Accoglienza ufficiale all’Aeroporto di Budapest, Incontro con il Presidente della Repubblica e con il Primo Ministro e Incontro con i Vescovi

Papa e Vescovi UngheriaAccoglienza ufficiale all’Aeroporto di Budapest, Incontro con il Presidente della Repubblica e con il Primo Ministro nella Sala Romanica del Museo delle Belle Arti

All’arrivo all’Aeroporto Internazionale di Budapest, alle ore 7.45, il Santo Padre Francesco è stato accolto dal Vice-Primo Ministro della Repubblica di Ungheria, Sig. Zsolt Semjén. Due bambini in abito tradizionale hanno consegnato un omaggio floreale al Papa.

Dopo la presentazione delle rispettive Delegazioni, il Papa e il Vice-Primo Ministro si sono trasferiti in auto al Museo delle Belle Arti di Budapest.

Al Suo arrivo al Museo, il Santo Padre è stato accolto dal Presidente della Repubblica, Sig. János Áder, e dal Primo Ministro, Sig. Viktor Orbán, e insieme si sono recati nella Sala Romanica del Museo. Quindi, dopo la foto ufficiale, ha avuto luogo l’incontro privato.

Al termine dell’incontro, dopo lo scambio dei doni, Papa Francesco si è recato nella Sala Rinascimentale del Museo delle Belle Arti, dove, alle ore 9.15, ha incontrato i Vescovi della Conferenza Episcopale Ungherese.

Incontro con i Vescovi nella Sala Rinascimentale del Museo delle Belle Arti di Budapest

Alle ore 9.15, nella Sala Rinascimentale del Museo delle Belle Arti di Budapest, il Santo Padre Francesco ha incontrato i Vescovi della Conferenza Episcopale Ungherese.

Dopo il saluto di benvenuto del Presidente della Conferenza Episcopale, S.E. Mons. András Veres, Vescovo di Győr, il Papa ha pronunciato il suo discorso. Quindi, dopo la recita del Padre Nostro e la benedizione finale, Papa Francesco ha salutato individualmente i Vescovi e, dopo la foto di gruppo, si è recato nella Sala dei Marmi per incontrare i Rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese e alcune Comunità Ebraiche dell’Ungheria.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre ha pronunciato ai presenti:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli nell’Episcopato, buongiorno!

Sono molto contento di trovarmi qui in mezzo a voi in occasione della conclusione del 52° Congresso Eucaristico Internazionale. Sono grato a Mons. András Veres per il benvenuto che mi ha rivolto e anche per il regalo che mi ha fatto a nome di tutti voi: molto bello, molto bello! Grazie. E saluto tutti voi, ringraziandovi per l’accoglienza e per la promozione di questo evento, che ci ricorda la centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa.

Desidero condividere alcuni pensieri proprio partendo dal gesto eucaristico: nel Pane e nel Vino vediamo Cristo che offre il suo Corpo e il suo Sangue per noi. La Chiesa di Ungheria, con la sua lunga storia, segnata da una incrollabile fede, da persecuzioni e dal sangue dei martiri, è associata in modo particolare al sacrificio di Cristo. Tanti fratelli e sorelle, tanti vescovi e presbiteri hanno vissuto ciò che celebravano sull’altare: sono stati macinati come chicchi di grano, perché tutti potessero essere sfamati dall’amore di Dio; sono stati torchiati come l’uva, perché il sangue di Cristo diventasse linfa di vita nuova; sono stati spezzati, ma la loro offerta d’amore è stata un seme evangelico di rinascita piantato nella storia di questo popolo.

Guardando a quella storia, storia passata, fatta di martirio e di sangue, possiamo incamminarci verso il futuro con lo stesso desiderio dei martiri: vivere la carità e testimoniare il Vangelo. Ma sempre bisogna tenere insieme, nella vita della Chiesa, queste due realtà: custodire il passato e guardare al futuro. Custodire le nostre radici religiose, custodire la storia da cui proveniamo, senza però restare con lo sguardo rivolto indietro: guardare al futuro, guardare avanti e trovare nuove vie per annunciare il Vangelo.

Conservo vivo nel cuore il ricordo delle Suore ungheresi della Società di Gesù (Englische Fräulein), le quali, a causa della persecuzione religiosa, dovettero lasciare la loro patria. Con il coraggio della loro personalità e la fedeltà alla vocazione fondarono il Collegio “Maria Ward” nella città di Plátanos, vicino alla capitale Buenos Aires. Dalla loro fortezza, dal loro coraggio, dalla loro pazienza e dal loro amore alla patria ho imparato molto; per me sono state una testimonianza. Ricordandole oggi qui, rendo anche omaggio a tanti uomini e donne che dovettero andare in esilio e anche a quanti hanno dato la vita per la patria e per la fede.

Come Pastori siete chiamati anzitutto a ricordare questo al vostro popolo: la tradizione cristiana – come affermava Benedetto XVI – «non è una collezione di cose, di parole, come una scatola di cose morte; la Tradizione è il fiume della vita nuova che viene dalle origini, da Cristo fino a noi, e ci coinvolge nella storia di Dio con l’umanità» (Udienza generale, 3 maggio 2006). Avete scelto come tema del Congresso un versetto del Salmo 88: «Sono in te tutte le mie sorgenti». Ecco, la Chiesa proviene dalla sorgente che è Cristo ed è inviata perché il Vangelo, come un fiume d’acqua viva, infinitamente più largo e accogliente del vostro grande Danubio, raggiunga l’aridità del mondo e del cuore dell’uomo, purificandolo e dissetandolo. Il ministero episcopale, allora, non serve a ripetere una notizia del passato, ma è voce profetica della perenne attualità del Vangelo, nella vita del Popolo santo di Dio e nella storia di oggi.

Vorrei suggerirvi alcune indicazioni per portare avanti questa missione.

La prima: essere annunciatori del Vangelo. Non dimentichiamo che al centro della vita della Chiesa c’è l’incontro con Cristo. A volte, specialmente quando la società che ci circonda non sembra entusiasta della nostra proposta cristiana, la tentazione è quella di chiuderci nella difesa delle istituzioni e delle strutture. Il vostro Paese, oggi, è attraversato da grandi cambiamenti che investono in generale l’Europa intera. Dopo il lungo tempo in cui è stato impedito di professare la fede, con l’avvento della libertà ci sono sfide nuove da affrontare, in un contesto in cui cresce il secolarismo e si affievolisce la sete di Dio. Ma ricordiamoci: la sorgente d’acqua viva, che sempre scorre e disseta, è Cristo. Le strutture, le istituzioni, la presenza della Chiesa nella società servono solo a risvegliare nelle persone la sete di Dio e a portare loro l’acqua viva del Vangelo. Perciò, a voi Vescovi è richiesto anzitutto questo: non la burocratica amministrazione delle strutture, questo lo facciano altri; non la ricerca di privilegi e vantaggi. Per favore, siate servi. Servitori, non principi. Che cosa vi chiedo? La passione ardente per il Vangelo, così com’è: il Vangelo. Fedeltà e passione al Vangelo. Essere testimoni e annunciatori della Buona Notizia, diffusori di gioia, vicini ai sacerdoti – vicini ai sacerdoti – e ai religiosi con cuore paterno, esercitando l’arte dell’ascolto.

