Dalla sicurezza al coraggio

papa francesco e bartolomeo a gerusalemmedi BRIAN FARRELL*

Nei primi anni del nuovo millennio, il Consiglio ecumenico delle Chiese convocò una consulta per riflettere sull’andamento del movimento ecumenico nel ventunesimo secolo. Anche il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani partecipò in quella riflessione.
Pur riconoscendo che la vita della Chiesa e delle Chiese cammina lungo il binario della presenza attiva di Dio e non risponde a logiche umane, e che pertanto non è possibile progettare il loro futuro sviluppo, non di meno quella riflessione comune ebbe il merito di presentare un quadro molto realista dello stato della ricerca dell’unità dei cristiani dopo cento anni del moderno movimento ecumenico e a cinquanta anni da quando il concilio Vaticano II aveva esortato i fedeli cattolici a riconoscere i segni dei tempi, e a partecipare con slancio all’opera ecumenica sorta per grazia dello Spirito Santo tra i “fratelli separati”.
La consulta ebbe a dire che «le Chiese sono entrate nel XXI secolo con la consapevolezza che le loro differenze sono emerse in modi nuovi, che l’obiettivo della piena e visibile unità è stato eclissato da un ritorno a preoccupazioni istituzionali, dalla difesa della propria identità confessionale e da un ritorno al fondamentalismo» e che «l’ecumenismo pare essere passato dal margine profetico a un centro confortevole ». Volendo essere saggi e prudenti, si potrebbe pensare che il «centro confortevole » sia il posto giusto per una comunità ecclesiale. In questo modo una Chiesa può radunare i fedeli in tranquillità, evitando estremi di ogni genere. La tranquillità, tuttavia, non è il criterio del benessere della Chiesa di Cristo, ma la sequela, la missionarietà, il servizio amorevole verso tutti. In questa attività spirituale e umana, spesso disorganizzata e in circostanze di limitatezza e persino di opposizione, si costruisce la comunione tra tutti coloro che entrano nella «vita nuova» (cfr. Unitatis redintegratio , 3). Inversamente, il desiderio della tranquillità istituzionale genera la difesa della propria identità confessionale e il fondamentalismo — «noi sì, loro no» — che continuano a governare le divisioni tra i cristiani e rendono inefficaci l’annuncio e la missione evangelici. Anzi, è l’azione “p ro f e t i c a ” di pastori santi e del popolo santo che rende efficace la testimonianza, chiama alla conversione e costruisce la casa di Dio fatta di pietre vive, la casa che tutti possono riconoscere come propria. Dove potremmo riscoprire nella Chiesa cattolica quel “margine profetico” in grado di agevolare la reale crescita della comunione, al suo interno e con gli altri cristiani? La principale risposta a una tale domanda, il suo contesto ideale e fattibile, si ritrova nel n. 6 del decreto sull’ecumenismo: «Siccome ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in una fedeltà più grande alla sua vocazione, esso è senza dubbio la ragione del movimento verso l'unità. Se dunque alcune cose, sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica e anche nel modo di enunziare la dottrina — che bisogna distinguere con cura dal deposito vero e proprio della fede — sono state osservate meno accuratamente, a seguito delle circostanze, siano opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine. Questo rinnovamento ha quindi una importanza ecumenica singolare». Quindi, secondo il concilio, ecumenismo e riforma della Chiesa vanno mano nella mano. Nessuno ignora che, dal concilio in poi, questo rinnovamento è stato centrale per la vita della Chiesa cattolica. Esso è la chiave di lettura del magistero dei Papi che si sono succeduti da allora. È stato l’obiettivo dei molteplici cambiamenti introdotti nella liturgia, nella legislazione canonica, nella prassi pastorale. Tuttavia, emerge sempre più chiaramente che, per quanto fatto, molto rimane ancora da fare perché l’impulso di grazia costituito dal concilio dia tutti i suoi frutti riformatori. Ed è convinzione comune che, sotto la guida di Papa Francesco, si è registrata una notevole accelerazione di passi concreti verso la piena attuazione della visione ecclesiologica conciliare. Pochi mesi fa, si è tenuta a Londra la riunione annuale della Conferenza dei segretari delle comunioni cristiane mondiali, un importante incontro ecumenico che raduna i responsabili più qualificati e autorevoli di circa trentacinque Chiese e comunità globalmente presenti e operanti in tutti i continenti. Praticamente tutti i partecipanti hanno espresso