichgültigkeit und Teilnahmslosigkeit im Namen eines angebrachten Social Distancing zu kaschieren und zu rechtfertigen, eine Mission des Mitleidens dringend erforderlich, welche die notwendige Distanz zu einem Ort der Begegnung, der Fürsorge und der Förderung machen kann. »Das, was wir gesehen und gehört haben« (Apg 4,20), die Barmherzigkeit, die uns zuteilwurde, wird zu einem Bezugspunkt für unsere Glaubwürdigkeit, der es uns erlaubt, die »gemeinsame Leidenschaft [wiederzuerlangen, um] eine zusammenstehende und solidarische Gemeinschaft [zu schaffen], der man Zeit, Einsatz und Güter widmet« (Enzyklika Fratelli tutti, 36). Es ist sein Wort, das uns täglich erlöst und uns vor den Ausreden bewahrt, die uns dazu verleiten, uns in einem absolut feigen Skeptizismus zu verschließen: „Es ist alles beim Alten, es wird sich nichts ändern.“ Auf die Frage: „Wozu soll ich auf meine Sicherheiten, Annehmlichkeiten und Vergnügen verzichten, wenn ich kein bedeutendes Ergebnis sehen kann?“, bleibt die Antwort immer gleich: „Jesus Christus hat die Sünde und den Tod besiegt und ist voller Macht. Jesus Christus lebt wirklich (vgl. Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 275). Er möchte, dass auch wir leben, Geschwister sind und fähig, diese Hoffnung in uns aufzunehmen und weiterzugeben. In der gegenwärtigen Situation werden dringend Missionare der Hoffnung benötigt, die mit der Salbung des Herrn als Propheten uns daran zu erinnern vermögen, dass niemand sich allein rettet.

Wie die Apostel und die ersten Christen sagen auch wir mit all unseren Kräften: »Wir können unmöglich schweigen über das, was wir gesehen und gehört haben« (Apg 4,20). Alles, was wir empfangen haben, alles, was der Herr uns nach und nach zugedacht hat, das hat er uns gegeben, damit wir es einsetzen und den anderen selbstlos weiterschenken. Wie die Apostel das Heil Jesu sahen, hörten und berührten (vgl. 1Joh 1,1-4), so können wir heute das leidende und verherrlichte Fleisch Christi im Verlauf jeden Tages berühren und den Mut finden, mit allen eine hoffnungsvolle Zukunft zu teilen, jenes unbezweifelbare Merkmal, das dem Wissen entspringt, dass der Herr uns begleitet. Als Christen können wir den Herrn nicht für uns selbst behalten: Die Sendung der Kirche zur Evangelisierung bringt ihre umfassende und öffentliche Bedeutung in der Verwandlung der Welt und in der Sorge für die Schöpfung zum Ausdruck.

Eine Einladung an jeden Einzelnen von uns

Das Thema des diesjährigen Weltmissionstages »Wir können unmöglich schweigen über das, was wir gesehen und gehört haben« (Apg 4,20) ist eine Einladung an jeden von uns, „sich darum zu kümmern“ und bekannt zu machen, was wir im Herzen tragen. Diese Sendung ist und war immer die Identität der Kirche: »Sie ist da, um zu evangelisieren« (hl. Paul VI., Apostolisches Schreiben Evangelii nuntiandi, 14). Unser Leben aus dem Glauben wird geschwächt, es verliert die Prophetie und die Fähigkeit zum Staunen und zur Dankbarkeit, wenn es sich in persönlicher Abschottung oder in kleinen Gruppen verschließt; schon wegen seiner eigenen Dynamik verlangt es eine zunehmende Offenheit, die auf alle zugehen und sie umarmen kann. Die ersten Christen waren weit davon entfernt, der Versuchung nachzugeben, sich in eine Elite einzuschließen; sie wurden vom Herrn und von dem neuen Leben angezogen, das er anbot, nämlich zu den Völkern zu gehen und zu bezeugen, was sie gesehen und gehört hatten: Das Reich Gottes ist nahe. Sie taten dies mit der Hingabe, der Dankbarkeit und dem Edelmut derer, die säen im Wissen, dass andere die Früchte ihres Einsatzes und Opfers genießen werden. Daher denke ich gerne: »Auch die Schwächsten, Benachteiligten und Verwundeten können [auf ihre Weise Missionare] sein, denn man muss immer zulassen, dass das Gute mitgeteilt wird, selbst wenn es zusammen mit vielen Schwächen besteht« (Nachsynodales Apostolisches Schreiben Christus vivit, 239).

Am Weltmissionstag, der jedes Jahr am vorletztern Sonntag im Oktober gefeiert wird, denken wir dankbar an alle Menschen, die uns durch ihr Lebenszeugnis helfen, unsere in der Taufe übernommene Verpflichtung zu erneuern, offenherzige und fröhliche Apostel des Evangeliums zu sein. Wir denken besonders an alle, die sich auf den Weg gemacht und Land und Familie verlassen haben, damit das Evangelium unverzüglich und ungehemmt die Orte von Völkern und Städten erreichen konnte, in denen viele Menschen nach Segen dürsten.

Wenn wir ihr missionarisches Zeugnis betrachten, so spornt uns dies an, mutig zu sein und eindringlich »den Herrn der Ernte« zu bitten, »Arbeiter für seine Ernte auszusenden« (Lk 10,2). Wir sind uns nämlich bewusst, dass die Berufung zur Mission nicht der Vergangenheit angehört oder eine romantische Erinnerung an frühere Zeiten ist. Heute braucht Jesus Herzen, welche die Berufung als eine echte Liebesgeschichte zu leben fähig sind, die sie dazu bringt, an die Peripherien der Welt zu gehen und Boten und Werkzeuge des Mitleidens zu werden. Und es ist ein Ruf, den er an alle richtet, wenn auch nicht auf dieselbe Weise. Denken wir daran, dass es Peripherien in unserer Nähe gibt, im Zentrum einer Stadt oder in der eigenen Familie. Es gibt auch einen Aspekt der universalen Offenheit der Liebe, der nicht geographischer, sondern existentieller Natur ist. Immer, besonders aber in diesen Zeiten der Pandemie, ist es wichtig, unsere tägliche Fähigkeit zu steigern, unseren Kreis zu erweitern und die zu erreichen, die ich nicht unmittelbar als Teil „meiner Interessenswelt“ sehe, obwohl sie mir nahe sind (vgl. Enzyklika Fratelli tutti, 97). Die Mission zu leben bedeutet, sich darauf einzulassen, die gleiche Gesinnung wie Christus Jesus zu pflegen und mit ihm zu glauben, dass der Mensch neben mir auch mein Bruder oder meine Schwester ist. Möge die mitfühlende Liebe Jesu Christi auch unser Herz aufrütteln und uns alle zu missionarischen Jüngern machen.

Maria, die erste missionarische Jüngerin, lasse in allen Getauften den Wunsch wachsen, Salz und Licht in unseren Ländern zu sein (vgl. Mt 5,13-14).

Rom, Sankt Johannes im Lateran, am 6. Januar 2021, Hochfest Erscheinung des Herrn.