Mi permetto di uscire dal testo e di ricordarvi le quattro vicinanze del vescovo. La vicinanza a Dio è la prima. Io, come fratello, ti domando: tu preghi? O vai solo a dire il breviario? Il tuo cuore prega? Tu, prendi tempo per pregare? “Ma, è che sono tanto indaffarato…”. Ma nell’indaffaratismo di ogni giorno, metti anche quello: pregare. Secondo: vicinanza tra voi. La fratellanza episcopale, la conferenza episcopale, è una grazia. Nessuno di voi la pensa uguale all’altro: questa è ricchezza. Cercate però di mettere nell’unità dell’episcopato anche le differenze e non cercate la strada delle cordate. Tutti fratelli. Tu la pensi diversamente da me, ma sei fratello. Discutiamo? Discutiamo. Gridiamo? Gridiamo. Ma come fratelli, questo non si tocca: l’unità della Conferenza episcopale. È una grazia: dobbiamo chiederla. È custodire il popolo di Dio nell’unità dei vescovi. La terza vicinanza è quella che ho citato: vicinanza ai sacerdoti. Il “prossimo più prossimo” del vescovo è il prete. Io vi dico una cosa che mi addolora tanto. Ho trovato, in alcune diocesi, sia nella mia patria, quando stavo lì, nella diocesi precedente, sia adesso che sono a Roma, preti che si lamentano, difficili: ma si lamentano perché hanno voglia, hanno necessità di parlare con il vescovo. Così dicono. E tante volte ho sentito questo: “Ho chiamato e la segretaria ha detto che è troppo indaffarato, che ha guardato e mi ha detto: ‘entro tre settimane può darsi, vi darà un appuntamento di un quarto d’ora’”. E il prete dice: “no, grazie, così non voglio”, oppure: “sì”. Ma non va. Il prete sente lontano il vescovo, non lo sente padre. Vi do un consiglio, da fratello: quando voi tornerete in vescovado dopo una missione, dopo una visita a una parrocchia, stanchi, e vedrete la chiamata di un prete, chiamatelo: lo stesso giorno o al massimo il giorno seguente: non oltre. La vicinanza. E quel prete, se viene chiamato subito, saprà che ha un padre. Questo è molto importante. Vicinanza ai preti, e ciò significa anche ai religiosi. “Eh, ma sa, questo prete è difficile…”. Ma, dimmi, quale padre non ha un figlio difficile? Tutti. I figli si amano come sono, non come io vorrei che fossero. E poi, la quarta vicinanza: vicinanza al santo popolo fedele di Dio. Per favore, non dimenticatevi del vostro popolo, da dove il Signore vi ha preso. “Io ti ho preso da dietro il gregge”: non dimenticarti del gregge dal quale sei stato tolto. Paolo, che cosa raccomandava a Timoteo? “Ricorda tua mamma e tua nonna, il tuo popolo”. L’autore della Lettera agli Ebrei diceva: “Ricordati di coloro che ti hanno iniziato alla fede”. Quanti umili catechisti, quante nonne ci sono dietro. Il cuore stia vicino al popolo. È brutto quando il cuore di un vescovo si allontana dal popolo. Le quattro vicinanze. Fate un esame di coscienza su come vanno: credo bene, ma mi piace ribadirle. Vicinanza a Dio, vicinanza tra voi – “vedo alcuni con una peculiarità speciale storica, liturgica, e altri così differenti”: vicinanza alla loro liturgia, alla loro storia, senza voglia di prenderli, latinizzarli: no, per favore, no. Vicinanza tra voi, vicinanza con i sacerdoti e vicinanza al santo popolo fedele di Dio. Per essere vescovo oggi – sempre, ma sottolineo, oggi – bisogna esercitare l’arte dell’ascolto. E non è facile. Non abbiate paura di dare spazio alla Parola di Dio e di coinvolgere i laici: saranno i canali attraverso i quali il fiume della fede irrigherà nuovamente l’Ungheria.

Una seconda indicazione: essere testimoni di fraternità. Il vostro Paese è luogo in cui convivono da tempo persone provenienti da altri popoli. Varie etnie, minoranze, confessioni religiose e migranti hanno trasformato anche questo Paese in un ambiente multiculturale. Questa realtà è nuova e, almeno in un primo momento, spaventa. La diversità fa sempre un po’ paura perché mette a rischio le sicurezze acquisite e provoca la stabilità raggiunta. Tuttavia, è una grande opportunità per aprire il cuore al messaggio evangelico: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Davanti alle diversità culturali, etniche, politiche e religiose, possiamo avere due atteggiamenti: chiuderci in una rigida difesa della nostra cosiddetta identità oppure aprirci all’incontro con l’altro e coltivare insieme il sogno di una società fraterna. Mi piace qui ricordare che proprio in questa Capitale europea, nel 2017, vi siete incontrati con i rappresentanti di altre Conferenze Episcopali dell’Europa centro-orientale e avete ribadito che l’appartenenza alla propria identità non deve mai diventare motivo di ostilità e di disprezzo degli altri, bensì un aiuto per dialogare con culture diverse. Dialogare, senza negoziare la propria appartenenza.

Sopra il grande fiume che attraversa questa città si staglia l’imponente Ponte delle Catene: sostituì un fragile ponte di legno e servì a unire Buda e Pest. Se vogliamo che il fiume del Vangelo raggiunga la vita delle persone, facendo germogliare anche qui in Ungheria una società più fraterna e solidale, abbiamo bisogno che la Chiesa costruisca nuovi ponti di dialogo. Come Vescovi, vi chiedo di mostrare sempre, insieme ai sacerdoti e ai collaboratori pastorali, il volto vero della Chiesa: è madre. È madre! Un volto accogliente verso tutti, anche verso chi proviene da fuori, un volto fraterno, aperto al dialogo. Siate Pastori che hanno a cuore la fraternità. Non padroni del gregge, ma padri e fratelli. Lo stile della fraternità, che vi chiedo di coltivare con i sacerdoti e con tutto il Popolo di Dio, diventi un segno luminoso per l’Ungheria. Così, prenderà forma una Chiesa in cui specialmente i laici, in ogni ambito della loro vita quotidiana, familiare, sociale e professionale, diventeranno lievito di fraternità evangelica. La Chiesa ungherese sia costruttrice di ponti e promotrice di dialogo!

Infine, la terza cosa, essere costruttori di speranza. Se mettiamo il Vangelo al centro e lo testimoniamo nell’amore fraterno, possiamo guardare al futuro con speranza, anche se oggi attraversiamo piccole o grandi tempeste. Questo è ciò che la Chiesa è chiamata a diffondere nella vita delle persone: la certezza rasserenante che Dio è misericordia, che ci ama in ogni istante della vita ed è sempre pronto a perdonarci e a rialzarci. Non dimenticatevi lo stile di Dio, che è uno stile di prossimità, compassione e tenerezza. Questo è lo stile di Dio. Andiamo su questa strada, con lo stesso stile. La tentazione di abbatterci e scoraggiarci non viene mai da Dio. Mai. Viene dal nemico, ma si alimenta in tante situazioni: dietro la facciata del benessere, dietro un vestito di tradizioni religiose si possono nascondere tanti lati oscuri. La Chiesa in Ungheria ha avuto recentemente modo di riflettere su come il passaggio dall’epoca della dittatura a quello di una ritrovata libertà sia una transizione segnata da contraddizioni: il degrado della vita morale, l’aumento della malavita, il commercio della droga, fino alla piaga del traffico di organi e a tanti fatti di bambini, assassinati per questo. Ci sono problemi sociali: le difficoltà delle famiglie, la povertà, le ferite che colpiscono il mondo giovanile, in un contesto nel quale la democrazia ha ancora bisogno di consolidarsi. La Chiesa non può che essere protagonista di vicinanza, dispensatrice di attenzione e consolazione per le persone, affinché non si lascino mai rubare la luce della speranza. L’annuncio del Vangelo rinvigorisce la speranza perché ci ricorda che in tutto ciò che viviamo Dio è presente, ci accompagna, ci dà coraggio, ci dà creatività per iniziare sempre una storia nuova. È commovente ricordare quanto affermava il Venerabile Cardinale József Mindszenty, figlio e padre di questa Chiesa e di questa terra, il quale, alla fine di una vita colma di sofferenze a causa della persecuzione, ha lasciato queste parole di speranza: «Dio è giovane. Il futuro è suo. È Lui che evoca ciò che è nuovo, giovane e il domani negli individui e nei popoli. Perciò non possiamo abbandonarci alla disperazione» (Messaggio al Presidente del Comitato organizzatore e agli ungheresi in esilio, in J. Közi Horváth, Mindszenty bíboros, 111). Dio è giovane.

