Messaggio del Santo Padre Francesco per la celebrazione della 54.ma Giornata Mondiale della Pace

arcobalenoPubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 54.ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2021 sul tema “La cultura della cura come percorso di pace”:

Messaggio del Santo Padre

La cultura della cura come percorso di pace

1. Alle soglie del nuovo anno, desidero porgere i miei più rispettosi saluti ai Capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà. A tutti rivolgo i miei migliori auguri, affinché quest’anno possa far progredire l’umanità sulla via della fraternità, della giustizia e della pace fra le persone, le comunità, i popoli e gli Stati.

Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili.[1]

Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione.

Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente.

2. Dio Creatore, origine della vocazione umana alla cura

In molte tradizioni religiose, vi sono narrazioni che si riferiscono all’origine dell’uomo, al suo rapporto con il Creatore, con la natura e con i suoi simili. Nella Bibbia, il Libro della Genesi rivela, fin dal principio, l’importanza della cura o del custodire nel progetto di Dio per l’umanità, mettendo in luce il rapporto tra l’uomo (’adam) e la terra (’adamah) e tra i fratelli. Nel racconto biblico della creazione, Dio affida il giardino “piantato nell’Eden” (cfr Gen 2,8) alle mani di Adamo con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo” (cfr Gen 2,15). Ciò significa, da una parte, rendere la terra produttiva e, dall’altra, proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita.[2] I verbi “coltivare” e “custodire” descrivono il rapporto di Adamo con la sua casa-giardino e indicano pure la fiducia che Dio ripone in lui facendolo signore e custode dell’intera creazione.

La nascita di Caino e Abele genera una storia di fratelli, il rapporto tra i quali sarà interpretato – negativamente – da Caino in termini di tutela o custodia. Dopo aver ucciso suo fratello Abele, Caino risponde così alla domanda di Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).[3] Sì, certamente! Caino è il “custode” di suo fratello. «In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri».[4]

3. Dio Creatore, modello della cura

La Sacra Scrittura presenta Dio, oltre che come Creatore, come Colui che si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli. Lo stesso Caino, benché su di lui ricada la maledizione a motivo del crimine che ha compiuto, riceve in dono dal Creatore un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata (cfr Gen 4,15). Questo fatto, mentre conferma la dignità inviolabile della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, manifesta anche il piano divino per preservare l’armonia della creazione, perché «la pace e la violenza non possono abitare nella stessa dimora».[5]

Proprio la cura del creato è alla base dell’istituzione dello Shabbat che, oltre a regolare il culto divino, mirava a ristabilire l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri (Gen 1,1-3; Lv 25,4). La celebrazione del Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati. In questo anno di grazia, ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita, così che non vi fosse alcun bisognoso nel popolo (cfr Dt 15,4).

Degna di nota è anche la tradizione profetica, dove il vertice della comprensione biblica della giustizia si manifesta nel modo in cui una comunità tratta i più deboli al proprio interno. È per questo che Amos (2,6-8; 8) e Isaia (58), in particolare, alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità e mancanza di potere, sono ascoltati solo da Dio, che si prende cura di loro (cfr Sal 34,7; 113,7-8).

4. La cura nel ministero di Gesù

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37).

5. La cultura della cura nella vita dei seguaci di Gesù

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. [...] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi».[6] Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.».[7]

6. I principi della dottrina sociale della Chiesa come base della cultura della cura

La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.

* La cura come promozione della dignità e dei diritti della persona.

«Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento».[8] Ogni persona umana è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro «prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio».[9]

* La cura del bene comune.

Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».[10] Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme»[11], perché «nessuno si salva da solo»[12] e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.[13]

* La cura mediante la solidarietà.

La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti».[14] La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.

* La cura e la salvaguardia del creato.

L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani».[15] «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo».[16]

7. La bussola per una rotta comune

In un tempo dominato dalla cultura dello scarto, di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse,[17] vorrei dunque invitare i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano questa “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, «una rotta veramente umana».[18] Questa, infatti, consentirebbe di apprezzare il valore e la dignità di ogni persona, di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale.

La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa anche per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili.[19]

Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione. Purtroppo molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali.

Le cause di conflitto sono tante, ma il risultato è sempre lo stesso: distruzione e crisi umanitaria. Dobbiamo fermarci e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore e cambiare la nostra mentalità per cercare veramente la pace nella solidarietà e nella fraternità?

Quanta dispersione di risorse vi è per le armi, in particolare per quelle nucleari,[20] risorse che potrebbero essere utilizzate per priorità più significative per garantire la sicurezza delle persone, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari. Anche questo, d’altronde, è messo in luce da problemi globali come l’attuale pandemia da Covid-19 e dai cambiamenti climatici. Che decisione coraggiosa sarebbe quella di «costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri»![21]

8. Per educare alla cultura della cura

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi.

- L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Tuttavia, la famiglia ha bisogno di essere posta nelle condizioni per poter adempiere questo compito vitale e indispensabile.

- Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale.[22] Essi sono chiamati a veicolare un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano. L’educazione costituisce uno dei pilastri di società più giuste e solidali.

- Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili. Ricordo, a tale proposito, le parole del Papa Paolo VI rivolte al Parlamento ugandese nel 1969: «Non temete la Chiesa; essa vi onora, vi educa cittadini onesti e leali, non fomenta rivalità e divisioni, cerca di promuovere la sana libertà, la giustizia sociale, la pace; se essa ha qualche preferenza, questa è per i poveri, per l’educazione dei piccoli e del popolo, per la cura dei sofferenti e dei derelitti».[23]

- A quanti sono impegnati al servizio delle popolazioni, nelle organizzazioni internazionali, governative e non governative, aventi una missione educativa, e a tutti coloro che, a vario titolo, operano nel campo dell’educazione e della ricerca, rinnovo il mio incoraggiamento, affinché si possa giungere al traguardo di un’educazione «più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione».[24] Mi auguro che questo invito, rivolto nell’ambito del Patto educativo globale, possa trovare ampia e variegata adesione.

9. Non c’è pace senza la cultura della cura

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia».[25]

In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo,[26] ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri».[27]

Dal Vaticano, 8 dicembre 2020

FRANCESCO

________________________

[1] Cfr Videomessaggio in occasione della 75ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2020.

[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67.

[3] Cfr “Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8 dicembre 2013), 2.

[4] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 70.

[5] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 488.

[6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67.

[7] K. BIHLMEYER - H. TÜCHLE, Storia della Chiesa, vol. I L’antichità cristiana, Morcelliana, Brescia 1994, 447.448.

[8] Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 50° anniversario della “Populorum progressio” (4 aprile 2017).

[9] Messaggio alla 22ª sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione-Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP22), 10 novembre 2016. Cfr Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale, In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’, LEV, 31 maggio 2020.

[10] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 26.

[11] Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020.

[12] Ibid.

[13] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 8; 153.

[14] S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 38.

[15] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 91.

[16] Conferenza dell’Episcopato Dominicano, Lett. past. Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 gennaio 1987); cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 92.

[17] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 125.

[18] Ibid., 29.

[19] Cfr Messaggio ai partecipanti alla Conferenza internazionale “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, Roma, 10-11 dicembre 2018.

[20] Cfr Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione, 23 marzo 2017.

[21] Videomessaggio in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020, 16 ottobre 2020.

[22] Cfr Benedetto XVI, “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, Messaggio per la 45ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2012 (8 dicembre 2011), 2; “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”, Messaggio per la 49ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2016 (8 dicembre 2015), 6.

[23] Discorso ai Deputati e ai Senatori dell’Uganda, Kampala, 1° agosto 1969.

[24] Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019: L’Osservatore Romano, 13 settembre 2019, p. 8.

[25] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 225.

[26] Cfr ibid., 64.

[27] Ibid., 96; cfr “Fraternità, fondamento e via per la pace”. Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8 dicembre 2013), 1.

Traduzione in lingua francese

La culture du soin comme parcours de paix

1. Au seuil de la nouvelle année, je souhaite adresser mes salutations les plus respectueuses aux Chefs d’État et de Gouvernement, aux responsables des Organisations internationales, aux leaders spirituels et aux fidèles des différentes religions, aux hommes et aux femmes de bonne volonté. J’adresse à tous mes meilleurs vœux pour que cette année puisse faire progresser l’humanité sur la voie de la fraternité, de la justice et de la paix entre les personnes, les communautés, les peuples et les États.

L’année 2020 a été marquée par la grande crise sanitaire de la Covid-19 qui est devenue un phénomène multisectoriel et global, aggravant des crises très fortement liées entre elles, comme les crises climatique, alimentaire, économique et migratoire, et provoquant de grands inconvénients et souffrances. Je pense surtout à ceux qui ont perdu un membre de leur famille ou une personne chère, mais aussi à ceux qui ont perdu leur travail. Un souvenir spécial s’adresse aux médecins, aux infirmiers, aux pharmaciens, aux chercheurs, aux volontaires, aux aumôniers et au personnel des hôpitaux et des centres de soins qui se sont prodigués, et continuent à le faire, au prix de grandes fatigues et de grands sacrifices à tel point que certains d’entre eux sont morts dans leur désir d’être proche des malades, de soulager leurs souffrances ou de leur sauver la vie. En rendant hommage à ces personnes, je renouvelle mon appel aux responsables politiques et au secteur privé pour qu’ils adoptent les mesures appropriées afin de garantir l’accès aux vaccins contre la Covid-19 et aux technologies indispensables nécessaires pour assister les malades et tous ceux qui sont plus pauvres et plus fragiles.[1]

Il est douloureux de constater qu’à côté des nombreux témoignages de charité et de solidarité, diverses formes de nationalisme, de racisme, de xénophobie, et aussi de guerres et de conflits qui sèment la mort et la destruction, prennent malheureusement un nouvel élan.

Ces événements et d’autres, qui ont marqué le chemin de l’humanité l’année passée, nous enseignent qu’il est important de prendre soin les uns des autres et de la création pour construire une société fondée sur des relations de fraternité. C’est pourquoi j’ai choisi comme thème de ce message : La culture du soin comme parcours de paix. Une culture du soin pour éliminer la culture de l’indifférence, du rejet et de l’affrontement, souvent prévalente aujourd’hui.

2. Dieu créateur, origine de la vocation humaine au soin

Dans de nombreuses traditions religieuses il y a des récits qui font référence à l’origine de l’homme, à sa relation avec le créateur, avec la nature et avec ses semblables. Dans la Bible, le Livre de la Genèse révèle, dès le début, l’importance du soin ou du fait de garder dans le projet de Dieu pour l’humanité, mettant en lumière la relation entre l’homme (‘adam) et la terre (‘adamah), et entre frères. Dans le récit biblique de la création, Dieu remet le jardin “planté en Éden” (cf. Gn 2, 8) entre les mains d’Adam avec la charge de “le cultiver et de le garder” (cf. Gn 2, 15). Cela signifie, d’une part rendre la terre productive et, d’autre part, la protéger et lui conserver sa capacité de soutenir la vie.[2] Les verbes “cultiver” et “garder” décrivent la relation entre Adam et sa maison-jardin, et montrent aussi la confiance que Dieu met en lui en le faisant seigneur et gardien de toute la création.

La naissance de Caïn et Abel provoque une histoire entre frères dont les relations seront interprétées – négativement – par Caïn en termes de protection ou de garde. Après avoir tué son frère Abel, Caïn répond à la question de Dieu : « Est-ce que je suis, moi, le gardien de mon frère ? » (Gn 4, 9).[3] Oui, certainement ! Caïn est le “gardien” de son frère. « Dans ces récits si anciens, emprunts de profond symbolisme, une conviction actuelle était déjà présente : tout est lié, et la protection authentique de notre propre vie comme de nos relations avec la nature est inséparable de la fraternité, de la justice ainsi que de la fidélité aux autres ».[4]

3. Dieu créateur, modèle de soin

La Sainte Écriture présente Dieu non seulement comme créateur mais aussi comme celui qui prend soin de ses créatures, en particulier d’Adam, d’Ève et de leurs enfants. Le même Caïn, bien que retombe sur lui la malédiction en raison du crime qu’il a commis, reçoit en don du Créateur un signe de protection pour que sa vie soit sauvegardée (cf. Gn 4, 15). Ce fait, en même temps qu’il confirme la dignité inviolable de la personne créée à l’image et à la ressemblance de Dieu, manifeste le plan divin pour préserver l’harmonie de la création parce que « la paix et la violence ne peuvent pas habiter dans la même demeure ».[5]

Le soin de la création est justement à la base de l’institution du Shabbat qui visait, outre le fait de réguler le culte divin, à rétablir l’ordre social et l’attention aux pauvres (cf. Gn 1, 1-3 ; Lv 25, 4). La célébration du Jubilé à l’occasion de la septième année sabbatique accordait un répit à la guerre, aux esclaves et aux personnes endettées. En cette année de grâce, on prenait soin des plus fragiles en leur offrant une nouvelle perspective de vie de sorte qu’il n’y ait aucun nécessiteux dans le peuple (cf. Dt 15, 4).

Notable est aussi la tradition prophétique selon laquelle le sommet de la compréhension biblique de la justice se manifeste dans la manière dont une communauté traite les plus faibles en son sein. C’est pourquoi Amos (2, 6-8 ; 8) et Isaïe (58), en particulier, élèvent continuellement leur voix en faveur de la justice envers les pauvres qui, par leur vulnérabilité et leur manque de pouvoir, sont écoutés de Dieu seul qui prend soin d’eux (cf. Ps 34, 7 ; 113, 7-8).

4. Le soin dans le ministère de Jésus

La vie et le ministère de Jésus incarnent le sommet de la révélation de l’amour du Père pour l’humanité (cf. Jn 3, 16). Dans la synagogue de Nazareth, Jésus se manifeste comme celui que le Seigneur a consacré et « a envoyé porter la Bonne Nouvelle aux pauvres, annoncer aux captifs leur libération, et aux aveugles qu’ils retrouveront la vue, remettre en liberté les opprimés » (Lc 4, 18). Ces actions messianiques, typiques des jubilés, constituent le témoignage le plus éloquent de la mission que le Père lui a confiée. Dans sa compassion, le Christ s’approche des malades par le corps et par l’esprit et il les guérit. Il pardonne aux pécheurs et leur donne une vie nouvelle. Jésus est le Bon Pasteur qui prend soin des brebis (cf. Jn 10, 11-18 ; Ez 34, 1-31). Il est le Bon Samaritain qui se penche sur l’homme blessé, soigne ses plaies et prend soin de lui (cf. Lc 10, 30-37).

Au sommet de sa mission, Jésus scelle le soin qu’il a pour nous en s’offrant sur la croix et en nous libérant ainsi de la servitude du péché et de la mort. Par le don de sa vie et son sacrifice, il nous a ouvert la voie de l’amour et il dit à chacun de nous : “Suis-moi. Fais de même” (cf. Lc 10, 37).

5. La culture du soin dans la vie des disciples de Jésus

Les œuvres de miséricorde spirituelles et corporelles constituent le cœur du service de la charité de l’Église primitive. Les chrétiens de la première génération pratiquaient le partage pour qu’aucun d’entre eux ne se trouve dans le besoin (cf. Ac 4, 34-35) et ils s’efforçaient de faire de la communauté une maison accueillante, ouverte à toute situation humaine, prête à prendre en charge les plus fragiles. Il devint ainsi habituel de faire des offrandes pour nourrir les pauvres, ensevelir les morts et nourrir les orphelins, les personnes âgées et les victimes de catastrophes, comme les naufrages. Et lorsque, dans les temps qui ont suivi, la générosité des chrétiens perdit un peu de son élan, certains Pères de l’Église insistèrent sur le fait que la propriété est conçue par Dieu pour le bien commun. Ambroise soutenait que « la nature a répandu toutes les choses pour les hommes et pour un usage commun. […] Par conséquent, la nature a produit un droit commun pour tous, mais l’avidité en a fait un droit pour un petit nombre ».[6] Une fois passées les persécutions des premiers siècles, l’Église a profité de la liberté pour inspirer la société et sa culture. « Les besoins du temps exigeaient de nouveaux engagements au service de la charité chrétienne. Les chroniques historiques rapportent d’innombrables exemples d’œuvres de miséricorde. De ces efforts concertés, de nombreuses institutions pour le soulagement de tous les besoins humains sont apparues : hôpitaux, logements pour les pauvres, orphelinats, accueil pour les enfants, refuges pour les gens de passage, et ainsi de suite ».[7]

6. Les principes de la doctrine sociale de l’Église comme base de la culture du soin

La diakonia des origines, enrichie par la réflexion des Pères et animée au cours des siècles par la charité agissante de si nombreux témoins lumineux de la foi, est devenue le cœur battant de la doctrine sociale de l’Église qui s’offre à toutes les personnes de bonne volonté comme un précieux patrimoine de principes, critères et indications desquels tirer la “grammaire” du soin : la promotion de la dignité de toute personne humaine, la solidarité avec les pauvres et les sans défense, la sollicitude pour le bien commun, la sauvegarde de la création.

*Le soin comme promotion de la dignité et des droits de la personne.

« Le concept même de personne, né et mûri dans le christianisme, aide à poursuivre un développement pleinement humain. Parce que qui dit personne dit toujours relation et non individualisme, affirme l’inclusion et non l’exclusion, la dignité unique et inviolable et non l’exploitation ».[8] Toute personne humaine est une fin en soi, jamais un simple instrument à évaluer seulement en fonction de son utilité. Elle est créée pour vivre ensemble dans la famille, dans la communauté, dans la société où tous les membres sont égaux en dignité. C’est de cette dignité que dérivent les droits humains, et aussi les devoirs, qui rappellent, par exemple, la responsabilité d’accueillir et de soutenir les pauvres, les malades, les marginaux, chacun étant notre « prochain, proche ou éloigné dans l’espace et dans le temps ».[9]

*Le soin de la maison commune.

Tout aspect de la vie sociale, politique et économique trouve son accomplissement quand il se met au service du bien commun, c’est-à-dire de « cet ensemble de conditions sociales qui permettent, tant aux groupes qu’à chacun de leurs membres, d’atteindre leur perfection d’une façon plus totale et plus aisée ».[10] Par conséquent, nos plans et nos efforts doivent toujours prendre en compte les effets sur l’ensemble de la famille humaine, en pondérant les conséquences pour le moment présent et pour les générations futures. La pandémie de la Covid-19 montre combien cela est vrai et actuel, pandémie devant laquelle « nous nous rendons compte que nous nous trouvons dans la même barque, tous fragiles et désorientés, mais en même temps tous importants et nécessaires, tous appelés à ramer ensemble »,[11] parce que « personne ne se sauve tout seul »[12] et aucun État national isolé ne peut assurer le bien commun de sa propre population.[13]

*Le soin au moyen de la solidarité.

La solidarité exprime concrètement l’amour pour l’autre, non pas comme un vague sentiment mais comme « la détermination ferme et persévérante de travailler pour le bien commun, c'est-à-dire pour le bien de tous et de chacun parce que tous nous sommes vraiment responsables de tous ».[14] La solidarité nous aide à regarder l’autre – que ce soit comme personne ou que ce soit, au sens large, comme peuple ou comme nation – non pas comme une donnée statistique ou un moyen à exploiter et ensuite à écarter lorsqu’il n’est plus utile, mais comme notre prochain, compagnon de route, appelé à participer comme nous au banquet de la vie auquel tous sont également invités par Dieu.

*Le soin et la sauvegarde de la création.

L’Encyclique Laudato si’ prend pleinement acte de l’interconnexion de toute la réalité créée et met en relief l’exigence d’écouter en même temps le cri des nécessiteux et celui de la création. De cette écoute attentive et constante peut naître un soin efficace de la terre, notre maison commune, et des pauvres. À ce sujet, je désire répéter que « le sentiment d’union intime avec les autres êtres de la nature ne peut pas être réel s’il n’y a pas en même temps dans le cœur de la tendresse, de la compassion et de la préoccupation pour les autres êtres humains ».[15] « Paix, justice et sauvegarde de la création sont trois questions entièrement connexes qui ne peuvent pas être séparées pour être traitées individuellement, sous peine de retomber dans le réductionnisme ».[16]

7 La boussole pour un cap commun

À une époque dominée par la culture du rejet, devant l’aggravation des inégalités dans les nations et entre elles,[17] je voudrais donc inviter les responsables des Organisations internationales et des gouvernements, du monde économique et du monde scientifique, de la communication sociale et des institutions éducatives, à prendre en main cette “boussole” des principes rappelés ci-dessus pour imprimer un cap commun au processus de globalisation, « un cap réellement humain ».[18] En effet, cela permettrait d’apprécier la valeur et la dignité de chaque personne, d’agir ensemble et dans la solidarité pour le bien commun, en soulageant ceux qui souffrent de la pauvreté, de la maladie, de l’esclavage, de la discrimination et des conflits. J’encourage par cette boussole chacun à devenir prophète et témoin de la culture du soin afin de combler de nombreuses inégalités sociales. Et cela sera possible seulement avec une participation forte et généralisée des femmes, dans la famille et dans chaque environnement social, politique et institutionnel.

La boussole des principes sociaux, nécessaire pour promouvoir la culture du soin, est indicative même pour les relations entre les nations qui devraient être inspirées par la fraternité, le respect réciproque, la solidarité et l’observance du droit international. À ce sujet, la protection et la promotion des droits humains fondamentaux, qui sont inaliénables, universels et indivisibles, doivent être réaffirmées.[19]

Le respect du droit humanitaire doit être aussi rappelé, surtout en ce moment où les conflits et les guerres se succèdent sans interruption. Malheureusement, beaucoup de régions et de communautés ne se rappellent plus le temps où elles vivaient en paix et en sécurité. De nombreuses villes sont devenues comme des épicentres de l’insécurité : leurs habitants luttent pour maintenir leurs rythmes normaux parce qu’ils sont attaqués et bombardés sans discrimination par des explosifs, de l’artillerie et des armes légères. Les enfants ne peuvent pas étudier. Les hommes et les femmes ne peuvent pas travailler pour nourrir les familles. La famine s’enracine là où elle était inconnue autrefois. Les personnes sont contraintes de fuir, laissant derrière elles non seulement leurs maisons, mais aussi l’histoire familiale et les racines culturelles.