FRANZISKUS

Traduzione in lingua spagnola

«No podemos dejar de hablar de lo que hemos visto y oído» (Hch 4,20)

Queridos hermanos y hermanas:

Cuando experimentamos la fuerza del amor de Dios, cuando reconocemos su presencia de Padre en nuestra vida personal y comunitaria, no podemos dejar de anunciar y compartir lo que hemos visto y oído. La relación de Jesús con sus discípulos, su humanidad que se nos revela en el misterio de la encarnación, en su Evangelio y en su Pascua nos hacen ver hasta qué punto Dios ama nuestra humanidad y hace suyos nuestros gozos y sufrimientos, nuestros deseos y nuestras angustias (cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. past. Gaudium et spes, 22). Todo en Cristo nos recuerda que el mundo en el que vivimos y su necesidad de redención no le es ajena y nos convoca también a sentirnos parte activa de esta misión: «Salgan al cruce de los caminos e inviten a todos los que encuentren» (Mt 22,9). Nadie es ajeno, nadie puede sentirse extraño o lejano a este amor de compasión.

La experiencia de los apóstoles

La historia de la evangelización comienza con una búsqueda apasionada del Señor que llama y quiere entablar con cada persona, allí donde se encuentra, un diálogo de amistad (cf. Jn 15,12-17). Los apóstoles son los primeros en dar cuenta de eso, hasta recuerdan el día y la hora en que fueron encontrados: «Era alrededor de las cuatro de la tarde» (Jn 1,39). La amistad con el Señor, verlo curar a los enfermos, comer con los pecadores, alimentar a los hambrientos, acercarse a los excluidos, tocar a los impuros, identificarse con los necesitados, invitar a las bienaventuranzas, enseñar de una manera nueva y llena de autoridad, deja una huella imborrable, capaz de suscitar el asombro, y una alegría expansiva y gratuita que no se puede contener. Como decía el profeta Jeremías, esta experiencia es el fuego ardiente de su presencia activa en nuestro corazón que nos impulsa a la misión, aunque a veces comporte sacrificios e incomprensiones (cf. 20,7-9). El amor siempre está en movimiento y nos pone en movimiento para compartir el anuncio más hermoso y esperanzador: «Hemos encontrado al Mesías» (Jn 1,41).

Con Jesús hemos visto, oído y palpado que las cosas pueden ser diferentes. Él inauguró, ya para hoy, los tiempos por venir recordándonos una característica esencial de nuestro ser humanos, tantas veces olvidada: «Hemos sido hechos para la plenitud que sólo se alcanza en el amor» (Carta enc. Fratelli tutti, 68). Tiempos nuevos que suscitan una fe capaz de impulsar iniciativas y forjar comunidades a partir de hombres y mujeres que aprenden a hacerse cargo de la fragilidad propia y la de los demás, promoviendo la fraternidad y la amistad social (cf. ibíd., 67). La comunidad eclesial muestra su belleza cada vez que recuerda con gratitud que el Señor nos amó primero (cf. 1 Jn 4,19). Esa «predilección amorosa del Señor nos sorprende, y el asombro —por su propia naturaleza— no podemos poseerlo por nosotros mismos ni imponerlo. […] Sólo así puede florecer el milagro de la gratuidad, el don gratuito de sí. Tampoco el fervor misionero puede obtenerse como consecuencia de un razonamiento o de un cálculo. Ponerse en “estado de misión” es un efecto del agradecimiento» (Mensaje a las Obras Misionales Pontificias, 21 mayo 2020).

Sin embargo, los tiempos no eran fáciles; los primeros cristianos comenzaron su vida de fe en un ambiente hostil y complicado. Historias de postergaciones y encierros se cruzaban con resistencias internas y externas que parecían contradecir y hasta negar lo que habían visto y oído; pero eso, lejos de ser una dificultad u obstáculo que los llevara a replegarse o ensimismarse, los impulsó a transformar todos los inconvenientes, contradicciones y dificultades en una oportunidad para la misión. Los límites e impedimentos se volvieron también un lugar privilegiado para ungir todo y a todos con el Espíritu del Señor. Nada ni nadie podía quedar ajeno a ese anuncio liberador.

Tenemos el testimonio vivo de todo esto en los Hechos de los Apóstoles, libro de cabecera de los discípulos misioneros. Es el libro que recoge cómo el perfume del Evangelio fue calando a su paso y suscitando la alegría que sólo el Espíritu nos puede regalar. El libro de los Hechos de los Apóstoles nos enseña a vivir las pruebas abrazándonos a Cristo, para madurar la «convicción de que Dios puede actuar en cualquier circunstancia, también en medio de aparentes fracasos» y la certeza de que «quien se ofrece y entrega a Dios por amor seguramente será fecundo» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 279).

Así también nosotros: tampoco es fácil el momento actual de nuestra historia. La situación de la pandemia evidenció y amplificó el dolor, la soledad, la pobreza y las injusticias que ya tantos padecían y puso al descubierto nuestras falsas seguridades y las fragmentaciones y polarizaciones que silenciosamente nos laceran. Los más frágiles y vulnerables experimentaron aún más su vulnerabilidad y fragilidad. Hemos experimentado el desánimo, el desencanto, el cansancio, y hasta la amargura conformista y desesperanzadora pudo apoderarse de nuestras miradas. Pero nosotros «no nos anunciamos a nosotros mismos, sino a Jesús como Cristo y Señor, pues no somos más que servidores de ustedes por causa de Jesús» (2 Co 4,5). Por eso sentimos resonar en nuestras comunidades y hogares la Palabra de vida que se hace eco en nuestros corazones y nos dice: «No está aquí: ¡ha resucitado!» (Lc 24,6); Palabra de esperanza que rompe todo determinismo y, para aquellos que se dejan tocar, regala la libertad y la audacia necesarias para ponerse de pie y buscar creativamente todas las maneras posibles de vivir la compasión, ese “sacramental” de la cercanía de Dios con nosotros que no abandona a nadie al borde del camino. En este tiempo de pandemia, ante la tentación de enmascarar y justificar la indiferencia y la apatía en nombre del sano distanciamiento social, urge la misión de la compasión capaz de hacer de la necesaria distancia un lugar de encuentro, de cuidado y de promoción. «Lo que hemos visto y oído» (Hch 4,20), la misericordia con la que hemos sido tratados, se transforma en el punto de referencia y de credibilidad que nos permite recuperar la pasión compartida por crear «una comunidad de pertenencia y solidaridad, a la cual destinar tiempo, esfuerzo y bienes» (Carta enc. Fratelli tutti, 36). Es su Palabra la que cotidianamente nos redime y nos salva de las excusas que llevan a encerrarnos en el más vil de los escepticismos: “todo da igual, nada va a cambiar”. Y frente a la pregunta: “¿para qué me voy a privar de mis seguridades, comodidades y placeres si no voy a ver ningún resultado importante?”, la respuesta permanece siempre la misma: «Jesucristo ha triunfado sobre el pecado y la muerte y está lleno de poder. Jesucristo verdaderamente vive» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 275) y nos quiere también vivos, fraternos y capaces de hospedar y compartir esta esperanza. En el contexto actual urgen misioneros de esperanza que, ungidos por el Señor, sean capaces de recordar proféticamente que nadie se salva por sí solo.

Al igual que los apóstoles y los primeros cristianos, también nosotros decimos con todas nuestras fuerzas: «No podemos dejar de hablar de lo que hemos visto y oído» (Hch 4,20). Todo lo que hemos recibido, todo lo que el Señor nos ha ido concediendo, nos lo ha regalado para que lo pongamos en juego y se lo regalemos gratuitamente a los demás. Como los apóstoles que han visto, oído y tocado la salvación de Jesús (cf. 1 Jn 1,1-4), así nosotros hoy podemos palpar la carne sufriente y gloriosa de Cristo en la historia de cada día y animarnos a compartir con todos un destino de esperanza, esa nota indiscutible que nace de sabernos acompañados por el Señor. Los cristianos no podemos reservar al Señor para nosotros mismos: la misión evangelizadora de la Iglesia expresa su implicación total y pública en la transformación del mundo y en la custodia de la creación.

