Santa Messa nella Solennità dell’Epifania del Signore, 06.01.2021

Epifania CelebrazioneAlle ore 10 di questa mattina, Solennità dell’Epifania del Signore, il Santo Padre Francesco ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella Basilica Vaticana.

Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo e l’annuncio del giorno di Pasqua che quest’anno si celebra il 4 aprile:

Omelia del Santo Padre

L’evangelista Matteo sottolinea che i Magi, quando giunsero a Betlemme, «videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (Mt 2,11). Adorare il Signore non è facile, non è un fatto immediato: esige una certa maturità spirituale, essendo il punto d’arrivo di un cammino interiore, a volte lungo. Non è spontaneo in noi l’atteggiamento di adorare Dio. L’essere umano ha bisogno, sì, di adorare, ma rischia di sbagliare obiettivo; infatti, se non adora Dio, adorerà degli idoli – non c’è un punto di mezzo, o Dio o gli idoli, o per usare una parola di uno scrittore francese: “Chi non adora Dio, adora il diavolo” –, e invece che credente diventerà idolatra. Ed è così, aut aut.

Nella nostra epoca è particolarmente necessario che, sia singolarmente che comunitariamente, dedichiamo più tempo all’adorazione, imparando sempre meglio a contemplare il Signore. Si è perso un po’ il senso della preghiera di adorazione, dobbiamo riprenderlo, sia comunitariamente sia nella propria vita spirituale. Oggi, pertanto, ci mettiamo alla scuola dei Magi, per trarne alcuni insegnamenti utili: come loro, vogliamo prostrarci e adorare il Signore. Adorarlo sul serio, non come ha detto Erode: “Fatemi sapere dov’è il posto e io andrò ad adorarlo”. No, questa adorazione non va. Sul serio!

Dall’odierna Liturgia della Parola ricaviamo tre espressioni, che possono aiutarci a comprendere meglio che cosa significa essere adoratori del Signore. Queste espressioni sono: “alzare gli occhi”, “mettersi in viaggio” e “vedere”. Queste tre espressioni ci aiuteranno a capire cosa significa essere adoratori del Signore.

La prima espressione, alzare gli occhi, ce la offre il profeta Isaia. Alla comunità di Gerusalemme, ritornata da poco dall’esilio e prostrata dallo scoraggiamento a causa di tante difficoltà, il profeta rivolge questo forte invito: «Alza gli occhi intorno e guarda» (60,4). È un invito a mettere da parte stanchezza e lamentele, a uscire dalle strettoie di una visione angusta, a liberarsi dalla dittatura del proprio io, sempre incline a ripiegarsi su sé stesso e sulle proprie preoccupazioni. Per adorare il Signore bisogna anzitutto “alzare gli occhi”: non lasciarsi cioè imprigionare dai fantasmi interiori che spengono la speranza, e non fare dei problemi e delle difficoltà il centro della propria esistenza. Ciò non vuol dire negare la realtà, fingendo o illudendosi che tutto vada bene. No. Si tratta invece di guardare in modo nuovo i problemi e le angosce, sapendo che il Signore conosce le nostre situazioni difficili, ascolta attentamente le nostre invocazioni e non è indifferente alle lacrime che versiamo.

Questo sguardo che, malgrado le vicende della vita, rimane fiducioso nel Signore, genera la gratitudine filiale. Quando questo avviene, il cuore si apre all’adorazione. Al contrario, quando fissiamo l’attenzione esclusivamente sui problemi, rifiutando di alzare gli occhi a Dio, la paura invade il cuore e lo disorienta, dando luogo alla rabbia, allo smarrimento, all’angoscia, alla depressione. In queste condizioni è difficile adorare il Signore. Se si verifica ciò, bisogna avere il coraggio di rompere il cerchio delle nostre conclusioni scontate, sapendo che la realtà è più grande dei nostri pensieri. Alza gli occhi intorno e guarda: il Signore ci invita in primo luogo ad avere fiducia in Lui, perché Egli si prende realmente cura di tutti. Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto di più farà per noi? (cfr Lc 12,28). Se alziamo lo sguardo al Signore, e alla sua luce consideriamo la realtà, scopriamo che Egli non ci abbandona mai: il Verbo si è fatto carne (cfr Gv 1,14) e rimane sempre con noi, tutti i giorni (cfr Mt 28,20). Sempre.

Quando alziamo gli occhi a Dio, i problemi della vita non scompaiono, no, ma sentiamo che il Signore ci dà la forza necessaria per affrontarli. “Alzare gli occhi”, allora, è il primo passo che dispone all’adorazione. Si tratta dell’adorazione del discepolo che ha scoperto in Dio una gioia nuova, una gioia diversa. Quella del mondo è fondata sul possesso dei beni, sul successo o su altre cose simili, sempre con l’“io” al centro. Invece la gioia del discepolo di Cristo trova il suo fondamento nella fedeltà di Dio, le cui promesse non vengono mai meno, a dispetto delle situazioni di crisi in cui possiamo venire a trovarci. Ecco allora che gratitudine filiale e gioia suscitano l’anelito ad adorare il Signore, che è fedele e non ci lascia mai soli.

La seconda espressione che ci può aiutare è mettersi in viaggio. Alzare gli occhi [la prima]; la seconda: mettersi in viaggio. Prima di poter adorare il Bambino nato a Betlemme, i Magi dovettero affrontare un lungo viaggio. Scrive Matteo: «Ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”» (Mt 2,1-2). Il viaggio implica sempre una trasformazione, un cambiamento. Dopo un viaggio non si è più come prima. C’è sempre qualcosa di nuovo in chi ha compiuto un cammino: le sue conoscenze si sono ampliate, ha visto persone e cose nuove, ha sperimentato il rafforzarsi della volontà nel far fronte alle difficoltà e ai rischi del tragitto. Non si giunge ad adorare il Signore senza passare prima attraverso la maturazione interiore che ci dà il metterci in viaggio.

Si diventa adoratori del Signore mediante un cammino graduale. L’esperienza ci insegna, ad esempio, che una persona a cinquant’anni vive l’adorazione con uno spirito diverso rispetto a quando ne aveva trenta. Chi si lascia modellare dalla grazia, solitamente, col passare del tempo migliora: l’uomo esteriore invecchia – dice San Paolo –, mentre l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno (cfr 2 Cor 4,16), disponendosi sempre meglio ad adorare il Signore. Da questo punto di vista, i fallimenti, le crisi, gli errori possono diventare esperienze istruttive: non di rado servono a renderci consapevoli che solo il Signore è degno di essere adorato, perché soltanto Lui appaga il desiderio di vita e di eternità presente nell’intimo di ogni persona. Inoltre, col passare del tempo, le prove e le fatiche della vita – vissute nella fede – contribuiscono a purificare il cuore, a renderlo più umile e quindi più disponibile ad aprirsi a Dio. Anche i peccati, anche la coscienza di essere peccatori, di trovare cose tanto brutte. “Ma io ho fatto questo...ho fatto...”: se tu lo prendi con fede e con pentimento, con contrizione, ti aiuterà a crescere. Tutto, tutto aiuta, dice Paolo alla crescita spirituale, all’incontro con Gesù, anche i peccati, anche i peccati. E San Tommaso aggiunge: “etiam mortalia”, anche i brutti peccati, i peggiori. Ma se tu lo prendi con pentimento ti aiuterà in questo viaggio verso l’incontro con il Signore e ad adorarlo meglio.

Come i Magi, anche noi dobbiamo lasciarci istruire dal cammino della vita, segnato dalle inevitabili difficoltà del viaggio. Non permettiamo che le stanchezze, le cadute e i fallimenti ci gettino nello scoraggiamento. Riconoscendoli invece con umiltà, dobbiamo farne occasione per progredire verso il Signore Gesù. La vita non è una dimostrazione di abilità, ma un viaggio verso Colui che ci ama. Noi non dobbiamo in ogni passo della vita far vedere la tessera delle virtù che abbiamo; con umiltà dobbiamo andare verso il Signore. Guardando al Signore, troveremo la forza per proseguire con gioia rinnovata.

E veniamo alla terza espressione: vedere. Alzare gli occhi, mettersi in cammino, vedere. L’Evangelista scrive: «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (Mt 2,10-11). L’adorazione era l’atto di omaggio riservato ai sovrani, ai grandi dignitari. I Magi, in effetti, adorarono Colui che sapevano essere il re dei Giudei (cfr Mt 2,2). Ma, di fatto, che cosa videro? Videro un povero bambino con sua madre. Eppure questi sapienti, venuti da paesi lontani, seppero trascendere quella scena così umile e quasi dimessa, riconoscendo in quel Bambino la presenza di un sovrano. Furono cioè in grado di “vedere” al di là dell’apparenza. Prostrandosi davanti al Bambino nato a Betlemme, espressero un’adorazione che era anzitutto interiore: l’apertura degli scrigni portati in dono fu segno dell’offerta dei loro cuori.

