Concistoro Ordinario Pubblico per la creazione di 13 nuovi Cardinali. Omelia del Santo Padre

cardinali 5 ottobre 2019"Se io non mi sento oggetto della compassione di Dio, non comprendo il suo amore. Da questa consapevolezza viva dipende anche la capacità di essere leale nel proprio ministero. Anche per voi fratelli Cardinali. La disponibilità di un Porporato a dare il proprio sangue – significata dal colore rosso dell’abito – è sicura quando è radicata in questa coscienza di aver ricevuto compassione e nella capacità di avere compassione. Diversamente, non si può essere leali. Tanti comportamenti sleali di uomini di Chiesa dipendono dalla mancanza di questo senso della compassione ricevuta, e dall’abitudine di guardare da un’altra parte, dall’abitudine dell’indifferenza."
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Alle ore 16 di questo pomeriggio, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha tenuto un Concistoro Ordinario Pubblico per la creazione di 13 nuovi Cardinali, per l’imposizione della berretta, la consegna dell’anello e l’assegnazione del Titolo o Diaconia.
La celebrazione è iniziata con il saluto, l’orazione e la lettura di un passo del Vangelo secondo Marco (6,30-37a). Riportiamo di seguito il testo dell’Omelia che il Santo Padre Francesco ha pronunciato nel corso del Concistoro:


Omelia del Santo Padre
Al centro del racconto evangelico che abbiamo ascoltato (Mc 6,30-37a) c’è la «compassione» di Gesù (cfr v. 34). Compassione, parola-chiave del Vangelo; è scritta nel cuore di Cristo, è scritta da sempre nel cuore di Dio.

Nei Vangeli vediamo molte volte Gesù che sente compassione per le persone sofferenti. E più leggiamo, più contempliamo, e più comprendiamo che la compassione del Signore non è un atteggiamento occasionale, sporadico, ma è costante, anzi, sembra essere l’atteggiamento del suo cuore, nel quale si è incarnata la misericordia di Dio.
Marco, ad esempio, riferisce che quando Gesù incominciò ad andare per la Galilea predicando e scacciando i demoni, «venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”» (1,40-42). In questo gesto e in queste parole c’è la missione di Gesù Redentore dell’uomo: Redentore nella compassione. Lui incarna la volontà di Dio di purificare l’essere umano malato dalla lebbra del peccato; Lui è “la mano tesa di Dio” che tocca la nostra carne malata e compie quest’opera colmando l’abisso della separazione.
Gesù va a cercare le persone scartate, quelli che ormai sono senza speranza. Come quell’uomo paralitico da trentotto anni, che giace presso la piscina di Betzatà, aspettando invano che qualcuno lo aiuti a scendere nell’acqua (cfr Gv 5,1-9).
Questa compassione non è spuntata a un certo punto della storia della salvezza, no, è sempre stata in Dio, impressa nel suo cuore di Padre. Lo vediamo nel racconto della vocazione di Mosè, quando Dio gli parla dal roveto ardente e gli dice: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido […]: conosco le sue sofferenze» (Es 3,7). Ecco la compassione di padre.
L’amore di Dio per il suo popolo è tutto impregnato di compassione, al punto che, in questa relazione di alleanza, ciò che è divino è compassionevole, mentre purtroppo sembra che ciò che è umano ne sia tanto privo, tanto lontano. Lo dice Dio stesso: «Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? […] Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. […] Perché sono Dio e non uomo, sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira» (Os 11,8-9).
I discepoli di Gesù dimostrano spesso di essere senza compassione, come in questo caso, di fronte al problema delle folle da sfamare. Loro in sostanza dicono: “Che si arrangino…”. È un atteggiamento comune a noi umani, anche quando siamo persone religiose o addirittura addette al culto. Ce ne laviamo le mani. Il ruolo che occupiamo non basta a farci essere compassionevoli, come dimostra il comportamento del sacerdote e del levita che, vedendo un uomo moribondo sul ciglio della strada, passarono oltre dall’altra parte (cfr Lc 10,31-32). Dentro di sé avranno detto: “Non tocca a me”. Ci sono sempre delle giustificazioni; a volte sono anche codificate e danno luogo a degli “scarti istituzionali”, come nel caso dei lebbrosi: “Certo, devono stare fuori, è giusto così”. Da questo atteggiamento molto, troppo umano derivano anche strutture di non-compassione.