Les causes de conflit sont nombreuses, mais le résultat est toujours le même : destructions et crise humanitaire. Nous devons nous arrêter et nous demander : qu’est-ce qui a conduit à la normalisation du conflit dans le monde ? Et, surtout, comment convertir notre cœur et changer notre mentalité pour chercher vraiment la paix dans la solidarité et dans la fraternité ?

Que de ressources sont gaspillées en faveur des armes, en particulier les armes nucléaires,[20] des ressources qui pourraient être utilisées à des priorités plus significatives pour garantir la sécurité des personnes, telles que la promotion de la paix et du développement humain intégral, la lutte contre la pauvreté, la garantie des besoins sanitaires. Certains problèmes mondiaux comme la pandémie actuelle de la Covid-19 et les changements climatiques le mettent aussi en lumière. Quelle décision courageuse serait celle de « constituer avec l’argent que l’on emploie pour les armes et pour les autres dépenses militaires, un “Fonds mondial” pour pouvoir éliminer définitivement la faim et contribuer au développement des pays les plus pauvres » ![21]

8. Pour éduquer à la culture du soin

La promotion de la culture du soin demande un processus éducatif. Pour cela, la boussole des principes sociaux constitue un instrument fiable pour divers contextes interdépendants. Je voudrais donner à ce sujet quelques exemples.

- L’éducation au soin naît dans la famille, élément naturel et fondamental de la société, où l’on apprend à vivre en relation et dans le respect réciproque. Cependant, la famille a besoin d’être mise dans des conditions qui lui permettent d’accomplir ce devoir vital et indispensable.

- Toujours en collaboration avec la famille, d’autres acteurs importants de l’éducation sont l’école et l’université et, de façon analogue par certains aspects, les acteurs de la communication sociale.[22] Ils sont appelés à véhiculer un système de valeurs fondé sur la reconnaissance de la dignité de chaque personne, de chaque communauté linguistique, ethnique et religieuse, de chaque peuple et des droits fondamentaux qui en dérivent. L’éducation constitue l’un des piliers les plus justes et solidaires de la société.

- Les religions en général, et les leaders religieux en particulier, peuvent jouer un rôle irremplaçable en transmettant aux fidèles et à la société les valeurs de la solidarité, du respect des différences, de l’accueil et du soin des frères les plus fragiles. Je rappelle à ce sujet les paroles du Pape Paul VI adressées au Parlement ougandais en 1969 : « Ne craignez pas l’Église : elle vous honore, vous éduque des citoyens honnêtes et loyaux, elle ne fomente pas de rivalités ni de divisions, elle cherche à promouvoir la saine liberté, la justice sociale, la paix. Si elle a quelque préférence, celle-ci va aux pauvres, à l’éducation des petits et du peuple, au soin de ceux qui souffrent ou sont délaissés ».[23]

- À ceux qui sont engagés au service des populations dans les organisations internationales, gouvernementales et non gouvernementales, à ceux qui ont une mission éducative, et à tous ceux qui, à divers titres, œuvrent dans le domaine de l’éducation et de la recherche, je renouvelle mon encouragement afin que l’on puisse atteindre l’objectif d’une éducation « plus ouverte et plus inclusive, capable d’une écoute patiente, d’un dialogue constructif et d’une compréhension mutuelle »[24]. Je souhaite que cette invitation, adressée dans le cadre du Pacte éducatif global, trouve une adhésion large et variée.

9. Il n’y a pas de paix sans la culture du soin

La culture du soin, cet engagement commun, solidaire et participatif pour protéger et promouvoir la dignité et le bien de tous, cette disposition à s’intéresser, à prêter attention, à la compassion, à la réconciliation et à la guérison, au respect mutuel et à l’accueil réciproque, constitue une voie privilégiée pour la construction de la paix. « En bien des endroits dans le monde, des parcours de paix qui conduisent à la cicatrisation des blessures sont nécessaires. Il faut des artisans de paix disposés à élaborer, avec intelligence et audace, des processus pour guérir et pour se retrouver ».[25]

En ce temps où la barque de l’humanité, secouée par la tempête de la crise, avance péniblement à la recherche d’un horizon plus calme et serein, le gouvernail de la dignité de la personne humaine et la “boussole” des principes sociaux fondamentaux peuvent nous permettre de naviguer avec un cap sûr et commun. Comme chrétiens, nous tenons le regard tourné vers la Vierge Marie, Étoile de la mer et Mère de l’espérance. Tous ensemble, collaborons pour avancer vers un nouvel horizon d’amour et de paix, de fraternité et de solidarité, de soutien mutuel et d’accueil réciproque. Ne cédons pas à la tentation de nous désintéresser des autres, spécialement des plus faibles, ne nous habituons pas à détourner le regard,[26] mais engageons-nous chaque jour concrètement pour « former une communauté composée de frères qui s’accueillent réciproquement, en prenant soin les uns des autres ».[27]

Du Vatican, le 8 décembre 2020

FRANÇOIS

________________________

[1] Cf. Vidéomessage à l’occasion de la 75ème Session de l’Assemblée Générale des Nations Unies, 25 septembre 2020.

[2] Cf. Lett. enc. Laudato si’ (24 mai 2015), n. 67.

[3] Cf. “Fraternité, fondement et route pour la paix”, Message pour la 47ème Journée Mondiale de la Paix 1er janvier 2014 (8 décembre 2013), n. 2.

[4] Lett. enc. Laudato si’ (24 mai 2015), n. 70.

[5] Conseil Pontifical Justice et Paix, Compendium de la Doctrine sociale de l’Église, n. 488.

[6] De officiis, 1, 28, 132 : PL 16, 67.

[7] K. Bihlmeyer-H. Tüchle, Church History vol. 1, Westminster, The Newman Press, 1958, pp. 373, 374.

[8] Discours aux participants au Congrès organisé par le Dicastère pour le Service du Développement humain Intégral à l’occasion du 50ème anniversaire de l’Encyclique “Populorum progressio” (4 avril 2017).

[9] Message à la 22ème Session de la Conférence des États Parties à la Convention-Cadre des Nations Unies sur les Changements Climatiques (COP 22), (10 novembre 2016). Cf. Table Ronde Interdicastérielle du Saint Siège sur l’Écologie Intégrale, En chemin pour le soin de la maison commune. Cinq ans après Laudato si’, LEV, 31 mai 2020.

[10] Conc. Oecum. Vat II, Const. past. Gaudium et spes, n. 26.

[11] Moment extraordinaire de prière en temps d’épidémie, 27 mars 2020.

[12] Ibid.

[13] Cf. Lett. Enc. Fratelli tutti (3 octobre 2020), nn. 8.153.

[14] S. Jean-Paul II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 décembre 1987), n. 38.

[15] Lett. enc. Laudato si’ (24 mai 2015), n. 91.

[16] Conférence de l’Episcopat Dominicain, Lett. past. Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 janvier 1987) ; cf. Lett. enc. Laudato si’ (24 mai 2015), n. 92.

[17] Cf. Lett. enc. Fratelli tutti (3 octobre 2020), n. 125.

[18] Ibid., n. 29.

[19] Cf. Message aux participants à la Conférence internationale “Les droits humains dans le monde contemporain : conquêtes, omissions, négations”, Rome, 10-11 décembre 2018.

[20] Cf. Message à la Conférence des Nations Unies pour la négociation d’un instrument juridiquement contraignant visant à interdire les armes nucléaires en vue de leur élimination complète, 23 mars 2017.

[21] Message vidéo à l’occasion de la Journée Mondiale de l’Alimentation 2020, 16 octobre 2020.

[22] Cf. Benoît XVI, “Éduquer les jeunes à la justice et à la paix”, Message pour la 45ème Journée Mondiale de la Paix 1er janvier 2012 (8 décembre 2011), n. 2 ; “Gagne sur l’indifférence et remporte la paix”, Message pour la 49ème Journée Mondiale de la Paix 1er janvier 2016 (8 décembre 2015), n. 6.

[23] Discours aux Députés et aux Sénateurs de l’Ouganda, Kampala, 1er août 1969.

[24] Message à l’occasion du lancement du Pacte Éducatif, 12 septembre 2019.

[25] Lett. enc. Fratelli tutti (3 octobre 2020), n. 225.

[26] Cf. Ibid., n. 64.

[27] Ibid., n. 96 ; cf. “Fraternité, fondement et route pour la paix”, Message pour la 47e Journée Mondiale de la Paix 1er janvier 2014 (8 décembre 2013), n. 1.

Traduzione in lingua inglese

A Culture of Care as a Path to Peace

1. At the dawn of a new year, I extend cordial greetings to Heads of State and Government, leaders of International Organizations, spiritual leaders and followers of the different religions, and to men and women of good will. To all I offer my best wishes that the coming year will enable humanity to advance on the path of fraternity, justice and peace between individuals, communities, peoples and nations.

The year 2020 was marked by the massive Covid-19 health crisis, which became a global phenomenon cutting across boundaries, aggravating deeply interrelated crises like those of the climate, food, the economy and migration, and causing great suffering and hardship. I think especially of all those who lost family members or loved ones, and all who lost their jobs. I think too of physicians and nurses, pharmacists, researchers, volunteers, chaplains and the personnel of hospitals and healthcare centres. They have made, and are continuing to make, great sacrifices to be present to the sick, to alleviate their sufferings and to save their lives; indeed, many of them have died in the process. In paying tribute to them, I renew my appeal to political leaders and the private sector to spare no effort to ensure access to Covid-19 vaccines and to the essential technologies needed to care for the sick, the poor and those who are most vulnerable.[1]

Sad to say, alongside all these testimonies of love and solidarity, we have also seen a surge in various forms of nationalism, racism and xenophobia, and wars and conflicts that bring only death and destruction in their wake.

These and other events that marked humanity’s path this past year have taught us how important it is to care for one another and for creation in our efforts to build a more fraternal society. That is why I have chosen as the title of this year’s Message, A Culture of Care as a Path to Peace. A culture of care as a way to combat the culture of indifference, waste and confrontation so prevalent in our time.

2. God the Creator, the source of our human vocation to care

Many religious traditions have accounts of the origin of human beings and their relationship with the Creator, with nature and with their fellow men and women. In the Bible, the Book of Genesis shows from its very first pages the importance of care or protection in God’s plan for humanity. It highlights the relationship between man (’adam) and the earth (’adamah), and among ourselves as brothers and sisters. In the biblical account of creation, God entrusts the garden “planted in Eden” (cf. Gen 2:8) to Adam’s care, to “till it and keep it” (Gen 2:15). This entails making the earth productive, while at the same time protecting it and preserving its capacity to support life.[2] The verbs “till” and “keep” describe Adam’s relationship to his garden home, but also the trust God placed in him by making him master and guardian of all creation.

The birth of Cain and Abel begins a history of brothers and sisters, whose relationship is understood – even by Cain, however mistakenly – in terms of protection or “keeping”. After killing his brother Abel, Cain answers God’s question by saying: “Am I my brother’s keeper?” (Gen 4:9).[3] Cain, like all of us, was called to be “his brother’s keeper”. “These ancient stories, full of symbolism, bear witness to a conviction which we today share, that everything is interconnected, and that genuine care for our own lives and our relationship with nature is inseparable from fraternity, justice and faithfulness to others”.[4]

3 God the Creator, a model of care

Sacred Scripture presents God not only as Creator, but also as one who cares for his creatures, especially Adam, Eve and their offspring. Albeit cursed for the crime he committed, Cain was given a mark of protection by the Creator, so that his life could be spared (cf. Gen 4:15). While confirming the inviolable dignity of the person created in God’s image and likeness, this was also a sign of God’s plan to preserve the harmony of his creation, since “peace and violence cannot dwell together”.[5]

Care for creation was at the heart of the institution of the Sabbath, which, in addition to ordering divine worship, aimed at the restoration of the social order and concern for the poor (cf. Gen 1:1-3; Lev 25:4). The celebration of the Jubilee every seventh sabbatical year provided a respite for the land, for slaves and for those in debt. In that year of grace, those in greatest need were cared for and given a new chance in life, so that there would be no poor among the people (cf. Deut 15:4).

In the prophetic tradition, the biblical understanding of justice found its highest expression in the way a community treats its weakest members. Amos (cf. 2:6-8; 8) and Isaiah (cf. 58), in particular, insistently demand justice for the poor, who, in their vulnerability and powerlessness, cry out and are heard by God, who watches over them (cf. Ps 34:7; 113:7-8).

4. Care in the ministry of Jesus

Jesus’ life and ministry represent the supreme revelation of the Father’s love for humanity (cf. Jn 3:16). In the synagogue at Nazareth, Jesus showed himself to be the one consecrated by the Lord and “sent to preach good news to the poor, to proclaim release to the captives and recovering of sight to the blind, to set at liberty those who are oppressed” (Lk 4:18). These messianic actions, associated with the Jubilee year, bear eloquent witness to the mission he received from the Father. In his compassion, Christ drew near to the sick in body and spirit, and brought them healing; he pardoned sinners and gave them new life. Jesus is the Good Shepherd who cares for his sheep (cf. Jn 10:11-18; Ezek 34:1-31). He is the Good Samaritan who stoops to help the injured man, binds his wounds and cares for him (cf. Lk 10:30-37).

At the culmination of his mission, Jesus gave the ultimate proof of his care for us by offering himself on the cross to set us free from the slavery of sin and death. By the sacrificial gift of his life, he opened for us the path of love. To each of us he says, “Follow me; go and do likewise” (cf. Lk 10:37).

5. A culture of care in the life of Jesus’ followers

The spiritual and corporal works of mercy were at the heart of charity as practised by the early Church. The first generation of Christians shared what they had, so that no one among them would be in need (cf. Acts 4:34-35). They strove to make their community a welcoming home, concerned for every human need and ready to care for those most in need. It became customary to make voluntary offerings in order to feed the poor, bury the dead and care for orphans, the elderly and victims of disasters like shipwrecks. In later times, when the generosity of Christians had lost its initial fervour, some Fathers of the Church insisted that property was meant by God for the common good. For Saint Ambrose, “nature poured out all things for the common use of all… and thus produced a common right for all, but greed has made it a right for only a few”.[6] After the persecutions of the first centuries, the Church used her newfound freedom to inspire society and its culture. “The needs of the times called forth new efforts in the service of Christian charity. History records innumerable examples of practical works of mercy… The Church’s work among the poor was to a great extent highly organized. There arose many institutions for the relief of every human need: hospitals, poor houses, orphanages, foundling homes, shelters for travelers ...”[7]

6. The principles of the Church’s social doctrine as the basis for a culture of care

The diakonia of the Church’s origins, enriched by the reflection of the Fathers and enlivened over the centuries by the active charity of many luminous witnesses to the faith, became the beating heart of the Church’s social doctrine. This doctrine is offered to all people of good will as a precious patrimony of principles, criteria and proposals that can serve as a “grammar” of care: commitment to promoting the dignity of each human person, solidarity with the poor and vulnerable, the pursuit of the common good and concern for protection of creation.

* Care as promotion of the dignity and rights of each person

“The very concept of the person, which originated and developed in Christianity, fosters the pursuit of a fully human development. Person always signifies relationship, not individualism; it affirms inclusion, not exclusion, unique and inviolable dignity, not exploitation”.[8] Each human person is an end in himself or herself, and never simply a means to be valued only for his or her usefulness. Persons are created to live together in families, communities and societies, where all are equal in dignity. Human rights derive from this dignity, as do human duties, like the responsibility to welcome and assist the poor, the sick, the excluded, every one of our “neighbours, near or far in space and time”.[9]

* Care for the common good

Every aspect of social, political and economic life achieves its fullest end when placed at the service of the common good, in other words, “the sum total of social conditions which allow people, either as groups or as individuals, to reach their fulfilment more fully and more easily”.[10] Consequently, our plans and projects should always take into account their effects on the entire human family, and consider their consequences for the present and for coming generations. The Covid-19 pandemic has shown us the truth and timeliness of this fact. In the face of the pandemic, “we have realized that we are in the same boat, all of us fragile and disoriented, but at the same time important and needed, all of us called to row together”,[11] since “no one reaches salvation by themselves”[12] and no state can ensure the common good of its population if it remains isolated.[13]

* Care through solidarity

Solidarity concretely expresses our love for others, not as a vague sentiment but as a “firm and persevering determination to commit oneself to the common good; that is to say to the good of all and of each individual, because we are all really responsible for all”.[14] Solidarity helps us to regard others – whether as individuals or, more broadly, as peoples or nations – as more than mere statistics, or as a means to be used and then discarded once no longer useful, but as our neighbours, companions on our journey, called like ourselves to partake of the banquet of life to which all are equally invited by God.

* Care and protection of creation

The Encyclical Laudato Si’ is fully aware that all creation is interconnected. It also highlights our need to listen to the cry of the poor and, at the same time, to the cry of creation. Constant and attentive listening leads in turn to effective care for the earth, our common home, and for our brothers and sisters in need. Here I would once again point out that “a sense of deep communion with the rest of nature cannot be authentic if our hearts lack tenderness, compassion and concern for our fellow human beings”.[15] “Peace, justice and care for creation are three inherently connected questions, which cannot be separated in such a way as to be treated individually, lest we fall back into reductionism”.[16]

7. A compass pointing to a common path

At a time dominated by a culture of waste, faced with growing inequalities both within and between nations,[17] I urge government leaders and those of international organizations, business leaders, scientists, communicators and educators, to take up these principles as a “compass” capable of pointing out a common direction and ensuring “a more humane future”[18] in the process of globalization. This will enable us to esteem the value and dignity of every person, to act together in solidarity for the common good, and to bring relief to those suffering from poverty, disease, slavery, armed conflicts, and discrimination. I ask everyone to take this compass in hand and to become a prophetic witness of the culture of care, working to overcome the many existing social inequalities. This can only come about through a widespread and meaningful involvement on the part of women, in the family and in every social, political and institutional sphere.

The compass of these social principles, so essential for the growth of a culture of care, also points to the need for relationships between nations to be inspired by fraternity, mutual respect, solidarity and the observance of international law. In this regard, we must recognize the need to defend and promote fundamental human rights, which are inalienable, universal and indivisible.[19]

Likewise urgent is the need to respect humanitarian law, especially at this time when conflicts and wars continue uninterrupted. Tragically, many regions and communities can no longer remember a time when they dwelt in security and peace. Numerous cities have become epicentres of insecurity: citizens struggle to maintain their normal routine in the face of indiscriminate attacks by explosives, artillery and small arms. Children are unable to study. Men and women cannot work to support their families. Famine is spreading in places where it was previously unknown. People are being forced to take flight, leaving behind not only their homes but also their family history and their cultural roots.

While such conflicts have many causes, the result is always the same: destruction and humanitarian crises. We need to stop and ask ourselves what has led our world to see conflict as something normal, and how our hearts can be converted and our ways of thinking changed, in order to work for true peace in solidarity and fraternity.

How many resources are spent on weaponry, especially nuclear weapons,[20] that could be used for more significant priorities such as ensuring the safety of individuals, the promotion of peace and integral human development, the fight against poverty, and the provision of health care. Global problems like the present Covid-19 pandemic and climate change have only made these challenges all the more evident. What a courageous decision it would be to “establish a ‘Global Fund’ with the money spent on weapons and other military expenditures, in order to permanently eliminate hunger and contribute to the development of the poorest countries”![21]

8. Educating for a culture of care

Promoting a culture of care calls for a process of education. The “compass” of social principles can prove useful and reliable in a variety of interrelated contexts. Let me offer a few examples:

- Educating people to care begins in the family, the natural and fundamental nucleus of society, in which we learn how to live and relate to others in a spirit of mutual respect. Yet families need to be empowered to carry out this vital and indispensable task.

- Together with the family, schools and universities – and, in some respects, the communications media – are also responsible for education.[22] They are called to pass on a system of values based on the recognition of the dignity of each person, each linguistic, ethnic and religious community and each people, as well as the fundamental rights arising from that recognition. Education is one of the pillars of a more just and fraternal society.

- Religions in general, and religious leaders in particular, can play an indispensable role in handing on to their followers, and to society at large, the values of solidarity, respect for differences, and concern for our brothers and sisters in need. Here I think of the words spoken in 1969 by Pope Paul VI to the Ugandan Parliament: “Have no fear of the Church; she honours you, she educates honest and loyal citizens for you, she does not foment rivalries and divisions, she seeks to promote healthy liberty, social justice, and peace. If she has any preference at all, it is for the poor, for the education of little ones and of the people, for the care of the suffering and abandoned”.[23]

- Once more I encourage all those engaged in public service and in international organizations, both governmental and non-governmental, and all those others who in various ways are involved in the areas of education and research, to work towards the goal of a “more open and inclusive education, involving patient listening, constructive dialogue and better mutual understanding”.[24] It is my hope that this appeal, made in the context of the Global Compact on Education, will be broadly acknowledged and accepted.