Per adorare il Signore bisogna “vedere” oltre il velo del visibile, che spesso si rivela ingannevole. Erode e i notabili di Gerusalemme rappresentano la mondanità, perennemente schiava dell’apparenza. Vedono e non sanno vedere – non dico che non credono, è troppo – non sanno vedere perché la loro capacità è schiava dell’apparenza e in cerca di attrattive: essa dà valore soltanto alle cose sensazionali, alle cose che attirano l’attenzione dei più. D’altro canto, nei Magi vediamo un atteggiamento diverso, che potremmo definire realismo teologale – una parola troppo “alta”, ma possiamo dire così, un realismo teologale –: esso percepisce con oggettività la realtà delle cose, giungendo finalmente alla comprensione che Dio rifugge da ogni ostentazione. Il Signore è nell’umiltà, il Signore è come quel bambino umile, rifugge dall’ostentazione, che è proprio il prodotto della mondanità. Questo modo di “vedere” che trascende il visibile, fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali. Si tratta dunque di uno sguardo che, non lasciandosi abbagliare dai fuochi artificiali dell’esibizionismo, cerca in ogni occasione ciò che non passa, cerca il Signore. Noi perciò, come scrive l’apostolo Paolo, «non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne» (2 Cor 4,18).

Che il Signore Gesù ci renda suoi veri adoratori, in grado di manifestare con la vita il suo disegno di amore, che abbraccia l’intera umanità. Chiediamo la grazia per ognuno di noi e per la Chiesa intera, di imparare ad adorare, di continuare ad adorare, di esercitare tanto questa preghiera di adorazione, perché solo Dio va adorato.

[00015-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

L’évangéliste Matthieu souligne que les Mages, quand ils arrivèrent à Bethléem, «virent l’enfant avec Marie sa mère, se prosternèrent et l’adorèrent» (Mt 2, 11). Adorer le Seigneur n’est pas facile, ce n’est pas un fait immédiat: cela exige une certaine maturité spirituelle, étant le point d’arrivée d’un cheminement intérieur, parfois long. L’attitude d’adorer Dieu n’est pas spontanée en nous. L’être humain a besoin, oui, d’adorer, mais il risque de se tromper d’objectif; en effet, s’il n’adore pas Dieu, il adorera des idoles, – il n’y a pas de demie mesure, ou Dieu ou les idoles, ou pour prendre une expression d’un écrivain français: “Celui qui n’adore pas Dieu, adore le diable”– et au lieu d’être croyant, il deviendra idolâtre. C’est ainsi, aut aut.

A notre époque il est particulièrement nécessaire que, aussi bien individuellement que communautairement, nous consacrions plus de temps à l’adoration, en apprenant toujours mieux à contempler le Seigneur. Si le sens de la prière d’adoration est un peu perdu, nous devons le retrouver, aussi bien communautairement que dans notre vie spirituelle. Aujourd’hui, nous nous mettons donc à l’école des Mages, pour en tirer quelques enseignements utiles: comme eux, nous voulons nous prosterner et adorer le Seigneur. L’adorer sérieusement, et non comme a dit Hérode: «Faites-moi savoir où il est et j’irai l’adorer». Non, cette adoration ne va pas. Sérieusement!

De la liturgie de la Parole d’aujourd’hui nous tirons trois expressions qui peuvent nous aider à mieux comprendre ce que signifie être adorateurs du Seigneur. Ces expressions sont: “lever les yeux”, “se mettre en voyage” et “voir”. Ces trois expressions nous aideront à comprendre ce que signifie être des adorateurs du Seigneur.

La première expression, lever les yeux, le prophète Isaïe nous l’offre. A la communauté de Jérusalem, revenue récemment de l’exil et prostrée par le découragement dû aux nombreuses difficultés, le prophète adresse cette forte invitation: «Lève les yeux alentour, et regarde» (60, 4). C’est une invitation à mettre de côté la fatigue et les plaintes, à sortir des exigüités d’une vision étroite, à se libérer de la dictature du moi, toujours enclin à se replier sur soi-même et sur ses propres préoccupations. Pour adorer le Seigneur il faut tout d’abord “lever les yeux”: ne pas se laisser emprisonner par les fantasmes intérieurs qui éteignent l’espérance, et ne pas faire des problèmes et des difficultés le centre de l’existence. Cela ne veut pas dire nier la réalité, en faisant semblant ou en croyant que tout va bien. Non. Il s’agit au contraire de regarder d’une manière nouvelle les problèmes et les angoisses, en sachant que le Seigneur connaît nos situations difficiles, écoute attentivement nos invocations et n’est pas indifférent aux larmes que nous versons.

Ce regard qui, malgré les vicissitudes de la vie, demeure confiant dans le Seigneur, produit la gratitude filiale. Lorsque cela arrive, le cœur s’ouvre à l’adoration. Au contraire, lorsque nous fixons l’attention exclusivement sur les problèmes, en refusant de lever les yeux vers Dieu, la peur envahit le cœur et le désoriente, donnant lieu à la colère, au désarroi, à l’angoisse, à la dépression. Dans ces conditions il est difficile d’adorer le Seigneur. Si cela se vérifie, il faut avoir le courage de briser le cercle de nos conclusions acquises, sachant que la réalité est plus grande que nos pensées. Lève les yeux alentour et regarde: le Seigneur nous invite en premier lieu à avoir confiance en lui, parce qu’il prend réellement soin de tous. Si donc le Seigneur revêt ainsi l’herbe des champs, qui aujourd’hui existe et demain est jetée dans le four, combien plus il fera pour nous. (cf. Lc 12, 28). Si nous levons les yeux vers le Seigneur, et que nous considérons la réalité à sa lumière, nous découvrons qu’il ne nous abandonne jamais: le Verbe s’est fait chair (cf. Jn 1, 14) et demeure toujours avec nous, tous les jours (cf. Mt 28, 20). Toujours.

Quand nous levons les yeux vers Dieu, les problèmes de la vie ne disparaissent pas, non, mais nous sentons que le Seigneur nous donne la force nécessaire pour les affronter. “Lever les yeux” est donc le premier pas qui dispose à l’adoration. Il s’agit de l’adoration du disciple qui a découvert en Dieu une joie nouvelle, une joie différente. Celle du monde est fondée sur la possession des biens, sur le succès ou sur d’autres choses semblables, toujours avec le ‘moi’ au centre. Au contraire la joie du disciple du Christ trouve son fondement dans la fidélité de Dieu qui ne manque jamais à ses promesses, en dépit des situations de crise où nous pouvons nous trouver. Voici alors que la gratitude filiale et la joie suscitent le désir ardent d’adorer le Seigneur, qui est fidèle et ne nous laisse jamais seuls.

La deuxième expression qui peut nous aider est se mettre en voyage. Lever les yeux [la première]: la deuxième: se mettre en voyage. Avant de pouvoir adorer l’Enfant né à Bethléem, les Mages ont dû affronter un long voyage. Matthieu écrit: «Or, voici que des mages venus d’Orient arrivèrent à Jérusalem et demandèrent: “Où est le roi des Juifs qui vient de naître? Nous avons vu son étoile à l’Orient et nous sommes venus l’adorer.”» (Mt 2, 1-2). Le voyage implique toujours une transformation, un changement. Après un voyage on n’est plus comme avant. Il y a toujours quelque chose de nouveau en celui qui a accompli un cheminement: ses connaissances se sont étendues, il a vu des personnes et des choses nouvelles, il a expérimenté le renforcement de la volonté d’affronter les difficultés et les risques du trajet. On ne parvient à pas adorer le Seigneur sans passer d’abord par la maturation intérieure qui nous permet de nous mettre en voyage.

On devient adorateurs du Seigneur au moyen d’un cheminement graduel. L’expérience nous enseigne, par exemple, qu’une personne à cinquante ans vit l’adoration avec un esprit différent de celui qu’elle avait à trente ans. Celui qui se laisse modeler par la grâce, habituellement, s’amélioreavec le temps: l’homme extérieur vieillit – dit saint Paul –, tandis que l’homme intérieur se renouvelle de jour en jour (cf. 2 Co 4, 16), se disposant toujours mieux à adorer le Seigneur. De ce point de vue, les échecs, les crises, les erreurs peuvent devenir des expériences instructives: ils servent très souvent à nous rendre conscients que seul le Seigneur est digne d’être adoré, parce que c’est seulement lui qui comble le désir de vie et d’éternité présent au plus profond de chaque personne. De plus, avec le temps, les épreuves et les fatigues de la vie – vécues dans la foi – contribuent à purifier le cœur, à le rendre plus humble et donc plus disponible à s’ouvrir à Dieu. Même les péchés, même la conscience d’être pécheurs, de trouver des choses très mauvaises. ‘Mais j’ai fait ceci… j’ai fait…’: si tu le prends avec foi et avec repentir, avec contrition, cela t’aidera à grandir. Tout, tout aide, dit Paul de la croissance spirituelle, de la rencontre avec Jésus, même les péchés, même les péchés. Et saint Thomas ajoute: «etiam mortalia», même les gros péchés, les pires. Mais si tu le prend avec repentir cela t’aidera dans ce voyage vers la rencontre avec le Seigneur et à mieux l’adorer.

Comme les Mages, nous aussi, nous devons nous laisser instruire par le cheminement de la vie, marqué par les difficultés inévitables du voyage. Ne permettons pas que les fatigues, les chutes et les échecs nous jettent dans le découragement. En les reconnaissant au contraire avec humilité, nous devons en faire une occasion pour progresser vers le Seigneur Jésus. La vie n’est pas une démonstration d’habileté, mais un voyage vers celui qui nous aime. Nous ne devons pas à chaque pas de notre vie montrer la carte de nos vertus; nous devons aller vers le Seigneur avec humilité. En regardant vers le Seigneur, nous trouverons la force pour progresser avec une joie renouvelée.

