Rassegna stampa etica

Omosessualismo, pedofilismo e abusi sui minori. Parte seconda: dove porta la “stepchild-adoption”?

omosessualismo pedofilismo“… la ragione sfida alle volte la forza”

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Si sta organizzando la produzione di bambini
come adorabili oggetti di consumo
Claudio Risè

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Omosessualismo, ideologia gender e pedofilismo, come abbiamo visto nella precedente riflessione, sono storicamente legati.

Ora vorrei fare un passo ulteriore: omosessualismo, ideologia gender e pedofilismo sono anche concettualmente legati.

Al fondo, anzi in fondo, siamo di fronte all’ennesima manifestazione del nichilismo e del relativismo individualista che spingono oggi verso un salto antropologico – al ribasso – quale ma si era visto prima.
Con grande astuzia comunicativa e capacità persuasiva questa forma di violenza radicale, di annichilimento antropologico, viene fatta passare sotto la maschera della difesa dei diritti, della lotta contro le discriminazioni, della conquista sociale.
Del “progresso”.
Ma che progresso mai può esserci in una visione del mondo, dell’uomo e della vita sostanzialmente fondata sull’emozione e sulla pretesa di soddisfare i propri pruriti?
Quale conquista in una distorsione sociale che riduce i più piccoli ad “oggetti di diritto” dei più grandi?
Quale giustizia, quale lotta per i diritti, in una ventata di indifferentismo radicale il cui frutto è la negazione (peraltro sempre più socialmente condivisa) della dignità della persona umana?
Quale fondamento in una serie di posizioni tra loro interrelate ma portatrici di una catena di autofagie che superano il tragicomico?
Sotto questa cronica mancanza di logica, di senso etico ed in fine di buongusto, si nasconde una dose di violenza davvero impressionante, così subdola e ben orchestrata da passare molto spesso per il suo contrario, rendendosi in questo modo invisibile. Perché il male, alla fine, per quanto seducente sia e per quanto a lungo riesca a camuffarsi da bene, non può tradire la sua vera natura: è stupido.
Come nel caso della “stepchild adoption”, presentata come un provvedimento urgente, a tutela del bambino, quando invece non si tratta d’altro se non del colpo di grazia che viene inflitto a chi è stato messo al mondo dopo un contratto di compravendita, reso volontariamente orfano, deprivato di una delle due figure genitoriali ed infine costretto a vedersi recisa per sempre la catena normale e naturale della filiazione.
Che cos’è questo se non l’ultimo atto di un delirio di volontà di potenza che espande le pretese degli egoismi malati fino ad annichilire il diritto ed il bene di un bambino? Quale bambino, se potesse, sceglierebbe di essere privato della mamma o del papà, per essere invece discriminato tutta la vita in una situazione oggettivamente innaturale?
Non ce la fanno vedere, la tengono ben nascosta, eppure questa orribile violenza c’è, eccome se c’è, e conduce a drammi che cominciano ad essere raccontati dai diretti protagonisti: gli adulti cresciuti in coppie dello stesso sesso. Trapiantati lì da piccoli, una volta acquistata la piena coscienza della loro identità, hanno saputo dare un nome e un cognome alla causa dei loro malesseri e delle loro sofferenze: quegli adulti che pur di mostrare a sé stessi e alla comunità una normalità fittizia non hanno esitato ai trucchi della tecnica per farsi fare un bambino, su ordinazione, da catalogo come nel caso di Ricky Martin, o da rispedire indietro se non conforme all’ordine, e se ne sono altamente fregati del torto più grave (cosa c’è di peggio che togliere mamma o papà ad un bambino?) pur di realizzare i propri desideri.
Sempre, rigorosamente a spese altrui. Logico. Nella società “del progresso” devono essere i più deboli a pagare per quegli adulti invidiosi di una normalità che non riescono a conseguire se non con i trucchi e le astuzie più disparate, tenendo ben fermo che qualasiasi cosa dev’essere lecita, se serve a “non discriminare”. Ma non discriminare chi? È questo il punto.
Quello che vorrei arrivare a mostrare, ora, è che la stepchild adoption – che è poi il cuore distruttivo dell’ideologia omosessualista, oggigiorno quasi completamente sdoganata anche da noi – è a ben vedere un forma di abuso minorile che si fonda su presupposti analoghi di quelli del pedofilismo.


