Giovedì santo tra i profughi

lavanda dei piedi 2Nel pomeriggio del 24 marzo, Giovedì santo, Papa Francesco si recherà a Castelnuovo di Porto per incontrare i giovani profughi ospiti del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Con loro celebrerà la messa «in coena Domini », durante la quale laverà i piedi a dodici rifugiati. Sarà un «segno di servizio e attenzione alla loro condizione», spiega l’arcivescovo Rino Fisichella, ricordando che nel contesto dell’anno straordinario della misericordia la scelta del Pontefice «vuole dirci che è necessaria la debita attenzione verso i più deboli di questo momento storico; che siamo chiamati tutti a restituire loro dignità senza ricorrere a sotterfugi ».

di RINO FISICHELLA

Non passa giorno che Papa Francesco con la sua parola non provochi a prendere in considerazione l’u rg e n z a umanitaria che scorre sotto i nostri occhi distratti. Milioni di profughi stanno mostrando al mondo i tratti reali di un nuovo esodo che sposta masse di derelitti senza più casa né patria. Fuggono a malincuore sotto la pressione della violenza gratuita, della guerra inutile e dei morsi della fame, verso mete che spesso sono il frutto dell’immaginazione più che della realtà.
Eppure, soprattutto i Paesi ricchi dell’Occidente permangono con la loro carica di pressapochismo, indifferenti davanti a un dramma che sconvolge per la durata e per il numero delle persone coinvolte. Basterebbe un colpo di reni della politica per affrontare con coraggio e disamina queste situazioni, ma si preferisce far passare il tempo incuranti della sofferenza. Al massimo, si deliberano stanziamenti di denaro per mettere a riposo la coscienza. Da ultimo, sembra che la soluzione più a portata di mano sia quella di chiudere i propri confini per sentirsi più sicuri, oppure costruire nuovi muri spinati. Soluzioni che appaiono tanto più anacronistiche quanto più ci si vanta di aver raggiunto progresso e maturità democratica. Nel suo appello lo scorso 6 settembre, proprio in prossimità del giubileo della misericordia, il Papa durante l’Angelus domenicale aveva chiesto che dinanzi a questa tragedia ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa potesse ospitare una famiglia, incominciando dalla sua diocesi di Roma. Un piccolo gesto concreto per provocare alla consapevolezza del dramma internazionale. Si è messo in moto un movimento che ha portato a esprimere nel silenzio tanta solidarietà. Passa il tempo e la provocazione iniziale, purtroppo, sembra attenuarsi mentre i problemi permangono e si acuiscono. I primi mesi dell’anno santo della misericordia hanno registrato un notevole afflusso di popolo in tutto il mondo, segno evidente che i cristiani sentono questo momento come un’opportunità offerta loro per sentire la vicinanza, la tenerezza e il perdono di Dio. La misericordia però per essere un’esp erienza completa ha bisogno di convertire il cuore. Mentre si riceve misericordia si diventa strumenti per esprimere m i s e r i c o rd i a . Tra le sette opere di misericordia corporale permane con la sua attuale provocazione quella dell’ospitalità. Accogliere i profughi quindi diventa per i cristiani un’espressione tangibile per vivere il giubileo della miseric o rd i a . In questo anno, Papa Francesco è solito un venerdì al mese dare testimonianza concreta di queste opere. Nel mese di dicembre ha aperto la porta santa nell’ostello Don Luigi di Liegro, che ospita i senza tetto e distribuisce quotidianamente i pasti. A gennaio, si è fatto vicino a tanti anziani e ad alcuni malati in stato vegetativo, per far comprendere che la “cultura dello scarto” ha poco da spartire con la visione cristiana della vita. A febbraio ha visitato una comunità terapeutica per giovani tossicodipendenti, per infondere in ciascuno di loro una forte dose di speranza nel futuro. Il prossimo Giovedì santo, Papa Francesco si recherà a Castelnuovo di Porto per rimanere con i giovani profughi ospiti del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Sarà un segno semplice ma eloquente. La visita sarà accompagnata dalla celebrazione del rito della lavanda dei piedi. Su dodici profughi il Papa si inchinerà e laverà loro i piedi come segno di servizio e attenzione alla loro condizione. Nell’udienza giubilare di sabato scorso, Papa Francesco proprio commentando il gesto della lavanda dei piedi ha detto: «Lavando i piedi agli apostoli, Gesù ha voluto rivelare il modo di agire di Dio nei nostri confronti, e dare l’esempio del suo “comandamento nuovo” di amarci come lui ci ha amato, cioè dando la vita per noi». E per entrare ancora più nello specifico ha aggiunto: «L’amore è il servizio concreto che rendiamo gli uni agli altri. L’amore non sono parole, sono opere e servizio; un servizio umile, fatto nel silenzio e nel nascondimento... si esprime nella condivisione dei beni materiali perché nessuno sia nel bisogno... è uno stile di vita che Dio suggerisce anche a molti non cristiani come via di autentica umanità». Alla luce di queste considerazioni si possono comprendere il valore simbolico che Papa Francesco intende imprimere nella sua visita al Cara di Castelnuovo di Porto e il suo abbassarsi per lavare i piedi dei profughi. Vuole dirci che è necessaria la debita attenzione verso i più deboli di questo momento storico; che siamo chiamati tutti a restituire loro dignità senza ricorrere a sotterfugi. Ci spinge a guardare verso Pasqua con gli occhi di chi fa della sua fede una vita vissuta a servizio di quanti portano impresso nel proprio volto i segni della sofferenza e della violenza. Molti di questi giovani non sono cattolici. Il segno di Papa Francesco pertanto diventa ancora più eloquente. Indica la via del rispetto come strada maestra per la pace. Rispetto, nel suo valore semantico, significa accorgersi che c’è un’altra persona accanto a me. Una persona che cammina con me, soffre con me, gioisce con me. Una persona a cui, un giorno, potrò appoggiarmi per trovare sostegno. Lavando i piedi ai profughi, Papa Francesco chiede rispetto per ognuno di loro.

© Osservatore Romano - 23 marzo 2016


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