Incontro con la Comunità Rom a Luník IX a Košice

Papa Rom BudapestNel pomeriggio, il Santo Padre Francesco ha lasciato il Seminario di Košice per recarsi a Luník IX, uno dei 22 distretti della città, nel quale vive la più grande Comunità Rom in Slovacchia.

Prima di lasciare il Seminario, il Papa ha consegnato un dono al Rettore. Quindi si è trasferito in auto a Luník IX dove alle, ore 16.00, ha incontrato la Comunità Rom nel piazzale antistante il Centro Salesiano.

Al Suo arrivo è stato accolto all’ingresso del Centro dal Direttore, da tre confratelli e da due bambini Rom. Dopo il breve saluto del Direttore del Centro e le testimonianze di un Rom e di una famiglia Rom inserita nel mondo del lavoro, Papa Francesco ha pronunciato il Suo discorso.

Al termine, dopo la recita del Padre Nostro e la benedizione finale, il Santo Padre si è trasferito in auto allo Stadio Lokomotiva di Košice per l’incontro con i giovani.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha pronunciato nel corso dell’incontro con la Comunità Rom:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio!

Vi ringrazio per l’accoglienza e per le vostre parole affettuose. Ján ha ricordato quello che vi disse San Paolo VI: «Voi nella Chiesa non siete ai margini… Voi siete nel cuore della Chiesa» (Omelia, 26 settembre 1965). Nessuno nella Chiesa deve sentirsi fuori posto o messo da parte. Non è solo un modo di dire, è il modo di essere della Chiesa. Perché essere Chiesa è vivere da convocati di Dio, è sentirsi titolari nella vita, far parte della stessa squadra. Sì, perché Dio ci desidera così, ciascuno diverso ma tutti uniti attorno a Lui. Il Signore ci vede insieme. Tutti.

E ci vede figli: ha sguardo di Padre, sguardo di predilezione per ciascun figlio. Se io accolgo questo sguardo su di me, imparo a vedere bene gli altri: scopro di avere accanto altri figli di Dio e li riconosco fratelli. Questa è la Chiesa, una famiglia di fratelli e sorelle con lo stesso Padre, il quale ci ha dato Gesù come fratello, perché comprendiamo quanto Lui ami la fraternità. E desidera che l’umanità intera diventi una famiglia universale. Voi nutrite un grande amore per la famiglia, e guardate alla Chiesa a partire da questa esperienza. Sì, la Chiesa è casa, è casa vostra. Perciò – vorrei dirvi con il cuore – siete benvenuti, sentitevi sempre di casa nella Chiesa e non abbiate mai paura di abitarci. Nessuno tenga fuori voi o qualcun altro dalla Chiesa!

Ján, mi hai salutato con tua moglie Beáta: insieme avete messo il sogno della famiglia davanti alle vostre grandi diversità di provenienza, di usi e costumi. Più di tante parole è il vostro matrimonio a testimoniare come la concretezza del vivere insieme può far crollare tanti stereotipi che altrimenti sembrano insuperabili. Non è facile andare oltre i pregiudizi, anche tra i cristiani. Non è semplice apprezzare gli altri, spesso si vedono in essi degli ostacoli o degli avversari e si esprimono giudizi senza conoscere i loro volti e le loro storie.

Ma ascoltiamo che cosa dice Gesù nel Vangelo: «Non giudicate» (Mt 7,1). Il Vangelo non va addolcito, non va annacquato. Non giudicate, ci dice Cristo. Quante volte, invece, non solo parliamo senza elementi o per sentito dire, ma ci riteniamo nel giusto quando siamo giudici rigorosi degli altri. Indulgenti con noi stessi, inflessibili con gli altri. Quante volte i giudizi sono in realtà pregiudizi, quante volte aggettiviamo! È sfigurare con le parole la bellezza dei figli di Dio, che sono nostri fratelli. Non si può ridurre la realtà dell’altro ai propri modelli preconfezionati, non si possono schematizzare le persone. Anzitutto, per conoscerle veramente, bisogna riconoscerle: riconoscere che ciascuno porta in sé la bellezza insopprimibile di figlio di Dio, in cui il Creatore si rispecchia.

Cari fratelli e sorelle, troppe volte voi siete stati oggetto di preconcetti e di giudizi impietosi, di stereotipi discriminatori, di parole e gesti diffamatori. Con ciò tutti siamo divenuti più poveri, poveri di umanità. Quello che ci serve per recuperare dignità è passare dai pregiudizi al dialogo, dalle chiusure all’integrazione. Ma come fare? Nikola e René, ci avete aiutato: la vostra storia d’amore è nata qui ed è maturata grazie alla vicinanza e all’incoraggiamento che avete ricevuto. Vi siete sentiti responsabilizzati e avete voluto un lavoro; vi siete sentiti amati e siete cresciuti con il desiderio di dare qualcosa di più ai vostri figli.

Così ci avete dato un messaggio prezioso: dove c’è cura della persona, dove c’è lavoro pastorale, dove c’è pazienza e concretezza i frutti arrivano. Non subito, col tempo, ma arrivano. Giudizi e pregiudizi aumentano solo le distanze. Contrasti e parole forti non aiutano. Ghettizzare le persone non risolve nulla. Quando si alimenta la chiusura prima o poi divampa la rabbia. La via per una convivenza pacifica è l’integrazione. È un processo organico, un processo lento e vitale, che inizia con la conoscenza reciproca, va avanti con pazienza e guarda al futuro. E a chi appartiene il futuro? Possiamo domandarci: a chi appartiene il futuro? Ai bambini. Sono loro a orientarci: i loro grandi sogni non possono infrangersi contro le nostre barriere. Essi vogliono crescere insieme agli altri, senza ostacoli, senza preclusioni. Meritano una vita integrata, una vita libera. Sono loro a motivare scelte lungimiranti, che non ricercano il consenso immediato, ma guardano all’avvenire di tutti. Per i figli vanno fatte scelte coraggiose: per la loro dignità, per la loro educazione, perché crescano ben radicati nelle loro origini ma al tempo stesso senza vedere preclusa ogni possibilità.