Che cos’è, infatti, la “stepchild adoption”?
Questa abominevole forma di deprivazione minorile, sostenuta dagli omosessualisti, indica la possibilità di adottare il figlio biologico del partner dello stesso sesso. In sostanza ciò si traduce nella mercificazione della vita umana e nella negazione dei diritti del bambino, primo dei quali è avere una madre e un padre ed essere da loro cresciuto (art. 7 della Convenzione Internazionale dei Diritti del Fanciullo). Un omosessuale va all’estero (come ha fatto un senatore della nostra Repubblica), in un laboratorio col suo seme si feconda un ovulo di una donatrice, che viene poi impiantato nell’utero di una donna, cioè – in sostanza – un “utero‬ in‬ affitto‬”: nasce così il suo “figlio biologico”, che poi – secondo la “stepchild adoption” – in Italia potrà essere adottato per legge dal partner e si costituirà in questo modo una “famiglia”‬ con “due papà”.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬
E nessuna madre, ovviamente.
Oppure viceversa: “due madri” e nessun padre.
Oggi si reclama “il bene del bambino”: “poveretto, è senza diritti. Gli manca un genitore, se muore quello biologico, che facciamo?” Eh già. Pensarci prima, no, vero? Questo è il trucco sofistico. Che dimentica però di dire che quel bambino è orfano non per disgrazia ma perché così è stato progettato “a tavolino”, venduto e quindi acquistato da chi adesso ne reclama i diritti.
In sostanza, un miserabile trucco, sulla pelle dei bambini, che serve a sdoganare la compravendita di minori al solo scopo di dare una parvenza di normalità alle coppie same-sex. Che cosa non fa, l’invidia.

La “stepchild adoption”, vediamola un po’ più da vicino, si fonda su alcuni principi basilari:
1) il primo principio stabilisce la precedenza, la priorità assoluta ai desideri degli adulti, anche a costo di calpestare e negare dignità, diritti ed interesse (quindi il bene) dei minori.
2) il secondo principio è quello dell’indifferentismo sessuale, correlato a quello dell’ininfluenza: uomini e donne sono uguali, eventuali differenze sarebbero mere costruzioni culturali, “maschile” e “femminile” sarebbero solamente stereotipi, per cui è indifferente per un bambino avere padre e madre ed ininfluente esserne privato (tra l’altro si dimentica di dire che in base a questa tesi nessun genitore è più indispensabile al bambino e che quindi i genitori – tutti – sono perfettamente inutili (per cui l’istituto stesso dell’adozione andrebbe logicamente abolito, per tutti): in una coppia di omosessuali è inutile la madre mentre contemporaneamente in una coppia di lesbiche è inutile il padre: basta “l’amore”, e via).
3) il terzo invece ha a che fare con la deriva etica caratteristica dei nostri tempi, coadiuvata da una diffusa incoscienza scientifica ed analfabetismo epistemologico, per cui sembra moralmente giusto accettare pacificamente ciò che è tecnicamente possibile e – in base alle nostre odierne conoscenze scientifiche – non provoca danni misurabili.
La scienza dimostra che non ci sono danni per i bambini trapiantati in coppie dello stesso sesso” (quindi chissenefrega, avanti tutta col rendere orfani degli innocenti): è questo lo pseudo-argomento in base al quale qualcuno sostiene la deprivazione – abuso minorile che chiamiamo “stepchild adoption”. La cui forma logica è: se non ci sono danni che la scienza è in grado di misurare, allora va bene. Si può fare.
Ma anche se fosse vero che “la scienza dimostra che..” – ed abbiamo ampiamente mostrato nei precedenti dossier che ciò non è affatto vero – questo non sarebbe comunque un argomento valido per fare un salto sul piano etico ed affermare che “quindi” è lecito deprivare un bambino di padre o madre per compiacere due adulti e renderlo così volontariamente orfano per sempre.
Devo ricordarlo, che la scienza non ci dice mai nulla sul piano etico? E che la coscienza non si misura con l’abbecedario?

In sintesi, le ragioni che impediscono questo salto logico tra il piano scientifico e quello etico:
1) La scienza psicologica non dimostra nulla: non è matematica, al massimo argomenta più o meno correttamente in base ai criteri, ai presupposti, alle metodologie e agli interessi che oggi, quella particolare scuola psicologica accetta. Ne abbiamo già discusso qui. Faccio presente, per dare un’idea, che in Psicologia esistono al momento oltre un centinaio di approcci terapeutici diversi. Quale sarà il più affidabile?
2) Le misurazioni condotte nei vari studi dipendono poi da metodologie, presupposti, criteri, etc. che oggi sono ritenuti validi, ma domani potrebbero essere corretti, anche radicalmente, oppure, come spesso avviene, anche del tutto negati da più aggiornate o diverse prospettive, scuole, etc. I risultati delle indagini e delle statistiche sono sempre, per definizione, incerti. Insomma: nessuna verità incontrovertibile può venire da studi di questo tipo.
3) Non è affatto vero che il consenso del mondo scientifico in tema di adozioni sia unanime e men che meno indiscutibilmente “pro adozioni gay”. Vedi qui.

Per quanto i media e la vulgata comune del pubblico semi-colto insista ad affermare pseudo argomenti e falsità, la “stepchild adoption” resta una forma di violenza sui minori. Per quanto strumentale e finalizzata sia la denominazione inglese e si faccia di tutto per portare in primo piano il termine “adoption”, adozione, resta comunque una pratica disumana, contraria agli interessi e al bene del bambino. Per quanto si continui a sostenere che si tratta di un provvedimento teso a dare dei diritti a chi non ne ha, l’adozione del bambino da parte di una persona dello stesso sesso del genitore biologico è – e resta – un atto crudele, che spezza per sempre la catena della filiazione del piccolo, impedendogli di ritrovare una sua storia, un’origine credibile, collocata in una discendenza normale.
Studi importanti mostrano che i bambini in coppie omosex sposate stanno peggio, hanno molti più problemi di quelli impiantati in coppie omosessuali non sposate. I secondi, evidentemente, hanno ancora una speranza.
Devo aggiungere altro?
Lo ripeto. La stepchild è una forma di violenza, che fissa ed ingessa il bambino una situazione innaturale, lesiva dei diritti e dei bisogni della persona, al solo scopo di soddisfare pretese di adulti.
E’ una forma di violenza: e delle più gravi.