Davanti alle crisi, sociali o ecclesiali, possiate sempre essere costruttori di speranza. Come Vescovi del Paese, avere sempre parole di incoraggiamento. Non si trovino sulle vostre labbra espressioni che segnano distanze e impongono giudizi, ma che aiutino il Popolo di Dio a guardare con fiducia al futuro, aiutino le persone a diventare protagoniste libere e responsabili della vita, che è un dono di grazia da accogliere, non un rompicapo da risolvere. Il cubo del vostro bravo e celebre architetto Rubik rimane un gioco geniale, non un modello per la vita! E ricordatevi: pastori del gregge. Il pastore deve essere dentro al gregge: all’inizio del gregge per indicare il cammino, in mezzo al gregge per capirne l’odore, dietro al gregge per aiutare coloro che rimangono indietro e anche per lasciare che il gregge vada un po’ avanti, perché ha un fiuto speciale per indicare dove ci sono i terreni buoni, nutrienti.

Cari fratelli, anche l’Ungheria ha bisogno di un rinnovato annuncio del Vangelo, di una nuova fraternità sociale e religiosa, di una speranza da costruire giorno per giorno per guardare al futuro con gioia. Voi siete i Pastori protagonisti di questo processo storico, di questa bella avventura. Fratelli, Dio vi confermi nella gioia della missione – la gioia della missione! Io vi ringrazio per tutto quello che fate e vi benedico di cuore. La Madonna vi protegga e San Giuseppe vi custodisca. E, se avete un po’ di tempo, pregate per il Papa. Grazie.

Traduzione in lingua francese

Chers frères dans l’Episcopat, bonjour!

Je suis très content de me trouver ici au milieu de vous à l’occasion de la conclusion du 52e Congrès Eucharistique International. Je suis reconnaissant à Mgr András Veres pour la bienvenue qu’il m’a souhaitée et de même pour le cadeau qu’il m’a fait en votre nom à tous: très beau, très beau! Merci. Et je vous salue tous, vous remerciant pour l’accueil et pour la promotion de cet évènement, qui rappelle la centralité de l’Eucharistie dans la vie de l’Eglise.

Je voudrais partager quelques réflexions en partant du geste eucharistique: dans le Pain et dans le Vin nous voyons le Christ qui offre son Corps et son Sang pour nous. L’Eglise en Hongrie, avec sa longue histoire – marquée par une foi inébranlable, par des persécutions et par le sang des martyrs – est associée de façon particulière au sacrifice du Christ. Beaucoup de frères et sœurs, beaucoup d’évêques et de prêtres ont vécu ce qu’ils célébraient sur l’autel: ils ont été moulus comme des grains de blé afin que tous puissent être nourris par l’amour de Dieu; ils ont été pressés comme des raisins pour que le sang du Christ devienne la lymphe d’une vie nouvelle; ils ont été brisés, mais leur offrande d’amour a été une semence évangélique de renaissance plantée dans l’histoire de ce peuple.

En regardant cette histoire, une histoire passée, faite de martyre et de sang, nous pouvons marcher vers l’avenir avec le même désir des martyrs: vivre la charité et témoigner l’Evangile. Mais dans la vie de l’Eglise il faut toujours tenir ensemble ces deux réalités: veiller sur le passé et regarder vers l’avenir. Garder nos racines religieuses, garder l’histoire d’où nous venons, sans cependant regarder en arrière: regarder vers l’avenir, regarder devant et trouver de nouvelles voies pour annoncer l’Evangile.

Je conserve vivant dans le cœur le souvenir des Sœurs hongroises de la Société de Jésus (Englische Fräulein), qui, à cause de la persécution religieuse, ont dû laisser leur patrie. Avec le courage de leur personnalité et leur fidélité à leur vocation, elles ont fondé le Collège “Maria Ward” dans la ville de Plátanos, proche de la capitale Buenos Aires. De leur force, leur courage, leur patience et leur amour de la patrie j’ai beaucoup appris; pour moi elles ont été un témoignage. En me souvenant d’elles ici aujourd’hui, je rends aussi hommage à de nombreux hommes et femmes qui ont dû aller en exil mais encore à tous ceux qui ont donné la vie pour la patrie et pour la foi.

Comme Pasteurs, vous êtes d’abord appelés à rappeler ceci à votre peuple: la tradition chrétienne – comme affirmait Benoît XVI – «n’est pas une collection de choses, de mots, comme une boîte remplie de choses mortes; la Tradition est le fleuve de la vie nouvelle qui vient des origines, du Christ jusqu'à nous, et qui nous fait participer à l'histoire de Dieu avec l'humanité» (Audience générale, 3 mai 2006). Vous avez choisi comme thème du Congrès un verset du Psaume 88: «En toi, toutes nos sources». L’Eglise vient de la source qui est le Christ et est envoyée afin que l’Evangile, comme un fleuve d’eau vive, infiniment plus large et accueillant que votre grand Danube, atteigne l’aridité du monde et du cœur de l’homme, en le purifiant et en le désaltérant. Le ministère épiscopal ne sert donc pas répéter une nouvelle du passé, mais il est la voix prophétique de l’actualité perpétuelle de l’Evangile dans la vie du Peuple saint de Dieu et dans l’histoire d’aujourd’hui.

Je voudrais vous suggérer quelques indications pour poursuivre votre mission.

La première: être annonciateurs de l’Evangile. N’oublions pas qu’au centre de la vie de l’Eglise il y a la rencontre avec le Christ. Parfois, spécialement lorsque la société qui nous entoure ne semble pas enthousiaste par notre proposition chrétienne, la tentation est celle de s’enfermer dans la défense des institutions et des structures. Votre pays aujourd’hui est traversé par de grands changements qui touchent en général toute l’Europe. Après un long moment où il était interdit de professer la foi, avec l’avènement de la liberté de nouveaux défis à affronter se présentèrent, dans un contexte où le sécularisme grandit et la soif de Dieu s’affaiblit. Mais rappelons-nous: la source d’eau vive, qui coule toujours et désaltère, est le Christ. Les structures, les institutions, la présence de l’Eglise dans la société servent seulement à réveiller dans les personnes la soif de Dieu et à leur porter l’eau vive de l’Evangile. C’est pourquoi il vous est demandé avant tout, à vous les évêques, ceci: non pas la bureaucratie administrative des structures, que d’autres fassent cela; non pas la recherche des privilèges et avantages. S’il vous plaît, soyez des serviteurs. Des serviteurs, non pas des princes. Qu’est-ce que je vous demande? La passion ardente pour l’Evangile, tel qu’il est: l’Evangile. Fidélité et passion à l’Evangile. Etre des témoins et des annonciateurs de la Bonne Nouvelle, diffuseurs de joie, proches des prêtres – proches des prêtres – et des religieux avec un cœur paternel, exerçant l’art de l’écoute.

