Divina Liturgia Bizantina di San Giovanni Crisostomo presieduta dal Santo Padre

Divina Liturgia 14 settembre 2021Alle ore 7.40 di questa mattina, lasciata la Nunziatura Apostolica, il Santo Padre Francesco si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale di Bratislava da dove – alle ore 8.00 – si è imbarcato a bordo di un A320 dell’Alitalia alla volta di Košice.

Al Suo arrivo all’Aeroporto è stato accolto dall’Arcivescovo di Košice, S.E. Mons. Bernard Bober, e dal Vescovo dell’Eparchia di Košice per i cattolici di rito bizantino, S.E. Mons. Cyril Vasil’, dal Sindaco della città e da altre Autorità. Quindi si è trasferito in auto al Mestská Športova hala di Prešov.

Al Suo arrivo, Papa Francesco è stato accolto dal Metropolita di Prešov, S.E. Mons. Ján Babjak, S.I.. Due persone hanno offerto al Papa un omaggio floreale mentre due bambini gli hanno porto il pane e il sale per la benedizione.

Il Santo Padre e il Metropolita sono saliti poi a bordo della papamobile e hanno compiuto alcuni giri tra i fedeli nella piazza.

Alle ore 10.15 il Papa ha presieduto la Divina Liturgia Bizantina di San Giovanni Crisostomo. Nel corso del Rito ha pronunciato l’omelia.

Alla Divina Liturgia hanno partecipato più di 30.000 fedeli.

Al termine della Divina Liturgia, l’Arcivescovo Metropolita di Prešov per i cattolici di rito bizantino, S.E. Mons. Ján Babjak, ha rivolto al Santo Padre un indirizzo di saluto.

Lasciato il Piazzale Mestská Športova hala, durante il tragitto verso il Seminario di Kosice, Papa Francesco si è fermato nella Casa per gli Esercizi dei gesuiti per salutare alcuni confratelli che, coinvolti nell’organizzazione degli eventi, non hanno potuto prendere parte alla Divina Liturgia.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Santo Padre ha pronunciato nel corso della Divina Liturgia Bizantina:

Omelia del Santo Padre

«Noi – dichiara san Paolo – annunciamo Cristo crocifisso […], potenza di Dio e sapienza di Dio». D’altra parte, l’Apostolo non nasconde che la croce, agli occhi della sapienza umana, rappresenta tutt’altro: è «scandalo», «stoltezza» (1 Cor 1,23-24). La croce era strumento di morte, eppure da lì è venuta la vita. Era ciò che nessuno voleva guardare, eppure ci ha rivelato la bellezza dell’amore di Dio. Per questo il santo Popolo di Dio la venera e la Liturgia la celebra nella festa odierna. Il Vangelo di San Giovanni ci prende per mano e ci aiuta a entrare in questo mistero. L’evangelista, infatti, stava proprio lì, sotto la croce. Contempla Gesù, già morto, appeso al legno, e scrive: «Chi ha visto ne dà testimonianza» (Gv 19,35). San Giovanni vede e testimonia.

Prima di tutto c’è il vedere. Ma che cosa ha visto Giovanni sotto la croce? Certamente quello che hanno visto gli altri: Gesù, innocente e buono, muore brutalmente tra due malfattori. Una delle tante ingiustizie, uno dei tanti sacrifici cruenti che non cambiano la storia, l’ennesima dimostrazione che il corso delle vicende nel mondo non muta: i buoni vengono tolti di mezzo e i malvagi vincono e prosperano. Agli occhi del mondo la croce è un fallimento. E anche noi rischiamo di fermarci a questo primo sguardo, superficiale, di non accettare la logica della croce; non accettare che Dio ci salvi lasciando che si scateni su di sé il male del mondo. Non accettare, se non a parole, il Dio debole e crocifisso, e sognare un dio forte e trionfante. È una grande tentazione. Quante volte aspiriamo a un cristianesimo da vincitori, a un cristianesimo trionfalistico, che abbia rilevanza e importanza, che riceva gloria e onore. Ma un cristianesimo senza croce è mondano e diventa sterile.

San Giovanni, invece, ha visto nella croce l’opera di Dio. Ha riconosciuto in Cristo crocifisso la gloria di Dio. Ha visto che Egli, malgrado le apparenze, non è un perdente, ma è Dio che volontariamente si offre per ogni uomo. Perché lo ha fatto? Avrebbe potuto risparmiarsi la vita, avrebbe potuto tenersi a distanza dalla nostra storia più misera e cruda. Invece ha voluto entrarci dentro, immergersi in essa. Per questo ha scelto la via più difficile: la croce. Perché non ci dev’essere in Terra nessuna persona tanto disperata da non poterlo incontrare, persino lì, nell’angoscia, nel buio, nell’abbandono, nello scandalo della propria miseria e dei propri sbagli. Proprio lì, dove si pensa che Dio non possa esserci, Dio è giunto. Per salvare chiunque è disperato ha voluto lambire la disperazione, per fare suo il nostro più amaro sconforto ha gridato sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46; Sal 22,1). Un grido che salva. Salva perché Dio ha fatto suo perfino il nostro abbandono. E noi, ora, con Lui, non siamo più soli, mai.

Come possiamo imparare a vedere la gloria nella croce? Alcuni santi hanno insegnato che la croce è come un libro che, per conoscerlo, bisogna aprire e leggere. Non basta acquistare un libro, dargli un’occhiata e metterlo in bella mostra in casa. Lo stesso vale per la croce: è dipinta o scolpita in ogni angolo delle nostre chiese. Non si contano i crocifissi: al collo, in casa, in macchina, in tasca. Ma non serve se non ci fermiamo a guardare il Crocifisso e non gli apriamo il cuore, se non ci lasciamo stupire dalle sue piaghe aperte per noi, se il cuore non si gonfia di commozione e non piangiamo davanti al Dio ferito d’amore per noi. Se non facciamo così, la croce rimane un libro non letto, di cui si conoscono bene il titolo e l’autore, ma che non incide nella vita. Non riduciamo la croce a un oggetto di devozione, tanto meno a un simbolo politico, a un segno di rilevanza religiosa e sociale.

Dal contemplare il Crocifisso scaturisce il secondo passo: il testimoniare. Se si immerge lo sguardo in Gesù, il suo volto comincia a riflettersi sul nostro: i suoi lineamenti diventano i nostri, l’amore di Cristo ci conquista e ci trasforma. Penso ai martiri, che hanno testimoniato in questa nazione l’amore di Cristo in tempi molto difficili, quando tutto consigliava di tacere, di mettersi al riparo, di non professare la fede. Ma non potevano, non potevano non testimoniare. Quante persone generose hanno patito e sono morte qui in Slovacchia a causa del nome di Gesù! Una testimonianza compiuta per amore di Colui che avevano lungamente contemplato. Tanto da somigliargli, anche nella morte.

Ma penso anche ai nostri tempi, in cui non mancano occasioni per testimoniare. Qui, grazie a Dio, non c’è chi perseguita i cristiani come in troppe altre parti del mondo. Ma la testimonianza può essere inficiata dalla mondanità e dalla mediocrità. La croce esige invece una testimonianza limpida. Perché la croce non vuol essere una bandiera da innalzare, ma la sorgente pura di un modo nuovo di vivere. Quale? Quello del Vangelo, quello delle Beatitudini. Il testimone che ha la croce nel cuore e non soltanto al collo non vede nessuno come nemico, ma tutti come fratelli e sorelle per cui Gesù ha dato la vita. Il testimone della croce non ricorda i torti del passato e non si lamenta del presente. Il testimone della croce non usa le vie dell’inganno e della potenza mondana: non vuole imporre sé stesso e i suoi, ma dare la propria vita per gli altri. Non ricerca i propri vantaggi per poi mostrarsi devoto: questa sarebbe una religione della doppiezza, non la testimonianza del Dio crocifisso. Il testimone della croce persegue una sola strategia, quella del Maestro: l’amore umile. Non attende trionfi quaggiù, perché sa che l’amore di Cristo è fecondo nella quotidianità e fa nuove tutte le cose dal di dentro, come seme caduto in terra, che muore e produce frutto.