Altro che “diritti dei bambini”: è un volgare trucco per ottenere ciò che si vuole.
Inoltre, come se non bastasse, in base all’assunto (inaccettabile) su cui si fonda, dovremmo giustificare tutto ciò che in un dato periodo non comporta danni misurabili – in base alle conoscenze scientifiche del momento. Pedofilia compresa, come fin dall’inizio avevamo sospettato. Pensateci bene: perché no?
Infatti non si vede perché mai dovremmo accettare la deprivazione volontaria di un bambino in base all’assunto secondo il quale un piccolo deprivato di madre e padre non subirebbe alcun danno e non accettare, allo stesso modo, un rapporto di tipo sessuale tra un adulto ed un minore nel momento in cui la scienza ci dicesse che non ci sono nemmeno qui danni rilevabili.
O che ritenessimo da bravi progressisti che fa bene ad entrambi.

Se l’unico metro di stabilire ciò che si può fare e ciò che non si può fare è la “misurazione scientifica” allora se ne deduce che potremmo anzi dovremmo accettare anche la pedofilia, qualora si arrivasse a stabilire che non ci sono poi danni psicologici rilevanti nel caso di rapporti tra adulti e minori. Giusto?
Perché no?
Nel precedente studio abbiamo ricordato che c’è già qualche criptopedofilo che sostiene proprio questa tesi: “non sempre la pedofilia è da condannare”. E parliamo di professoroni universitari, quelli che fanno conferenze.
Confortante, vero?

Il fatto è che la “stepchild adoption”, mostrandosi come un provvedimento a tutela del minore – ma negando nei fatti il diritto del bambino ad avere padre e madre, quindi la sua dignità umana – si concretizza in una specifica e ben riconoscibile forma di violenza che andrebbe iscritta nella forma più generale dell’abuso sui bambini, alla quale appartengono anche la pedofilia e molte altre forme di maltrattamento e di violenza, dirette o indirette che siano, palesi o mascherate, non importa: si tratta sempre di forme di violenza su minori.
Si tratta sempre di prendere da un bambino ciò che l’adulto desidera e non invece di dare al minore ciò di cui ha bisogno per crescere.

In questo senso, a me sembra che ideologia omosessualista e pedofilismo abbiano almeno una radice comune: la reificazione, la perdita del senso e del valore della dignità umana, l’annullamento  del rispetto dell’altro e della sua sacralità, la prevaricazione dei diritti dei bambini, la loro riduzione ad oggetti per soddisfare i bisogni degli adulti.


L’ignoranza del Dono.
Se un bambino, come sostengono, può stare benissimo senza la mamma non sarebbe più logico tener presente che a maggior ragione due omosessuali adulti potranno stare senza un bambino?
E invece no. Prima gli istinti, i desideri, i pruriti, le voglie (non da ultima la voglia di rivalsa) degli adulti. Queste dobbiamo ascoltare, da bravi, rigidamente ingessati nella prospettiva adultocentrica che caratterizza queste ed altre discussioni (pseudo) etiche.
Ancora più in generale, non sembra chiaro a questo punto che che la radice ideologica è la stessa  che alimenta  tutte le forme di nichilismo possibili? Dall’aborto all’eutanasia, etc.: la vita umana è un nihil, un nulla, può essere progettata, fabbricata in laboratorio, manipolata come si vuole, negata nella sua dignità, privata dei suoi diritti e di ciò che le serve per crescere, costretta a sopravvivere in una condizione di mercificazione che mai si era vista prima.
L’importante è soddisfare gli adulti. Stessa logica di chi pensa al sesso come soddisfazione dei propri impulsi.
Mi chiedo: la “stepchild adoption” (ripetiamolo che non fa male: la progettazione e fabbricazione in laboratorio di bambini e la loro conseguente mercificazione) è nell’interesse supremo del bambino? O non è piuttosto il bambino ad essere concepito come oggetto per soddisfare i desideri degli adulti? Che siano sessuali o meno, a questo punto poco importa: si negano diritti e dignità ad un bambino per realizzare un desiderio di adulti. Non nel suo ma nel loro interesse. Per il loro piacere, per la loro voglia, per il loro desiderio. Per gli adulti, insomma, non certamente per il bambino.
Questo, a casa mia, si chiama fare i propri comodi, sulla pelle dei più indifesi.
Che cosa vi ricorda?
Che cos’è dunque la “stepchild adoption” se non una forma di abuso?
Per quali motivi dovremmo considerarla una forma di progresso e di civiltà? Forse che il progresso si identifica con la indiscriminata soddisfazione dei desideri degli adulti?