ammirazione e gratitudine per il ministero di Papa Francesco, che considerano “nuovo” negli atteggiamenti, nei gesti e nelle intenzioni, non da ultimo quelle ecumeniche. I partner ecumenici sono entusiasti dell’impulso di Francesco a forgiare qualcosa di meglio, e a non lasciare le cose così come stanno. Nutrono vive speranze che l’opera riformatrice in atto nella Chiesa cattolica porti un beneficio decisivo anche alle loro comunità, e che il dialogo con la Chiesa cattolica, rinnovata secondo gli orientamenti indicati dal Vescovo di Roma, diventi una ricerca condivisa della volontà di Cristo, svincolata da ogni autosufficienza e autodifesa preconcetta. Leggendo con attenzione l’Evangelii gaudium, è inevitabile concludere che Papa Francesco non si colloca nel “centro confortevole” ma nel “margine profetico”, nel senso indicato dal biblista statunitense Walter Brueggemann: il ministero profetico ha il compito di nutrire, alimentare e risvegliare una consapevolezza e una percezione diverse dalla consapevolezza e dalla percezione della cultura dominante (The Prophetic Imagination, Fortress Press, 1978, 13). Basta leggere Evangelii gaudium, 43 per capire quale sia la collocazione di Papa Francesco: «La Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita». Papa Francesco non ha paura di esortarci a un rinnovamento persino radicale, da esercitare tuttavia con genuino discernimento. È vero che Papa Francesco non ha presentato un puntuale modello di riforma sistematica, o perlomeno non l’ha ancora fatta, ma ha indicato alcuni campi in cui desidera attuare un rinnovamento nella governance della Chiesa. In questo senso, egli guarda sia al papato sia all’episcopato: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione» (Evangelii gaudium, 32). Non solo, Papa Francesco è convinto, come ha affermato per la commemorazione del cinquantesimo del Sinodo dei vescovi, il 17 ottobre scorso, che «in una Chiesa sinodale, anche l’esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa, ma dentro di essa come battezzato tra i battezzati e dentro il collegio episcopale come vescovo tra i vescovi, chiamato al contempo — come Successore dell’ap ostolo Pietro — a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese». Per quanto riguarda le conferenze episcopali, scrive: «Il concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono “portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi c o n c re t a m e n t e ”. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria» (Evangelii gaudium, 32). Tutta la profondità di ciò che intende Francesco appare da quanto ha disposto nella recente lettera apostolica motuproprio Mitis iudex Dominus Iesus, sulla riforma del processo canonico per le cause di nullità del matrimonio. Egli ristabilisce nella lettera una verità chiave dell’ecclesiologia del primo millennio, sempre mantenuta in oriente, e non sempre in occidente, cioè che il vescovo locale, e nessun altro, è il garante del diritto. Vale la pena citare il testo: «Affinché sia finalmente tradotto in pratica l’insegnamento del concilio Vaticano II in un ambito di grande importanza, si è stabilito di rendere evidente che il vescovo stesso nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è per ciò stesso giudice tra i fedeli a lui affidati. Si auspica pertanto che non lasci completamente delegata agli uffici della curia la funzione giudiziaria in materia matrimoniale». E c’è di più. Francesco scrive che «conviene che si ripristini l’appello alla sede del metropolita, giacché tale ufficio di capo della provincia ecclesiastica, stabile nei secoli, è un segno distintivo della sinodalità nella Chiesa». Nella lettera apostolica parallela, che si rivolge alle Chiese orientali, il Papa descrive il carattere fondamentale del vescovo per il suo popolo, ovvero il suo ruolo di giudice nelle cose spirituali: «Importantissimo è il ministero del vescovo, il quale, secondo l’insegnamento dei Padri orientali, è giudice e medico — costituito dallo Spirito Santo come figura di Cristo e al posto di Cristo (“eis typon kai tòpon Christou”) — è anzitutto ministro della divina misericordia; pertanto l’esercizio della potestà giudiziale è il luogo privilegiato in cui, mediante l’applicazione dei principi della “oikonomia” e della “akribeia”, egli porta ai fedeli bisognosi la misericordia risanatrice del Signore». Ne consegue che il Papa aspira a una condivisione diversa, più ampia, della responsabilità e dell’autorità — una collegialità e una sinodalità autentiche. Ecco perché suggerisce che i cattolici