Et nous arrivons à la troisième expression: voir. Lever les yeux, se mettre en voyage, voir. L’Evangéliste écrit: «Ils entrèrent dans la maison, ils virent l’enfant avec Marie sa mère, ils se prosternèrent et l’adorèrent» (Mt 2, 10-11). L’adoration était l’acte d’hommage réservé aux souverains, aux grands dignitaires. Les Mages, en effet, ont adoré celui qu’ils savaient être le roi des Juifs (cf. Mt 2, 2). Mais, de fait, qu’ont-ils vu? Ils ont vu un pauvre enfant avec sa mère. Et pourtant ces sages, venus de pays lointains, ont su transcender cette scène si humble et presque insignifiante, en reconnaissant en cet Enfant la présence d’un souverain. Ils ont été capables de “voir” au-delà de l’apparence. En se prosternant devant l’Enfant né à Bethléem, ils ont exprimé une adoration qui était avant tout intérieure: l’ouverture des coffrets apportés en dons fut un signe de l’offrande de leurs cœurs.

Pour adorer le Seigneur, il faut “voir”au-delà du voile du visible, qui souvent se révèle trompeur. Hérode et les notables de Jérusalem représentent la mondanité, perpétuellement esclave de l’apparence. Ils voient et ne savent pas voir – je ne dis pas qu’ils ne croient pas, c’est trop – ils ne savent pas voir parce que leur capacité est esclave de l’apparence et en quête d’attraits: elle donne de la valeur seulement aux choses sensationnelles, aux choses qui attirent l’attention de la plupart. Par ailleurs, dans les Mages nous voyons une attitude différente, que nous pourrions définir réalisme théologal – un mot trop ‘grande’, mais nous pouvons dire ainsi, un réalisme théologal : il perçoit avec objectivité la réalité des choses, en parvenant finalement à la compréhension que Dieu fuit toute ostentation. Le Seigneur est dans l’humilité, le Seigneur est comme cet enfant humble, il fuit l’ostentation, qui est justement le fruit de la mondanité. Cette manière de “voir” qui transcende le visible fait en sorte que nous adorons le Seigneur souvent caché dans des situations simples, dans des personnes humbles et exclues. Il s’agit donc d’un regard qui, en ne se laissant pas éblouir par les feux artificiels de l’exhibitionnisme, cherche, à chaque occasion, ce qui ne passe pas, cherche le Seigneur. C’est pourquoi, comme l’écrit l’apôtre Paul, «notre regard ne s’attache pas à ce qui se voit, mais à ce qui ne se voit pas; ce qui se voit est provisoire, mais ce qui ne se voit pas est éternel» (2 Co 4, 18).

Que le Seigneur Jésus fasse de nous ses vrais adorateurs, capables de manifester par la vie son dessein d’amour qui embrasse l’humanité entière. Demandons la grâce pour chacun de nous et pour l’Eglise tout entière, d’apprendre à adorer, de continuer à adorer, de pratiquer beaucoup cette prière d’adoration, parce que Dieu seul est adoré.

[00015-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

The Evangelist Matthew tells us that the Magi, when they came to Bethlehem, “saw the child with Mary his mother, and they fell down and worshiped him” (Mt 2:11). Worshiping the Lord is not easy; it does not just happen. It requires a certain spiritual maturity and is the fruit of an at times lengthy interior journey. Worshiping God is not something we do spontaneously. True, human beings have a need to worship, but we can risk missing the goal. Indeed, if we do not worship God, we will worship idols – there is no middle way, it is either God or idols; or, to use the words of a French writer: “Whoever does not worship God, worships the devil” – and instead of becoming believers, we will become idolaters. It is just like that, aut aut.

In our day, it is particularly necessary for us, both as individuals and as communities, to devote more time to worship. We need to learn ever better how to contemplate the Lord. We have somewhat lost the meaning of the prayer of adoration, so we must take it up again, both in our communities and in our own spiritual life. Today, then, let us learn a few useful lessons from the Magi. Like them, we want to fall down and worship the Lord. To worship him seriously, not as Herod said: “Let me know where the place is and I will go to worship him”. No, that worship is not good. Ours must be serious!

The Liturgy of the Word offers us three phrases that can help us to understand more fully what it means to be worshipers of the Lord. They are: “to lift up our eyes”, “to set out on a journey” and “to see”. These three phrases can help us to understand what it means to be a worshiper of the Lord.

The first phrase, to lift up our eyes, comes to us from the prophet Isaiah. To the community of Jerusalem, recently returned from exile and disheartened by great challenges and hardships, the prophet addresses these powerful words of encouragement: “Lift up your eyes and look around” (60:4). He urges them to lay aside their weariness and complaints, to escape the bottleneck of a narrow way of seeing things, to cast off the dictatorship of the self, the constant temptation to withdraw into ourselves and our own concerns. To worship the Lord, we first have to “lift up our eyes”. In other words, not to let ourselves be imprisoned by those imaginary spectres that stifle hope, not to make our problems and difficulties the centre of our lives. This does not mean denying reality, or deluding ourselves into thinking that all is well. On the contrary, it is a matter of viewing problems and anxieties in a new way, knowing that the Lord is aware of our troubles, attentive to our prayers and not indifferent to the tears we shed.

This way of seeing things, which despite everything continues to trust in the Lord, gives rise to filial gratitude. When this happens, our hearts become open to worship. On the other hand, when we focus exclusively on problems, and refuse to lift up our eyes to God, fear and confusion creep into our hearts, giving rise to anger, bewilderment, anxiety and depression. Then it becomes difficult to worship the Lord. Once this happens, we need to find the courage to break out of the circle of our foregone conclusions and to recognize that reality is much greater than we imagine. Lift up your eyes, look around and see. The Lord asks us first to trust in him, because he truly cares for everyone. If God so clothes the grass of the field, which grows today, and tomorrow is thrown into the fire, how much more will he provide for us? (cf. Lk 12:28). If we lift up our eyes to the Lord, and consider all things in his light, we will see that he never abandons us. The Word became flesh (cf. Jn 1:14) and remains with us always, for all time (cf. Mt 28:20). Always.

When we lift up our eyes to God, life’s problems do not go away, no; instead we feel certain that the Lord grants us the strength to deal with them. The first step towards an attitude of worship, then, is to “lift up our eyes”. Our worship is that of disciples who have found in God a new and unexpected joy. Worldly joy is based on wealth, success or similar things, always with ourselves at the centre. The joy of Christ’s disciples, on the other hand, is based on the fidelity of God, whose promises never fail, whatever the crises we may face. Filial gratitude and joy awaken within us a desire to worship the Lord, who remains ever faithful and never abandons us.

The second helpful phrase is to set out on a journey. Before they could worship the Child in Bethlehem, the Magi had to undertake a lengthy journey. Matthew tells us that in those days “wise men from the East came to Jerusalem, saying: ‘Where is he who has been born king of the Jews? For we have seen his star in the East, and have come to worship him’” (Mt 2:1-2). A journey always involves a transformation, a change. After a journey, we are no longer the same. There is always something new about those who have made a journey: they have learned new things, encountered new people and situations, and found inner strength amid the hardships and risks they met along the way. No one worships the Lord without first experiencing the interior growth that comes from embarking on a journey.

We become worshipers of the Lord through a gradual process. Experience teaches us, for example, that at fifty we worship differently than we did at thirty. Those who let themselves be shaped by grace usually improve with time: on the outside, we grow older – so Saint Paul tells us – while our inner nature is being renewed each day (cf. 2 Cor 4:16), as we grow in our understanding of how best to worship the Lord. From this point of view, our failures, crises and mistakes can become learning experiences: often they can help us to be more aware that the Lord alone is worthy of our worship, for only he can satisfy our innermost desire for life and eternity. With the passage of time, life’s trials and difficulties – experienced in faith – help to purify our hearts, making them humbler and thus more and more open to God. Even our sins, the awareness of being sinners, of experiencing such bad things. “But I did this... I did...”: if you approach it with faith and repentance, with contrition, it will help you to grow. Paul says that everything can help us to grow spiritually, to encounter Jesus, even our sins. And Saint Thomas adds: “etiam mortalia”, even the bad sins, the worst. But if you respond with repentance it will help you on this journey towards encountering the Lord and to worship him better.

Like the Magi, we too must allow ourselves to learn from the journey of life, marked by the inevitable inconveniences of travel. We cannot let our weariness, our falls and our failings discourage us. Instead, by humbly acknowledging them, we should make them opportunities to progress towards the Lord Jesus. Life is not about showing off our abilities, but a journey towards the One who loves us. We are not to show off our virtues in every step of our life; rather, with humility we should journey towards the Lord. By keeping our gaze fixed on the Lord, we will find the strength needed to persevere with renewed joy.

And so we come to the third phrase: to see. To lift up our eyes; to set out on a journey; to see. The Evangelist tells us that, “going into the house they saw the child with Mary, his mother, and they fell down and worshiped him” (Mt 2:10-11). Worshiping was an act of homage reserved for sovereigns and high dignitaries. The Magi worshiped the One they knew was the king of the Jews (cf. Mt 2:2). But what did they actually see? They saw a poor child and his mother. Yet these wise men from far-off lands were able to look beyond those lowly surroundings and recognize in that Child a royal presence. They were able to “see” beyond appearances. Falling to their knees before the Babe of Bethlehem, they expressed a worship that was above all interior: the opening of the treasures they had brought as gifts symbolized the offering of their own hearts.

