Guarire le ferite

papa prega davanti alla candela per le vittime degli abusiLa conversazione del Papa con i gesuiti a Dublino

«Grazie tante! Mi scuso di ricevervi così di fretta. Sono in ritardo e tra poco devo andare all’incontro delle famiglie, perché ci sono tempi precisi che devo rispettare. Innanzitutto mi scuso per aver dimenticato tutto l’inglese che ho imparato a Milltown tanti anni fa, quando sono venuto in Irlanda per la prima volta. Non me la cavo con l’inglese. Sarà un limite psicologico! Ma grazie tante.
Perché ho fatto tardi? Perché ho avuto una riunione con otto sopravvissuti da abusi sessuali. Io non sapevo che in Irlanda ci fossero anche situazioni di madri non sposate con figli alle quali hanno portato via i bambini. Ascoltare questo mi ha toccato il cuore in maniera particolare. Oggi la ministra per l’Infanzia e la Gioventù mi ha parlato di questo problema, e poi mi ha fatto arrivare un m e m o ra n d u m . Io vorrei chiedervi un aiuto speciale: aiutate la Chiesa in Irlanda a farla finita con questa storia. E cosa intendo per farla finita? Non intendo semplicemente voltare pagina, ma cercare rimedio, riparazione, tutto ciò che è necessario per guarire le ferite e ridare vita a tanta gente. La lettera che ho scritto di recente al popolo di Dio parla della vergogna per gli abusi. Voglio ribadirlo qui e comunicarlo a voi oggi. Io ho capito una cosa con grande chiarezza: questo dramma degli abusi, specialmente quando è di proporzioni ampie e dà grande scandalo — pensiamo al caso del Cile e qui in Irlanda o negli Stati Uniti —, ha alle spalle situazioni di Chiesa segnate da elitismo e clericalismo, una incapacità di vicinanza al popolo di Dio. L’elitismo, il clericalismo favoriscono ogni forma di abuso. E l’abuso sessuale non è il primo. Il primo è l’abuso di potere e di coscienza. Vi chiedo aiuto per questo. Coraggio! Siate coraggiosi! Davvero non riuscivo a credere a storie che ho visto ben documentate. Le ho sentite qui nell’altra stanza e sono rimasto commosso profondamente. Questa è una speciale missione per voi: fare pulizia, cambiare le coscienze, non aver paura di chiamare le cose con il loro nome. Un’altra cosa. Il Provinciale mi ha detto che sto rendendo gioiosa la fede. Davvero? Purché non sia un circo! [Qui il Papa e i presenti ridono di gusto] . No, è la gioia del Vangelo, è la sua freschezza che ti porta ad andare avanti, a non perdere la pace. Occorre lavorare perché si capisca bene la freschezza del Vangelo e la sua gioia. Gesù è venuto a portare gioia e non casistica morale. A portare apertura, misericordia. Gesù amava i peccatori. Ma adesso sto facendo una predica... non era mia intenzione! Ma Gesù amava i peccatori... li amava! Aveva però una terribile avversione per i corrotti! Il Vangelo di Matteo, al capitolo 23, è un esempio di quello che Gesù dice ai corrotti. Avere la freschezza del Vangelo è amare i peccatori. Conosco un confessore che, quando viene da lui un peccatore a confessarsi, lo accoglie in modo che l’altro si senta libero, rinnovato... E quando c’è qualcosa di difficile da dire, non diventa insistente, ma dice: «Ho capito, ho capito...», per liberare l’altro dall’imbarazzo. Fa della confessione un incontro con Gesù Cristo, non una sala di tortura o uno studio psicanalitico. Bisogna essere il riflesso di Gesù misericordioso. Ma che cosa ha chiesto Gesù all’adultera? Ha chiesto per caso: «Quante volte e con chi?». Ma no! Ha detto solamente: «Va’ e non peccare più». La gioia del Vangelo è la misericordia di Gesù, anzi, la tenerezza di Gesù. E a Gesù piaceva la folla, la gente semplice, ordinaria. I poveri sono al centro del Vangelo. I poveri seguono Gesù per essere guariti, per essere sfamati. Mi viene in mente questo quando tu [e qui si rivolge al Provinciale] hai parlato della gioia. Poi tu hai parlato della libertà: la libertà del discernimento. Io credo nel discernimento, e si deve essere capaci di farlo. Lo si deve fare in preghiera, cercando la volontà di Dio... e — questo suona un po’ eretico, ma non lo è affatto —, come quando nell’Eucaristia è presente Gesù, così nel discernimento è presente lo Spirito Santo. È Lui che agisce in me. E così tu vai avanti e trovi una strada che non pensavi... Questo è lo spirito della libertà, lo spirito che lavora sempre in noi. E questo non dobbiamo perderlo quando parliamo della libertà.