Je me permets de sortir du texte et de vous rappeler les quatre proximités de l’évêque. La proximité à Dieu est la première. Moi, comme frère, je te demande: tu pries? Ou tu vas seulement dire le bréviaire? Ton cœur prie-t-il? Toi, prends-tu le temps pour prier? “Mais, c’est que je suis trop occupé…” Mais dans ton activisme de chaque jour, mets aussi ceci: prier. Deuxièmement: proximité entre vous. La fraternité épiscopale, la conférence épiscopale, est une grâce. Aucun de vous ne pense la même chose que l’autre: c’est une richesse. Mais cherchez à mettre aussi dans l’unité de l’épiscopat les différences et ne cherchez pas la route des cordes. Tous frères. Tu penses différemment de moi, mais tu es frère. Discutons? Discutons. Crions? Crions. Mais comme des frères, on ne touche pas à ça: l’unité de la Conférence épiscopale. C’est une grâce: nous devons la demander. C’est garder le peuple de Dieu dans l’unité des évêques. La troisième proximité est celle que j’ai citée: proche des prêtres. Le “prochain le plus proche” de l’évêque est le prêtre. Je vous dis une chose qui me fait tant de peine. J’ai trouvé, dans certains diocèses, que ce soit dans ma patrie, quand j’étais là-bas, dans le diocèse précédent, que ce soit maintenant à Rome, des prêtres qui se plaignent, difficiles: mais ils se plaignent parce qu’ils ont envie, ils ont besoin de parler avec l’évêque. Ils disent ainsi. Et plusieurs fois j’ai entendu ceci: “J’ai appelé et la secrétaire a dit qu’il est très occupé, qu’il a vu et elle m’a dit: ‘dans trois semaines, peut-être, il vous donnera une rendez-vous d’un quart d’heure’”. Et le prêtre dit: “Non, merci, je ne veux pas”, ou: “oui”. Mais ça ne va pas. Le prêtre sent son évêque loin, il ne le sent pas père. Je vous conseille, comme frère: quand vous rentrerez à l’évêché après une mission, après une visite dans une paroisse, fatigués, et vous verrez l’appel d’un prêtre, appelez-le: le même jour ou au maximum le jour suivant: pas plus. La proximité. Et ce prêtre, s’il est appelé immédiatement, saura qu’il a un père. C’est très important. Proximité aux prêtres, et cela signifie aussi aux religieux. “Eh, mais vous savez, ce prêtre est difficile…” Mais, dis-moi, quel père n’a pas un enfant difficile? Tous. Les enfants, on les aime tels qu’ils sont, non pas comme je voudrais qu’ils soient. Et puis, la quatrième proximité: proximité au saint peuple fidèle de Dieu. S’il vous plaît, n’oubliez pas votre peuple, d’où le Seigneur vous pris. “Je t’ai pris derrière ton troupeau”: n’oublie pas le troupeau d’où tu as été enlevé. Paul, qu’est-ce qu’il recommandait à Timothée? “Souviens-toi de ta maman et de ta grand-mère, ton peuple”. L’auteur de la Lettre aux Hébreux disait: “Souviens-toi de ceux qui t’ont initié à la foi”. Combien d’humbles catéchistes, combien de grands-mères sont derrière nous. Que le cœur soit proche du peuple. C’est mauvais quand le cœur d’un évêque s’éloigne du peuple. Les quatre proximités. Faites un examen de conscience sur la façon dont elles vont: je crois bien, mais j’aime le répéter. Proximité à Dieu, proximité entre vous – “je vois certains avec une spéciale particularité historique, liturgique, et d’autres différents: proximité à leur liturgie, à leur histoire, sans envie de les prendre, de les latiniser: non, s’il vous plaît, non. Proximité entre vous, proximité avec les prêtres et proximité au saint peuple fidèle de Dieu. Pour être évêque aujourd’hui – toujours, mais je souligne, aujourd’hui – il faut exercer l’art de l’écoute. Et ce n’est pas facile.” N’ayez pas peur de mettre à l’honneur la Parole de Dieu et d’impliquer les laïcs: ils seront des canaux par lesquels le fleuve de la foi irriguera de nouveau la Hongrie.

Une deuxième indication: être témoins de fraternité. Votre pays est l’endroit où cohabitent depuis longtemps des personnes venant d’autres peuples. Différentes ethnies, minorités, confessions religieuses et migrants ont aussi transformé ce pays en un environnement multiculturel. Cette réalité est nouvelle et, au moins au début, faisait peur. La diversité fait toujours un peu peur parce qu’elle met en péril les sécurités acquises et brave la stabilité atteinte. Cependant, elle est une grande opportunité pour ouvrir son cœur au message évangélique: «Aimez-vous les uns les autres comme je vous ai aimés» (Jn 15, 12). Devant les diversités culturelles, ethniques, politiques et religieuses, nous pouvons avoir deux attitudes: nous enfermer dans une défense radicale de notre soi-disant identité ou nous ouvrir à la rencontre avec l’autre et cultiver ensemble le rêve d’une société fraternelle. J’aime rappeler ici que dans cette capitale européenne, en 2017, vous vous êtes rencontrés avec les représentants d’autres Conférences Episcopales de l’Europe centrale et orientale et vous avez alors réaffirmé que l’appartenance à son identité ne doit jamais devenir un motif d’hostilité et de mépris des autres, mais plutôt une aide pour dialoguer avec des cultures différentes. Dialoguer, sans négocier son appartenance.

Sur le grand fleuve qui traverse cette ville se dresse l’imposant Pont des Chaînes: il a remplacé un fragile pont de bois et a servi à unir Buda et Pest. Si nous voulons que le fleuve de l’Evangile atteigne la vie des personnes, en faisant germer aussi ici en Hongrie une société plus fraternelle et solidaire, nous avons besoin que l’Eglise construise de nouveaux ponts de dialogue. Comme Evêques, je vous demande de montrer toujours, avec les prêtres et les collaborateurs pastoraux, le visage vrai de l’Eglise: elle est mère. Elle est mère! Un visage accueillant envers tous, y compris ceux qui viennent de l’extérieur, fraternel, ouvert au dialogue. Soyez des Pasteurs qui ont à cœur la fraternité. Non pas des patrons du troupeau, mais des pères et frères. Que le style de la fraternité, que je vous demande de cultiver avec les prêtres et avec tout le Peuple de Dieu, devienne un signe lumineux pour la Hongrie. Ainsi prendra forme une Eglise où spécialement les laïcs, dans chaque domaine de leur vie quotidienne, familiale, sociale et professionnelle, deviendront le levain de fraternité évangélique. Que l’Eglise hongroise soit construite de ponts et promotrice de dialogue!

Enfin, la troisième chose, être constructeurs d’espérance. Si nous mettons l’Evangile au centre et le témoignons dans l’amour fraternel, nous pouvons regarder l’avenir avec espérance, même si aujourd’hui nous traversons de petites et grandes tempêtes. C’est ce que l’Eglise est appelée à répandre dans la vie des personnes: la certitude rassurante que Dieu est miséricorde, qu’il nous aime à chaque instant de la vie et est toujours prêt à nous pardonner et à nous relever. N’oubliez pas le style de Dieu, qui est un style de proximité, compassion et tendresse. C’est le style de Dieu. Allons sur cette route, avec le même style. La tentation de nous abattre et de nous décourager ne vient jamais de Dieu. Jamais. Elle vient de l’ennemi, mais elle s’alimente de nombreuses situations: derrière la façade du bien-être, derrière un vêtement de traditions religieuses peuvent se cacher de nombreux côtés obscurs. L’Eglise en Hongrie a récemment eu l’occasion de réfléchir sur la façon dont le passage de l’ère de la dictature à celle d’une liberté retrouvée est une transition marquée par des contradictions: la dégradation de la vie morale, l’augmentation de la mafia, le commerce de la drogue, jusqu’à la plaie du trafic des organes et de nombreux faits d’enfants, assassinés pour cela. Il y a des problèmes sociaux: les difficultés des familles, la pauvreté, les blessures qui frappent le monde des jeunes, dans un contexte où la démocratie a encore besoin de se consolider. L’Eglise ne peut qu’être protagoniste de proximité, dispensatrice d’attention et de consolation pour les personnes, afin qu’elles ne se laissent jamais voler la lumière de l’espérance. L’annonce de l’Evangile revigore l’espérance parce qu’elle nous rappelle qu’en tout ce que nous vivons Dieu est présent, nous accompagne, nous donne courage, nous donne créativité pour commencer toujours une histoire nouvelle. C’est émouvant de rappeler ce qu’affirmait le Vénérable Cardinal József Mindszenty, fils et père de cette Eglise et de cette terre, qui, à la fin d’une vie remplie de souffrances à cause de la persécution, a laissé ces paroles d’espérance: «Dieu est jeune. Le futur lui appartient. C’est lui qui évoque ce qui est nouveau, jeune et l’avenir des individus et des peuples. C’est pourquoi nous ne pouvons pas nous abandonner au désespoir» (Message au Président du Comité organisateur et aux Hongrois en exil, in J. Közi Horváth, Mindszenty bíboros, p. 111). Dieu est jeune.