Ma quando un bambino esce ferito, deprivato, umiliato, offeso da un rapporto con un adulto, non dovremmo vietare questa forma di relazione e proteggere i minori da qualsiasi forma di abuso – che non si riduce, ricordiamolo, alla sola violenza manifesta?
L’abuso su un bambino, com’è noto, si concretizza nella sua forma generale come un comportamento che consiste nel provocare un danno biologico, morale o giuridico.
Già il danno giuridico è del tutto evidente nel momento in cui il bambino viene considerato oggetto di diritto degli adulti  e  non egli stesso, invece, sacro ed intangibile soggetto di diritto.
Occorre ribadire che non esiste, per nessuno, il diritto al figlio?

E dal punto di vista morale, che cosa risponderemo al bambino quando una volta cresciuto ci chiederà conto di quanto gli è stato fatto? Con quale diritto è stato privato del papà o della mamma e prodotto in laboratorio come una cosa qualsiasi?

È anche noto che in generale, gli abusi, oltre che violare la dignità ed i diritti dei bambini, ne compromettono lo sviluppo psicofisico e/o psicosessuale, anche se non è sempre né facile né evidente misurare i danni di questo tipo, soprattutto a lungo termine. In modo tale che difficilmente una valutazione psicometrica potrà metterne a fuoco tutti gli aspetti negativi: sia nell’immediato che nel breve e soprattutto nel lungo periodo. Peraltro, le testimonianze di adulti che sono cresciuti in coppie dello stesso sesso, con due uomini o due donne (mi rifiuto di scrivere “due mamme” o “due papà”, in quanto è concettualmente ed ontologicamente inaccettabile), sono allarmanti e a senso unico: si tratta di storie in cui le sofferenze dei soggetti cresciuti in questo stato sono drammatiche. Abbiamo raccolto nei mesi un’ampia documentazione in merito.
Provare a leggere per credere.

La Psicologia dell’età evolutiva, al netto delle differenze e delle sfumature delle varie scuole e dei diversi indirizzi, studia l’importanza della madre e del padre (prima della madre, poi del padre) nel processo di identificazione del bambino.
Anche a prescindere (ed è chiaro che è impossibile farlo) dall’importanza dell’attaccamento intrauterino, per cui fin dall’inizio si stabilisce una relazione strutturante con la madre, risulta incredibile che si possa anche per scherzo prendere in considerazione l’idea che il processo di identificazione primaria possa andare naturalmente a buon fine, senza difficoltà ulteriori da parte del bambino, una volta che la madre sia del tutto assente, così come analogamente il processo di identificazione secondaria non può che essere ostacolato o bloccato dall’assenza del padre.
Non a caso da sempre essere orfano di uno dei due genitori è stato considerato un handicap, uno svantaggio, e l’umanità ha previsto forme di adozione per il bambino che disgraziatamente li avesse perduti entrambi.
Ed è chiaro che se è vero che i bambini sopravvivono senza mamma o papà o altrimenti deprivati, è altrettanto chiaro che non è lecito a nessuno mettere un minore in crisi evolutiva al solo scopo di realizzare un suo desiderio. Perché da ostacoli di questo tipo solo qualcuno sopravvive (cfr. il concetto di “resilienza”).

In ogni caso – ed entriamo così nel cuore dell’argomento – se per “abuso” si deve ritenere “tutto ciò che ostacola o impedisce la crescita armonica del bambino”, mi chiedo per quale ragione non si debba considerare tale l’inserimento forzoso di un bambino in una coppia di adulti dello stesso sesso. Perché privare un bambino di uno dei genitori? I “genitori” – è bene ricordarlo – sono “coloro che generano”, non dimentichiamolo: il padre e la madre. Se questi vengono a mancare abbiamo i “genitori adottivi”: un padre e una madre sostitutivi, che ripristinano la catena della filiazione spezzata, nell’interesse supremo del bambino. Il senso e lo scopo dell’adozione è quello di dare un padre e una madre sostitutivi al bambino che disgraziatamente li ha perduti. Nient’affatto quello di dare bambini ad adulti che li pretendono. Nessuno è figlio di due padri o di due madri.
Nella “stepchild adoption” – che il Cirinnà implicitamente riconosce – padre e madre vengono di fatto negati, sia quelli biologici sia quelli sostitutivi. Daccapo: nel supremo interesse del bambino?
Da quando i bambini crescono meglio se vengono deprivati del padre o della madre?
Con quale diritto si pretende di fare tutto ciò al bambino?
Tra l’altro, come abbiamo accennato, è nella stessa logica distorta degli omosessualisti che si dovrebbe dedurre che se un bambino può stare tranquillamente senza madre, o senza padre, allora se ne dovrebbe logicamente dedurre che non servono entrambi – e a maggior ragione due adulti possono stare senza un bambino. Non è incredibile che questa schizofrenia collettiva porti a negare il diritto esistente del più piccolo per affermarne uno (inesistente) dei più grandi, al solo scopo di compiacerli? Per non discriminare, dicono. Ma qui l’unico ad essere veramente discriminato non è forse il bambino?
Perché bisogna soddisfare a tutti i costi il desiderio degli adulti, cancellando il diritto-bisogno dei minori?
A me sembra chiaro che  un bambino inserito in una coppia omosessuale e quindi privato di padre e di madre non solo non sia rispettato nel suo bisogno-diritto di avere entrambi i genitori, ma esposto crudelmente ad una serie di difficoltà ulteriori, rispetto a quelle dei suoi coetanei nati in famiglie naturali.
Mi chiedo: nell’interesse di chi?
Se nella forma generale dell’abuso rientrano non soltanto comportamenti di tipo commissivo, entro i quali vanno annoverati maltrattamenti di ordine fisico, sessuale o psicologico, ma anche di tipo omissivo, legati cioè all’incapacità più o meno accentuata, da parte dei genitori, di fornire cure adeguate a livello materiale ed emotivo al proprio figlio, a me sembra logico dedurre che l’inserimento forzato ed innaturale di un bambino in un contesto omosessuale costituisca  una forma di violenza minorile bella e buona, nemmeno tanto velata, in quanto viene volontariamente privato in radice e per sempre del rapporto con uno dei due genitori. Per il suo bene?
Se la “stepchild” verrà considerata una forma di abuso, risulterà ancora più chiara l’analogia con altre forme di maltrattamento che compromettono la dignità e lo sviluppo della personalità del bambino.