To worship the Lord we need to “see” beyond the veil of things visible, which often prove deceptive. Herod and the leading citizens of Jerusalem represent a worldliness enslaved to appearances and immediate attractions. They see, yet they cannot see. It is not that they do not believe, no; it is that they do not know how to see because they are slaves to appearances and seek what is attractive. They value only the sensational, the things that capture the attention of the masses. In the Magi, however, we see a very different approach, one we can define as theological realism – a very “high” word, yet helpful – a way of perceiving the objective reality of things and leads to the realization that God shuns all ostentation. The Lord is in humility, he is like that humble child, who shuns that ostentation which is precisely the product of worldliness. A way of “seeing” that transcends the visible and makes it possible for us to worship the Lord who is often hidden in everyday situations, in the poor and those on the fringes. A way of seeing things that is not impressed by sound and fury, but seeks in every situation the things that truly matter, and that seeks the Lord. With Saint Paul, then, let us “look not to the things that are seen but to the things that are unseen; for the things that are seen are transient, but the things that are unseen are eternal” (2 Cor 4:18).

May the Lord Jesus make us true worshipers, capable of showing by our lives his loving plan for all humanity. Let us ask for the grace for each of us and for the whole Church, to learn to worship, to continue to worship, to exercise this prayer of adoration often, because only God is to be adored.

[00015-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Der Evangelist Matthäus weist darauf hin, dass die Sterndeuter, als sie in Betlehem ankamen, »das Kind und Maria, seine Mutter, sahen; da fielen sie nieder und huldigten ihm« (Mt 2,11). Es ist nicht einfach, den Herrn anzubeten, das geht nicht unmittelbar. Die Anbetung erfordert eine gewisse geistliche Reife, man gelangt an dieses Ziel nach einer inneren, manchmal langen Reise. Die Haltung der Anbetung entsteht nicht einfach so in uns. Ja, der Mensch braucht Anbetung, aber er läuft dabei Gefahr, dass sie auf das Falsche gerichtet ist. Wenn er nämlich nicht Gott anbetet, wird er Götzen anbeten – es gibt keinen Mittelweg: entweder Gott oder die Götzen; oder um es mit den Worten eines französischen Schriftstellers zu sagen: „Wer Gott nicht anbetet, betet den Teufel an“ –, und so wird er statt zu einem Gläubigen zu einem Götzendiener. Das ist so: entweder – oder.

In unserer Zeit ist es besonders notwendig, dass wir sowohl als Einzelne wie auch als Gemeinschaft mehr Zeit der Anbetung widmen und mehr und mehr lernen, dem Herrn in einer kontemplativen Haltung zu begegnen. Das Verständnis für die Anbetung ist ein wenig verloren gegangen, wir müssen es wiedergewinnen, sei es als Gemeinschaft, sei es im eigenen geistlichen Leben. So wollen wir uns heute in die Schule der Sterndeuter begeben, um von ihnen einige nützliche Dinge zu lernen. Wie sie, wollen wir uns niederwerfen und den Herrn anbeten. Ihn ernsthaft anbeten, nicht wie es Herodes gesagt hat: „Lasst es mich wissen, wo der Ort ist, damit auch ich hingehe und es anbete“. Nein, eine solche Anbetung geht nicht. Im Ernst!

Aus den Lesungen der Liturgie des heutigen Tages wollen wir drei Ausdrücke herausgreifen, die uns helfen, besser zu verstehen, was es bedeutet, Menschen zu sein, die den Herrn anbeten. Diese Ausdrücke sind „die Augen erheben“, „aufbrechen“ und „sehen“. Diese drei Ausdrücke helfen uns zu verstehen, was es bedeutet, Anbeter des Herrn zu sein.

Der erste Ausdruck, die Augen erheben, stammt vom Propheten Jesaja. Eindringlich fordert der Prophet die Gemeinde von Jerusalem, die gerade aus dem Exil zurückgekehrt und wegen großer Schwierigkeiten entmutigt ist, auf: »Erhebe deine Augen ringsum und sieh« (60,4). Es ist eine Einladung, die Müdigkeit und das Klagen abzulegen, aus den Zwängen einer verengten Sicht auszubrechen und sich von der Diktatur des eigenen Ich zu befreien, das immer dazu neigt, sich auf sich selbst und die eigenen Sorgen zurückzuziehen. Um den Herrn anzubeten, muss man vor allem „die Augen erheben“, das heißt, sich nicht von inneren Fantasiegebilden gefangen nehmen lassen, welche die Hoffnung auslöschen, und Probleme und Schwierigkeiten nicht zum Mittelpunkt der eigenen Existenz zu machen. Das bedeutet nicht, die Realität zu verleugnen und so zu tun oder sich einzubilden, dass alles gut läuft. Nein. Es geht vielmehr darum, Probleme und Ängste auf eine neue Art und Weise zu betrachten und dabei zu wissen, dass der Herr unsere schwierigen Situationen kennt, unsere Bitten aufmerksam anhört und den Tränen, die wir vergießen, nicht gleichgültig gegenübersteht.

Dieser Blick, der trotz der Wechselfälle des Lebens vertrauensvoll auf den Herrn gerichtet bleibt, erzeugt kindliche Dankbarkeit. Wenn dies geschieht, öffnet sich das Herz zur Anbetung. Wenn wir jedoch unsere Aufmerksamkeit ausschließlich auf die Probleme richten und uns weigern, unsere Augen zu Gott zu erheben, dringt die Angst in das Herz ein und verwirrt es, was zu Ärger, Verirrung, Angst und Depression führen kann. Unter diesen Bedingungen ist es schwierig, den Herrn anzubeten. Wenn dies geschieht, müssen wir den Mut haben, den Kreis unserer vorgefassten Meinungen zu durchbrechen, weil wir wissen, dass die Wirklichkeit unsere Gedanken übersteigt. Erhebe deine Augen ringsum und sieh. Der Herr lädt uns vor allem ein, ihm zu vertrauen, weil er sich wirklich aller annimmt. Wenn also Gott das Gras, auf das heute auf dem Feld steht und morgen in den Ofen geworfen wird, so gut kleidet, wie viel mehr wird er dann für uns tun? (vgl. Lk 12,28). Wenn wir unsere Augen zum Herrn erheben und in seinem Licht die Wirklichkeit betrachten, entdecken wir, dass er uns nie verlässt. Das Wort ist Fleisch geworden (vgl. Joh 1,14) und bleibt immer bei uns, alle Tage (vgl. Mt 28,20). Immer.

Wenn wir unsere Augen zu Gott erheben, verschwinden die Probleme des Lebens nicht, nein, aber wir spüren, dass der Herr uns die nötige Kraft gibt, ihnen zu begegnen. „Die Augen erheben“ ist also der erste Schritt, der uns auf die Anbetung vorbereitet, die Anbetung des Jüngers, der in Gott eine neue Freude, eine andere Freude entdeckt hat. Die Freude der Welt basiert auf dem Besitz von Gütern, Erfolg oder anderen ähnlichen Dingen – immer mit dem „Ich“ im Zentrum. Die Freude des Jüngers Christi hingegen beruht auf der Treue Gottes, dessen Verheißungen niemals fehlschlagen, trotz der Krisensituationen, in denen wir uns befinden mögen. Deshalb erwecken kindliche Dankbarkeit und Freude den Wunsch, den Herrn anzubeten, der treu ist und uns nie allein lässt.

Das Zweite, das uns helfen kann, ist jenes Aufbrechen. Die Augen erheben [als Erstes], das Zweite: Aufbrechen, sich auf den Weg machen. Bevor sie das in Betlehem geborene Kind anbeten konnten, mussten die Sterndeuter eine lange Reise auf sich nehmen. Matthäus schreibt: »Da kamen Sterndeuter aus dem Osten nach Jerusalem und fragten: Wo ist der neugeborene König der Juden? Wir haben seinen Stern aufgehen sehen und sind gekommen, um ihm zu huldigen« (Mt 2,1-2). Eine Reise impliziert immer eine Verwandlung, eine Veränderung. Nach einer Reise ist man nicht mehr derselbe wie vorher. In denen, die einen Weg gegangen sind, findet immer eine Veränderung statt. Ihr Wissen hat sich erweitert, sie haben neue Menschen und Dinge gesehen, sie haben erlebt, wie der Willen durch die Konfrontation mit den Schwierigkeiten und Gefahren einer Reise stärker wird. Erst wenn wir einen inneren Reifungsprozess durchlaufen haben, der uns aufbrechen lässt, werden wir schließlich dahin kommen, den Herrn anzubeten.

Zur Anbetung gelangt man über verschiedene Stufen. Die Erfahrung lehrt uns zum Beispiel, dass ein Mensch in seinen Fünfzigern mit einem anderen Geist anbetet als mit dreißig Jahren. Wer sich von der Gnade formen lässt, macht mit der Zeit für gewöhnlich Fortschritte: Der äußere Mensch wird aufgerieben – sagt der heilige Paulus – der innere wird Tag für Tag erneuert (vgl. 2 Kor 4,16) und immer mehr bereit, den Herrn anzubeten. So gesehen können Misserfolge, Krisen und Fehler zu lehrreichen Erfahrungen werden. Nicht selten dienen sie dazu, uns bewusst zu machen, dass allein der Herr der Anbetung würdig ist, weil nur er die in der Tiefe eines jeden Menschen vorhandene Sehnsucht nach Leben und Ewigkeit stillt. Außerdem helfen die Prüfungen und Mühen des Lebens – wenn sie im Glauben gelebt werden – im Laufe der Zeit, das Herz zu reinigen und demütiger und damit aufnahmebereiter und offener für Gott zu machen. Auch die Sünden, auch das Bewusstsein, Sünder zu sein, viele böse Dinge vorzufinden. „Aber ich habe das und das getan … ich habe etwas angestellt …“: Wenn du das im Glauben und mit Reue und Zerknirschung annimmst, hilft es dir zu wachsen. Alles, alles hilft zum geistlichen Wachstum, sagt Paulus, zur Begegnung mit Christus, auch die Sünden, auch die Sünden. Und der heilige Thomas von Aquin fügt hinzu: „etiam mortalia“, auch die schlimmen Sünden, die gemeinsten. Aber wenn du das mit Reue annimmst, wird es dir auf dieser Reise zur Begegnung mit dem Herrn helfen; es wird dir helfen, ihn besser anzubeten.