9. There can be no peace without a culture of care

The culture of care thus calls for a common, supportive and inclusive commitment to protecting and promoting the dignity and good of all, a willingness to show care and compassion, to work for reconciliation and healing, and to advance mutual respect and acceptance. As such, it represents a privileged path to peace. “In many parts of the world, there is a need for paths of peace to heal open wounds. There is also a need for peacemakers, men and women prepared to work boldly and creatively to initiate processes of healing and renewed encounter”.[25]

At a time like this, when the barque of humanity, tossed by the storm of the current crisis, struggles to advance towards a calmer and more serene horizon, the “rudder” of human dignity and the “compass” of fundamental social principles can enable us together to steer a sure course. As Christians, we should always look to Our Lady, Star of the Sea and Mother of Hope. May we work together to advance towards a new horizon of love and peace, of fraternity and solidarity, of mutual support and acceptance. May we never yield to the temptation to disregard others, especially those in greatest need, and to look the other way;[26] instead, may we strive daily, in concrete and practical ways, “to form a community composed of brothers and sisters who accept and care for one another”.[27]

From the Vatican, 8 December 2020

FRANCIS

________________________

[1] Cf. Video Message to the Seventy-fifth Meeting of the General Assembly of the United Nations, 25 September 2020.

[2] Cf. Encyclical Letter Laudato Si’ (24 May 2015), 67.

[3] Cf. “Fraternity, the Foundation and Pathway to Peace”, Message for the 2014 World Day of Peace (8 December 2013), 2.

[4] Encyclical Letter Laudato Si’ (24 May 2015), 70.

[5] PONTIFICAL COUNCIL FOR JUSTICE AND PEACE, Compendium of the Social Doctrine of the Church, No. 488.

[6] De Officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67.

[7] K. BIHLMEYER-H. TÜCHLE, Church History, vol. 1, Westminster, The Newman Press, 1958, pp. 373, 374.

[8] Address to Participants in the Conference organized by the Dicastery for Promoting Integral Human Development to mark the Fiftieth Anniversary of the Encyclical Populorum Progressio (4 April 2017).

[9] Message for the Twenty-second Session of the Conference of the Parties to the United Nations Framework Convention on Climate Change (COP22), 10 November 2016. Cf. INTERDICASTERIAL ROUNDTABLE OF THE HOLY SEE ON INTEGRAL ECOLOGY, Journeying Towards Care for Our Common Home: Five Years after Laudato Si’, Libreria Editrice Vaticana, 31 May 2020.

[10] SECOND VATICAN ECUMENICAL COUNCIL, Pastoral Constitution on the Church in the Modern World Gaudium et Spes, 26.

[11] Extraordinary Moment of Prayer in Time of Epidemic, 27 March 2020.

[12] Ibid.

[13] Cf. Encyclical Letter Fratelli Tutti (3 October 2020), 8; 153.

[14] SAINT JOHN PAUL II, Encyclical Letter Sollicitudo Rei Socialis (30 December 1987), 38.

[15] Encyclical Letter Laudato Si’ (24 May 2015), 91.

[16] EPISCOPAL CONFERENCE OF THE DOMINICAN REPUBLIC, Pastoral Letter Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 January 1987); cf. Encyclical Letter Laudato Si’ (24 May 2015), 92.

[17] Cf. Encyclical Letter Fratelli Tutti (3 October 2020), 125.

[18] Ibid., 29.

[19] Cf. Message to Participants in the International Conference “Human Rights in the Contemporary World: Achievements, Omissions, Negations”, Rome, 10-11 December 2018.

[20] Cf. Message to the United Nations Conference to Negotiate a Legally Binding Instrument to Prohibit Nuclear Weapons, Leading Towards their Total Elimination, 23 March 2017.

[21] Video Message for the 2020 World Food Day (16 October 2020).

[22] Cf. BENEDICT XVI, “Educating Young People in Justice and Peace”, Message for the 2012 World Day of Peace, (8 December 2011), 2; “Overcome Indifference and Win Peace”, Message for the 2016 World Day of Peace, (8 December 2015), 6.

[23] Address to the Parliament of Uganda, Kampala, 1 August 1969.

[24] Message for the Launch of the Global Compact on Education, 12 September 2019.

[25] Encyclical Letter Fratelli Tutti (3 October 2020), 225.

[26] Cf. ibid., 64.

[27] Ibid., 96; cf. “Fraternity, the Foundation and Pathway to Peace”, Message for the 2014 World Day of Peace (8 December 2013), 1.

Traduzione in lingua tedesca

Die Kultur der Achtsamkeit als Weg zum Frieden

1. An der Schwelle zum neuen Jahr möchte ich den Staatsoberhäuptern und Regierungschefs, den Verantwortlichen der internationalen Organisationen, den geistlichen Führern und den Gläubigen der verschiedenen Religionen sowie allen Männern und Frauen guten Willens meine ehrerbietigen Grüße übermitteln. Ihnen allen entbiete ich meine besten Wünsche, damit das kommende Jahr die Menschheit auf dem Weg der Geschwisterlichkeit, der Gerechtigkeit und des Friedens zwischen Menschen, Gemeinschaften, Völkern und Staaten voranbringen kann.

Das Jahr 2020 war geprägt von der großen Covid-19-Gesundheitskrise, die sich zu einem globalen Phänomen in vielen Bereichen entwickelt hat. So hat sie Krisen verschärft, die eng miteinander zusammenhängen, wie die Klima-, Ernährungs-, Wirtschafts- und Migrationskrisen, und schweres Leid und Not verursacht. Ich denke in erster Linie an diejenigen, die ein Familienmitglied oder einen geliebten Menschen verloren haben, aber auch an alle, die ohne Arbeit geblieben sind. Meine Gedanken gehen insbesondere an die Ärzte, Krankenschwestern und Pfleger, Apotheker, Forscher, Freiwilligen, Seelsorger und Fachkräfte in den Krankenhäusern und Gesundheitszentren, die unter großen Anstrengungen und Opfern – manche sogar bis hin zu ihrem eigenen Tod – hingebungsvoll ihren Einsatz geleistet haben im Bemühen, den Kranken nahe zu sein und ihre Leiden zu lindern bzw. ihr Leben zu retten. Während ich diesen Menschen meine Anerkennung zolle, erneuere ich zugleich meinen Appell an die politischen Verantwortungsträger und an die Privatwirtschaft, angemessene Maßnahmen zu ergreifen, um den Zugang zu Covid-19-Impfstoffen und den wesentlichen Technologien zu gewährleisten, die zur Betreuung der Kranken und all derer, die zu den Ärmsten und Schwächsten gehören, benötigt werden.[1]

Es ist bedauerlich, feststellen zu müssen, dass neben zahlreichen Zeugnissen der Nächstenliebe und Solidarität verschiedene Formen von Nationalismus, Rassismus, Fremdenfeindlichkeit wie auch Tod und Zerstörung bringende Kriege und Konflikte leider neuen Schwung gewinnen.

Diese und andere Ereignisse, die den Weg der Menschheit im vergangenen Jahr geprägt haben, lehren uns, wie wichtig es ist, füreinander und für die Schöpfung Sorge zu tragen, um eine Gesellschaft aufzubauen, die auf Beziehungen der Geschwisterlichkeit beruht. Deshalb habe ich als Thema dieser Botschaft Die Kultur der Achtsamkeit als Weg zum Frieden gewählt. Es geht um eine Kultur der Achtsamkeit, um die heute oft vorherrschende Kultur der Gleichgültigkeit, des Wegwerfens und der Konfrontation auszumerzen.

2. Gott der Schöpfer, Ursprung der Berufung des Menschen zur Achtsamkeit

In vielen Religionen gibt es Erzählungen über den Ursprung des Menschen und seine Beziehung zum Schöpfer, zur Natur und zu seinen Mitmenschen. Das Buch Genesis in der Bibel zeigt von Anfang an auf, wie wichtig die Sorge und das Hüten im Plan Gottes für die Menschheit sind, indem es die Beziehung zwischen Mensch (’adam) und Erde (’adamah) wie auch zwischen Geschwistern hervorhebt. Im biblischen Schöpfungsbericht vertraut Gott den „in Eden gepflanzten Garten“ (vgl. Gen 2,8) Adam an mit dem Auftrag, „ihn zu bearbeiten und zu hüten“ (vgl. Gen 2,15). Das bedeutet einerseits, die Erde fruchtbar zu machen, und andererseits, sie zu schützen und ihre Fähigkeit zu bewahren, das Leben zu ernähren.[2] Die Verben „bearbeiten“ und „hüten“ beschreiben Adams Beziehung zu seinem Haus/Garten und weisen auch auf das Vertrauen hin, das Gott in ihn als Herrn und Hüter der ganzen Schöpfung setzt.

Die Geburt von Kain und Abel führt zu einer Geschichte von Brüdern, deren Beziehung untereinander von Kain im Sinne von Schutz oder Obhut – negativ – ausgelegt wird. Nachdem Kain seinen Bruder Abel getötet hat, antwortet er so auf die Frage Gottes: »Bin ich der Hüter meines Bruders?« (Gen 4,9).[3] Ja, gewiss! Kain ist der „Hüter“ seines Bruders. »In diesen so alten, an tiefem Symbolismus überreichen Erzählungen war schon eine heutige Überzeugung enthalten: dass alles aufeinander bezogen ist und dass die echte Sorge für unser eigenes Leben und unsere Beziehungen zur Natur nicht zu trennen ist von der Brüderlichkeit, der Gerechtigkeit und der Treue gegenüber den anderen«.[4]

3. Gott der Schöpfer, Vorbild der Achtsamkeit

Die Heilige Schrift stellt Gott nicht nur als Schöpfer dar, sondern auch als denjenigen, der für seine Geschöpfe sorgt, insbesondere für Adam und Eva und ihre Kinder. Selbst Kain erhält, obwohl er wegen des von ihm begangenen Verbrechens verflucht ist, vom Schöpfer ein Zeichen des Schutzes, damit sein Leben bewahrt wird (vgl. Gen 4,15). Diese Tatsache bestätigt die unantastbare Würde der Person, die nach dem Bild und Gleichnis Gottes geschaffen wurde, zugleich macht sie auch den göttlichen Plan zur Bewahrung der Harmonie der Schöpfung deutlich, denn »Frieden und Gewalt können nicht zusammenwohnen«.[5]

Eben die Sorge für die Schöpfung bildet die Grundlage der Einrichtung des Sabbats, die neben der Regelung des Gottesdienstes auch die Wiederherstellung der sozialen Ordnung und die Aufmerksamkeit gegenüber den Armen zum Ziel hatte (Gen 1,1-3; Lev 25,4). Die Feier des Jubeljahres anlässlich des siebten Sabbatjahres gestattete der Erde, den Sklaven und den Verschuldeten eine Ruhepause. In diesem Gnadenjahr wurde für die Schwächsten gesorgt und ihnen eine neue Lebensperspektive geboten, denn so sollte es im Volk keine Bedürftigen mehr geben (vgl. Dtn 15,4).

Bemerkenswert ist auch die prophetische Tradition, wo sich der Gipfel des biblischen Verständnisses von Gerechtigkeit in der Art und Weise zeigt, wie eine Gemeinschaft die Schwächsten in ihrer Mitte behandelt. Deshalb erheben vor allem Amos (2,6-8 und 8) und Jesaja (58) immer wieder ihre Stimme zugunsten der Gerechtigkeit für die Armen, die wegen ihrer Verletzlichkeit und Machtlosigkeit nur von Gott erhört werden, der sich ihrer annimmt (vgl. Ps 34,7; 113,7-8).

4. Die Achtsamkeit im Wirken Jesu

Das Leben und Wirken Jesu bilden den Höhepunkt der Offenbarung der Liebe des Vaters zur Menschheit (vgl. Joh 3,16). In der Synagoge von Nazaret tritt Jesus mit diesen Worten auf: Der Herr »hat mich gesalbt. Er hat mich gesandt, damit ich den Armen eine frohe Botschaft bringe; damit ich den Gefangenen die Entlassung verkünde und den Blinden das Augenlicht; damit ich die Zerschlagenen in Freiheit setze« (Lk 4,18). Diese messianischen Handlungen, die für die Jubeljahre typisch sind, stellen das beredteste Zeugnis für die ihm vom Vater anvertraute Sendung dar. In seiner Barmherzigkeit nähert sich Christus den Kranken an Leib und Geist und heilt sie; er vergibt den Sündern und schenkt ihnen ein neues Leben. Jesus ist der Gute Hirt, der sich um die Schafe kümmert (vgl. Joh 10,11-18; Ez 34,1-31); er ist der barmherzige Samariter, der sich über den Verletzten beugt, seine Wunden verarztet und sich um ihn kümmert (vgl. Lk 10,30-37).

Auf dem Höhepunkt seiner Sendung besiegelt Jesus seine Sorge für uns durch seine Hingabe am Kreuz und befreit uns so von der Sklaverei der Sünde und des Todes. Auf diese Weise, durch die Hingabe seines Lebens und durch sein Opfer, hat er uns den Weg der Liebe erschlossen und sagt zu einem jeden: »Folge mir nach!« »Handle du genauso!« (Mt 9,9 und Lk 10,37).

5. Die Kultur der Achtsamkeit im Leben der Nachfolger Jesu

Die Werke der geistlichen und leiblichen Barmherzigkeit bilden den Kern des karitativen Dienstes der frühen Kirche. Die ersten Christen teilten alles, damit niemand unter ihnen Not litt (vgl. Apg 4,34-35), und bemühten sich, ihre Gemeinschaft zu einem einladenden Ort zu machen, der offen ist für jede menschliche Situation und bereit, sich um die Schwächsten zu kümmern. So wurde es üblich, freiwillige Opfergaben zu machen, um die Armen zu ernähren, die Toten zu begraben und um Waisen, alte Menschen und Opfer von Katastrophen, wie z.B. Schiffbrüchige, zu versorgen. Und als in späteren Zeiten die Großzügigkeit der Christen etwas an Schwung verlor, betonten einige Kirchenväter nachdrücklich, dass gemäß Gott das Eigentum zum Nutzen des Gemeinwohls zu verstehen ist. Ambrosius sagte: »Die Natur bringt alle Erzeugnisse zum gemeinsamen Gebrauch für alle hervor. [...] So schuf also die Natur ein gemeinsames Besitzrecht für alle; Anmaßung machte daraus ein Privatrecht«.[6] Nachdem die Kirche die Verfolgungen der ersten Jahrhunderte überwunden hatte, nutzte sie die Freiheit, um die Gesellschaft und ihre Kultur zu beseelen. »Die Not der Zeit weckte vielmehr neue Kräfte im Dienst der christlichen Caritas. Die Geschichte berichtet von zahlreichen Werken der Wohltätigkeit. […] Es entstanden zahlreiche Anstalten zum Besten der leidenden Menschheit: Kranken-, Armen-, Waisen- und Findelhäuser, Fremdenherbergen usw.«[7]

6. Die Prinzipien der Soziallehre der Kirche als Grundlage der Kultur der Achtsamkeit

Die ursprüngliche diakonia, die durch die Reflexion der Väter bereichert und im Laufe der Jahrhunderte durch die tätige Nächstenliebe so vieler leuchtender Glaubenszeugen belebt wurde, ist zum pulsierenden Herz der Soziallehre der Kirche geworden. So bietet sie sich allen Menschen guten Willens als ein wertvolles Erbe an Prinzipien, Kriterien und Weisungen an, aus dem die „Grammatik“ der Achtsamkeit zu beziehen ist: die Förderung der Würde jeder menschlichen Person, die Solidarität mit den Armen und Schutzlosen, die Sorge um das Gemeinwohl, die Bewahrung der Schöpfung.

* Achtsamkeit als Förderung der Würde und Rechte der Person

»Der im Christentum entstandene und herangereifte Begriff Person [ist] eine Hilfe, die ganzheitliche menschliche Entwicklung zu erreichen. Denn Person bedeutet immer Beziehung, nicht Individualismus, bejaht Inklusion und nicht Ausschluss, bejaht die einzigartige, unverletzliche Würde und nicht die Ausbeutung.«[8] Jede menschliche Person ist Selbstzweck, niemals einfach Mittel, das nur seines Nutzens wegen geschätzt wird; sie ist dazu geschaffen, um in der Familie, in der Gemeinschaft, in der Gesellschaft zusammenzuleben, wo alle Mitglieder an Würde gleich sind. Aus dieser Würde leiten sich die Menschenrechte ab, aber auch die Pflichten, die z.B. an die Verantwortung erinnern, die Armen, die Kranken, die Ausgegrenzten, alle unsere »Mitmenschen, seien sie nah oder fern in Zeit und Raum«,[9] aufzunehmen und ihnen zu helfen.

* Achtsamkeit gegenüber dem Gemeinwohl

Jeder Aspekt des sozialen, politischen und wirtschaftlichen Lebens findet seine Erfüllung, wenn er im Dienste des Gemeinwohls steht, das heißt der »Gesamtheit jener Bedingungen des gesellschaftlichen Lebens, die sowohl den Gruppen als auch deren einzelnen Gliedern ein volleres und leichteres Erreichen der eigenen Vollendung ermöglichen«.[10] Deshalb müssen unsere Pläne und Bemühungen stets die Auswirkungen auf die gesamte Menschheitsfamilie berücksichtigen und die Folgen für den gegenwärtigen Augenblick und für die künftigen Generationen abwägen. Die Covid-19-Pandemie zeigt uns, wie wahr und aktuell dies ist. Aufgrund der Pandemie »wurde [uns] klar, dass wir alle im selben Boot sitzen, alle schwach und orientierungslos sind, aber zugleich wichtig und notwendig, denn alle sind wir dazu aufgerufen, gemeinsam zu rudern«,[11] weil »niemand sich allein rettet«[12] und kein isolierter Nationalstaat in der Lage ist, das Gemeinwohl seiner Bevölkerung zu gewährleisten.[13]

* Aufmerksamkeit durch Solidarität

Solidarität bringt die Liebe zum anderen konkret zum Ausdruck, und zwar nicht als vages Gefühl, sondern als »feste und beständige Entschlossenheit, sich für das Gemeinwohl einzusetzen, das heißt für das Wohl aller und eines jeden, weil wir alle für alle verantwortlich sind«.[14] Die Solidarität hilft uns, den anderen – sowohl als Person als auch im weiteren Sinne als Volk oder Nation – nicht als einen statistischen Posten zu sehen oder als ein Mittel, das man ausnutzt und dann wegwirft, wenn es nicht mehr nützlich ist, sondern als unseren Nächsten, als einen Weggefährten, der aufgerufen ist, gleichberechtigt mit uns am Festmahl des Lebens teilzunehmen, zu dem alle gleichermaßen von Gott eingeladen sind.

* Sorge für die Schöpfung und ihre Bewahrung

Die Enzyklika Laudato si’ berücksichtigt vollauf die Verbindung zwischen allem Geschaffenen und betont die Notwendigkeit, auf den Schrei der Bedürftigen und auf den Schrei der Schöpfung zugleich zu hören. Aus diesem aufmerksamen und beständigen Hinhören kann eine effektive Achtsamkeit für die Erde, unser gemeinsames Haus, und für die Armen erwachsen. In diesem Zusammenhang möchte ich bekräftigen, dass »ein Empfinden inniger Verbundenheit mit den anderen Wesen in der Natur […] nicht echt sein [kann], wenn nicht zugleich im Herzen eine Zärtlichkeit, ein Mitleid und eine Sorge um die Menschen vorhanden ist«.[15] »Friede, Gerechtigkeit und Bewahrung der Schöpfung sind drei absolut miteinander verbundene Themen, die nicht getrennt und einzeln behandelt werden können, ohne erneut in Reduktionismus zu fallen«.[16]

7. Der Kompass für einen gemeinsamen Kurs

In einer Zeit, die von einer verschwenderischen Wegwerfkultur bestimmt wird, möchte ich angesichts der immer stärker werdenden Ungleichheiten innerhalb der einzelnen Nationen und zwischen den Nationen[17] die Verantwortlichen der internationalen Organisationen und der Regierungen, der Wirtschaft und der Wissenschaft, der sozialen Kommunikation und der Bildungseinrichtungen einladen, diesen „Kompass“ der oben genannten Prinzipien zur Hand zu nehmen, um im Globalisierungsprozess einen gemeinsamen Kurs zu verfolgen, einen »wirklich menschlichen Kurs«.[18] Dies würde es in der Tat erlauben, den Wert und die Würde eines jeden Menschen zu achten, gemeinsam und solidarisch für das Gemeinwohl zu handeln und alle aufzurichten, die unter Armut, Krankheit, Sklaverei, Diskriminierung und Konflikten leiden. Mithilfe dieses Kompasses ermutige ich alle, Propheten und Zeugen einer Kultur der Achtsamkeit zu werden, um die vielfältige soziale Ungleichheit zu überwinden. Und dies wird nur dann möglich sein, wenn dabei Frauen im großen Ausmaß eine Hauptrolle spielen – in der Familie und in allen sozialen, politischen und institutionellen Bereichen.

Der Kompass der sozialen Prinzipien, der zur Förderung der Kultur der Achtsamkeit notwendig ist, zeigt auch die Richtung für die Beziehungen zwischen den Nationen an, die von Geschwisterlichkeit, gegenseitigem Respekt, Solidarität und der Einhaltung des Völkerrechts inspiriert sein sollten. In diesem Zusammenhang müssen der Schutz und die Förderung der grundlegenden Menschenrechte, die unveräußerlich, allgemeingültig und unteilbar sind, bekräftigt werden[19].

Ebenso muss an die Achtung des humanitären Rechts erinnert werden, besonders in dieser Zeit unaufhörlich aufeinanderfolgender Konflikte und Kriege. Leider haben viele Regionen und Gemeinschaften keine Erinnerung mehr an eine Zeit, in der sie in Frieden und Sicherheit lebten. Viele Städte sind zu Epizentren der Unsicherheit geworden: Ihre Bewohner haben damit zu kämpfen, ihre normalen Tagesabläufe beibehalten zu können, weil sie wahllos mit Sprengstoff, Artillerie oder leichten Waffen angegriffen und bombardiert werden. Kinder können nicht zur Schule gehen. Männer und Frauen können nicht arbeiten, um ihre Familien zu ernähren. Es herrscht Not an Orten, wo sie einst unbekannt war. Die Menschen sind gezwungen zu fliehen und lassen damit nicht nur ihre Heimat zurück, sondern auch ihre Familiengeschichte und ihre kulturellen Wurzeln.