Ringrazio chi porta avanti questo lavoro di integrazione che, oltre a comportare non poche fatiche, a volte riceve pure incomprensione e ingratitudine, magari persino nella Chiesa. Cari sacerdoti, religiosi e laici, cari amici che dedicate il vostro tempo per offrire uno sviluppo integrale ai vostri fratelli e sorelle, grazie! Grazie per tutto il lavoro con chi è ai margini. Penso anche ai rifugiati e ai detenuti. A questi, in particolare, e a tutto il mondo carcerario esprimo la mia vicinanza. Grazie, don Peter, di averci parlato dei centri pastorali, dove non fate assistenzialismo sociale, ma accompagnamento personale. Grazie, a voi, Salesiani. Andate avanti su questa strada, che non illude di poter dare tutto e subito, ma è profetica, perché include gli ultimi, costruisce la fraternità, semina la pace. Non abbiate paura di uscire incontro a chi è emarginato. Vi accorgerete di uscire incontro a Gesù. Egli vi attende là dove c’è fragilità, non comodità; dove c’è servizio, non potere; dove c’è da incarnarsi, non da compiacersi. Lì è Lui.

E invito tutti voi ad andare oltre le paure, oltre le ferite del passato, con fiducia, passo dopo passo: nel lavoro onesto, nella dignità di guadagnare il pane quotidiano, nell’alimentare la fiducia reciproca. E nella preghiera gli uni per gli altri, perché è questo che ci orienta e ci dà forza. Vi incoraggio, vi benedico e vi porto l’abbraccio di tutta la Chiesa. Grazie. Palikerav.

Traduzione in lingua francese

Chers frères et sœurs, bon après-midi !

Je vous remercie pour votre accueil et pour vos affectueuses paroles. Ján a rappelé ce que vous disait saint Paul VI: «Vous, dans l’Eglise, vous n’êtes pas en marge, … Vous êtes dans le cœur de l’Eglise » (Homélie, 26 septembre 1965). Personne dans l’Eglise ne doit se sentir comme n’étant pas à sa place ou mis de côté. Ce n’est pas seulement une manière de dire, c’est la façon d’être de l’Eglise. Parce qu’être Église, c’est vivre en tant que convoqués par Dieu, c’est se sentir responsable dans la vie, faire partie de la même équipe. Oui, parce que Dieu nous désire ainsi: chacun différent mais tous unis autour de lui. Le Seigneur nous voit ensemble. Tous.

Et il nous voit en fils: il a un regard de Père, regard de prédilection pour chaque enfant. Si j’accueille ce regard sur moi, j’apprends à bien voir les autres: je découvre qu’il y a auprès de moi d’autres fils de Dieu et je les reconnais comme frères. Telle est l’Eglise, une famille de frères et sœurs ayant un même Pèrequi nous a donné Jésus comme frère, afin que nous comprenions combien il aime la fraternité. Et il veut que l’humanité entière devienne une famille universelle. Vous nourrissez un grand amour pour votre famille, et vous regardez l’Eglise à partir de cette expérience. Oui, l’Eglise est une maison, elle est votre maison. C’est pourquoi je voudrais vous dire de tout cœur que vous êtes les bienvenus. Sentez-vous toujours chez vous dans l’Eglise et n’ayez pas peur d’y habiter. Que personne ne vous laisse, vous ou quelqu’un d’autre, en dehors de l’Eglise !

Ján, vous m’avez salué avec votre femme Béata: ensemble, vous avez fait passer le rêve de la famille avant vos grandes diversités d’origine, d’us et coutumes. Plus que beaucoup de paroles, c’est votre mariage qui témoigne de la manière combien la réalité de vivre ensemble peut faire tomber beaucoup de stéréotypes qui autrement sembleraient insurmontables.Il n’est pas facile d’aller au-delà des préjugés, même chez les chrétiens.Il n’est pas facile d’apprécier les autres: souvent on voit en eux des obstacles ou des adversaires et on porte des jugements sans connaître leur visage ni leur histoire.

Mais écoutons ce que dit Jésus dans l’Evangile: «Ne jugez pas» (Mt 7, 1). L’Evangile ne doit pas être édulcoré, il ne doit pas être dilué. Ne jugez pas, nous dit le Christ. Combien de fois, au contraire, non seulement nous parlons sans savoir ou par ouï-dire, mais nous nous estimons le droit quand nous nous faisons les juges rigoureux des autres.Indulgents envers nous-mêmes, inflexibles envers les autres.Combien de fois les jugements ne sont en réalité que des préjugés, combien de fois ne cataloguons-nous pas !C’est défigurer par des paroles la beauté des enfants de Dieu, qui sont nos frères.On ne peut pas réduire la réalité de l’autre à nos modèles préfabriqués, on ne peut pas schématiser les personnes.Pour les connaître vraiment, il faut d’abord les reconnaître: reconnaître que chacun porte en soi la beauté irrépressible de fils de Dieu, dans lequel le Créateur se reflète.

Chers frères et sœurs, trop souvent, vous avez été objet de préjugés et de jugements impitoyables, de stéréotypes discriminatoires, de paroles et de gestes diffamatoires.Avec cela, nous sommes tous devenus plus pauvres, pauvres en humanité.Ce qu’il nous faut pour retrouver la dignité, c’est passer des préjugés au dialogue, des fermetures à l’intégration.Mais comment faire ?Nikola et René, vous nous avez aidés: votre histoire d’amour est née ici et a mûri grâce à la proximité et à l’encouragement que vous avez reçus.Vous vous êtes sentis responsabilisés et vous avez voulu un travail ;vous vous êtes sentis aimés et vous avez grandi avec le désir de donner quelque chose de plus à vos enfants.

Ainsi, vous nous avez donné un message précieux: là où l’on prend soin de la personne, là où il y a un travail pastoral, là où il y a patience et réalisme, les fruits arrivent. Pas tout de suite, avec le temps, mais ils arrivent. Les jugements et les préjugés ne font qu’augmenter les distances. Les oppositions et les paroles fortes n’aident pas. Mettre les personnes dans un ghetto ne résout rien. Quand on alimente la fermeture, tôt ou tard la colère s’enflamme. La voie vers une coexistence pacifique c’est l’intégration. Il s’agit d’un processus organique, un processus lent et vital, qui commence par la connaissance réciproque, avance avec patience et regarde vers l’avenir. Et à qui appartient l’avenir? Nous pouvons nous demander: à qui appartient l’avenir? Aux enfants. Ce sont eux qui nous guident: leurs grands rêves ne peuvent pas se briser contre nos barrières. Ils veulent grandir avec les autres, sans obstacles, sans exclusions. Ils méritent une vie intègre, une vie libre. Ce sont eux qui motivent des choix à long terme, ne recherchant pas le consensus immédiat, mais regardent le futur de chacun. Des choix courageux doivent être faits pour les enfants: pour leur dignité, pour leur éducation, pour qu’ils grandissent bien enracinés dans leurs origines, mais en même temps sans exclure aucune possibilité.