Cari fratelli e sorelle, avete visto dei testimoni. Conservate il ricordo caro di persone che vi hanno allattato e cresciuto nella fede. Persone umili e semplici, che hanno dato la vita amando fino alla fine. Sono loro i nostri eroi, gli eroi della quotidianità, e sono le loro vite a cambiare la storia. I testimoni generano altri testimoni, perché sono donatori di vita. È così che si diffonde la fede: non con la potenza del mondo, ma con la sapienza della croce; non con le strutture, ma con la testimonianza. E oggi il Signore, dal silenzio vibrante della croce, chiede a tutti noi, chiede anche a te, a te, a te, a me: “Vuoi essere mio testimone?”.

Con Giovanni, sul Calvario, c’era la Santa Madre di Dio. Nessuno come lei ha visto aperto il libro della croce e l’ha testimoniato attraverso l’amore umile. Per sua intercessione, chiediamo la grazia di convertire lo sguardo del cuore al Crocifisso. Allora la nostra fede potrà fiorire in pienezza, allora matureranno i frutti della nostra testimonianza.

Traduzione in lingua francese

« Nous – déclare saint Paul –, nous proclamons un Messie crucifié […], puissance de Dieu et sagesse de Dieu». D’un autre côté, l’Apôtre ne cache pas que la croix, aux yeux de la sagesse humaine, représente tout autre chose: elle est «scandale», «folie» (1 Cor 1, 23-14). La croix était un instrument de mort, et pourtant d’elle est venue la vie. Elle était ce que personne ne voulait regarder, et pourtant elle nous a révélé la beauté de l’amour de Dieu. C’est pourquoi le Peuple saint de Dieu la vénère, et la Liturgie la célèbre en la fête d’aujourd’hui. L’Evangile de saint Jean nous prend par la main et nous aide à entrer dans ce mystère. L’évangéliste, en effet, se tient précisément là, sous la croix. Il contemple Jésus, déjà mort, pendu au bois, et il écrit: «Celui qui a vu rend témoignage» (Jn 19, 35). Saint Jean voit et témoigne.

Avant tout il y a le voir. Mais qu’est-ce que Jean a vu sous la croix? Certainement ce que les autres ont vu: Jésus, innocent et bon, mourant brutalement entre deux malfaiteurs: l’une des nombreuses injustices, l’un des nombreux sacrifices sanglants qui ne changent pas l’histoire, l’énième preuve que le cours des événements dans le monde ne change pas. Les bons sont mis à l’écart, et les méchants gagnent et prospèrent.Aux yeux du monde, la croix est un échec.Et nous risquons de nous arrêter, nous aussi, à ce premier regard superficiel qui consiste à ne pas accepter la logique de la croix ;à ne pas accepter que Dieu nous sauve en permettant au mal du monde de se déchaîner sur lui. Ne pas accepter, si ce n’est en paroles, un Dieu faible et crucifié, et rêver d’un dieu fort et triomphant. C’est une grande tentation. Combien de fois n’aspirons-nous pas à un christianisme de vainqueurs, à un christianisme triomphaliste qui ait de l’ampleur et de l’importance, qui reçoive gloire et honneur. Mais un christianisme sans la croix est mondain et devient stérile.

Saint Jean, en revanche, a vu dans la croix l’œuvre de Dieu. Il a reconnu dans le Christ crucifié la gloire de Dieu. Il a vu malgré les apparences qu’il n’est pas un perdant, mais qu’il est Dieu s’offrant volontairement pour chaque homme. Pourquoi a-t-il fait cela? Il aurait pu épargner sa vie, il aurait pu se tenir loin de notre plus misérable et cruelle histoire. En revanche, il a voulu y entrer, se plonger en elle. Il a choisi pour cela la voie la plus difficile: la croix. Parce qu’il ne doit se trouver personne sur terre qui soit désespéré au point de ne pouvoir le rencontrer, là même, dans l’angoisse, dans l’obscurité, dans l’abandon, dans le scandale de sa misère et de ses erreurs.Là justement, où l’on pense que Dieu ne peut pas être, Dieu y est.Pour sauver quiconque est désespéré, il a voulu endurer le désespoir. Pour faire sienne notre plus amère détresse, il a crié sur la croix: «Mon Dieu, mon Dieu, pourquoi m’as-tu abandonné?» (Mt 27, 46; Ps 22, 1). Un cri qui sauve. Il sauve parce que Dieu a fait sien notre abandon même. Et maintenant, avec lui, nous ne sommes plus seuls, jamais.

Comment pouvons-nous apprendre à voir la gloire dans la croix? Certains saints ont enseigné que la croix est comme un livre qu’il faut ouvrir et lire pour connaître. Il ne suffit pas d’acheter un livre, d’y jeter un coup d’œil et de le mettre bien exposé à la maison. Il en va de même pour la croix: elle est peinte ou sculptée dans chaque coin de nos églises.On ne compte plus les crucifix: au cou, à la maison, dans la voiture, dans la poche.Mais cela ne sert à rien si nous ne nous arrêtons pas pour regarder le Crucifié et si nous ne lui ouvrons pas notre cœur, si nous ne nous laissons pas surprendre par ses plaies ouvertes pour nous, si notre cœur ne se gonfle pas d’émotion et si nous ne pleurons pas devant le Dieu blessé d’amour pour nous. Si nous ne faisons pas ainsi, la croix reste un livre non lu, dont on connaît bien le titre et l’auteur, mais qui n’affecte pas la vie. Ne réduisons pas la croix à un objet de dévotion, encore moins à un symbole politique, à un signe d’importance religieuse et sociale.

De la contemplation du Crucifié découle le second pas: témoigner. Si l’on plonge le regard en Jésus, son visage commence à se refléter sur le nôtre: ses traits deviennent les nôtres, l’amour du Christ nous conquiert et nous transforme.Je pense aux martyrs qui ont témoigné dans cette nation de l’amour du Christ en des temps très difficiles, quand tout conseillait de se taire, de se mettre à l’abri, de ne pas professer la foi.Mais ils ne pouvaient pas, ils ne pouvaient pas ne pas témoigner.Combien de personnes généreuses ont souffert et sont mortes ici, en Slovaquie, à cause du nom de Jésus ! Un témoignage accomplit par amour de celui qu’ils avaient longuement contemplé. Au point de lui ressembler, même dans la mort.

Mais je pense aussi à notre époque où les occasions de témoigner ne manquent pas. Ici, grâce à Dieu, personne ne persécute les chrétiens comme dans de trop nombreuses parties du monde. Mais le témoignage peut être affecté par la mondanité et la médiocrité. La croix exige au contraire un témoignage limpide. Parce que la croix ne veut pas être un drapeau à élever, mais la source pure d’une nouvelle façon de vivre. Laquelle ? Celle de l’Évangile, celle des Béatitudes. Le témoin qui a la croix dans le cœur, et pas seulement au cou, ne voit personne comme un ennemi, mais il voit tout le monde comme un frère et une sœur pour lesquels Jésus a donné sa vie. Le témoin de la croix ne se souvient pas des torts du passé et ne se lamente pas du présent. Le témoin de la croix n’utilise pas les voies de la ruse et de la puissance mondaine: il ne veut pas s’imposer, lui-même et les siens, mais donner sa vie pour les autres. Il ne recherche pas ses propres avantages pour ensuite se présenter en dévot: ce serait une religion de la duplicité, non pas le témoignage du Dieu crucifié. Le témoin de la croix poursuit une seule stratégie, celle du Maître: l’amour humble. Il n’attend pas des triomphes ici-bas, parce qu’il sait que l’amour du Christ est fécond au quotidien et fait toutes choses nouvelles de l’intérieur, comme la semence tombée en terre, qui meurt et produit du fruit.