Es gibt viele Ursachen für Konflikte, aber das Ergebnis ist immer dasselbe: Zerstörung und humanitäre Krisen. Wir müssen innehalten und uns fragen: Was hat dazu geführt, dass Konflikte in unserer Welt zur Normalität geworden sind? Und vor allem: Wie können wir unsere Herzen bekehren und unsere Mentalität ändern, um in Solidarität und Geschwisterlichkeit wirklich Frieden zu suchen?

Wie viele Ressourcen werden für Waffen, insbesondere Atomwaffen, vergeudet,[20] Ressourcen, die für wichtigere Prioritäten zur Gewährleistung der Sicherheit der Menschen eingesetzt werden könnten, wie z.B. die Förderung des Friedens und der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen, die Bekämpfung der Armut, die Sicherstellung der Gesundheitsversorgung. Auch dies wird andererseits durch globale Probleme wie die aktuelle Covid-19-Pandemie und den Klimawandel deutlich. Was für eine mutige Entscheidung wäre es doch, »mit dem Geld, das für Waffen und andere Militärausgaben verwendet wird, „einen Weltfonds“ einzurichten, um dem Hunger ein für alle Mal ein Ende zu setzen und die Entwicklung der ärmsten Länder zu fördern«![21]

8. Erziehung zu einer Kultur der Achtsamkeit

Die Förderung einer Kultur der Achtsamkeit erfordert einen Erziehungsprozess, und der Kompass der sozialen Prinzipien stellt diesbezüglich ein zuverlässiges Instrument im Hinblick auf verschiedene Bereiche dar, die miteinander in Beziehung stehen. Hierfür möchte ich einige Beispiele nennen.

- Die Erziehung zur Achtsamkeit beginnt in der Familie, dem natürlichen und grundlegenden Kern der Gesellschaft, wo man lernt, in Beziehung und in gegenseitiger Achtung zu leben. Die Familie muss jedoch in die Lage versetzt werden, diese lebenswichtige und unverzichtbare Aufgabe zu erfüllen.

- Auch die Schule und die Universität tragen – immer in Zusammenarbeit mit der Familie – Verantwortung für die Erziehung, und in ähnlicher Weise in gewisser Hinsicht auch die Betreiber der sozialen Kommunikation.[22] Sie sind aufgerufen, ein Wertesystem zu vermitteln, das auf der Anerkennung der Würde jeder Person, jeder sprachlichen, ethnischen und religiösen Gemeinschaft, jedes Volkes und der sich daraus ergebenden Grundrechte beruht. Bildung ist eine der gerechtesten und solidarischsten Säulen der Gesellschaft.

- Die Religionen im Allgemeinen und die Religionsführer im Besonderen können eine unersetzliche Rolle spielen, wenn es darum geht, den Gläubigen und der Gesellschaft die Werte der Solidarität, der Achtung der Unterschiede, der Akzeptanz und der Sorge für die schwächsten Brüder und Schwestern zu vermitteln. Ich erinnere in diesem Zusammenhang an die Worte Papst Pauls VI. 1969 vor dem ugandischen Parlament: »Fürchtet die Kirche nicht; sie ehrt euch, sie erzieht für euch ehrliche und loyale Bürger, sie schürt keine Rivalitäten und Spaltungen, sie strebt nach gesunder Freiheit, sozialer Gerechtigkeit und Frieden; wenn sie irgendeine Vorliebe hat, dann die für die Armen, für die Erziehung der Kleinen und des Volkes sowie für die Sorge für die Leidenden und Verlassenen«.[23]

- Erneut ermutige ich jene, die mit einem Bildungsauftrag im Dienst ihrer Bevölkerungen und in den – staatlichen und nichtstaatlichen – internationalen Organisationen arbeiten, sowie alle, die auf verschiedene Weise im Bildungs- und Forschungsbereich tätig sind, sich »eine offenere und integrativere Bildung« zum Ziel zu setzen, »die fähig ist, geduldig zuzuhören, einen konstruktiven Dialog und gegenseitiges Verständnis zu fördern«.[24] Ich hoffe, dass diese im Rahmen des Globalen Bildungspakts ergangene Einladung breite und vielfältige Unterstützung findet.

9 Es gibt keinen Frieden ohne eine Kultur der Achtsamkeit

Eine Kultur der Achtsamkeit im Sinne eines gemeinsamen, solidarischen und partizipatorischen Einsatzes zum Schutz und zur Förderung der Würde und des Wohls aller, im Sinne einer Bereitschaft zur Aufgeschlossenheit, zur Aufmerksamkeit, zum Mitgefühl, zur Versöhnung und zur Heilung, zu gegenseitiger Achtung und gegenseitiger Annahme ist ein vorzüglicher Weg zur Schaffung von Frieden. »In vielen Erdteilen sind Friedenswege erforderlich, die zur Heilung führen; es sind Friedensstifter vonnöten, die bereit sind, einfallsreich und mutig Prozesse zur Heilung und zu neuer Begegnung einzuleiten«.[25]

In dieser Zeit, in der das Boot der Menschheit, vom Sturm der Krise gebeutelt, auf der Suche nach einem ruhigeren und friedlicheren Horizont mühsam vorankommt, ermöglichen uns das Ruder der Menschenwürde und der „Kompass“ der sozialen Grundprinzipien einen sicheren und gemeinsamen Kurs. Blicken wir als Christen auf die Jungfrau Maria, Stern des Meeres und Mutter der Hoffnung. Gemeinsam arbeiten wir daran, auf dem Weg zu einem neuen Horizont der Liebe und des Friedens, der Geschwisterlichkeit und Solidarität, der gegenseitigen Unterstützung und Annahme voranzuschreiten. Geben wir nicht der Versuchung nach, den anderen, insbesondere den Schwächsten gegenüber, gleichgültig zu sein; gewöhnen wir uns nicht daran, den Blick abzuwenden[26], sondern setzen wir uns jeden Tag konkret dafür ein, »eine Gemeinschaft zu bilden, die aus Geschwistern zusammengesetzt ist, die einander annehmen und füreinander sorgen«.[27]

Aus dem Vatikan, am 8. Dezember 2020

FRANZISKUS

_________________________

[1] Vgl. Videobotschaft zur 75. Sitzung der Generalversammlung der Vereinten Nationen, 25. September 2020.

[2] Vgl. Enzyklika Laudato si’ (24. Mai 2015), 67.

[3] Vgl. „Brüderlichkeit – Fundament und Weg des Friedens“. Botschaft zur Feier des 47. Weltfriedenstages am 1. Januar 2014 (8. Dezember 2013), 2.

[4] Enzyklika Laudato si’ (24. Mai 2015), 70.

[5] Päpstlicher Rat für Gerechtigkeit und Frieden, Kompendium der Soziallehre der Kirche, 488.

[6] De officiis, 1, 28,132: PL 16, 67.

[7] K. Bihlmeyer - H. Tüchle, Kirchengeschichte, Bd. 1, Verlag Ferdinand Schöningh, Paderborn 181951, S. 387-388.

[8] Ansprache an die Teilnehmer an der Konferenz des Dikasteriums für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen zum 50. Jahrestag der Enzyklika „Populorum progressio“ (4. April 2017).

[9] Botschaft an die 22. Vertragsstaatenkonferenz der UN-Klimarahmenkonvention (COP22) vom 7. bis 18. November 2016 in Marrakesch (10. November 2016); vgl. Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale, In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’, Vatikanische Verlagsbuchhandlung LEV, 31. Mai 2020.

[10] Zweites Vatikanisches Ökumenisches Konzil, Pastoralkonstitution Gaudium et spes, 26.

[11] Besondere Andacht zur Zeit der Epidemie (27. März 2020).

[12] Ebd.

[13] Vgl. Enzyklika Fratelli tutti (3. Oktober 2020), 8; 153.

[14] Johannes Paul II., Enzyklika Sollicitudo rei socialis (30. Dezember 1987), 38.

[15] Enzyklika Laudato si’ (24. Mai 2015), 91.

[16] Konferenz des Dominikanischen Episkopats, Carta pastoral sobre la relación del hombre con la naturaleza (21. Januar 1987); vgl. Enzyklika Laudato si’ (24. Mai 2015), 92.

[17] Vgl. Enzyklika Fratelli tutti (3. Oktober 2020), 125.

[18] Ebd., 29.

[19] Vgl. Botschaft an die Teilnehmer der Internationalen Konferenz zum Thema „Die Menschenrechte in der heutigen Welt: Errungenschaften, Versäumnisse, Verwehrungen“ (10. Dezember 2018).

[20] Vgl. Botschaft an die UNO-Konferenz zur Aushandlung eines rechtlich bindenden Instruments zum Verbot von Nuklearwaffen mit dem Ziel der vollständigen Abschaffung derselben (23. März 2017).

[21] Videobotschaft zum Welternährungstag 2020 (16. Oktober 2020).

[22] Vgl. Benedikt XVI., „Die jungen Menschen zur Gerechtigkeit und zum Frieden erziehen“. Botschaft zum 45. Weltfriedenstag am 1. Januar 2012 (8. Dezember 2011), 2; Franziskus, „Überwinde die Gleichgültigkeit und erringe den Frieden“. Botschaft zum 49. Weltfriedenstag am 1. Januar 2016 (8. Dezember 2015), 6.

[23] Ansprache an die Abgeordneten und Senatoren Ugandas (Kampala, 1. August 1969).

[24] Botschaft zum Start des Bildungspakts (12. September 2019).

[25] Enzyklika Fratelli tutti (3. Oktober 2020), 225.

[26] Vgl. ebd., 64.

[27] Ebd., 96; vgl. „Brüderlichkeit – Fundament und Weg des Friedens“. Botschaft zum 47. Weltfriedenstag am 1. Januar 2014 (8. Dezember 2013), 1.

Traduzione in lingua spagnola

La cultura del cuidado como camino de paz

1. En el umbral del Año Nuevo, deseo presentar mi más respetuoso saludo a los Jefes de Estado y de Gobierno, a los responsables de las organizaciones internacionales, a los líderes espirituales y a los fieles de diversas religiones, y a los hombres y mujeres de buena voluntad. A todos les hago llegar mis mejores deseos para que la humanidad pueda progresar en este año por el camino de la fraternidad, la justicia y la paz entre las personas, las comunidades, los pueblos y los Estados.

El año 2020 se caracterizó por la gran crisis sanitaria de COVID-19, que se ha convertido en un fenómeno multisectorial y mundial, que agrava las crisis fuertemente interrelacionadas, como la climática, alimentaria, económica y migratoria, y causa grandes sufrimientos y penurias. Pienso en primer lugar en los que han perdido a un familiar o un ser querido, pero también en los que se han quedado sin trabajo. Recuerdo especialmente a los médicos, enfermeros, farmacéuticos, investigadores, voluntarios, capellanes y personal de los hospitales y centros de salud, que se han esforzado y siguen haciéndolo, con gran dedicación y sacrificio, hasta el punto de que algunos de ellos han fallecido procurando estar cerca de los enfermos, aliviar su sufrimiento o salvar sus vidas. Al rendir homenaje a estas personas, renuevo mi llamamiento a los responsables políticos y al sector privado para que adopten las medidas adecuadas a fin de garantizar el acceso a las vacunas contra el COVID-19 y a las tecnologías esenciales necesarias para prestar asistencia a los enfermos y a los más pobres y frágiles.[1]

Es doloroso constatar que, lamentablemente, junto a numerosos testimonios de caridad y solidaridad, están cobrando un nuevo impulso diversas formas de nacionalismo, racismo, xenofobia e incluso guerras y conflictos que siembran muerte y destrucción.

Estos y otros eventos, que han marcado el camino de la humanidad en el último año, nos enseñan la importancia de hacernos cargo los unos de los otros y también de la creación, para construir una sociedad basada en relaciones de fraternidad. Por eso he elegido como tema de este mensaje: La cultura del cuidado como camino de paz. Cultura del cuidado para erradicar la cultura de la indiferencia, del rechazo y de la confrontación, que suele prevalecer hoy en día.

2. Dios Creador, origen de la vocación humana al cuidado

En muchas tradiciones religiosas, hay narraciones que se refieren al origen del hombre, a su relación con el Creador, con la naturaleza y con sus semejantes. En la Biblia, el Libro del Génesis revela, desde el principio, la importancia del cuidado o de la custodia en el proyecto de Dios por la humanidad, poniendo en evidencia la relación entre el hombre (’adam) y la tierra (’adamah), y entre los hermanos. En el relato bíblico de la creación, Dios confía el jardín “plantado en el Edén” (cf. Gn 2,8) a las manos de Adán con la tarea de “cultivarlo y cuidarlo” (cf. Gn 2,15). Esto significa, por un lado, hacer que la tierra sea productiva y, por otro, protegerla y hacer que mantenga su capacidad para sostener la vida.[2] Los verbos “cultivar” y “cuidar” describen la relación de Adán con su casa-jardín e indican también la confianza que Dios deposita en él al constituirlo señor y guardián de toda la creación.

El nacimiento de Caín y Abel dio origen a una historia de hermanos, cuya relación sería interpretada —negativamente— por Caín en términos de protección o custodia. Caín, después de matar a su hermano Abel, respondió así a la pregunta de Dios: «¿Acaso yo soy guardián de mi hermano?» (Gn 4,9).[3] Sí, ciertamente. Caín era el “guardián” de su hermano. «En estos relatos tan antiguos, cargados de profundo simbolismo, ya estaba contenida una convicción actual: que todo está relacionado, y que el auténtico cuidado de nuestra propia vida y de nuestras relaciones con la naturaleza es inseparable de la fraternidad, la justicia y la fidelidad a los demás».[4]

3. Dios Creador, modelo del cuidado

La Sagrada Escritura presenta a Dios no sólo como Creador, sino también como Aquel que cuida de sus criaturas, especialmente de Adán, de Eva y de sus hijos. El mismo Caín, aunque cayera sobre él el peso de la maldición por el crimen que cometió, recibió como don del Creador una señal de protección para que su vida fuera salvaguardada (cf. Gn 4,15). Este hecho, si bien confirma la dignidad inviolable de la persona, creada a imagen y semejanza de Dios, también manifiesta el plan divino de preservar la armonía de la creación, porque «la paz y la violencia no pueden habitar juntas».[5]

Precisamente el cuidado de la creación está en la base de la institución del Shabbat que, además de regular el culto divino, tenía como objetivo restablecer el orden social y el cuidado de los pobres (cf. Gn 1,1-3; Lv 25,4). La celebración del Jubileo, con ocasión del séptimo año sabático, permitía una tregua a la tierra, a los esclavos y a los endeudados. En ese año de gracia, se protegía a los más débiles, ofreciéndoles una nueva perspectiva de la vida, para que no hubiera personas necesitadas en la comunidad (cf. Dt 15,4).

También es digna de mención la tradición profética, donde la cumbre de la comprensión bíblica de la justicia se manifestaba en la forma en que una comunidad trataba a los más débiles que estaban en ella. Por eso Amós (2,6-8; 8) e Isaías (58), en particular, hacían oír continuamente su voz en favor de la justicia para los pobres, quienes, por su vulnerabilidad y falta de poder, eran escuchados sólo por Dios, que los cuidaba (cf. Sal 34,7; 113,7-8).

4. El cuidado en el ministerio de Jesús

La vida y el ministerio de Jesús encarnan el punto culminante de la revelación del amor del Padre por la humanidad (cf. Jn 3,16). En la sinagoga de Nazaret, Jesús se manifestó como Aquel a quien el Señor ungió «para anunciar la buena noticia a los pobres, ha enviado a proclamar la liberación a los cautivos y la vista a los ciegos, a dejar en libertad a los oprimidos» (Lc 4,18). Estas acciones mesiánicas, típicas de los jubileos, constituyen el testimonio más elocuente de la misión que le confió el Padre. En su compasión, Cristo se acercaba a los enfermos del cuerpo y del espíritu y los curaba; perdonaba a los pecadores y les daba una vida nueva. Jesús era el Buen Pastor que cuidaba de las ovejas (cf. Jn 10,11-18; Ez 34,1-31); era el Buen Samaritano que se inclinaba sobre el hombre herido, vendaba sus heridas y se ocupaba de él (cf. Lc 10,30-37).

En la cúspide de su misión, Jesús selló su cuidado hacia nosotros ofreciéndose a sí mismo en la cruz y liberándonos de la esclavitud del pecado y de la muerte. Así, con el don de su vida y su sacrificio, nos abrió el camino del amor y dice a cada uno: “Sígueme y haz lo mismo” (cf. Lc 10,37).

5. La cultura del cuidado en la vida de los seguidores de Jesús

Las obras de misericordia espirituales y corporales constituyen el núcleo del servicio de caridad de la Iglesia primitiva. Los cristianos de la primera generación compartían lo que tenían para que nadie entre ellos pasara necesidad (cf. Hch 4,34-35) y se esforzaban por hacer de la comunidad un hogar acogedor, abierto a todas las situaciones humanas, listo para hacerse cargo de los más frágiles. Así, se hizo costumbre realizar ofrendas voluntarias para dar de comer a los pobres, enterrar a los muertos y sustentar a los huérfanos, a los ancianos y a las víctimas de desastres, como los náufragos. Y cuando, en períodos posteriores, la generosidad de los cristianos perdió un poco de dinamismo, algunos Padres de la Iglesia insistieron en que la propiedad es querida por Dios para el bien común. Ambrosio sostenía que «la naturaleza ha vertido todas las cosas para el bien común. [...] Por lo tanto, la naturaleza ha producido un derecho común para todos, pero la codicia lo ha convertido en un derecho para unos pocos».[6] Habiendo superado las persecuciones de los primeros siglos, la Iglesia aprovechó la libertad para inspirar a la sociedad y su cultura. «Las necesidades de la época exigían nuevos compromisos al servicio de la caridad cristiana. Las crónicas de la historia reportan innumerables ejemplos de obras de misericordia. De esos esfuerzos concertados han surgido numerosas instituciones para el alivio de todas las necesidades humanas: hospitales, hospicios para los pobres, orfanatos, hogares para niños, refugios para peregrinos, entre otras».[7]

6. Los principios de la doctrina social de la Iglesia como fundamento de la cultura del cuidado

La diakonia de los orígenes, enriquecida por la reflexión de los Padres y animada, a lo largo de los siglos, por la caridad activa de tantos testigos elocuentes de la fe, se ha convertido en el corazón palpitante de la doctrina social de la Iglesia, ofreciéndose a todos los hombres de buena voluntad como un rico patrimonio de principios, criterios e indicaciones, del que extraer la “gramática” del cuidado: la promoción de la dignidad de toda persona humana, la solidaridad con los pobres y los indefensos, la preocupación por el bien común y la salvaguardia de la creación.

* El cuidado como promoción de la dignidad y de los derechos de la persona.

«El concepto de persona, nacido y madurado en el cristianismo, ayuda a perseguir un desarrollo plenamente humano. Porque persona significa siempre relación, no individualismo, afirma la inclusión y no la exclusión, la dignidad única e inviolable y no la explotación».[8] Cada persona humana es un fin en sí misma, nunca un simple instrumento que se aprecia sólo por su utilidad, y ha sido creada para convivir en la familia, en la comunidad, en la sociedad, donde todos los miembros tienen la misma dignidad. De esta dignidad derivan los derechos humanos, así como los deberes, que recuerdan, por ejemplo, la responsabilidad de acoger y ayudar a los pobres, a los enfermos, a los marginados, a cada uno de nuestros «prójimos, cercanos o lejanos en el tiempo o en el espacio».[9]

* El cuidado del bien común.

Cada aspecto de la vida social, política y económica encuentra su realización cuando está al servicio del bien común, es decir del «conjunto de aquellas condiciones de la vida social que permiten a los grupos y cada uno de sus miembros conseguir más plena y fácilmente su propia perfección».[10] Por lo tanto, nuestros planes y esfuerzos siempre deben tener en cuenta sus efectos sobre toda la familia humana, sopesando las consecuencias para el momento presente y para las generaciones futuras. La pandemia de Covid-19 nos muestra cuán cierto y actual es esto, puesto que «nos dimos cuenta de que estábamos en la misma barca, todos frágiles y desorientados; pero, al mismo tiempo, importantes y necesarios, todos llamados a remar juntos»[11], porque «nadie se salva solo»[12] y ningún Estado nacional aislado puede asegurar el bien común de la propia población.[13]

* El cuidado mediante la solidaridad.

La solidaridad expresa concretamente el amor por el otro, no como un sentimiento vago, sino como «determinación firme y perseverante de empeñarse por el bien común; es decir, por el bien de todos y cada uno, para que todos seamos verdaderamente responsables de todos».[14] La solidaridad nos ayuda a ver al otro —entendido como persona o, en sentido más amplio, como pueblo o nación— no como una estadística, o un medio para ser explotado y luego desechado cuando ya no es útil, sino como nuestro prójimo, compañero de camino, llamado a participar, como nosotros, en el banquete de la vida al que todos están invitados igualmente por Dios.

* El cuidado y la protección de la creación.