Wie die Sterndeuter müssen auch wir dazu bereit sein, aus unserem Lebensweg, der von den unausweichlichen Schwierigkeiten einer Reise geprägt ist, Lehren zu ziehen. Lassen wir nicht zu, dass Müdigkeit, Niederlagen und Misserfolge uns in Entmutigung stürzen. Indem wir sie demütig anerkennen, müssen wir sie in Gelegenheiten verwandeln, um auf unserem Weg zum Herrn voranzukommen. Das Leben ist keine Talentshow, sondern eine Reise zu dem, der uns liebt. Wir müssen nicht in jedem Moment unseres Lebens den Tugend-Ausweis vorzeigen; demütig müssen wir auf den Herrn zugehen. Wenn wir auf den Herrn schauen, werden wir die Kraft finden, mit neuer Freude weiterzumachen.

Und so kommen wir zum dritten Ausdruck: sehen. Die Augen erheben, aufbrechen, sehen. Der Evangelist schreibt: »Sie gingen in das Haus und sahen das Kind und Maria, seine Mutter; da fielen sie nieder und huldigten ihm« (Mt 2,11). Solch eine Huldigung war ein Akt der Ehrerbietung, der Herrschern und hohen Würdenträgern vorbehalten war. Tatsächlich huldigten die Sterndeuter ihm, den sie als König der Juden erkannt hatten (vgl. Mt 2,2). Aber was sahen sie da eigentlich? Sie sahen ein armes Kind mit seiner Mutter. Und doch waren diese Weisen, die aus fernen Ländern gekommen waren, in der Lage, jenseits dieser bescheidenen und fast demütigen Szene in diesem Kind einen Herrscher zu erkennen. Mit anderen Worten, sie waren in der Lage, über den äußeren Schein hinaus zu „sehen“. Indem sie sich vor dem in Betlehem geborenen Kind niederwarfen, brachten sie ihre in erster Linie innere Haltung der Anbetung zum Ausdruck. Das Öffnen der Schatullen mit ihren Gaben war ein Zeichen für die bereitwillige Hingabe ihrer Herzen.

Um den Herrn anzubeten, muss man lernen, durch den Schleier der sichtbaren Welt hindurchzuschauen, die sich oft als trügerisch erweist. Herodes und die Honoratioren von Jerusalem repräsentieren die Weltlichkeit, die immer eine Sklavin des Scheins ist. Sie sehen und sind nicht in der Lage zu sehen – ich sage nicht, dass sie nicht glauben, das wäre zu viel – sie sind nicht in der Lage zu sehen, weil ihr Sehvermögen ein Sklave des Scheins ist und sich auf der Suche nach Attraktionen befindet. Es misst nur sensationellen Dingen einen Wert bei, Dingen, die die Aufmerksamkeit der Mehrheit auf sich ziehen. Die Sterndeuter legen da eine ganz andere Haltung an den Tag, die wir als gläubigen Realismus bezeichnen könnten – oder mit einem etwas abgehobenen Wort als „theologaler Realismus“, aber wir können es so sagen. Dieser nimmt die Wirklichkeit der Dinge objektiv wahr und gelangt schließlich zu der Einsicht, dass Gott jede Zurschaustellung scheut. Der Herr ist in der Demut zu finden, der Herr ist wie ein armes kleines Kind, er meidet die Zurschaustellung, die gerade der Ausdruck der Weltlichkeit ist. Diese Art des „Sehens“, die über das Sichtbare übersteigt, lässt uns den Herrn anbeten, der oft in einfachen Situationen, in demütigen und am Rande stehenden Menschen verborgen ist. Es geht also um einen Blick, der sich nicht vom Feuerwerk des Exhibitionismus blenden lässt, sondern bei jeder Gelegenheit nach dem sucht, was unvergänglich ist, der den Herrn sucht. Deshalb, so schreibt der Apostel Paulus, blicken wir »nicht auf das Sichtbare, sondern auf das Unsichtbare […]; denn das Sichtbare ist vergänglich, das Unsichtbare ist ewig« (2 Kor 4,18).

Möge Jesus, der Herr, uns zu Menschen machen, die ihn wirklich anbeten, die fähig sind, durch ihr Leben seinen Plan der Liebe, der die ganze Menschheit umfasst, sichtbar zu machen. Bitten wir um die Gnade für jeden von uns und für die ganze Kirche, die Anbetung zu lernen, mit der Anbetung fortzufahren und dieses Gebet der Anbetung einzuüben, denn nur Gott muss angebetet werden.

[00015-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

El evangelista Mateo subraya que los magos, cuando llegaron a Belén, «vieron al niño con María, su madre, y cayendo de rodillas lo adoraron» (Mt 2,11). Adorar al Señor no es fácil, no es un hecho inmediato: exige una cierta madurez espiritual, y es el punto de llegada de un camino interior, a veces largo. La actitud de adorar a Dios no es espontánea en nosotros. Sí, el ser humano necesita adorar, pero corre el riesgo de equivocar el objetivo. En efecto, si no adora a Dios adorará a los ídolos ―no existe un punto intermedio, o Dios o los ídolos; o diciéndolo con una frase de un escritor francés: “Quien no adora a Dios, adora al diablo”―, y en vez de creyente se volverá idólatra. Y es asís, aut aut.

En nuestra época es particularmente necesario que, tanto individual como comunitariamente, dediquemos más tiempo a la adoración, aprendiendo a contemplar al Señor cada vez mejor. Se ha perdido un poco el sentido de la oración de adoración, debemos recuperarlo, ya sea comunitariamente como también en la propia vida espiritual. Hoy, por lo tanto, pongámonos en la escuela de los magos, para aprender de ellos algunas enseñanzas útiles: como ellos, queremos ponernos de rodillas y adorar al Señor. Adorarlo en serio, no como dijo Herodes: “Avísenme dónde se encuentra para que vaya a adorarlo”. No, este tipo de adoración no funciona. De verdad.

De la liturgia de la Palabra de hoy entresacamos tres expresiones, que pueden ayudarnos a comprender mejor lo que significa ser adoradores del Señor. Estas expresiones son: “levantar la vista”, “ponerse en camino” y “ver”. Estas tres expresiones nos ayudarán a entender qué significa ser adoradores del Señor.

La primera expresión, levantar la vista, nos la ofrece el profeta Isaías. A la comunidad de Jerusalén, que acababa de volver del exilio y estaba abatida a causa de tantas dificultades, el profeta les dirige este fuerte llamado: «Levanta la vista en torno, mira» (60,4). Es una invitación a dejar de lado el cansancio y las quejas, a salir de las limitaciones de una perspectiva estrecha, a liberarse de la dictadura del propio yo, siempre inclinado a replegarse sobre sí mismo y sus propias preocupaciones. Para adorar al Señor es necesario ante todo “levantar la vista”, es decir, no dejarse atrapar por los fantasmas interiores que apagan la esperanza, y no hacer de los problemas y las dificultades el centro de nuestra existencia. Eso no significa que neguemos la realidad, fingiendo o creyendo que todo está bien. No. Se trata más bien de mirar de un modo nuevo los problemas y las angustias, sabiendo que el Señor conoce nuestras situaciones difíciles, escucha atentamente nuestras súplicas y no es indiferente a las lágrimas que derramamos.

Esta mirada que, a pesar de las vicisitudes de la vida, permanece confiada en el Señor, genera la gratitud filial. Cuando esto sucede, el corazón se abre a la adoración. Por el contrario, cuando fijamos la atención exclusivamente en los problemas, rechazando alzar los ojos a Dios, el miedo invade el corazón y lo desorienta, dando lugar a la rabia, al desconcierto, a la angustia y a la depresión. En estas condiciones es difícil adorar al Señor. Si esto ocurre, es necesario tener la valentía de romper el círculo de nuestras conclusiones obvias, con la conciencia de que la realidad es más grande que nuestros pensamientos. Levanta la vista en torno, mira: el Señor nos invita sobre todo a confiar en Él, porque cuida realmente de todos. Por tanto, si Dios viste tan bien la hierba, que hoy está en el campo y mañana es arrojada al horno, ¿cuánto más hará por nosotros? (cf. Lc 12,28). Si alzamos la mirada hacia el Señor, y contemplamos la realidad a su luz, descubriremos que Él no nos abandona jamás: «el Verbo se hizo carne» (Jn 1,14) y permanece siempre con nosotros, todos los días (cf. Mt 28,20). Siempre.

Cuando elevamos los ojos a Dios, los problemas de la vida no desaparecen, no, pero sentimos que el Señor nos da la fuerza necesaria para afrontarlos. “Levantar la vista”, entonces, es el primer paso que nos dispone a la adoración. Se trata de la adoración del discípulo que ha descubierto en Dios una alegría nueva, una alegría distinta. La del mundo se basa en la posesión de bienes, en el éxito y en otras cosas por el estilo, siempre con el “yo” al centro. La alegría del discípulo de Cristo, en cambio, tiene su fundamento en la fidelidad de Dios, cuyas promesas nunca fallan, a pesar de las situaciones de crisis en las que podamos encontrarnos. Y es ahí, entonces, que la gratitud filial y la alegría suscitan el anhelo de adorar al Señor, que es fiel y nunca nos deja solos.