Una invitación a cada uno de nosotros

El lema de la Jornada Mundial de las Misiones de este año, «No podemos dejar de hablar de lo que hemos visto y oído» (Hch 4,20), es una invitación a cada uno de nosotros a “hacernos cargo” y dar a conocer aquello que tenemos en el corazón. Esta misión es y ha sido siempre la identidad de la Iglesia: «Ella existe para evangelizar» (S. Pablo VI, Exhort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). Nuestra vida de fe se debilita, pierde profecía y capacidad de asombro y gratitud en el aislamiento personal o encerrándose en pequeños grupos; por su propia dinámica exige una creciente apertura capaz de llegar y abrazar a todos. Los primeros cristianos, lejos de ser seducidos para recluirse en una élite, fueron atraídos por el Señor y por la vida nueva que ofrecía para ir entre las gentes y testimoniar lo que habían visto y oído: el Reino de Dios está cerca. Lo hicieron con la generosidad, la gratitud y la nobleza propias de aquellos que siembran sabiendo que otros comerán el fruto de su entrega y sacrificio. Por eso me gusta pensar que «aun los más débiles, limitados y heridos pueden ser misioneros a su manera, porque siempre hay que permitir que el bien se comunique, aunque conviva con muchas fragilidades» (Exhort. ap. postsin. Christus vivit, 239).

En la Jornada Mundial de las Misiones, que se celebra cada año el penúltimo domingo de octubre, recordamos agradecidamente a todas esas personas que, con su testimonio de vida, nos ayudan a renovar nuestro compromiso bautismal de ser apóstoles generosos y alegres del Evangelio. Recordamos especialmente a quienes fueron capaces de ponerse en camino, dejar su tierra y sus hogares para que el Evangelio pueda alcanzar sin demoras y sin miedos esos rincones de pueblos y ciudades donde tantas vidas se encuentran sedientas de bendición.

Contemplar su testimonio misionero nos anima a ser valientes y a pedir con insistencia «al dueño que envíe trabajadores para su cosecha» (Lc 10,2), porque somos conscientes de que la vocación a la misión no es algo del pasado o un recuerdo romántico de otros tiempos. Hoy, Jesús necesita corazones que sean capaces de vivir su vocación como una verdadera historia de amor, que les haga salir a las periferias del mundo y convertirse en mensajeros e instrumentos de compasión. Y es un llamado que Él nos hace a todos, aunque no de la misma manera. Recordemos que hay periferias que están cerca de nosotros, en el centro de una ciudad, o en la propia familia. También hay un aspecto de la apertura universal del amor que no es geográfico sino existencial. Siempre, pero especialmente en estos tiempos de pandemia es importante ampliar la capacidad cotidiana de ensanchar nuestros círculos, de llegar a aquellos que espontáneamente no los sentiríamos parte de “mi mundo de intereses”, aunque estén cerca nuestro (cf. Carta enc. Fratelli tutti, 97). Vivir la misión es aventurarse a desarrollar los mismos sentimientos de Cristo Jesús y creer con Él que quien está a mi lado es también mi hermano y mi hermana. Que su amor de compasión despierte también nuestro corazón y nos vuelva a todos discípulos misioneros.

Que María, la primera discípula misionera, haga crecer en todos los bautizados el deseo de ser sal y luz en nuestras tierras (cf. Mt 5,13-14).

Roma, San Juan de Letrán, 6 de enero de 2021, Solemnidad de la Epifanía del Señor.

FRANCISCO

Traduzione in língua portoghese

«Não podemos deixar de afirmar o que vimos e ouvimos» (At 4, 20)

Queridos irmãos e irmãs!

Quando experimentamos a força do amor de Deus, quando reconhecemos a sua presença de Pai na nossa vida pessoal e comunitária, não podemos deixar de anunciar e partilhar o que vimos e ouvimos. A relação de Jesus com os seus discípulos, a sua humanidade que nos é revelada no mistério da Encarnação, no seu Evangelho e na sua Páscoa mostram-nos até que ponto Deus ama a nossa humanidade e assume as nossas alegrias e sofrimentos, os nossos anseios e angústias (cf. Conc. Ecum. Vat II, Const. past. Gaudium et spes, 22). Tudo, em Cristo, nos lembra que o mundo em que vivemos e a sua necessidade de redenção não Lhe são estranhos e também nos chama a sentirmo-nos parte ativa desta missão: «Ide às saídas dos caminhos e convidai todos quantos encontrardes» (cf. Mt 22, 9). Ninguém é estranho, ninguém pode sentir-se estranho ou afastado deste amor de compaixão.

A experiência dos Apóstolos

A história da evangelização tem início com uma busca apaixonada do Senhor, que chama e quer estabelecer com cada pessoa, onde quer que esteja, um diálogo de amizade (cf. Jo 15, 12-17). Os Apóstolos são os primeiros que nos referem isso, lembrando inclusive a hora do dia em que O encontraram: «Eram as quatro da tarde» (Jo 1, 39). A amizade com o Senhor, vê-Lo curar os doentes, comer com os pecadores, alimentar os famintos, aproximar-Se dos excluídos, tocar os impuros, identificar-Se com os necessitados, fazer apelo às bem-aventuranças, ensinar de maneira nova e cheia de autoridade, deixa uma marca indelével, capaz de suscitar admiração e uma alegria expansiva e gratuita que não se pode conter. Como dizia o profeta Jeremias, esta experiência é o fogo ardente da sua presença ativa no nosso coração que nos impele à missão, mesmo que às vezes implique sacrifícios e incompreensões (cf. 20, 7-9). O amor está sempre em movimento e põe-nos em movimento, para partilhar o anúncio mais belo e promissor: «Encontramos o Messias» (Jo 1, 41).

Com Jesus, vimos, ouvimos e constatamos que as coisas podem mudar. Ele inaugurou – já para os dias de hoje – os tempos futuros, recordando-nos uma caraterística essencial do nosso ser humano, tantas vezes esquecida: «fomos criados para a plenitude, que só se alcança no amor» (Francisco, Carta enc. Fratelli tutti, 68). Tempos novos, que suscitam uma fé capaz de estimular iniciativas e plasmar comunidades a partir de homens e mulheres que aprendem a ocupar-se da fragilidade própria e dos outros (cf. ibid., 67), promovendo a fraternidade e a amizade social. A comunidade eclesial mostra a sua beleza, sempre que se lembra, com gratidão, que o Senhor nos amou primeiro (cf. 1 Jo 4, 19). Esta «predileção amorosa do Senhor surpreende-nos e gera maravilha; esta, por sua natureza, não pode ser possuída nem imposta por nós. (…) Só assim pode florir o milagre da gratuidade, do dom gratuito de si mesmo. O próprio ardor missionário nunca se pode obter em consequência dum raciocínio ou dum cálculo. Colocar-se “em estado de missão” é um reflexo da gratidão» (Francisco, Mensagem às Pontifícias Obras Missionárias, 21 de maio de 2020).