Je remercie ceux qui poursuivent ce travail d’intégration qui, outre les nombreux efforts requis, reçoivent aussi parfois incompréhension et ingratitude, peut-être même jusque dans l’Eglise.Chers prêtres, religieux et laïcs, chers amis qui consacrez votre temps à offrir un développement intégral à vos frères et sœurs, merci! Merci pour tout le travail fait avec ceux qui sont marginalisés. Je pense aussi aux réfugiés et aux détenus. À eux en particulier, et à tout le monde carcéral, j’exprime ma proximité. Merci, abbé Peter, de nous avoir parlé des centres pastoraux où vous ne faites pas de l’assistanat social, mais de l’accompagnement personnel. Merci à vous, Salésiens. Allez de l’avant sur cette voie qui ne donne pas l’illusion de pouvoir donner tout et tout de suite, mais qui est prophétique parce qu’elle inclut les derniers, construit la fraternité et sème la paix. N’ayez pas peur de sortir à la rencontre de ceux qui sont marginalisés. Vous vous apercevrez que vous sortez à la rencontre de Jésus. Il vous attend là où il y a de la fragilité et non pas du confort; là où il y a du service, et non pas du pouvoir; là où il faut s’incarner et non pas se complaire. C’est là, qu’il est.

Et je vous invite tous à dépasser les peurs, à dépasser les blessures du passé, avec confiance, pas à pas: dans le travail honnête, dans la dignité de gagner le pain quotidien, dans l’alimentation de la confiance réciproque. Et dans la prière les uns pour les autres, parce que c’est ce qui nous oriente et nous donne force. Je vous encourage, je vous bénis et je vous apporte l’étreinte de toute l’Eglise. Merci. Palikerav.

Traduzione in lingua inglese

Dear brothers and sisters, good afternoon!

I thank you for your welcome and for your affectionate words of greeting. Ján reminded us of what Saint Paul VI once told you: “In the Church, you are not on the margins... You are in the heart of the Church” (Homily, 26 September 1965). In the Church, no one ought ever to feel out of place or set aside. This is not just a truism; it is the reality of the Church, in which we live as a people called by God, each with his or her special role to play, all as members of the same team. That is how God wants us to be: each different, but all united around him. The Lord sees us together, all of us.

He also sees us as sons and daughters: he looks at us as a Father does, gazing with love on each of his children. If I let him see me that way, I will learn how to see others the same way: I will come to realize that I am surrounded by other children of God and recognize them as my brothers and sisters. That is what the Church is, a family of brothers and sisters with one Father, who gave us Jesus as our brother, to help us understand how much he loves fraternity. In fact, he wants all humanity to become one universal family. You possess a great love for the family, and so you view the Church from that experience. The Church is indeed a home; it is your home. So I would say to you with my whole heart: you are always welcome! Always feel at home in the Church, and don’t ever worry about whether you will be at home there. Nobody ought ever keep you or anyone else away from the Church!

Ján, you greeted me with your wife Beáta: together you made the dream of a family more important than the differences in your backgrounds, cultures and customs. More than mere words, your marriage itself shows how the concrete experience of living together can overcome many stereotypes that might otherwise seem insurmountable. It is not easy to leave prejudice behind, even for Christians. It is not easy to value others, especially if we see them as problems or enemies; if we pass judgement without making any effort to get to know them and to listen to their stories.

Let us listen to what Jesus tells us in the Gospel: “Do not judge” (Mt 7:1). The Gospel must not be sweetened up or watered down. Do not judge, Christ tells us. How many times, on the other hand, do we not only pass along gossip or rumours, but consider ourselves justified when we are harsh in our judgement of others. We can be indulgent with ourselves, but inflexible with others. How often are our judgements really prejudices, pre-judgements? How often do we rest content with labels! In this way, we disfigure by our words the beauty of the children of God, who are our brothers and sisters. We cannot reduce the reality of others to fit our own pre-packaged ideas; people cannot be pigeonholed. Our knowledge and appreciation of others must be grounded in our acknowledgement that each of them possesses the inviolable beauty of a son or daughter of God, a reflection of the Creator’s image.

Dear brothers and sisters, all too often you have been the object of prejudice and harsh judgements, discriminatory stereotypes, defamatory words and gestures. As a result, we are all poorer, poorer in humanity. Restoring dignity means passing from prejudice to dialogue, from introspection to integration. But how do we do this? Nikola and René, you have helped us in this regard: your love story was born here and it matured thanks to the closeness and encouragement you received. You felt empowered and you wanted a job; you felt loved and you grew in your desire to give something more to your children.

So you have left us with a precious message. Where there is concern for each person, where there is pastoral care, where there is patience and concrete efforts, all these things will bear fruit. Not immediately, but in due time those fruits will be seen. Judgement and prejudice only increase distances. Hostility and sharp words are not helpful. Marginalizing others accomplishes nothing. Segregating ourselves and other people eventually leads to anger. The path to peaceful coexistence is integration: an organic, gradual and vital process that starts with coming to know one another, then patiently grows, keeping its gaze fixed on the future. And what is the future? We can ask: What is the future? It is our children. The future belongs to them; they are the ones to guide us: their great dreams must not collide with barriers that we have erected. Our children want to grow together with others, without encountering obstacles and exclusion. They deserve a well-integrated and free life. They are the ones who should motivate us to make far-sighted decisions based not on hasty consensus, but on concern for our common future. Courageous decisions must be made on behalf of our children: to promote their dignity, to educate them in such a way that they can grow up solidly grounded in their own identity and be given every opportunity they desire.