La segunda expresión que nos puede ayudar es ponerse en camino. Levantar la vista [la primera]; la segunda: ponerse en camino. Antes de poder adorar al Niño nacido en Belén, los magos tuvieron que hacer un largo viaje. Escribe Mateo: «Unos magos de Oriente se presentaron en Jerusalén preguntando: “¿Dónde está el Rey de los judíos que ha nacido? Porque hemos visto salir su estrella y venimos a adorarlo”» (Mt 2,1-2). El viaje implica siempre una trasformación, un cambio. Después del viaje ya no somos como antes. En el que ha realizado un camino siempre hay algo nuevo: sus conocimientos se han ampliado, ha visto personas y cosas nuevas, ha experimentado el fortalecimiento de su voluntad al enfrentar las dificultades y los riesgos del trayecto. No se llega a adorar al Señor sin pasar antes a través de la maduración interior que nos da el ponernos en camino.

Llegamos a ser adoradores del Señor mediante un camino gradual. La experiencia nos enseña, por ejemplo, que una persona con cincuenta años vive la adoración con un espíritu distinto respecto a cuando tenía treinta. Quien se deja modelar por la gracia, normalmente, con el pasar del tiempo, mejora. El hombre exterior se va desmoronando —dice san Pablo—, mientras el hombre interior se renueva día a día (cf. 2 Co 4,16), preparándose para adorar al Señor cada vez mejor. Desde este punto de vista, los fracasos, las crisis y los errores pueden ser experiencias instructivas, no es raro que sirvan para hacernos caer en la cuenta de que sólo el Señor es digno de ser adorado, porque solamente Él satisface el deseo de vida y eternidad presente en lo íntimo de cada persona. Además, con el paso del tiempo, las pruebas y las fatigas de la vida —vividas en la fe— contribuyen a purificar el corazón, a hacerlo más humilde y por tanto más dispuesto a abrirse a Dios. También los pecados, también la conciencia de ser pecadores, de descubrir cosas muy feas. “Sí, pero yo hice esto… cometí…” Si aceptas esto con fe y con arrepentimiento, con contrición, te ayudará a crecer. Dice Pablo que todo, todo, ayuda al crecimiento espiritual, al encuentro con Jesús; también los pecados, también. Y añade santo Tomás “Etiam mortalia”, aún los pecados más feos, los peores. Si tú lo afrontas con arrepentimiento, te ayudará en este viaje hacia el encuentro con el Señor y a adorarlo mejor.

Como los magos, también nosotros debemos dejarnos instruir por el camino de la vida, marcado por las inevitables dificultades del viaje. No permitamos que los cansancios, las caídas y los fracasos nos empujen hacia el desaliento. Por el contrario, reconociéndolos con humildad, nos deben servir para avanzar hacia el Señor Jesús. La vida no es una demostración de habilidades, sino un viaje hacia Aquel que nos ama. No tenemos que andar enseñando en cada momento de la vida nuestra credencial de virtudes. Con humildad, debemos dirigirnos hacia el Señor. Mirando al Señor, encontraremos la fuerza para seguir adelante con alegría renovada.

Y llegamos a la tercera expresión: ver. Levantar la vista, ponerse en camino, ver. El evangelista escribe: «Entraron en la casa, vieron al niño con María, su madre, y cayendo de rodillas lo adoraron» (Mt 2,11). La adoración era el homenaje reservado a los soberanos, a los grandes dignatarios. Los magos, en efecto, adoraron a Aquel que sabían que era el rey de los judíos (cf. Mt 2,2). Pero, de hecho, ¿qué fue lo que vieron? Vieron a un niño pobre con su madre. Y sin embargo estos sabios, llegados desde países lejanos, supieron trascender aquella escena tan humilde y corriente, reconociendo en aquel Niño la presencia de un soberano. Es decir, fueron capaces de “ver” más allá de la apariencia. Arrodillándose ante el Niño nacido en Belén, expresaron una adoración que era sobre todo interior: abrir los cofres que llevaban como regalo fue signo del ofrecimiento de sus corazones.

Para adorar al Señor es necesario “ver” más allá del velo de lo visible, que frecuentemente se revela engañoso. Herodes y los notables de Jerusalén representan la mundanidad, perennemente esclava de la apariencia. Ven pero no saben mirar ―no digo que no crean, sería demasiado― pero no saben mirar porque su capacidad es esclava de la apariencia y en busca de entretenimiento. La mundanidad sólo da valor a las cosas sensacionales, a las cosas que llaman la atención de la masa. En cambio, en los magos vemos una actitud distinta, que podríamos definir como realismo teologal ―una palabra demasiado “alta”, pero podemos decir así, un realismo teologal―. Este percibe con objetividad la realidad de las cosas, llegando finalmente a la comprensión de que Dios se aparta de cualquier ostentación. El Señor está en la humildad, el Señor es como aquel niño humilde, que huye de la ostentación, que es el resultado de la mundanidad. Este modo de “ver” que trasciende lo visible, hace que nosotros adoremos al Señor, a menudo escondido en las situaciones sencillas, en las personas humildes y marginales. Se trata pues de una mirada que, sin dejarse deslumbrar por los fuegos artificiales del exhibicionismo, busca en cada ocasión lo que no es fugaz, busca al Señor. Nosotros, por eso, como escribe el apóstol Pablo, «no nos fijamos en lo que se ve, sino en lo que no se ve; en efecto, lo que se ve es transitorio; lo que no se ve es eterno» (2 Co 4,18).

Que el Señor Jesús nos haga verdaderos adoradores suyos, capaces de manifestar con la vida su designio de amor, que abraza a toda la humanidad. Pidamos para cada uno de nosotros y para toda la Iglesia la gracia de aprender a adorar, de continuar adorando, de practicar mucho esta oración de adoración, porque sólo Dios debe ser adorado.

[00015-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

O evangelista Mateus assinala que os Magos, quando chegaram a Belém, «viram o Menino com Maria, sua mãe. Prostrando-se, adoraram-No» (Mt 2, 11). Adorar o Senhor não é fácil, não é um dado imediato: requer uma certa maturidade espiritual, sendo o ponto de chegada dum caminho interior, por vezes longo. Não é espontânea em nós a atitude de adorar a Deus. É verdade que o ser humano precisa de adorar, mas corre o risco de errar o alvo; com efeito, se não adorar a Deus, adorará ídolos – não há meio-termo, ou Deus ou os ídolos; para usar a frase dum escritor francês: «Quem não adora a Deus, adora o diabo» – e, em vez de ser crente, tornar-se-á idólatra. É assim: ou uma coisa ou outra.

Neste nosso tempo, há particular necessidade de dedicarmos, tanto individualmente como em comunidade, mais tempo à adoração, aprendendo cada vez melhor a contemplar o Senhor. Perdeu-se um pouco o sentido da oração de adoração; devemos recuperá-lo, tanto comunitariamente como na própria vida espiritual. Por isso, hoje, queremos aprender com os Magos algumas lições úteis: como eles, queremos prostrar-nos e adorar o Senhor. Adorá-lo seriamente, não como disse Herodes: «Fazei-me saber onde é o lugar, para eu ir adorá-lo». Não! Esta adoração não era justa. Adorá-Lo a sério!

Das leituras desta Eucaristia, recolhemos três expressões que podem ajudar-nos a entender melhor o que significa ser adorador do Senhor; ei-las: «levantar os olhos», «pôr-se a caminho» e «ver». Estas três expressão ajudar-nos-ão a entender o que significa ser adoradores do Senhor.

A primeira expressão – levantar os olhos –, encontramo-la em Isaías. À comunidade de Jerusalém, pouco antes regressada do exílio e agora caída em desânimo por causa de dificuldades sem fim, o profeta dirige-lhe este forte convite: «Levanta os olhos e vê» (Is 60, 4). Convida-a a deixar de lado cansaço e lamentos, sair das estreitezas duma visão limitada, libertar-se da ditadura do próprio eu, sempre propenso a fechar-se em si mesmo e nas preocupações particulares. Para adorar o Senhor, é preciso antes de mais nada «levantar os olhos», ou seja, não se deixar enredar pelos fantasmas interiores que apagam a esperança, nem fazer dos problemas e dificuldades o centro da própria existência. Isto não significa negar a realidade, fingindo-se ou iludindo-se que tudo corre bem; mas olhar de modo novo os problemas e as angústias, sabendo que o Senhor conhece as nossas situações difíceis, escuta atentamente as nossas súplicas e não fica indiferente às lágrimas que derramamos.

Este olhar que, apesar das vicissitudes da vida, permanece confiante no Senhor, gera a gratidão filial. E, quando isto acontece, o coração abre-se à adoração. Pelo contrário, quando fixamos a atenção exclusivamente nos problemas, recusando-nos a levantar os olhos para Deus, o medo invade o coração e desorienta-o, gerando irritação, perplexidade, angústia, depressão. Nestas condições, é difícil adorar ao Senhor. Se isto acontecer, é preciso ter a coragem de romper o círculo das nossas conclusões precipitadas, sabendo que a realidade é maior do que os nossos pensamentos. Levanta os olhos e vê: o Senhor convida-nos, em primeiro lugar, a ter confiança n’Ele, porque cuida realmente de todos. Ora, se Deus veste tão bem a erva no campo, que hoje existe e amanhã é lançada ao fogo, quanto mais não fará Ele por nós? (cf. Lc 12, 28). Se levantarmos o olhar para o Senhor e considerarmos a realidade à sua luz, descobrimos que Ele nunca nos abandona: o Verbo fez-Se carne (cf. Jo 1, 14) e permanece connosco sempre todos os dias (cf. Mt 28, 20). Sempre.