A questo punto possiamo domandarci: siamo coscienti, noi per primi, di essere stati oggetto della compassione di Dio? Mi rivolgo in particolare a voi, fratelli Cardinali e in procinto di diventarlo: è viva in voi questa consapevolezza? Di essere stati e di essere sempre preceduti e accompagnati dalla sua misericordia? Questa coscienza era lo stato permanente del cuore immacolato della Vergine Maria, che loda Dio come il “suo salvatore” che «ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,48).
A me fa tanto bene rispecchiarmi nella pagina di Ezechiele 16: la storia d’amore di Dio con Gerusalemme; in quella conclusione: «Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto» (Ez 16,62-63). Oppure in quell’altro oracolo di Osea: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. […] Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto» (2,16-17).
È viva in noi la coscienza di questa compassione di Dio per noi? Non si tratta di una cosa facoltativa, e nemmeno, direi, di un “consiglio evangelico”. No. Si tratta di un requisito essenziale. Se io non mi sento oggetto della compassione di Dio, non comprendo il suo amore. Non è una realtà che si possa spiegare. O la sento o non la sento. E se non la sento, come posso comunicarla, testimoniarla, donarla? Concretamente: ho compassione per quel fratello, per quel vescovo, quel prete?… Oppure sempre distruggo con il mio atteggiamento di condanna, di indifferenza?
Da questa consapevolezza viva dipende anche la capacità di essere leale nel proprio ministero. Anche per voi fratelli Cardinali. La disponibilità di un Porporato a dare il proprio sangue – significata dal colore rosso dell’abito – è sicura quando è radicata in questa coscienza di aver ricevuto compassione e nella capacità di avere compassione. Diversamente, non si può essere leali. Tanti comportamenti sleali di uomini di Chiesa dipendono dalla mancanza di questo senso della compassione ricevuta, e dall’abitudine di guardare da un’altra parte, dall’abitudine dell’indifferenza.
Chiediamo oggi, per intercessione dell’Apostolo Pietro, la grazia di un cuore compassionevole, per essere testimoni di Colui che ci ha guardato con misericordia, ci ha eletti, ci ha consacrati e ci ha inviati a portare a tutti il suo Vangelo di salvezza.


Traduzione in lingua francese
Au centre du récit évangélique que nous avons écouté (Mc 6, 30-37a), il y a la « compassion » de Jésus (cf. v. 34). Compassion, parole-clé de l’Évangile ; elle est écrite dans le coeur du Christ, elle est écrite depuis toujours dans le coeur de Dieu.
Dans les Évangiles, nous voyons plusieurs fois Jésus éprouver de la compassion pour les personnes souffrantes. Et plus nous lisons, plus nous contemplons, et plus nous comprenons que la compassion du Seigneur n’est pas une attitude occasionnelle, sporadique, mais elle est constante, mieux, elle semble être la disposition de son coeur, dans lequel s’est incarnée la miséricorde de Dieu.
Marc, par exemple, rapporte que, quand Jésus a commencé à aller à travers la Galilée en prêchant et en chassant les démons, « un lépreux vient auprès de lui ; il le supplie et, tombant à ses genoux, lui dit : “Si tu le veux, tu peux me purifier”. Saisi de compassion, Jésus étendit la main, le toucha et lui dit : “Je le veux, sois purifié”. À l’instant même, la lèpre le quitta et il fut purifié » (1, 40-42). Dans ce geste et dans ces paroles, il y a la mission de Jésus Rédempteur de l’homme : Rédempteur dans la compassion. Il incarne la volonté de Dieu de purifier l’être humain malade de la lèpre du péché ; il est “la main tendue de Dieu” qui touche notre chair malade et accomplit cette oeuvre en comblant l’abîme de la séparation.
Jésus va à la recherche des personnes rejetées, celles qui n’ont plus d’espérance. Comme cet homme paralytique de trente-huit ans qui gît à côté de la piscine de Bethzatha, attendant en vain que quelqu’un l’aide à descendre dans l’eau (cf. Jn 5, 1-9).