E, no entanto, os tempos não eram fáceis; os primeiros cristãos começaram a sua vida de fé num ambiente hostil e árduo. Histórias de marginalização e prisão entrelaçavam-se com resistências internas e externas, que pareciam contradizer e até negar o que tinham visto e ouvido; mas isso, em vez de ser uma dificuldade ou um obstáculo que poderia levá-los a retrair-se ou fechar-se em si mesmos, impeliu-os a transformar cada incómodo, contrariedade e dificuldade em oportunidade para a missão. Os próprios limites e impedimentos tornaram-se um lugar privilegiado para ungir, tudo e todos, com o Espírito do Senhor. Nada e ninguém podia permanecer alheio ao anúncio libertador.

Possuímos o testemunho vivo de tudo isto nos Atos dos Apóstolos, livro que os discípulos missionários sempre têm à mão. É o livro que mostra como o perfume do Evangelho se difundiu à passagem deles, suscitando aquela alegria que só o Espírito nos pode dar. O livro dos Atos dos Apóstolos ensina-nos a viver as provações unindo-nos a Cristo, para maturar a «convicção de que Deus pode atuar em qualquer circunstância, mesmo no meio de aparentes fracassos», e a certeza de que «a pessoa que se oferece e entrega a Deus por amor, seguramente será fecunda (cf. Jo 15, 5)» (Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 279).

O mesmo se passa connosco: o momento histórico atual também não é fácil. A situação da pandemia evidenciou e aumentou o sofrimento, a solidão, a pobreza e as injustiças de que já tantos padeciam, e desmascarou as nossas falsas seguranças e as fragmentações e polarizações que nos dilaceram silenciosamente. Os mais frágeis e vulneráveis sentiram ainda mais a sua vulnerabilidade e fragilidade. Experimentamos o desânimo, a deceção, o cansaço; e até a amargura conformista, que tira a esperança, se apoderou do nosso olhar. Nós, porém, «não nos pregamos a nós mesmos, mas a Cristo Jesus, o Senhor, e nos consideramos vossos servos por amor de Jesus» (2 Cor 4, 5). Por isso ouvimos ressoar nas nossas comunidades e famílias a Palavra de vida que ecoa nos nossos corações dizendo: «Não está aqui; ressuscitou» (Lc 24, 6); uma Palavra de esperança, que desfaz qualquer determinismo e, a quantos se deixam tocar por ela, dá a liberdade e a audácia necessárias para se levantar e procurar, criativamente, todas as formas possíveis de viver a compaixão, «sacramental» da proximidade de Deus para connosco que não abandona ninguém na beira da estrada. Neste tempo de pandemia, perante a tentação de mascarar e justificar a indiferença e a apatia em nome dum sadio distanciamento social, é urgente a missão da compaixão, capaz de fazer da distância necessária um lugar de encontro, cuidado e promoção. «O que vimos e ouvimos» (At 4, 20), a misericórdia com que fomos tratados, transforma-se no ponto de referimento e credibilidade que nos permite recuperar e partilhar a paixão por criar «uma comunidade de pertença e solidariedade, à qual saibamos destinar tempo, esforço e bens» (Francisco, Carta enc. Fratelli tutti, 36). É a sua Palavra que diariamente nos redime e salva das desculpas que levam a fechar-nos no mais vil dos ceticismos: «Tanto faz; nada mudará!» Pois, à pergunta «para que hei de privar-me das minhas seguranças, comodidades e prazeres, se não vou ver qualquer resultado importante», a resposta é sempre a mesma: «Jesus Cristo triunfou sobre o pecado e a morte e possui todo o poder. Jesus Cristo vive verdadeiramente» (Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 275) e, também a nós, nos quer vivos, fraternos e capazes de acolher e partilhar esta esperança. No contexto atual, há urgente necessidade de missionários de esperança que, ungidos pelo Senhor, sejam capazes de lembrar profeticamente que ninguém se salva sozinho.

Como os apóstolos e os primeiros cristãos, também nós exclamamos com todas as nossas forças: «não podemos deixar de afirmar o que vimos e ouvimos» (At 4, 20). Tudo o que recebemos, tudo aquilo que o Senhor nos tem concedido, ofereceu-no-lo para o pormos a render doando-o gratuitamente aos outros. Como os apóstolos que viram, ouviram e tocaram a salvação de Jesus (cf. 1 Jo 1, 1-4), também nós, hoje, podemos tocar a carne sofredora e gloriosa de Cristo na história de cada dia e encontrar coragem para partilhar com todos um destino de esperança, esse traço indubitável que provém de saber que estamos acompanhados pelo Senhor. Como cristãos, não podemos reservar o Senhor para nós mesmos: a missão evangelizadora da Igreja exprime a sua valência integral e pública na transformação do mundo e na salvaguarda da criação.

Um convite a cada um de nós

O tema do Dia Mundial das Missões deste ano – «não podemos deixar de afirmar o que vimos e ouvimos» (At 4, 20) – é um convite dirigido a cada um de nós para cuidar e dar a conhecer aquilo que tem no coração. Esta missão é, e sempre foi, a identidade da Igreja: «ela existe para evangelizar» (São Paulo VI, Exort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). No isolamento pessoal ou fechando-se em pequenos grupos, a nossa vida de fé esmorece, perde profecia e capacidade de encanto e gratidão; por sua própria dinâmica, exige uma abertura crescente, capaz de alcançar e abraçar a todos. Atraídos pelo Senhor e a vida nova que oferecia, os primeiros cristãos, em vez de cederem à tentação de se fechar numa elite, foram ao encontro dos povos para testemunhar o que viram e ouviram: o Reino de Deus está próximo. Fizeram-no com a generosidade, gratidão e nobreza próprias das pessoas que semeiam, sabendo que outros comerão o fruto da sua dedicação e sacrifício. Por isso apraz-me pensar que «mesmo os mais frágeis, limitados e feridos podem [ser missionários] à sua maneira, porque sempre devemos permitir que o bem seja comunicado, embora coexista com muitas fragilidades» (Francisco, Exort. ap. pós-sinodal Christus vivit, 239).

No Dia Mundial das Missões que se celebra anualmente no penúltimo domingo de outubro, recordamos com gratidão todas as pessoas, cujo testemunho de vida nos ajuda a renovar o nosso compromisso batismal de ser apóstolos generosos e jubilosos do Evangelho. Lembramos especialmente aqueles que foram capazes de partir, deixar terra e família para que o Evangelho pudesse atingir sem demora e sem medo aqueles ângulos de aldeias e cidades onde tantas vidas estão sedentas de bênção.

Contemplar o seu testemunho missionário impele-nos a ser corajosos e a pedir, com insistência, «ao dono da messe que mande trabalhadores para a sua messe» (Lc 10, 2), cientes de que a vocação para a missão não é algo do passado nem uma recordação romântica de outrora. Hoje, Jesus precisa de corações que sejam capazes de viver a vocação como uma verdadeira história de amor, que os faça sair para as periferias do mundo e tornar-se mensageiros e instrumentos de compaixão. E esta chamada, fá-la a todos nós, embora não da mesma forma. Lembremo-nos que existem periferias que estão perto de nós, no centro duma cidade ou na própria família. Há também um aspeto da abertura universal do amor que não é geográfico, mas existencial. Sempre, mas especialmente nestes tempos de pandemia, é importante aumentar a capacidade diária de alargar os nossos círculos, chegar àqueles que, espontaneamente, não sentiria como parte do «meu mundo de interesses», embora estejam perto de nós (cf. Francisco, Carta enc. Fratelli tutti, 97). Viver a missão é aventurar-se no cultivo dos mesmos sentimentos de Cristo Jesus e, com Ele, acreditar que a pessoa ao meu lado é também meu irmão, minha irmã. Que o seu amor de compaixão desperte também o nosso e, a todos, nos torne discípulos missionários.