I thank those who are engaged in this work of integration, which requires great effort, but at times also encounters minunderstanding and ingratitude, even within the Church. Dear priests, religious and laity, dear friends who dedicate your time to offering an integral development to your brothers and sisters, I thank you! Thank you for all your work with the marginalized. Here I think also of refugees and prisoners. I express my closeness to them in particular and to all who are incarcerated. Thank you, Father Peter, for having told us about the pastoral centres, where you provide social services and practical assistance, but also personal accompaniment. Thank you to all the Salesians. Persevere on this path, which may not yield immediate results, but is nonetheless prophetic, for it embraces the least of our brothers and sisters, builds fraternity and sows seeds of peace. Do not be afraid to go out to encounter the marginalized. You will find that you are going out to meet Jesus. He awaits you wherever there is need, not comfort; wherever service rules, not power; wherever incarnation, not self-indulgence, is required. Those are the places where he will be found.

I ask all of you to overcome your fears and to leave behind past injuries, confidently, step by step: in honest work, in the dignity born of earning our daily bread, in fostering mutual trust and in praying for one another. That is what guides our steps and gives us strength. I encourage you, I bless you and I bring you the embrace of the whole Church. Thank you.

Traduzione in lingua tedesca

Liebe Brüder und Schwestern, guten Tag!

Ich danke euch für den herzlichen Empfang und für eure lieben Worte. Ján hat daran erinnert, was der heilige Papst Paul VI. einmal zu euch gesagt hat: »Ihr steht in der Kirche nicht am Rand … Ihr seid im Herzen der Kirche« (Homilie, 26. September 1965). Niemand darf sich in der Kirche fehl am Platz oder beiseitegeschoben fühlen. Das ist nicht nur eine Redensart, sondern ein Merkmal von Kirche-sein. Denn Kirche-sein bedeutet als von Gott Zusammengerufene zu leben, sich als Stammspieler im Leben zu fühlen und zur gleichen Mannschaft zu gehören. Ja, denn Gott möchte uns so haben, jeder verschieden, aber alle um ihn vereint. Der Herr sieht uns im Miteinander. Alle.

Und er sieht uns als Söhne und Töchter: er hat den Blick eines Vaters, den Blick der Vorliebe für jedes seiner Kinder. Wenn ich diesen Blick auf mir annehme, lerne ich auch die anderen richtig zu sehen: ich entdecke, dass neben mir weitere Kinder Gottes stehen, die ich als Geschwister anerkennen kann. Das ist die Kirche, eine Familie von Brüdern und Schwestern mit dem gleichen Vater, der uns Jesus als Bruder gegeben hat, damit wir verstehen, wie sehr er die Geschwisterlichkeit liebt. Und er möchte, dass die ganze Menschheit eine weltweite Familie wird. Ihr hegt eine große Liebe für die Familie, und ihr schaut von dieser Erfahrung her auf die Kirche. Ja, die Kirche ist ein Haus, sie ist euer Haus. Deshalb – ich möchte es euch von Herzen sagen – seid willkommen, fühlt euch immer zuhause in der Kirche und habt keine Angst, darin zu wohnen. Keiner halte euch oder jemand anders von der Kirche fern!

Ján, du hast mich mit deiner Frau Beáta begrüßt: gemeinsam habt ihr den Traum der Familie euren großen Verschiedenheiten in Herkunft, Sitten und Gebräuchen vorgezogen. Mehr als viele Worte ist eure Ehe ein Zeugnis dafür, wie das konkrete Miteinander viele Stereotypen einstürzen lassen kann, die sonst unüberwindlich scheinen. Es ist nicht einfach, sich über die Vorurteile hinwegzusetzen, auch unter Christen. Es ist nicht einfach, die anderen wertzuschätzen; oft sieht man in ihnen Hindernisse oder Gegner, und man urteilt über sie, ohne ihre Gesichter und ihre Geschichten zu kennen.

Doch hören wir, was Jesus im Evangelium sagt: »Richtet nicht!« (Mt 7,1). Das Evangelium darf nicht versüßt, nicht verwässert werden. Richtet nicht, sagt uns Christus. Wie oft sprechen wir jedoch nicht nur ohne Fundament oder nach dem Hörensagen, sondern halten uns sogar für gerecht, wenn wir harte Richter über andere sind. Nachsichtig mit uns selbst und unbeugsam gegenüber den anderen. Wie oft sind die Urteile in Wirklichkeit Vorurteile, wie oft etikettieren wir! Das heißt mit Worten die Schönheit der Kinder Gottes, die unsere Geschwister sind, zu verunstalten. Die Wirklichkeit des Anderen kann man nicht auf die eigenen vorgefertigten Modelle reduzieren. Man kann die Menschen nicht schematisieren. Um sie wirklich zu erkennen, muss man sie vor allem anerkennen: anerkennen, dass ein jeder in sich die unzerstörbare Schönheit der Kinder Gottes trägt, in der sich der Schöpfer spiegelt.

Liebe Brüder und Schwestern, zu oft seid ihr schon Gegenstand von vorgefassten Meinungen und erbarmungslosen Urteilen, von diskriminierenden Stereotypen, von diffamierenden Worten und Gesten geworden. Damit sind wir alle ärmer geworden, ärmer an Menschlichkeit. Das, was uns hilft, um die Würde wiederzuerlangen, ist von den Vorurteilen zum Dialog überzugehen, von der Verschlossenheit zur Integration. Doch wie kann man das machen? Nikola und René, ihr habt uns dabei geholfen: eure Geschichte der Liebe hat hier begonnen und ist dank der Nähe und der Ermutigung, die ihr erhalten habt, gereift. Ihr habt euch verantwortlich gefühlt und eine Arbeit angestrebt; ihr habt euch geliebt gefühlt und seid mit dem Wunsch gewachsen, euren Kindern einmal etwas Besseres zu geben.