Chers frères et sœurs, vous avez vu des témoins. Vous gardez le souvenir cher des personnes qui vous ont allaités et fait grandir dans la foi. Des personnes humbles, et simples, qui ont donné la vie en aimant jusqu’au bout. Ce sont eux nos héros, les héros du quotidien, et ce sont leurs vies qui doivent changer l’histoire. Les témoins génèrent d’autres témoins parce qu’ils sont des donneurs de vie. C’est ainsi que se propage la foi: non par la puissance du monde, mais par la sagesse de la croix; non par les structures, mais par le témoignage. Et aujourd’hui, le Seigneur, du silence vibrant de la croix demande à nous tous, il te demande aussi, à toi, à toi, à moi: “Veux-tu être mon témoin?”

Au Calvaire, la Sainte Mère de Dieu était avec Jean. Personne comme elle n’a vu ouvert le livre de la croix et en a témoigné à travers l’amour humble. Par son intercession, demandons la grâce de convertir le regard du cœur vers le Crucifié. Alors notre foi pourra fleurir en plénitude, alors les fruits de notre témoignage muriront.

Traduzione in lingua inglese

“We proclaim Christ crucified… the power of God and the wisdom of God.” So Saint Paul tells us, but he does not hide the fact that, in terms of human wisdom, the cross appears as something completely different: it is “scandal”, “foolishness” (1 Cor 1:23-24). The cross was an instrument of death, yet it became the source of life. It was a horrendous sight, yet it revealed to us the beauty of God’s love. That is why, in today’s feast, the people of God venerate the cross and the Liturgy celebrates it. The Gospel of John takes us by the hand and helps us to enter into this mystery. The evangelist himself was present, standing at the foot of the cross. Gazing upon Jesus, hanging lifeless there, he writes: “He who saw this has testified” to it (Jn 19:35). Saint John both sees and testifies.

First comes seeing. What did John see as he stood beneath the cross? Surely, what others saw: Jesus, an innocent and good man, brutally put to death between two criminals. Yet another of the many injustices, the many bloody sacrifices that do not change history, the latest proof that the course of events in our world does not change: the good are cast aside and the wicked prevail and prosper. In the eyes of the world, the cross represents failure. We too can risk not going beyond this first, superficial gaze; we too can fail to accept the message of the cross, that God saves us by allowing all the evil of our world to be unleashed upon himself. We can fail to accept, except perhaps in words, a weak and crucified God, and prefer instead to dream of a God who is powerful and triumphant. This is a great temptation. How often do we long for a Christianity of winners, a triumphalist Christianity that is important and influential, that receives glory and honour? Yet a Christianity without a cross is a worldly Christianity, and shows itself to be sterile.

Saint John, on the other hand, saw in the cross the presence and work of God. In the crucified Christ, he recognized the glory of God. He saw that despite appearances, Jesus is not a loser, but God, who willingly offers himself for every man and woman. Why did he do this? He could have saved his life, he could have kept his distance from the misery and brutality of human history. Instead he chose to enter into that history, to immerse himself in it. That is why he chose the most difficult way possible: the cross. So that no one on earth should ever be so desperate as not to be able to find him, even there, in the midst of anguish, darkness, abandonment, the scandal of his or her own misery and mistakes. There, to the very place we think God cannot be present, there he came. To save those who despair, he himself chose to taste despair; taking upon himself our most bitter anguish, he cried out from the cross: “My God, my God, why have you forsaken me?” (Mt 27:46; Ps 22:1). A cry that saves. It saves because God took upon himself even the experience of our abandonment. And now, with him, we are no longer alone, ever.

How do we learn to see glory in the cross? Some of the saints teach us that the cross is like a book: in order to know it, we have to open it and read it. It is not enough to buy a book, take a look at it and put it on a shelf in our home. The same is true for the cross: it is painted or carved everywhere in our churches. Crucifixes are found all around us: on necks, in homes, in cars, in pockets. What good is this, unless we stop to look at the crucified Jesus and open our hearts to him, unless we let ourselves be struck by the wounds he bears for our sake, unless our hearts swell with emotion and we weep before the God wounded for love of us. Unless we do that, the cross remains an unread book whose title and author we know, without its having any impact on our lives. Let us not reduce the cross to an object of devotion, much less to a political symbol, to a sign of religious and social status.

Contemplating the crucified Lord brings us to a second step: bearing witness. If we fix our gaze on Jesus, his face comes to be reflected on our own: his features become ours, the love of Christ wins us over and transforms us. Here I think of the martyrs who in this nation bore witness to the love of Christ in troubled times, when everything counselled silence, taking cover, not professing the faith. Yet they could not – could not – help but testify. How many generous persons suffered and died here in Slovakia for the name of Christ! Theirs was a witness borne out of love of him whom they had long contemplated. To the point that they resembled him even in their death.

I think too of our own time, in which there is no lack of opportunities for bearing witness. Here, thank God, we do not find those who persecute Christians, as in too many other parts of the world. Yet our witness can be weakened by worldliness and mediocrity. The cross demands instead a limpid testimony. For the cross is not a flag to wave, but the pure source of a new way of living. Which? That of the Gospel, that of the Beatitudes. A witness who bears the cross in his or her heart, and not only on his or her neck, views no one as an enemy, but everyone as a brother or sister for whom Jesus gave his life. A witness of the cross does not dwell on the wrongs of the past or keep lamenting the present. Witnesses of the cross do not employ the ways of deception and worldly pretension: they do not want to impose themselves and their own, but to give their lives for others. They seek not their own advantage, in order to be seen as devout: this would be a religion of hypocrisy, not a witness to the crucified Lord. Witnesses of the cross have but one strategy, that of the Master: humble love. They do not look for triumphs here below, because they know that the love of Christ bears fruit in the events of daily life, renewing all things from within, like the seed that falls to the ground, dies and produces much fruit.

Dear brothers and sisters, you have seen such witnesses. Cherish the memory of those persons who nurtured you and helped you to grow in the faith. Lowly and simple persons who gave their lives in love to the end. These are our heroes, the heroes of everyday existence, and their lives changed history. Witnesses generate other witnesses, because they are givers of life. That is how the faith is spread: not with the worldly power but with the wisdom of the cross; not with structures but with witness. Today the Lord, from the eloquent silence of the cross, is asking all of us, as he is asking you, and you, and you, and me: Do you want to be my witness?

Standing with John at Calvary was the Holy Mother of God. No one saw the book of the cross so wide open as she did, and she testified to it with humble love. Through her intercession, let us ask for the grace to turn the eyes of our heart to the crucified Jesus. Then our faith will be able to flower in its fullness; then our witness will bear its full fruit.

Traduzione in lingua tedesca

»Wir verkünden Christus als den Gekreuzigten: [...], Gottes Kraft und Gottes Weisheit«, erklärt der heilige Paulus. Andererseits verschweigt der Apostel nicht, dass das Kreuz in den Augen der menschlichen Weisheit etwas ganz Anderes darstellt: Es ist ein „Ärgernis“ und eine „Torheit“ (1 Kor 1,23-24). Das Kreuz war ein Werkzeug des Todes, und doch ist von dort das Leben gekommen. Es war etwas, was niemand anschauen wollte, und doch hat es uns die Schönheit der Liebe Gottes geoffenbart. Deshalb verehrt es das heilige Volk Gottes und die Liturgie feiert es am heutigen Festtag. Das Johannesevangelium nimmt uns an die Hand und hilft uns, in dieses Geheimnis einzudringen. Der Evangelist stand in der Tat genau dort, unter dem Kreuz. Er betrachtet den bereits gestorbenen Jesus, der am Holz hängt, und schreibt: »Der es gesehen hat, hat es bezeugt« (Joh 19,35). Johannes sieht und bezeugt.