Maria, a primeira discípula missionária, faça crescer em todos os batizados o desejo de ser sal e luz nas nossas terras (cf. Mt 5, 13-14).

Roma, em São João de Latrão, na Solenidade da Epifania do Senhor, 6 de janeiro de 2021.

FRANCISCO

Traduzione in lingua polacca

„Nie możemy nie mówić tego, cośmy widzieli i słyszeli” (Dz 4, 20).

Drodzy bracia i siostry

Gdy doświadczamy mocy miłości Boga, gdy rozpoznajemy Jego ojcowską obecność w naszym życiu osobistym i wspólnotowym, nie możemy nie głosić i nie dzielić się tym, cośmy widzieli i usłyszeli. Relacja Jezusa z Jego uczniami, Jego człowieczeństwo, które objawia się nam w tajemnicy wcielenia, w Jego Ewangelii i w Jego tajemnicy paschalnej ukazują nam, jak bardzo Bóg miłuje nasze człowieczeństwo i czyni swoimi nasze radości i cierpienia, nasze pragnienia i niepokoje (por. SOBÓR WAT. II, Konst. duszpast. Gaudium et spes, 22). Wszystko w Chrystusie przypomina nam, że świat, w którym żyjemy i jego potrzeba odkupienia nie są Mu obce, a także wzywa nas, byśmy poczuli, że jesteśmy aktywną częścią tej misji: „Idźcie na rozstajne drogi i zaproście na ucztę wszystkich, których spotkacie” (Mt 22, 9). Nikt nie jest obcy, nikt nie może czuć się wyobcowany czy daleki od tej miłości współczucia.

Doświadczenie Apostołów

Historia ewangelizacji rozpoczyna się od namiętnego poszukiwania Pana, który powołuje i chce nawiązać dialog przyjaźni z każdą osobą, gdziekolwiek by się ona znajdowała (por. J 15, 12-17). Apostołowie mówią nam o tym jako pierwsi, pamiętając nawet dzień i godzinę, kiedy Go spotkali: „Było to około czwartej po południu” (J 1, 39). Przyjaźń z Panem, to, że widzieli Go uzdrawiającego chorych, jedzącego z grzesznikami, karmiącego głodnych, podchodzącego do wykluczonych, dotykającego nieczystych, utożsamiającego się z potrzebującymi, zapraszającego do błogosławieństw, uczącego w nowy, pełen władzy sposób, pozostawia niezatarte piętno, zdolne wzbudzać zadziwienie oraz wylewną i bezinteresowną radość, której nie można powstrzymać. Jak powiedział prorok Jeremiasz, doświadczenie to jest płonącym ogniem Jego czynnej obecności w naszych sercach, która przynagla nas do misji, nawet jeśli czasami wiąże się z poświęceniami i niezrozumieniem innych (por. 20, 7-9). Miłość jest zawsze dynamiczna i pobudza nas, by dzielić się najpiękniejszą wieścią, będącą źródłem nadziei: „znaleźliśmy Mesjasza” (J 1, 41).

Z Jezusem widzieliśmy, słyszeliśmy i dotykaliśmy, że sytuacja może wyglądać inaczej. Już dziś zainaugurował On czasy przyszłe, przypominając nam o zasadniczej, tak często zapominanej cesze charakterystycznej naszego bycia człowiekiem: „zostaliśmy stworzeni do pełni, którą można osiągnąć tylko w miłości” (Enc. Fratelli tutti, 68). Nowe czasy wymagają wiary zdolnej, by nadać rozmach inicjatywom i kształtowaniu wspólnot, poczynając od mężczyzn i kobiet, którzy uczą się brać odpowiedzialność za słabość własną i cudzą, promując braterstwo i przyjaźń społeczną (por. tamże, 67). Wspólnota kościelna ukazuje swoje piękno za każdym razem, gdy z wdzięcznością przypomina, że Pan pierwszy nas umiłował (por. 1 J 4, 19). „Szczególna miłość Pana zadziwia nas, a zadziwienia, ze swej natury, nie możemy zawłaszczyć ani nikomu narzucić. [...] Tylko w ten sposób może rozkwitać cud bezinteresowności, darmowego daru z siebie. Również zapału misyjnego nigdy nie można osiągnąć w wyniku rozumowania czy kalkulacji. Wejście «w stan misji» wynika z poczucia wdzięczności”. (Orędzie do Papieskich Dzieł Misyjnych, 21 maja 2020).

Czasy nie były jednak łatwe; pierwsi chrześcijanie zapoczątkowywali swoje życie wiary w środowisku nieprzyjaznym i trudnym. Marginalizacje i uwięzienie przeplatały się z oporami wewnętrznymi i zewnętrznymi, które zdawały się przeczyć, a nawet negować to, co widzieli i słyszeli. Ale to, zamiast być trudnością lub przeszkodą, zamiast skłaniać ich do załamania się czy zamknięcia się w sobie, pobudzało ich do przekształcenia wszelkich niedogodności, przeciwności czy trudności w okazję do misji. Ograniczenia i przeszkody stały się również uprzywilejowanymi miejscami namaszczania wszystkiego i wszystkich Duchem Pana. Nic i nikt nie mógł pozostać poza wyzwalającym głoszeniem.

Żywe świadectwo tego wszystkiego znajdujemy w Dziejach Apostolskich, księdze, którą uczniowie-misjonarze zawsze mają pod ręką. Jest to księga opowiadająca o tym, jak woń Ewangelii rozprzestrzenia wraz z jej przejściem, wzbudzając radość, którą może dać jedynie Duch Święty. Księga Dziejów Apostolskich uczy nas przeżywania trudnych doświadczeń przez przylgnięcie do Chrystusa, by dojrzewać w „przekonaniu, że Bóg może działać w jakichkolwiek okolicznościach, nawet pośród pozornych niepowodzeń” i w pewności, że „kto się ofiaruje i oddaje się Bogu z miłości, z pewnością będzie przynosił obfity owoc (por. J 15, 5)” (Adhort. apost. Evangelii gaudium, 279).