Damit habt ihr uns eine wertvolle Botschaft gegeben: wo es die Sorge um die Person gibt, wo es seelsorgliche Arbeit gibt, wo es Geduld und Konkretheit gibt, da gibt es auch Früchte. Nicht sofort, es braucht Zeit, aber sie kommen. Urteile und Vorurteile vergrößern nur die Abstände. Auseinandersetzungen und starke Worte helfen nicht. Gettoisierung von Menschen bringt keine Lösung. Wenn man die Eingeschlossenheit schürt, bricht früher oder später Wut aus. Der Weg für ein friedvolles Zusammenleben ist die Integration. Es ist ein organischer Prozess, ein langsamer und vitaler Prozess, der mit dem gegenseitigen Kennenlernen beginnt, mit Geduld fortschreitet und die Zukunft im Auge behält. Und wem gehört die Zukunft? Wir können uns fragen: Wem gehört die Zukunft? Den Kindern. Sie sind es, die uns die Richtung weisen: ihre großen Träume dürfen nicht an unseren Schranken zerbrechen. Sie wollen gemeinsam mit den anderen heranwachsen, ohne Hindernisse, ohne Ausschließung. Sie verdienen ein eingegliedertes Leben, ein Leben in Freiheit. Sie sind es, die weitblickende Entscheidungen anstoßen sollen, die nicht sofortige Zustimmung suchen, sondern auf die Zukunft von allen achten. Für die Kinder sind mutige Entscheidungen zu treffen: für ihre Würde, für ihre Erziehung, damit sie gut verwurzelt in ihren Ursprüngen, zugleich aber ohne Einschränkung ihrer Möglichkeiten heranwachsen können.

Ich danke denen, die diese Arbeit der Integration weiterführen, die nicht nur viel Mühe mit sich bringt, sondern zuweilen sogar Undank und Unverständnis, manchmal sogar innerhalb der Kirche. Liebe Priester, Ordensleute und Laien, liebe Freunde, die ihr eure Zeit aufbringt, um euren Brüdern und Schwestern eine integrale Entwicklung anzubieten, danke! Danke, Pfarrer Peter, dass du uns von den Seelsorgezentren erzählt hast, wo ihr nicht soziale Versorgung, sondern persönliche Begleitung leistet. Danke euch Salesianern! Geht auf diesem Weg weiter, der nicht vorgibt, alles sofort geben zu können, sondern prophetisch ist, weil sie die Letzten mit einbezieht, Geschwisterlichkeit stiftet und den Frieden aussät. Habt keine Angst, hinauszugehen denen entgegen, die an den Rand gedrängt sind. Es wird euch bewusstwerden, dass ihr Jesus entgegengeht. Er wartet auf euch dort, wo es Zerbrechlichkeit gibt, nicht Komfort; wo man dient und nicht, wo man Macht ausübt; wo man sich einbringt, nicht wo man sich selbst gefällt. Dort ist er.

Und ich lade alle ein, über die Ängste hinauszugehen, über die Verletzungen der Vergangenheit, mit Zuversicht, Schritt für Schritt: bei ehrenhafter Arbeit, in der Würde, das tägliche Brot zu verdienen, im Bereichern des gegenseitigen Vertrauens. Und mit dem Gebet des Einen für den Anderen; denn dies ist es, das uns Orientierung und Kraft gibt. Ich ermutige euch, ich segne euch und ich bringe euch die Umarmung der gesamten Kirche. Danke. Palikerav.

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos y hermanas, ¡buenas tardes!

Les agradezco la acogida y sus palabras afectuosas. Ján ha recordado lo que les dijo san Pablo VI: «Ustedes en la Iglesia no están al margen… Ustedes están en el corazón de la Iglesia» (Homilía, 26 septiembre 1965). Nadie en la Iglesia debe sentirse fuera de lugar o dejado de lado. No es sólo un modo de decir, es el modo de ser de la Iglesia. Porque ser Iglesia es vivir como convocados por Dios, es sentirse titulares en la vida, formar parte del mismo equipo. Sí, porque Dios nos desea así, cada uno diferente pero todos reunidos en torno a Él. El Señor nos ve juntos. A todos.

Y nos ve hijos. Tiene mirada de Padre, mirada de predilección por cada hijo. Si yo acojo esta mirada sobre mí, aprendo a ver bien a los demás, descubro que tengo a mi lado otros hijos de Dios y los reconozco como hermanos. Esta es la Iglesia, una familia de hermanos y hermanas con el mismo Padre, que nos ha dado a Jesús como hermano, para que comprendamos cuánto ama la fraternidad. Y anhela que toda la humanidad llegue a ser una familia universal. Ustedes albergan un gran amor por la familia, y miran a la Iglesia a partir de esta experiencia. Sí, la Iglesia es casa, es su casa. Por eso —quisiera decirles con el corazón— ustedes son bienvenidos, siéntanse siempre en casa en la Iglesia y nunca tengan miedo de estar aquí. ¡Que ninguno los deje, a ustedes o a cualquier otra persona, fuera de la Iglesia!

Ján, me has saludado con tu esposa Beáta. Juntos han antepuesto su sueño de familia a vuestras grandes diferencias de proveniencia, usos y costumbres. Su matrimonio es el que testimonia, más que muchas palabras, cómo lo concreto de la vida juntos puede derribar numerosos estereotipos, que de lo contrario parecieran insuperables. No es fácil ir más allá de los prejuicios, incluso entre los cristianos. No es sencillo valorar a los otros, a menudo se los ve como obstáculos o adversarios y se expresan juicios sin conocer sus rostros y sus historias.

Pero escuchemos lo que dice Jesús en el Evangelio: «No juzguen» (Mt 7,1). El Evangelio no debe ser endulzado, no debe ser diluido. No juzguen, nos dice Cristo. Cuántas veces, en cambio, no sólo hablamos sin tener elementos o de oídas, sino que nos consideramos en lo correcto cuando somos jueces implacables de los demás. Indulgentes con nosotros mismos, inflexibles con los otros. ¡Cuántas veces los juicios son en realidad prejuicios, cuántas veces adjetivamos! La belleza de los hijos de Dios, que son nuestros hermanos, se desfigura con palabras. No se puede reducir la realidad del otro a los propios modelos prefabricados, no se puede encasillar a las personas. Ante todo, para conocerlas verdaderamente, es necesario reconocerlas. Reconocer que cada uno lleva en sí la belleza imborrable de hijo de Dios, en la que se refleja el Creador.

Queridos hermanos y hermanas, demasiadas veces ustedes han sido objeto de preconceptos y de juicios despiadados, de estereotipos discriminatorios, de palabras y gestos difamatorios. De esta manera todos nos hemos vuelto más pobres, pobres de humanidad. Lo que necesitamos es recuperar dignidad y pasar de los prejuicios al diálogo, de las cerrazones a la integración. Pero, ¿cómo hacer? Nikola y René, ustedes nos han ayudado. Su historia de amor nació aquí y maduró gracias a la cercanía y al aliento que recibieron. Se sintieron responsables y aspiraron a un trabajo, se sintieron amados y crecieron con el deseo de dar algo más a sus hijos.