Da ist zunächst einmal das Sehen. Aber was hat Johannes unter dem Kreuz gesehen? Gewiss das, was andere sahen: Jesus stirbt, unschuldig und gut, einen grausamen Tod zwischen zwei Übeltätern. Eine der vielen Ungerechtigkeiten, eines der vielen blutigen Opfer, die die Geschichte nicht verändern, der x-te Beweis dafür, dass sich der Lauf der Dinge in der Welt nicht ändert: Die Guten werden aus dem Weg geräumt und die Bösen gewinnen und gedeihen. In den Augen der Welt ist das Kreuz ein Scheitern. Und auch wir stehen in der Gefahr, bei diesem ersten, oberflächlichen Blick stehen zu bleiben, die Logik des Kreuzes nicht anzunehmen; nicht anzunehmen, dass Gott uns rettet, indem er zulässt, dass das Böse der Welt sich gegen ihn entfesselt; wir laufen Gefahr, den schwachen und gekreuzigten Gott außer mit Worten nicht zu akzeptieren und von einem starken und triumphierenden Gott zu träumen. Das ist eine große Versuchung. Wie oft streben wir nach einem Christentum der Sieger, nach einem triumphalen Christentum, das Bedeutung und Wichtigkeit besitzt, dem Ruhm und Ehre zuteilwird. Aber ein Christentum ohne Kreuz ist weltlich und wird unfruchtbar.

Johannes hingegen hat im Kreuz das Werk Gottes gesehen. Er hat in dem gekreuzigten Christus die Herrlichkeit Gottes erkannt. Er hat gesehen, dass er trotz des äußeren Anscheins kein Verlierer ist, sondern ein Gott, der sich freiwillig für jeden Menschen opfert. Warum hat er das getan? Er hätte sein Leben schonen können, er hätte sich von unserer überaus erbärmlichen und grausamen Geschichte fernhalten können. Stattdessen wollte er in sie hineingehen, in sie eintauchen. Deshalb hat er den schwierigsten Weg gewählt: das Kreuz. Denn es darf keinen Menschen auf der Erde geben, der so verzweifelt ist, dass er ihm nicht begegnen kann, selbst dort, in der Angst, in der Dunkelheit, in der Verlassenheit, im Ärgernis des eigenen Elends und der eigenen Fehler. Genau dort, wo du denkst, dass Gott nicht sein kann, ist Gott angelangt. Um jeden, der verzweifelt ist, zu retten, wollte er die Verzweiflung berühren, um unsere bitterste Verzagtheit zu seiner eigenen zu machen, schrie er am Kreuz: »Mein Gott, mein Gott, warum hast du mich verlassen?« (Mt 27,46; Ps 22,1). Ein Schrei, der rettet. Er rettet, weil Gott sich selbst unsere Verlassenheit zu eigen gemacht hat. Und wir sind jetzt, zusammen mit ihm, nicht mehr allein, niemals.

Wie können wir lernen, die Herrlichkeit im Kreuz zu sehen? Einige Heilige haben gelehrt, dass das Kreuz wie ein Buch ist, das man aufschlagen und lesen muss, um es zu verstehen. Es reicht nicht aus, ein Buch zu kaufen, einen Blick hineinzuwerfen und es zu Hause schön auszustellen. Dasselbe gilt für das Kreuz: Es steht in jeder Ecke unserer Kirchen, gemalt oder geschnitzt. Wir finden unzählige Kruzifixe: um den Hals, im Haus, im Auto, in der Tasche. Aber es nützt nichts, wenn wir nicht innehalten, um das Kreuz zu betrachten und unser Herz dafür zu öffnen, wenn wir uns nicht von seinen für uns offenen Wunden ins Staunen versetzen lassen, wenn unser Herz nicht vor Rührung anschwillt und wir nicht vor dem Gott weinen, der in Liebe zu uns verwundet ist. Wenn wir dies nicht tun, bleibt das Kreuz ein ungelesenes Buch, dessen Titel und Autor wir zwar genau kennen, das aber keinen Einfluss auf unser Leben hat. Wir dürfen das Kreuz nicht auf einen Andachtsgegenstand reduzieren, geschweige denn auf ein politisches Symbol oder ein Zeichen von religiöser und sozialer Bedeutung.

Aus der Betrachtung des Gekreuzigten folgt der zweite Schritt: Zeugnis geben. Wenn wir unseren Blick in Jesus hineinversenken, beginnt sich sein Antlitz in dem unseren zu spiegeln: Seine Züge werden die unseren, die Liebe Christi erobert und verwandelt uns. Ich denke an die Märtyrer, die in diesem Land die Liebe Christi in sehr schwierigen Zeiten bezeugt haben, als alles es als ratsam erschienen ließ, zu schweigen, in Deckung zu gehen, den Glauben nicht zu bekennen. Aber sie konnten nicht umhin, Zeugnis abzulegen. Wie viele großherzige Menschen haben hier in der Slowakei um des Namens Jesu willen gelitten und sind gestorben! Ein Zeugnis, das sie aus Liebe zu demjenigen erbracht haben, den sie über lange Zeit betrachtet hatten. So sehr, dass sie ihm sogar im Tod ähnlich wurden.

Aber ich denke auch an unsere Zeit, in der es nicht an Gelegenheiten mangelt, Zeugnis abzulegen. Hier gibt es, Gott sei Dank, keine Christenverfolgung wie in allzu vielen anderen Teilen der Welt. Aber das Zeugnis kann durch Weltlichkeit und Mittelmäßigkeit getrübt werden. Das Kreuz hingegen verlangt ein klares Zeugnis. Denn das Kreuz ist nicht als Fahne gedacht, die es zu hissen gilt, sondern als reine Quelle für eine neue Lebensweise. Welche? Die des Evangeliums, die der Seligpreisungen. Der Zeuge, der das Kreuz im Herzen und nicht nur um den Hals trägt, sieht niemanden als Feind an, sondern alle als Brüder und Schwestern, für die Jesus sein Leben gegeben hat. Der Zeuge des Kreuzes erinnert sich nicht an vergangenes Unrecht und beklagt sich nicht über die Gegenwart. Der Zeuge des Kreuzes bedient sich nicht der Mittel der Täuschung und der weltlichen Macht: Er will nicht sich selbst und die Seinen durchsetzen, sondern sein Leben für andere hingeben. Er sucht nicht seinen eigenen Vorteil, um sich dann als fromm darzustellen: Das wäre eine Religion der Falschheit, nicht das Zeugnis des gekreuzigten Gottes. Der Zeuge des Kreuzes verfolgt nur eine Strategie, nämlich die des Meisters: die demütige Liebe. Er erwartet keine Triumphe hier unten, denn er weiß, dass die Liebe Christi im täglichen Leben fruchtbar ist und alles von innen heraus neu macht, wie ein in die Erde gefallenes Samenkorn, das stirbt und Frucht bringt.

Liebe Brüder und Schwestern, ihr habt Zeugen gesehen. Bewahrt euch die Erinnerung an Personen, die euch im Glauben gestillt und großgezogen haben. Demütige und einfache Menschen, die ihr Leben hingegeben haben und bis zum Ende liebten. Das sind unsere Helden, die Helden des Alltags, und es ist ihr Leben, das die Geschichte verändert. Zeugen bringen andere Zeugen hervor, denn sie sind Lebensspender. So breitet sich der Glaube aus: nicht mit der Macht der Welt, sondern mit der Weisheit des Kreuzes; nicht durch Strukturen, sondern durch Zeugnis. Und heute fragt der Herr aus der tönenden Stille des Kreuzes heraus uns alle, er fragt auch dich und mich: „Willst du mein Zeuge sein?“.

Auf dem Kalvarienberg stand mit Johannes die heilige Gottesmutter. Niemand hat so wie das Buch des Kreuzes geöffnet gesehen und es in demütiger Liebe bezeugt. Durch ihre Fürsprache bitten wir um die Gnade, mit dem Blick des Herzens zum Gekreuzigten umzukehren. Dann wird unser Glaube in Vollgestalt erblühen können, dann werden die Früchte unseres Zeugnisses zur Reife gelangen.

Traduzione in lingua spagnola

«Nosotros —declara san Pablo— proclamamos a un Mesías crucificado […], fuerza y sabiduría de Dios». Por otra parte, el Apóstol no esconde que la cruz, a los ojos de la sabiduría humana, representa todo lo contrario: es «escándalo», «locura» (1 Co 1,23-24). La cruz era instrumento de muerte, y sin embargo de allí ha venido la vida. Era lo que nadie quería mirar, y aun así nos ha revelado la belleza del amor de Dios. Por eso el santo Pueblo de Dios la venera y la liturgia la celebra en la fiesta de hoy. El Evangelio de san Juan nos toma de la mano y nos ayuda a entrar en este misterio. El evangelista, de hecho, estaba justo allí, al pie de la cruz. Contempla a Jesús, ya muerto, colgado del madero, y escribe: «El que lo vio da testimonio» (Jn 19,35). San Juan ve y da testimonio.