La encíclica Laudato si’ constata plenamente la interconexión de toda la realidad creada y destaca la necesidad de escuchar al mismo tiempo el clamor de los necesitados y el de la creación. De esta escucha atenta y constante puede surgir un cuidado eficaz de la tierra, nuestra casa común, y de los pobres. A este respecto, deseo reafirmar que «no puede ser real un sentimiento de íntima unión con los demás seres de la naturaleza si al mismo tiempo en el corazón no hay ternura, compasión y preocupación por los seres humanos».[15] « Paz, justicia y conservación de la creación son tres temas absolutamente ligados, que no podrán apartarse para ser tratados individualmente so pena de caer nuevamente en el reduccionismo».[16]

7. La brújula para un rumbo común

En una época dominada por la cultura del descarte, frente al agravamiento de las desigualdades dentro de las naciones y entre ellas,[17] quisiera por tanto invitar a los responsables de las organizaciones internacionales y de los gobiernos, del sector económico y del científico, de la comunicación social y de las instituciones educativas a tomar en mano la “brújula” de los principios anteriormente mencionados, para dar un rumbo común al proceso de globalización, «un rumbo realmente humano».[18] Esta permitiría apreciar el valor y la dignidad de cada persona, actuar juntos y en solidaridad por el bien común, aliviando a los que sufren a causa de la pobreza, la enfermedad, la esclavitud, la discriminación y los conflictos. A través de esta brújula, animo a todos a convertirse en profetas y testigos de la cultura del cuidado, para superar tantas desigualdades sociales. Y esto será posible sólo con un fuerte y amplio protagonismo de las mujeres, en la familia y en todos los ámbitos sociales, políticos e institucionales.

La brújula de los principios sociales, necesaria para promover la cultura del cuidado, es también indicativa para las relaciones entre las naciones, que deberían inspirarse en la fraternidad, el respeto mutuo, la solidaridad y el cumplimiento del derecho internacional. A este respecto, debe reafirmarse la protección y la promoción de los derechos humanos fundamentales, que son inalienables, universales e indivisibles.[19]

También cabe mencionar el respeto del derecho humanitario, especialmente en este tiempo en que los conflictos y las guerras se suceden sin interrupción. Lamentablemente, muchas regiones y comunidades ya no recuerdan una época en la que vivían en paz y seguridad. Muchas ciudades se han convertido en epicentros de inseguridad: sus habitantes luchan por mantener sus ritmos normales porque son atacados y bombardeados indiscriminadamente por explosivos, artillería y armas ligeras. Los niños no pueden estudiar. Los hombres y las mujeres no pueden trabajar para mantener a sus familias. La hambruna echa raíces donde antes era desconocida. Las personas se ven obligadas a huir, dejando atrás no sólo sus hogares, sino también la historia familiar y las raíces culturales.

Las causas del conflicto son muchas, pero el resultado es siempre el mismo: destrucción y crisis humanitaria. Debemos detenernos y preguntarnos: ¿qué ha llevado a la normalización de los conflictos en el mundo? Y, sobre todo, ¿cómo podemos convertir nuestro corazón y cambiar nuestra mentalidad para buscar verdaderamente la paz en solidaridad y fraternidad?

Cuánto derroche de recursos hay para las armas, en particular para las nucleares,[20] recursos que podrían utilizarse para prioridades más importantes a fin de garantizar la seguridad de las personas, como la promoción de la paz y del desarrollo humano integral, la lucha contra la pobreza y la satisfacción de las necesidades de salud. Además, esto se manifiesta a causa de los problemas mundiales como la actual pandemia de Covid-19 y el cambio climático. Qué valiente decisión sería «constituir con el dinero que se usa en armas y otros gastos militares “un Fondo mundial” para poder derrotar definitivamente el hambre y ayudar al desarrollo de los países más pobres».[21]

8. Para educar a la cultura del cuidado

La promoción de la cultura del cuidado requiere un proceso educativo y la brújula de los principios sociales se plantea con esta finalidad, como un instrumento fiable para diferentes contextos relacionados entre sí. Me gustaría ofrecer algunos ejemplos al respecto.

- La educación para el cuidado nace en la familia, núcleo natural y fundamental de la sociedad, donde se aprende a vivir en relación y en respeto mutuo. Sin embargo, es necesario poner a la familia en condiciones de cumplir esta tarea vital e indispensable.

- Siempre en colaboración con la familia, otros sujetos encargados de la educación son la escuela y la universidad y, de igual manera, en ciertos aspectos, los agentes de la comunicación social.[22] Dichos sujetos están llamados a transmitir un sistema de valores basado en el reconocimiento de la dignidad de cada persona, de cada comunidad lingüística, étnica y religiosa, de cada pueblo y de los derechos fundamentales que derivan de estos. La educación constituye uno de los pilares más justos y solidarios de la sociedad.

- Las religiones en general, y los líderes religiosos en particular, pueden desempeñar un papel insustituible en la transmisión a los fieles y a la sociedad de los valores de la solidaridad, el respeto a las diferencias, la acogida y el cuidado de los hermanos y hermanas más frágiles. A este respecto, recuerdo las palabras del Papa Pablo VI dirigidas al Parlamento ugandés en 1969: «No temáis a la Iglesia. Ella os honra, os forma ciudadanos honrados y leales, no fomenta rivalidades ni divisiones, trata de promover la sana libertad, la justicia social, la paz; si tiene alguna preferencia es para los pobres, para la educación de los pequeños y del pueblo, para la asistencia a los abandonados y a cuantos sufren».[23]

- A todos los que están comprometidos al servicio de las poblaciones, en las organizaciones internacionales gubernamentales y no gubernamentales, que desempeñan una misión educativa, y a todos los que, de diversas maneras, trabajan en el campo de la educación y la investigación, los animo nuevamente, para que se logre el objetivo de una educación «más abierta e incluyente, capaz de la escucha paciente, del diálogo constructivo y de la mutua comprensión».[24] Espero que esta invitación, hecha en el contexto del Pacto educativo global, reciba un amplio y renovado apoyo.

9. No hay paz sin la cultura del cuidado

La cultura del cuidado, como compromiso común, solidario y participativo para proteger y promover la dignidad y el bien de todos, como una disposición al cuidado, a la atención, a la compasión, a la reconciliación y a la recuperación, al respeto y a la aceptación mutuos, es un camino privilegiado para construir la paz. «En muchos lugares del mundo hacen falta caminos de paz que lleven a cicatrizar las heridas, se necesitan artesanos de paz dispuestos a generar procesos de sanación y de reencuentro con ingenio y audacia».[25]

En este tiempo, en el que la barca de la humanidad, sacudida por la tempestad de la crisis, avanza con dificultad en busca de un horizonte más tranquilo y sereno, el timón de la dignidad de la persona humana y la “brújula” de los principios sociales fundamentales pueden permitirnos navegar con un rumbo seguro y común. Como cristianos, fijemos nuestra mirada en la Virgen María, Estrella del Mar y Madre de la Esperanza. Trabajemos todos juntos para avanzar hacia un nuevo horizonte de amor y paz, de fraternidad y solidaridad, de apoyo mutuo y acogida. No cedamos a la tentación de desinteresarnos de los demás, especialmente de los más débiles; no nos acostumbremos a desviar la mirada,[26] sino comprometámonos cada día concretamente para «formar una comunidad compuesta de hermanos que se acogen recíprocamente y se preocupan los unos de los otros».[27]

Vaticano, 8 de diciembre de 2020

FRANCISCO

_______________________

[1] Cf. Videomensaje con motivo de la 75.ª Sesión de la Asamblea General de las Naciones Unidas, 25 septiembre 2020.

[2] Cf. Carta enc. Laudato si’ (24 mayo 2015), 67.

[3] Cf. “La fraternidad, fundamento y camino para la paz”. Mensaje para la celebración de la 47.a Jornada Mundial de la Paz, 1 enero 2014 (8 diciembre 2013), 2.

[4] Carta enc. Laudato si’ (24 mayo 2015), 70.

[5] Pontificio Consejo “Justicia y Paz”, Compendio de la Doctrina Social de la Iglesia, 488.

[6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67.

[7] K. Bihlmeyer - H. Tüchle, Church History, vol.1, Westminster, The Newman Press, 1958, pp. 373-374.

[8] Discurso a los participantes en el Congreso organizado por el Dicasterio para el Servicio del Desarrollo Humano Integral en el 50.o aniversario de la Carta encíclica “Populorum progressio” (4 abril 2017).

[9] Mensaje a la 22.ª Sesión de la Conferencia de las Partes de la Convención marco de las Naciones Unidas sobre el cambio climático (COP22), 10 noviembre 2016. Cf. Grupo de Trabajo interdicasterial de la Santa Sede sobre la Ecología Integral, En camino para el cuidado de la casa común. A cinco años de la Laudato si’, LEV, 31 mayo 2020.

[10] Conc. Ecum. Vat. II, Const. past. Gaudium et spes, 26.

[11] Momento extraordinario de oración en tiempos de pandemia, 27 marzo 2020.

[12] Ibíd.

[13] Cf. Carta enc. Fratelli tutti (3 octubre 2020), 8, 153.

[14] S. Juan Pablo II, Carta. enc. Sollicitudo rei socialis (30 diciembre 1987), 38.

[15] Carta enc. Laudato si’ (24 mayo 2015), 91.

[16] Conferencia del Episcopado Dominicano, Carta pastoral Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 enero 1987); cf. Carta enc. Laudato si’ (24 mayo 2015), 92.

[17] Cf. Carta enc. Fratelli tutti (3 octubre 2020), 125.

[18] Ibíd., 29.

[19] Cf. Mensaje a los participantes en la Conferencia internacional “Los derechos humanos en el mundo contemporáneo: conquistas, omisiones, negaciones”, Roma, 10-11 diciembre 2018.

[20] Cf. Mensaje a la Conferencia de la ONU para la negociación de un instrumento jurídicamente vinculante sobre la prohibición de las armas nucleares que conduzca a su total eliminación, 23 marzo 2017.

[21] Videomensaje para la Jornada Mundial de la Alimentación, 16 octubre 2020.

[22] Cf. Benedicto XVI, “Educar a los jóvenes en la justicia y la paz”. Mensaje para la celebración de la 45.a Jornada Mundial de la Paz, 1 enero 2012 (8 diciembre 2011), 2; “Vence la indiferencia y conquista la paz”. Mensaje para la celebración de la 49.a Jornada Mundial de la Paz, 1 enero 2016 (8 diciembre 2015), 6.

[23] Discurso a los Diputados y Senadores de Uganda, Kampala, 1 agosto 1969.

[24] Mensaje para el lanzamiento del Pacto Educativo, 12 septiembre 2019.

[25] Carta. enc. Fratelli tutti (3 octubre 2020), 225.

[26] Cf. Ibíd., 64.

[27] Ibíd., 96; cf. “La fraternidad, fundamento y camino para la paz”. Mensaje para la 47.ª Jornada Mundial de la Paz, 1 enero 2014 (8 diciembre 2013), 1.

Traduzione in lingua portoghese

A cultura do cuidado como percurso de paz

1. Aproximando-se o Ano Novo, desejo apresentar as minhas respeitosas saudações aos Chefes de Estado e de Governo, aos responsáveis das Organizações Internacionais, aos líderes espirituais e fiéis das várias religiões, aos homens e mulheres de boa vontade. Para todos formulo os melhores votos, esperando que o ano de 2021 faça a humanidade progredir no caminho da fraternidade, da justiça e da paz entre as pessoas, as comunidades, os povos e os Estados.

O ano de 2020 ficou marcado pela grande crise sanitária da Covid-19, que se transformou num fenómeno plurissectorial e global, agravando fortemente outras crises inter-relacionadas como a climática, alimentar, económica e migratória, e provocando grandes sofrimentos e incómodos. Penso, em primeiro lugar, naqueles que perderam um familiar ou uma pessoa querida, mas também em quem ficou sem trabalho. Lembro de modo especial os médicos, enfermeiras e enfermeiros, farmacêuticos, investigadores, voluntários, capelães e funcionários dos hospitais e centros de saúde, que se prodigalizaram – e continuam a fazê-lo – com grande fadiga e sacrifício, a ponto de alguns deles morrerem quando procuravam estar perto dos doentes a fim de aliviar os seus sofrimentos ou salvar-lhes a vida. Ao mesmo tempo que presto homenagem a estas pessoas, renovo o apelo aos responsáveis políticos e ao sector privado para que tomem as medidas adequadas a garantir o acesso às vacinas contra a Covid-19 e às tecnologias essenciais necessárias para dar assistência aos doentes e a todos aqueles que são mais pobres e mais frágeis.[1]

É doloroso constatar que, ao lado de numerosos testemunhos de caridade e solidariedade, infelizmente ganham novo impulso várias formas de nacionalismo, racismo, xenofobia e também guerras e conflitos que semeiam morte e destruição.

Estes e outros acontecimentos, que marcaram o caminho da humanidade no ano de 2020, ensinam-nos a importância de cuidarmos uns dos outros e da criação a fim de se construir uma sociedade alicerçada em relações de fraternidade. Por isso, escolhi como tema desta mensagem «a cultura do cuidado como percurso de paz»; a cultura do cuidado* para erradicar a cultura da indiferença, do descarte e do conflito, que hoje muitas vezes parece prevalecer.

2 Deus Criador, origem da vocação humana ao cuidado

Em muitas tradições religiosas, existem narrativas que se referem à origem do homem, à sua relação com o Criador, com a natureza e com os seus semelhantes. Na Bíblia, o livro do Génesis revela, desde o início, a importância do cuidado ou da custódia no projeto de Deus para a humanidade, destacando a relação entre o homem (’adam) e a terra (’adamah) e entre os irmãos. Na narração bíblica da criação, Deus confia o jardim «plantado no Éden» (cf. Gn 2, 8) às mãos de Adão com o encargo de «o cultivar e guardar» (Gn 2, 15). Isto significa, por um lado, tornar a terra produtiva e, por outro, protegê-la e fazê-la manter a sua capacidade de sustentar a vida.[2] Os verbos «cultivar» e «guardar» descrevem a relação de Adão com a sua casa-jardim e indicam também a confiança que Deus deposita nele fazendo-o senhor e guardião de toda a criação.

O nascimento de Caim e Abel gera uma história de irmãos, cuja relação em termos de tutela ou custódia será vivida negativamente por Caim. Depois de ter assassinado o seu irmão Abel, a Deus que lhe pergunta por ele, Caim responde: «Sou, porventura, guarda do meu irmão?» (Gn 4, 9).[3] Com certeza! Caim é o «guarda» de seu irmão. «Nestas narrações tão antigas, ricas de profundo simbolismo, já estava contida a convicção atual de que tudo está inter-relacionado e o cuidado autêntico da nossa própria vida e das nossas relações com a natureza é inseparável da fraternidade, da justiça e da fidelidade aos outros».[4]

3. Deus Criador, modelo do cuidado

A Sagrada Escritura apresenta Deus, além de Criador, como Aquele que cuida das suas criaturas, em particular de Adão, Eva e seus filhos. O próprio Caim, embora caia sobre ele a maldição por causa do crime que cometera, recebe como dom do Criador um sinal de proteção, para que a sua vida seja salvaguardada (cf. Gn 4, 15). Este facto, ao mesmo tempo que confirma a dignidade inviolável da pessoa, criada à imagem e semelhança de Deus, manifesta também o plano divino para preservar a harmonia da criação, porque «a paz e a violência não podem habitar na mesma morada».[5]

É precisamente o cuidado da criação que está na base da instituição do Shabbat que, além de regular o culto divino, visava restabelecer a ordem social e a solicitude pelos pobres (Gn 2, 1-3; Lv 25, 4). A celebração do Jubileu, quando se completava o sétimo ano sabático, consentia uma trégua à terra, aos escravos e aos endividados. Neste ano de graça, cuidava-se dos mais vulneráveis, oferecendo-lhes uma nova perspetiva de vida, para que não houvesse qualquer necessitado entre o povo (cf. Dt 15, 4).

Digna de nota é também a tradição profética, onde o auge da compreensão bíblica da justiça se manifesta na forma como uma comunidade trata os mais frágeis no seu seio. É por isso que particularmente Amós (2, 6-8; 8) e Isaías (58) erguem continuamente a voz em prol de justiça para os pobres, que, pela sua vulnerabilidade e falta de poder, são ouvidos só por Deus, que cuida deles (cf. Sal 34, 7; 113, 7-8).

4. O cuidado no ministério de Jesus

A vida e o ministério de Jesus encarnam o ápice da revelação do amor do Pai pela humanidade (Jo 3,16). Na sinagoga de Nazaré, Jesus manifestou-Se como Aquele que o Senhor consagrou e enviou a «anunciar a Boa-Nova aos pobres», «a proclamar a libertação aos cativos e, aos cegos, a recuperação da vista; a mandar em liberdade os oprimidos» (Lc 4, 18). Estas ações messiânicas, típicas dos jubileus, constituem o testemunho mais eloquente da missão que o Pai Lhe confiou. Na sua compaixão, Cristo aproxima-Se dos doentes no corpo e no espírito e cura-os; perdoa os pecadores e dá-lhes uma nova vida. Jesus é o Bom Pastor que cuida das ovelhas (cf. Jo 10, 11-18; Ez 34, 1-31); é o Bom Samaritano que Se inclina sobre o ferido, trata das suas feridas e cuida dele (cf. Lc 10, 30-37).

No ponto culminante da sua missão, Jesus sela o seu cuidado por nós, oferecendo-Se na cruz e libertando-nos assim da escravidão do pecado e da morte. Deste modo, com o dom da sua vida e o seu sacrifício, abriu-nos o caminho do amor e disse a cada um: «Segue-Me! Faz tu também o mesmo» (cf. Lc 10, 37).

5. A cultura do cuidado, na vida dos seguidores de Jesus

As obras de misericórdia espiritual e corporal constituem o núcleo do serviço de caridade da Igreja primitiva. Os cristãos da primeira geração praticavam a partilha para não haver entre eles alguém necessitado (cf. At 4, 34-35) e esforçavam-se por tornar a comunidade uma casa acolhedora, aberta a todas as situações humanas, disposta a ocupar-se dos mais frágeis. Assim, tornou-se habitual fazer ofertas voluntárias para alimentar os pobres, enterrar os mortos e nutrir os órfãos, os idosos e as vítimas de desastres, como os náufragos. E em períodos sucessivos, quando a generosidade dos cristãos perdeu um pouco do seu ímpeto, alguns Padres da Igreja insistiram que a propriedade é pensada por Deus para o bem comum. Santo Ambrósio afirmava que «a natureza concedeu todas as coisas aos homens para uso comum. (…) Portanto, a natureza produziu um direito comum para todos, mas a ganância tornou-o um direito de poucos».[6] Superadas as perseguições dos primeiros séculos, a Igreja aproveitou a liberdade para inspirar a sociedade e a sua cultura. «As necessidades da época exigiam novas energias ao serviço da caridade cristã. As crónicas históricas relatam inúmeros exemplos de obras de misericórdia. De tais esforços conjuntos, resultaram numerosas instituições para alívio das várias necessidades humanas: hospitais, albergues para os pobres, orfanatos, lares para crianças, abrigos para forasteiros, e assim por diante».[7]

6. Os princípios da doutrina social da Igreja como base da cultura do cuidado

A diakonia das origens, enriquecida pela reflexão dos Padres e animada, ao longo dos séculos, pela caridade operosa de tantas luminosas testemunhas da fé, tornou-se o coração pulsante da doutrina social da Igreja, proporcionando a todas as pessoas de boa vontade um precioso património de princípios, critérios e indicações, donde se pode haurir a «gramática» do cuidado: a promoção da dignidade de toda a pessoa humana, a solidariedade com os pobres e indefesos, a solicitude pelo bem comum e a salvaguarda da criação.

* O cuidado como promoção da dignidade e dos direitos da pessoa

«O conceito de pessoa, que surgiu e amadureceu no cristianismo, ajuda a promover um desenvolvimento plenamente humano. Porque a pessoa exige sempre a relação e não o individualismo, afirma a inclusão e não a exclusão, a dignidade singular, inviolável e não a exploração».[8] Toda a pessoa humana é fim em si mesma, e nunca um mero instrumento a ser avaliado apenas pela sua utilidade: foi criada para viver em conjunto na família, na comunidade, na sociedade, onde todos os membros são iguais em dignidade. E desta dignidade derivam os direitos humanos, bem como os deveres, que recordam, por exemplo, a responsabilidade de acolher e socorrer os pobres, os doentes, os marginalizados, o nosso «próximo, vizinho ou distante no espaço e no tempo».[9]

* O cuidado do bem comum

Cada aspeto da vida social, política e económica encontra a sua realização, quando se coloca ao serviço do bem comum, isto é do «conjunto das condições da vida social que permitem, tanto aos grupos como a cada membro, alcançar mais plena e facilmente a própria perfeição».[10] Por conseguinte os nossos projetos e esforços devem ter sempre em conta os efeitos sobre a família humana inteira, ponderando as suas consequências para o momento presente e para as gerações futuras. Quão verdadeiro e atual seja tudo isto, no-lo mostra a pandemia Covid-19, perante a qual «nos demos conta de estar no mesmo barco, todos frágeis e desorientados mas ao mesmo tempo importantes e necessários, todos chamados a remar juntos»,[11] porque «ninguém se salva sozinho»[12] e nenhum Estado nacional isolado pode assegurar o bem comum da própria população.[13]

* O cuidado através da solidariedade

A solidariedade exprime o amor pelo outro de maneira concreta, não como um sentimento vago, mas como «a determinação firme e perseverante de se empenhar pelo bem comum, ou seja, pelo bem de todos e de cada um, porque todos nós somos verdadeiramente responsáveis por todos».[14] A solidariedade ajuda-nos a ver o outro – quer como pessoa quer, em sentido lato, como povo ou nação – não como um dado estatístico, nem como meio a usar e depois descartar quando já não for útil, mas como nosso próximo, companheiro de viagem, chamado a participar, como nós, no banquete da vida, para o qual todos somos igualmente convidados por Deus.