Así nos dieron un hermoso mensaje: donde se cuida a la persona, donde hay trabajo pastoral, donde hay paciencia y concreción llegan los frutos. No llegan inmediatamente, sino con el tiempo, pero llegan. Juicios y prejuicios sólo aumentan las distancias. Conflictos y palabras fuertes no ayudan. Marginar a las personas no resuelve nada. Cuando se alimenta la cerrazón, antes o después estalla la rabia. El camino para una convivencia pacífica es la integración. Es un proceso orgánico, un proceso lento y vital que se inicia con un conocimiento recíproco, va adelante con paciencia y mira al futuro. ¿Y a quién le pertenece el futuro? Podemos preguntarnos ¿a quién pertenece el futuro? A los niños. Ellos son los que nos orientan. Sus grandes sueños no pueden hacerse añicos contra nuestras barreras. Ellos quieren crecer junto a los demás, sin obstáculos, sin exclusiones. Merecen una vida integrada, una vida libre. Ellos son los que motivan decisiones con amplitud de miras que no buscan el consenso inmediato, sino que velan por el porvenir de todos. Por los hijos deben tomarse decisiones valientes; por su dignidad, por su educación, para que crezcan bien arraigados en sus orígenes y, al mismo tiempo, para que no vean coartada cualquier otra posibilidad.

Agradezco a quienes llevan adelante este trabajo de integración que, además de que comporta no poco esfuerzo, a veces recibe incomprensión e ingratitud, incluso dentro de la Iglesia. Queridos sacerdotes, religiosos y laicos, queridos amigos que dedican su tiempo para ofrecer un desarrollo integral a sus hermanos y hermanas, ¡gracias! Gracias por todo el trabajo con quienes están en los márgenes. Pienso también en los refugiados y en los detenidos. A ellos, en particular, y a todo el mundo penitenciario expreso mi cercanía. Gracias, don Peter, por habernos hablado de los centros pastorales, donde no hacen asistencialismo social, sino acompañamiento personal. Gracias a ustedes Salesianos. Sigan adelante en este camino, que no engaña de poder dar todo y rápidamente, sino que es profético, porque incluye a los últimos, construye fraternidad, siembra la paz. No tengan miedo de salir al encuentro de quien está marginado. Se darán cuenta de que salen al encuentro de Jesús. Él los espera allí donde hay fragilidad, no comodidad; donde hay servicio, no poder; donde es posible encarnarse, no buscar sentirse satisfechos. Allí está Él.

Y los invito a todos ustedes a ir más allá de los miedos, más allá de las heridas del pasado, con confianza, un paso tras otro: en el trabajo honesto, en la dignidad de ganarse el pan cotidiano, alimentando la confianza recíproca. Y en la oración los unos por los otros, porque esto es lo que nos orienta y nos da fuerza. Los animo, los bendigo y les traigo el abrazo de toda la Iglesia. Gracias. Palikerav.

Traduzione in lingua portoghese

Queridos irmãos e irmãs, boa tarde!

Agradeço o vosso acolhimento e palavras afetuosas. Ján recordou aquilo que vos disse São Paulo VI: «Vós na Igreja não estais à margem... Estais no coração da Igreja» (Homilia, 26/IX/1965). Na Igreja, ninguém se deve sentir estranho nem marginalizado. E não se trata apenas dum modo de dizer, mas é o modo de ser da Igreja. Pois ser Igreja é viver como convocado por Deus, sentir-se eleito na vida, fazer parte da mesma equipa. É assim que Deus nos quer: cada um diverso, mas todos unidos em redor d’Ele. O Senhor vê-nos todos juntos.

Vê-nos filhos: tem olhar de Pai, olhar de predileção por cada um dos filhos. Se acolher este olhar sobre mim, aprendo a ver justamente os outros: descubro que tenho ao meu lado outros filhos de Deus e reconheço-os como irmãos. A Igreja é isto: uma família de irmãos e irmãs com o mesmo Pai, que nos deu Jesus como irmão para compreendermos quanto ame, Ele, a fraternidade. E deseja que a humanidade inteira se torne uma família universal. Vós nutris um grande amor pela família, e olhais a Igreja a partir desta experiência. Sim, a Igreja é casa, é casa vossa. Por isso – digo-vo-lo do coração – sede bem-vindos! Senti-vos sempre de casa na Igreja e nunca tenhais medo de habitar nela. Que ninguém vos afaste, a vós ou a qualquer outra pessoa, da Igreja.

Ján, saudaste-me juntamente com a tua esposa Beáta: juntos, antepusestes o sonho da família a todas as vossas grandes diversidades de proveniência, de usos e costumes. O vosso matrimónio testemunha, melhor do que muitas palavras, como a vida concreta em conjunto faz cair tantos estereótipos que, doutra forma, parecem insuperáveis. Não é fácil ultrapassar os preconceitos, mesmo entre os cristãos. Não é coisa simples sentir apreço pelos outros considerados frequentemente como obstáculos ou adversários, formulando-se juízos sem conhecer os seus rostos e as suas histórias.

Mas ouçamos o que diz Jesus no Evangelho: «Não julgueis» (Mt 7, 1). O Evangelho não deve ser atenuado, não deve ser aguado. Não julgueis: diz-nos Cristo. E todavia quantas vezes não só falamos sem provas ou por ouvir dizer, mas consideramos também ter razão quando somos juízes implacáveis dos outros. Indulgentes connosco mesmos, inflexíveis com os outros. Quantas vezes os juízos não passam realmente de preconceitos, quantas vezes adjetivamos! Deste modo desfiguramos com as palavras a beleza dos filhos de Deus, que são nossos irmãos. Não se pode reduzir a realidade do outro aos próprios modelos pré-concebidos, não se podem rotular as pessoas. Antes de mais nada, para conhecê-los verdadeiramente, é preciso reconhecê-los: reconhecer que cada um traz em si a beleza incancelável de filho de Deus, no qual se espelha o Criador.