Cambiamo per un attimo prospettiva.
Leggiamo una definizione dell’Enciclopedia Treccani (fino in fondo, è importante):
“La pedofilia è una devianza sessuale che si manifesta con azioni, ricorrenti impulsi e fantasie erotiche che implicano attività sessuali con bambini prepuberi. I soggetti che ne sono affetti, quasi sempre maschi, spesso usano la violenza e la coercizione per mettere in atto i loro impulsi, giustificando o razionalizzando i loro comportamenti in vario modo. In un elevato numero di casi, il pedofilo è stato, a sua volta, oggetto di una o più aggressioni sessuali nell’infanzia o nell’adolescenza. La valutazione del significato di questo dato anamnestico è diversamente apprezzata: l’età dell’evento traumatico gioca un ruolo importante, al pari della possibilità o meno di parlarne, delle modalità dell’aggressione, del fatto che il violentatore fosse una persona che apparteneva alla famiglia (il più delle volte) o a essa estranea, della reazione che ha accompagnato e seguito gli episodi di violenza, e di altro. La violenza subita nell’infanzia impedisce alla vittima l’accesso alla sua sessualità infantile, che appare svuotata di contenuti affettivi. L’effetto traumatico deriva dalla partecipazione diretta del bambino alla sessualità dei genitori (o degli adulti); in particolare, il bambino violentato dal padre non può identificarsi con lui, interiorizzarlo e costruire quell’oggetto interno che gli permette di sentirsi a sua volta maschio, uomo e padre (la fissazione omosessuale o pedofilica). La situazione è aggravata da comportamenti passivi della madre, la cui assenza viene dal bambino-vittima identificata con la fonte della distruttività”. Fonte.

Da questa definizione ricaviamo alcuni elementi
1) la pedofilia è una particolare forma di devianza sessuale che si manifesta in varie modalità, tutte riconducibili alla forma generale di “violenza esercitata da un adulto su un bambino”.
2) il soggetto adulto è spesso stato a sua volta oggetto di violenza, quando era bambino.
3) per il bambino è indispensabile avviare un normale processo di identificazione con il padre, al fine di diventare a sua volta un maschio adulto normale. Il rapporto violento subito dal padre compromette questo sviluppo e non consente al bambino di completare quei processi psicologici che gli consentono di strutturarsi adeguatamente.
Complessivamente, la violenza subita dal bambino si pone come una ferita che impedisce la crescita o la devia verso soluzioni non-normali, come per esempio l’omosessualità o altri disordini o addirittura vere e proprie patologie mentali.
Sulla nozione di “normale” dobbiamo fermarci un attimo, perché nella contemporanea furia normalizzatrice tesa a piallare ogni differenza ed ogni realtà strutturante ed individuante, si rischia di perdere di vista la realtà.
Non credo che occorra una curva di Gauss per stabilire che normalmente i soggetti che nascono e crescono in contesti normali portano a termine il loro processo di identificazione e bene o male sono poi in grado di riconoscersi per quello che sono (compreso i correlati ruoli sociali): maschi i bambini, femmine le bambine. Quando ciò non avviene abbiamo diversi gradi ed ordini di problemi e forme di patologia mentale, come per esempio “disforia di genere”, tutt’ora presente nel DSM (il  “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”), che impedisce al soggetto di riconoscersi per quello che è ed anzi lo porta ad identificarsi nel genere opposto (per cui ci sono uomini che si percepiscono come donne e viceversa).
A proposito del termine “normale”, a scanso di equivoci, è bene ricordare che in Psicologia si utilizzano tre criteri per definire la normalità:
a) il primo criterio, anche nel campo delle scienze umane (in primis nella Psicologia), è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione.
b) secondo il criterio assiologico, invece, dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera.
c) strettamente collegato al criterio assiologico è infine quello funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società.
Quali di questi tre criteri la stepchild riesce a soddisfare? Nel momento in cui un bambino viene privato del genitore del proprio o dell’altro sesso, come si potrà dare per scontato che il processo di individualizzazione venga portato a termine senza traumi?
A chi pretende di negare il diritto del bambino ad avere il proprio padre e la propria madre e di cavarsela con un generico “i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami“, dovremo far notare che non c’è alcuna sequenza logica tra l’affermazione 1) i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami e 2) quindi questo qualcuno può essere anche una coppia di omosessuali che arbitrariamente prendono il posto della padre o della madre, ovvero dei genitori naturali del minore.