Podobnie i my: także obecny moment dziejowy nie jest łatwy. Sytuacja pandemii uwypukliła i powiększyła cierpienie, samotność, ubóstwo i niesprawiedliwości, z powodu których tak wielu już cierpiało, a także zdemaskowała nasze fałszywe bezpieczeństwo oraz rozdrobnienie i polaryzację, które po cichu nas rozdzierają. Osoby najbardziej wrażliwe i podatne na zagrożenia jeszcze bardziej odczuły swoją własną bezradność i kruchość. Doświadczyliśmy przygnębienia, rozczarowania, zmęczenia, i nawet naszym spojrzeniem mogło zawładnąć konformistyczne rozgoryczenie, które odbiera nadzieję. My jednak „nie głosimy siebie samych, lecz Chrystusa Jezusa jako Pana, a nas – jako sługi wasze przez Jezusa” (2 Kor 4, 5). Z tego powodu w naszych wspólnotach i w naszych rodzinach rozbrzmiewa Słowo życia, które odbija się echem w naszych sercach i mówi nam: „Nie ma Go tutaj, zmartwychwstał” (Łk 24, 6); Słowo nadziei, które przełamuje wszelki determinizm, a tym, którzy pozwalają się dotknąć, daje wolność i odwagę konieczną, aby powstać i twórczo poszukiwać wszelkich możliwych sposobów przeżywania współczucia, „sakramentaliów” bliskości Boga względem nas, Boga, który nikogo nie porzuca na skraju drogi. W tym czasie pandemii, w obliczu pokusy ukrywania i usprawiedliwiania obojętności i apatii w imię zdrowego dystansu społecznego, istnieje pilna potrzeba misji współczucia zdolnej uczynić z niezbędnego dystansu miejsce spotkania, opieki i promocji. „To, cośmy widzieli i słyszeli” (Dz 4, 20), okazane nam miłosierdzie, przekształca się w punkt odniesienia i wiarygodności, który pozwala nam odzyskać wspólną pasję tworzenia „wspólnoty przynależności i solidarności, której należy poświęcić czas, trud i dobra” (Enc. Fratelli tutti, 36). To Jego Słowo, które codziennie nas odkupia i ocala przed wymówkami, prowadzącymi nas do zamknięcia się w najbardziej tchórzliwym sceptycyzmie: „wszystko jest takie samo, nic się nie zmieni”. I w obliczu pytania: „w jakim celu powinienem wyzbywać się moich zabezpieczeń, wygód i przyjemności, jeśli nie widzę żadnych istotnych rezultatów?”, odpowiedź pozostaje zawsze ta sama: „Jezus Chrystus zatriumfował nad grzechem i śmiercią i jest pełen mocy. Jezus Chrystus naprawdę żyje” (por. Adhort. apost. Evangelii gaudium, 275) i chce, abyśmy byli żywi, braterscy i zdolni do przyjęcia i dzielenia się tą nadzieją. W dzisiejszej sytuacji istnieje pilna potrzeba misjonarzy nadziei, którzy, namaszczeni przez Pana, byliby zdolni proroczo przypominać, że nikt nie zbawia się sam.

Podobnie jak apostołowie i pierwsi chrześcijanie, także i my mówimy z całą mocą: „Nie możemy nie mówić tego, cośmy widzieli i słyszeli” (Dz 4, 20). Wszystko, co otrzymaliśmy, wszystko, czym stopniowo obdarzył nas Pan, dał nam, byśmy mogli to wprowadzać w życie i dać bezinteresownie innym. Podobnie, jak apostołowie ujrzeli, słyszeli i dotykali zbawienia Jezusa (por. 1 J 1, 1-4), tak dziś możemy dotknąć cierpiącego i chwalebnego ciała Chrystusa w historii każdego dnia i znaleźć odwagę, by dzielić się ze wszystkimi przeznaczeniem nadziei, tym niewątpliwym tonem, który rodzi się ze świadomości, że towarzyszy nam Pan. Jako chrześcijanie nie możemy zatrzymać Pana dla siebie: misja ewangelizacyjna Kościoła wyraża swoją integralną i publiczną wartość w przekształcaniu świata i w trosce o stworzenie.

Zaproszenie dla każdego z nas

Temat tegorocznego Światowego Dnia Misyjnego, „Nie możemy nie mówić tego, cośmy widzieli i słyszeli” (Dz 4, 20) jest zaproszeniem dla każdego z nas, aby „wziąć odpowiedzialność” i oznajmić, co nosimy w swoich sercach. Ta misja jest i zawsze była tożsamością Kościoła: „Kościół jest dla ewangelizacji” (Św. Paweł VI, Adhort. apost. Evangelii nuntiandi, 14). Nasze życie wiary ulega osłabieniu, zatraca proroctwo i zdolność zdumienia i wdzięczności w osobistej izolacji lub przez zamykanie się w małych grupach. Ze względu na samą swoją dynamikę wymaga ono coraz większej otwartości, zdolnej by dotrzeć i ogarnąć wszystkich. Pierwsi chrześcijanie, dalecy od ulegania pokusie zamknięcia się w elicie, zostali pociągnięci przez Pana oraz przez nowe życie, które ofiarował, aby iść do pogan i dawać świadectwo o tym, co widzieli i usłyszeli: bliskie jest królestwo Boże. Czynili to z hojnością, wdzięcznością i szlachetnością tych, którzy sieją, wiedząc, że inni będą konsumowali owoc ich zaangażowania i poświęcenia. Dlatego lubię myśleć, że „Nawet najsłabsi, najbardziej ograniczeni i zranieni mogą być na swój sposób [misjonarzami], ponieważ zawsze trzeba pozwalać, aby dobro było przekazywane, nawet jeśli współistnieje z wieloma słabościami” (Posynod. adhort. apost. Christus vivit, 239).

W Światowy Dzień Misyjny, obchodzony co roku w przedostatnia niedziela października, z wdzięcznością wspominamy wszystkie osoby, które swoim świadectwem życia pomagają nam odnowić nasze zobowiązanie chrzcielne do bycia hojnymi i radosnymi apostołami Ewangelii. Pamiętamy zwłaszcza o tych, którzy potrafili wyruszyć w drogę, opuścić ojczyznę i rodzinę, żeby Ewangelia mogła dotrzeć bez zwłoki i bez obaw do zakątków miast i narodów, w których tak wiele istnień spragnionych jest błogosławieństwa.

Kontemplacja ich świadectwa misyjnego pobudza nas do odwagi i do uporczywej modlitwy do „Pana żniwa, żeby wyprawił robotników na swoje żniwo” (Łk 10, 2). Istotnie, mamy świadomość, że powołanie do misji nie jest czymś z przeszłości ani romantycznym wspomnieniem innych czasów. Dzisiaj Jezus potrzebuje serc, zdolnych do przeżywania powołania jako prawdziwej historii miłosnej, sprawiającej, że wychodzą na obrzeża świata i stają się posłańcami i narzędziami współczucia. I jest to powołanie, które kieruje On do wszystkich, choć nie w ten sam sposób. Pamiętamy, że są obrzeża, które są blisko nas, w centrum miasta, lub w naszych własnych rodzinach. Istnieje również aspekt powszechnej otwartości miłości, który nie jest geograficzny, lecz egzystencjalny. Zawsze, ale szczególnie w obecnych czasach pandemii, ważne jest, aby zwiększać naszą codzienną zdolność do poszerzania kręgu, docierania do tych, którzy spontanicznie nie jawią się jako część „mojego świata zainteresowań” chociaż są blisko nas (por. Enc. Fratelii tutti, 97). Żyć misją, to mieć odwagę pielęgnować te same uczucia, co Jezus Chrystus i wierzyć wraz z Nim, że ten, kto jest obok mnie, jest także moim bratem i siostrą. Niech Jego miłość współczucia rozbudzi także nasze serce i sprawi, że wszyscy staniemy się uczniami misyjnymi.

Niech Maryja, pierwsza uczennica-misjonarka, sprawi, aby we wszystkich ochrzczonych wzrastało pragnienie bycia solą i światłem na naszych ziemiach (por. Mt 5, 13-14).

W Rzymie, u św. Jana na Lateranie, 6 stycznia 2021 roku, w Uroczystość Objawienia Pańskiego.