Cette compassion n’a pas émergé seulement à un certain moment de l’histoire du salut, non, elle a toujours été en Dieu, gravée dans son coeur de Père. Nous le voyons dans le récit de la vocation de Moïse, quand Dieu lui parle du buisson ardent et lui dit : « J’ai vu, oui, j’ai vu la misère de mon peuple qui est en Égypte, et j’ai entendu ses cris […]. Oui, je connais ses souffrances » (Ex 3, 7).
L’amour de Dieu pour son peuple est tout imprégné de compassion, au point que, dans cette relation d’alliance, ce qui est divin est compatissant, tandis que malheureusement il semble que ce qui est humain en soit si dénué, si loin. C’est Dieu même qui le dit : « Vais-je t’abandonner, Éphraïm, et te livrer, Israël ? […] Mon coeur se retourne contre moi ; en même temps, mes entrailles frémissent. […]. Car moi, je suis Dieu, et non pas homme : au milieu de vous je suis le Dieu saint, et je ne viens pas pour exterminer » (Os 11, 8-9).
Les disciples de Jésus montrent souvent qu’ils sont sans compassion, comme dans ce cas, devant le problème des foules à nourrir. En substance ils disent : “Qu’ils se débrouillent…”. C’est une attitude commune à nous les humains, même quand nous sommes des personnes religieuses ou voire responsables de culte. Le rôle que nous occupons ne suffit pas à nous faire devenir compatissants comme le démontre l’attitude du prêtre et du lévite qui, en voyant un homme moribond au bord de la route, passèrent de l’autre côté (cf. Lc 10, 31-32). En eux-mêmes ils auraient dit : “Ce n’est pas mon affaire”. Il y a toujours des justifications ; parfois elles sont codifiées et donnent lieu à des “rejets institutionnels”, comme dans le cas des lépreux : “Bien sûr, ils doivent rester dehors, c’est normal”. De cette attitude très, trop humaine dérivent aussi des structures de non-compassion.
A ce stade, nous pouvons nous demander : sommes-nous conscients, d’avoir été, nous en premier, objet de la compassion de Dieu ? Je m’adresse en particulier à vous, frères Cardinaux et sur le point de le devenir : cette conscience est-elle vivante en vous ? D’avoir été et d’être toujours précédés et accompagnés par sa miséricorde ? Cette conscience était la disposition permanente du coeur immaculé de la Vierge Marie qui loue Dieu comme “son sauveur” qui « s’est penché sur son humble servante » (Lc 1, 48).
Ça me fait me beaucoup de bien de me refléter dans la page d’Ézéchiel 16 : l’histoire d’amour de Dieu avec Jérusalem ; dans cette conclusion : « Moi, je rétablirai mon alliance avec toi. Alors tu sauras que Je suis le Seigneur. Ainsi tu te souviendras, tu seras couverte de honte. Dans ton déshonneur, tu n’oseras pas ouvrir la bouche quand je te pardonnerai tout ce que tu as fait » (Ez 16, 62-63). Ou bien dans cet autre oracle d’Osée : « Je vais l’entraîner jusqu’au désert, et je lui parlerai coeur à coeur […] Là, elle me répondra comme au temps de sa jeunesse, au jour où elle est sortie du pays d’Égypte » (2, 16-17).
La conscience de cette compassion de Dieu pour nous est-elle vivante en nous ? Il ne s’agit pas d’une chose facultative, et non plus, je dirais, d’un “conseil évangélique”. Non ! Il s’agit d’une exigence essentielle. Si je ne me sens pas objet de la compassion de Dieu, je ne comprends pas son amour. Ce n’est pas une réalité qui peut s’expliquer. Soit je la sens, soit je ne la sens pas. Et si je ne la sens pas, comment puis-je la communiquer, en témoigner, la donner ? Concrètement : ai-je de la compassion pour ce frère, cet évêque, ce prêtre ?... Ou bien je détruis toujours avec mon attitude de condamnation, d’indifférence ?
De cette conscience vivante dépend aussi la capacité d’être loyal dans son ministère, y compris pour vous frères Cardinaux. La disponibilité d’un Cardinal à verser son sang – signifiée par la couleur rouge de son habit – est sûre quand elle est enracinée dans cette conscience d’avoir reçu de la compassion et dans la capacité d’avoir de la compassion. Autrement, on ne peut pas être loyal. De nombreuses attitudes déloyales des hommes d’Église dépendent du manque de ce sens de la compassion reçue, et de l’habitude de regarder de l’autre côté, de l’habitude de l’indifférence.