Ante todo está el ver. Pero, ¿qué ha visto Juan al pie de la cruz? Ciertamente lo que han visto los demás: Jesús, inocente y bueno, muere brutalmente entre dos malhechores. Una de las tantas injusticias, uno de los tantos sacrificios cruentos que no cambian la historia, la enésima demostración de que el curso de los acontecimientos en el mundo no se modifica: a los buenos se los quita del medio y los malvados vencen y prosperan. A los ojos del mundo la cruz es un fracaso. Y también nosotros corremos el riesgo de detenernos ante esta primera mirada, superficial, de no aceptar la lógica de la cruz; de no aceptar que Dios nos salve dejando que se desate sobre sí el mal del mundo. No aceptar, sino sólo con palabras, al Dios débil y crucificado, es soñar con un Dios fuerte y triunfante. Es una gran tentación. Cuántas veces aspiramos a un cristianismo de vencedores, a un cristianismo triunfador que tenga relevancia e importancia, que reciba gloria y honor. Pero un cristianismo sin cruz es mundano y se vuelve estéril.

San Juan, en cambio, vio en la cruz la obra de Dios. Reconoció en Cristo crucificado la gloria de Dios. Vio que Él, a pesar de las apariencias, no era un fracasado, sino que era Dios que voluntariamente se ofrecía por todos los hombres. ¿Por qué lo hizo? Hubiera podido conservar la vida, hubiera podido mantenerse a distancia de nuestra historia más miserable y cruda. En cambio, quiso entrar dentro, ahondar en ella. Por eso eligió el camino más difícil: la cruz. Porque no debe haber en la tierra ninguna persona tan desesperada que no lo pueda encontrar, aun allí, en la angustia, en la oscuridad, en el abandono, en el escándalo de la propia miseria y de los propios errores. Precisamente allí, donde se piensa que Dios no pueda estar, Dios ha llegado. Para salvar a cualquier persona que esté desesperada quiso rozar la desesperación, para hacer suyo nuestro más amargo desaliento gritó en la cruz: «¡Dios mío, Dios mío!, ¿por qué me has abandonado?» (Mt 27,46; Sal 22,1). Un grito que salva. Salva porque Dios hizo suyo incluso nuestro abandono. Y nosotros, ahora, con Él, ya no estamos solos, nunca.

¿Cómo podemos aprender a ver la gloria en la cruz? Algunos santos han enseñado que la cruz es como un libro que, para conocerlo, es necesario abrir y leer. No basta adquirir un libro, darle un vistazo y colocarlo en un lugar visible de la casa. Lo mismo vale para la cruz: está pintada o esculpida en cada rincón de nuestras iglesias. Son incontables los crucifijos: en el cuello, en casa, en el auto, en el bolsillo. Pero no sirve de nada si no nos detenemos a mirar al Crucificado y no le abrimos el corazón, si no nos dejamos sorprender por sus llagas abiertas por nosotros, si el corazón no se llena de conmoción y no lloramos delante del Dios herido de amor por nosotros. Si no hacemos esto, la cruz se queda como un libro no leído, del que se conoce bien el título y el autor, pero que no repercute en la vida. No reduzcamos la cruz a un objeto de devoción, mucho menos a un símbolo político, a un signo de importancia religiosa y social.

De la contemplación del Crucificado brota el segundo paso: dar testimonio. Si se ahonda la mirada en Jesús, su rostro comienza a reflejarse en el nuestro, sus rasgos se vuelven los nuestros, el amor de Cristo nos conquista y nos transforma. Pienso en los mártires, que testimoniaron el amor de Cristo en tiempos muy difíciles de esta nación, cuando todo aconsejaba callar, resguardarse, no profesar la fe. Pero no podían, no podían dejar de dar testimonio. ¡Cuántas personas generosas aquí en Eslovaquia sufrieron y murieron a causa del nombre de Jesús! Un testimonio realizado por amor a Aquel que habían contemplado largamente. Tanto, hasta el punto de asemejarse a Él, incluso en la muerte.

Pero pienso también en nuestro tiempo, en el que no faltan ocasiones para dar testimonio. Aquí, gracias a Dios, no hay quien persiga a los cristianos como en tantas otras partes del mundo. Pero el testimonio puede ser socavado por la mundanidad o la mediocridad. La cruz en cambio exige un testimonio límpido. Porque la cruz no quiere ser una bandera que enarbolar, sino la fuente pura de un nuevo modo de vivir. ¿Cuál? El del Evangelio, el de las Bienaventuranzas. El testigo que tiene la cruz en el corazón y no solamente en el cuello no ve a nadie como enemigo, sino que ve a todos como hermanos y hermanas por los que Jesús ha dado la vida. El testigo de la cruz no recuerda los agravios del pasado y no se lamenta del presente. El testigo de la cruz no usa los caminos del engaño y del poder mundano, no quiere imponerse a sí mismo y a los suyos, sino dar la propia vida por los demás. No busca los propios beneficios para después mostrarse devoto, esta sería una religión del doblez, no el testimonio del Dios crucificado. El testigo de la cruz persigue una sola estrategia, la del Maestro, que es el amor humilde. No espera triunfos aquí abajo, porque sabe que el amor de Cristo es fecundo en lo cotidiano y hace nuevas todas las cosas desde dentro, como semilla caída en tierra, que muere y da fruto.

Queridos hermanos y hermanas, ustedes han visto testigos. Conserven el amado recuerdo de las personas que los han amamantado y criado en la fe. Personas humildes y sencillas, que han dado la vida amando hasta el extremo. Ellos son nuestros héroes, los héroes de la cotidianidad, y sus vidas son las que cambian la historia. Los testigos engendran otros testigos, porque son dadores de vida. Y así se difunde la fe. No con el poder del mundo, sino con la sabiduría de la cruz; no con las estructuras, sino con el testimonio. Y hoy el Señor, desde el silencio vibrante de la cruz, nos dice a todos nosotros, te dice también a ti, a ti, a ti, a mí: “¿Quieres ser mi testigo?”.

Con Juan, en el Calvario, estaba la Santa Madre de Dios. Nadie como ella vio abierto el libro de la cruz y lo testimonió por medio del amor humilde. Por su intercesión, pidamos la gracia de convertir la mirada del corazón al Crucificado. Entonces nuestra fe podrá florecer en plenitud, entonces los frutos de nuestro testimonio madurarán.

Traduzione in lingua portoghese

«Nós – declara São Paulo – pregamos Cristo crucificado (...), poder e sabedoria de Deus». Entretanto o Apóstolo não esconde que a cruz, aos olhos da sabedoria humana, aparece diversa: é «escândalo», «loucura» (1 Cor 1, 23-24). A cruz era instrumento de morte, e contudo dela veio a vida; era algo que ninguém queria contemplar, e todavia revelou-nos a beleza do amor de Deus. Por isso, o santo povo de Deus a venera; e a Liturgia celebra-a na festa de hoje. O Evangelho de São João toma-nos pela mão e ajuda-nos a entrar neste mistério. Na realidade, o evangelista encontrava-se lá junto da cruz. Contempla Jesus, já morto, suspenso no madeiro, e escreve: «Aquele que viu estas coisas é que dá testemunho delas» (Jo 19, 35). São João e dá testemunho.