* O cuidado e a salvaguarda da criação

A encíclica Laudato si’ reconhece plenamente a interconexão de toda a realidade criada, destacando a exigência de ouvir ao mesmo tempo o grito dos necessitados e o da criação. Desta escuta atenta e constante pode nascer um cuidado eficaz da terra, nossa casa comum, e dos pobres. A propósito, desejo reiterar que «não pode ser autêntico um sentimento de união íntima com os outros seres da natureza, se ao mesmo tempo não houver no coração ternura, compaixão e preocupação pelos seres humanos».[15] Na verdade «paz, justiça e salvaguarda da criação são três questões completamente ligadas, que não se poderão separar para ser tratadas individualmente, sob pena de cair novamente no reducionismo».[16]

7. A bússola para um rumo comum

Assim, num tempo dominado pela cultura do descarte e perante o agravamento das desigualdades dentro das nações e entre elas,[17] gostaria de convidar os responsáveis das Organizações internacionais e dos Governos, dos mundos económico e científico, da comunicação social e das instituições educativas a pegarem nesta «bússola» dos princípios acima lembrados para dar um rumo comum ao processo de globalização, «um rumo verdadeiramente humano».[18] Na verdade, este permitiria estimar o valor e a dignidade de cada pessoa, agir conjunta e solidariamente em prol do bem comum, aliviando quantos padecem por causa da pobreza, da doença, da escravidão, da discriminação e dos conflitos. Através desta bússola, encorajo todos a tornarem-se profetas e testemunhas da cultura do cuidado, a fim de preencher tantas desigualdades sociais. E isto só será possível com um forte e generalizado protagonismo das mulheres na família e em todas as esferas sociais, políticas e institucionais.

A bússola dos princípios sociais, necessária para promover a cultura do cuidado, vale também para as relações entre as nações, que deveriam ser inspiradas pela fraternidade, o respeito mútuo, a solidariedade e a observância do direito internacional. A este respeito, hão de ser reafirmadas a proteção e a promoção dos direitos humanos fundamentais, que são inalienáveis, universais e indivisíveis.[19]

Deve ser recordado também o respeito pelo direito humanitário, sobretudo nesta fase em que se sucedem, sem interrupção, conflitos e guerras. Infelizmente, muitas regiões e comunidades já não se recordam dos tempos em que viviam em paz e segurança. Numerosas cidades tornaram-se um epicentro da insegurança: os seus habitantes fatigam a manter os seus ritmos normais, porque são atacados e bombardeados indiscriminadamente por explosivos, artilharia e armas ligeiras. As crianças não podem estudar. Homens e mulheres não podem trabalhar para sustentar as famílias. A carestia lança raízes em lugares onde antes era desconhecida. As pessoas são obrigadas a fugir, deixando para trás não só as suas casas, mas também a sua história familiar e as raízes culturais.

As causas de conflitos são muitas, mas o resultado é sempre o mesmo: destruição e crise humanitária. Temos de parar e interrogar-nos: O que foi que levou a sentir o conflito como algo normal no mundo? E, sobretudo, como converter o nosso coração e mudar a nossa mentalidade para procurar verdadeiramente a paz na solidariedade e na fraternidade?

Quanta dispersão de recursos para armas, em particular para as armas nucleares,[20] recursos que poderiam ser utilizados para prioridades mais significativas a fim de garantir a segurança das pessoas, como a promoção da paz e do desenvolvimento humano integral, o combate à pobreza, o remédio das carências sanitárias! Aliás, também isto é evidenciado por problemas globais, como a atual pandemia Covid-19 e as mudanças climáticas. Como seria corajosa a decisão de criar «um “Fundo mundial” com o dinheiro que se gasta em armas e outras despesas militares, para poder eliminar a fome e contribuir para o desenvolvimento dos países mais pobres»![21]

8. Para educar em ordem à cultura do cuidado

A promoção da cultura do cuidado requer um processo educativo, e a bússola dos princípios sociais constitui, para o efeito, um instrumento fiável para vários contextos relacionados entre si. A propósito, gostaria de fornecer alguns exemplos:

A educação para o cuidado nasce na família, núcleo natural e fundamental da sociedade, onde se aprende a viver em relação e no respeito mútuo. Mas a família precisa de ser colocada em condições de poder cumprir esta tarefa vital e indispensável.

Sempre em colaboração com a família, temos outros sujeitos encarregados da educação como a escola e a universidade e analogamente, em certos aspetos, os sujeitos da comunicação social.[22] São chamados a transmitir um sistema de valores fundado no reconhecimento da dignidade de cada pessoa, de cada comunidade linguística, étnica e religiosa, de cada povo e dos direitos fundamentais que dela derivam. A educação constitui um dos pilares de sociedades mais justas e solidárias.

As religiões em geral, e os líderes religiosos em particular, podem desempenhar um papel insubstituível na transmissão aos fiéis e à sociedade dos valores da solidariedade, do respeito pelas diferenças, do acolhimento e do cuidado dos irmãos mais frágeis. Recordo, a propósito, as palavras que o Papa Paulo VI proferiu no Parlamento do Uganda em 1969: «Não temais a Igreja; esta honra-vos, educa-vos cidadãos honestos e leais, não fomenta rivalidades nem divisões, procura promover a liberdade sadia, a justiça social, a paz; se tem alguma preferência é pelos pobres, a educação dos pequeninos e do povo, o cuidado dos atribulados e desvalidos».[23]

A todas as pessoas empenhadas no serviço das populações, nas organizações internacionais, governamentais e não governamentais, com uma missão educativa, e a quantos trabalham, pelos mais variados títulos, no campo da educação e da pesquisa, renovo o meu encorajamento para que se possa chegar à meta duma educação «mais aberta e inclusiva, capaz de escuta paciente, diálogo construtivo e mútua compreensão».[24] Espero que este convite, dirigido no contexto do Pacto Educativo Global, encontre ampla e variegada adesão.

9. Não há paz sem a cultura do cuidado

A cultura do cuidado, enquanto compromisso comum, solidário e participativo para proteger e promover a dignidade e o bem de todos, enquanto disposição a interessar-se, a prestar atenção, disposição à compaixão, à reconciliação e à cura, ao respeito mútuo e ao acolhimento recíproco, constitui uma via privilegiada para a construção da paz. «Em muitas partes do mundo, fazem falta percursos de paz que levem a cicatrizar as feridas, há necessidade de artesãos de paz prontos a gerar, com criatividade e ousadia, processos de cura e de um novo encontro».[25]

Neste tempo, em que a barca da humanidade, sacudida pela tempestade da crise, avança com dificuldade à procura dum horizonte mais calmo e sereno, o leme da dignidade da pessoa humana e a «bússola» dos princípios sociais fundamentais podem consentir-nos de navegar com um rumo seguro e comum. Como cristãos, mantemos o olhar fixo na Virgem Maria, Estrela do Mar e Mãe da Esperança. Colaboremos, todos juntos, a fim de avançar para um novo horizonte de amor e paz, de fraternidade e solidariedade, de apoio mútuo e acolhimento recíproco. Não cedamos à tentação de nos desinteressarmos dos outros, especialmente dos mais frágeis, não nos habituemos a desviar o olhar,[26] mas empenhemo-nos cada dia concretamente por «formar uma comunidade feita de irmãos que se acolhem mutuamente e cuidam uns dos outros».[27]

Vaticano, 8 de dezembro de 2020.

FRANCISCO

______________________

[1] Cf. Francisco, Vídeo-mensagem por ocasião da LXXV Sessão da Assembleia Geral das Nações Unidas (25 de setembro de 2020).

* A expressão «cultura do cuidado» aparece na encíclica Laudato si’: «o amor social impele-nos a pensar em grandes estratégias que detenham eficazmente a degradação ambiental e incentivem uma cultura do cuidado que permeie toda a sociedade» (n. 231). Veja-se também o número 229.

[2] Cf. Francisco, Carta enc. Laudato si’ (24 de maio de 2015), 67.

[3] Cf. Francisco, «Fraternidade, fundamento e caminho para a paz», Mensagem para a celebração do XLVII Dia Mundial da Paz (1 de janeiro de 2014), 2.

[4] Francisco, Carta enc. Laudato si’ (24 de maio de 2015), 70.

[5] Pont. Conselho «Justiça e Paz», Compêndio da Doutrina Social da Igreja, n. 488.

[6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67.

[7] K. Bihlmeyer – H. Tüchle, Church History, vol.1 (Westminster, The Newman Press, 1958), 373-374.

[8] Francisco, Discurso aos participantes no Congresso promovido pelo Dicastério para o Serviço do Desenvolvimento Humano Integral, no cinquentenário da «Populorum progressio» (4 de abril de 2017).

[9] Francisco, Mensagem à XXII Sessão da Conferência das Partes da Convenção-Quadro das Nações Unidas sobre as Mudanças Climáticas (COP22) (10 de novembro de 2016. Cf. Mesa Interdicasterial da Santa Sé sobre a ecologia integral, Em marcha pelo cuidado da casa comum; no V aniversário da «Laudato si’» (LEV, 31 de maio de 2020).

[10] Conc. Ecum. Vat. II, Const. past. sobre a Igreja no mundo contemporâneo Gaudium et spes, 26.

[11] Francisco, Momento Extraordinário de Oração em Tempo de Epidemia (27 de março de 2020).

[12] Ibidem.

[13] Cf. Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 de outubro de 2020), 8; 153.

[14] São João Paulo II, Carta enc. Sollicitudo rei socialis (30 de dezembro de 1987), 38.

[15] Francisco, Carta enc. Laudato si’ (24 de maio de 2015), 91.

[16] Conferência do Episcopado Dominicano, Carta past. Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 de janeiro de 1987); cf. Francisco, Carta enc. Laudato si’ (24 de maio de 2015), 92.

[17] Cf. Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 de outubro de 2020), 125.

[18] Ibid., 29.

[19] Cf. Francisco, Mensagem aos participantes na Conferência Internacional «Os direitos humanos no mundo contemporâneo: conquistas, omissões, negações» (Roma, 10 de dezembro de 2018).

[20] Cf. Francisco, Mensagem à Conferência da ONU finalizada a negociar um instrumento juridicamente vinculante sobre a proibição das armas nucleares, que leve à sua total eliminação (23 de março de 2017).

[21] Francisco, Vídeo-mensagem por ocasião do Dia Mundial da Alimentação de 2020 (16 de outubro de 2020).

[22] Cf. Bento XVI, «Educar os jovens para a justiça e a paz», Mensagem para o XLV Dia Mundial da Paz (1 de janeiro de 2012), 2; Francisco, «Vence a indiferença e conquista a paz», Mensagem para o XLIX Dia Mundial da Paz (1 de janeiro de 2016), 6.

[23] Discurso aos Deputados e Senadores do Uganda (Kampala 1 de agosto de 1969).

[24] Francisco, Mensagem para o lançamento do Pacto Educativo (12 de setembro de 2019).

[25] Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 de outubro de 2020), 225.

[26] Cf. ibid., 64.

[27] Ibid., 96; cf. Francisco, «Fraternidade, fundamento e caminho para a paz», Mensagem para a celebração do XLVII Dia Mundial da Paz (1 de janeiro de 2014), 1.

Traduzione in lingua polacca

Kultura troskliwości jako droga do pokoju

1. Na progu Nowego Roku pragnę przekazać moje pełne szacunku pozdrowienia szefom państw i rządów, zwierzchnikom organizacji międzynarodowych, przywódcom duchowym i wiernym różnych religii oraz mężczyznom i kobietom dobrej woli. Wszystkim składam najlepsze życzenia, aby w tym roku ludzkość postępowała na drodze braterstwa, sprawiedliwości i pokoju między osobami, wspólnotami, narodami i państwami.

Rok 2020 upłynął pod znakiem wielkiego kryzysu sanitarnego Covid-19, który stał się zjawiskiem wielopłaszczyznowym i globalnym, pogłębiając silnie ze sobą powiązane kryzysy, takie jak kryzys klimatyczny, żywnościowy, gospodarczy i migracyjny, oraz sprawiając ogromne cierpienia i trudności. Myślę przede wszystkim o tych, którzy stracili członka rodziny lub bliską osobę, ale także o tych, którzy znaleźli się bez pracy. Szczególnie należy wspomnieć lekarzy, pielęgniarzy, farmaceutów, naukowców, wolontariuszy, kapelanów oraz pracowników szpitali i ośrodków zdrowia, którzy robili, co w ich mocy, i nadal to czynią z wielkim wysiłkiem i poświęceniem, do tego stopnia, że niektórzy z nich zmarli, starając się być u boku chorych, ulżyć ich cierpieniu lub uratować im życie. Oddając cześć tym osobom, ponawiam apel do decydentów politycznych i sektora prywatnego o podjęcie odpowiednich środków w celu zapewnienia dostępu do szczepionek przeciw Covid-19 i podstawowych technologii potrzebnych do pomocy chorym i tym wszystkim, którzy są najubożsi i najbardziej wrażliwi[1].

Z przykrością należy zauważyć, że obok licznych świadectw miłości i solidarności, nabierają niestety nowego rozmachu różne formy nacjonalizmu, rasizmu, ksenofobii, a nawet wojny i konflikty, siejące śmierć i zniszczenie.

Te i inne wydarzenia, które w minionym roku naznaczyły drogę ludzkości, uczą nas, jak ważna jest troska o siebie nawzajem i o stworzenie, aby budować społeczeństwo oparte na relacjach braterstwa. Dlatego właśnie wybrałem jako temat tego orędzia: Kultura troskliwości jako droga do pokoju. Kultura troski o przezwyciężenie często dziś dominującej kultury obojętności, odrzucenia i konfrontacji.

2. Bóg Stwórca, źródło ludzkiego powołania do troskliwości

W wielu tradycjach religijnych istnieją opowiadania, które odnoszą się do pochodzenia człowieka, do jego relacji ze Stwórcą, z naturą i z innymi ludźmi. W Biblii, Księga Rodzaju od samego początku ukazuje znaczenie troskliwości lub ochrony w Bożym planie dla rodzaju ludzkiego, podkreślając związek między człowiekiem (’adam) a ziemią (’adamah) oraz między braćmi i siostrami. W biblijnej relacji o stworzeniu Bóg powierza Adamowi ogród „zasadzony w raju” (por. Rdz 2, 8) z zadaniem „uprawiania i strzeżenia” go (por. Rdz 2, 15). Oznacza to z jednej strony uczynienie ziemi urodzajną, a z drugiej strony ochronę i utrzymanie jej zdolności do podtrzymywania życia[2]. Czasowniki „uprawiać” i „strzec” opisują relację Adama z jego domem-ogrodem, a także wskazują na zaufanie, jakie pokłada w nim Bóg, czyniąc go panem i opiekunem całego stworzenia.

Narodziny Kaina i Abla dają początek historii braci i sióstr, których relacje będą interpretowane – w negatywny sposób – przez Kaina w kategoriach opieki lub ochrony. Po zabiciu swojego brata Abla, Kain odpowiada w następujący sposób na Boże pytanie: «Czyż jestem stróżem brata mego?» (Rdz 4, 9)[3]. Tak, oczywiście! Kain jest „stróżem” swojego brata. „W tych starożytnych opowiadaniach, pełnych głębokiej symboliki, zawarte już było przekonanie, odczuwane i dziś, że wszystko jest ze sobą powiązane i że autentyczna troskliwość o nasze życie i naszą relację z naturą jest nierozerwalnie związana z wymiarem sprawiedliwości i braterstwa oraz wierności wobec innych”[4].

3. Bóg Stwórca, wzór troskliwości

Pismo Święte przedstawia Boga nie tylko jako Stwórcę, ale także jako Tego, który troszczy się o swoje stworzenia, szczególnie o Adama, Ewę i ich dzieci. Sam Kain, chociaż jest przeklęty z powodu popełnionego przestępstwa, otrzymuje znamię ochronne od Stwórcy, aby jego życie było strzeżone (por. Rdz 4, 15). Fakt ten, choć potwierdza nienaruszalną godność osoby, stworzonej na obraz i podobieństwo Boga, objawia także Boski plan zachowania harmonii stworzenia, ponieważ „pokój i przemoc nie mogą mieszkać w tym samym domu”[5].

Właśnie troska o stworzenie jest podstawą ustanowienia szabatu, który oprócz regulowania kultu Bożego, miał na celu przywrócenie porządku społecznego i troskliwości względem ubogich (por. Rdz 1, 1-3; Kpł 25, 4). Obchody Jubileuszu z okazji siódmego roku szabatowego dawały wytchnienie ziemi, niewolnikom i dłużnikom. W tym roku łaski troszczono się o najsłabszych, dając im nowe perspektywy życia, aby wśród ludu nie było żadnego potrzebującego (por. Pwt 15, 4).

Na uwagę zasługuje również tradycja prorocka, w której szczyt biblijnego rozumienia sprawiedliwości przejawia się w sposobie, w jaki wspólnota traktuje najsłabszych w swoim gronie. Z tego właśnie powodu zwłaszcza Amos (2, 6-8; 8) i Izajasz (58) nieustannie podnoszą głos na rzecz sprawiedliwości względem ubogich, którzy z powodu swojej bezbronności i bezsilności są wysłuchiwani jedynie przez Boga, który się o nich troszczy (por. Ps 34, 7; 113, 7-8).

4. Troskliwość w misji Jezusa

Życie i misja Jezusa są szczytem objawienia miłości Ojca do ludzkości (por. J 3, 16). W synagodze w Nazarecie Jezus ukazał się jako Ten, którego Pan namaścił i «posłał, aby ubogim niósł dobrą nowinę, więźniom głosił wolność, a niewidomym przejrzenie; aby uciśnionych odsyłał wolnymi» (Łk 4, 18). Takie mesjańskie działania, charakterystyczne dla jubileuszy, stanowią najbardziej wymowne świadectwo misji powierzonej Mu przez Ojca. W swoim współczuciu, Chrystus zbliża się do chorych na ciele i na duchu, uzdrawiając ich; przebacza grzesznikom i obdarza ich nowym życiem. Jezus jest Dobrym Pasterzem, który troszczy się o owce (por. J 10, 11-18; Ez 34, 1-31); jest Dobrym Samarytaninem, który pochyla się nad człowiekiem poranionym, leczy jego rany i pielęgnuje go (por. Łk 10, 30-37).

U szczytu swej misji Jezus pieczętuje swą troskliwość względem nas, ofiarując siebie na krzyżu i uwalniając nas w ten sposób z niewoli grzechu i śmierci. Tak, darem swojego życia i swojej ofiary, otworzył dla nas drogę miłości i mówi do każdego: «Pójdź za mną i ty czyń podobnie!» (por. Łk 10, 37).

5. Kultura troskliwości w życiu uczniów Jezusa

Uczynki miłosierdzia względem duszy i względem ciała stanowią rdzeń działalności charytatywnej Kościoła pierwszych wieków. Chrześcijanie pierwszego pokolenia dzielili się, aby nikt z nich nie był w potrzebie (por. Dz 4, 34-35) i starali się, aby wspólnota była domem gościnnym, otwartym na każdą ludzką sytuację, gotowym do zatroszczenia się o najsłabszych. W ten sposób przyjął się zwyczaj składania dobrowolnych ofiar, aby nakarmić ubogich, pochować zmarłych i nakarmić sieroty, osoby starsze i ofiary katastrof, na przykład rozbitków na morzu. A kiedy w późniejszych czasach hojność chrześcijan straciła nieco rozmach, niektórzy Ojcowie Kościoła nalegali na fakt, że w zamyśle Boga własność jest dla dobra wspólnego. Św. Ambroży utrzymywał, że „natura wszystkie płody wydaje dla wszystkich do wspólnego dobra. [...] Z natury więc wywodzi się prawo wspólnej dla wszystkich własności. Prawo własności prywatnej jest wynikiem ludzkich uroszczeń”[6]. Po przezwyciężeniu prześladowań pierwszych wieków, Kościół wykorzystał wolność, aby inspirować społeczeństwo i jego kulturę. „Potrzeby czasów budziły często nowe siły w służbie chrześcijańskiej caritas. Historia opowiada o wielu aktach dobroczynności. […] Powstało wiele zakładów dla cierpiącej ludności: szpitali, domów ubogich, sierot i podrzutków, gospód dla podróżnych itd.”[7].

6. Zasady nauki społecznej Kościoła jako podstawa kultury troskliwości

Diakonia początków Kościoła, ubogacona refleksją Ojców i ożywiona na przestrzeni wieków czynnym miłosierdziem wielu jaśniejących świadków wiary, stała się siłą napędową nauki społecznej Kościoła, dając siebie wszystkim ludziom dobrej woli jako cenne dziedzictwo zasad, kryteriów i wskazań, z których można czerpać „język” troskliwości: promowanie godności każdej osoby ludzkiej, solidarność z ubogimi i bezbronnymi, troskliwość o dobro wspólne, ochronę świata stworzonego.

* Troskliwość jako promowanie godności i praw osoby

„Pojęcie osoby, które zrodziło się i rozwinęło w chrześcijaństwie, pomaga w realizowaniu rozwoju w pełni ludzkiego. Albowiem osoba znaczy zawsze relacja, nie indywidualizm, wskazuje na włączanie, a nie wykluczanie, wyjątkową i nienaruszalną godność, a nie wykorzystywanie”[8]. Każda osoba ludzka jest celem sama w sobie, nigdy nie jest jedynie narzędziem, które należy doceniać tylko ze względu na jego użyteczność, ale jest stworzona, aby wspólnie żyć w rodzinie, we wspólnocie, w społeczeństwie, gdzie wszyscy członkowie są równi pod względem godności. To z tej godności wywodzą się prawa człowieka, a także obowiązki, które przypominają na przykład o odpowiedzialności za przyjmowanie i pomoc ubogim, chorym, zepchniętym na margines, wszystkim naszym „bliźnim, blisko lub daleko w czasie i przestrzeni”[9].

* Troskliwość o dobro wspólne.