FRANCISZEK

Traduzione in lingua araba

رسالة قداسة البابا فرنسيس

في مناسبة اليوم الإرسالي العالمي


 أَمَّا نَحنُ فلا نَستَطيعُ السُّكوتَ عن ذِكْر ما رَأَينا وما سَمِعْنا (رسل 4، 20)

أيها الإخوة والأخوات الأعزّاء،

عندما نختبر قوة محبّة الله، وعندما ندرك حضوره كأب في حياتنا الشخصيّة والجماعيّة، لا يسعنا إلّا أن نعلن ونشارك ما رأيناه وسمعناه. علاقة يسوع مع تلاميذه، وإنسانيته التي تنكشف لنا في سرّ تجسّده وفي الإنجيل وفي سرّ موته وقيامته، تظهر لنا إلى أي مدى أحبّ الله إنسانيتنا وشاركنا أفراحنا وآلامنا، ورغباتنا ومخاوفنا. (را المجمع الفاتيكاني الثاني، دستور عقائدي، فرح ورجاء، 22). كلّ شيء في المسيح يذكِّرنا أنّ العالم الذي نعيش فيه وحاجته إلى الفداء ليسا غريبين عنه، ويدعونا أيضًا إلى أن نعتبر أنفسنا جزءًا نشطًا في هذه الرسالة: "اذهَبوا إِلى مَفارِقِ الطُّرق وَادعُوا [...] كُلَّ مَن تَجِدونَه" (متى 22، 9). لا أحد غريب، ولا أحد يمكن أن يشعر أنّه غريب أو بعيد أمام هذا الحبّ الرحيم.

خبرة الرسل

يبدأ تاريخ التبشير ببحث شغوف عن الرّبّ يسوع الذي يدعو ويريد إقامة حوار صداقة مع كلّ إنسان أينما كان (را. يو 15، 12 -17). كان الرسل أوّل من بلَّغنا ذلك، وكانوا يتذكرون حتى اليوم والوقت اللّذين التقوا به: "وكانَتِ السَّاعَةُ نَحوَ الرَّابِعَةِ بَعدَ الظُّهْر" (يو 1، 39). الصّداقة مع الرّبّ يسوع، ورؤيته يشفي المرضى، ويأكل مع الخطأة، ويطعم الجياع، ويقترب من المهمشين، ويلمس النجسين، ويتماهى مع المحتاجين، ويدعو إلى التطويبات، ويعلّم بطريقة جديدة وبسلطان، تترك بصمة لا تمحى، قادرة أن تثير الدّهشة والفرح الذي ينتشر مجّانًا، ولا يمكن احتواؤه. وكما قال النبي إرميا، فإنّ هذه الخبرة هي النار المشتعلة لحضوره الفعّال في قلوبنا والتي تدفعنا إلى حمل الرسالة، ولو أنّها تتضمن في بعض الأحيان تضحيات وعدم فهم (را. إر 20، 7-9). المحبّة حركة دائمة، وتدفعنا للتحرّك حتى نشارك في أجمل بشارة وينبوع رجاء وهو: "وَجَدْنا المَشيح" (يو 1، 41).

مع يسوع رأينا وسمعنا ولمسنا أنّ الأشياء يمكن أن تكون مختلفة. لقد دشَّن، اليوم بالفعل، الأزمنة المستقبليّة، وذكَّرنا بميزة أساسيّة لإنسانيتنا، غالبًا ما ننساها: "أنّنا خُلِقنا بُغيَةَ الملء الذي لا نتوصّل إليه إلّا بالمحبّة" (رسالة بابويّة عامة، Fratelli tutti، 68). الأزمنة الجديدة تلهمنا إيمانًا قادرًا أن يعطي دفعة للمبادرات ولخلق جماعات، من رجال ونساء، يتعلمون أن يتحملوا مسؤوليّة ضعفهم وضعف الآخرين، وأن يعززوا الأخوّة والصداقة الاجتماعيّة (را. نفس المرجع، 67). تُظهر الجماعة الكنسيّة جمالها في كلّ مرة تتذكر بامتنان أنّ الرّبّ يسوع هو الذي أحبّنا أوّلًا (را. 1 يو 4، 19). "محبة الرّبّ يسوع تفاجئنا، والاندهاش لطبيعتها لا يمكن أن نمتلكه أو نفرضه على أحد. [...] فقط هكذا يمكن أن تزهر معجزة المجانيّة، بذل الذات مجّانًا. حتى الاندفاع الإرسالي لا يمكن أن يتكوَّن فينا نتيجة تفكير أو حسابات. إنّ وضع ذاتنا "في حالة الإرسال" هو انعكاس لحالة من الشكر فينا" (رسالة إلى الجمعيّات الرسوليّة البابويّة، 21 مايو/أيار 2020).

ومع ذلك، لم تكن الأوقات سهلة. بدأ المسيحيّون الأوائل حياتهم الإيمانيّة في بيئة معاديّة وصعبة. قصص تهميش وسجن كانت تتشابك مع مقاومة من الداخل والخارج، والتي بدت متناقضة بل منكرة لما رأوه وسمعوه، لكن بدلًا من أن يكون هذا عقبة أو صعوبة كان من الممكن أن يدفعهم إلى الانسحاب أو الانغلاق على أنفسهم، دفعهم إلى تحويل كلّ إزعاج وممانعة وصعوبة إلى فرصة للرسالة. أصبحت الحدود والعوائق أيضًا مكانًا متميزًا لمسح كلّ شيء وكلّ أحد بروح الرّبّ يسوع. لا شيء ولا أحد كان يمكن أن يبقى غريبًا عن إعلان البشرى المحرِّرة.

لدينا شهادة حيّة لكلّ هذا في سفر أعمال الرسل، وهو سفر يحتفظ به التلاميذ المرسلون دائمًا قريبًا منهم. إنّه سفر يروي كيف انتشر عطر الإنجيل أينما مرّ، وأثار الفرح الذي لا يمنحه إلّا الرّوح القدّس. يعلّمنا سفر أعمال الرسل أن نعيش الشدائد متمسّكين بالمسيح، حتى ينضج "الاقتناع بأنّ الله قادرٌ على أن يعمل في كلّ الظروف، حتى وسط الفشل الظاهر" واليقين بأنّ "من يبذل ذاته ويستسلم لله عن حبّ، سوف يأتي، بالتأكيد بالثمر الكثير (را. يو 15، 5)" (الإرشاد الرسولي، فرح الإنجيل، 279).

وهكذا نحن أيضًا: اللحظة التاريخيّة الحاليّة ليست سهلة. بيّنت حالة الجائحة وضخمت الألم والوَحدة والفقر والمظالم التي كان الكثيرون من قبل يعانون منها، وأزالت القناع عن شعورنا الزائف بالأمان، وعن الانقسامات والاستقطابات التي تمزقنا بصمت. وقد اختبر أكثرنا هشاشةً وضعفًا، بقدرٍ أكبر، ضعفَهم وهشاشتَهم. لقد عشنا الإحباط وخيبة الأمل والتعب. وحتى مرارة التشبه بالجميع، التي تسلب الرجاء، استطاعت أن تسيطر علينا. ولكننا "لسْنا نَدْعو إِلى أَنْفُسِنا، بل إِلى يسوعَ المسيحِ الرَّبّ. وما نَحنُ إِلاَّ خَدَمٌ لَكم مِن أَجْلِ يسوع" (2 قور 4، 5). لهذا نسمع صدى كلمة الحياة في جماعاتنا وفي عائلاتنا يدوي في قلوبنا ويقول لنا: "إِنَّه لَيسَ ههُنا، بل قام" (لو 24، 6). إنّها كلمة الرجاء التي تحطم كلّ حتميّة، وتعطي لمن تأثروا بها، الحريّة والجرأة اللازمتين للوقوف والبحث بشكل خلاق عن جميع الطرق الممكنة لعيش الرحمة التي هي علامة (مثل الأسرار) على قرب الله منا، فهو لا يترك أحدًا على جانب الطريق. في زمن الجائحة هذا، وأمام تجربة وضع الأقنعة على اللامبالاة وعدم الرحمة، وتبريرها، باسم التباعد الاجتماعي الصحيّ، فإنّ رسالة الرحمة ملحة، لتجعل المسافات المطلوبة مكانًا للقاء والرعايّة والتقدم معًا. "ما رَأَينا وما سَمِعْنا" (رسل 4، 20)، الرحمة التي أعطيت لنا، تتحول إلى مرجعيّة ومصداقيّة تتيح لنا استعادة الحماس المشترك لخلق "مجتمع فيه انتماء وتضامن، وله نخصّص الوقت والجهد والخيرات" (را. رسالة بابويّة عامة، Fratelli tutti، 36). كلمته هي التي تفدينا كلّ يوم وتخلصنا من الأعذار التي تقودنا إلى الانغلاق في أسوأ مواقف الشك، فنقول: "الأمور هي هي، لا شيء يتغير". وأمام السؤال: "لأي هدف يجب أن أحرم نفسي من الأمان والراحة والسرور إذا لم أستطع أن أرى أي نتيجة مهمة؟"، يبقى الجواب نفسه: "لقد انتصر يسوع المسيح على الخطيئة والموت وهو كلّي القدرة. يسوع المسيح حيٌّ حقًّا" (را. الإرشاد الرسولي، فرح الإنجيل، 275) ويريدنا أيضًا أن نكون أحياء وإخوة وقادرين على استقبال هذا الرجاء ومشاركته. في السياق الحالي، هناك حاجة ماسة إلى مرسلي رجاء، ممسوحين من قبل الرّبّ يسوع، قادرين على أن يُذكِّروا نبويًا أنّ لا أحد يخلص وحده.