Demandons aujourd’hui, par l’intercession de l’Apôtre Pierre, la grâce d’un coeur compatissant, pour être témoins de Celui qui nous a regardés avec miséricorde, nous a choisis, nous a consacrés et nous a envoyés porter à tous son Évangile de salut.


Traduzione in lingua inglese
At the heart of the Gospel we have just heard (Mk 6:30-37) is the “compassion” of Jesus (cf. v. 34). Compassion is a key word in the Gospel. It is written in Christ’s heart; it is forever written in the heart of God.
In the Gospels, we often see Jesus’ compassion for those who are suffering. The more we read, the more we contemplate, the more we come to realize that the Lord’s compassion is not an occasional, sporadic emotion, but is steadfast and indeed seems to be the attitude of his heart, in which God’s mercy is made incarnate.
Mark, for example, tells us that when Jesus first passed through Galilee preaching and casting out demons, “a leper came to him begging him, and kneeling said to him, ‘If you choose, you can make me clean’. Moved with pity, Jesus stretched out his hand and touched him, and said to him, ‘I do choose. Be made clean!’” (1:40-42). In this gesture and with these words, we see the mission of Jesus, the Redeemer of mankind. He is a compassionate Redeemer. He incarnates God’s will to purify men and women afflicted by the scourge of sin; he is “the outstretched hand of God”, who touches our sickly flesh and accomplishes this work by bridging the chasm of separation.
Jesus goes out in search of the outcast, those without hope. People like the man paralyzed for thirty-eight years who lay beside the pool of Bethzatha, waiting in vain for someone to bring him to the waters (cf. Jn 5:1-9).
This compassion did not appear suddenly at one moment in the history of salvation. No, it was always there in God, impressed on his paternal heart. We see it in the account of the calling of Moses, when God spoke from the burning bush and said: “I have observed the misery of my people who are in Egypt; I have heard their cry… indeed, I know their sufferings” (Ex 3:7).
God’s love for his people is drenched with compassion, to the extent that, in this covenant relationship, what is divine is compassionate, while, sad to say, it appears that what is human is so often lacking in compassion. God himself says so: “How can I give you up, Ephraim? How can I hand you over, Israel? ... My heart recoils within me; my compassion grows warm and tender… For I am God and no mortal, the holy one in your midst, and I will not come in wrath” (Hos 11:8-9).
Jesus’ disciples often show themselves lacking compassion, as in this case, when they are faced with the problem of having to feed the crowds. In effect, they say: “Let them worry about it themselves…” This is a common attitude among us human beings, even those of us who are religious persons or even religious “professionals”. The position we occupy is not enough to make us compassionate, as we see in the conduct of the priest and Levite who, seeing a dying man on the side of the road, pass to the other side (cf. Lk 10:31-32). They would have thought: “It’s not up to me”. There are always justifications; at times they are even codified and give rise to “institutional disregard”, as was the case with lepers: “Of course, they have to keep their distance; that is the right thing to do”. This all too human attitude also generates structures lacking compassion.
At this point we can ask ourselves: are we conscious – we, in the first place – of having been the object of God’s compassion? In a particular way, I ask this of you, brother cardinals and those about to become cardinals: do you have a lively awareness of always having been preceded and accompanied by his mercy? This awareness was always present in the immaculate heart of the Virgin Mary, who praises God as her “Saviour”, for he “looked with favour on the lowliness of his servant” (Lk 1:48).
I find it helpful to see myself reflected in the passage of Ezekiel 16 that speaks of God’s love for Jerusalem. It concludes with the words: “I will establish my covenant with you, and you shall know that I am the Lord, in order that you may remember and be confounded, and never open your mouth again because of your shame, when I forgive you all that you have done” (Ezek 16:62-63). Or again, in that other prophecy of Hosea: “I will bring her into the wilderness and speak tenderly to her… There shall she respond as in the days of her youth, as at the time when she came out of the land of Egypt (2:14-15).
