Rassegna stampa formazione e catechesi

E come penitenza la spesa per chi ha bisogno

Papa Francesco Confessione tn 325x279di NICOLA GORI

Visitare un ammalato, fare la spesa a un anziano, pagare la bolletta a un indigente, accompagnare in chiesa un invalido: sono le forme di penitenza assegnate dai confessori, che con sempre maggior frequenza chiedono per la remissione dei peccati non solo preghiere, ma anche opere di carità. Lo spiega in questa intervista al nostro giornale il francescano conventuale Rocco Rizzo, rettore del Collegio dei penitenzieri vaticani, tracciando anche un primo bilancio sul ritorno dei fedeli al confessionale in questo giubileo straordinario della misericordia.

L’Anno santo ha portato un maggiore afflusso di penitenti?
Direi di sì, soprattutto nei primi giorni c’è stato un grande aumento di confessioni. Questo fenomeno è durato dall’8 dicembre, giorno dell’apertura del giubileo, fino alla solennità dell’Epifania. In questi ultimi mesi, si è registrata invece una diminuzione, soprattutto delle persone provenienti da fuori l’Italia. Stiamo notando, infatti, che per il momento la maggioranza dei penitenti è di nazionalità italiana. Credo ciò sia dovuto all’allarme per gli attentati terroristici che ha influenzato molto l’arrivo dei turisti e di conseguenza dei pellegrini che vengono a Roma da altre nazioni. Ecco perché i penitenzieri di lingua inglese quest’anno hanno meno confessioni.

Quante persone confessa generalmente in un mese?
Da dicembre a febbraio ne ho confessate circa duemila. La media nei giorni feriali è di ventitrenta al giorno. La frequenza dipende da molti fattori, a cominciare dal tempo e dagli appuntamenti nella basilica di San Pietro. Dipende anche dalle lingue conosciute dai confessori. Io che parlo l’italiano e lo spagnolo ho una buona percentuale di fedeli che posso confessare. C’è da dire anche che il sabato e la domenica i penitenti aumentano notevolmente, specialmente quando giungono molti gruppi soprattutto da Roma, in particolare le parrocchie che vengono in pellegrinaggio. In quel caso confesso almeno una cinquantina di fedeli. Ho notato che rispetto all’anno scorso, la domenica c’è una maggiore affluenza.

I penitenzieri sono sempre gli stessi?
In previsione dell’Anno santo, abbiamo aumentato il numero dei penitenzieri. Ai quattordici stabili che formano il collegio in Vaticano, se ne sono aggiunti una trentina a disposizione. Sono frati minori conventuali che vengono da tutto il mondo. Stanno qui per un periodo di almeno cinquesei mesi, alcuni anche tutto l’anno. Alloggiano nel collegio o presso la curia generalizia in piazza Santi XII Apostoli. Con il loro aiuto, riusciamo a occupare normalmente quasi tutti i confessionali, specialmente nella fascia oraria dalle 10 alle 13. Infatti, per venire incontro alle esigenze dei penitenti, abbiamo anche cambiato l’orario: invece che dalle 9.30 alle 12.30 adesso facciamo dalle 10 alle 13. Nel pomeriggio dalle 15.30 alle 18.30. Questo turno vale fino all’entrata in vigore dell’ora legale, poi rimarremo disponibili fino alle 19.

Il Papa nei suoi discorsi ha tracciato l’identikit del confessore. Vi riconoscete in esso?
Noi ci troviamo perfettamente con quello che dice Francesco: esprimere fraternità, saper accogliere, prima di tutto con il sorriso, con la gioia nel cuore. Durante la celebrazione della penitenza di martedì 4 marzo, ha ripetuto che la confessione è anche una festa. Noi accogliamo il penitente e lo ascoltiamo, aiutandolo a fare una buona confessione, perché ci sono delle confessioni “pesanti”. Alcuni vengono da noi dopo trenta o quaranta anni che non si confessano. È una caratteristica che abbiamo notato in questi ultimi tempi. Mi sono capitate tante persone che hanno ascoltato le parole del Papa e si sono ricordati che trenta o quarant’anni fa avevano commesso qualcosa di grave e hanno avvertito il bisogno di riconciliarsi con il Signore. In particolare, mi sono capitate delle donne che avevano compiuto un aborto e si portano dietro una ferita aperta che non si rimargina mai. Anche se hanno già confessato il peccato, vogliono riconfessarlo.

Siete anche voi missionari della misericordia?
Per questo Anno santo abbiamo avuto le stesse concessioni dei missionari della misericordia. La Penitenzieria apostolica ci ha concesso le stesse facoltà che il Papa ha dato ai missionari della misericordia. Tra queste facoltà ricordo la violazione del sigillo sacramentale, la profanazione dell’Eucaristia, la confessione del complice e la violenza al Papa. Tra i peccati riservati, rimane esclusa l’ordinazione di un vescovo senza il mandato del Papa.

Cos’è la misericordia per la gente?
La gente è vicina al tema della misericordia, però poi non traduce in opere quello in cui crede. Molte volte le persone non vogliono chiedere il perdono a qualcuno a cui hanno fatto del male. Mi riferisco in particolare a coniugi separati o divorziati. Fanno fatica a perdonarsi l’uno con l’altra. Rimane sempre qualcosa. Si dicono disponibili a farlo, ma non riescono a dimenticare le offese. Direi però che in linea di massima, la gente ha dei buoni propositi per ascoltare la parola del Papa e a impegnarsi nel sociale, attraverso le opere di volontariato.

Sono cambiate anche le penitenze?
Rispetto al passato, preferiamo dare per penitenza più opere che preghiere. Come andare a trovare un ammalato, bussare alla porta, fare la spesa a un anziano, pagare una bolletta a chi mancano i soldi, accompagnare in chiesa una persona invalida. Questi sono segni di carità che il penitente dovrebbe compiere ogni giorno.

Vi sono momenti in cui non è facile fare il confessore?
C’è gente impreparata, che non ha il minimo senso del peccato e non sa nemmeno cosa siano e quali sono i peccati. Noi cerchiamo di aiutarli nei limiti del possibile. C’è anche un altro problema: molti vengono da noi, ma non sono nemmeno battezzati. Vogliono confessarsi anche per vedere di cosa si tratta. Questo fenomeno riguarda soprattutto gli stranieri. In Italia questo per adesso non si nota, perché esiste ancora una preparazione ai sacramenti che funziona. Spesso però manca la frequenza ai sacramenti. Infatti, quando si presentano alcuni giovani e gli chiediamo da quanto tempo non si confessano, la risposta è dai momenti principali della vita cristiana: dalla prima comunione o dal matrimonio.

Avete un modello di confessore?
Ai nostri giorni, ricordo il gesuita Felice Maria Cappello, morto a Roma nel 1962, che per oltre quaranta anni confessò centinaia di penitenti nella chiesa di Sant’Ignazio. Per i tempi passati, mi piace ricordare anche un nostro frate, il beato Bonaventura da Potenza (1651-1711), sepolto a Ravello, gemma della Costiera amalfitana, chiamato l’apostolo delle confessioni.

© Osservatore Romano - 10 masrzo 2016


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