Queridos irmãos e irmãs, muitas vezes fostes objeto de preconceitos e juízos cruéis, estereótipos discriminatórios, palavras e gestos difamatórios. Com isso, todos ficamos mais pobres, pobres em humanidade. O que precisamos para recuperar a dignidade é passar dos preconceitos ao diálogo, dos fechamentos à integração. Mas como fazer? Nikola e René, vós nos ajudastes nisto: a vossa história de amor nasceu aqui e amadureceu graças à proximidade e ao encorajamento que recebestes. Sentistes-vos responsabilizados e quisestes ter um emprego; sentistes-vos amados e crescestes com o desejo de dar algo mais aos vossos filhos.

Assim, nos destes uma mensagem preciosa: onde se presta atenção à pessoa, onde existe trabalho pastoral, onde há paciência e ações concretas, aparecem os frutos. Não imediatamente, pois requer-se tempo, mas eles aparecem. Juízos e preconceitos só aumentam as distâncias. Contrastes e palavras duras não ajudam. Colocar as pessoas em guetos não resolve nada. Quando se cultiva o fechamento, mais cedo ou mais tarde acaba por explodir a raiva. O caminho para uma convivência pacífica é a integração. É um processo orgânico, um processo lento e vital, que começa com o conhecimento mútuo, prossegue com a paciência e estende o olhar para o futuro. E a quem pertence o futuro? É uma pergunta que podemos colocar-nos: a quem pertence o futuro? Às crianças. São elas que nos orientam: os seus grandes sonhos não podem esfacelar-se contra as nossas barreiras. Querem crescer juntas com os outros, sem obstáculos, sem restrições. Merecem uma vida integrada, uma vida livre. São elas que motivam opções clarividentes; não buscam o consenso imediato, mas olham para o futuro de todos. Pelos filhos, tomam-se decisões corajosas: pela sua dignidade, pela sua educação, para crescerem bem enraizados nas suas origens, sem ao mesmo tempo lhes ser vedada qualquer possibilidade.

Agradeço a quantos realizam este trabalho de integração que, além de exigir não pouca fadiga, por vezes é objeto também de incompreensão e ingratidão, porventura mesmo da Igreja. Queridos sacerdotes, religiosos e leigos, queridos amigos que dedicais o vosso tempo a oferecer um desenvolvimento integral aos vossos irmãos e irmãs, obrigado! Obrigado por todo o trabalho com os marginalizados. Penso também nos refugiados e nos presos. A estes, em particular, e a todas as pessoas no mundo carcerário expresso a minha proximidade. Obrigado, Padre Peter, por nos ter falado sobre os centros pastorais onde fazeis, não assistencialismo, mas acompanhamento pessoal. Obrigado a vós Salesianos! Prossegui por esta estrada, que não gera a ilusão de poder dar tudo e súbito, mas é profética, pois inclui os últimos, constrói a fraternidade, semeia a paz. Não tenhais medo de sair ao encontro de quem está marginalizado. Dar-vos-eis conta de sair ao encontro de Jesus. Ele espera-vos onde há fragilidade, não comodidade; onde há serviço, não poder; onde é preciso encarnar-se, não louvar-se. Aí é onde Ele está.

Convido todos vós a ultrapassarem os medos, as feridas do passado, com confiança, passo a passo: no trabalho honesto, na dignidade de ganhar o pão de cada dia, no cultivo da confiança mútua. E na oração uns pelos outros, porque é isto que nos guia e fortalece. Encorajo-vos, abençoo-vos e trago-vos o abraço de toda a Igreja. Obrigado. Palikerav.


Traduzione in lingua araba

الزّيارة الرسوليّة

إلى بودابست في مناسبة القداس الختامي للمؤتمر الإفخارستي الدولي الثاني والخمسين وإلى سلوفاكيا

كلمة قداسة البابا فرنسيس

في اللقاء مع جماعة الغجر

في حي لونيك التاسع في كوشيتسه

الثلاثاء 14 أيلول/سبتمبر 2021

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، مساؤكم سعيد!

أشكركم على استقبالكم لي وعلى كلماتكم الوديّة. ذكّرنا يان بما قاله لكم القدّيس بولس السّادس: "أنتم لستم على الهامش في الكنيسة... أنتم في قلب الكنيسة" (عظة، 26 سبتمبر/أيلول، 1965). يجب ألّا يشعر أحد في الكنيسة بأنّه في غير محلّه أو أنّه مُستبعد. هذا ليس فقط أسلوب كلام، بل هذا أسلوب كياننا في الكنيسة. لأنّه أن نكون كنيسة هو أن نعيش مدعوِّين بدعوة من الله، وأن نشعر بأنفسنا أصحاب المكان ومشاركين في الحياة، وأن نكون جزءًا من الفريق نفسه. نعم، لأنّ الله يريدنا هكذا، كلّ واحد مختلف، ولكنْ الجميع متّحدون حوله. الله يرانا مجتمعين معًا. جميعًا.

وهو يرانا أبناء: نظرته نظرة أب، ونظرة حبّ مفضَّل لكلّ ابن. إذا قبلت هذه النظرة وطبّقتها على نفسي، سأتعلّم أن أرى الآخرين الرؤية الصّحيحة: فأكتشف أنّ هناك أبناء آخرين لله بقربي وأعترف بهم إخوة. هذه هي الكنيسة، عائلة فيها إخوة وأخوات، والأب نفسه، الذي أعطانا يسوع أخًا، حتّى نفهم مدى محبّته للأخوّة. ويريد أن تصبح البشريّة جمعاء عائلة عالميّة. أنتم تكِنُّون للعائلة محبّةً كبيرة، وتنظرون إلى الكنيسة بناءً على هذه الخبرة. نعم، الكنيسة بيت، هي بيتكم. لذلك - أودّ أن أقول لكم من قلبي – أهلًا وسهلًا بكم، واشعروا دائمًا بأنّكم في بيتكم في الكنيسة، ولا تخافوا أبدًا أن تسكنوا فيها. لا أحد يُبعِدْكم أنتم أو أيَّ شخصٍ آخر عن الكنيسة!

يان، سلّمتَ عليّ مع زوجتك بِيَاتَا: لقد وضعتم معًا حلم العائلة أمام اختلافاتكم الكبيرة من حيث الأصل والعادات والأخلاق. يشهد الزّواج عندكم، أكثر من كلمات كثيرة، كيف أنّ واقع العيش معًا يمكن أن يُسقط صورًا نمطيّة كثيرة، والتي، خلافًا لذلك، تبدو أنّها لا تُقهر. ليس من السّهل تجاوز الأحكام المُسبقة، حتّى بين المسيحيّين. ليس من البسيط تقدير الآخرين، إذ غالبًا ما نرى فيهم عقباتٍ أو خصومًا، ونطلق الأحكام من دون معرفة وجوههم وقصصهم.

