Senza paura

Ermes RonchiNon avere paura: è questo l’invito che ha fatto da filo conduttore alla meditazione tenuta da padre Ermes Ronchi nella mattina di lunedì 7 marzo, seconda giornata degli esercizi spirituali quaresimali predicati dal religioso servo di Maria al Papa e alla Curia romana. Nella Casa Divino Maestro di Ariccia, dove anche quest’anno si svolgono gli esercizi, il Pontefice è giunto alle 16.45 di domenica 6, a bordo di uno dei tre pulmini partiti dal Vaticano.
Ad accoglierlo, tra gli altri, l’a rc i v e s c o v o Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia, e don Valdir José De Castro, superiore generale della Società di San Paolo, con la comunità religiosa di Ariccia. Settanta i partecipanti agli esercizi predicati dal religioso, che nella meditazione di lunedì mattina ha ricordato che la paura affonda le sue radici nell’immagine sbagliata di Dio. Adamo ed Eva — ha fatto notare padre Ronchi — credono all’immagine capovolta di Dio, che toglie e non dà, che ruba libertà invece di offrire possibilità. Un Dio dallo sguardo giudicante, da cui fuggire piuttosto che andargli incontro. Il peccato originale non racconta la semplice trasgressione di un divieto, ma lo stravolgimento del volto di Dio. In questa visione, il primo di tutti i peccati si rivela un peccato contro la fede. Così la paura è entrata nel mondo e non lo ha lasciato più. Adamo si nasconde, ha paura di Dio, perché lo immagina dentro la logica colpa-punizione, peccato e castigo. Lontano da lui la possibilità della misericordia: egli diventa incapace di dialogo, riesce solo ad aggredire per difendersi. Del resto, senza immaginare la misericordia neppure si può pensare al suo frutto che è la gioia: la paura, infatti, produce un cristianesimo triste, un Dio senza gioia. In questo senso, l’antagonista della paura non è il coraggio ma la fede, come insegna anche padre Turoldo. I due antagonisti sono inversamente proporzionali. Significativa è l’immagine usata dal predicatore per far comprendere quanto la paura possa pregiudicare il rapporto dell’uomo con Dio. Noi camminiamo nella vita con due cagnolini al guinzaglio: uno è la paura, l’altro la fede. A seconda di quale dei due nutriamo di più, questo crescerà e si farà sempre più forte, tirandoci sempre più dalla sua parte. Padre Ronchi ha poi ricordato l’episo dio della tempesta sul lago narrato dall’evangelista Marco. Durante la navigazione Gesù si addormenta, è sfinito perché viene da situazioni che gli hanno tolto forze preziose. E agli uomini sembra di essere abbandonati, quando si alzano il vento e le onde dei tradimenti. È come se tutto il mondo fosse in tempesta: una situazione in cui il diritto è quello del più forte, del più armato, del più crudele. Mentre l’uomo teme e si dispera, Dio sembra dormire. L’uomo vorrebbe che Dio intervenisse all’istante, quasi a suo comando, quando la tempesta è solo ai primi inizi. Ma Dio è lì, nella forza dei rematori e nella presa robusta del timoniere. La barca, allora, diventa il simbolo della vita dell’uomo e della comunità che, nonostante i problemi, resiste e avanza. Non tanto perché il vento cessa e i problemi svaniscono, ma perché i rematori non abbandonano i remi e si sostengono gli uni gli altri con la speranza. Dio non ci toglie dalle tempeste ma ci sostiene dentro le tempeste, ha sottolineato il predicatore ricordando un’espressione di Dietrich Bonhoeffer: «Dio non salva dalla croce, ma nella croce». Egli non porta la soluzione dei nostri problemi, ma porta se stesso. E sa trarre il bene anche dal male, anche dal peccato, dalla morte, dalla croce. Il Vangelo, dunque, non ha risolto i problemi del mondo ma ha portato con sé rifiuto, persecuzioni, croci, come dimostra la vicenda delle quattro suore uccise in Yemen, alle quali Ronchi ha rivolto un pensiero. La realtà ha bisogno di essere letta con gli occhi della fede, che — ha evidenziato Ronchi — si manifesta sempre in tre passi: ho bisogno, mi fido e mi affido. Un tema accennato anche nella prima meditazione di domenica pomeriggio, quando, dopo l’adorazione eucaristica, il religioso aveva parlato della fede come di un cercare un Dio sensibile al cuore: un Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza. Sta a noi annunciare un Dio bello, desiderabile, interessante. Forse abbiamo impoverito il volto di Dio, talvolta l’abbiamo ridotto in miseria, relegato a rovistare nel peccato dell’uomo. E abbiamo dimenticato che il nostro Dio ride e gioca con i suoi figli. La conclusione del religioso è stata una sorta di invito a cambiare vita. Dio può morire di noia nelle nostre chiese. Per questo, occorre restituire all’umanità il suo volto solare: quello di un Dio da gustare e da godere.

© Osservatore Romano - 7-8marzo 2016


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