Każdy aspekt życia społecznego, politycznego i gospodarczego znajduje swoje wypełnienie, gdy służy dobru wspólnemu, to znaczy: gdy „suma warunków życia społeczeństwa pozwala bądź to grupom, bądź poszczególnym jego członkom, pełniej i szybciej osiągnąć ich własną doskonałość”[10]. Dlatego nasze plany i wysiłki muszą zawsze uwzględniać skutki dla całej rodziny ludzkiej, rozważając możliwe konsekwencje w chwili obecnej i dla przyszłych pokoleń. Pandemia Covid-19 pokazuje nam, jak bardzo jest to prawdziwe i aktualne. W jej obliczu „zdaliśmy sobie sprawę, że wszyscy jesteśmy w jednej łodzi, wszyscy słabi i zdezorientowani, ale jednocześnie ważni i niezbędni, wszyscy wezwani by wiosłować razem”[11], bo „nikt nie ratuje się sam”[12] i żadne odizolowane państwo narodowe nie może zapewnić swoim mieszkańcom dobra wspólnego[13].

* Troskliwość poprzez solidarność.

Solidarność wyraża w konkretny sposób miłość drugiego człowieka, nie jako mgliste uczucie, ale jako „mocną i trwałą wolę angażowania się na rzecz dobra wspólnego, czyli dobra wszystkich i każdego, wszyscy bowiem jesteśmy naprawdę odpowiedzialni za wszystkich”[14]. Solidarność pomaga nam widzieć drugiego – zarówno jako osobę, jak i, w najszerszym tego słowa znaczeniu, jako lud czy naród – nie jako dane statystyczne, czy środek, który można wykorzystać, a następnie wyrzucić, gdy nie jest już użyteczny, ale jako naszego bliźniego, towarzysza w drodze, powołanego do udziału, na równi z nami, w uczcie życia, na którą wszyscy są jednakowo zaproszeni przez Boga.

* Troskliwość i ochrona stworzenia.

Encyklika Laudato si’ w pełni ukazuje wzajemne powiązania całej rzeczywistości stworzonej i podkreśla potrzebę słuchania zarówno wołania potrzebujących, jak i wołania stworzenia. Z tego uważnego i ciągłego słuchania może zrodzić się skuteczna troska o ziemię, będącą naszym wspólnym domem, i o ubogich. W tej kwestii pragnę potwierdzić, że „warunkiem autentyczności poczucia wewnętrznego zjednoczenia z innymi bytami natury jest równoczesna czułość, współczucie i troska o człowieka”[15]. „Pokój, sprawiedliwość i ochrona stworzenia to trzy kwestie ściśle ze sobą związane, których nie można od siebie oddzielać w taki sposób, by były traktowane indywidualnie, gdyż mogłoby to grozić ponownym popadaniem w redukcjonizm”[16].

7. Kompas służący wspólnemu kursowi

W czasach zdominowanych przez kulturę odrzucenia, w obliczu pogłębiających się nierówności wewnątrz państw oraz pomiędzy nimi[17], pragnę zaprosić osoby kierujące organizacjami międzynarodowymi i rządami, światem gospodarczym i naukowym, komunikacją społeczną i instytucjami edukacyjnymi do wzięcia w swoje ręce tego „kompasu” wyżej wymienionych zasad, aby nadać wspólny kurs procesowi globalizacji, „kurs prawdziwie ludzki”[18]. Pozwoliłoby to bowiem docenić wartość i godność każdej osoby, działać wspólnie i solidarnie na rzecz dobra wspólnego, przynosząc ulgę tym, którzy cierpią z powodu ubóstwa, choroby, niewolnictwa, dyskryminacji i konfliktów. Poprzez ten kompas zachęcam wszystkich, aby stali się prorokami i świadkami kultury troskliwości, aby wyeliminować wiele nierówności społecznych. A będzie to możliwe jedynie przy znaczącym i powszechnym protagonizmie kobiet, w rodzinie i we wszelkich dziedzinach życia społecznego, politycznego i instytucjonalnego.

Kompas zasad społecznych, niezbędny do promowania kultury troskliwości, jest również wskaźnikiem dla stosunków między państwami, które powinny być inspirowane braterstwem, wzajemnym szacunkiem, solidarnością i przestrzeganiem prawa międzynarodowego. W związku z tym należy podkreślić znaczenie ochrony i propagowania podstawowych praw człowieka, które są niezbywalne, powszechne, wzajemnie zależne i powiązane ze sobą [19].

Należy również wspomnieć o poszanowaniu prawa humanitarnego, zwłaszcza w tym czasie, gdy konflikty i wojny następują po sobie bez przerwy. Niestety, wiele regionów i wspólnot nie pamięta już czasów, kiedy żyły w pokoju i bezpieczeństwie. Wiele miast stało się jakby epicentrami niepewności: ich mieszkańcy walczą o utrzymanie normalnego rytmu życia, ponieważ są atakowani i bombardowani na oślep materiałami wybuchowym, artylerią i bronią lekką. Dzieci nie mogą się uczyć. Mężczyźni i kobiety nie mogą pracować, aby utrzymać swoje rodziny. Głód zakorzenia się tam, gdzie kiedyś był nieznany. Ludzie są zmuszani do ucieczki, zostawiając nie tylko swoje domy, ale także historię rodziny i korzenie kulturowe.

Jest wiele przyczyn konfliktów, ale rezultat jest zawsze ten sam: zniszczenie i kryzys humanitarny. Musimy zatrzymać się i zadać sobie pytanie: co doprowadziło do tego, że konflikt na świecie stał się czymś normalnym? A przede wszystkim: jak możemy nawrócić nasze serca i zmienić naszą mentalność, aby naprawdę szukać pokoju w solidarności i braterstwie?

Jakże wiele środków trwonionych jest na broń, zwłaszcza jądrową[20], środków, które można by wykorzystać do realizacji ważniejszych priorytetów, dla zapewnienia bezpieczeństwa ludzi, takich jak wspieranie pokoju i integralnego rozwoju ludzkości, walka z ubóstwem, zabezpieczenie potrzeb zdrowotnych. To zresztą uwypuklają problemy globalne, takie jak obecna pandemia Covid-19 i zmiany klimatyczne. Jakże odważną decyzją byłoby „utworzenie z pieniędzy przeznaczanych na broń i inne wydatki wojskowe «Globalnego Funduszu» w celu definitywnego wyeliminowania głodu i przyczynienia się do rozwoju krajów najuboższych!”[21].

8. Wychowanie do kultury troskliwości

Promocja kultury troskliwości wymaga procesu wychowawczego, a w dążeniu do tego celu kompas zasad społecznych jest niezawodnym narzędziem w różnych powiązanych ze sobą kontekstach. Chciałbym podać kilka przykładów.

- Wychowanie do troskliwości rodzi się w rodzinie, będącej naturalną i podstawową komórką społeczeństwa, w której człowiek uczy się żyć w relacji i we wzajemnym szacunku. Należy jednak umożliwić rodzinie realizację tego życiowego i nieodzownego zadania.

- Zawsze we współpracy z rodziną, innymi podmiotami powołanymi do wychowania są szkoła i uniwersytet, a w pewnych aspektach również podmioty komunikacji społecznej[22]. Są one powołane do szerzenia systemu wartości opartego na uznaniu godności każdej osoby, każdej wspólnoty językowej, etnicznej i religijnej, każdego ludu i wynikających z niego praw podstawowych. Edukacja stanowi jeden z filarów społeczeństw bardziej sprawiedliwych i solidarnych.

- Religie w ogóle, a przywódcy religijni w szczególności, mogą odgrywać niezastąpioną rolę w przekazywaniu wiernym i społeczeństwu wartości solidarności, poszanowania różnic, akceptacji i troskliwości o najbardziej wrażliwych braci i siostry. Przypominam w tym kontekście słowa papieża Pawła VI skierowane do parlamentu ugandyjskiego, w 1969 r.: „Nie lękajcie się Kościoła; on was szanuje, kształci wam uczciwych i lojalnych obywateli, nie podsyca rywalizacji i podziałów, stara się promować zdrową wolność, sprawiedliwość społeczną i pokój. Jeśli w ogóle ma jakieś preferencje, to dla ubogich, dla wychowania najmłodszych, dla opieki nad cierpiącymi i opuszczonymi”[23].

- W odniesieniu do tych, którzy są zaangażowani w służbę społecznościom, w organizacjach międzynarodowych, rządowych i pozarządowych realizujących misję wychowawczą, a także tych wszystkich, którzy na różne sposoby pracują w dziedzinie edukacji i badań naukowych, ponawiam swoją zachętę, abyśmy osiągnęli cel edukacji „bardziej otwartej i integrującej, zdolnej do cierpliwego słuchania, konstruktywnego dialogu i wzajemnego zrozumienia”[24]. Chciałbym, aby ta zachęta, sformułowana w ramach Globalnego Paktu Wychowawczego, znalazła szeroką i różnorodną aprobatę.

9. Nie ma pokoju bez kultury troskliwości

Kultura troskliwości, jako zaangażowanie wspólne, solidarne i uczestniczące na rzecz ochrony i promowania godności i dobra wszystkich, jako gotowość do zainteresowania się, do zwracania uwagi, do współczucia, do pojednania i uzdrowienia, do wzajemnego szacunku i wzajemnej akceptacji, jest uprzywilejowanym sposobem budowania pokoju. „W wielu częściach świata pojawiają się drogi pokoju, które prowadzą do zabliźniania ran; potrzeba zatem twórców pokoju, gotowych, by zainicjować w śmiały i pomysłowy sposób procesy uzdrawiania i nowego spotkania”[25].

W tym czasie, w którym łódź ludzkości, wstrząsana burzą kryzysu, płynie mozolnie w poszukiwaniu spokojniejszego i bardziej pogodnego horyzontu, ster godności osoby ludzkiej i „kompas” podstawowych zasad społecznych może pozwolić nam płynąć bezpiecznym i wspólnym kursem. Jako chrześcijanie, spoglądamy na Dziewicę Maryję, Gwiazdę Morza i Matkę Nadziei. Wspólnie pracujemy nad tym, by podążać naprzód w kierunku nowego horyzontu miłości i pokoju, braterstwa i solidarności, wzajemnego wsparcia i akceptacji. Nie ulegajmy pokusie braku zainteresowania innymi, zwłaszcza najsłabszymi, nie przyzwyczajajmy się do odwracania wzroku[26], ale codziennie, konkretnie angażujmy się w „tworzenie jednej wspólnoty, składającej się z braci, którzy się akceptują, troszcząc się o siebie nawzajem”[27].

Watykan, 8 grudnia 2020 r.

FRANCISZEK

__________________

[1] Por. Przesłanie wideo z okazji 75. Sesji Zgromadzenia Ogólnego Narodów Zjednoczonych (25 września 2020).

[2] Por. Enc. Laudato si’ (24 maja 2015), 67.

[3] Por. „Braterstwo podstawą i drogą do pokoju”, Orędzie na 47. Światowy Dzień Pokoju 2014 (8 grudnia 2013), 2.

[4] Enc. Laudato si’ (24 maja 2015), 70.

[5] PAPIESKA RADA IUSTITIA ET PAX, Kompendium nauki społecznej Kościoła, n. 488.

[6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67; Obowiązki duchownych, I, 28, 132: przekł. Kazimierz Abgarowicz, Warszawa 1967, s. 66.

[7] K. BIHLMEYER, Historia Kościoła, t. I, Warszawa 1971, s. 375.

[8] Przemówienie z okazji 50. rocznicy ogłoszenia encykliki „Populorum progressio” (4 kwietnia 2017); w: L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 5 (392)/2017, s. 34.

[9] Przesłanie na 22. sesję Konferencji Stron Ramowej Konwencji Narodów Zjednoczonych w Sprawie Zmian Klimatu (UNFCCC) - COP22 (10 listopada 2016); por. TAVOLO INTERDICASTERIALE DELLA SANTA SEDE SULL’ECOLOGIA INTEGRALE, In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla “Laudato si’”, LEV, 31 maja 2020.

[10] SOBÓR WAT. II, Konst. duszp. Gaudium et spes, 26.

[11] Modlitwa na placu św. Piotra o ustanie pandemii (27 marca 2020): L’Osservatore Romano, wyd. polskie. n.4 (421)/2020, s. 4.

[12] Tamże.

[13] Enc. Fratelli tutti (3 października 2020), 8. 153.

[14] ŚW. JAN PAWEŁ II, Enc. Sollicitudo rei socialis (30 grudnia 1987), 38.

[15] Enc. Laudato si’ (24 maja 2015), 91.

[16] KONFERENCJA EPISKOPATU REPUBLIKI DOMINIKAŃSKIEJ, List pasterski Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 stycznia 1987), por. Enc. Laudato si’ (24 maja 2015), 92.

[17] Enc. Fratelli tutti (3 października 2020), 125.

[18] Tamże, 29.

[19] Por. Przesłanie do uczestników międzynarodowej konferencji poświęconej prawom człowieka we współczesnym świecie (Rzym, 10-11 grudnia 2018): L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 1 (409)/2019, s. 25-26.

[20] Por. Przesłanie na konferencję ONZ zwołaną w celu wynegocjowania wiążącego prawnie instrumentu zakazującego broni jądrowej, co miałoby doprowadzić do jej całkowitego wyeliminowania (23 marca 2017).

[21] Przesłanie wideo z okazji Światowego Dnia Żywności 2020 (16 października 2020).

[22] Por. BENEDYKT XVI, „Wychowanie młodzieży do sprawiedliwości i pokoju”, Orędzie na 45. Światowy Dzień Pokoju 2012 (8 grudnia 2011), 2; „Przezwycięż obojętność i zyskaj pokój”, Orędzie na 49. Światowy Dzień Pokoju 2016 (8 grudnia 2015), 6.

[23] Przemówienie do deputowanych i senatorów Ugandy (Kampala, 1 sierpnia 1969).

[24] Przesłanie na inaugurację Paktu Wychowawczego (12 września 2019).

[25] Enc. Fratelli tutti (3 października 2020), 225.

[26] Por. tamże, 64.

[27] Tamże, 96; por. Orędzie na 47. Światowy Dzień Pokoju 2014 (8 grudnia 2013), 1: L'Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 1 (358)/2014, s. 4.

Traduzione in lingua araba

رسالة

قداسة البابا فرنسيس

بمناسبة الاحتفال

باليوم العالمي الرابع والخمسين للسلام

الأوّل من كانون الثاني / يناير 2021

ثقافة الرعاية: مسار للسلام

1. في مطلع العام الجديد، أودّ أن أقدّم أحرّ التحيّات إلى رؤساء الدول والحكومات، ورؤساء المنظّمات الدوليّة، والقادة الروحيّين والمؤمنين من مختلف الأديان، والنساء والرجال ذوي النوايا الحسنة. أوجّه لكم جميعًا أمنياتي الحارّة بأن يشهد هذا العام تقدّم البشرية في درب الأخوّة والعدالة والسلام بين الأفراد والجماعات والشعوب والدول.

لقد تَمَيَّز عام 2020 بالأزمة الصحية الكبيرة التي خلقها الكوفيد-19، والتي تحوّلت إلى ظاهرة عالميّة متعدّدة القطاعات، وأدّت إلى تفاقم الأزمات المترابطة فيما بينها، مثل أزمات المناخ والغذاء، والأزمات الاقتصاديّة والمتعلّقة بالهجرة، وتسبّبت في معاناة شاقّة وضيق شديد. أذكر أوّلًا الذين فقدوا أحد أفراد أسرتهم أو شخصًا عزيزًا، وكذلك الذين فقدوا وظائفهم. وأخصّ بالذكر أيضًا الأطبّاء والممرّضات والصيادلة والعلماء والمتطوّعين والكهنة المرافقين وموظّفي المستشفيات والمراكز الصحيّة الذين بذلوا قصارى جهدهم وما زالوا يقومون بجهود وتضحيات كبيرة إلى حدّ موتِ بعضهم وهم يسعون للبقاء بقرب المرضى من أجل التخفيف من معاناتهم أو إنقاذ حياتهم. وفيما أشيد بهؤلاء الأشخاص، أجدّد ندائي إلى المسؤولين السياسيّين والقطاع الخاصّ من أجل اتّخاذ التدابير المناسبة لضمان حصول الجميع على اللقاحات ضدّ الكوفيد-19 والتقنيّات الأساسيّة اللازمة لمساعدة المرضى وجميع الأشخاص الأكثر احتياجًا والأكثر ضعفًا[1].

يؤلمنا أن نرى، إلى جانب العديد من أعمال المحبّة والتضامن، الزخمَ الجديد التي تكتسبه أشكالٌ مختلفة من القوميّة والتمييز العنصريّ والتعصّب وحتى الحروب والصراعات التي تزرع الموت والدمار.

تُعَلِّمنا هذه الأحداث وغيرها أيضًا من الأحداث التي طبعت مسيرة البشريّة في العام الماضي، أهمّية الاعتناء ببعضنا البعض ورعاية الخلق، من أجل بناء مجتمع يقوم على علاقات أخويّة. لذلك اخترتُ أن يكون موضوع هذه الرسالة "ثقافة الرعاية: مسار للسلام". ثقافة الرعاية من أجل القضاء على ثقافة اللامبالاة والاستبعاد والمواجهة التي غالبًا ما تسود اليوم.

2. الله الخالق هو أصل دعوة الإنسان إلى الرعاية

نَجِدُ في العديد من التقاليد الدينية روايات تدور حول أصل الإنسان وعلاقته بالخالق والطبيعة وبالبشر أمثاله. أمّا في الكتاب المقدّس، فيكشف سفرُ التكوين منذ البدء، عن أهمّية رعاية مشروع الله للبشرية أو حراسته، مسلّطًا الضوء على العلاقة بين الإنسان (آدم) والأرض (أداما) وبين الإخوة. في الرواية الكتابية عن الخلق، يضعُ الله الجنّةَ "المغروسة في عدن" (را. تك 2، 8) بين يديّ آدم ويطلب منه أن "يَفلَحَها ويَحرُسَها" (را. تك 2، 15). وهذا يعني، من ناحية، أن يجعل الأرض مثمرة، ومن ناحية أخرى، أن يحميها ويجعلها تحتفظ بقدرتها على إعالة الحياة[2]. ويصف الفعلان "يفلح" و "يحرس" علاقةَ آدم ببيته "الحديقة" ويشيران أيضًا إلى الثقة التي يضعها الله فيه إذ جعله سيّدًا وحارسًا للخليقة كلّها.

لقد خلّفت ولادةُ قايين وهابيل قّصةَ علاقةٍ بين إخوة، فسّرها قايين -سلبًا- من حيث الوصاية أو الحراسة. وبعد أن قتل أخيه هابيل، أجاب قايينُ على سؤال اللهَ: "أَحارِسٌ لأَخي أَنا؟" (تك 4، 9)[3]. نعم، بالطبع! قايين هو "حارس" لأخيه. "في هذه الروايات القديمة، والغنيّة برمزيّة عميقة، كانت ماثلة هذه القناعة الراهنة اليوم: بأن كلّ شيء مترابط، وأنّ العناية الأصيلة بحياتنا ذاتها وبعلاقتنا مع الطبيعة هي جزء لا يتجزّأ من الأخوّة والعدالة والإخلاص تجاه الآخرين"[4].

3. الله الخالق، مثال الرعاية

يقدّم الكتابُ المقدّس اللهَ، فضلًا عن كونه الخالق، على أنه الذي يرعى خلائقه، ولا سيما آدم وحوّاء وأبناءهما. حتى قايين نفسه، على الرغم من حلول اللعنة عليه بسبب الجريمة التي ارتكبها، نال كعطيّة من الخالق علامة حماية، حتى تُحفَظ حياته (را. تك 4، 15). وفيما تؤكِّد هذه الحقيقة كرامة الإنسان غير القابلة للانتهاك –الإنسان الذي خُلِقَ على صورة الله ومثاله-، تُظهِر أيضًا خطّة الله من أجل الحفاظ على انسجام الخليقة، لأن "السلام والعنف لا يمكن أن يتساكنا"[5].

إن رعاية الخليقة بالتحديد هي أساس إقامة سَبْت الراحة الذي يهدف، بالإضافة إلى تنظيم العبادة الإلهيّة، إلى إعادة تأسيس النظام الاجتماعي والاهتمام بالفقراء (تك 1، 1- 3؛ أح 25، 4). أمّا الاحتفال باليوبيل، أي السنة السبتية التي تتكرّر كلّ سبع سنوات، فكان يمنح هدنةً للأرض والعبيد والمَدينين. وخلال سنة النعمة هذه، تُقَدَّم الرعاية للأكثر ضعفًا، فينالون منظورًا جديدًا للحياة، حتى لا يكون هناك محتاج لدى الشعب (را. تث 15، 4).

تجدر الإشارة أيضًا إلى التقليد النبوي، الذي تتجلّى فيه ذروة الفهم الكتابي للعدالة من خلال الطريقة التي يتعامل بها المجتمع داخليًّا مع الأكثر ضعفًا. وهذا هو السبب الذي دفع عاموس (2، 6- 8؛ 8) وأشعيا (58)، على وجه الخصوص، إلى رفع صوتهما باستمرار لصالح العدالة تجاه الفقراء الذين، بسبب ضعفهم وافتقارهم للسلطة، وحده الله يسمعهم ويعتني بهم (را. مز 34، 7؛ 113، 7- 8).