مِثل الرسل والمسيحيّين الأوائل، نقول نحن أيضًا بكلّ قوتنا: "لا نَستَطيعُ السُّكوتَ عن ذِكْر ما رَأَينا وما سَمِعْنا" (رسل 4، 20). كلّ ما حصلنا عليه، كلّ ما منحنا إياه الرّبّ يسوع يومًا بعد يوم، أعطانا إياه حتى نستثمره ونعطيه مجانًا للآخرين. مِثل الرسل الذين رأوا وسمعوا ولمسوا خلاص يسوع (را. 1 يو 1، 1-4)، هكذا نحن يمكننا اليوم أن نلمس جسد المسيح المتألم والممجّد في تاريخ كلّ يوم وأن نجد الشجاعة، للمشاركة مع الجميع، مصير رجاءٍ لا يقبل الشك، الناجم عن معرفتنا أنّ الرّبّ يسوع يرافقنا. لا يمكننا كمسيحيّين أن نحتفظ بالرّبّ يسوع لأنفسنا: رسالة الكنيسة المبشِّرة لها قيمة كاملة وعامة لتغيير العالم والعنايّة بالخليقة.

دعوة لكلّ واحدٍ منا

إنّ موضوع اليوم الإرسالي العالمي لهذه السنة، "أَمَّا نَحنُ فلا نَستَطيعُ السُّكوتَ عن ذِكْر ما رَأَينا وما سَمِعْنا" (رسل 4، 20)، هو دعوة لكلّ واحدٍ منا "لتولي المسؤوليّة" ولنعرِّفَ بما نحمله في قلوبنا. هذه الرسالة كانت ولا تزال هويّة الكنيسة: "فالكنيسة موجودة من أجل البشارة" (القديس البابا بولس السادس، الإرشاد الرسولي، إعلان الإنجيل، 14). تضعف حياتنا الإيمانيّة وتفقد النبوءة والقدرة على الاندهاش والشكر إذا عزلنا أنفسنا أفرادًا أو مجموعات صغيرة. حياة الإيمان بحكم ديناميكيتها تتطلب انفتاحًا متزايدًا قادرًا على الوصول إلى الجميع ومعانقة الجميع. لم يقع المسيحيّون الأوائل في تجربة الانغلاق وتكوين نخبة، بل جذبهم الرّبّ يسوع والحياة الجديدة التي قدمها لهم، فذهبوا بين الشعوب وشهدوا بما رأوا وسمعوا، وهو: إنّ ملكوت الله قريب. فعلوا ذلك بكرم وامتنان ونبلِ مَن كان يزرع ويعرف أنّ الآخرين سيأكلون ثمار التزامهم وتضحيتهم. لذلك يسّرني أن أفكر في أنّه "حتى أشدُّهم ضعفًا، وأقلُّهم مواهب، وأكثرُهم جراحًا، يمكن أن يكونوا [مرسلين] أيضًا بطريقتهم الخاصّة، لأنّه علينا أن نسمح دائمًا للخير بأن ينتشر، حتى ولو رافق ذلك كثير من الضعف" (را. الإرشاد الرسولي، ما بعد السينودس، المسيح يحيا، 239).

في اليوم الإرسالي العالمي، الذي يُحتفل به كلّ سنة في الأحد الثالث من شهر أكتوبر، نتذكر شاكرين جميع الأشخاص الذين يساعدوننا، بشهادة حياتهم، أن نجدّد التزامنا المبني على المعموديّة، بأن نكون رسلًا أسخياء وفرحين للإنجيل. نتذكر بشكلٍ خاص الذين تمكنوا من الانطلاق وتركوا الأرض والعائلة حتى يتمكن الإنجيل من أن يَصِلَ، دون تأخير ودون خوف، إلى كلّ الشعوب والمدن حيث نفوس كثيرة تنتظر عطشى للبركة.

إنّ التأمل في شهادتهم الإرساليّة يحثنا على أن نتشجع وأن نصلّي بإلحاح وأن نقول "اسأَلوا رَبَّ الحَصَاد أَن يُرسِلَ عَمَلَةً إِلى حَصادِه" (لو 10، 2). في الواقع، نحن ندرك أنّ الدعوة إلى الرسالة ليست شيئًا من الماضي أو ذكرى رومانسيّة لأوقات أخرى. يحتاج يسوع اليوم إلى قلوب قادرة أن تعيش الدعوة كقصة حبّ حقيقية، مما يجعلهم يذهبون إلى أطراف العالم ويصبحون رسلًا وأدوات رحمة. وهي دعوة يوجهها يسوع إلى الجميع، وإن لم يكن بنفس الطريقة. لنتذكر أنّ هناك ضواحي قريبة منا، في وسط المدينة، أو في عائلتنا. هناك أيضًا جانب من جوانب الانفتاح العالمي للحبّ، ليس جغرافيًّا بل هو وجوديّ. من المهم دائمًا، ولكن بشكل خاص في أوقات الجائحة هذه، أن نزيد القدرة اليوميّة لتوسيع دائرتنا، وأن نَصِلَ إلى الذين لا نشعر تلقائيًا بأنهم جزء من "عالم اهتماماتنا"، على الرّغم من قربهم منا (را. رسالة بابويّة عامة، Fratelli tutti، 97). إنّ عيش الرسالة يعني أن نجازف في تنميّة نفس مشاعر المسيح يسوع، وأن نؤمن معه بأنّ من يعيش بجانبي هو أيضًا أخي وأختي. ليوقظ حبّه الرحيم قلوبنا ويجعلنا جميعًا تلاميذ مرسلين.

لتُنمي مريم، التلميذة المرسلة الأولى، الرغبة في جميع المعمدّين حتى يكونوا ملحًا ونورًا في أراضينا (را. متى 5، 13-14).

أُعطيَ في روما، قرب القديس يوحنا في اللاتران، يوم 6 يناير/كانون الثاني 2021، في احتفال عيد ظهور الرّبّ يسوع.

فرنسيس

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 29 gennaio 2021


Sabato della V settimana di Pasqua

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