Do we have a lively awareness of this compassion that God feels for us? It is not something optional, or a kind of “evangelical counsel”. No, it is essential. Unless I feel that I am the object of God’s compassion, I cannot understand his love. This is not a reality that can be explained. Either I feel it or I don’t. If I don’t feel it, how can I share it, bear witness to it, bestow it on others? Concretely: am I compassionate towards this or that brother or sister, that bishop, that priest? … Or do I constantly tear them down by my attitude of condemnation, of indifference?
On this lively awareness also depends the ability to be loyal in our own ministry. This also holds true for you, brother cardinals. The readiness of a cardinal to shed his own blood – as signified by the scarlet colour of your robes – is secure if it is rooted in this awareness of having been shown compassion and in the ability to show compassion in turn. Otherwise, one cannot be loyal. So many disloyal actions on the part of ecclesiastics are born of the lack of a sense of having been shown compassion, and by the habit of averting one’s gaze, the habit of indifference.
Today, let us implore, through the intercession of the apostle Peter, the grace to have a compassionate heart, in order to be witnesses of the One who has looked with favour upon us, who chose us, consecrated us and sent us to bring to everyone his Gospel of salvation.


Traduzione in lingua spagnola
En el centro del episodio evangélico que hemos escuchado (Mc 6,30-37a) está la «compasión» de Jesús (cf. v. 34). Compasión, una palabra clave del Evangelio; está escrita en el corazón de Cristo, está escrita desde siempre en el corazón de Dios.
En los Evangelios, a menudo vemos a Jesús que siente compasión por las personas que sufren. Y cuanto más leemos y contemplamos, mejor entendemos que la compasión del Señor no es una actitud ocasional y esporádica, sino constante, es más, parece ser la actitud de su corazón, en el que se encarnó la misericordia de Dios.
Marcos, por ejemplo, cuenta que cuando Jesús empezó a recorrer Galilea predicando y expulsando a los demonios, se le acercó un leproso, «suplicándole de rodillas: “Si quieres, puedes limpiarme”. Compadecido, extendió la mano y lo tocó diciendo: “Quiero: queda limpio”» (1,40-42). En este gesto y en estas palabras está la misión de Jesús Redentor del hombre: Redentor en la compasión. Él encarna la voluntad de Dios de purificar al ser humano enfermo de la lepra del pecado; Él es la “mano extendida de Dios” que toca nuestra carne enferma y realiza esta obra llenando el abismo de la separación.
Jesús va a buscar a las personas descartadas, las que ya no tienen esperanza. Como ese hombre paralítico durante treinta y ocho años, postrado cerca de la piscina de Betesda, esperando en vano que alguien lo ayude a bajar al agua (cf. Jn 5,1-9).
Esta compasión no ha surgido en un momento concreto de la historia de la salvación, no, siempre ha estado en Dios, impresa en su corazón de Padre. Lo vemos en la historia de la vocación de Moisés, cuando Dios le habla desde la zarza ardiente y le dice: «He visto la opresión de mi pueblo en Egipto y he oído sus quejas [...]; conozco sus sufrimientos» (Ex 3,7).
El amor de Dios por su pueblo está imbuido de compasión, hasta el punto que, en esta relación de alianza, lo divino es compasivo, mientras parece que por desgracia lo humano está muy desprovisto de ella, y le resulta lejana. Dios mismo lo dice: «¿Cómo podría abandonarte, Efraín, entregarte, Israel? […] Mi corazón está perturbado, se conmueven mis entrañas. […] Porque yo soy Dios, y no hombre; santo en medio de vosotros, y no me dejo llevar por la ira» (Os 11,8-9).
Los discípulos de Jesús demuestran con frecuencia que no tienen compasión, como en este caso, ante el problema de dar de comer a las multitudes. Básicamente dicen: “Que se las arreglen...”. Es una actitud común entre nosotros los humanos, también para las personas religiosas e incluso dedicadas al culto. El papel que ocupamos no es suficiente para hacernos compasivos, como lo demuestra el comportamiento del sacerdote y el levita que, al ver a un hombre moribundo al costado del camino, pasaron de largo dando un rodeo (cf. Lc 10,31-32). Habrán pensado para sí: “No me concierne”. Siempre hay justificaciones; a veces están codificadas y dan lugar a los “descartes institucionales”, como en el caso de los leprosos: “Por supuesto, han de estar fuera, es lo correcto”. De esta actitud muy, demasiado humana, se derivan también estructuras de no-compasión.