Il bambino ha certamente diritto ad essere amato, ma in primis dai suoi genitori.

E’ ovvio che ogni bambino ha diritto di essere amato, ma questo non giustifica per quale ragione debbano essere proprio due (o tre, perché no?) omosessuali e non invece i suoi genitori naturali, a sua famiglia, come la natura ha stabilito. Ancora: chi pretende di mettere una coppia omosessuale al posto dei genitori naturali rispetta per caso il diritto del bambino di essere amato? E in che modo?

Sempre a questo proposito, non di rado arriva dagli omosessualisti criptopedofili un’altra delle obiezioni più insensate che si possano sentire: “Non esiste alcun diritto ad avere i genitori”. Infatti, sostengono questi maestri della logica, se tale diritto esistesse dovremmo per forza dare un padre a tutti i bambini orfani di padre, e così via. Strabiliante. Nessun diritto ai bambini. Solo agli adulti. Come dire: “Non esiste alcun diritto alla vista poiché ci sono bambini ciechi ai quali la vista non può essere ridata“, oppure: “Non esiste il diritto a correre in quanto ci son bambini che son costretti su una sedia a rotelle“. Se tanto mi dà tanto.
Per la strada della negazione dei diritti naturali si arriva presto o tardi alla negazione del diritto alla propria incolumità. Anche sessuale. Chi vi ricorda questa deriva?

Ancora una volta, si confonde ciò che è morale con ciò che è stabilito per legge.
Si passa da uno stato di fatto a una pretesa di diritto, così, con un doppio carpiato, come se nulla fosse.

Si dà per scontato che padre e madre siano ininfluenti, poi però si pretende l’assunzione del ruolo genitoriale. Ma com’è possibile che se padre e madre sono “ininfluenti”, “inutili nell’allevare un bambino”, e “i bambini hanno solo bisogno d’affetto”, allo stesso tempo le coppie omosessuali rivendicano le stesse facoltà genitoriali delle famiglie naturali? Come abbiamo visto, infatti, per questa via si conclude che entrambi i genitori non servono affatto e che quindi i bambini possono farne tranquillamente a meno.

Una contraddizione logica dietro l’altra. Ma tant’è: nell’epoca del “love is love” anche fare due più due sembra un’impresa.

Ma perché gli omosessualisti insistono ad auto-proclamarsi buoni genitori, se poi sostengono che i genitori non servono?

Occorre ribadire che il ruolo genitoriale non si risolve nel solo e generico “rapporto affettivo”. Il problema è  relazionale, e riguarda fin dal principio la fondamentale figura psichica dell’origine. Anche una baby sitter può provare affetto per i bambini che accudisce, ed essere amorevole finché si vuole, ma questo non fa di una tata un genitore. I bambini possono essere amati, educati, protetti, da diverse figure parentali o sociali (per esempio i fratelli maggiori, nonni, gli zii, i cugini, gli amici di famiglia, ma anche insegnanti, pediatri, allenatori, etc.), ma non basta provare affetto, amare o insegnare qualcosa ad un bambino per svolgere il ruolo di genitore.

Quello che fa di un padre e di una madre due genitori è il loro statuto ontologico, non la somma delle loro prestazioni parentali che sono in grado di erogare. Una madre resta tale anche se dal punto di vista delle funzioni pratiche è una scadente baby sitter, e non viceversa.

La vita umana è inscritta in due ordini: il dato naturale, biologico, e quello relazionale, che attinge fin dall’inizio al piano simbolico e che il bambino ha iscritto nella propria psiche, conscia e inconscia, fin dalla nascita: questi ordini in equilibrio tra loro governano lo sviluppo del bambino e portano alla manifestazione di una capacità progettuale, alla crescita di un’affettività equilibrata, costituiscono la linfa vitale del principio di individuazione.

La psicologia e l’osservazione diretta della realtà più evidente hanno da sempre sottolineato il ruolo unico e complementare delle due figure genitoriali. Per crescere, un bambino ha bisogno sperimentare la differenza-che-genera che è all’origine della sua stessa storia: alla base della relazione con l’altro c’è l’apertura alla differenza ontologica, prima di tutto tra maschile e femminile, la conoscenza della propria identità, delle proprie origini naturali, la consapevolezza di essere persona, individuo unico ed irripetibile.

Il bambino ha necessità di sperimentare la compresenza del codice affettivo materno, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata fin dell’attaccamento intrauterino e del codice etico paterno, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa.