imparino dagli ortodossi: «Solo per fare un esempio, nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità» (Evangelii gaudium, 246). In una parola, a cinquant’anni dal concilio, aspetti fondamentali della visione conciliare della Chiesa vengono ripresentati quale compito che non può essere più procrastinato. Quindi, Papa Francesco non promuove una novità rivoluzionaria, ma la riappropriazione di valori dinamici che appartengono diacronicamente all’essenza stessa della comunità ecclesiale, cioè la sinodalità e la collegialità, il discernimento pastorale e il rispetto delle istanze intermedie. Se un tale rinnovamento ecclesiale si attuasse, la Chiesa che ne risulterebbe sarebbe ne più ne meno la piena attuazione della costituzione dogmatica Lumen gentium, specialmente del capitolo 3 (sulla struttura gerarchica della Chiesa e in particolare dell’episcopato). Si fonderebbe sul carattere sacramentale, funzione e missione del vescovo locale come trasmettitore e garante della tradizione apostolica (con un ruolo riconosciuto ai sinodi diocesani, ai consigli presbiterali, ai collegi dei consultori e ai consigli pastorali), in comunione collegiale con gli altri vescovi, soprattutto con coloro che appartengono alla stessa regione (un ruolo sostanziale verrebbe così svolto dalle province metropolitane, dai concili particolari e dalle conferenze episcopali), e in comunione di fede e missione con l’intero collegio e, dunque, con il suo capo, il primo vescovo, il Vescovo di Roma. L’ordinamento ecclesiale dispone già di queste istituzioni, ma spesso ci si chiede in che misura esse siano effettivamente collegiali e sinodali. Cosa è necessario fare per renderle tali? In pratica, occorrerebbe rivedere profondamente le norme e gli approcci canonici che le governano. Forse i giuristi dovrebbero chiedersi se c’è una parte di verità nella critica recentemente sollevata secondo la quale gli studi di diritto canonico non avrebbero fatto tutto il necessario per incorporare la genuina ecclesiologia del concilio nella legislazione e nella sua applicazione, continuando a muoversi entro il positivismo giuridico del Codice del 1917. Forse il Codice del 1983 non è stato in grado di incarnare tutta la proposta ecclesiologica conciliare, e così ovviare al fatto che — come un vescovo europeo ha recentemente scritto — «ogni dibattito, dal concilio Vaticano II in poi, indipendentemente dalla direzione verso cui propendeva, ha dovuto far fronte alla questione, quella della giusta relazione tra il primato e la collegialità nella Chiesa cattolica. Lo stretto legame tra la collegialità dei vescovi ed il primato del Vescovo di Roma rappresenta la chiave di un nuovo e migliore approccio a molte delle questioni che la Chiesa si trova ad affrontare». Va da sé che una simile ridistribuzione dell’autorità non sarà facile né avverrà senza opp osizioni. Da parte sua, il mondo ecumenico è convinto che questo tipo di riforma della Chiesa cattolica è la maggiore fonte di speranza per l’ecumenismo del XXI secolo, in particolare per il ristabilimento della comunione con l’Oriente. Lo ha detto lo stesso Papa Francesco a una delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, il 27 giugno 2015: «L’attento esame di come si articolano nella vita della Chiesa il principio di sinodalità ed il servizio di colui che presiede offrirà un contributo significativo al progresso delle relazioni tra le nostre Chiese». È in gioco la credibilità dell’ecumenismo cattolico, che può legittimamente aspirare a essere promotore dell’unità di tutti i discepoli di Cristo, a condizione che la Chiesa trovi il coraggio di tornare a strutturarsi in armonia con i principi ecclesiologici validi nel primo millennio, disfacendosi di quegli elementi troppo legati a concezioni giuridiche e persino politiche, emersi con forza nel secondo millennio in occidente. Questa decisiva sfida non può essere seriamente affrontata con lo spirito di guerre culturali fra frazioni, né da una Chiesa che preferisce il “centro confortevole” al “m a rg i n e p ro f e t i c o ”. Essa sarà attuata soltanto da una Chiesa che ha fiducia, è umile e prega, una Chiesa che si sforza di realizzare senza timori le intenzioni del Signore, tra le quali quella fondamentale, rivolta al Padre nella preghiera, all’ultima cena: «Perché tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Giovanni, 17, 21).

*Vescovo segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani

© Osservatore Romano - 24 gennaio 2016

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