Llegados a este punto podemos preguntarnos: ¿Somos conscientes de que hemos sido los primeros en ser objeto de la compasión de Dios? Me dirijo en particular a vosotros, hermanos Cardenales y a los que estáis a punto de serlo: ¿Está viva en vosotros esta conciencia, de haber sido y de estar siempre precedidos y acompañados por su misericordia? Esta conciencia era el estado permanente del corazón inmaculado de la Virgen María, quien alaba a Dios como a “su salvador” que «ha mirado la humildad de su esclava» (Lc 1,48).
A mí me ayudó mucho verme reflejado en la página de Ezequiel 16: la historia del amor de Dios con Jerusalén; en esa conclusión: «Yo estableceré mi alianza contigo y reconocerás que yo soy el Señor, para que te acuerdes y te avergüences y no te atrevas nunca más a abrir la boca por tu oprobio, cuando yo te perdone todo lo que hiciste» (62-63). O en ese otro oráculo de Oseas: «La llevo al desierto, le hablo al corazón. […] Allí responderá como en los días de su juventud, como el día de su salida de Egipto» (2,16-17).
¿Tenemos viva en nosotros la conciencia de esta compasión de Dios hacia nosotros? No es una opción, ni siquiera diría de un “consejo evangélico”. No. Se trata de un requisito esencial. Si no me siento objeto de la compasión de Dios, no comprendo su amor. No es una realidad que se pueda explicar. O la siento o no la siento. Y si no la siento, ¿cómo puedo comunicarla, testimoniarla, darla? Concretamente: ¿Tengo compasión de ese hermano, de ese obispo, de ese sacerdote? ¿O destruyo siempre con mi actitud de condena, de indiferencia?
La capacidad de ser leal en el propio ministerio depende también de esta conciencia viva. También para vosotros, hermanos Cardenales. La disponibilidad de un Purpurado a dar su propia sangre —que está simbolizada por el color rojo de la vestidura—, es segura cuando se basa en esta conciencia de haber recibido compasión y en la capacidad de tener compasión. De lo contrario, no se puede ser leal. Muchos comportamientos desleales de hombres de Iglesia dependen de la falta de este sentido de la compasión recibida, y de la costumbre de mirar a otra parte, la costumbre de la indiferencia.
Pidamos hoy, por intercesión del apóstol Pedro, la gracia de un corazón compasivo, para que seamos testigos de Aquel que nos miró con misericordia, nos eligió, nos consagró y nos envió a llevar a todos su Evangelio de salvación.


Traduzione in lingua portoghese
No centro da narração evangélica que ouvimos (Mc 6, 30-37a) está a «compaixão» de Jesus (cf. 6, 34). Compaixão, palavra-chave do Evangelho; está escrita no coração de Cristo, está sempre escrita no coração de Deus.
Nos Evangelhos, vemos frequentemente Jesus sentindo compaixão pelas pessoas que sofrem. E quanto mais lemos, mais contemplamos e mais entendemos que a compaixão do Senhor não é uma atitude ocasional e esporádica, mas é constante; mais, parece ser a atitude do seu coração, no qual encarnou a misericórdia de Deus.
Marcos, por exemplo, refere que Jesus, quando começou a andar pela Galileia pregando e expulsando os demónios, «um leproso veio ter com Ele, caiu de joelhos e suplicou: “Se quiseres, podes purificar-me”. Compadecido, Jesus estendeu a mão, tocou-o e disse-lhe: “Quero, fica purificado”» (1, 40-42). Neste gesto e nestas palavras, temos a missão de Jesus, Redentor do homem: Redentor na compaixão. Ele encarna a vontade de Deus de purificar o ser humano doente da lepra do pecado; Ele é a «mão estendida de Deus», que toca a nossa carne enferma e, fazendo-o, preenche o abismo da separação.
Jesus vai procurar as pessoas descartadas, aquelas que já estão sem esperança. Como aquele homem, paralítico há trinta e oito anos que jaz perto da piscina de Betzatà esperando, em vão, por alguém que o ajude a mergulhar na água (cf. Jo 5, 1-9).