ولكن لنصغِ إلى ما يقوله يسوع في الإنجيل: "لا تَدينوا" (متّى 7، 1). ينبغي ألّا يُلطَّف الإنجيل، ولا يُشوّه. لا تدينوا، قال لنا يسوع المسيح. كم مرّة، مع ذلك، ليس فقط نتحدّث من دون أدلّة أو مثلما سمعنا، ولكنّنا نعتبر أنفسنا على حقّ عندما نجعل أنفسنا قُضاة صارمين على الآخرين. متسامحون مع أنفسنا، ومتصلّبون مع الآخرين. كم مرّة كانت الأحكام في الواقع أحكامًا مسبقة، وكم مرّة نعتنا الآخرين بنعوت كثيرة! إنّه كلام يشوِّه جمال أبناء الله، وهم إخوتنا. لا يجوز حصر حقيقة الآخر في نماذج جاهزة من صنعنا، ولا يجوز تصنيف الأشخاص. ولكي نعرفهم حقًّا، قبل كلّ شيء، يجب أن نعترف بهم: أن نعترف أنّ كلّ واحد يحمل في داخله جمالًا لا يمكن إلغاؤه، هو جمال ابن الله، فيه يُرَى الخالق.

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، كنتم في مرّات كثيرة موضوعًا للتحيّزات وأحكام عديمة الرّحمة، وتصوّرات نمطيّة عنصريّة، وكلمات وأعمال مشهِّرة. وبهذا كلّه أصبحنا جميعًا أكثر فقرًا، فقراء في الإنسانيّة. وما نحتاج إليه لاستعادة الكرامة هو الانتقال من الأحكام المسبقة إلى الحوار، ومن الانغلاق إلى الاندماج. ولكن كيف نفعل ذلك؟ نيقولا ورينيه، لقد ساعدتمانا على ذلك: لقد ولدت قصّة حبّكما هنا ونضجت بفضل قرب الآخرين منكما والتشجيع الذي وجدتماه. شعرتما بحسّ المسؤوليّة وأردتما الحصول على عمل، وشعرتما أنّكما محبوبان وكبرتما مع الرغبة في إعطاء شيء أكثر لأبنائكما.

هكذا أعطيتمانا رسالة ثمينة وهي: حيث يوجد اهتمام بالشخص، وحيث يوجد عمل رعويّ، وحيث يوجد صبر وواقعيّة، تأتي الثّمار. ليس على الفور، بل مع مرور الوقت، ولكنّها تأتي. الأحكام والأحكام المسبقة تزيد المسافات فقط. والتناقضات والكلمات الحادّة لا تفيد. وتهميش الأشخاص لا يحلّ شيئًا. وعندما يُغذَّى الانغلاق والعزل، عاجلاً أم آجلاً، يندلع الغضب. السّبيل إلى التعايش السّلمي هو الاندماج. إنّها عمليّة عضويّة، وعمليّة بطيئة وحيويّة، والتي تبدأ بالمعرفة المتبادلة، وتستمرّ بصبر وتتطلّع إلى المستقبل. وإلى مَن ينتمي المستقبل؟ يمكننا أن نسأل أنفسنا؟ إلى مَن ينتمي المستقبل؟ إلى الأطفال. هم الذين يرشدوننا: لا يمكن لأحلامهم الكبيرة أن تتحطّم أمام حواجزنا. هم يريدون أن يكبروا مع الآخرين، من دون عقبات وموانع. إنّهم يستحقّون حياة متكاملة وحرّة. هم الذين يحفّزون الخيارات بعيدة النّظر، والتي لا تطلب الموافقة الفوريّة، ولكنّها تتطلّع إلى مستقبل الجميع. يجب اتّخاذ خيارات شجاعة من أجل الأبناء: من أجل كرامتهم، ومن أجل تعليمهم، حتّى يكبروا متجذّرين في أصولهم، ولكن في الوقت نفسه، من دون أن يروا استبعاد أيّ احتمال.

أشكر الذين يقومون بعمل الاندماج هذا. فإنّه يتطلّب جهدًا كثيرًا، ويلقى أيضًا أحيانًا عدم فهم ونكران الجميل، وربّما حتّى في الكنيسة. أعزّائي الكهنة والرّهبان والعلمانيّين، أصدقائي الأعزّاء الذين تكرّسون وقتكم لتقديم تنمية متكاملة لإخوتكم وأخواتكم، شكرًا لكم! شكرًا لكلّ عمل مع أولئك الموجودين على الهامش. أفكر أيضًا في اللاجئين والمحتجزين. لهؤلاء، على وجه الخصوص، وإلى كلّ السّجون، أعبّر عن قربي. شكرًا لك أيّها الأب بطرس لأنّك كلّمتنا عن المراكز الرعويّة، حيث لا تعلِّمون الاتكاليّة الاجتماعيّة، بل تقومون بالمرافقة الشخصيّة. شكرًا لكم أيّها الإخوة السالزيان. استمرّوا في هذا الطّريق، الذي لا يُوهم بأنّه يستطيع أن يُعطي كلّ شيء وفي الحال، ولكنّه طريق نبويّ، لأنّه يشمل الآخرين، ويبني الأخوّة، ويزرع السّلام. لا تخافوا أن تخرجوا للقاء المهمّشين. ستدركون أنّكم ذاهبون للقاء يسوع. هو ينتظركم هناك، حيث يوجد هشاشة وليس راحة، وحيث توجد خدمة لا سلطة، وحيث يجب أن تتجسّدوا في الصّعاب، لا أن تجدوا ما يريحكم. هناك هو موجود.

وأدعوكم جميعًا إلى تجاوز المخاوف وجراح الماضي، بثقة، وخطوة خطوة: من خلال العمل الصّادق، وكرامة كسب الخبز اليوميّ، وإنماء الثّقة المتبادلة. ومن خلال الصّلاة بعضنا لبعض، لأنّ هذا ما يهدينا ويعطينا القوّة. أشجّعكم، وأبارككم، وأحمل إليكم عناق الكنيسة كلّها. شكرًا.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 14 settembre 2021