Il bambino ha bisogno (e ha diritto) di poter conoscere la sua origine, di potersi collocare all’interno di una parentela, di riconoscere le differenze di sesso che sono all’inizio della propria storia, fonte della sua origine come individuo e nello stesso tempo dell’origine di tutti gli altri. I processi generativi che ricongiungono l’individuo all’umanità (e consentono di sentirsi inseriti pienamente nella vita sociale) sono una metafora fondamentale della vita psichica. La castrazione di quest’immagine porta il bambino – fin dall’inizio – in un terreno accidentato, in cui il riconoscimento del sé e l’accettazione della sua condizione di deprivazione sarà via via sempre più contorta.

Il piano biologico e quello simbolico-sociale sono profondamente interconnessi, come l’evidenza insegna: la madre non genera da sola, il padre nemmeno.

Nessuno è figlio di due padri o di due madri.

In assenza del genitore del proprio sesso, sarà molto difficile per quel bambino sviluppare la propria identità psicologica corrispondente. La psiche maschile e quella femminile sono molto diverse e l’identità complessiva si forma anche a partire dalla propria identità sessuale. Senza un’origine non c’è identità. La falsificazione surreale delle origini non può essere considerato un atto d’amore, messo in atto nell’interesse del minore. Il bambino ha bisogno di relazionarsi con chi l’ha generato.

Il fatto è che siamo di fronte ad un tentativo di stravolgimento antropologico di gravità incalcolabile, che finisce col mettere in discussione un diritto naturale di ognuno di noi, ovvero di un diritto oggettivo, inscindibile dalla persona umana, valido per tutti, in ogni tempo e in ogni luogo, e attingibile o attraverso l’osservazione della realtà e l’uso corretto della ragione. Non solo è il terreno comune su cui germogliano le teorie criptopedofile, ma diventerà presto o tardi un problema di ben più ampia portata, che riguarda la salute mentale e perfino l’incolumità di tutti.

Procedendo secondo questa linea (secondo la quale i bambini non avrebbero alcun diritto ad avere un padre e una madre ma al massimo ad amorevoli figure adulte che si prendano cura di loro) si pretende di abolire un diritto naturale del bambino: ma così facendo, si cancella di fatto un diritto naturale di tutti. Adulti compresi. Perché no?

Il paradosso e l’autofagia di questo modo di ragionare sono evidenti: se nessuno ha diritti, nemmeno gli omosessualisti dovrebbero pretenderne.

Chi dà infatti all’adulto il diritto di abolire il diritto naturale di un suo simile? – peggio in quanto indifeso, più piccolo? Non si capisce infatti per quali ragioni i presunti diritti di qualcuno dovrebbero annientare i diritti oggettivi di altri esseri umani.

Una volta abolito il diritto naturale, inoltre, non resta che quello positivo, stabilito dalle leggi e quindi attribuito in base alle convinzioni della maggioranza o dei gruppi di potere dominanti (che potrebbero anche non coincidere): per questa strada – peraltro già percorsa in passato – si scivola immediatamente nello “Stato etico” che è totalitario e nel relativismo etico più devastante. Per cui non esiste un diritto certo, di nessun tipo, per nessuno, ma si può rideterminare la sfera della libertà e dei diritti a seconda di ciò che di volta in volta stabiliscono le leggi.

Per questi motivi la “soluzione” della “stepchild adoption”, lungi dall’essere effettivamente una misura a tutela del minore, appare in realtà come la giustificazione a posteriori di un fatto gravissimo, di un abuso commesso dagli adulti ai danni del bambino. Lo abbiamo già visto qui: è una soluzione fondamentalmente relativista, la logica conseguenza della fecondazione eterologa, il cui principale corollario è l’ammissibilità del matrimonio tra omosessuali. Se la principale obiezione razionale e giuridica a quest’ultimo riguardava l’impossibilità di procreare, ora con la fecondazione eterologa e l’utero in affitto, l’ostacolo posto dalla legge naturale è tecnicamente aggirato e l’egoismo degli adulti è pienamente soddisfatto. Infatti, se ammettiamo la liceità del concepimento avvenuto con gameti estranei alla coppia, come possiamo negare al partner estraneo al concepimento di diventare padre o madre legale del “prodotto” del concepimento stesso?

In conclusione lo pseudo argomento a sostegno della stepchild adoption sembra filar bene fino a quando non cominciamo a chiederci – come giustamente ci ricorda Francesco D’Agostino – se davvero  la quantificazione degli interessi possa essere portata avanti all’infinito (qual è infatti il limite? chi lo stabilisce? in base a quali criteri?): “le madri potrebbero essere tre, anziché due (ad esempio se facessimo entrare in gioco un’ipotetica, ma non infrequente, madre “sociale”, la cui maternità non consegue all’offerta né di un ovocita né dell’utero, ma nell’attivare l’intera procedura supportandone le spese). E perché non ipotizzare che le madri possano essere ben quattro, nel caso in cui per puntellare un ovocita patologico si inserisse in esso un’opportuna quantità di Dna estratto dall’ovocita di un’altra donna ben disposta a fare tale dono, in modo da aggiungere alla madre sociale e alla madre uterina ben due madri genetiche?”.