Em primeiro lugar, temos o ver. Mas, junto da cruz, que viu João? Certamente aquilo que viram os outros: Jesus, inocente e bom, morre brutalmente entre dois malfeitores. Uma de tantas injustiças, um dos inúmeros sacrifícios cruentos que não mudam a história, mais uma prova de que o curso das vicissitudes no mundo não muda: os bons são eliminados, enquanto os malvados vencem e prosperam. Aos olhos do mundo, a cruz é um fracasso. E também nós corremos o risco de nos deter neste primeiro olhar superficial, de não aceitar a lógica da cruz; não aceitar que Deus nos salve, deixando que se desencadeie sobre Ele o mal do mundo. Não aceitar senão em palavras o Deus frágil e crucificado, para depois sonhar com um deus forte e triunfante. É uma grande tentação. Quantas vezes aspiramos a um cristianismo de vencedores, a um cristianismo triunfalista, que tenha relevância e importância, receba glória e honra. Mas um cristianismo sem cruz é mundano, e torna-se estéril.

Ao contrário, São João viu na cruz a obra de Deus. Reconheceu em Cristo crucificado a glória de Deus. Viu que Ele, apesar das aparências, não é um perdedor, mas é Deus que voluntariamente Se oferece por cada homem. Por que motivo o fez? Teria podido poupar a sua vida, teria podido manter-se à distância da nossa história mais miserável e crua. Em vez disso, quis entrar dentro dela, mergulhar nela. Para isso escolheu o caminho mais difícil: a cruz. Para que não houvesse na terra ninguém tão desesperado que não conseguisse encontrá-Lo, até mesmo na angústia, na escuridão, no abandono, no escândalo da sua miséria e dos próprios erros. Até mesmo onde se pensa que Deus não pode estar, Ele chegou. Para salvar quem está desesperado, quis experimentar o desespero, para assumir o nosso desconforto mais amargo, clamou na cruz: «Meu Deus, meu Deus, por que me abandonaste?» (Mt 27, 46; Sal 22, 2). Um grito que salva. Salva, porque Deus assumiu até mesmo o nosso abandono. E agora, com Ele, não mais estamos sozinhos, jamais.

Como podemos aprender a ver a glória na cruz? Alguns santos ensinaram que a cruz é como um livro que, para o conhecer, é preciso abri-lo e ler. Não basta comprar um livro, dar-lhe uma vista de olhos e expô-lo em casa. O mesmo vale para a cruz: está pintada ou esculpida em cada canto das nossas igrejas. Incontáveis são os crucifixos: ao pescoço, em casa, no carro, no bolso. Mas isso de nada nos aproveita, se não nos detivermos a olhar o Crucificado e não Lhe abrirmos o coração, se não nos deixarmos impressionar pelas suas chagas abertas por nós, se o coração não se comover e chorarmos diante de Deus ferido de amor por nós. Se não fizermos assim, a cruz permanece um livro não lido, cujo título e autor são bem conhecidos, mas que não influencia a vida. Não reduzamos a cruz a um objeto de devoção, e menos ainda a um símbolo político, a um sinal de relevância religiosa e social.

Da contemplação do Crucifixo, provém o segundo passo: dar testemunho. Se mergulharmos o olhar em Jesus, o seu rosto começa a refletir-se no nosso: os seus traços tornam-se os nossos, o amor de Cristo conquista-nos e transforma-nos. Penso nos mártires que deram testemunho do amor de Cristo nesta nação em tempos muito difíceis, quando tudo aconselhava a ficar calado, pôr-se a seguro, não professar a fé. Mas não podiam, não podiam deixar de testemunhar. Quantas pessoas generosas sofreram e morreram aqui, na Eslováquia, por causa do nome de Jesus! Um testemunho prestado por amor Àquele que tinham contemplado longamente, até ao ponto de se assemelharem a Ele, inclusive na morte.

Mas penso também nos nossos tempos, em que não faltam ocasiões para dar testemunho. Graças a Deus, aqui não há quem persiga os cristãos como em tantas outras partes do mundo. Mas o testemunho pode ser contaminado pelo mundanismo e a mediocridade; ao passo que a cruz exige um testemunho claro. Pois a cruz não quer ser uma bandeira elevada ao alto, mas a fonte pura duma maneira nova de viver. Qual? A do Evangelho, a das Bem-aventuranças. A testemunha que tem a cruz no coração, e não apenas ao pescoço, não vê ninguém como inimigo, mas vê a todos como irmãos e irmãs por quem Jesus deu a vida. A testemunha da cruz não recorda as injustiças do passado nem se lamenta do presente. A testemunha da cruz não usa as vias do engano e do poder mundano: não quer impor-se a si mesmo e os seus, mas dar a sua vida pelos outros. Não busca o próprio proveito, e logo se mostra piedoso: seria uma religião da duplicidade, não o testemunho do Deus crucificado. A testemunha da cruz segue uma única estratégia que é a do Mestre: o amor humilde. Não espera triunfos aqui na terra, porque sabe que o amor de Cristo é fecundo na vida quotidiana, fazendo novas todas as coisas a partir de dentro, como uma semente caída na terra, que morre e dá fruto.

Queridos irmãos e irmãs, vós vistes testemunhas. Conservai grata memória das pessoas que vos amamentaram e fizeram crescer na fé: pessoas humildes, simples, que deram a vida amando até ao fim. São os nossos heróis, os heróis da vida quotidiana; e são as suas vidas que mudam a história. As testemunhas geram outras testemunhas, porque são dadoras de vida. É assim que a fé se espalha: com a sabedoria da cruz e não com o poder do mundo; com o testemunho e não com as estruturas. E hoje, a partir do silêncio vibrante da cruz, o Senhor pergunta a todos nós, pergunta também a ti, a cada um de vós e a mim: «Queres ser minha testemunha?»

Com João, no Calvário, estava a Santa Mãe de Deus. Ninguém como Ela viu o livro da cruz aberto e o testemunhou como amor humilde. Por sua intercessão, peçamos a graça de converter o olhar do coração ao Crucificado. Então a nossa fé poderá florescer em plenitude, então amadurecerão os frutos do nosso testemunho.

Traduzione in lingua polacca

„Głosimy Chrystusa ukrzyżowanego – mówi św. Paweł – [...], moc Bożą i mądrość Bożą”. Z drugiej strony, Apostoł nie ukrywa, że krzyż w oczach ludzkiej mądrości jawi się jako coś zupełnie innego: jest „zgorszeniem” i „głupstwem” (1 Kor 1, 23-24). Krzyż był narzędziem śmierci, a jednak z niego wyszło życie. Był tym, na co nikt nie chciał patrzeć, a jednak objawił nam piękno Bożej miłości. Dlatego czci go święty Lud Boży i dlatego liturgia celebruje go w dzisiejsze święto. Ewangelia św. Jana prowadzi nas i pomaga nam wejść w tę tajemnicę. Ewangelista bowiem stoi właśnie tam, pod krzyżem. Kontempluje Jezusa, który już umarł, przybity do krzyża, i pisze: „Zaświadczył to ten, który widział” (J 19, 35). Św. Jan widzi i zaświadcza.

Przede wszystkim jest tutaj widzenie. Co jednak Jan zobaczył pod krzyżem? Z pewnością to, co widzieli inni: Jezus, niewinny i dobry, umiera brutalną śmiercią pomiędzy dwoma złoczyńcami. Jedna z wielu niesprawiedliwości, jedna z wielu krwawych ofiar, które nie zmieniają historii, kolejny dowód na to, że bieg wydarzeń na świecie się nie zmienia: dobrzy są eliminowani, a źli zwyciężają i powodzi się im. W oczach świata krzyż jest porażką. I nam także grozi, że zatrzymamy się na tym pierwszym, powierzchownym spojrzeniu, że nie przyjmiemy logiki krzyża; że nie zaakceptujemy, iż Bóg nas zbawia, pozwalając, by spadło na Niego zło świata. Nie zaakceptujemy, chyba że tylko słowami, Boga słabego i ukrzyżowanego, marząc o Bogu mocnym i triumfującym. To wielka pokusa. Jakże często dążymy do chrześcijaństwa zwycięskiego, do chrześcijaństwa triumfalistycznego, które miałoby doniosłość i znaczenie, któremu przypadałyby w udziale chwała i zaszczyty. Ale chrześcijaństwo bez krzyża jest z tego świata i staje się bezowocne.