Devant les crises, sociales ou ecclésiales, puissiez-vous toujours être des constructeurs d’espérance. Comme Evêques du pays, avoir toujours des paroles d’encouragement. Qu’on ne trouve pas sur vos lèvres des expressions qui marquent des distances et imposent des jugements, mais qui aident le Peuple de Dieu à regarder avec confiance l’avenir, aident les personnes à devenir des protagonistes libres et responsables de la vie qui est un don de grâce à accueillir, non pas un casse-tête à résoudre. Le cube de votre valeureux et célèbre architecte Rubik demeure un jeu génial, mais non un modèle pour la vie! Et rappelez-vous: pasteurs du troupeau. Le pasteur doit être à l’intérieur du troupeau: au début du troupeau pour indiquer le chemin, au milieu du troupeau pour en comprendre l’odeur, derrière le troupeau pour aider ceux qui restent en arrière et pour laisser aussi que le troupeau aille un peu de l’avant, parce qu’il a un flair spécial pour indiquer où se trouvent les terrains bons, nourrissants.

Chers frères, même la Hongrie a besoin d’une annonce renouvelée de l’Evangile, d’une nouvelle fraternité sociale et religieuse, d’une espérance à construire jour après jour pour regarder l’avenir avec joie. Vous êtes des Pasteurs protagonistes de ce processus historique, de cette belle aventure. Frères, que Dieu vous confirme dans la joie de la mission – la joie de la mission! Je vous remercie pour tout ce que vous faites et vous bénis de cœur. Que la Vierge Marie vous protège et que saint Joseph vous garde. Et, si vous avez un peu de temps, priez pour le Pape. Merci.

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos en el episcopado:

Me siento muy contento de estar aquí entre ustedes con motivo de la conclusión del 52º Congreso Eucarístico Internacional. Agradezco a Mons. András Veres las palabras de bienvenida que me ha dirigido y también por el regalo que me hizo en nombre de todos ustedes: ¡muy bonito! ¡muy bonito!, gracias. Y los saludo a todos, agradeciéndoles su acogida y la promoción de este evento, que nos recuerda la centralidad de la Eucaristía en la vida de la Iglesia.

Me gustaría compartir algunas reflexiones partiendo precisamente del gesto eucarístico: en el pan y el vino vemos a Cristo que ofrece su Cuerpo y su Sangre por nosotros. La Iglesia de Hungría, con su larga historia, marcada por una fe inquebrantable, por persecuciones y por la sangre de los mártires, está asociada de manera especial al sacrificio de Cristo. Muchos hermanos y hermanas, muchos obispos y sacerdotes vivieron lo que celebraban en el altar; fueron triturados como granos de trigo, para que todos pudieran nutrirse del amor de Dios; fueron prensados como las uvas, para que la sangre de Cristo se convirtiera en savia de vida nueva; fueron partidos como el pan, pero su ofrenda de amor fue una semilla evangélica de renacimiento plantada en la historia de este pueblo.

Mirando esa historia pasada, hecha de martirio y derramamiento de sangre, podemos encaminarnos hacia el futuro con el mismo deseo que los mártires: vivir la caridad y dar testimonio del Evangelio. Sin embargo, debemos mantener siempre juntas, en la vida de la Iglesia, estas dos realidades: custodiar el pasado y mirar al futuro. Custodiar nuestras raíces religiosas, custodiar la historia de la que procedemos, pero sin que nuestra mirada quede en el pasado, sino mirando al futuro, mirando hacia adelante y encontrando nuevas formas de proclamar el Evangelio.

Mantengo vivo en mi corazón el recuerdo de las Hermanas húngaras de la Sociedad de Jesús (Englische Fräulein), que tuvieron que abandonar su patria a causa de la persecución religiosa. Con la fuerza de su personalidad y la fidelidad a su vocación fundaron el Colegio “María Ward” en la ciudad de Plátanos, cerca de la capital Buenos Aires. De su fortaleza, de su valor, de su paciencia y de su amor a la patria aprendí mucho; para mí han sido un testimonio. Al recordarlas hoy aquí, rindo también homenaje a los numerosos hombres y mujeres que tuvieron que exiliarse, así como a los que dieron su vida por su país y por su fe.

Como pastores, ustedes sobre todo están llamados a recordar esto a vuestro pueblo: que la tradición cristiana —como afirmó Benedicto XVI— «no es una colección de cosas, de palabras, como una caja de cosas muertas. La Tradición es el río de la vida nueva, que viene desde los orígenes, desde Cristo, hasta nosotros, y nos inserta en la historia de Dios con la humanidad» (Audiencia general, 3 mayo 2006). Han elegido como tema del Congreso un versículo del Salmo 87: «Todas mis fuentes están en ti». Así es, la Iglesia surge del manantial que es Cristo y es enviada para que el Evangelio, como un río de agua viva ―infinitamente más ancho y acogedor que vuestro gran Danubio―, alcance la aridez del mundo y del corazón del hombre, purificándolo y saciando su sed. El ministerio episcopal, pues, no sirve para repetir una noticia del pasado, sino que es la voz profética de la perenne actualidad del Evangelio en la vida del Pueblo santo de Dios y en la historia de hoy.

Me gustaría sugerirles algunas indicaciones para llevar a cabo esta misión.

La primera es ser anunciadores del Evangelio. No olvidemos que en el centro de la vida de la Iglesia está el encuentro con Cristo. A veces, sobre todo cuando la sociedad que nos rodea no parece entusiasmada con nuestra propuesta cristiana, la tentación es encerrarse en la defensa de las instituciones y las estructuras. Vuestro país atraviesa hoy grandes cambios que afectan en general a toda Europa. Tras el largo tiempo en que se le impidió a la gente profesar su fe, con la llegada de la libertad hay nuevos retos que afrontar, en un contexto en el que crece el secularismo y disminuye la sed de Dios. Pero recordemos que la fuente de agua viva, que siempre corre y sacia nuestra sed, es Cristo. Las estructuras, las instituciones y la presencia de la Iglesia en la sociedad sólo sirven para despertar la sed de Dios que tienen las personas y llevarles el agua viva del Evangelio. Por eso, a ustedes obispos lo que se les pide, sobre todo, no es la administración burocrática de las estructuras, que esto lo hagan otros, ni la búsqueda de privilegios y ventajas. Por favor sean servidores, servidores y no príncipes. ¿Qué les estoy pidiendo? Una ardiente pasión por el Evangelio, tal como el Evangelio es. Fidelidad y pasión al Evangelio. Sean testigos y anunciadores de la Buena Noticia, propagadores de la alegría, cercanos a los sacerdotes, cercanos a los sacerdotes y religiosos con un corazón paternal, ejercitando el arte de la escucha.