In conclusione: sarà mai sensato creare volutamente degli orfani per poi pretendere di adottarli?

Molti studi, già a partire dagli anni ’90, evidenziano sia le differenze psicologiche tra l’uomo e la donna, sia la loro ricchezza specifica come necessarie allo sviluppo psicologico, affettivo e caratteriale del figlio. Tali specificità evidentemente si perdono nella “famiglia omogenitoriale”.

Tutte le indagini più credibili effettuate sul campo convergono poi sul fatto che la stabilità della relazione della coppia sia uno dei pilastri fondamentali del benessere psico-fisico dei bambini: le coppie same sex, come ammettomo anche studi provenienti dallo stesso mondo gay (a partire di quella di Bell e Weinberg) convergono nell’evidenziare una forte instabilità delle coppie omosessuali (con o senza bambini a carico).
Inoltre ricerche basate su dati statistici nazionali, provenienti da enti ufficiali, governativi e non certo ostili agli LGBT (come il recente National Health Survey USA del 2013) mostrano come rispetto alla popolazione generale, il livello di salute psico-fisica della popolazione omosessuale o bisessuale sia significativamente peggiore degli eterosessuali (es. depressioni e altri problemi psicologici, tossicodipendenza, alcolismo, certi tipi di tumori, HIV, aspettativa di vita, ecc). Ed è chiaro a tutti che un livello più basso di salute psico-fisica di eventuali genitori non può non influire negativamente sui bambini.

Scrivendo sul British Journal of Education, Society & Behavioural Science, una nota e prestigiosa rivista peer-reviewed, il sociologo americano Paul Sullins afferma che i “problemi emotivi [sono] maggiori per i bambini con genitori dello stesso sesso rispetto a quelli con genitori di sesso opposto addirittura con una incidenza più che doppia”.
Il dottor Sullins afferma inoltre che “non è più lecito affermare che nessuno studio ha trovato i bambini che vivono in famiglie omogenitoriali svantaggiati rispetto a quelli in famiglie eterosessuali.”
Si deve notare che lo studio Sullins si basa un campione più ampio rispetto a quelli di qualsiasi altro precedente – 512 bambini con “genitori” dello stesso sesso; dati tratti dal Interview Survey National Health. I problemi emotivi rilevati sono molteplici, compresi comportamenti scorretti, preoccupazioni, depressione, rapporti difficili con i coetanei e incapacità di concentrarsi.

Un altro nuovo studio recentissimo (del 2015, The Unexpected Harm of Same-Sex Marriage: A Critical Appraisal, Replication and Re-Analysis of Wainright and Patterson’s Studies of Adolescents with Same-Sex Parents) smonta in modo definitivo il mito che il sesso dei genitori non influisca sull’equilibrio psico-fisico dei bambini. La ricerca, pubblicata sul British Journal of Education, Society & Behavioural Science riesamina 3 precedenti studi basati su un campione rappresentativo della popolazione che avevano concluso che i bambini che crescono con genitori dello stesso sesso non hanno svantaggi rispetto a quelli che crescono con genitori di sesso opposto. La revisione dei dati ha fatto emergere che dei 44 casi di coppie lesbiche che costituivano il campione, ben 27 erano in realtà costituiti da casi mal identificati di genitori eterosessuali. L’analisi dei dati “purgata” di questo errore ha rivelato che gli adolescenti cresciuti con genitori dello stesso sesso sperimentano maggiore ansia e minore autonomia rispetto a quelli cresciuti con genitori di sesso opposto anche se risultano raggiungere migliori risultati scolastici.
Ma la cosa più sorprendente è scaturita dalla comparazione effettuata all’interno del gruppo dei ragazzi cresciuti in famiglie omosessuali. Quelli con genitori “sposati” mostrano sintomi depressivi, crisi di panico e pianto in misura ben maggiore di quelli semplicemente conviventi.

Le ragioni di questa disparità non sono chiare, forse il matrimonio dei partner dello stesso sesso leva ogni speranza ai bambini di trovare o ritrovare il genitore mancante.

Spero di aver mostrato come la deriva dei diritti e del rispetto della dignità umana che porta alla “stepchild adoption” sia la stessa che porta ad altre gravissime forme di abuso, giustamente – finora – condannate in tutte le società civili. Se continueremo a scambiare un male per un bene e a far passare come progresso e lotta alla discriminazione una forma di mercificazione e violenza radicale come questa, nulla sarà più garantito. E non si vedono ragioni coerenti per cui non si debba, in un futuro prossimo – per le medesime ragioni – legalizzare anche la pedofilia ed altre forme di abuso sui minori.

Mi piace concludere con un’idea, credo sia del Manzoni:

Con una specie di coraggio disperato 
la ragione sfida alle volte la forza, 
come per farle sentire che, 
a qualunque segno arrivi, 
non arriverà mai a diventare ragione“.

Alessandro Benigni, 13 Gennaio 2016

Fonte: https://nellenote.wordpress.com/2016/01/13/omosessualismo-pedofilismo-e-abusi-sui-minori-parte-seconda-dove-porta-la-stepchild-adoption/

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