Św. Jan natomiast widział w krzyżu dzieło Boże. Rozpoznał w Chrystusie ukrzyżowanym chwałę Boga. Zobaczył, że On, wbrew pozorom, nie jest przegranym, ale jest Bogiem, który dobrowolnie ofiaruje się za każdego człowieka. Dlaczego to uczynił? Mógłby oszczędzić swoje życie, mógłby trzymać się z dala od naszej najbardziej nędznej i okrutnej historii. Tymczasem chciał w nią wejść, zanurzyć się w niej. Dlatego wybrał najtrudniejszą drogę: krzyż. Aby nie musiało być na ziemi osoby tak zrozpaczonej, żeby nie mogła Go spotkać, nawet w udręce, ciemności, opuszczeniu, skandalu własnej nędzy i własnych błędów. Właśnie tam, gdzie się myśli, że nie może być Boga, dotarł Bóg. Aby zbawić każdego zrozpaczonego, zechciał dotknąć rozpaczy, aby naszą najbardziej gorzką rozpacz uczynić swoją własną, zawołał na krzyżu: „Boże mój, Boże mój, czemuś Mnie opuścił?” (Mt 27,46; Ps 22,1). Krzyk, który zbawia. Zbawia, ponieważ Bóg uczynił swoim nawet nasze opuszczenie. A my, teraz, z Nim, nie jesteśmy już sami, nigdy.

Jak możemy nauczyć się dostrzegać w krzyżu chwałę? Niektórzy święci nauczali, że krzyż jest jak księga, którą, aby ją poznać, trzeba otworzyć i przeczytać. Nie wystarczy kupić księgę, rzucić na nią okiem i wystawić na widocznym miejscu w domu. To samo dotyczy krzyża: jest on namalowany lub wyrzeźbiony w każdym zakątku naszych kościołów. Krucyfiksy są wszędzie: na szyi, w domu, w samochodzie, w kieszeni. Ale na nic się to zda, jeśli nie zatrzymamy się, by spojrzeć na Krucyfiks i nie otworzymy na niego naszych serc, jeśli nie pozwolimy się zadziwić jego otwartymi dla nas ranami, jeśli nasze serca nie napełnią się wzruszeniem i nie zapłaczą przed Bogiem zranionym z miłości do nas. Jeśli tego nie uczynimy, krzyż pozostanie księgą nieczytaną, której tytuł i autora dobrze znamy, ale która nie wywiera wpływu na życie. Nie sprowadzajmy krzyża do przedmiotu kultu, a tym bardziej do symbolu politycznego, do znaku prestiżu religijnego i społecznego.

Z kontemplacji Ukrzyżowanego wypływa drugi krok: dawanie świadectwa. Jeśli wpatrujemy się w Jezusa, Jego oblicze zaczyna odbijać się w naszym: Jego rysy stają się naszymi, opanowuje nas i przemienia miłość Chrystusa. Myślę o męczennikach, którzy w tym narodzie dawali świadectwo miłości Chrystusa w bardzo trudnych czasach, kiedy wszystko im podpowiadało, żeby milczeć, żeby się ukryć, żeby nie wyznawać wiary. Nie mogli jednak, nie mogli nie dawać świadectwa. Jakże wiele wspaniałomyślnych osób cierpiało i zmarło tutaj na Słowacji z powodu imienia Jezusa! Świadectwo zrodzone z miłości do Tego, którego od dawna kontemplowali. Do tego stopnia, że stali się do Niego podobni także w śmierci.

Ale myślę też o współczesnych nam czasach, w których nie brakuje okazji do dawania świadectwa. Tutaj, dzięki Bogu, nie ma prześladowców chrześcijan, jak w zbyt wielu innych miejscach na świecie. Ale świadectwo może zostać podważone przez światowość i przeciętność. Krzyż natomiast wymaga wyraźnego świadectwa. Bo krzyż nie ma być sztandarem, który trzeba wznieść, ale czystym źródłem nowego sposobu życia. Jakiego? Owego ewangelicznego, drogi Błogosławieństw. Świadek, który ma krzyż w sercu, a nie tylko na szyi, nie postrzega nikogo jako nieprzyjaciela, ale wszystkich jako braci i siostry, za których Jezus oddał swoje życie. Świadek krzyża nie rozpamiętuje przeszłych krzywd ani nie narzeka na teraźniejszość. Świadek krzyża nie korzysta z dróg podstępu i władzy światowej: nie chce narzucać samego siebie i swoich bliskich, ale oddać życie dla innych. Nie szuka własnych korzyści, aby potem wydać się pobożnym: to byłaby religia dwulicowości, a nie świadectwo ukrzyżowanego Boga. Świadek krzyża dąży wytrwale tylko do jednej strategii, strategii Mistrza: pokornej miłości. Nie oczekuje triumfów tu na ziemi, ponieważ wie, że miłość Chrystusa jest owocna w życiu codziennym i wszystko czyni nowym od wewnątrz, tak jak ziarno, które wpadło w glebę, a które obumiera i przynosi owoc.

Drodzy bracia i siostry, zobaczyliście świadków. Zachowujcie cenną pamięć o ludziach, którzy was karmili i wychowywali w wierze. O osobach pokornych, prostych, które oddały swoje życie, miłując aż do końca. To oni są naszymi bohaterami, bohaterami dnia codziennego i to ich życie przemienia historię. Świadkowie rodzą innych świadków, ponieważ są dawcami życia. W ten sposób właśnie rozprzestrzenia się wiara: nie poprzez potęgi świata, ale poprzez mądrość krzyża; nie poprzez struktury, ale poprzez świadectwo. I dzisiaj Pan, w donośnym milczeniu krzyża, pyta nas wszystkich, pyta także ciebie i ciebie, i ciebie, i mnie: „Czy będziesz moim świadkiem?”.

Wraz z Janem, na Kalwarii, była Święta Matka Boża. Nikt tak, jak Ona nie widział otwartej księgi krzyża i nie świadczył o niej przez pokorną miłość. Za Jej wstawiennictwem prośmy o łaskę nawrócenia spojrzenia naszego serca ku Ukrzyżowanemu. Wtedy nasza wiara będzie mogła rozkwitnąć w pełni, wtedy dojrzeją owoce naszego świadectwa.

Traduzione in lingua araba

الزّيارة الرسوليّة

إلى بودابست في مناسبة القداس الختامي للمؤتمر الإفخارستي الدولي الثاني والخمسين وإلى سلوفاكيا

عظة قداسة البابا فرنسيس

في القدّاس الإلهيّ بحسب الطّقس البيزنطي للقدّيس يوحنّا الذّهبي الفمّ

في ساحة Mestská športová hala في بريشوف

الثلاثاء 14 أيلول/سبتمبر 2021

أعلن القدّيس بولس: "فإِنَّنا نُبَشِّرُ بِمَسيحٍ مَصْلوب [...]، قُدرَةُ اللهِ وحِكمَةُ الله". مِن ناحية أخرى، لا يُخفي الرّسول أنّ الصّليب، في نظر الحكمة البشريّة، يمثّل شيئًا مختلفًا تمامًا: إنّه "عِثار"، "حَماقة" (1 قورنتس 1، 23-24). كان الصّليب أداةً للموت، ومع ذلك جاءت الحياة منه. كان شيئًا لا يرغب أحد في النّظر إليه، ومع ذلك أظهر لنا جمال محبّة الله. ولهذا يكرّمه شعب الله المقدّس وتحتفل به الّليتورجيا في عيد اليوم. يأخذنا إنجيل القدّيس يوحنّا بيدنا ويساعدنا على الدّخول في هذا السّرّ. في الواقع، كان الإنجيليّ هناك بالتحديد، عند الصّليب. كان يتأمّل يسوع، ميتًا، معلّقًا على الخشبة، فكتب: "والَّذي رأَى شَهِد" (يوحنّا 19، 35). رأى القدّيس يوحنّا وشهد.

قبل كلّ شيء، توجد الرّؤية. ولكن ماذا رأى يوحنّا تحت الصّليب؟ من المؤكّد أنّه رأى ما رآه الآخرون: يسوع، البارّ والصّالح، مات بوحشيّة بين مُجرِمَينِ اثنين. إنّها إحدى المظالم العديدة، وإحدى التضحيات الدمويّة العديدة التي لا تغيّر التاريخ، والدليل الألف أنّ مسار الأحداث في العالم لا يتغيّر: الصالحون يتمّ التخلّص منهم، وينتصر الأشرار ويزدهرون. الصّليب في نظر العالم إخفاق.