Il Papa chiede al Provinciale: Ma quanti novizi avete?

Il Provinciale risponde che sono tre: uno dall’Irlanda e due dalla Gran Bretagna, nella stessa casa di noviziato. Prosegue quindi Francesco:
Questa è una cosa che mi preoccupa: le vocazioni. Che cosa succede se la gente non si entusiasma più per la nostra vita? Dobbiamo rivedere la nostra vita per ricevere figli. O siamo già sterili? Quando scopriamo la nostra sterilità, se ci mettiamo in preghiera con il desiderio di essere fecondi, il Signore darà la fecondità. Abbiate fiducia. Ciascuno di noi dovrebbe accarezzare un figlio, parlare con un nipote. E noi quasi non abbiamo più figli e nipoti! E con tanti santi che abbiamo avuto nella Compagnia lungo i secoli... Dobbiamo pensare e chiederci: che cosa succede? Con tanta gioventù che sta lì... Vi suggerisco la p re g h i e r a .

Quindi il Papa chiede se ci sono domande... Padre Michael Bingham si alza per dire: «Questa non è una domanda. Voglio solamente ringraziarti per l’esempio di solidarietà che offri, soprattutto ai carcerati». Il Papa risponde:
Per piacere, saluta da parte mia quelli che conosci. Io voglio molto bene a chi sta in carcere. Ho per loro una particolare simpatia.

Padre Brendan McManus chiede che cosa è possibile fare concretamente contro gli abusi. Il Papa risponde:
Dobbiamo denunciare i casi dei quali veniamo a conoscenza. E l’abuso sessuale è conseguenza dell’abuso di potere e di coscienza, come dicevo prima. L’abuso di potere esiste: chi tra di noi non conosce un vescovo autoritario? Sempre nella Chiesa sono esistiti superiori religiosi o vescovi autoritari. E l’autoritarismo è clericalismo. A volte si confonde l’invio in missione in maniera autorevole e decisa con l’autoritarismo. E invece sono due cose diverse. Bisogna vincere l’autoritarismo e riscoprire l’obb edienza dell’invio in missione.

Padre John Callanan prende la parola e chiede: «Ma come fa a mantenere il suo cuore allegro con tutto quello che le accade?».
È una grazia. Ogni mattina, da quarant’anni, dopo le Lodi del mattino, recito la preghiera di san Tommaso Moro, chiedendo il senso dell’umorismo. Pare che il Signore me lo dia! Ma noi in generale dobbiamo avere questo senso. Il padre Nicolás diceva che dovremmo dare al padre Kolvenbach il premio Nobel dell’umorismo, perché era capace di ridere di tutto, di se stesso e anche della sua ombra. Questa è una grazia da chiedere. Non so se quello che io ho è quello giusto, magari è solamente incoscienza... [e qui tutti ridono] . Avere senso dell’umorismo è frutto della consolazione dello Spirito. Insisto su una cosa che mi aiuta: il gesuita deve sempre cercare la consolazione, deve cercare di essere consolato. Quando è desolato, è arido. La consolazione è un’unzione dello Spirito. Può essere forte o anche minima. Il minimo della consolazione è la pace interiore. Dobbiamo vivere con questa pace. Se il gesuita non vive in pace, vive desolato». Padre Michael O’Sullivan si alza e dice: «Non so se ti ricordi, ma ci siamo incontrati negli anni Ottanta qui a Milltown». Il Papa chiede il suo nome, e gli viene in mente, come pure il nome di un altro gesuita che aveva conosciuto. Padre O’Sullivan prosegue ponendo una domanda sulle responsabilità dei casi di abusi. Francesco comincia a rispondere affermando che bisogna rendere conto delle responsabilità e farlo secondo la struttura propria della Chiesa, cioè delle Chiese locali. Ma entra nella stanza il responsabile del viaggio, che chiede al Papa di concludere l’incontro, perché si è in ritardo sulla tabella di marcia. Un anziano fratello gesuita, George Fallon, a nome di tutti, porge a Francesco una piccola teca per portare la comunione agli ammalati, dicendo: «Chiedo al Signore di darti il dono dello Spirito Santo e pure la Sapienza per aiutarti durante la tua visita». Purtroppo non c’è stato il tempo per una foto di gruppo, né per salutare ciascuno uno per uno, come in genere accade. Il Papa chiede però di recitare insieme un’«Ave Maria». Tutti si alzano in piedi. Dopo la preghiera, Francesco, prima di uscire, non rinuncia a salutare alcuni gesuiti anziani sulla sedia a rotelle, che sono in prima fila.

© Osservatore Romano - 14 settembre 2018


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