Chiesa

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di Angelo Scola
Il 3 ottobre si è aperto in Vaticano il convegno «Il concilio ecume-nico Vaticano II alla luce degli archivi dei padri conciliari» orga-nizzato dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche in collaborazio-ne con la Pontificia Università Lateranense. Anticipiamo parte del-la prolusione del cardinale arcivescovo di Milano.
Il testo integrale sarà pubblicato da «Il Regno documenti» (n. 17) in distribuzione dal 15 ottobreCardinale arcivescovo di Milano 

L'ermeneutica della sto-ria conciliare ci indica che l’urgenza missio-naria (indole pastora-le) richiese di rispon-dere alla domanda: «Chi è la Chiea?». Tale domanda trovò nel conci-lio (“evento”), come espressione rap-presentativa della Chiesa, la sua ri-sposta: nell’evento del concilio il “soggetto Chiesa si disse” (c o rp u s dottrinale). In questo senso, i docu-menti conciliari non solo fanno par-te integrante dell’evento, ma permet-tono l’accesso all’evento stesso nella sua verità. Evento e testi sono sem-plicemente indisgiungibili. Non c’è antinomia tra evento ec o rp u s dottri-nale, ma conformità. Tuttavia è possibile domandarsi: esiste una sporgenza dell’evento ri-spetto ai testi? Esiste. E non deve meravigliare. Basta citare l’analogia (senza perdere di vista la maggior differenza) con la Rivelazione: l’au-tocomunicazione della Trinità all’uo-mo e alla famiglia umana sporge ri-spetto alla Tradizione e alla Sacra Scrittura — che pure è ispirata e ca-nonica — autenticamente interpretate dal Magistero, eppure non si ha ac-cesso all’autocomunicazione che Dio ha voluto far di Sé a prescindere dalla Rivelazione scritta o trasmessa (cfr. Dei Verbum, 7-10). La sporgenza a cui ci stiamo rife-rendo è irriducibile, perché è propria del cammino storico della Chiesa. È al suo interno che si deve leggere l’incidenza del concilio e il grado della sua recezione. L’inadeguatezza dell’opp osizione evento-testi ci porta a riconoscere, ancora una volta. l’inseparabile intreccio tra “il teolo-gico” e “lo storico”. La storia non può essere ridotta a una somma di fatti bru-ti tra loro giustap-posti. La storia ha un senso perché in essa si attua il de-stino dell’uomo. La storia è res gestae, cioè espressione di azioni significan-ti. Questo dato emerge con chiarez-za proprio dalla considerazione dell’intenzione generativa dei testi che narrano la storia. Questi, infatti, non si lasciano spogliare di tale in-tenzione in nome di una pretesa og-gettività, sotto pena di cadere in ba-lìa di una ricerca puramente sogget-tiva. L’esistenza di uno scarto tra l’ana-lisi critica di un testo e l’intenzione generativa del medesimo va indub-biamente riconosciuta. Ma è proprio questo scarto a garantire la natura fondativa dell’intenzione generativa del testo, impedendo al lettore o allo scienziato di appropriarsene come se fosse un suo prodotto. L’intenzione, sempre soggiacente al racconto stori-co, è una solida prova di come le circostanze e i rapporti che si danno nella storia provochino la libertà a prendere posizione, a decidere. Pro-prio per questa ragione, evento e te-sti frutto dell’evento chiedono ade-sione. Il rapporto indisgiungibile tra evento e corpus di insegnamenti, che non elude la questione dell’inevitabi-le e benefica sporgenza, fa emergere, ancora una volta, attraverso il peso dell’intenzione generativa, l’insosti-tuibile ruolo del protagonista del concilio e della recezione: il “sogget-to Chiesa”. La lettura del concilio VaticanoII, anche limitata al tempo che va dai suoi albori fino all’apertura, impone un’ermeneutica adeguata della sto-ria. Alla luce della chiave della pa-storalità, questa lettura è resa possi-bile dalla polarità evento-c o rp u s , mantenuta in indisgiungibile unità dal “soggetto Chiesa” in cammino nella storia. Il Vaticano II è stato una tappa singolare e decisiva dell’a v a n z a re della Chiesa lungo la storia, un provvidenziale «balzo innanzi». So-no molto significative le parole finali di Lumen gentium (8) che, mentre chiudono il primo capitolo sul mistero della Chiesa, introducono al secondo capitolo sul popolo di Dio, mostrando così l’inscindibile unità tra l’origine trinitaria della Chiesa e il suo essere soggetto storico: «La Chiesa “prosegue il suo pellegrinag-gio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, annunzian-do la passione e la morte del Signo-re finché egli venga (cfr. 1 Corinzi, 11, 26). Dalla potenza del Signore risor-to viene corroborata per vincere con pazienza e carità le sue afflizioni e difficoltà interne ed esterne e per svelare al mondo con fedeltà, anche se in immagine, il mistero di Lui, fin quando alla fine sarà manifestato in piena luce». Questo pellegrinaggio non può compiersi senza la dinamica della “riforma”. Non a caso, prima di con-cludere il paragrafo, lo stesso nume-ro 8 di Lumen gentium recita: «la Chiesa, che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione [semper purificanda], è continuamente dedita alla penitenza ed al rinnovamento». Nell’ottica di questa formula conci-liare si spiega il ricorso alla categoria di “riforma”. Essa non può essere adeguatamente compresa da letture costituzionaliste del corpus del Vati-cano II, e non è riducibile a cambia-menti puramente istituzionali. La “riforma” è legata all’approfondirsi dell’autocoscienza e della santità ec-clesiali che lo Spirito assicura alla Sposa soprattutto quando questa non rinuncia a proporre in ogni tempo storico, disposta al martirio, l’avvenimento salvifico di Cristo. Se «la Chiesa peregrinante verso la meta è chiamata da Cristo a que-sta continua riforma» (Unitatis redin-t e g ra t i o , 6), allora la categoria di “ri-forma”, che invera quelle di “aggior-namento” e di “rinnovamento” uti-lizzate da Giovanni XXIIIe da Paolo VI, supera le false problematiche del-la continuità e della discontinuità e quelle della rottura e della persisten-za. In quest’ottica ci sembra si muo-va il già citato discorso di Benedetto XVIalla Curia romana del 22 dicembre 2005. La categoria di “riforma”, quindi, al di là di eventuali comprensio-ni riduttive del suo signi-ficato, continua a sem-brare a me la più conve-niente per leggere la na-tura dell’“evento” conci-liare e per un’adeguata ermeneutica del suo corpus nell’ottica della pastoralità. La categoria di “riforma” mette in evi-denza il primato della fede — si vede così il legame tra il concilio Vaticano II e l’Anno della fede che Benedetto XVI ha voluto esplicitare nel motu proprio Porta fidei — poiché «la fede stessa, in tutta la sua grandezza e ampiezza, è sempre nuovamente la riforma ecclesiale di cui noi abbiamo bisogno». È questa la prospettiva con cui af-frontare il processo di recezione del Vaticano II. Esso è parte integrante dell’essenziale compito missionario della Chiesa, cioè, del suo porsi nel-la storia come sacramento universale di salvezza. L’indole pastorale, intesa nella sua pienezza che va dall’“evento” al cor-pus dottrinale, rappresenta ilnovum del Vaticano II. I suoi benefici effetti sono già ben visibili nella storia del-la Chiesa. Tuttavia la sua recezione, ancora in atto, continua a esigere dai cristiani una risposta libera e genero-sa alla chiamata di Dio che si attesta nella trama storica di circostanze e di rapporti.

(©L'Osservatore Romano 4 ottobre 2012)