ونحن أيضًا قد نخاطر ونقف عند هذه النّظرة الأولى السطحيّة، فلا نقبل منطق الصّليب، ولا نقبل أن يخلّصنا الله بأن يترك شرّ العالم يثور عليه. لا نقبل إلّا بالكلام، الإله الضّعيف والمصلوب، ونحلم بإله قويّ ومُنتصر. إنّها تجربة كبيرة. كم مرّة نطمح إلى مسيحيّة صنعها منتصورن، وإلى مسيحيّة مُظفَّرة لها شأن وأهميّة، وتَلقَى المجد والتكريم. لكن، المسيحيّة من دون الصّليب هي دنيويّة وعقيمة.

رأى القدّيس يوحنّا، بدل ذلك، في الصّليب عمل الله. لقد أدرك مجد الله في المسيح المصلوب. ورأى أنّه، على الرّغم من المظاهر، هو ليس خاسرًا، بل هو الله الذي يقدّم نفسه طواعيّة من أجل كلّ إنسان. لماذا فعل ذلك؟ كان بإمكانه أن يحفظ حياته، وكان بإمكانه أن يبقى بعيدًا عن تاريخنا المليء بالشقاء والعنف. خلافًا لذلك، أراد أن يدخل فيه، وأن يُغمَر فيه. لهذا اختار الطّريق الأصعب: الصّليب. لأنّه يجب ألّا يكون أيّ شخص على الأرض مهما كان يأسه لا يقدر أن يلقاه، حتّى هناك، في الضّيق، وفي الظّلام، وفي الخذلان، وفي معثرة شقائه وأخطائه. هناك بالتّحديد، حيث نعتقد أنّ الله لا يمكن أن يكون، الله حضر، ليُخلِّص كلّ شخص يائس، أراد أن يمسّ اليأس، وليجعل أشدَّ إحباطنا مرارة إحباطًا عرفه هو، صرخ على الصّليب: "إِلهي، إِلهي، لِماذا تَرَكْتَني؟" (متّى 27، 46؛ مزمور 22، 1). إنّها صرخة تخلِّص. تُخلِّص لأنّ الله جعل تخلِّيَ الجميع عنَّا تخلِّيًا عنه. ونحن الآن، معه، لسنا بعد وحدنا، أبدًا.

كيف يمكننا أن نتعلّم أن نرى المجد في الصّليب؟ علّم بعض القدّيسين أنّ الصّليب يشبه كتابًا، ولكي نعرفه، يجب علينا أن نفتحه ونقرأه. لا يكفي شراء كتاب وإلقاء نظرة عليه وعرضه في البيت. ينطبق الشيء نفسه على الصّليب: إنّه مرسوم أو منقوش في كلّ ركن من كنائسنا. هناك عدد لا يُحصى من الصّلبان: حول العُنق، وفي البيت، وفي السيّارة، وفي الجَّيب. ولكن لا حاجة إلى كلّ ذلك، إذا لم نتوقّف وننظر إلى الصّليب، وإذا لم نفتح له قلوبنا، وإذا لم نندهش من جروحه المفتوحة من أجلنا، وإذا لم ينتفخ القلب بالعاطفة وإذا لم نبكِ أمام الله الذي جُرِح بسبب حبّه لنا. إن لم نفعل ذلك، سيظلّ الصّليب كتابًا غير مقروء، وعنوانه ومؤلّفه معروفان جيّدًا، لكنّهما لا يؤثّران في الحياة. لا نقلِّل من معنى الصّليب فنجعله موضوعًا تقويًّا، ولا نجعلْه خصوصًا، أدنى من ذلك، رمزًا سياسيًّا، أو علامة له أهميّته الدينيّة والاجتماعيّة.

ومن التأمّل في الصّليب تأتي الخطوة الثّانية: وهي الشّهادة. إذا حدَّقنا بنظرنا في يسوع، يبدأ وجهه بالانعكاس على وجهنا: تصبح ملامحه ملامحنا، ومحبّة المسيح تستولي علينا وتغيّرنا. أفكّر في الشّهداء الذين شهدوا لمحبّة المسيح في هذه الأمّة في أوقات صعبة للغاية، عندما أوصانا الجميع بالسّكوت، والاختباء، وعدم الاعتراف بالإيمان. أمّا هم فلم يستطيعوا، لم يستطيعوا إلّا أن يشهدوا. كم من الأشخاص كانوا أسخياء فعانوا وماتوا هنا في سلوفاكيا من أجل اسم يسوع! إنّها شهادة تحقّقت من أجل محبّة الذي طالما تأمّلوا فيه. لدرجة التشبّه به، حتّى في الموت.

لكنّني أفكّر أيضًا في وقتنا هذا، حيث لا تنقص فيه فرص الشّهادة. هنا، والشّكر لله، لا يوجد من يضطّهد المسيحيّين كما في أماكن أخرى كثيرة من العالم. ولكن يمكن أن تَبطُل الشّهادة بروح الدنيويّة والفتور. بينما يتطلّب الصّليب شهادة صريحة. لأنّ الصّليب لا يريد أن يكون علمًا يُرفع عاليًا، بل مصدرًا نقيًّا لطريقة جديدة للعيش. وأيّ طريقة؟ الطريقة التي في الإنجيل، وفي التطويبات. الشّاهد الذي يحمل الصّليب في قلبه وليس فقط حول عنقه، لا يرى في أحد عدوًّا، بل يرى الجميع إخوةً وأخواتٍ بذل يسوع حياته من أجلهم. لا يتذكّر شاهد الصّليب أخطاء الماضي ولا يتذمّر من الحاضر. ولا يستخدم شاهد الصّليب طُرُق الخداع والقوّة الدنيويّة: فهو لا يريد أن يفرض نفسه وخاصّته، بل أن يبذل حياته من أجل الآخرين. لا يبحث عن منافعه الخاصّة حتّى يُظهر نفسه فيما بعد على أنّه وَرِع: هذا يُعتبر دين الازدواجيّة، وليس شهادة لله المصلوب. يتبع شاهد الصّليب استراتيجيّة واحدة فقط، وهي استراتيجيّة المعلّم: المحبّة المتواضعة. لا ينتظر انتصارات هنا على الأرض، لأنّه يعلم أنّ محبّة المسيح تثمر في الحياة اليوميّة وتجعل كلّ الأشياء جديدة من الدّاخل، مثل البذرة التي تسقط على الأرض، فتموت وتعطي ثمارًا.

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، لقد رأيتم شهودًا. احتفظوا بالذّكرى العزيزة للأشخاص الذين أرضعوكم وربّوكم على الإيمان. إنّهم أشخاص متواضعون وبسطاء، وقد ضحّوا بحياتهم بمحبّة حتّى النّهاية. إنّهم أبطالنا، أبطال الحياة اليوميّة، وحياتهم هي التي ستغيّر التاريخ. يَلِدُ الشّهود شهودًا آخرين، لأنّهم يمنحون الحياة. هكذا ينتشر الإيمان: ليس بقوّة العالم، بل بحكمة الصّليب، ليس بالأبنية، بل بالشّهادة. واليوم، يسألنا الرّبّ يسوع، يسألك أنت أيضًا، أنت، أنت، ويسألني أنا بصمت الصّليب المدَوِّي: "هل تريد أن تكون لي شاهدًا؟".

وكانت والدة الله القدّيسة مع يوحنّا على الجُلْجُثة. لم يرَ أحدٌ كِتاب الصّليب مفتوحًا مثلها، ولم يشهد أحدٌ له مثلُها من خلال المحبّة المتواضعة. لنطلب بشفاعتها النعمة لنحوِّل نظر القلب إلى الصّليب. عندئذٍ يزهر إيماننا مِلءَه، وتنضج ثمار شهادتنا.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 14 settembre 2021