Quando levantamos os olhos para Deus, os problemas da vida não desaparecem, mas sentimos que o Senhor nos dá a força necessária para enfrentá-los. Assim, «levantar os olhos» é o primeiro passo que predispõe para a adoração. Trata-se da adoração do discípulo que descobriu, em Deus, uma alegria nova, uma alegria diferente. A alegria do mundo está fundada na posse dos bens, no sucesso ou noutras coisas semelhantes, mas sempre com o “eu” no centro, ao passo que a alegria do discípulo de Cristo tem o seu fundamento na fidelidade de Deus, cujas promessas nunca falham, apesar das situações de crise em que possamos chegar a encontrar-nos. Então a gratidão filial e a alegria suscitam o desejo de adorar o Senhor, que é fiel e nunca nos deixa sozinhos.

A segunda expressão, que nos pode ajudar, é pôr-se a caminho. Levantar os olhos era a primeira; a segunda: pôr-se a caminho. Antes de poder adorar o Menino nascido em Belém, os Magos tiveram que enfrentar uma longa viagem. Lê-se em Mateus: «Chegaram a Jerusalém uns Magos vindos do Oriente. E perguntaram: “Onde está o Rei dos judeus que acaba de nascer? Vimos a sua estrela no Oriente e viemos adorá-Lo”» (Mt 2, 1-2). A viagem implica sempre uma transformação, uma mudança. A pessoa, depois duma viagem, já não fica como antes; há sempre algo de novo em quem viajou: os seus conhecimentos alargaram-se, viu pessoas e coisas novas, sentiu fortalecer-se a vontade ao enfrentar as dificuldades e os riscos do trajeto. Não se chega a adorar o Senhor sem antes passar pelo amadurecimento interior que nos dá o pôr-se a caminho.

É através dum caminho gradual que nos tornamos adoradores do Senhor. Por exemplo, a experiência ensina que a pessoa, aos cinquenta anos, vive a adoração com um espírito diferente de quando tinha trinta. Quem se deixa moldar pela graça, costuma melhorar com o passar do tempo: enquanto o homem exterior envelhece, diz São Paulo, o homem interior renova-se dia após dia (cf. 2 Cor 4, 16), predispondo-se cada vez melhor a adorar o Senhor. Deste ponto de vista, os falimentos, as crises, os erros podem tornar-se experiências instrutivas: não é raro servirem para nos tornar conscientes de que só o Senhor é digno de ser adorado, porque só Ele satisfaz o desejo de vida e eternidade presente no íntimo de cada pessoa. Além disso, com o passar do tempo, as provas e adversidades da existência – vividas na fé – contribuem para purificar o coração, torná-lo mais humilde e, consequentemente, mais disponível para se abrir a Deus. Inclusive os pecados, até a consciência de ser pecador, de ter feito coisas muito feias. «Mas eu fiz isto..., aquilo...»: se tu o consideras com fé, com arrependimento, com contrição, ajudar-te-á a crescer. Tudo, tudo colabora – diz Paulo – para o crescimento espiritual, para o encontro com Jesus, inclusive os pecados, também os pecados. E São Tomás acrescenta: «etiam mortalia – mesmo os pecados mortais», os piores. Mas se tu o consideras com arrependimento, ajudar-te-á nesta viagem rumo ao encontro com o Senhor e a adorá-Lo melhor.

Como os Magos, também nós devemos deixar-nos instruir pelo caminho da vida, marcado pelas dificuldades inevitáveis da viagem. Não deixemos que o cansaço, as quedas e os fracassos nos precipitem no desânimo; antes, pelo contrário, reconhecendo-os com humildade, devemos fazer deles ocasião de progredir para o Senhor Jesus. A vida não é uma demonstração de habilidades, mas uma viagem rumo Àquele que nos ama. Não precisamos de exibir a cada passo da vida a lista das virtudes que temos; mas, com humildade, devemos caminhar para o Senhor. Olhando para o Senhor, encontraremos a força para continuar com renovada alegria.

E chegamos à terceira expressão: ver. Levantar os olhos, pôr-se a caminho, ver. Como se lê no Evangelho, «entrando em casa, [os Magos] viram o Menino com Maria, sua mãe. Prostrando-se, adoraram-No» (Mt 2, 11). A adoração era o ato de homenagem reservado aos soberanos, aos grandes dignitários. Com efeito, os Magos adoraram Aquele que sabiam ser o Rei dos judeus (cf. Mt 2, 2). Mas, na realidade, que viram eles? Viram um menino pobre com a sua mãe. E contudo estes sábios, vindos de países distantes, souberam transcender aquela cena tão humilde e quase deprimente, reconhecendo naquele Menino a presença dum soberano. Por outras palavras, foram capazes de «ver» para além das aparências. Prostrando-se diante do Menino nascido em Belém, exprimiram uma adoração era primariamente interior: a abertura dos escrinhos trazidos de prenda foi sinal da oferta dos seus corações.

Para adorar o Senhor, é preciso «ver» para além do véu do visível, pois este muitas vezes mostra-se enganador. Herodes e os notáveis de Jerusalém representam a mundanidade, perenemente escrava da aparência. Olham, mas não conseguem ver – já não digo que não acreditam; seria demais –, não conseguem ver, porque a sua capacidade é escrava da aparência e à procura de atrativos: dá valor apenas às coisas sensacionais, aquilo que chama a atenção do vulgo. Entretanto, nos Magos, vemos um comportamento diferente, que poderíamos definir realismo teologal – uma palavra demasiado «alta», mas pode-se dizer assim – um realismo teologal: este percebe com objetividade a realidade das coisas, chegando enfim a compreender que Deus evita toda a ostentação. O Senhor encontra-Se na humildade; o Senhor é como uma criança humilde, evita a ostentação, que é o resultado precisamente da mundanidade. Esta forma de «ver» que transcende o visível, faz-nos adorar o Senhor muitas vezes escondido em situações simples, em pessoas humildes e marginais. Trata-se, pois, dum olhar que, não se deixando encandear pelos fogos de artifício do exibicionismo, procura em cada ocasião aquilo que não passa, procura o Senhor. Por isso, como escreve o apóstolo Paulo, «não olhamos para as coisas visíveis, mas para as invisíveis, porque as visíveis são passageiras, ao passo que as invisíveis são eternas» (2 Cor 4, 18).

Que o Senhor Jesus nos torne seus verdadeiros adoradores, capazes de manifestar com a vida o seu desígnio de amor, que abraça a humanidade inteira. Peçamos, para cada um de nós e para toda a Igreja, a graça de aprender a adorar, de continuar a adorar, de exercitar frequentemente esta oração de adoração, porque só a Deus Se deve adorar.

[00015-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Ewangelista Mateusz podkreśla, że gdy Mędrcy przybyli do Betlejem, „zobaczyli Dziecię z Matką Jego, Maryją; padli na twarz i oddali Mu pokłon” (Mt 2,11). Nie łatwo adorować Pana, nie jest to coś natychmiastowego: wymaga pewnej dojrzałości duchowej, będąc punktem docelowym, niekiedy długiego, pielgrzymowania wewnętrznego. Postawa adorowania Boga nie jest w nas spontaniczna. Człowiek, owszem, ma potrzebę adorowania, ale grozi mu, że pomyli przedmiot. Jeżeli bowiem nie będzie adorował Boga, to będzie adorował bożki – nie ma drogi pośredniej, Bóg albo bożki, albo – żeby użyć słów francuskiego pisarza: „Kto nie adoruje Boga, adoruje diabła”, i zamiast być wierzącym stanie się bałwochwalcą. Tak jest: aut, aut.

W naszych czasach trzeba szczególnie, abyśmy zarówno indywidualnie jak i wspólnotowo poświęcali więcej czasu na adorację, ucząc się coraz lepiej kontemplować Pana. Zatracił się nieco sens modlitwy adoracji, musimy podjąć go na nowo, zarówno wspólnotowo, jak i we własnym życiu duchowym. Dlatego dziś stajemy w szkole Mędrców, aby zaczerpnąć od nich pewne pożyteczne lekcje: tak jak oni, chcemy paść na twarz i adorować Pana. Adorować Go na serio, nie jak mówił Herod: „donieście mi, abym i ja mógł pójść i oddać Mu pokłon”. Nie, to nie jest adoracja. Na serio!

Z dzisiejszej Liturgii Słowa zaczerpniemy trzy wyrażenia, które mogą nam pomóc lepiej zrozumieć, co to znaczy być czcicielami Pana. Te wyrażenia to: „podnieść oczy”, „wyruszyć w drogę” i „zobaczyć”. Te trzy wyrażenia pomogą nam zrozumieć, co znaczy być prawdziwymi adoratorami Pana.

Pierwsze wyrażenie, „podnieść oczy”, daje nam prorok Izajasz. Do wspólnoty jerozolimskiej, która niedawno powróciła z wygnania i upadła na twarz z powodu wielu trudności, prorok kieruje tę mocną zachętę: „Podnieś oczy i zobacz!” (por. 60, 4). Jest to zachęta do odrzucenia znużenia i narzekania, do wyjścia z ograniczeń ciasnych wizji, do uwolnienia się od dyktatury własnego „ja”, zawsze skłonnego do zamknięcia się w sobie i w swoich własnych sprawach. Aby oddać pokłon Panu, trzeba przede wszystkim „podnieść oczy”: to znaczy nie dać się uwięzić urojeniom wewnętrznym, które gaszą nadzieję, i nie czynić z problemów i trudności centrum swojego życia. Nie oznacza to negowania rzeczywistości, udając lub łudząc się, że wszystko jest w porządku. Nie. Natomiast oznacza to spojrzenie w nowy sposób na problemy i cierpienia, wiedząc, że Pan zna nasze trudne sytuacje, uważnie wysłuchuje naszych modlitw i nie jest obojętny na wylewane przez nas łzy.