Me permito salir del texto y recordarles las cuatro cercanías del obispo. La primera es la cercanía a Dios. Yo, como hermano, te pregunto: ¿tú rezas? ¿O sólo vas a recitar el breviario? ¿Tu corazón reza? ¿Te tomas tiempo para rezar? “Pero, es que estoy tan ocupado…”. Pero en medio de las ocupaciones de cada día, agrega también eso: rezar. Segundo: cercanía entre ustedes. La fraternidad episcopal, la conferencia episcopal, es una gracia. Ninguno de ustedes piensa igual al otro, esta es una riqueza. Pero también intenten poner en la unidad del episcopado las diferencias y no busquen el camino de los grupitos. Todos hermanos. Tú piensas distinto a mí, pero eres hermano. ¿Discutimos? Discutimos. ¿Gritamos? Gritamos. Pero como hermanos, esto no se toca: la unidad de la Conferencia episcopal. Es una gracia, tenemos que pedirla. Es conservar al pueblo de Dios en la unidad de los obispos. La tercera cercanía es la que he citado: cercanía a los sacerdotes. El “prójimo más prójimo” del obispo es el sacerdote. Yo les digo algo que me duele mucho. Encontré, en algunas diócesis, tanto en mi patria, cuando estaba allá, en la diócesis anterior, como ahora que estoy en Roma, sacerdotes que se lamentan, difíciles. Pero se lamentan porque quieren, porque necesitan hablar con el obispo. Así dicen. Y muchas veces escuché esto: “Llamé y la secretaria dijo que está muy ocupado, que miró y me dijo: ‘puede ser dentro de tres semanas, les dará una cita de un cuarto de hora’.” Y el sacerdote dice: “no, gracias, así no quiero”, o bien: “sí”. Pero no va. El sacerdote siente lejano al obispo, no lo siente padre. Les doy un consejo, de hermano: cuando ustedes vuelvan al obispado después de una misión, después de una visita a una parroquia, cansados, y vean la llamada de un sacerdote, llámenlo, el mismo día o al máximo al día siguiente, no después. La cercanía. Y ese sacerdote, si se le llama rápido, sabrá que tiene un padre. Esto es muy importante. Cercanía a los sacerdotes, y eso significa también a los religiosos. “Eh, pero sabe, este sacerdote es difícil…”. Pero, dime, ¿qué padre no tiene un hijo difícil? Todos. Los hijos se aman como son, no como yo querría que fuesen. Y después, la cuarta cercanía: cercanía al santo pueblo fiel de Dios. Por favor, no se olviden de vuestro pueblo, del lugar donde el Señor los ha puesto. “Yo te he tomado detrás del rebaño”, no se olviden del rebaño del que han sido sacados. ¿Qué recomendaba Pablo a Timoteo? “Recuerda a tu madre y a tu abuela, a tu pueblo”. El autor de la Carta a los Hebreos decía: “Acuérdate de aquellos que te han iniciado en la fe”. Cuántos humildes catequistas, cuántas abuelas hay detrás. Que el corazón esté cerca del pueblo. Es feo cuando el corazón de un obispo se aleja del pueblo. Las cuatro cercanías. Hagan un examen de conciencia sobre cómo van, creo que bien, pero me gusta repetirlas. Cercanía a Dios, cercanía entre ustedes –“veo algunos con una peculiaridad histórica, litúrgica especial, y otros así diferentes: cercanía a su liturgia, a su historia, sin querer acogerlos, latinizarlos, no, por favor, no. Cercanía entre ustedes, cercanía con los sacerdotes y cercanía al santo pueblo fiel de Dios. Para ser obispo hoy –siempre, pero subrayo, hoy- es necesario ejercitar el arte de la escucha. Y no es fácil.

No tengan miedo de dar espacio a la Palabra de Dios y de involucrar a los laicos, serán los canales por los que el río de la fe irrigará de nuevo a Hungría.

Una segunda indicación es la de ser testigos de la fraternidad. Su país es un lugar en el que han convivido durante mucho tiempo personas de otros pueblos. Diversas etnias, minorías, confesiones religiosas e inmigrantes también han transformado este país en un ambiente multicultural. Esta realidad es nueva y, al menos en un primer momento, puede asustar. La diversidad siempre da un poco de miedo porque socava las seguridades adquiridas y desafía la estabilidad conseguida. Sin embargo, es una gran oportunidad para abrir el corazón al mensaje del Evangelio: «Ámense los unos a los otros como yo los he amado» (Jn 15,12). Ante la diversidad cultural, étnica, política y religiosa, podemos tener dos actitudes: encerrarnos en una rígida defensa de nuestra supuesta identidad, o abrirnos al encuentro con el otro y cultivar juntos el sueño de una sociedad fraterna. Me gusta recordar aquí que fue en esta misma capital europea, en el año 2017, donde ustedes se reunieron con representantes de otras Conferencias Episcopales de Europa Central y Oriental, y reafirmaron que la pertenencia a la propia identidad nunca debe convertirse en un motivo de hostilidad y desprecio hacia los demás, sino en una ayuda para el diálogo con las diferentes culturas. Diálogo, sin negociar la propia pertenencia.

Sobre el gran río que atraviesa esta ciudad se alza el imponente Puente de las Cadenas. Sustituyó a un frágil puente de madera y sirvió para unir Buda y Pest. Si queremos que el río del Evangelio llegue a la vida de las personas, haciendo germinar una sociedad más fraternal y solidaria también aquí en Hungría, necesitamos que la Iglesia construya nuevos puentes de diálogo. A ustedes, como obispos, les pido que muestren siempre, junto con sus sacerdotes y colaboradores pastorales, el verdadero rostro de la Iglesia que es madre. Es Madre. Un rostro que acoge a todos, también a los que vienen de fuera, un rostro fraterno, abierto al diálogo. Sean pastores que se interesan por la fraternidad. No dueños del rebaño, sino padres y hermanos. Que el estilo de la fraternidad, que les pido que cultiven con los sacerdotes y con todo el Pueblo de Dios, se convierta en un signo luminoso para Hungría. De este modo, se configurará una Iglesia en la que especialmente los laicos, en todos los ámbitos de su vida cotidiana, familiar, social y profesional, se convertirán en fermento de fraternidad evangélica. ¡Que la Iglesia húngara sea constructora de puentes y promotora de diálogo!

Lo tercero y último, ser constructores de esperanza. Si ponemos el Evangelio en el centro y lo testimoniamos con el amor fraterno, podemos mirar al futuro con esperanza, aunque hoy atravesemos pequeñas o grandes tormentas. Lo que la Iglesia está llamada a difundir en la vida de las personas es la certeza tranquilizadora de que Dios es misericordia, que nos ama en todo momento de la vida y que siempre está dispuesto a perdonarnos y a levantarnos. No olviden el estilo de Dios, que es un estilo de cercanía, compasión y ternura. Este es el estilo de Dios. Avancemos por este camino, con el mismo estilo. La tentación de derrumbarse y desanimarse nunca viene de Dios; viene del enemigo, pero se alimenta de muchas situaciones. Detrás de la fachada del bienestar, detrás de un ropaje de tradiciones religiosas, pueden esconderse muchos lados oscuros. La Iglesia en Hungría ha tenido ocasión de reflexionar recientemente sobre cómo la transición de la época de la dictadura a la de la libertad reencontrada sea una transición marcada por contradicciones tales como la degradación de la vida moral, el auge de la mafia, el tráfico de drogas, hasta incluso la lacra del tráfico de órganos y a tantos niños asesinados por eso. Hay problemas sociales, como las dificultades de las familias, la pobreza, las heridas que afectan al mundo de los jóvenes, en un contexto en el que la democracia aún debe consolidarse. La Iglesia tiene que ser cercana, dispensando atención y consuelo a las personas, para que no se dejen robar nunca la luz de la esperanza. El anuncio del Evangelio reaviva la esperanza porque nos recuerda que en todo lo que nos toca vivir Dios está presente, nos acompaña, nos da valentía y nos da creatividad para comenzar siempre una nueva historia. Es conmovedor recordar las palabras del venerable cardenal József Mindszenty, hijo y padre de esta Iglesia y de esta tierra, quien, al final de una vida llena de sufrimiento por la persecución, dejó estas palabras de esperanza: «Dios es joven. El futuro es suyo. Es Él quien evoca lo que es nuevo, lo joven y el mañana de las personas y de los pueblos. Por eso no podemos abandonarnos a la desesperación» (Mensaje al Presidente del Comité Organizador y a los húngaros en el exilio, en J. Közi Horváth, Mindszenty bíboros, 111). Dios es joven.

Que ante las crisis, sociales o eclesiales, ustedes sean siempre constructores de esperanza. Como obispos del país, tengan siempre palabras de aliento. Que no encuentren en vuestros labios expresiones que marquen distancia e impongan juicios, sino que ayuden al Pueblo de Dios a mirar el futuro con confianza, que ayuden a las personas a ser protagonistas libres y responsables de la vida, que es un don de gracia que hay que acoger, no un rompecabezas que hay que resolver. El cubo de vuestro magnífico y famoso arquitecto Rubik sigue siendo un juego ingenioso y no un modelo para la vida. Y recuerden: pastores del rebaño. El pastor debe estar dentro del rebaño: adelante del rebaño para mostrar el camino, en medio del rebaño para sentir el olor, detrás del rebaño para ayudar a los que se quedan rezagados y también para dejar que el rebaño avance un poco, porque tiene un don especial para indicar dónde están los campos buenos y nutritivos.