4. الرعاية في خدمة يسوع

إن حياة يسوع وخدمته تجسّدان ذروة تجلّي محبّة الآب للبشريّة (يو 3، 16). فقد ظَهَر يسوع في مجمع الناصرة، على أنّه هو الذي كرّسه الربّ وأرسله "ليُبَشِّرَ الفُقَراء ويُعلِنَ لِلمَأسورينَ تَخلِيَةَ سَبيلِهم ولِلعُميانِ عَودَةَ البصَرِ إِلَيهِم ويُفَرِّجَ عنِ الـمَظلومين" (را. لو 4، 18). وتشكّل هذه الأعمال المسيحانية، الخاصّة بسنين اليوبيل، أفصحَ شهادةٍ عن الرسالة التي أوكلها إليه الآب. فقد تقرّب المسيحُ بشفقته من المرضى بالجسد والروح وشفاهم؛ غفر للخطأة ومنحهم حياة جديدة. إن يسوع هو الراعي الصالح الذي يعتني بالخراف (را. يو ​10، 11- 18؛ حز 34، 1- 31)؛ إنه السامريّ الصالح الذي ينحني على الجريح ويشفي جراحه ويعتني به (لو 10، 30- 37).

وفي ذروة رسالته، ختم يسوع عنايته بنا باذلًا ذاته على الصليب فحرّرنا من عبودية الخطيئة والموت. وبهذه الطريقة، عبر عطيّة حياته وتضحيته، فتح لنا طريق المحبّة وهو يقول لكلّ منّا: "اتبعني. واعمَلْ أَنتَ أَيضاً مِثْلَ ذلك" (را. لو 10، 37).

5. ثقافة الرعاية في حياة أتباع يسوع

إن أعمال الرحمة الروحيّة والجسديّة هي نواة محبّة الكنيسة الأولى وخدمتها. كان مسيحيّو الجيل الأوّل يعيشون المشاركةَ فيما بينهم حتى لا يكون فيهم محتاجًا (را. رسل 4، 34- 35) وكانوا يسعون جاهدين لكي تكون الجماعة بيتًا مضيافًا، مفتوحًا لأيّة حالة إنسانية، ومستعدًّا لتولّي مسؤوليّة أكثر الأعضاء ضعفًا. وهكذا أصبح من المعتاد القيام بتقديمات طوعيّة لإطعام الفقراء ودفن الموتى وإعالة الأيتام والمسّنين وضحايا الكوارث، أو الغرق على سبيل المثال. وعندما فَقَدَ كَرَمُ المسيحيّين اندفاعَه، في فترات لاحقة، أصرّ بعض آباء الكنيسة على أن الملكيّة في مفهوم الله هي للخير العام. كان القدّيس أمبروزيوس يقول إن "الطبيعة قد مَنَحَت كلّ الأشياء للبشر من أجل استخدام مشترك [...] لذا، فقد أعطت الطبيعة الحقّ المشترك للجميع، لكن الجشع جعله حقًا للبعض"[6]. بعد أن تخطّت الكنيسة اضطهادات القرون الأولى، استفادت من حرّيتها من أجل إلهام المجتمع وثقافته. "كانت احتياجات ذلك الزمن تتطلّب التزامات جديدة في خدمة المحبّة المسيحيّة. تنقل السجلّات التاريخيّة أمثلة لا تُحصى من أعمال الرحمة. ومن هذه الجهود المتضافرة، نشأ العديد من المؤسّسات لتلبية جميع الاحتياجات الإنسانية: المستشفيات، ومساكن الفقراء، ودور الأيتام، ودور الأطفال، وأماكن لاستضافة عابري السبيل، وما إلى ذلك"[7].

6. مبادئ العقيدة الاجتماعية للكنيسة أساسًا لثقافة الرعاية

أمّا الخدمة الشمّاسية في الكنيسة الأولى، بعد ان اغتنت بتأمّلات الآباء، وأحيتها على مرّ القرون المحبّة الدؤوبة للعديد من شهود الإيمان البارزين، قد أصبحت القلبَ النابض لعقيدة الكنيسة الاجتماعية، وتشكّل لذوي النوايا الحسنة تراثًا ثمينًا من المبادئ والمعايير والمؤشّرات التي يمكن أن نستمدّ منها "قواعد" الرعاية: تعزيز كرامة كلّ إنسان، والتضامن مع الفقراء والعُزّل، والاهتمام بالخير العام، والحفاظ على الخليقة.

* الرعاية بمثابة تعزيز لكرامة الشخص وحقوقه

"إن مفهوم الشخص، الذي ولد في المسيحيّة ونضج فيها، يساعد على تحقيق تنمية بشريّة كاملة. ولأن كلمة شخص تعني دائمًا علاقة، وليس فرديّة، فهي تؤكّد الشمولية وليس الإقصاء، والكرامة الفريدة وغير القابلة للانتهاك وليس الاستغلال"[8]. كلّ شخص بشريّ هو غاية في حدّ ذاته، وليس أبدًا مجرّد أداة تُقَدَّر وفقًا لفائدتها، وقد خُلِقَ لكي يعيش مع الآخرين في الأسرة، وفي الجماعة، وفي المجتمع، حيث يتساوى جميع الأعضاء في الكرامة. ومن هذه الكرامة تشتقّ حقوق الإنسان، وكذلك الواجبات التي تُذكِّرُ، على سبيل المثال، بمسؤوليّة قبول ومساعدة الفقراء والمرضى والمُهمَّشين وكلّ "قريب، مجاور أو بعيد في الزمان والمكان"[9].

* رعاية الخير العام

إن كلّ جانب من جوانب الحياة الاجتماعيّة والسياسيّة والاقتصاديّة يكتمل عندما يوضع في خدمة الخير العام، أي في خدمة "مجموعة أوضاع وظروف اجتماعية تسمحُ للجماعات ولكلّ فرد من أفرادها بالوصول إلى الكمال بطريقةٍ أكثر شمولًا وسهولة"[10]. لذلك، يجب أن تنظر خططُنا وجهودُنا دائمًا في ما تتركه من أثر على الأسرة البشرية بأكملها، وأن تزن عواقبها على اللحظة الحاليّة والأجيال القادمة. وما يُظهِر مدى صحّة وحداثة هذا الأمر إنما هي جائحة الكوفيد-19، التي أدركنا إزاءها "أننا كلّنا على متن القارب نفسه، جميعنا ضعفاء ومرتبكون، ولكن في الوقت عينه مهمّون وضروريّون، ومدعوّون جميعًا إلى البقاء معًا"[11]، لأن "لا أحد يخلّص نفسه بنفسه"[12] ولا يمكن لدولة قومية منعزلة أن تضمن الخير العام لشعبها[13].

* الرعاية من خلال التضامن

إن التضامن يعبّر بشكل ملموس عن محبّتنا للآخر، التي ليست شعورًا بتعاطف مبهم، بل "عزمًا ثابتًا ومثابرًا على العمل من أجل الخير العام، أي من أجل خير الكلّ وكلّ فردٍ لأننا جميعنا مسؤولون حقًّا عن الجميع"[14]. يساعدنا التضامن على رؤية الآخر –الشخص، أو بمعنى واسع، الشعب أو الأمّة- ليس بمثابة إحصاء، أو وسيلة نستغلّها ثم نستبعدها عندما لم نعد بحاجة إليها، إنما بمثابة قريب لنا، ورفيق للدرب، مدعوّ للمشاركة، مثلنا، في وليمة الحياة التي يدعو الله إليها الجميعَ بالتساوي.

* رعاية وحماية الخلق

تعترف الرسالة العامّة كن مسبّحًا اعترافًا تامًّا بالترابط الموجود بين المخلوقات كلّها وتسلّط الضوء على الحاجة إلى الاصغاء لصرخة المحتاج والخليقة معًا. ومن هذا الإصغاء اليقظ والمستمرّ تستطيع أن تنشأ رعايةٌ فعّالة للأرض، التي هي بيتنا المشترك، وللفقراء. وفي هذا الصدد، أودّ أن أكرّر أنه "لا يمكن لشعورٍ بوحدة حميمة مع بقيّة مخلوقاتِ الطبيعة أن يكونَ أصيلًا، إن لم يكن القلب، في الوقت نفسه، مفعمًا بالعطفِ والشفقةِ والاهتمامِ بالبشر"[15]. "السلام والعدل والحفاظ على الخليقة هي ثلاث مواضيع مترابطة تمامًا، ولا يمكن فصلها من أجل إيجاد حلّ لها بشكل فرديّ، وإلّا فقد نقع مجدّدًا في الاختزالية"[16].

7. بوصلة من أجل مسار مشترك

في هذا الزمن الذي تهيمن فيه ثقافة الإقصاء، وإزاء تفاقم عدم المساواة داخل الدول وفيما بينها[17]، أودّ أن أدعو المسؤولين عن المنظّمات الدوليّة والحكومات، والعالم الاقتصادي والعلمي، وعالم التواصل الاجتماعي والمؤسّسات التعليميّة، إلى تبنّي "بوصلة" المبادئ التي ذكرناها أعلاه، حتى يطبعوا مسارًا مشتركًا لعمليّة العولمة، "مسارًا إنسانيًّا حقًّا"[18]. وهذا، في الواقع، من شأنه أن يسمح بتقدير قيمة وكرامة كلّ شخص، وبالعمل معًا والتضامن من أجل الخير العام، فنقدّم بعض الراحة للذين يعانون من الفقر والمرض والعبوديّة والتمييز والصراعات. من خلال هذه البوصلة، أشجّع الجميع على أن يصبحوا أنبياء وشهودًا لثقافة الرعاية، من أجل التعويض عن الكثير من التفاوتات الاجتماعية. ولن يكون هذا ممكنًا إلّا بمنح المرأة دورًا رئيسيًّا قويّا وواسع النطاق، في الأسرة وفي كلّ المجالات الاجتماعية والسياسيّة والمؤسّسية.

إن بوصلة المبادئ الاجتماعيّة، الضرورية لتعزيز ثقافة الرعاية، تشير أيضًا إلى العلاقات بين الأمم، التي ينبغي أن تستلهم من الأخوّة والاحترام المتبادل والتضامن ومراعاة القانون الدولي. وفي هذا الصدد، يجب إعادة تأكيد حماية وتعزيز حقوق الإنسان الأساسيّة، وهي حقوق عالميّة وغير قابلة للتصرّف أو للتجزئة[19].

كما يجب التذكير بواجب احترام القانون الإنساني، ولا سيّما في هذه المرحلة التي تشهد باستمرار تتالي النزاعات والحروب. للأسف، إن العديد من المناطق والمجتمعات لم تعد تتذكّر الزمن الذي عاشت فيه بسلام وأمن. وأصبحت العديد من المدن بؤرًا لانعدام الأمن: يكافح سكّانها للحفاظ على نمطهم الاعتيادي، لأنهم يتعرّضون لهجمات وللقصف العشوائي بالمتفجّرات والمدفعيّة والأسلحة الصغيرة. وليس باستطاعة الأطفال أن يدرسوا، ولا الرجال والنساء أن يعملوا لإعالة الأسرة. والمجاعة تنمو في أماكن لم تعرفها قطّ سابقًا. ويضطرّ الأشخاص إلى الفرار تاركين ورائهم ليس فقط منازلهم ولكن أيضًا تاريخ عائلاتهم وجذورهم الثقافية.

أسباب الصراع كثيرة، لكن النتيجة واحدة على الدوام: الدمار والأزمة الإنسانية. يجب أن نتوقّف ونسأل أنفسنا: ما الذي أدّى إلى تطبيع الصراع في العالم؟ وقبل كلّ شيء، كيف نقود قلوبنا إلى الارتداد ونغيّر عقليّتنا لكي نسعى حقًا إلى السلام بالتضامن والأخوّة؟

كم من الموارد تُهدَر من أجل الأسلحة، ولا سيما الأسلحة النووية[20]، موارد يمكن استخدامها من أجل أولويّات أكثر أهمّية تهدف إلى ضمان سلامة الناس، مثل تعزيز السلام والتنمية البشريّة المتكاملة، ومكافحة الفقر، وضمان الاحتياجات الصحيّة. وقد سلّطت الضوء على هذا الأمر أيضًا المشكلات العالميّة مثل جائحة الكوفيد-19 الحاليّة وتغيّر المناخ. كم يتطلّب شجاعة أن نقرّر "إنشاء صندوق عالميّ، بالأموال المستخدمة في مجال الأسلحة والنفقات العسكريّة الأخرى، يهدف إلى القضاء نهائيًّا على الجوع، والمساهمة في تنمية أفقر البلدان! [21]".

8. من أجل التربية على ثقافة الرعاية

إن تعزيز ثقافة الرعاية يتطلّب عملية تربوية، وتشكّل بوصلة المبادئ الاجتماعية، لهذا الغرض، أداةً موثوقة لمختلف السياقات المترابطة. أودّ أن أعطي بعض الأمثلة في هذا الصدد.

· تنشأ التربية على الرعاية في الأسرة، التي هي النواة الطبيعية والأساسيّة للمجتمع، حيث يتعلّم المرء فنّ العلاقات والاحترام المتبادل. ولكن الأسرة تحتاج إلى الظروف التي تمكّنها من القيام بهذه المهمّة الحيوية التي لا غنى عنها.

· أمّا العناصر الأخرى التي، بتضامن مع الأسرة، تحمل مسؤولية التربية هي المدارس والجامعات، وكذلك، في بعض النواحي، التواصل الاجتماعي[22]. إنها مدعوّة إلى نقل نظام من القيم يقوم على الاعتراف بكرامة كلّ شخص، وكلّ جماعة لغويّة وعرقيّة ودينيّة، وكلّ شعب، والاعتراف بالحقوق الأساسيّة المستمدّة منه. التربية هي أحد أركان مجتمع أكثر عدلًا وتضامنًا.

· يمكن للديانات عامّة، والقادة الدينيّين خاصّة، أن يلعبوا دورًا أساسيًّا فينقلوا إلى المؤمنين والمجتمع قيم التضامن، واحترام الاختلاف، والترحيب والرعاية بأكثر الإخوة ضعفًا. وفي هذا الصدد، أذكر الكلمات التي وجّهها البابا بولس السادس إلى البرلمان الأوغندي في عام 1969: "لا تخافوا من الكنيسة؛ فهي تكرّمكم وتقوم بتربية مواطنين صادقين ومخلصين، ولا تثير الخصومة والانقسامات بل تسعى إلى تعزيز الحرّية السليمة والعدالة الاجتماعيّة والسلام؛ وإذا كان لديها أولويّات، فهي تعطي الأولويّة للفقراء، ولتربية الصغار والشعب، ولرعاية الذين يعانون والمُهمَلين"[23].

· أجدّد تشجيعي لجميع الذين يعملون في خدمة السكّان، ضمن المنظّمات الدوليّة والحكوميّة وغير الحكوميّة ذات رسالة تربويّة، ولكلّ من يعمل في مجال التربية والبحث، بمختلف السبل، حتى يتمكّنوا من بلوغ هدف تربية "أكثر انفتاحًا وشموليّة، قادرة على الاستماع الصبور، والحوار البنّاء والتفاهم المتبادل"[24]. أتمنّى أن تلقى هذه الدعوة، التي أُطلِقَت في سياق الميثاق التربوي العالمي، قبولًا واسعًا وغنيًّا بالتنوع.

9. ما من سلام دون ثقافة الرعاية

إن ثقافة الرعاية تشكّل سبيلًا مميّزًا لبناء السلام، لكونها التزامًا مشتركًا ومتضامنًا وتشاركيًّا من أجل حماية وتعزيز كرامة وخير الجميع، ولأنها عزمٌ على إظهار المزيد من الاهتمام، والانتباه، والتعاطف، والمصالحة والشفاء، والاحترام المتبادل والقبول المتبادل. "هناك حاجة، في أجزاء كثيرة من العالم، إلى مسارات سلام تقود إلى التئام الجروح، وهناك حاجة إلى صانعي سلام، مستعدّين للشروع في عمليّات الشفاء والتلاقي، ببراعة وجرأة"[25].

إن دفّة كرامة الإنسان و "بوصلة" المبادئ الاجتماعيّة الأساسيّة، في هذا الوقت الذي تهزّ فيه عاصفةُ الأزمة قاربَ الإنسانيّة التي تبحث بصعوبة عن أفق أكثر هدوءًا وأكثر طمأنينة، تمنحانا القدرة على أن نبحر في مسار آمن ومشترك. ولأننا مسيحيّون، لنرفع نظرنا إلى مريم العذراء، نجمة البحر وأمّ الرجاء. ولنتعاون كلّنا معًا حتى نتقدّم نحو أفق جديد من المحبّة والسلام والأخوّة والتضامن والدعم المتبادل والقبول المتبادل. لا لأن نستسلم لتجربة عدم المبالاة بالآخرين، ولا سيما الأكثر ضعفًا، ولا لأن نتعوّد على تحويل نظرنا[26]، بل لنعمل يوميًّا بشكل ملموس حتى "نشكّل جماعة تتكوّن من إخوة يرحبّون ببعضهم البعض، ويعتنون ببعضهم البعض"[27].

أعطي في روما، قرب الكرسي الرسولي، في 8 كانون الأوّل / ديسمبر 2020

فرنسيس

[01553-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0671-XX.02]

[1] را. الرسالة المسجلة بمناسبة الدورة الخامسة والسبعين للجمعية العامة للأمم المتّحدة، 25 أيلول/سبتمبر 2020.

[2] الرسالة العامة كن مسبّحًا Laudato si´ (24 أيار/ مايو 2015)، 67.

[3] را. "الأخوة، أساس وسبيل من أجل السلام"، رسالة قداسة البابا بمناسبة الاحتفال باليوم العالمي السابع والأربعين للسلام في 1 كانون الثاني/يناير 2014 (8 كانون الأول/يناير 2013)، عدد 2.

[4] الرسالة العامة كن مسبّحًا Laudato si´ (24 أيار/ مايو 2015)، 70.

[5] المجلس الحبري للعدالة والسلام، كومبنديوم عقيدة الكنيسة الإجتماعية، عدد 488.

[6] في الواجبات De officiis، 1، 28، 132: الآباء اللاتين 16، 67.

[7] ك. بيلميير K. Bihlmeyer، تاريخ الكنيسة Church History، المجلد 1، ويستمينستر، نيومان بريس 1958، ص. 373- 374.

[8] كلمة البابا للمشاركين في المؤتمر الذي أعدتّه دائرة تعزيز التنمية البشرية المتكاملة في الذكرى الخمسين للرسالة العامة تـَرَقّي الشعوب
Populorum progression
(4 نيسان/أبريل 2017).

[9] رسالة قداسة البابا إلى الدورة الثانية والعشرين لمؤتمر الدول الأطراف في اتفاقية الأمم المتحدة الإطارية بشأن تغير المناخ (COP22)، 10 تشرين الثاني/نوفمبر 2016. را. طاولة حوار مشترك بين دوائر الكرسي الرسولي حول الإيكولوجيا المتكاملة، في مسيرة من أجل العناية بالبيت المشترك. خمس سنوات بعد الرسالة العامة كن مسبحا Laudato si’، درا النشر في الفاتيكان، LEV، 31 أيار/مايو 2020.

[10] المجمع الفاتيكاني الثاني، الدستور الرعائي فرح ورجاء Gaudium et spes، حول الكنيسة في عالم اليوم، عدد 26.

[11] صلاة استثنائية في زمن الوباء (27 آذار/ مارس 2020).

[12] نفس المرجع.

[13] را. الرسالة العامة Fratelli tutti (3 تشرين الأول/أكتوبر 2020)، 8؛ 153.

[14] القديس يوحنا بولس الثاني، الرسالة العامة الاهتمام بالشأن الاجتماعي Sollicitudo rei socialis (30 كانون الأول/ديسمبر 1987)، عدد38.

[15] الرسالة العامة كن مسبّحًاLaudato si´ (24 أيار/مايو 2015)، عدد 91.

[16] مجلس الأساقفة في جزر الدومينيكان، الرسالة الراعوية حول علاقة الإنسان بالطبيعة (21 كانون الثاني/يناير 1987)؛ را. الرسالة العامة كن مسبّحًاLaudato si´ (24 أيار/مايو 2015)، عدد 92.

[17] را. الرسالة العامة Fratelli tutti (3 تشرين الأول/أكتوبر 2020)، 125.

[18] نفس المرجع، 29.

[19] رسالة إلى المشاركين في المؤتمر الدولي "حقوق الإنسان في العالم المعاصر: إنجازات وإخفاقات وإنكار، روما، 10- 11 كانون الأول/ديسمبر 2018.

[20] را. رسالة قداسة البابا إلى مؤتمر الأمم المتّحدة من أجل التفاوض على صك ملزم قانونًا لحظر الأسلحة النووية، ويقود إلى إزالتها الكاملة، 23 آذار/مارس 2017.

[21] الرسالة المسجلة بمناسبة اليوم العالمي للأغذية 2020، 16 تشرين الأول/أكتوبر 2020.

[22] را. بندكتس السادس عشر، "تربية جيل الشباب على العدالة والسلام"، رسالة قداسة البابا بمناسبة اليوم العالمي الخامس والأربعين للسلام، 1 كانون الثاني/يناير 2012 (8 كانون الأول/ديسمبر 2011)، 2؛ "تغلب على اللامبالاة واكتسب السلام"، رسالة قداسة البابا بمناسبة اليوم العالمي التاسع والأربعين للسلام، 1 كانون الثاني/يناير 2016 (8 كانون الأول/يناير 2015)، 6.

[23] خطاب البابا إلى النواب وأعضاء مجلس الشيوخ في أوغندا، كامبلا، 1 آب/أغسطس 1969.

[24] رسالة قداسة البابا بمناسبة إطلاق الميثاق التربوي، 12 أيلول/سبتمبر 2019.

[25] الرسالة العامة Fratelli tutti (3 تشرين الأول/أكتوبر 2020)، 225.

[26] را. نفس المرجع، 64.

[27] نفس المرجع، 96؛ را. "الأخوة، أساس وسبيل من أجل السلام"، رسالة قداسة البابا بمناسبة الاحتفال باليوم العالمي السابع والأربعين للسلام في 1 كانون الثاني/يناير 2014 (8 كانون الأول/يناير 2013)، عدد 1

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 17 dicembre 2020