To spojrzenie, które, pomimo zmiennych kolei życia, stale ufa Panu, rodzi synowską wdzięczność. Kiedy to się dzieje, serce otwiera się na adorację. Przeciwnie, gdy skupiamy uwagę wyłącznie na problemach, odmawiając podniesienia oczu ku Bogu, do serca wkracza strach i je zwodzi, co prowadzi do złości, przerażenia, lęku i depresji. W tych warunkach trudno adorować Pana. W takim przypadku musimy mieć odwagę, by przerwać krąg naszych przesądzonych z góry wniosków, wiedząc, że rzeczywistość jest większa niż nasze myśli. Podnieś oczy i zobacz: Pan zachęca nas przede wszystkim, abyśmy Jemu zaufali, ponieważ On naprawdę troszczy się o wszystkich. Jeśli więc Bóg tak dobrze ubiera polną trawę na polu, która dzisiaj jest, a jutro zostanie spalona, to o ile więcej uczyni dla nas? (por. Łk 12, 28). Jeśli wzniesiemy oczy ku Panu i w Jego świetle postrzegamy rzeczywistość, odkryjemy, że On nigdy nas nie opuszcza: Słowo stało się ciałem (por. J 1, 14) i pozostaje z nami zawsze, po wszystkie dni (por. Mt 28, 20). Zawsze.

Kiedy podnosimy oczy ku Bogu, problemy życiowe nie znikają, nie, ale czujemy, że Pan daje nam niezbędną siłę, aby stawić im czoło. „Podnieść oczy” to zatem pierwszy krok, który nas uzdalnia do adorowania Boga. Chodzi o adorację ucznia, który odkrył w Bogu nową radość, inną radość. Radość świata opiera się na posiadaniu dóbr, sukcesie czy innych podobnych rzeczach, zawsze z „ja” w centrum. Natomiast radość ucznia Chrystusa znajduje swoją podstawę w wierności Boga, którego obietnice nigdy nie zawodzą, pomimo sytuacji kryzysowych, w których możemy się znaleźć. Dlatego synowska wdzięczność i radość budzą pragnienie adorowania Pana, który jest wierny i nigdy nie pozostawia nas samymi.

Drugim wyrażeniem, które może nam pomóc, jest wyruszyć w drogę. Pierwsze: podnieść oczy; drugie: wyruszyć w drogę. Zanim Mędrcy mogli oddać pokłon Dzieciątku narodzonemu w Betlejem, musieli odbyć długą podróż. Mateusz pisze: „Oto mędrcy ze Wschodu przybyli do Jerozolimy i pytali: «Gdzie jest nowo narodzony Król żydowski? Ujrzeliśmy bowiem Jego gwiazdę na Wschodzie i przybyliśmy oddać Mu pokłon»” (Mt 2,1-2). Podróż zawsze oznacza przekształcenie, przemianę. Po podróży nie jesteśmy takimi, jakimi byliśmy wcześniej. Zawsze jest coś nowego w tym, kto odbył podróż: poszerzyła się jego wiedza, zobaczył nowych ludzi i rzeczy, doświadczył umocnienia swojej woli stawienia czoła trudnościom i niebezpieczeństwom związanym z podróżą. Nie osiąga się adorowania Pana bez uprzedniego przejścia przez dojrzewanie wewnętrzne, które daje nam wyruszenie w drogę.

Stajemy się czcicielami Pana poprzez stopniowe pielgrzymowanie. Doświadczenie uczy nas na przykład, że osoba po pięćdziesiątce przeżywa adorację w innym duchu, niż gdy miała lat trzydzieści. Ten, kto pozwala się kształtować przez łaskę, z upływem czasu staje się zazwyczaj lepszy: człowiek zewnętrzny starzeje się – mówi św. Paweł – podczas gdy człowiek wewnętrzny odnawia się z dnia na dzień (por. 2 Kor 4, 16), stając się coraz lepiej przygotowanym na adorowanie Pana. Z tego punktu widzenia porażki, kryzysy i błędy mogą stać się pouczającymi doświadczeniami: nierzadko służą uświadomieniu sobie, że tylko Pan jest godny adoracji, ponieważ tylko On zaspokaja pragnienie życia i wieczności obecne w głębi każdego człowieka. Co więcej, w miarę upływu czasu, próby i trudy życia – przeżywane w wierze – pomagają oczyścić serce, uczynić je bardziej pokornym, a zatem bardziej gotowym, by otworzyć się na Boga. Także grzechy, także świadomość bycia grzesznikami, znajdowanie rzeczy bardzo brzydkich. „Ale ja zrobiłem to… zrobiłem…”: jeśli podejdziesz do tego z wiarą i z żalem, ze skruchą, pomoże ci wzrastać. Wszystko, wszystko pomaga – mówi św. Paweł – we wzroście duchowym, w spotkaniu z Jezusem, także grzechy, także grzechy. A św. Tomasz dodaje: „etiam mortalia”, także ciężkie grzechy, najgorsze. Ale jeśli podejdziesz do tego z żalem, pomoże ci w drodze do spotkania z Panem i w lepszym adorowaniu Go.

Podobnie jak Mędrcy, także i my musimy dać się pouczać przez drogę życiową, naznaczoną nieuniknionymi trudnościami podróży. Nie pozwólmy, aby znużenie, upadki i porażki pogrążyły nas w przygnębieniu. Natomiast pokornie je uznając, winniśmy je uczynić sposobnościami do czynienia postępów ku Panu Jezusowi. Życie nie jest demonstracją zdolności, ale podróżą ku Temu, który nas kocha. Nie musimy z każdym krokiem w życiu pokazywać legitymacji cnót, które mamy; z pokorą musimy iść do Pana. Patrząc na Pana, znajdziemy siłę, by iść dalej z odnowioną radością.

I dochodzimy do trzeciego wyrażenia: zobaczyć. Podnieść oczy, wyruszyć w drogę, zobaczyć. Ewangelista pisze: „Gdy weszli do domu i zobaczyli Dziecię z Matką Jego, Maryją; padli na twarz i oddali Mu pokłon” (Mt 2, 10-11). Pokłon był aktem hołdu zastrzeżonym dla władców i wielkich dostojników. Mędrcy istotnie oddawali cześć Temu, którego znali jako króla żydowskiego (por. Mt 2,2). Ale, tak naprawdę, co widzieli? Widzieli ubogie dziecko ze jego matką. Jednak ci mędrcy, którzy przybyli z odległych krain, potrafili przekroczyć tę skromną i niemalże pokorną scenę, rozpoznając w tym dziecku obecność władcy. Innymi słowy, potrafili „widzieć”, przenikając to, co zewnętrzne. Padając na twarz przed Dzieciątkiem narodzonym w Betlejem, wyrażali adorację, która była przede wszystkim wewnętrzna: otwarcie szkatuł przyniesionych w darze było znakiem ofiarowania ich serc.

Aby uwielbiać Pana, trzeba „widzieć” poza zasłoną tego, co widzialne, które często okazuje się zwodnicze. Herod i luminarze Jerozolimy reprezentują światowość, wiecznie zniewoloną pozorami. Patrzą, ale nie potrafią widzieć – nie mówię, że nie wierzą, to za wiele – nie potrafią widzieć, ponieważ ich zdolność jest zniewolona pozorami i poszukiwaniem atrakcji: cenią sobie tylko rzeczy sensacyjne, rzeczy, które bardziej przyciągają uwagę. Z drugiej strony, w Mędrcach widzimy inną postawę, którą można by nazwać realizmem teologalny – zbyt „wielkie” słowo, ale możemy tak powiedzieć, realizm teologalny: postrzega on obiektywnie rzeczywistość rzeczy, ostatecznie dochodząc do wniosku, że Bóg unika wszelkiej ostentacji. Pan jest w pokorze, Pan jest jak to pokorne dziecko, ucieka od ostentacji, która jest właśnie wytworem światowości. Ten sposób „widzenia”, który wykracza poza to, co widzialne, sprawia, że adorujemy Pana często ukrytego w prostych sytuacjach, w osobach pokornych i podrzędnych. Chodzi zatem o spojrzenie, które nie pozwalając się zafascynować fajerwerkom ekshibicjonizmu, szuka w każdej okazji tego, co nie przemija, szuka Pana. Zatem, jak pisze Apostoł Paweł, „wpatrujemy nie w to, co widzialne, lecz w to, co niewidzialne. To bowiem, co widzialne, przemija, to zaś, co niewidzialne, trwa wiecznie” (2 Kor 4, 18).

Niech Pan Jezus uczyni nas swoimi prawdziwymi adoratorami, zdolnymi ukazać naszym życiem Jego plan miłości, który obejmuje całą ludzkość. Prośmy o łaskę dla każdego z nas i dla całego Kościoła, abyśmy uczyli się adorować, abyśmy kontynuowali adorację, trwali często na modlitwie adoracji, bo tylko Boga trzeba adorować.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 6 gennaio 2021


Santi Timoteo e Tito, vescovi, memoria

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