Queridos hermanos, también Hungría necesita un renovado anuncio del Evangelio, una nueva fraternidad social y religiosa, una esperanza que se construya día a día para mirar al futuro con alegría. Ustedes son los pastores protagonistas de este proceso histórico, de esta hermosa aventura. Hermanos ¡Que Dios los confirme en la alegría de la misión!, en la alegría de la misión. Les agradezco todo lo que hacen y los bendigo de corazón. Que la Virgen los proteja y que san José los guarde. Y si tienen un poco de tiempo recen por el Papa. Gracias.

Traduzione in lingua portoghese

Queridos Irmãos no Episcopado, bom dia!

Estou muito feliz por me encontrar aqui no vosso meio por ocasião do encerramento do LII Congresso Eucarístico Internacional. Agradeço a D. András Veres as boas-vindas que me dirigiu e também pelo presente que me ofereceu em nome de vós todos: é muito lindo! Obrigado. E saúdo a todos vós, grato pelo acolhimento e a dinamização deste evento que nos recorda a centralidade da Eucaristia na vida da Igreja.

Desejo partilhar algumas reflexões partindo precisamente do gesto eucarístico: no Pão e no Vinho, vemos Cristo que oferece o seu Corpo e o seu Sangue por nós. A Igreja na Hungria, com a sua longa história, marcada por uma fé inabalável, por perseguições e pelo sangue dos mártires, está particularmente associada ao sacrifício de Cristo. Muitos irmãos e irmãs, muitos bispos e presbíteros viveram o que celebravam no altar: foram moídos como os grãos de trigo, para que todos pudessem ser alimentados pelo amor de Deus; foram espremidos como as uvas, para que o sangue de Cristo se tornasse seiva de vida nova; foram dilacerados, mas a sua amorosa oferta foi uma semente de renascimento evangélico implantada na história deste povo.

Tendo diante dos olhos aquela história, a história passada feita de martírio e sangue, podemo-nos encaminhar para o futuro com o mesmo anseio dos mártires: viver a caridade e testemunhar o Evangelho. Na vida da Igreja, devemos manter sempre juntas estas duas realidades: preservar o passado e olhar para o futuro. Salvaguardar as nossas raízes religiosas, salvaguardar a história donde provimos, mas sem ficar com o olhar parado no passado: olhar para o futuro, olhar para a frente e encontrar novos caminhos para anunciar o Evangelho.

No coração, conservo viva a memória das Irmãs húngaras da Sociedade de Jesus (Englische Fräulein), que, por causa da perseguição religiosa, tiveram de deixar a sua pátria. Com a sua coragem pessoal e a fidelidade à vocação, fundaram o Colégio «Maria Ward» na cidade de Plátanos, perto da capital Buenos Aires. Muito aprendi com a sua fortaleza, coragem, paciência e amor à pátria; foram um testemunho para mim. Ao recordá-las aqui, hoje, presto homenagem também a tantos homens e mulheres que tiveram de ir para o exílio e quantos deram a vida pela pátria e a fé.

Como Pastores, sois chamados antes de mais nada a recordar isto ao vosso povo: a tradição cristã – como dizia Bento XVI – «não é uma coleção de objetos, de palavras, como uma caixa que contém coisas mortas; a Tradição é o rio da vida nova que vem das origens, de Cristo até nós, e envolve-nos na história de Deus com a humanidade» (Audiência Geral, 03/V/2006). Escolhestes como tema do Congresso o versículo 7 do Salmo 87: «Em Ti estão todas as minhas fontes». Sim! A Igreja provém da fonte que é Cristo, sendo enviada para que o Evangelho, como um rio de água viva, infinitamente mais largo e acolhedor do que o vosso grande Danúbio, alcance a aridez do mundo e do coração do homem, purificando-o e saciando a sua sede. Assim, o ministério episcopal não existe para repetir uma notícia do passado, mas é voz profética da perene atualidade do Evangelho na vida do povo santo de Deus e na história atual.

Para realizardes esta missão, gostaria de vos deixar algumas indicações.

A primeira: ser anunciadores do Evangelho. Não esqueçamos que no centro da vida da Igreja está o encontro com Cristo. Às vezes, especialmente quando a sociedade em redor não parece entusiasta da nossa proposta cristã, a tentação é fechar-nos na defesa das instituições e estruturas. Atualmente, o vosso país está passando por grandes mudanças que de modo geral afetam toda a Europa. Com a chegada da liberdade, depois do longo período em que vos foi impedido de professar a fé, há novos desafios a enfrentar num contexto onde cresce o secularismo e definha a sede de Deus. Entretanto recordemo-nos: a fonte de água viva, que constantemente flui e sacia, é Cristo. As estruturas, as instituições, a presença da Igreja na sociedade servem apenas para despertar nas pessoas a sede de Deus e levar-lhes a água viva do Evangelho. Por isso o que se vos pede, a vós Bispos, é acima de tudo isto: não a administração burocrática das estruturas (isto seja feito por outros), nem a busca de privilégios e vantagens. Por favor, sede servos. Servidores, não príncipes. Que vos peço? A ardente paixão pelo Evangelho, tal como o Evangelho é. Fidelidade e paixão pelo Evangelho. Ser testemunhas e anunciadores da Boa Nova, difundindo a alegria, acompanhando os sacerdotes – mostrai-vos próximo dos sacerdotes – e os religiosos com coração paterno, exercitando a arte da escuta. Não tenhais medo de dar espaço à Palavra de Deus, envolvendo nisso os leigos: serão eles os canais por onde o rio da fé irrigará novamente a Hungria.

Permitam que me afaste do texto [preparado] para vos lembrar as quatro proximidades do bispo. Primeiro: a proximidade com Deus. Como irmão, pergunto: Tu rezas? Ou limitas-te a dizer o breviário? O teu coração reza? Tu reservas tempo para rezar? «Sabe?! Estou tão ocupado…» Bem, na correria de cada dia, coloca também isto: rezar. Segundo: proximidade entre vós. A fraternidade episcopal, a conferência episcopal, é uma graça. Nenhum de vós pensa as coisas de igual modo que o outro: isto é riqueza. Procurai inserir na unidade do episcopado também as diferenças e não confieis na estrada dos consórcios. Todos irmãos. Tu pensas isso diferente de mim, mas és irmão. E discute-se? Discutamos. Grita-se? Gritemos… mas como irmãos. Isto não se toca: a unidade da Conferência Episcopal. É uma graça: devemos pedi-la. É guardar o povo de Deus na unidade dos bispos. A terceira proximidade é a que já mencionei: a proximidade com os padres. O «próximo mais próximo» do bispo é o padre. Digo-vos uma coisa que muito me entristece. Encontrei, em algumas dioceses, tanto na minha pátria – quando estava lá, na diocese anterior – como agora que estou em Roma, padres que se lamentam. Difíceis; mas lamentam-se porque têm vontade, têm necessidade – dizem eles – de falar com o bispo. E muitas vezes ouvi isto: «Eu liguei e a secretária disse que ele está muito ocupado, que verificou e afirmou: talvez dentro de três semanas, reservar-te-á um quarto de hora». E o padre disse: «Não, obrigado! Assim não quero», ou então: «sim». Mas não funciona. O padre sente o bispo longe, não o sente como pai. Dou-vos um conselho, como irmão: quando regressardes ao paço episcopal depois duma missão, depois duma visita a uma paróquia, cansados, mas virdes o telefonema dum padre, chamai-o nesse mesmo dia ou, o mais tardar, no dia seguinte. A proximidade. E este padre, se for chamado imediatamente, saberá que tem um pai. Isto é muito importante. Proximidade com os padres, e o mesmo se diga com os religiosos. «Sabe? Este padre é difícil...» Mas diz-me: Qual é o pai que não tem um filho difícil? Todos têm. Os filhos amam-se como são, não como eu gostaria que fossem. E depois, a quarta proximidade: a proximidade com o santo povo fiel de Deus. Por favor, não vos esqueçais do vosso povo, donde o Senhor vos tirou. «Eu tomei-te de trás do rebanho»: não te esqueças do rebanho donde foste tirado. Que recomendava Paulo a Timóteo? «Lembra-te da tua mãe e da tua avó, do teu povo». O autor da Carta aos Hebreus dizia: «Lembra-te daqueles que te iniciaram na fé». Quantos catequistas humildes, quantas mulheres idosas estão por trás de nós. Que o coração esteja perto do povo. É feio quando o coração dum bispo se afasta do povo. As quatro proximidades. Creio que já fazeis um exame de consciência sobre como elas estão, mas gosto de repeti-las. Proximidade com Deus, proximidade entre vós - «vejo alguns com uma especial peculiaridade histórica, litúrgica… e outros tão diferentes!» Pois bem! Proximidade com a sua liturgia, a sua história, sem pretender tomá-los, latinizá-los… Isto não, por favor! Proximidade entre vós, proximidade com os sacerdotes e proximidade com o santo povo fiel de Deus. Para ser bispo hoje – sempre, mas insisto, hoje –, é preciso praticar a arte da escuta. E não é fácil. Não tenhais medo de dar espaço à Palavra de Deus, envolvendo nisso os leigos: serão eles os canais por onde o rio da fé irrigará novamente a Hungria.

