Rassegna stampa formazione e catechesi

Sondaggio d’opinione

abbraccio Cristo 1«La gente chi dice che io sia?». In un tempo in cui non esistevano ancora i mass media Gesù volle lanciare questa sorta di “sondaggio d’opinione” tra i suoi apostoli. E intorno a questa domanda cruciale è ruotata la quarta meditazione tenuta da padre Ermes Ronchi martedì mattina, 8 marzo, durante gli esercizi spirituali quaresimali predicati al Papa e alla Curia Romana. Nella cappella della Casa Divin Maestro di Ariccia il religioso dei servi di Maria ha rilanciato l’interrogativo di Gesù, ricordando che l’opinione della gente su di lui era incompleta anche se bella. Lo consideravano un profeta, come Elia o Giovanni il Battista, ma questa risposta ha un limite: Gesù non è un uomo del passato, un profeta di ieri.
Ecco dunque la domanda diretta ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». Padre Ronchi ha fatto notare come questo interrogativo abbia al suo interno un’avversativa, quel “ma” quasi in opposizione a quello che la gente pensa e dice. Sembra quasi che il Maestro voglia sollecitare gli apostoli a riflettere e invitarli a non accontentarsi, perché la fede non avanza per sentito dire. Gesù sollecita gli apostoli a rivedere il loro rapporto con lui. Non vuole definizioni astratte, ma il coinvolgimento p ersonale. L’interrogativo «Chi sono io per te?» è il cuore pulsante della fede, ha spiegato il religioso. Gesù pone la domanda nel segno dell’amicizia: non dà lezioni, non impone la risposta, ma invita a cercare dentro. Allora e solo allora si può rispondere come ha fatto il predicatore: «Incontrare te è stato l’affare migliore della mia vita!». Secondo padre Ronchi tante persone, pur professandosi non credenti, hanno uno smisurato e inconfessato desiderio di credere, ma temono di avvicinarsi ai preti e alla Chiesa per paura di essere indottrinati. Temono, appunto, di perdere qualcosa della loro libertà. Gesù invece non indottrina nessuno, ma stimola risposte e così facendo feconda nascite. Ecco perché la risposta alla domanda del Maestro è semplice: in lui non c’è un passato da riesumare, ma un presente di parole mai udite, di gesti mai visti. In questo senso, l’interrogativo «Chi sono io per te?» assomiglia a quello che si chiedono gli innamorati: quanto posto ha l’uno nella vita dell’altra, e viceversa? In questa visione, il “sondaggio d’opinione” che Gesù rivolge anche ai suoi apostoli non serve per sapere se egli è più bravo dei profeti, ma per accertarsi che Pietro e gli altri siano degli innamorati che hanno aperto il cuore. Cristo è vivo, ha sottolineato padre Ronchi, solo se è vivo dentro di noi. Infatti il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio. Pietro risponde con l’irruenza che gli è tipica: tu sei il Cristo di Dio, il Messia, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore. È il Figlio del Dio vivente. “Figlio” nella Bibbia — ha spiegato il religioso — è colui che fa ciò che il padre fa, che gli assomiglia in tutto. Pietro in realtà ha sperimentato che solo Gesù ha parole di vita eterna. E tuttavia la sua risposta non è ancora sufficiente, perché Gesù è una fede in cammino, e ciò che sta per accadere capovolgerà radicalmente l’immagine di Dio e, di conseguenza, anche l’immagine dell’uomo. Il racconto evangelico riferisce a questo punto il comando di Gesù: ordinò loro di non parlare di lui ad alcuno. Il motivo, ha spiegato padre Ronchi, è perché non hanno ancora visto, sentito e toccato la cosa decisiva, cioè un uomo in croce. Allora, Gesù diventa colui che sta in ginocchio per ogni uomo, che lava i piedi dei discepoli, come uno schiavo che ci aspetta: è bacio a chi lo tradisce, non spezza nessuno, ma spezza se stesso. Quando io lo tradisco e lui mi guarda e mi ama, ha affermato il predicatore, dalla sua ferita aperta non esce rabbia o rancore, ma sangue e acqua, amore e innocenza. Così l’appuntamento con la Pasqua cattura tutti dentro il suo risorgere, trascinandoci in alto. A questo proposito padre Ronchi ha ricordato le parole di David Maria Turoldo: «Cristo, mia dolce rovina, impossibile amarti impunemente». Dolce rovina — ha spiegato — perché Cristo rovina la vita mediocre, il volare basso, la falsa pace, la fede a basso prezzo. Rovina le maschere e gli inganni. Impossibile amarlo senza pagare il prezzo in moneta di vita, di libertà e di giustizia. In proposito il religioso ha ricordato un’esperienza personale vissuta nella chiesa di San Carlo al Corso a Milano, dove ha incontrato l’ultimo suo maestro di fede, anzi un “piccolo padre” nella fede. Un bambino di circa cinque anni, che indicando il crocifisso gli ha chiesto chi fosse l’uomo inchiodato sulla croce. Padre Ronchi ha confessato di aver sentito quella domanda come un tocco alla parte più profonda della fede e ha risposto: «Uno che ha fatto felice il mio cuore. È Gesù». In quel momento si è accorto di aver fatto la sua dichiarazione d’amore a Cristo. Nella meditazione della sera precedente, sviluppata intorno all’interrogativo: «Con che cosa lo si renderà salato?», padre Ronchi ha ricordato come fin dall’antichità il sale sia stato considerato elemento prezioso e pieno di significato. La sua caratteristica è quella di essere la sostanza fondamentale per la conservazione di quanto si vuol far durare, a cominciare dagli alimenti. Allo stesso modo, i discepoli di Cristo, come il sale, preservano ciò che alimenta la vita sulla terra, cioè la parola di Dio, il Vangelo. Gesù chiama i suoi discepoli come sale della terra e luce del mondo: la loro umiltà è modello per la Chiesa. Come la luce anche i discepoli devono avere lo sguardo luminoso — ha rimarcato il predicatore — p erché soffermandosi sulle persone fanno emergere ciò che di più bello c’è nell’uomo. Così per il sale, che fino a che rimane nel suo barattolo, chiuso in un cassetto della cucina, non serve a niente. Il suo scopo, infatti, è uscire e perdersi per rendere più buone le cose. Si dona e scompare. Allo stesso modo, la Chiesa si dona, si scioglie, accende e vive per gli altri. Al contrario, se uno si chiude nel proprio io, anche se possiede tutte le virtù più belle, e non partecipa all’esistenza degli altri, come il sale e la luce finisce in una situazione di peccato. Sale e luce non hanno lo scopo di perpetuare se stessi ma di effondersi. E così è la Chiesa, ha spiegato padre Ronchi: non un fine, ma un mezzo per rendere più buona e più bella la vita delle persone.

© Osservatore Romano - 9 marzo 2016


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