Esta compaixão não despontou a certo ponto da história da salvação. Não! Sempre existiu em Deus, gravada no seu coração de Pai. Vemo-lo na narração da vocação de Moisés, quando Deus lhe fala da sarça ardente dizendo: «Eu bem vi a opressão do meu povo que está no Egito, e ouvi o seu clamor, (...) conheço, na verdade, os seus sofrimentos» (Ex 3, 7).
O amor de Deus pelo seu povo está todo impregnado de compaixão, a ponto de, nesta relação de aliança, o que é divino é compassivo, enquanto aquilo que é humano aparece, infelizmente, tão desprovido, tão longe da compaixão. Di-lo o próprio Deus: «Como poderia abandonar-te, ó Efraim? Entregar-te ó Israel? (...) O meu coração dá voltas dentro de mim, comovem-se as minhas entranhas (…), porque sou Deus e não um homem, sou o Santo no meio de ti e não Me deixo levar pela ira» (Os 11, 8-9).
Muitas vezes, os discípulos de Jesus dão provas de não sentir compaixão, como neste caso da multidão faminta. Basicamente dizem: «Que se arranjem!» É uma atitude comum entre nós, seres humanos, mesmo em pessoas religiosos ou até ligadas ao culto. A função que desempenhamos não basta para nos fazer compassivos, como demonstra o comportamento do sacerdote e do levita que, vendo um homem moribundo na beira da estrada, passaram ao largo (cf. Lc 10, 31-32). Terão dito para consigo: «Não é da minha competência». Há sempre justificações; às vezes até se tornam lei, dando origem a «descartados institucionais», como no caso dos leprosos: «É certo que devem estar fora; é justo assim». Deste comportamento muito humano, demasiado humano, derivam estruturas de não-compaixão.
Neste ponto, podemos perguntar-nos: estamos conscientes – a começar por nós – de que fomos objeto da compaixão de Deus? Dirijo-me em particular a vós, irmãos já Cardeais ou próximo a sê-lo: está viva em vós esta consciência? A consciência de ter sido e continuar a ser incessantemente precedidos e acompanhados pela sua misericórdia? Esta consciência era o estado permanente do coração imaculado da Virgem Maria, que louva a Deus como seu «Salvador, porque pôs os olhos na humildade da sua serva» (Lc 1, 48).
A mim, ajuda-me muito rever-me no capítulo 16 de Ezequiel – a história do amor de Deus por Jerusalém –, mais concretamente na conclusão: «Estabelecerei contigo a minha aliança e, então, saberás que Eu sou o Senhor, a fim de que te lembres de Mim e sintas vergonha e não abras mais a boca no meio da tua confusão, quando Eu te perdoar tudo o que fizeste» (16, 62-63). Ou então neste oráculo de Oseias: «Ao deserto a conduzirei, para lhe falar ao coração. (...) Aí, ela responderá como no tempo da sua juventude, como nos dias em que subiu da terra do Egito» (2, 16-17).
Em nós, está viva a consciência desta compaixão de Deus por nós? Não se trata duma coisa facultativa, nem – diria – dum «conselho evangélico». Não! É um requisito essencial. Se não me sinto objeto da compaixão de Deus, não compreendo o seu amor. Não é uma realidade que se possa explicar. Ou a sinto, ou não. E, se não a sinto, como posso comunicá-la, testemunhá-la, dá-la? Concretamente: Tenho compaixão pelo irmão tal, pelo bispo tal, pelo padre tal? Ou sempre destruo com a minha atitude de condenação, de indiferença?
Desta consciência viva depende também a capacidade de ser leal no próprio ministério. Vale também para vós, irmãos Cardeais. A disponibilidade de um Purpurado para dar o seu próprio sangue – significado na cor vermelha das suas vestes – é certa, quando está enraizada nesta consciência de ter recebido compaixão e na capacidade de ter compaixão. Caso contrário, não se pode ser leal. Muitos comportamentos desleais de homens de Igreja dependem da falta deste sentimento da compaixão recebida e do hábito de passar ao largo, do hábito da indiferença.
Peçamos hoje, por intercessão do apóstolo Pedro, a graça dum coração compassivo, para ser testemunhas d’Aquele que nos olhou com misericórdia, escolheu, consagrou e enviou para levar a todos o seu Evangelho de salvação.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 5 ottobre 2019


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