Uma segunda indicação: ser testemunhas de fraternidade. O vosso país é um lugar onde há muito convivem pessoas provenientes doutros povos. As variadas etnias, minorias, confissões religiosas e migrantes transformaram este país num ambiente multicultural. Trata-se duma realidade que pode, pelo menos num primeiro momento, assustar. A diversidade cria sempre um pouco de medo, porque coloca em risco seguranças adquiridas e compromete a estabilidade alcançada. Todavia é uma grande oportunidade para abrir o coração à mensagem do Evangelho: «Que vos ameis uns aos outros, como Eu vos amei» (Jo 15, 12). Face às diferenças culturais, étnicas, políticas e religiosas, podemos ter duas atitudes: fechar-nos numa defesa rígida da nossa dita identidade, ou abrir-nos ao encontro com o outro e cultivar, juntos, o sonho duma sociedade fraterna. Apraz-me recordar aqui que em 2017, precisamente nesta capital europeia, vos encontrastes com os representantes doutras Conferências Episcopais da Europa centro-oriental e reiterastes que a pertença a uma identidade nunca deve ser motivo de hostilidade e desprezo para com os outros, mas antes uma ajuda para dialogar com culturas diversas. Dialogar, sem negociar a própria pertença.

Por cima do grande rio que atravessa esta cidade ergue-se, imponente, a Ponte das Correntes: substituiu uma frágil ponte de madeira, servindo para unir Buda e Pest. Se quisermos que o rio do Evangelho alcance a vida das pessoas, fazendo germinar uma sociedade mais fraterna e solidária também aqui na Hungria, precisamos que a Igreja construa novas pontes de diálogo. Como Bispos, peço-vos que mostreis sempre, juntamente com os sacerdotes e colaboradores pastorais, o verdadeiro rosto da Igreja: é mãe. É mãe! Um rosto acolhedor para com todos, incluindo quem provem de fora, um rosto fraterno, aberto ao diálogo. Sede pastores que têm a peito a fraternidade. Não senhores do rebanho, mas pais e irmãos. Que se torne um sinal luminoso para a Hungria o estilo da fraternidade, que vos peço para cultivardes com os sacerdotes e todo o Povo de Deus. Assim, ganhará forma uma Igreja onde especialmente os leigos se hão de tornar fermento de fraternidade evangélica em todos os âmbitos da sua vida diária, familiar, social e profissional. Que a Igreja húngara seja construtora de pontes e promotora de diálogo!

Por fim, a terceira coisa, ser construtores de esperança. Se colocarmos no centro o Evangelho e o testemunharmos com o amor fraterno, poderemos olhar para o futuro com esperança, apesar das pequenas ou grandes tempestades que tivermos de atravessar hoje. Isto constitui o que a Igreja é chamada a difundir na vida das pessoas: a apaziguadora certeza de que Deus é misericórdia, ama-nos em todos os momentos da vida e está sempre pronto a perdoar-nos e levantar-nos de novo. Não esqueçais o estilo de Deus, que é um estilo de proximidade, compaixão e ternura. Este é o estilo de Deus. Sigamos por esta estrada, com o mesmo estilo. A tentação de se deixar abater e desanimar nunca vem de Deus. Nunca. Vem do inimigo, alimentando-se em muitas situações: por trás da fachada do bem-estar, por trás duma roupagem de tradições religiosas, podem esconder-se muitos lados sombrios. Recentemente, a Igreja na Hungria teve oportunidade de refletir como a transição da era da ditadura para a da reencontrada liberdade aparece marcada por contradições: a degradação da vida moral, o aumento da criminalidade, a comercialização da droga, o flagelo do tráfico de órgãos e tantos casos de crianças assassinadas para isso. Existem problemas sociais: as dificuldades das famílias, a pobreza, as feridas que afetam o mundo dos jovens, num contexto em que a democracia ainda precisa de se consolidar. A Igreja não pode deixar de ser protagonista de proximidade, dispensadora de solicitude e conforto às pessoas para que nunca se deixem roubar a luz da esperança. O anúncio do Evangelho revigora a esperança, porque nos lembra que, em tudo o que vivemos, Deus está presente, acompanha-nos, dá-nos coragem, dá-nos criatividade para começar sempre uma história nova. É comovente recordar o Venerável Cardeal József Mindszenty, filho e pai desta Igreja e desta terra, quando, no final duma vida repleta de sofrimentos por causa da perseguição, nos deixou estas palavras de esperança: «Deus é jovem. O futuro pertence-Lhe. É Ele que faz surgir o novo, o jovem e o amanhã nos indivíduos e nos povos. Por isso, não podemos abandonar-nos ao desespero» (“Mensagem ao Presidente da Comissão Organizadora e aos Húngaros no exílio”, in J. Közi Horváth, Mindszenty bíboros, 111). Deus é jovem.

Perante as crises, sociais ou eclesiais, oxalá possais sempre ser construtores de esperança. Que tenhais sempre, como Bispos do país, palavras de encorajamento. Não haja nos vossos lábios expressões que criem distâncias e imponham juízos, mas expressões que ajudem o povo de Deus a olhar para o futuro com confiança, ajudem as pessoas a tornar-se protagonistas livres e responsáveis pela vida, dom de graça que deve ser acolhido e não um quebra-cabeças para ser resolvido. O cubo do vosso talentoso e conhecido arquiteto Rubik continua a ser um jogo genial, não um modelo para a vida! E lembrai-vos: pastores do rebanho! O pastor deve estar dentro do rebanho: à frente do rebanho para indicar o caminho, no meio do rebanho para lhe compreender o cheiro, atrás do rebanho para ajudar aqueles que atrasam e também para deixar o rebanho ir à frente um pouco, porque tem um dom especial para apontar onde estão os solos bons e nutritivos.

Queridos irmãos, também a Hungria precisa dum anúncio renovado do Evangelho, uma nova fraternidade social e religiosa, uma esperança construída dia-a-dia, para poder encarar o futuro com alegria. Vós sois os pastores protagonistas deste processo histórico, desta bela aventura. Irmãos, que Deus vos confirme na alegria da missão – a alegria da missão! Agradeço tudo o que fazeis e, de coração, vos abençoo. Nossa Senhora vos proteja e São José vos guarde. E, se tiverdes um pouco de tempo, rezai pelo Papa. Obrigado!

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 12 settembre 2021